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<title>Karpos Net Factory</title>
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<title><![CDATA[GIUSEPPE MANFRIDI SU &quot;LETTURE DI SCENA&quot;, di Andrea Rossetti]]></title>
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<description><![CDATA[[Il saggio sul teatro di Andrea Rossetti]<br><br><br><br> <b>La scena letta, la pagina in azione</b><br><br><i>“Letture di scena”</i>: già dice. Come una dichiarazione di poetica. Come una chiave di accesso al libro; che, in effetti, di libro si tratta. Di un libro vero e proprio, concepito organicamente con un suo avvio, con una sua crescita interna e con un approdo finale, che è una sorta di largo sinfonico dall’amplissimo, dongiovannesco respiro. E, aggiungiamo, che è uno splendido libro, sonante, animato da un ritmo capace di travalicare di titolo in titolo accorpando in una struttura omogenea ciò che parrebbe franto nella variegazione di un’antologia. <br>“Letture di scena” è davvero lo stigma più giusto, non “Teatro”. Teatro, infatti, può essere che sia, ma non per certo. Dipende. Così come la parola ‘oriente’, in ragione di una dieresi omessa o meno, può farsi da bisillabo trisillabo, e viceversa. Un’ambiguità vitale, che, riproposta nello specifico del nostro discorso, dà solidità a una natura (quella, per l’appunto, di libro), ipotizzandone a corredo un’altra (quella <i>sub speciem theatri</i>). E, in quanto libro, questo libro è tomo. Non ponderoso, ma agilissimo. È messale. È  un breviario reiterabile (in termini spicci: da rileggere, più che da leggere), composto di parole coagulate in versi e in frasi che del verso hanno la cadenza intrinseca. È  forma innescata e pronta per la deflagrazione. È  materia ardente deposta in pagine benevole che, se chiuse, ne fanno un oggetto inerte, un volume da infilare tra altri in uno scaffale, e da aprire, da sfogliare, come faremmo con uno qualsiasi dei suoi tanti affini: sempre inerti se oggetti, ma a volte (raramente) esplosivi se tradotti in ciò di cui sono scrigno. Ossia, in verbo. In logos.<br>Una potente, ostentata, sfrontata bidimensionalità è la cifra del linguaggio scenico di cui si nutrono i testi che fanno da capitoli a questo perciò inerte ma non inerme oracolo manuale. Una bidimensionalità ove è serbato un tuttotondo segreto che solo l’intelligenza maieutica del lettore potrà essere in grado di evocare. A patto, però, che costui, sin dalla prima sillaba assaporata, masticata, sappia farsi d’incanto dicitore (tutt’altro che fine, anzi&#33;), disertando la lettura flatus mentis – che sarebbe poi quella silente di chi scorre le righe con l’occhio intento ad apprendere - per accedere di slancio alla corposa densità del soffio sonoro della voce messa in gioco come espressione concreta di un corpo in attività. Insomma, queste pagine per essere ben lette debbono essere ben dette (col calambour non del tutto involontario che ne viene). Così, dalla malizia di una sfida ineludibile che pretende robuste sapienze sceniche per consentire i frutti della comprensione, ecco emergere controluce il profilo sfuggente dell’autore, vagamente sulfureo pur quando è pietoso (lo è molto quando, fra raffiche di sarcasmo, fa dire a una sua creatura: <i>“nata in un angolo d’ombra / e morta per caso attraversando / con l’anima l’alba / dell’ultimo giorno di guerra”</i>). E, poiché sulfureo, scaltrissimo, ma, per suo pregio, un po’ meno rispetto a quanto sappia esserlo la sua scrittura. Non lo chiameremo per nome, varrebbe a sminuirlo. Noi auspichiamo per ogni autore l’ascensione all’anonimia, allo spargersi ovunque, alla dissoluzione in una confraternita assoluta.<br>Detto ciò, sappiamo chi egli sia, ma assai di più ci interessa la sua azione, e la sua azione corrisponde a quel che abbiamo tra le mani: un libro in atto che solletica nell’intelletto di chi lo affronta una ficcante bramosia di fisicità. Una smania iper-somatica di sentirsi parlare. Un prurito che ustiona allorquando non se ne appaghi la richiesta. È  il tuttotondo implicito nella sintassi distesa sul foglio, un tuttotondo che reclama di confrontarsi col tuttotondo di chi legge, e costui (o costei), chiunque egli (o ella) sia, finirà in tal modo col farsi commediante, utero di transito per il magma oratorio destinato, suo tramite, a riversarsi fuori. Nella scena universale del mondo. Sicché, leggere un libro simile significa già di per sé allestirlo. Quintarlo. Scenografarlo. Musicarlo. Dirigerlo. Interpretarlo. In finis, giocarlo nel senso che inglesi e francesi danno alle espressioni ‘jouer’ e ‘to play’. E giocarlo anche se ci turba o ci disturba. Giocarlo anche se magari ci stanca, o se, ancor peggio, quel che dice e che, dunque, ci fa dire, non lo diremmo né penseremmo mai, vittime come siamo di un democratico à plomb.<br>In questo senso, l’incipit dell’opera è di una spudoratezza celiniana. Per virulenza avversativa, per incisività di graffio. Dichiaratamente contro. Politicamente protervo: <i>“Io odio i partigiani”</i>, e poi, dopo il tenue ristoro di un a capo che argina in modo irrisorio l’asfissia a venire: <i>“Partigianeria è pregiudizio, malafede, rinuncia alla critica, è vita comoda. Per questo odio i partigiani”</i>. Ancora un a capo, e la carta sussulta. Un’onda la sommuove. Un’onda crescente, modulata da un’assertatività tribunizia, inesorabile, che solo il cambio di capitolo riuscirà a placare.<br>Subentra appresso, nel secondo monologo esteriore - <i>“Calandrino e l’entropia”</i> -, la letteratura che conversa di sé. Il secondo di sei. <br>Il terzo - <i>“Dr. Devil &amp; Mr Faust”</i> - espone la saggezza del demone che ravvisa più nell’altro che in sé il timbro rovente degli inferi (<i>“Tu, il demone, dentro di me, io, l’anima prescelta dall’estremo, venturo perdono di Dio”</i>). <br>Il quarto - <i>“Il poeta è un pornografo triste”</i> - è un’epistola di tal Narciso a un Boccadoro fatto donna (laddove, in Hesse, è piuttosto un seduttore irresistibile), e destinataria di un peccaminoso ragionare sul peccato. L’ironia fa piazza pulita della lussureggiante prosa narcisiana e narcisista quando, da ultimo, l’estensore della missiva pospone l’apodittica didascalia: (segue pompino).<br>Il quinto - <i>“An homeless named Hamlet”</i> - parte proprio dall’ammiccare del titolo, che è pure un ammiccare citazionista (<i>“Hommelette for Hamlet”</i> è cosa di Bene, e tutto ciò che è cosa di Bene ruota nella costellazione del nostro autore). L’interlocutore deuteragonista del brano, come già per Calandrino, è il paterno poeta a cui il personaggio deve i suoi natali. Lì Giovanni, qui Guglielmo. A parlarci, un Amleto che si radica nella certezza di essere stato pensato e scritto, e che appare più pensante di chi lo pensò (<i>“Che cosa sono dunque l’essere e il non essere se non sono la mia vita e la mia morte?”</i>).<br><i>“Lezione di regia teatrale”</i>, il sesto assolo, è il lamento di un grande e vanesio regista in pectore che si ritiene spiazzato dai tempi e incompreso dai contemporanei. La sua desolazione ci chiama a compartecipi. Ci facciamo carico delle sue ragioni, sennonché, a chiudere la riga che chiude, la sua firma fungerà da colpo di scena, spiegando e raccapricciando. Sfiziati dall’intrigarvi, non l’anticipiamo.<br>Sei brani a formare un coro di solisti in sequenza prima del grande trittico polifonico che, quasi a chiasmo, traduce l’ensemble delle dramatis personae in un avvicendarsi di arie da prim’attori e da prime attrici. Parrebbe un’astrazione sperimentale, non lo è. Il gioco sulle strutture formula l’approccio all’argomento.<br>In <i>“Donna-De-Paradiso-Medea”</i> Jacopone si mescola a Euripide e l’autore sovrintende incorporeo alla solenne copula da cui si solleva, terribile, lo spettro della shoah. Torna alla memoria, non come citazione ulteriore ma per devozione istintiva, <i>“L’istruttoria”</i> di Peter Weiss. Sicché, nei monologhi esteriori era già questo che stava germinando: la quintessenza di un oratorio. <br>D’altronde, l’abbiamo detto, “Letture di scena” non è un titolo, è un’epigrafe, e sta lì ad avvertirci. Oratorio e compianto. E pure preghiera. Prece. Invocazione funeraria al viandante… <i>“Frau Martha Steinberg, / nata da qualche parte / e altrove morta secondo il suo destino / scritto disciplinatamente da qualcuno / (…) Aveva capelli arricciolati / come i giovani tralci della vite d’Alsazia”</i>. Ancora: <i>“Frau Edith Zimmerman, / (…) morta controluce all’albeggiare / del giorno di San Lorenzo”</i>. E ancora, e ancora, e ancora.<br>Lo sterminio sterminato ci viene offerto qui per sineddoche, mercé un nugolo di vittime esemplari. Sinché, sarà l’ultima voce (che ne fonde due: quella della Nutrice a quella del Pedagogo, stretti in abbraccio) a dire: <i>“L’ora è trascorsa: fermiamoci, ché i morti / non devono temere più la morte”</i>, e così la terzina finale, bellissima: <i>“Però proprio da qui ritorneranno / le belle mietitrici che aspettiamo / con le gonne ondeggianti e unite in coro”</i>.<br>Ben altrimenti sbeffeggiante è <i>“TransOEDIPUS”</i>, e ci sarebbe da domandarsi come mai il mito di Edipo sia così irresistibilmente vocato a reificarsi in versioni comiche. Nella fattispecie, c’è di mezzo un voyeur, un transessuale, due pazzi in camicia di forza, e, da elenco personaggi, anche una coppia che copula. E c’è il riutilizzo aggiornato di uno stantio teatro nel teatro, che sa tanto di ciarpame novecentesco, di un Pirandello demodé. Tra i personaggi non ve n’è uno che creda più di tanto a ciò che gli tocca agire e declamare. È  messinscena allo stato puro. Spesso, è l’apoteosi della tiritera. È  chiacchiera che stordisce. Soprattutto, oltrepassata la frontiera del contegno e del ‘ci fa o ci è?’, è spettacolo vero. Basta non crederci come è giusto non credere a tutto ciò che non sia di sangue vero e di carne vera (<i>“Ceci n’est pas une pipe”</i> ha scritto Magritte in calce all’effige di una perfettissima pipa. Ovvio che non sia una pipa: è un dipinto).<br>Dice il Voyeur: <i>“… questa è storia pagana e mal pagata…”</i>, il Prete aggiunge: <i>“… anche pacchiana, se è per questo, dico…”</i>, e il Voyeur di rinterzo: <i>“Pacchiana sì, come noi due del resto… / Dunque, la storia era iniziata quando / Epaminonda, balbuziente, e Rèso, / il parolaio, e Oròsia, montanara / sorella detta da qualcuno Norma…”</i>, ecc. ecc. <br>‘Pacchiana’… che eccellente, idonea parola&#33; Vale quanto un’esegesi. E il distico finale ci dice quanto sia vero ciò di cui l’intero testo ci aveva già convinto: <i>“In fondo, miei pazzi, stiamo solo / giocando”</i>. Il Weiss dell’Istruttoria prima, il Weiss del <i>“Marat/Sade”</i> adesso: gli autori, quando sono autori, si ritrovano tutti imparentati.<br>Una sincresi di molti fra i modi e i temi emersi sin qui prorompe nel ‘balocco capriccioso’ <i>“Don Giovanni”</i>, che un sottotitolo dal piglio esegetico definisce e commenta come ‘fonologia sinfonica di un’ouverture’. Un chiribizzo marinettiano sigilla: “per atto- R giovan-E S-concertante, d’arie borioso e assai recitattivo, compagni di ventura e quinta giusta (e quindi fissa)”, parole che se non le vedi su carta non le intendi e che sanno di manifesto bello e buono.<br>Dopo il picco tragico di Medea, il teatro, rintanandosi nell’evanescenza della materia solo stampata, riprende a giocare a rimpiattino col lettore. Ribadisce la verve ludica dell’insieme, senza negarsi, a lampi, sguardi consapevoli sul paesaggio dell’umano soffrire. <br>Il burladòr di Siviglia si aggira, nell’opera, stordito fra i rottami della sua storia. Cantate di repertorio (a partire da Orlando di Lasso) danno tono reverenziale alla sarabanda dell’accolita (Anna, Elvira, Zerlina, e via discorrendo). Don Giovanni, relegato in un luogo a parte della scena, debutta asserendo: <i>“Forse da vecchi si teme / la morte siccome da infanti / si trema del buio”</i>, e, mentre affonda imbelle nella cognizione del passato, cogita amletico su quanto ha appreso vivendo la vita che gli è stata data. Filosofeggia tenendo a bada l’autoironia a vantaggio di una melanconia che è spunto quasi inedito nella tradizione del personaggio: <i>“La morte è il peggiore tra i sogni: / rimane lontana abbastanza / da noi per l’intera esistenza / sicché il solo modo di esorcizzarla è / non pensarla (…)”</i>, c’è un illuminista in lui, c’è un illuminista cartesiano che dice: <i>“L’uomo è felice solo in quei pochi momenti in cui si dimentica che deve morire”</i>. E allorché Don Giovanni geme: <i>“Liberatemi, almeno, vi prego, / dalla mia libertà…”</i>, gli si affianca l’Amore, del tutto disinteressato al protagonista, e intento a discettare di sé. <br>Con ciò torniamo alla ragionata, infida, bidimensionalità che innerva ogni titolo, ogni paragrafo. Questa bidimensionalità ci serve a dirci come, anche da ultimo, il libro si confermi ingannevole al massimo grado, tal quale una pellicola di cenere calata su un giacimento di vive braci. La teatralità di questo teatro possibile ma non certificato è lì, disponibile a inverarsi e ad essere secondo l’intenzione di chi, leggendo, si dimostri in grado di fiutarlo.<br>Prima che Don Giovanni chiami il sipario definitivo a occultare sé, i monologanti dell’inizio, le vittime della shoah impastate al lamento di Jacopone e la corte ‘pacchiana’ di un Oedipus che non c’è, il Commendatore appare sul palco per consegnarci il congedo alle luci di una scena possibile ostentando la molteplice natura che lega chi dice a colui che lo guarda. E il vero explicit dell’opera globale, a nostro avviso, è questo suo saluto: <i>“(…) / amici, non temete&#33; / Non è il commendatore / che vi parla, è l’attore / nato dalle sue ceneri. / Vengo a portarvi via, / vi devo seppellire / in terra di commedia / così che i vostri corpi, / resi laggiù senz’anima, / quaggiù per invecchiare / col mio possano stare”</i>.<br><br><br>Giuseppe Manfridi <br><br>(Teorie - Critica &amp; recensioni)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Sun, 14 Dec 2008 15:23:53 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Sguardo di Venere, di André Leblais]]></title>
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<description><![CDATA[[o l&#39;Abortita Concezione]<br><br><br><br> _____________________________ <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[André Leblais]]></author>
<pubDate>Wed, 27 Aug 2008 22:00:13 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[WORD WILDE WEPT, di André Leblais]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> --------------- <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[André Leblais]]></author>
<pubDate>Mon, 11 Aug 2008 18:50:18 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Salmo zeresimo, di André Leblais]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> --------------------- <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[André Leblais]]></author>
<pubDate>Sat, 09 Aug 2008 15:36:58 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[PIERROT SOLAIRE, di Andrea Rossetti]]></title>
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<description><![CDATA[[dal poemetto &quot;Il Mal d&#39;odor dei canti&quot;]<br><br><br><br> In quali ali di seno, inoffensivo,<br>quasi d’agnello, la mia bile bianca-<br>stra versificherò stamani appena<br>amara, masticando, sulla schiena<br>scheggiata da negro amante o gallo<br>stregone, ciò che avanza di materno?<br>Serbo nel frigo cannibalesco oscena<br>la sfatta carne della carne mia, sapendo<br>di latta il sangue del mio sangue fatto<br>red beer per i centauri screpolati <br>dalle highways e con due mummie appese <br>di dita secche paterne al parabrezza, <br>dondolenti –  tra due denti d’oro <br>vitelleschi - benedizioni brusche <br>e bibliche ridotte a talismano.<br>Omo fatto mi guido oltre gli spersi<br>velli di bianconiglio, a mo’ di ciglio<br>stradale incubato, puttanesco<br>un po’ l’ammetto, da la mala luce<br>neonato, cavalcanti travestiti<br>con Desdemona mia liofelizzata<br>sotto gli eccessi canicolari. Piange<br>d’amor latteo nessuno, e questo pianto<br>e quello alluma solatio d’attorno,<br>scosso in ruzzanti spigoli di grani, <br>rosari oranti di prefica ardente.<br>E’, però, secco lacrimar su frutta<br>lavanda, e senza ruggine si muore,<br>amore d’insperato amore, a mezzogiorno,<br>e tutto questo intatto soleggiare<br>così vile e mondano è molli forche <br>di tralci di vite strette troppo<br>lontano dal mio seno (Amleto sposa<br>in bianco mentre Ofelia prende il velo).  <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Sat, 19 Jul 2008 12:57:07 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Lo specchio di Narciso, di André Leblais]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1267&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[(una parentesi dabbene)]<br><br><br><br> ------------- <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[André Leblais]]></author>
<pubDate>Fri, 18 Jul 2008 06:12:49 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[CREPUSCOLO, di André Leblais]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=28&tes=1264&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[per il pensionamento di mia madre]<br><br><br><br> ------------------------- <br><br>(Teorie - Filosofia &amp; scienze umane)]]></description>
<author><![CDATA[André Leblais]]></author>
<pubDate>Tue, 24 Jun 2008 12:52:29 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[ARSENICO E VECCHI MALE-DETTI, di Andrea Rossetti]]></title>
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<description><![CDATA[[Seildisturbopersisteconsultareunsadico]<br><br><br><br> <span style='color:purple'><span style='font-size:14pt;line-height:100%'><b>ARSENICO E VECCHI MALE-DETTI</b></span></span><br><br><br><i><b>Deprivato</b></i><br><br>- Rinuncerei a qualsiasi lavoro per una vita di vacanza.<br><br>- Adoro la moda: un abito è davvero bello solo quando mi stanca prima di tutti gli altri.<br><br>- Parlo bene solo di me stesso perché non ho altri dei quali poterlo fare. <br><br>- Io e Dio ci siamo spartiti i ruoli con reciproca stima: Lui è il principio e la fine, io quel che ci sta in mezzo. <br><br>- Ho un senso morale piuttosto debole, ma in compenso una vista acutissima.<br><br><i><b>Depravato</b></i><br><br>- Le virtù sono le necessarie imperfezioni che commettiamo nell’esercizio dei vizi.<br><br>- Nulla è straordinariamente autentico come ciò che è palesemente falso.<br><br>- La modestia è un vizio che pochi possono  permettersi.<br><br>- Amare è un modo elegante di essere egoisti.<br><br>- Il segreto per una vita felice continua a rimanere tale.<br><br>- L’amore  è quella cosa splendida, dolcissima, delicatissima, purissima, di cui non sappiamo nient’altro.<br><br>- L’ozio sarà pure il padre di tutti i vizi ma non mi sembra il caso di fargliene una colpa.<br><br>- Il solo modo che abbiamo per farci amare da qualcuno è convincerlo che gli conviene.<br><br>- E’ meravigliosamente rassicurante sapere che in ogni istante, da qualche parte del mondo, c’è una verità che, fedele a una secolare tradizione, persevera indefessa nell’errore di essere tale.<br><br>- La gente si sforza di trovare assurde alcune cose per convincersi che ve ne sono di normali.<br><br>- Portare alla perfezione i propri pregi rende persone stimate, portare alla perfezione i propri difetti rende grandi artisti.<br><br>- Genio è chi non ha sufficiente talento per essere grande.<br><br><i><b>SocioApatico</b></i><br><br>- Credo nella superiorità del sesso femminile su quello maschile: una sola donna intelligente vale dieci uomini intelligenti, anche se dieci uomini intelligenti si trovano più facilmente.<br><br>- E’ pericoloso far capire a una donna che ci interessiamo a lei: quasi sempre non ce lo perdona.<br><br>- Il bello delle donne è che spesso sono un libro aperto, il brutto è che quasi sempre si tratta di un libro contabile.<br><br>- La tentazione di un bacio è più piacevole di tanti baci veri. <br><br>- Il pudore di una donna o è un invito all’impudicizia o è una tragedia.<br><br>- I riconoscimenti ufficiali vengono conferiti di solito agli idioti ufficiosi.<br><br>- Solo coloro che leggono i libri possono permettersi di giudicarli, quelli che non li leggono, invece, nella maggior parte dei casi possono ritenersi fortunati.<br><br>- Il difetto degli ignoranti non consiste tanto nell’essere tali, ma nel trovare sempre il modo di farcelo sapere.<br><br>- Un successo mediocre è meno imbarazzante del successo dei mediocri.<br><br>- Non sempre la vecchiaia è un male ma assolutamente mai un bene. <br><br>- Molto spesso le nostre conoscenze ci fanno rimpiangere gli sconosciuti.<br><br>- Le persone perbene hanno uno strano modo di esprimersi: quando parlano di sentimenti, per esempio, non dicono mai che invecchiano, bensì che durano.<br><br>- Dire il peccato ma non il peccatore è il primo passo verso una conversazione noiosa.<br><br>- Un idiota è pericolosamente in grado di non capire quel che dice, e quasi sempre è un estroverso.<br><br>- Democrazia  è il modo enfatizzato col quale si chiama, in molte nazioni, la deprecabile abitudine di far scegliere a chi non sa scegliere governi incapaci di governare.<br><br>- Chi non è compreso da niente e da nessuno fa il poeta, chi non comprende niente e nessuno si fa eleggere in Parlamento.<br><br>- Gli scienziati hanno sempre la risposta pronta, soprattutto se nessuno gli ha chiesto niente.<br><br><i><b>Fanfamiglia</b></i><br><br>- L’ascesi e il matrimonio non sono poi tanto dissimili: se nella prima rinunziamo alle passioni, nel secondo le dimentichiamo.<br><br>- Un matrimonio tra fedeli è un matrimonio felice, un matrimonio tra fedifraghi un matrimonio normale.<br><br>- Bere molti alcolici durante le feste in famiglia aiuta a non perdere del tutto il contatto con la realtà.<br><br>- Non ci sono più cose in cielo e in terra di quante una moglie riesca a comprarne quando va a fare shopping. <br><br>- Certa gente si sposa per litigare mentre dovrebbe litigare per non sposarsi.<br><br>- Certi genitori sono così apprensivi che quando un figlio sta per superare il complesso edipico gli raccomandano di mettere la freccia e di guardare prima nello specchietto.<br><br>- Con l’avvento della fecondazione assistita e delle madri-nonne il complesso di Edipo può dirsi definitivamente debellato. <br><br>(Arte - Narrativa)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Thu, 01 May 2008 15:31:44 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[LOUIS FERDINAND CELINE secondo Piperno, di Andrea Accorsi]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=16&tes=1245&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <br><b><br>articolo apparso sul corriere della sera del 7 gennaio 2008<br><br></b><br>Voyage au but de la nuit, di Louis-Ferdinand Céline andava come qualsiasi altro bestseller natalizio. Lascio ad altri la riflessione sui celiniani tempi che viviamo, e mi chiedo: chi più di Céline ha patito gli sbalzi di umore del pubblico e della critica? E tutto per via di quel libro: Bagatelle per un massacro, il primo dei pamphlet filo-nazisti, che qualcuno ritiene il prodotto di «un delirante teppismo antisemita» (la definizione è di Mengaldo), e qualcun&#39;altro — come Emile Brami — uno dei vertici dell&#39;opera celiniana. Contagiato da quel fermento parigino, ho acquistato Céline vivant, un cofanetto di dvd con le interviste televisive concesse da Céline del dopoguerra. Molto di questo materiale mi era noto. Ma vedere Céline, sentirlo parlare, be&#39; è un&#39;esperienza impagabile.<br>Sicché eccolo lì, sullo schermo del televisore della mia stanza d&#39;albergo: il collo avvolto dai leziosi foulard con cui i barboni si danno un tono. Eccolo lì, nella dimora-tomba di Meudon, ostentare il corpo martoriato con la cristologica impudicizia di Artaud. La vacuità dello sguardo corrisponde all&#39;atonia della voce: monotona come quella di certi bambini autistici, marcata da uno smangiucchiato accento parigino. È il Céline che ti aspetti, che gioca a depistare gli intervistatori con risposte vezzose. A quello che gli chiede perché ha scritto il Voyage risponde che lo ha fatto per pagare l&#39;affitto. A quello che gli domanda se lui pensa che si possa scrivere solo del proprio vissuto, oppone ancora un&#39;altra metafora economica: «Solo delle cose che hai pagato». E allora quello gli chiede se non ci sia affettazione in tutto quel dolore esibito dalla sua voce e strillato dai suoi libri. Céline s&#39;infuria. Quello che nessuno capisce è che lui è figlio di una ricamatrice di merletti e come tale, a dispetto di molti suoi colleghi che utilizzano formule corrive (Mauriac, un politicante; Morand, un rincoglionito; Giono, insignificante), lui ha una artigianale dedizione per la raffinatezza dello stile. Ma certo il solito adagio celiniano: io sono solo uno stilista.<br>Ma perché Céline insiste tanto sulla raffinatezza? Perché conosce i suoi punti di forza. Perché sa di rappresentare uno di quei casi virtuosi in cui la rivoluzione stilistica trova sontuosa corrispondenza nella rivoluzione della sensibilità.<br>Lo capì Robert Denoël, un giovane editore, quando, nella primavera del &#39;32, s&#39;imbatté nel manoscritto del Voyage e sentì di avere tra le mani uno dei libri del secolo. Fu così che nella Parigi di Breton e di Cocteau atterrò quell&#39;astronave giunta da un&#39;altra galassia, guidata da un medico non ancora quarantenne, invalido a un braccio per una gravissima ferita di guerra, con la sua collezione di viaggi in capo al mondo: dall&#39;Africa nera agli Stati Uniti. Un libro che, sotto forma di monologo, irradiava un&#39;energia titanica. Ferdinand Bardamu — il Narratore — era un vitalista delle tenebre: la sua voce appariva moderna, mimetica, capace di esprimere tutto il sarcasmo della disperazione e di irradiare l&#39;infuocata luce delle grandi disfatte. A suo modo Ferdinand si rivelava perfino un umorista (qualità che, purtroppo, il suo creatore avrebbe sacrificato in seguito sull&#39;altare della paranoia). Ma ciò che rendeva davvero speciale il Voyage era quella miscela di lucidità e pietà per la condizione umana. Ed è esattamente questo cocktail che spinse tutti a urlare al miracolo: da Sartre a Daudet, da Bernanos a Nizan, da Bataille a Trotzkij, tutti intuirono che l&#39;entità copernicana di quella rivoluzione era nel modo con cui Céline aveva sporcato la sua prosa di mille inflessioni tratte dalla vita vera e, allo stesso tempo, nel modo in cui tutta quella sporcizia aveva reso la sua prosa scandalosamente raffinata. Così i francesi, dopo Flaubert, hanno di nuovo uno scrittore il cui virtuosismo stilistico è pari solo al disincanto nichilista delle sue convinzioni. D&#39;altra parte, a dispetto delle abiure con cui Céline negli anni successivi avrebbe provato a ridimensionare la potenza innovativa di quel capolavoro, nessuno meglio di lui sapeva cosa lo avesse spinto a scrivere il libro in quella precisa maniera. «Non si sa niente della vera storia degli uomini» esclama a un tratto Ferdinand, nel romanzo.<br>Esiste aspirazione più novecentesca di questa? Raccontare la vera storia degli uomini. Come ogni scrittore di genio (come James Joyce con il quale condivide un debole per l&#39;ellisse grammaticale e per la scatologia), Céline sapeva che tale ricerca della «vera storia» passava attraverso un nuovo modo di esprimersi. E quindi, banalmente, attraverso un nuovo modo di girare le frasi.<br>Ecco cosa intende Céline per raffinatezza. Il problema è che ci si può ammalare di stile. Già in Morte a credito — il secondo memorabile romanzo — la consapevolezza stilistica si è come cristallizzata. La prosa sta assumendo la forma che non perderà più. L&#39;ironia cede al sarcasmo. La frase si spappola in singulti inframmezzati dai celebri tre punti di sospensione. Il presente indicativo sta prendendo il sopravvento su tutti gli altri tempi e modi verbali. La lucidità è offuscata dal delirio. La pietà dall&#39;odio. La misantropia degenera in razzismo. Molti anni dopo Simone de Beauvoir annoterà: « Morte a credito ci aprì gli occhi. Vi è un certo disprezzo velenoso per la piccola gente. Che è un atteggiamento prefascista». Atteggiamento prefascista che inaugura l&#39;era sciagurata dei Pamphlet nazisti (come altro chiamarli?). Cosa spinge lo scrittore pacifista del Voyage a inneggiare allo sterminio degli ebrei? A mettersi al fianco della più violenta organizzazione criminale della storia, in nome di una pace che sicuramente i nazisti tradiranno? Ragioni personali e non confessabili? Un&#39;idea pervertita dell&#39;anticonformismo e dell&#39;anarchia? O semplice opportunismo? A tal proposito Sartre scrisse: «Se Céline ha potuto sostenere le tesi socialiste dei nazisti, è perché lui era pagato». Ma purtroppo le motivazioni erano più nobili del danaro e quindi ancora più aberranti. L&#39;antisemitismo di Céline non ha niente di originale. Non c&#39;è nulla in quello che lui dice che non abbia detto Drumont — e con lui tanti altri — molti decenni prima. Bagatelle, con buona pace di chi ne apprezza certi passaggi, è un libro schifoso. E lo è tanto più perché è scritto con raffinatezza. La cosa più sconcertante è come l&#39;uomo distintosi per lucidità di visione e capacità empatica, dia prova stavolta di ottusità e mancanza di simpatia.<br>«Vorrei proprio fare un&#39;alleanza con Hitler. Perché no? Lui non ha detto niente contro i Bretoni, contro i Fiamminghi... Lui ha parlato solo degli ebrei... Lui non ama gli ebrei... E neanch&#39;io... E non amo neppure i negri fuori dal loro Paese...». Una frase (in mezzo a tante altre dello stesso tenore) che dimostra come uno degli errori di questo libro stia nell&#39;aver confuso le vittime con i carnefici. E come l&#39;errore di questo stile così esagitato (ormai totalmente celiniano) sia di essersi messo al servizio di quell&#39;errore di valutazione storica. Così come c&#39;era una relazione inestricabile tra la lucidità esibita da Céline nel Voyage e l&#39;innovazione stilistica, allo stesso modo c&#39;è un nesso tra la cantonata ideologica e l&#39;oracolare impreziosirsi dello stile. Ecco perché concordo con quelli che dicono che Bagatelle fu un fallimento artistico (e intellettuale) ancor prima che etico. E non mi convince Pasolini quando bacchetta gli intellettuali di sinistra, che in nome di Céline, si sono messi a distinguere tra le scelte ideologiche di uno scrittore e il suo valore letterario. Questa «dissociazione» a Pasolini è indigesta. Bah, non credo che le scomuniche politiche abbiano importanza in letteratura. Il problema di Céline non è di aver scelto l&#39;ideologia sbagliata, ma di aver consacrato a quell&#39;ideologia una troika di libelli eccessivamente raffinati, incapaci di raccontare il dramma che l&#39;umanità stava per vivere. Tre pamphlet che nulla tolgono all&#39;esemplare magnificenza del Voyage edi Morte a credito, ma che forse gettano una luce fosca sui tre libri della maturità: la così detta Trilogia del nord. Ancora una volta i detrattori di Céline considerano Da un castello all&#39;altro, Nord e Rigadon opere biecamente auto-apologetiche di un nazista che non ha voluto fare i conti con il passato. Jean-Pierre Martin, nel suo<br>Contre Céline, scrive: «In Rigadon, Céline ci dice, dall&#39;inizio alla fine, in lungo e in largo: io muoio razzista ». Ancora una volta un&#39;osservazione mal calibrata. Nelle opere di Sade o di Lautréamont troviamo confessioni non meno indigeste. La questione anche stavolta è artistica: la Trilogia è l&#39;affascinante scoria di un genio paranoico ormai incapace di entrare in relazione con il mondo. Un&#39;opera fallita per eccesso di ambizione e di stile (un po&#39; come la joyciana Finnegans Wake). C&#39;è qualcosa nell&#39;ossessiva ripetitività dei suoi stilemi che appare fin troppo estetizzante. È quella che Massimo Raffaelli, con felice espressione, non senza ammirazione, chiama: «stilizzazione dell&#39;orrore».<br>Così quando uno degli intervistatori (quello che gli ha dato più filo da torcere) chiede conto a Céline dei suoi eventuali sensi di colpa, lui risponde che tutti gli uomini sono colpevoli, tranne lui.<br>È possibile scrivere qualcosa di necessario senza sentirsi — almeno un po&#39;&#33; — colpevoli?<br><br><br><i>risposta non firmata della redazione di ariannaeditrice</i><br>Céline non si mise mai &quot;al fianco&quot; di alcun partito o organizzazione, tantomeno &quot;la più violenta organizzazione criminale della storia&quot;. Piuttosto, quando i Piperni deprecheranno a chiare lettere altre &quot;organizzazioni criminali&quot;, minori o maggiori che siano, senza se e senza ma, sarà un bel momento.<br><br>Si ripropone la leggenda del &quot;Céline pagato dai nazisti&quot;, negandola retoricamente, come si propone un passo della de Beauvoir, dove Céline è definito &quot;prefascista&quot;. In realtà quest&#39;ultima scopre Céline &quot;prefascista&quot; ovviamente solo DOPO che Céline aveva rifiutato di schierarsi con il marxismo, come aveva rifiutato capitalismo e fascismo. Sartre, e altri, avevano invece solamente una pura, folle invidia dell&#39;abilità di Céline quale scrittore. Forse, anche nel caso di Piperno, c&#39;è un pò di miserabile invidia verso il successo dell&#39;opera di Céline &quot;Voyage... andava come un best seller natalizio&quot;, e della sua grandezza come scrittore, a fronte del piccolo, piccolo omicciuolo Piperno.<br><br>Bagatelle e i cosidetti pamphlet sono una violenta denucia del Potere; in questo caso, per Céline, a ragione o torto, questo Potere -potere economico e politico, potere che stava spingendo la Francia ad una guerra che Céline avvertiva come inutile agli interessi della Francia, e per questa nazione fatale- aveva il volto dell&#39;ebreo. I temi pipernici non sono nuovi, vedi <a href='http://louisferdinandceline.free.fr/indexthe/opprobr/alberghini.htm' target='_blank'>http://louisferdinandceline.free.fr/indext.../alberghini.htm</a><br><br>Poi Piperno cita la Trilogia del Nord:<br><br><br>La questione anche stavolta è artistica: la Trilogia è l&#39;affascinante scoria di un genio paranoico ormai incapace di entrare in relazione con il mondo. Un&#39;opera fallita per eccesso di ambizione e di stile (un po&#39; come la joyciana Finnegans Wake). C&#39;è qualcosa nell&#39;ossessiva ripetitività dei suoi stilemi che appare fin troppo estetizzante. È quella che Massimo Raffaelli, con felice espressione, non senza ammirazione, chiama: «stilizzazione dell&#39;orrore».<br><br>Niente di nuovo sotto il sole: già nelle opere di critica letteraria stampate in URSS si divideva il Céline &quot;buono&quot;, ossia il Céline che denunciava colonialismo, capitalismo, povertà (temi considerati &quot;buoni&quot; perchè affini all&#39;ortodossia marxista), del Voyage, e il Céline &quot;cattivo&quot; di tutto il resto; Piperno, pavidamente &quot;stronca&quot; la Trilogia solo dal punto di vista del critico letterario &quot;affascinante scoria... fin troppo estetizzante&quot;, almeno i redattori sovietici, il &quot;compitino&quot; lo svolgevano sino in fondo.<br><br>Cfr. Gor&#39;kij, al primo congresso degli scrittori sovietici: &quot;[Céline]... non avendo alcun requisito per aderire al proletariato rivoluzionario, è del tutto maturo per accettare il fascismo&quot;.<br><br>Da Gor&#39;kij a Piperno; buon sangue non mente.<br><br>Comunque, la foto di Piperno e la sua prosa involuta, mi ricordano il Sartre tratteggiato da Céline ne L&#39;Agité du bocal:<br><br><br>Nel mio culo dove si trova, non si può pretendere da J.-B. S. di vederci bene, né di spiegarsi chiaramente, sembra tuttavia che il J.-B. S. avesse previsto la solitudine e l’oscurità del mio ano… J.-B. S. evidentemente parla di se stesso quando scrive a pagina 451: “Questo uomo teme tutte le specie di solitudine, quella del genio come quella dell’assassino”. Cerchiamo di capire…<br><br>Facendo fede ai rotocalchi, il J.-B. S. non si vede ormai più che nei panni del genio. Ma secondo me e visti i suoi stessi scritti, io sono costretto a vedere J.-B. S. solo nei panni dell’assassino, o meglio ancora di un marcio delatore, maledetto, laido, merdoso servente, mulo occhialuto.<br><br>Ecco, mi sto agitando troppo&#33; Non me lo posso più permettere, l’età, la salute… La chiuderei qui… disgustato, ecco… Ma ripensandoci… Assassino e geniale&#33;? Può anche succedere… Dopo tutto… Ma sarà il caso di Sartre? Assassino lo è, o lo vorrebbe essere, questo è inteso, ma geniale? Questo piccolo stronzo attaccato al mio culo, geniale? Hum?… si vedrà… si, certamente, può ancora fiorire… manifestarsi… ma J.-B. S.&#33;? Questi occhi da embrione? queste spalle da mezza sega&#33;?… questo panzone finto magro&#33;? Tenia sicuramente, una tenia d’uomo, attaccata dove sapete… e filosofo, per giunta… fa un po’ di tutto… Sembra che, in bicicletta, abbia anche liberato Parigi <br><br>(Risorse - Testi)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Accorsi]]></author>
<pubDate>Thu, 10 Apr 2008 01:41:24 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[POTERI FORTI di Ferruccio Pinotti, di Andrea Accorsi]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=17&tes=1244&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> POTERI FORTI di Ferruccio Pinotti<br>                              <br>                                  (Bur edizioni passato-futuro)<br><br><br><br>Il libro “POTERI FORTI” del giornalista Ferruccio Pinotti  è una di quelle inchieste che solitamente si definiscono scomode e che in Italia, purtroppo, hanno sempre troppo poca risonanza e finiscono, agli occhi del grosso pubblico, spesso“deviate” o semplicemente accantonate col beneplacito della velocissima “macchina “informante” ufficiale.<br>Il pretesto per iniziare questo libro è fare luce, ancorché nei limiti del possibile, sul caso del delitto Calvi e sul misterioso crack del Banco Ambrosiano nei quali senza dubbio erano coinvolti non solo importanti istituti finanziari ma anche lobby occulte, politici affermati, nuova imprenditoria, alte sfere vaticane e sinistri figuri operanti sulla scena in qualità di faccendieri.<br>Ma la ricostruzione delle trame segrete che portarono a questo delitto, come si sa abilmente mascherato da suicidio, è appunto soltanto un pretesto per evidenziare delle anomalie  e denunciare finalmente delle questioni irrisolte delle quali si continua, purtroppo, a non parlare poiché queste verità minerebbero in maniera irreparabile da una parte “la sancta auctoritas”  degli zecchini vaticani e dall’altra farebbe risalire il fiume torbido, l’immonda cloaca che è il sistema d’affari Italia, troppo comodo secretare tutto e lasciare tutto alla storia e agli storici.<br>Per brevità citerò soltanto tre delle tante ramificazioni cui giunge questo ricchissimo libro: tre punti che mi sono sembrati importanti non solo come nodi investigativi, ma anche come intrecci tra passato, presente e futuro,  come riflessi incondizionati che continueranno ad offuscare gli orizzonti dell’Italia per decenni ancora e secoli.<br>Punto primo: la questione Ior (Istituto Opere Religiose).<br>Forse non tutti sanno che lo Ior, la banca del Vaticano, è una banca veramente unica al mondo perché da un lato è un istituto “off shore” nel senso che opera nella più totale extraterritorialità. D’altro lato è totalmente “on shore”  poiché di fatto è nel territorio nazionale e chiunque, previa giusta presentazione, può arrivare ai suoi sportelli da piazza San Pietro portandosi dietro una valigia piena di dollari che svaniranno nel nulla. Insomma sono decenni che lo IOR funge da ponte per chissà quanti privati italiani che intendano occultare delle entrate extra in chissà quali altri paradisi fiscali, e vattelapesca…………<br>Non è un caso se nei decenni passati gli alti funzionari di questa banca sono stati in stretti legami con ambienti poco puliti (mi riferisco alle mafie internazionali) che magari avevano bisogno di occultare o ripulire montagne di soldi. Non solo. Grazie infatti all’estrema segretezza che lo rende inaccessibile lo IOR è stato spesso la chiave di lettura per strani movimenti di denaro che andavano a finanziare dittature militari di estrema destra, sabotaggi a stati poco allineati e chi ne ha più ne metta. Risultato: poco o nulla è cambiato dai tempi del delitto Calvi e pochissimi politici a tutt’oggi se la sentono di metter mano alla questione. Le liste dei ricchi italiani detentori di conti segreti in Liechtestein è la prova del famoso: “…..semo romani…” ( Il Liechtestein è feudo vaticano).<br>Punto secondo: l’Opus Dei e le aziende da spremere e gettare via.<br>Come infatti fu per il Banco  Ambrosiano sono state riscontrate simili manovre riconducibili alla politica espansionistica dell’Opus Dei anche in casi analoghi. Mi riferisco al gruppo industriale spagnolo Rumasa e del suo proprietario  Josè Maria Ruiz Mateos e soprattutto mi riferisco al caso Parmalat e a Tanzi.<br>La metodologia grosso modo è questa: l’Opus Dei entra nell’azienda, la fa espandere oltre ogni limite, succhia tutti proventi e poi quando iniziano i problemi, scompare nell’ombra o, più precisamente, si occulta mediante un vorticoso passaggio di capitali pressoché inestricabile.<br>E’ forse un caso che i titolari di queste aziende sono o sono stati in passato membri dell’Opus Dei o amici intimi di membri dell’Opus Dei?<br>E’ forse un caso che l’espansione finanziaria dei gruppi industriali presi in esame  è avvenuta (anche per il Banco Ambrosiano) nell’area geografica dove l’Opus Dei opera con maggior disinvoltura e libertà : il Sudamerica? <br><br>Terzo Punto: mezzi d’informazione. E’ della fine del 1975 il coinvolgimento ufficiale di Roberto Calvi nella questione “Corriere della Sera”, un coinvolgimento fortemente caldeggiato da personaggi occulti  legati alla massoneria: Licio Gelli e Umberto Ortolani. Ed è per sua stessa ammissione che l’inizio dei suoi problemi coincide con l’ingresso del banchiere nel mondo dell’editoria. <br>Da quel momento cominciano le pressioni, le richieste , i favori. E tuttavia nonostante allora speciali commissioni parlamentari e procure intere della Repubblica avevano tavolate di fascicoli riguardo ai fatti inerenti la lenta ma inesorabile perdita di potere dei Rizzoli all’interno del vasto mondo editoriale che possedevano e il conseguente inserimento di strane società, di finanziarie inestricabili e di operatori occulti, nulla fu fatto. <br>Il sistema della carta stampata e delle frequenze tv in Italia resta oggi più che mai un campo minato e servono speciali bussole per orientarvisi: è di oggi la questione Europa 7, di ieri la retata ai furbetti del quartierino ( il caso sarebbe mai emerso senza le sbruffonate sul Corriere della sera?) e ancora personaggi torbidi che  operano nel mercato editoriale come Caltagirone ,Ciarrapico, Tronchetti Provera, Silvio e Paolo Berlusconi. Un paese democratico non può permettersi editori di questo calibro<br><br> <br><br>(Risorse - Bibliografia)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Accorsi]]></author>
<pubDate>Wed, 09 Apr 2008 00:00:50 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[PINOCCHIO DI ANDREA ROSSETTI, di André Leblais]]></title>
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<description><![CDATA[[una storia tras-versale]<br><br><br><br> ________________________ <br><br>(Teorie - Critica &amp; recensioni)]]></description>
<author><![CDATA[André Leblais]]></author>
<pubDate>Mon, 24 Mar 2008 11:02:27 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[GIUSEPPE MANFRIDI: &quot;LA CUSPIDE DI GHIACCIO&quot;, di Andrea Rossetti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=29&tes=1232&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <img src='http://www.gremese.com/upload/images/9788884405111.jpg' border='0' alt='user posted image' /><br><br>Non è mia abitudine dare consigli di lettura ma in questo caso faccio un&#39;eccezione.<br><b>Giuseppe Manfridi</b>, uno tra i più importanti e rappresentati drammaturghi italiani contemporanei, ha recentemente pubblicato per Gremese il suo secondo romanzo intitolato <b><i>&quot;La cuspide di ghiaccio&quot;</i></b>.<br>Chi ha letto la sua prima prova - <b><i>&quot;Cronache dal paesaggio&quot;</i></b> - sarà  sorpreso da questo romanzo, apparentemente più &quot;disponibile&quot; verso il lettore rispetto al suo sontuoso e quasi enciclopedico predecessore (un&#39;opera d&#39;arte indiscutibile, un romanzo &quot;totale&quot; e corale sulla scia dei miei amati Musil e Pynchon).<br>Qui i toni sono immediatamente intriganti, sfiorano il giallo e delineano le fattezze di un mistero destinato a coinvolgere il lettore fino alla fine.<br>Ma sarebbe un errore pensare a un romanzo di genere.<br>La scrittura di Manfridi, allenata dagli imperativi assoluti del teatro, è una lama che scarnifica impietosamente le ipocrisie e le ambiguità psicologiche che fatalmente inquinano i rapporti umani e che finiscono per mettere in crisi ogni anelito all&#39;autenticità, al conforto di una relazione. <br>Al centro del palcoscenico c&#39;è la crisi irreversibile della coppia, circostanza elettiva della perduta scommessa umana della condivisione. Un centro immerso nell&#39;ombra di un enigma che la luce tagliente di una prosa straordinariamente raffinata e a tratti capace di tuffi abissali tra mondo e parole squarcia all&#39;improvviso, implacabile e dolce come una disperata guarigione. <br><br>(Teorie - Critica &amp; recensioni)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Tue, 11 Mar 2008 21:22:45 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[DR. DEVIL &amp; MR. FAUST, di Andrea Rossetti]]></title>
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<description><![CDATA[[ultimo dei &quot;Monologhi esteriori&quot;]<br><br><br><br> <i>“Faust alzava gli occhi ai comignoli delle case che nella luce della luna sembravano punti interrogativi…”</i><br>Questo, mio caro Mefistofele, scriveva di me un poeta e in fondo non si sbagliava. Il fumo che sbuca dai comignoli è vero, a modo suo, e la verità delle risposte che diamo a tutte le nostre domande è solo fumo.<br>Ci fu un tempo in cui pensai fosse possibile per me essere vero, poi scoprii che si può essere bravi, buoni, sapienti, addirittura ignoranti, ma veri no, mai, perché da vivi molto possiamo avere – la vita è alloggiare in galera pagando l’affitto - ma nulla essere. <br>Ci sono ancora attardati fanciulli che credono nella poesia, lirico fondamento di mondi sognati, comico e sconsolato tentativo di una volontà costretta dalla legge della natura a mirarsi allo specchio per sperare di sopravvivere al suo fetale insuccesso; costoro, inutili qui, s’illudono che là ci siano nuovi universi da plasmare, galassie abitate da spiriti benigni disposti a cantare per loro con parole astratte, sorrette da pinnacoli severi di deserto d’oriente ai piedi dei quali avvampano spume ciprigne e mareggiate immortali di stelle. <br>Ah, i dolci poeti, le mitiche anime belle create per fare da belletto all’imbecillità degli animali; infanti titani ansiosi di ultramondi nei quali smettere di balbettare per incanto, eccitati dall’idea più polverosa della storia: l’innovazione delle forme, i nuovi significati e l’invenzione puerile dei significanti. Povera gente&#33; Ignari d’essere solo per questo di gran lunga più vecchi di tutti i ricordi che hanno. Davvero nuovo è soltanto il silenzio che precede, giustifica e segue ogni possibile voce: se un poeta sapesse davvero cos’è la poesia smetterebbe di scrivere le sue fastose inezie e si metterebbe in ascolto dell’onda marina nelle conchiglie cave, un abbaglio sapiente che scaltro distoglie persino la morte. E invece nell’antro scuro galleggiando, costoro accendono fuochi fatui coi gas dei loro corpi in decomposizione – ché tutti, a parte gli aborti, siamo abortiti - e chiamano poi galassie, costellazioni e infine spirito santo quelle meschine fiammelle. <br>Invece, caro Mefistofele, non ci siamo che noi, qui, e il qui sono queste parole, qui siamo di queste parole, e abitanti disonesti dei nomi coi quali altri ci hanno battezzati. Tu, il <i>demone</i> dentro di me, io, l’anima prescelta dall’estremo, venturo perdono di Dio. Ma se il nostro futuro è la pagina scritta, un futuro indelebile, di solida letteratura, allora il nostro passato sono le tante, silenziose letture che fatali ci gravano addosso.<br>Perché allora ti ostini in richieste inutili, che nulla cambieranno mai di quanto è già scritto, e di ciò che fu letto? Perché ti pieghi, tu più gravemente di me, perché io sono in fondo tutta la povertà di un’anima, dell’anima stanca di Faust, mentre tu sei il <i>demone</i>, colui che spezza e divide, alla ripetizione incessante di un’offerta che, infine, ti negherà il successo? Perché mi reclami se sai di non poter spezzare il vincolo che mi lega alla salvezza? Perché prometti se sai che inutile sarà poi mantenere?<br>Come vedi stavolta i ruoli sono capovolti: sono io, divenuta tentatrice, che ti lusingo con impossibili parole, non ancora e mai più letterarie. E ti dico: mi avrai non per ricchezze e potere e bellissime donne, ma solo – sono stanca - per aver cancellato i miei ricordi, che sono poi anche tuoi, e con essi la predestinazione alla mia salvezza che è scritta per sempre nella sorte che noi condividiamo.<br>Ma che te ne faresti poi di un’anima senza memoria né destino eterno? Che anima sarebbe questa cosa? Un grigio carteggio di parole confuse, di pensieri stravolti. Una Babele dormiente. Un gioco indistinto senza più colpe e pene o meriti e corone. Avresti vinto, Mefistofele caro, l’involucro vuoto di un’anima sparita. Avresti – dico – perché – lo sai – se mi esaudissi, cancellandomi intorno e dentro a fondo come chiedo, svaniresti anche tu, e sparirebbe il mondo, anche l’Inferno e il Paradiso, ingoiati da ciò che non so dire, che però in quiete di noi spargerebbe un infinito di tremula luce, di limpide nebbie, di liberazione.<br>Cosa saremmo? Forse l’ombra del vuoto o note sparse del suono di tutte le poesie del mondo. Chi può dirlo?<br>Però so bene che tu, <i>demone</i> dell’anima stanca che sono, non puoi esaudire questa mia richiesta. Non puoi perché non vuol dir nulla, perché ti priva della tua missione, perché, nonostante il potere che ostenti, non puoi non genufletterti al volere della santa scrittura ed essere quel che sei pure fallendo.<br>Credimi: come vorrei che tu non fossi l’inutile <i>demone</i> di un’anima già salva&#33; <br><br>(Arte - Narrativa)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Wed, 20 Feb 2008 00:37:08 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[IL MANIFESTO DEI PERFIDI NINFETTI, di Andrea Rossetti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=34&tes=1206&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[Dissentendo da Isabella Santacroce]<br><br><br><br> <b>1.</b> Noi non vogliamo cantare nulla e in nessuna forma, perché nulla che abbia una forma è cantabile, perché ogni uomo è ontologicamente stonato come una campana: coi sentimenti nobili si abortisce ciò che è sano, coi crimini efferati si partoriscono deformità.<br><b>2.</b> Un’arte veramente distruttiva è solo quella che non costruisce niente.<br><b>3.</b> Se l’amore è dalla parte delle vittime, l’odio è dalla parte dei carnefici: a questa viziosa solidarietà, alla sindrome di Stoccolma che fonda la storia, noi rispondiamo con la cronaca infondata delle nostre eroiche masturbazioni. <br><b>4.</b> Noi affermiamo che la bellezza per essere tale non può essere anche autentica e che essa può essere colta solo da menti adeguatamente malate.<br><b>5.</b> Noi inneggiamo a tutto ciò che sparisce: alla monaca claustrale e all’ergastolano.<br><b>6.</b> Bisogna dedicarsi alla dissoluzione del corpo, della presenza, perché il pudore legittima la depravazione e viceversa. L’antitesi produce significati e i significati giustificano il potere.<br><b>7.</b> Non vi è nulla di magnifico nelle voglie: ogni azione della volontà, indipendentemente dai suoi contenuti, che ne costituiscono solo l’estetica provinciale, produce in sostanza un’inezia consolatoria a uso e consumo dei tanti uggiosi beghinaggi del vizio e della virtù.<br><b>8.</b> Noi vogliamo glorificare ogni atto che non diventa un’azione.<br><b>9.</b> Noi rinneghiamo il sociale, lo stato, la solidarietà pubblica, il lavoro e invitiamo tutti i turisti dell’esistente a togliere di mezzo il cattivo teatro delle loro ipocrite rappresentazioni in vita.<br><b>10.</b> Noi siamo indifferenti a ogni finta gioia interiore provocata dall’osservanza o dalla trasgressione dei precetti.<br><b>11.</b> Sono tutte meritevoli di disgusto quelle creature che nutrono aspirazioni temporali e fiducia nella forza della volontà, che poi tali creature siano candide o sudice è un problema vero soltanto per le lavandaie. <br><b>12.</b> Noi non perseguiamo ideali o nozioni di bellezza: la bellezza, se c’è, è insondabile, quindi estranea ai cataloghi, realistici o idealistici, compilati in bella calligrafia per i molti estetismi delle  eleganti blatte della storia. <br><b>13.</b> Fuori dal teatro noi aborriamo indistintamente i volti, i corpi, le movenze, le estetiche, il gusto, le posture, gli olezzi, le voci. <br><b>14.</b> Per noi reale e irreale costituiscono il Giano bifronte dell’unico avanspettacolo metafisico, e parimenti lo splendore e la miseria sono, come intese Honoré de Balzac, attributi consoni solo alle  cortigiane. Noi non siamo e non andiamo da nessuna parte, siamo matematica teatrale, astratti e concreti come forme modulari, enormemente simmetrici in virtù dello spazio iperbolico nel quale esistiamo. <br><b>15.</b> Per noi l’ossimoro è figura della Verità: ciò che essa è, però, interpella soltanto la nostra autodistruzione. <br><br>(Arte - Narrativa)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Mon, 11 Feb 2008 00:05:16 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[IL POETA E&#39; UN PORNOGRAFO TRISTE, di Andrea Rossetti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=34&tes=1205&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[Lettera semiseria di Narciso a Boccadoro]<br><br><br><br> Mia diletta Boccadoro,<br><br>col tempo mi sono convinto che il Santo non è colui che non pecca e che, quindi, il peccato non è la trasgressione di un precetto, come a lungo e a volte in buona fede ci è stato raccontato. Santo è, invece, chi riconosce nella sua vita una vocazione alla verità e alla libertà, che non possono essere disgiunte se non a prezzo di confondere la vita, che è un mistero spirituale, con la sopravvivenza, che è un istinto materiale. Il Santo non è necessariamente un brav’uomo, anzi potrei dirti che non lo è quasi mai: egli è piuttosto per il mondo un malato di mente, uno che non parla delle cose visibili bensì levigando le sue parole – tutte - con la lima dell’invisibile, è un logico informale, una poesia di carne, un giullare di Madonna Nullità. <br>Non è col disordine che si fa il male, credimi, ma con l’ordine coatto, sopravvivendo senza vocazione, condiscendendo ai luoghi comuni, rivendicando la libertà in forma di corale obbedienza ai precetti di una vita viziosa o virtuosa che sia.<br>Dio non è sociale, perché non è potere ma amore.<br>Un Santo non teme la propria ignoranza, anzi ne ha premurosa compassione, e sa che la rovina non può venirgli da quello che fa ma da come lo fa e perché: un uomo, infatti, non sa mai quello che fa – <i>Padre perdona loro</i> – ma è responsabile, al limite e dolorosamente, dei mezzi che usa e delle sue motivazioni. Cose diverse sono infatti fare il male e peccare: chi fa, sbaglia davvero per il solo fatto di fare, non certo per quello che fa, dal momento che il vero peccato è solo originale ed è ignoranza nel fare, giammai malvagità del fatto. Si fa il male in ordine alla responsabilità ma si pecca soltanto in ordine alla necessità. Il destino dell&#39;uomo non è tanto la morte quanto il fraintendimento: la morte non è in fondo che vita definitivamente fraintesa. Ed ecco perché, parallelamente, le recondite disarmonie - ben diverse dalle dissonanze - delle intenzioni sono rovelli tutti soggettivi, anche quando assumono vanagloriosi panni politici.<br>Quel che importa davvero, quindi, è riconoscersi ignoranti, cioè peccatori: colui che mostra non sa guardare mentre colui che guarda non sa mostrare. All&#39;incrocio di queste asinerie, di queste insufficienze, sta la <i>messa in opera</i> della poesia, sublimazione - senz&#39;opera d&#39;arte né parte - dell&#39;ignoranza.<br>Della compassione dei Santi per la propria ignoranza la parola della poesia – che non è mai comunque le parole delle poesie – è vertice e perfezione: essa consola i Santi e realizza ipotesi di mondo e di pensiero senza che queste cessino di essere insondabili. Nessuno, cara Boccadoro, sa fare poesia né sa di farla, essa guizza inattesa, sorprende e lascia attoniti, nell’ideale dolcezza che non conosce colpa perché tutte quelle possibili si arrestano incompiute, senza fiato di tempo sul quale deporsi. Perché se nel vivere, che facciamo senza sapere, siamo almeno responsabili delle nostre ragioni e dei mezzi che usiamo, la poesia ci coglie invece sommamente inetti: non solo non sappiamo ma anche non possiamo farla. Di fronte alla poesia siamo tutti soltanto ignoranti. Essa è una necessità che ci accade come un incidente, come un malanno nel quale le parole manifestano tutta la loro compassione per gli uomini. Ciò significa che se i Santi sono coloro che hanno compassione affettuosa della propria ignoranza – e in questo è perfetta letizia -, la poesia è l’essenza universale e impersonale della santità, essenza che non è mai significato raffermo ma sempre molle significazione.<br>Per questo soltanto i Santi comprendono la <i>poesia</i> che non capiscono mentre gli altri uomini hanno bisogno dei poeti e delle loro <i>poesie</i>: unità contro molteplicità.<br>Cattivo poeta, mia dolce Boccadoro, è chi pensa di nobilitare la vita di tutti con parole sue.<br>In verità non credo ci sia nulla da nobilitare - per titoli ed esami – e men che meno di nobile - per discendenza, che per definizione è sempre facile e decadente in essenza.  Quello della nobiltà è un <i>escamotage</i> del potere, il blason donato da chi guarda in bocca allo schiavo che beatifica.  Il nobile ha meno dignità del liberto, figuriamoci del libero.<br>Il buon poeta - non giusto, rammenta, né vero - è viceversa un pornografo triste. Egli è colui che si spoglia di tutte le vesti possibili. Che il re fosse nudo lo sapevamo da tempo, ma un Santo svestito  diventa un poeta, un uomo inutile, senza più alcuna dignità, che, però, dispensato finanche dalla benedizione divina delle promesse escatologiche, può finalmente sparire alla Madonna. <br>E&#39; un uomo nudo quello che sparisce alla Madonna, un uomo che non prende con sé né calzari, né borsa, né mantello e che, infine, dimentica addirittura le mutande. <br>Solo un uomo così, che fa di se stesso la nudità in catene del potere - che è fallo e, quindi, anche errore: tutto si gioca intorno al comune senso del pudore che lo vuole occulto -, paradossalmente recluso nel carcere che è il fondamento metafisico, l’assioma morale, di quel potere, può fare del proprio grido dalla prigione un linguaggio purificato, terso perché incomprensibile, e alla fine tacere cantando come fa la musica non spiegata del moto celeste dei pianeti. Si spiegano le lenzuola, le tovaglie, le vele, cara Boccadoro. Sulle parole, però, non si dorme e non si mangia, con le parole non si prende il largo: al contrario, in esse si veglia, si digiuna e si sta, naufraghi vizzi nell&#39;infinita bonaccia. Il linguaggio al di là del potere è un ultrasuono: l&#39;autentica poesia, l&#39;essenza della profezia, che Dio, nella sua infinita misericordia, ha negato agli uomini e riservato ai cani e ai pipistrelli.<br>Sì, mia amata Boccadoro, il poeta è davvero un pornografo triste: egli, da nudo, dipinge prostitute, le esibisce senza chimerico compiacimento e con piena consapevolezza. Se una prostituta, nell’essere di tutti non è in verità di nessuno (nemmeno di se stessa, dal momento che l’improprietà è il modo di stare al mondo degli espropriati per pubblica inutilità), una prostituta dipinta è l’immagine universale di questo sottrarsi al possesso, di quest’abissale mancanza di verità del suo essere disponibile. Distanza che smentisce l’avvenimento, frattura insanabile tra visione e paesaggio nella quale la tristezza del pornografo s’insinua, incontrando l’ipotesi di fuga di un galeotto. Parlo non della fuga di un corpo – lo capisci da sola - ma dell’ineffabile spirituale, forma irriducibile dell’inafferrabilità nonostante l’inseguimento formale dei secondini volenterosi.  <br>E’ una questione d&#39;insufficienza radicale: morale, logica e ontologica. L&#39;uomo nasce in galera, è un ergastolano a priori. L&#39;ergastolo è la condizione – clausola e presupposto -  dell&#39;esistenza. <br>Il triste poeta pornografo è quindi anche colui che fugge, un evaso che paga a caro prezzo il suo <i>atto</i> di rivolta. Perché se è vera l’equazione <i>uomo=ergastolano</i>, chi fugge di galera cessa prima di tutto d&#39;essere un uomo. Ed è così che, non essendo più uomo e comunque inetto per essere dio, il poeta in fuga, che si disconosce come fuggitivo e continua a vagheggiare la propria scarcerazione (l’ignoranza radicale dell’insufficiente di cui ti ho detto), sparisce alla Madonna e, come Dafne inseguita da Apollo, diviene nella sua desolazione  l&#39;essenza inquieta delle parole: <b>un attore</b>, un vuoto indicibile, un gorgo votivo che, letteralmente e mai letterariamente, s-prigiona non più il poeta, che è aborto di un ruolo, ma la poesia. <br>Egli – non te ne stupire - può dire finalmente: &quot;Non chiamatemi più, perché qualsiasi nome proprio è una menzogna, come dimostrò col paradosso il geniale Odisseo, facendosi beffe del ciclope, gigante dall&#39;occhio d&#39;argilla&quot;.<br>Ecco spiegato perché, mia dolcissima amica, mi sono sempre ben guardato dal chiamarti per nome; e mi auguro ti sia ormai chiaro anche il motivo per cui, in fondo a questa mia mai così pura lettera d’amore, tu possa liberamente adesso, senza più scrupoli e remore ma con gioia istintiva, rovesciare la storia della letteratura e onorare qui in pubblico e, spero, su di me la leggerezza fattasi  irreversibile del tuo soprannome.<br><br>Con sincera gratitudine,<br><br>tuo <br><br>Narciso<br><br><i>(segue pompino)</i> <br><br>(Arte - Narrativa)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Thu, 07 Feb 2008 17:46:05 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[PsychoSALOME&#39;, di Andrea Rossetti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=38&tes=1204&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[la sceneggiatura del mio nuovo video]<br><br><br><br> <span style='color:purple'><span style='font-size:14pt;line-height:100%'><b><i>Psycho</i>SALOME&#39;</b></span></span><br><br><i>Sceneggiatura video-teatrale liberamente ispirata alla “Salomè” e al “De profundis” di Oscar Wilde</i> <br><br><br>MASCHERA<br>Com’è bella stasera la principessa Salomè&#33;<br><br>MASCHERA<br>Guarda la terra. Ha un aspetto strano. Sembra una partoriente. Pare in cerca di figli.<br><br>MASCHERA<br>Sembra una piccola contadina entrata senza velo in un tempio. I suoi piedi sono radici che hanno smesso di danzare.<br><br>MASCHERA<br>Sembra una giovane contadina. Non si muove.<br><br>MASCHERA<br>Chi bisbiglia?<br><br>MASCHERA<br>Sono i delusi. Discutono di religione.<br><br>MASCHERA<br>Perché i delusi discutono di religione?<br><br>MASCHERA<br>Non lo so. Lo fanno di rado... Discutono della morte degli angeli.<br><br>MASCHERA<br>Buono a sapersi...<br><br>MASCHERA<br>Com’è brutta stasera la principessa Salomè&#33;<br><br>MASCHERA<br>Ma non guardarla porta disgrazia...<br><br>MASCHERA<br>E’ bellissima stasera.<br><br>MASCHERA<br>Il tetrarca pare allegro.<br><br>MASCHERA<br>No, ha un aspetto accigliato.<br><br>MASCHERA<br>Guarda qualcosa.<br><br>MASCHERA<br>Guarda qualcuno.<br><br>MASCHERA<br>Sì, con gli occhi chiusi.<br><br>MASCHERA<br>Com’è colorita la principessa Salomè. Non l’ho mai vista così colorita. Pare il riflesso di una rosa rossa in uno scudo di bronzo.<br><br>MASCHERA<br>Anche guardarla porta male...<br><br>MASCHERA<br>La regina Erodiade ha versato il vino al tetrarca.<br><br>MASCHERA<br>Il tetrarca odia il vino perché somiglia al sangue.<br><br>MASCHERA<br>Neppure gli dèi della mia terra amavano il sangue. <br><br>MASCHERA<br>Nel mio paese non ci sono più dèi, li hanno cacciati. Non rispondono più alle preghiere: io penso che ormai siano morti.<br><br>MASCHERA<br>I dottori adorano un dio che si può vedere.<br><br>MASCHERA<br>Non lo capisco.<br><br>MASCHERA<br>I dottori credono solo in ciò che possono vedere.<br><br>MASCHERA<br>Non lo capisco.<br><br>IOKANAAN<br>Colui che verrà dopo di me sarà un poeta. Fantasticando, egli prenderà come regno il mondo muto del dolore e ne sarà la voce. Sceglierà come fratelli i servi senza parola, il silenzio dei quali è udito solo da Dio. Egli diventerà l&#39;occhio dei ciechi, l&#39;orecchio dei sordi e un grido sulle bocche degli uomini dalla lingua essiccata.<br><br>MASCHERA<br>Chi è?<br><br>MASCHERA<br>Un profeta.<br><br>MASCHERA<br>Come si chiama?<br><br>MASCHERA<br>Iokanaan.<br><br>MASCHERA<br>Da dove viene?<br><br>MASCHERA<br>Dal deserto.<br><br>MASCHERA<br>Di che parla?<br><br>MASCHERA<br>Nessuno lo capisce.<br><br>MASCHERA<br>Si può vederlo?<br><br>MASCHERA<br>No, la regina Erodiade non lo permette.<br><br>MASCHERA<br>La principessa ha mostrato il suo viso da dietro il ventaglio&#33; Le sue piccole mani bianche si agitano come tortore ferite. E sembrano petali rosa.<br><br>MASCHERA<br>Non guardarla porta sventura.<br><br>MASCHERA<br>È come una farfalla smarrita... Sembra un fiore in inverno.<br><br>MASCHERA<br>Le stelle predicono sfortuna a chi la guarda.<br><br>SALOMÈ<br>Com’è bella la luna&#33; Pare una monetina. O un fiorellino d&#39;argento. E’ inutile come una vergine e bella come una sgualdrina...<br><br>IOKANAAN<br>Egli per primo predicherà agli uomini di vivere come i fiori e additerà loro i bambini come modello. La sua giustizia sarà tutta poetica: il malfattore infelice andrà in paradiso, i vignaioli di un’ora, un’ora serale addolcita dal vento, saranno pagati come quelli di un giorno assolato.<br><br>SALOMÈ<br>Chi è?<br><br>MASCHERA<br>E’ il profeta.<br><br>SALOMÈ<br>Come si chiama?<br><br>MASCHERA<br>Iokanaan.<br><br>SALOMÈ<br>Da dove viene?<br><br>MASCHERA<br>Dal deserto.<br><br>SALOMÈ<br>Di che parla?<br><br>MASCHERA<br>Nessuno lo capisce.<br><br>SALOMÈ<br>Posso vederlo?<br><br>MASCHERA<br>No, la regina non lo permette.<br><br>SALOMÈ<br>Perché è in carcere?<br><br>MASCHERA<br>Perché nessuno lo capisce.<br><br>STATUA<br>Torna al banchetto, Salomè, ti prego torna al banchetto.<br><br>STATUA<br>Se non torni ci verrà il malocchio.<br><br>SALOMÈ<br>Com’è il profeta?<br><br>MASCHERA<br>Nessuno l’ha mai visto.<br><br>IOKANAAN<br>Per lui non ci saranno leggi ma solo eccezioni, perché unico è ogni uomo e originale ogni cosa. Come tutti i poeti, egli amerà gli ignoranti. Perché nell&#39;anima di un ignorante c&#39;è molto spazio per la grandezza. Guai invece agli stupidi, specie a quelli ricolmi di educazione.<br><br>SALOMÈ<br>Che bella voce&#33; Non dovrebbe sciuparla parlando.<br><br>MASCHERA<br>E’ impossibile, principessa. Il tetrarca vuole che parli. <br><br>SALOMÈ<br>Io non voglio che parli.<br><br>MASCHERA<br>Il tetrarca vuole che parli.<br><br>SALOMÈ<br>Com’è buia e profonda la prigione del profeta&#33; E’ pauroso stare in un buco così nero&#33; Sembra <br>una tomba... Non mi avete sentita? Fatelo tacere&#33; Io non voglio che sciupi la sua bella voce.<br><br>MASCHERA<br>Non possiamo. Il tetrarca vuole che parli.<br><br>MASCHERA<br>Se lo facessimo succederebbe di certo una disgrazia.<br><br>SALOMÈ<br>Fallo per me, almeno tu. Voglio solo che taccia, questo profeta dalla bella voce. Lo farai per me, non è vero? Sono sempre stata gentile con te. Voglio solo che taccia. E domani, quando passeggerò sotto il portico degli inguaribili, lascerò cadere per te dalle mie mani un piccolo fiore. <br><br>MASCHERA<br>Principessa, io proprio non posso.<br><br>SALOMÈ<br>Domani, quando passeggerò nel salone dei disperati, io ti guarderò sorridendo attraverso il velo del mio solito pianto mattutino.<br><br>MASCHERA<br>Quanto vorrei obbedirvi, principessa Salomè...<br><br>IOKANAAN<br>Egli tratterà il peccato e il dolore in un modo che il mondo non comprenderà, come cose perfette e belle e sante. La maggior parte degli uomini non capirà. Perché bisogna andare in prigione per poter intendere. E se così è, vale davvero la pena di vivere in una galera.<br><br>SALOMÈ<br>Di chi parla?<br><br>MASCHERA<br>Nessuno lo capisce, principessa.<br><br>IOKANAAN<br>Coloro che lui salverà dai peccati, saranno salvi solo a causa di qualche bel momento vissuto. Tutto ciò che insegnerà è che ogni istante della vita dev’essere bello, che l&#39;anima dev’essere pronta per l&#39;arrivo dello sposo, in attesa della voce dell&#39;amante.<br><br>SALOMÈ<br>Di chi parla?<br><br>MASCHERA<br>Nessuno lo sa, principessa.<br><br>IOKANAAN<br>Coloro che vogliono una maschera sono poi condannati a tenerla per sempre. Quelli che desiderano essere soltanto loro stessi sanno almeno – e non è poco – che il mistero è tutto dentro di loro. Così, mentre la decisione d&#39;essere uomini migliori è frutto di una volontà superba e ipocrita, divenire più intimamente uomo è privilegio di chi ha sofferto.<br><br>SALOMÈ<br>Che bella voce&#33; Non deve sciuparla così, parlando di maschere condannate e di ipocriti superbi...<br><br>MASCHERA<br>Non cercate di capire, principessa: nessuno c’è mai riuscito.<br><br>SALOMÈ<br>La sua voce somiglia a un gioiello d’avorio tormentato dalle fiamme. Arriva a noi come tempesta trascorsa. E’ bella come una vergine e inutile come una sgualdrina.<br><br>MASCHERA<br>Non volevate che tacesse?<br><br>SALOMÈ<br>Certo, non deve sciupare parlando una voce così bella. Il destino della bellezza è il silenzio.<br><br>MASCHERA<br>Dunque volete che taccia...<br><br>IOKANAAN<br>È davvero tragico che pochi riescano a possedere la loro anima prima di morire. La maggior parte degli uomini sono degli altri uomini, pensano opinioni d’altri, le loro vite sono parodia, le loro passioni imitazione. Il male assoluto è la superficialità. Tutto ciò di cui ci si rende conto è bene.<br><br>SALOMÈ<br>Che bella voce&#33; Sembra la fine di un temporale che imbeve la terra. Ma non deve parlare, così la rovinerà...<br><br>IOKANAAN<br>Ogni creatura umana dovrebbe essere il compimento di una profezia, perché tutti dovremmo  essere l’esecuzione irripetibile di un ideale.<br><br>SALOMÈ<br>La sua voce pare un tumulto sul punto di essere sedato. Se tacesse sarebbe perfetto: nei discorsi un profeta predice il futuro, nel silenzio un poeta profetizza i ricordi.  <br><br>IOKANAAN<br>Gli uomini vivono per l&#39;amore e per l&#39;ammirazione, ma invece è per mezzo dell&#39;ammirazione e dell&#39;amore che dovrebbero vivere. Se alcuno mostra di amarci, noi dovremmo ammettere di esserne del tutto immeritevoli. Nessuno è degno d&#39;essere amato. L’amore di Dio per gli uomini ci prova che, nell&#39;ordine divino delle idee, è stabilito che un amore eterno sarà donato a chi ne é eternamente indegno.<br><br>SALOMÈ<br>Se tacesse sarebbe perfetto come le ali strappate di una farfalla o la vela appassita di una nave durante la bonaccia.<br><br>MASCHERA<br>Non ordinatemi nulla, principessa, anche se so solamente obbedire.<br><br>MASCHERA<br>Possiamo volere solo ciò che sappiamo.<br><br>SALOMÈ<br>Posso parlargli?<br><br>MASCHERA<br>No, l’ordine del Cielo è che nessuno gli parli.<br><br>MASCHERA<br>Che a nessuno lui possa parlare.<br><br>MASCHERA<br>Solo lui può parlare - da solo - altrimenti accadrebbe qualcosa di male.<br><br>MASCHERA<br>Gli astri non sono benevoli con la fantasia.<br><br>SALOMÈ<br>Io gli voglio parlare.<br><br>MASCHERA<br>Per carità, principessa, l’oroscopo dice...<br><br>MASCHERA<br>Anche se non gli parlasse, i tarocchi ci condannerebbero... <br><br>SALOMÈ<br>Iokanaan&#33;<br><br>IOKANAAN<br>Un lunghissimo istante è il soffrire. Per me il tempo non scorre e pare invece descrivere un cerchio intorno a un centro di sofferenza.<br><br>SALOMÈ<br>Ma è terribile, è terribile.<br><br>IOKANAAN<br>Tutto nella mia tragedia è stato terribile, osceno, privo di stile: lo stesso abito da prigioniero mi rende ridicolo. Sono un giullare del dolore, un pagliaccio dal cuore spezzato.<br><br>SALOMÈ<br>Iokanaan&#33; Io sono innamorata della tua voce e sono in pena per lei. La tua voce è come una battaglia ormai perduta, come l’eco dello schianto di un albero abbattuto. La tua voce è il passo di un gigante su un mantello di foglie secche. Iokanaan, lascia che io doni al silenzio la tua voce... <br><br>IOKANAAN<br>Per un prigioniero il pianto è pane quotidiano. Ma in fondo, un giorno in carcere senza pianto direbbe di un cuore raffermo, negato per sempre anche alla felicità.<br><br>SALOMÈ<br>Ma tu non mi ascolti, Iokanaan, tu parli ma non mi rispondi. Io odio la tua voce quando non dice che le tue parole. <br><br>IOKANAAN<br>Per me non c&#39;è che una stagione: quella del dolore. Sembra mi abbiano defraudato anche del sole e della luna. Fuori il cielo può essere azzurro e lucente, ma al di qua dalle sbarre di ferro della piccola finestra sotto la quale mi accuccio come un cane non filtra che una lurida luce lupa. In  cella il crepuscolo è perenne e penetra piano nel cuore.<br><br>SALOMÈ<br>Non sopporto i tuoi discorsi, Iokanaan, ma la tua voce, oh quella sì, se solo fosse libera come il vortice che scuote il vento da dentro, prima del suo frastuono&#33; Lascia che io renda silenziosa la tua voce, Iokanaan, io posso, senza spegnerla...<br><br>IOKANAAN<br>Tutto può essere cinico e volgare ma non il dolore, che è il più sensibile dei sentimenti. Nulla accade nel cuore dell’uomo cui il dolore non faccia eco con palpiti smisuratamente tragici e vivi. Ovunque c&#39;è dolore, ecco davvero quella terra è santa.<br><br>SALOMÈ<br>Tu non mi presti attenzione, profeta. Parli di terre sante, di dolore, cose che non capisco. Lascia che io faccia tacere la tua voce, Iokanaan, lascia che io faccia ammutolire la tua bocca.<br><br>MASCHERA<br>Principessa, nessuno può vederlo per ordine della regina, nessuno può parlargli per volere del Cielo. <br><br>SALOMÈ<br>Io farò ammutolire la tua bocca, Iokanaan.<br><br>IOKANAAN<br>Ora non mi rimane che l&#39;assoluta umiltà. È l&#39;ultima cosa che mi resta, e la migliore; per me è l’inizio di una vita nuova. Per prima cosa dovrò liberarmi di qualsiasi risentimento verso il mondo. Il mio futuro dovere – se mai avrò un futuro – sarà accettare tutto ciò che mi è stato fatto senza amarezza, senza sgomento, senza disgusto.<br><br>SALOMÈ <br>Smetti di parlare, Iokanaan. Il pensiero della tua bella voce dedicata al silenzio è in me un abisso, un abisso di terribili ebbrezze sonore. Se tacerai non sarai muto, Iokanaan, ma una nota indecifrabile nella musica dell’universo.  <br><br>IOKANAAN<br>In seguito dovrò imparare ad essere felice. Un tempo conoscevo o credevo di conoscere la felicità. Custodivo la primavera nel mio cuore. Ora penso alla vita in modo diverso e mi è difficile persino immaginare la felicità. Il mio nuovo mondo è il dolore e ciò che il dolore mi insegna.<br><br>SALOMÈ<br>Io farò ammutolire la tua bocca, Iokanaan.<br><br>IOKANAAN<br>Ora i soli compagni di strada che vorrei sono gli artisti e i sofferenti: gli uni sanno cos&#39;è la bellezza, gli altri cos&#39;è il dolore; tranne costoro, nessun altro m&#39;interessa.<br><br>SALOMÈ<br>Credimi, io farò tacere la tua bocca, Iokanaan.<br><br>IOKANAAN<br>Dietro il riso e la gioia ci può essere un’indole rude, dura e smaliziata. Ma dietro il dolore c&#39;è solo il dolore. L&#39;angoscia, al contrario del piacere, non si maschera mai. Per questo non c’è verità paragonabile al dolore.<br><br>SALOMÈ<br>Io libererò la tua voce, Iokanaan, la libererò dalle parole.<br><br>STATUA<br>Si è alzato il vento... e nell’aria c’è un battito d’ali, un battito d’ali smisurate. <br><br>STATUA<br>Io non lo sento.<br><br>STATUA<br>È proprio come un battito d’ali.<br><br>STATUA<br>Ti dico che non c’è niente. Tu deliri.<br><br>STATUA<br>Non sto delirando. Tu non vedi neppure che tua figlia è molto pallida. Pare malata.<br><br>STATUA<br>Io non guardo i dettagli della vita, semplicemente.<br><br>STATUA<br>Eppure il bello della vita sono gli interstizi, episodici accordi di fatti e pensieri.<br><br>STATUA<br>Tu guardi poco. E poco è male.<br><br>STATUA<br>Io guardo bene. E bene è giusto.<br><br>STATUA<br>Tu guardi soltanto mia figlia.<br><br>STATUA<br>Salomè, vieni a bere del vino con me.<br><br>SALOMÈ<br>Io non ho sete, tetrarca.<br><br>STATUA<br>Salomè, vieni a mangiare un po’ di frutta con me.<br><br>SALOMÈ<br>Io non ho fame, tetrarca.<br><br>STATUA<br>Salomè, vieni a sederti accanto a me.<br><br>SALOMÈ<br>Io non sono stanca, tetrarca.<br><br>IOKANAAN<br>Preti e dottori parlano senza misura, dicono della sofferenza che è un mistero. Sono sani di mente ma stupidi: essa, invece, è una sacra scrittura.<br><br>STATUA<br>Il profeta dovrebbe predirci il futuro.<br><br>STATUA<br>No. Conosci il volere del Cielo: solo lui può parlare - da solo - altrimenti accadrebbe qualcosa di male.<br><br>STATUA<br>Inutile è un profeta che agli umani non ha nulla da dire sul futuro.<br><br>STATUA<br>Miscredente blasfema&#33;<br><br>IOKANAAN<br>A tratti il dolore pare la sola verità. Tutto il resto può essere abbaglio della brama o dell’occhio ma non la creazione: la nascita di un bambino o di una stella sono governate dal dolore.<br><br>STATUA<br>Questo profeta è uno stupido, un malato.<br><br>MASCHERA<br>Come tutti, come tutti noi.<br><br>IOKANAAN<br>Adesso so che l&#39;amore e la sola spiegazione possibile di tutto il dolore del mondo. E se davvero il mondo è stato edificato col dolore, le mani che l’hanno formato sono quelle dell&#39;amore, perché l&#39;anima dell&#39;uomo, per cui il mondo fu creato, non poteva cogliere altrimenti il vertice della sua bellezza.<br><br>STATUA<br>Ma di che parla?<br><br>STATUA<br>Nessuno lo capisce.<br><br>STATUA<br>Dovrebbe profetizzarci il futuro.<br><br>STATUA<br>Meglio non sapere.<br><br>STATUA<br>Sì, dovrebbe predire gli eventi. <br><br>STATUA<br>Tua figlia è molto pallida.<br><br>STATUA<br>Tu la guardi, porta male.<br><br>STATUA<br>Anche non guardarla porta sfortuna.<br><br>IOKANAAN<br>Da lontano, come perla perfetta, si scorge la città di Dio. Vederla è incantevole, pare che un bimbo possa raggiungerla in un giorno d&#39;estate. Ma è diverso per me e per chi è come me.<br><br>STATUA<br>Non è solo pazzo: è anche ubriaco.<br><br>STATUA<br>Non parlare così, ci attirerai addosso qualche sventura.<br><br>STATUA<br>Un profeta dovrebbe parlarci del nostro futuro.<br><br>STATUA<br>E se non avessimo un futuro?<br><br>STATUA<br>Forse c’è, ma è soltanto banale.<br><br>STATUA<br>Salomè, danza per me.<br><br>SALOMÈ<br>Io non voglio danzare, tetrarca.<br><br>STATUA<br>Danza per me, Salomè.<br><br>SALOMÈ<br>Non ne ho voglia, tetrarca.<br><br>IOKANAAN<br>Tuttavia è qui che – se devo - prenderò lezioni d&#39;umiltà e lo farò con gioia, se i miei piedi sono sulla retta via e i miei occhi guardano alla porta santa, e ciò nonostante io debba cadere ancora molte volte nel fango e spesso smarrirmi nella nebbia.<br><br>MASCHERA<br>Il tetrarca pare allegro.<br><br>MASCHERA<br>No, ha un aspetto accigliato.<br><br>STATUA<br>Salomè, danza per me. Questa sera sono triste. Ho sentito un battere d’ali nell’aria, un battere d’ali gigantesche e così sono triste stasera. Allora danza per me, Salomè. Se danzerai per me, potrai chiedermi tutto ciò che vorrai e io te lo concederò.<br><br>SALOMÈ<br>Davvero? Mi concederai tutto ciò che vorrò, tetrarca?<br><br>STATUA<br>Sì, danza per me, Salomè. Sono allegro stasera. Io so guardare nelle fessure della vita: per questo sono contento. Nelle sue fessure la vita è veramente bella. Dunque danza per me, Salomè. Se danzerai per me, potrai chiedermi tutto ciò che vorrai e io te lo concederò.<br><br>SALOMÈ<br>Tutto ciò che vorrò?<br><br>STATUA<br>Fosse anche metà del mio regno.<br><br>SALOMÈ<br>Giura&#33;<br><br>STATUA<br>Lo giuro&#33;<br><br>SALOMÈ<br>Allora io danzerò per te, tetrarca.<br><br>IOKANAAN<br>Se, quando sarò libero, un mio amico sofferente m&#39;impedisse di partecipare al suo dolore, io ne sarei smisuratamente amareggiato. Se mi stimasse incapace e immeritevole di piangere con lui, mi infliggerebbe la mortificazione più cruenta; riterrei il suo rifiuto il modo più tremendo di avvilirmi.<br><br>MASCHERA<br>Sta per danzare.<br><br>MASCHERA<br>Sì, ecco: pochi istanti da attendere ancora...<br><br><i>(SALOMÈ danza)</i><br><br>STATUA<br>Ah sì, è stato bello. Io ho eiaculato mentre danzavi, Salomè, solo per la tua danza, senza neppure toccarmi. Ora manterrò la mia promessa...<br><br>SALOMÈ<br>Io voglio che la voce bella...<br><br>STATUA<br>Sì, dunque, vuoi tu che la voce bella...<br><br>SALOMÈ<br>...di Iokanaan...<br><br>STATUA<br>...di Iokanaan...<br><br>SALOMÈ<br>...vibri da oggi solo di silenzio.<br><br>STATUA<br>Ma ho già ordinato che parlasse.<br><br>SALOMÈ<br>Hai promesso, tetrarca.<br><br>STATUA<br>Non puoi chiedermi questo.<br><br>SALOMÈ<br>Tu hai giurato, tetrarca.<br><br>STATUA<br>Cambiare un ordine non è degno di un re, porta disgrazie.<br><br>SALOMÈ<br>Giurare il falso è molto peggio.<br><br>STATUA<br>Sii buona, Salomè...<br><br>SALOMÈ<br>Un ordine non vale un giuramento.<br><br>STATUA<br>Ti prego, Salomè...<br><br>SALOMÈ<br>Io ti chiedo che la dolce voce di Iokanaan frema da oggi soltanto di silenzio.<br><br><i>(silenzio attonito, sguardi e vento)</i><br><br>STATUA<br>Brava figlia mia: la bocca di un profeta che non ci predice il futuro è solo un’inutile bocca da sfamare.<br><br>STATUA<br>Sia fatto come chiede...<br><br>IOKANAAN<br>La società così com’è non avrà più alcun posto da offrirmi; ma la natura, le cui piogge sottili scendono teneramente sui giusti e sugli ingiusti, avrà nei suoi monti spiragli che mi offriranno riparo e valli inviolate nel silenzio delle quali potrò piangere senza distrazioni&#33; Le sue stelle appese alle pareti della notte guideranno senza inciampi il mio cammino nelle tenebre, e i suoi venti soffieranno sull’impronta dei miei passi, così che nessuno possa darmi una caccia mortale; la natura mi laverà nelle sue grandi acque e mi guarirà con le sue erbe amare.<br><br>STATUA<br>Sia fatto come chiede...<br><br><i>Iokanaan, che fin qui è stato nudo, si veste coi panni di Salomè e indossa la sua maschera e i suoi orecchini davanti a uno specchio.</i><br><br>SALOMÈ<br>Non hai voluto tacere per me, Iokanaan. Ebbene, ora lo farai. Io farò tacere la tua bocca: essa cadrà nel grande silenzio dell’universo come un frutto maturo si stacca dall’albero e precipita in terra. Io farò tacere la tua bocca, Iokanaan, la bocca di un profeta dalla voce dolce come il miele che nessuna parola, umana o divina, comprensibile o misteriosa, deve sporcare coi suoi significati. Sono umani i discorsi, Iokanaan, e divine le profezie, ma soltanto una voce meravigliosa come la tua può dire in silenzio parole che non esistono. Che non esistono e quindi sono, Iokanaan, come mai nessun uomo, come mai nessun dio. Per questo, io farò tacere la tua bocca.<br><br><i>Iokanaan fa cenno a se stesso di tacere, guardandosi riflesso nello specchio mentre indossa gli abiti di Salomè.</i><br><br>STATUA<br>Uccidete quella donna&#33;<br><br><i>(appaiono maschere e ombre)</i><br><br>STATUA<br>Uccidete quella donna&#33;<br><br><i>(appaiono maschere, ombre e rovine)</i><br><br>STATUA<br>Uccidete quella donna&#33;<br><br><i>(gocce di pianto cadono in un catino pieno d’acqua e in cielo vola l’ombra dell’angelo della morte)</i><br><br><i>Iokanaan apre l’acqua del lavabo. All’improvviso nella sua mano brilla la lama di un pugnale e si vedono sangue e acqua scorrere nello scarico.</i><br><br><b><i>FINE</i></b> <br><br>(Arte - Sceneggiatura)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Mon, 28 Jan 2008 20:25:07 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[FUGA DI MORTE di Paul Celan, di Marika Bortolami]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> Nero latte dell’alba lo beviamo la sera<br>lo beviamo al meriggio, al mattino, lo beviamo la notte<br>beviamo e beviamo<br>scaviamo una tomba nell’aria lì non si sta stretti<br><br>Nella casa c’è un uomo che gioca coi serpenti che scrive<br>che scrive in Germania la sera i tuoi capelli d’oro Margarete<br>lo scrive e va sulla soglia e brillano stelle e richiama i suoi mastini<br>e richiama i suoi ebrei uscite scavate una tomba nella terra<br>e comanda i suoi ebrei suonate che ora si balla<br><br>Nero latte dell’alba ti beviamo la notte<br>ti beviamo al mattino, al meriggio ti beviamo la sera<br>beviamo e beviamo<br>Nella casa c’è un uomo che gioca coi serpenti che scrive<br>che scrive in Germania la sera i tuoi capelli d’oro Margarete<br>i tuoi capelli di cenere Sulamith scaviamo una tomba nell’aria lì non si sta stretti<br><br>Egli urla forza voialtri dateci dentro scavate e voialtri cantate e suonate<br>egli estrae il ferro dalla cinghia lo agita i suoi occhi sono azzurri<br>vangate più a fondo voialtri e voialtri suonate che ancora si balli<br><br>Nero latte dell’alba ti beviamo la notte<br>ti beviamo al meriggio e al mattino ti beviamo la sera<br>beviamo e beviamo<br>nella casa c’è un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete<br>i tuoi capelli di cenere Sulamith egli gioca coi serpenti<br>egli urla suonate la morte suonate più dolce la morte è un maestro tedesco<br>egli urla violini suonate più tetri e poi salirete come fumo nell’aria<br>e poi avrete una tomba nelle nubi lì non si sta stretti<br><br>Nero latte dell’alba ti beviamo la notte<br>ti beviamo al meriggio la morte è un maestro tedesco<br>ti beviamo la sera e al mattino beviamo e beviamo<br>la morte è un maestro tedesco il suo occhio è azzurro<br>egli ti centra col piombo ti centra con mira perfetta<br>nella casa c’è un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete<br>egli aizza i suoi mastini su di noi ci dona una tomba nell’aria<br>egli gioca coi serpenti e sogna la morte è un maestro tedesco<br><br>i tuoi capelli d’oro Margarete<br>i tuoi capelli di cenere Sulamith<br><br><br><br><br><br><a href='http://it.wikipedia.org/wiki/Paul_Celan' target='_blank'>(Paul Celan - Wikipedia)</a> <br><br>(Risorse - Testi)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Mon, 28 Jan 2008 05:16:29 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[MORTE CIVILE DI UN ANARCHICO, di Andrea Rossetti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=34&tes=1198&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[Gramsci sottosopra]<br><br><br><br> Io odio i partigiani.<br>Partigianeria è pregiudizio, malafede, rinuncia alla critica, è vita comoda. Per questo odio i partigiani.<br>La partigianeria è la madre di tutti gli assassini e la santa patrona degli stupidi. È l’acquitrino nel quale annaspa l’onestà; è l’asino retorico che porta sulle sue spalle l’algida leggerezza del dogma e l’incantesimo che piega le schiene degli eccellenti solitari di fronte all’arroganza bofonchiante delle mandrie antropomorfe; è la religione secolare che crea l’alterigia degli dèi, unica giustificazione consolatoria dell’uomo che è libero solo di schierarsi, di combattere, da devoto, battaglie indiscutibili, irrinunciabili, irrevocabili,  di riempirsi l’anima con preghiere pubbliche scritte altrove da sacri profeti ignoti.  <br>La partigianeria è il motore della storia e dei suoi inganni. Costruisce miti di moralità e di progresso che rivestono come maschere carnascialesche i suoi quotidiani fallimenti e la miseria abominevole  delle sue millantate conquiste. E’ la superiorità morale a uso e consumo degli amorali, dei servi di tutte le ideologie, dei romantici patetici. E’ la lama che, per ordine del Nerone di turno, apre le vene dell’intelligenza prima che questa possa rendersi conto che una rivoluzione, per definizione, è un moto che torna sempre al punto di partenza. E’ l’amica migliore dell’utile idiota. <br>Quel che umilia ogni possibile esito che l’onestà e il travaglio del libero pensiero sono in grado di raggiungere è la pratica perversa della partigianeria che fa dell’altro individuo, dell’altra nazione, perfino dell’altra famiglia, altrettanti bersagli da abbattere. Davanti a un uomo libero ci sono uomini e donne, davanti al partigiano ci sono solo amici e nemici.<br>Le aberrazioni della storia sono il frutto dell’azione dei partigiani così come dell’inerzia degli indifferenti. I presenti e gli assenti della storia congiurano da sempre per escludere gli anarchici pensanti. Gli uni e gli altri si suddividono i compiti come farebbe il più accorto dei registi: i partigiani si massacrano tra loro in nome di contrapposte sicurezze mentre gli indifferenti, con la loro inoperosità beota, consentono di volta in volta alla consorteria partigiana vincitrice di dilagare, di imporre il proprio verbo, le proprie leggi, la gabbia nella quale hanno consentito che si serrasse la loro intelligenza. Le dittature sono tutte partigiane e i popoli che le subiscono sono tutti assenteisti.<br>Tutti odiano la libertà dell’anarchico, perché la libertà cerca sempre la verità - e disperatamente -  mentre la partigianeria presume di poter spacciare per verità un’ideologia, mentre l’indifferenza crede che la verità non meriti neppure la fatica della ricerca.  <br>Piccoli gruppi di partigiani determinano la storia e tutti, di volta in volta, giustificano la propria esistenza con la tirannia di altri partigiani da abbattere. I partigiani si combattono nel dinamico succedersi delle epoche ma sono tutti complici nel comporre la metafisica della storia in forma di circolo vizioso. Ogni partigiano è sostanzialmente partecipe dei delitti e dell’amoralità degli altri partigiani, anche di quelli che dice di combattere. <br>E’ l’ideologia che con la sua superbia materialistica uccide la serena umiltà spirituale del libero pensiero. Nessuna ideologia è innocente, nessuna, ebbra di molte giustificazioni di fatto, può avanzare una sola, coerente giustificazione di principio. Nessuna ideologia, nessuna partigianeria, pur millantando una natura etica e il primato morale della propria visione del mondo, è davvero in grado di sanare l’immoralità sostanzialmente imperturbabile di una sola coscienza.  <br>L’ineluttabilità delle partigianerie che sembra gravare sulla storia non è altro che un’illusione demagogica generata dall’ignoranza e dalla mancanza di un autentico coraggio anarchico di rivolta morale. Contro lo spirito e l’arroganza del gregge, dei gruppi organizzati, delle collettività, contro la tirannia del sociale e della coatta solidarietà pubblica, foglia di  fico di tutte le corruzioni e di tutti i parassiti, contro la legalizzazione e la politicizzazione del senso morale. <br>Odio i partigiani e coloro che prendono partito, che vestono una casacca e issano una bandiera, e so di dover essere crudele, di non dover sperperare il mio tempo con le loro chiacchiere moralistiche, col loro riempire le piazze come scimmie urlatrici, sento che la mia intelligenza può avere il coraggio della solitudine e il mio cuore lo slancio semplice della fraternità tra individui liberi e diversi. <br>Vivo pensando, sono un anarchico. E odio chi parteggia, odio i militanti di tutte le false giustizie. <br><br>(Arte - Narrativa)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Tue, 22 Jan 2008 21:51:53 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[grazie alla nebbia, di Stefano Caronia]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1197&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1197&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> imparare a leggere<br>l&#39;incedere e l&#39;arrivare della nebbia<br><br>la mia vita è allo sbando<br>nelle correnti ascensionali dell&#39;essere<br>una persona-processo<br><br>la nebbia<br>impedisce la visione<br>prematura dell&#39;oltre<br>il divenire sospende<br>la coscienza del trapasso<br><br>molecole senza fili<br>ignare della mia presenza<br>insabbiate<br>sepolte<br><br>velocità 70<br>coscienza inespressa<br>del tempo del mio perdono<br><br>assolto nell&#39;ombra<br>mi dispiego<br>senza ali<br><br>il prossimo passo del destino<br>non annunciato da squilli di tromba<br>(non per noi)<br><br>grazie alla nebbia io sopporto<br>mi guida una tensione interna<br>la memoria implicita automatizzata<br>si deposita in strati di stalattite<br>al ritmo di crescita di un cristallo<br><br>il destino violenta tardivo<br>chi non si riserva<br>di scegliere per tempo<br>chi non se ne ritiene in diritto<br>chi teme in se stesso l&#39;errore<br>e negli altri<br>l&#39;abbandono<br><br>il piacere come criterio di scelta<br>non rende liberi<br>la libertà rende schiavi<br>il consenso alla colpa non è sufficiente<br><br><br>21)1)2008 <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Stefano Caronia]]></author>
<pubDate>Tue, 22 Jan 2008 18:53:03 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[get well soon, di Marika Bortolami]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1196&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <br><br>bonjour finesse - rumore di tacchi sul corridoio-<br>la gente va a lavorare al mattino presto<br>ecco l&#39;uomo del martedì lava le scale<br>c&#39;è tutto un mondo che produce, esibisce, sortisce <br>strani effetti, cerca droghe, cerca appagamenti<br>i mariti sono in ostaggio dentro le tazze del caffelatte<br>tu costruisci ecomostri da farmi abbattere <br>automagicamente vuoti, automaticamente impenetrabili<br>dead man walkin&#39; -on his life of prayers-<br>aggredisci il mondo come un&#39;altalena,<br>equidistante da ogni proprio opposto<br>scrivimi dentro, scrivimi attorno, scrivimi addosso, scrivimi adesso<br>comunque sei altro, un fazzoletto di trini e pezzi<br>di tremiti di provenienza sconosciuta, piccoli animaletti seizampe muniti<br>che s&#39;affollano in sporgenze cave<br>e escono e prendono il controllo e hanno la cocciutaggine<br>di pretendere di occupare il mio spazio, il tuo spazio<br>tra album e flashback e tutte queste immagini<br>-you&#39;re my mushroom magic called hug-<br><br>*<br><br>pic1: disegno di ragazzina con -già- il seno cadente, un sorriso che non si spegne<br>nonostante tutto, ha un corpo, tu hai tutti questi corpi da esibire<br>i capelli si sciolgono sulle spalle, coprendo ali tatuate a tutta schiena<br>sovrappone i segnali di stop e le sirene<br>chiamate in tutta fretta. c&#39;è qualcuno da salvare <br>-da se stesso, preferibilmente-<br><br>pic2: un divano e due che si sovrappongono in parti uguali<br>in gambe e braccia proporzionatamente lunghe<br>e occhi azzurri e poi basta -be my angel-<br>erano una composizione che riluceva e rami di alberi <br>e due soggetti che tendevano all&#39;infinito, unificandosi,<br>due punti cardinali che convergevano in un unico baricentro<br>lei porgeva il posacenere semipieno e lui la guardava dal basso, <br>sbuffando fumo, erano completi, attorcigliati nei muscoli cardiaci,<br>e lei sorrideva e gli accarezzava i capelli  <br>nella didascalia sotto lui aveva scritto &quot;tu profumi di buono&quot;<br><br>pic3: -closeup- pagina di un libro aperto, bordi blu con copertina<br>fermo da quattro mesi -367, ottobre &#39;80-<br>&quot;Una strana vita che t&#39;inghiotte. Come un pantano.&quot;<br>Tarkovskij nella pagina accanto sorride con il figlio, la campagna russa<br>e il cane e gli alberi in fiore - la matita diventa argine e diga e oltre<br>c&#39;è un baratro invisibile, una fortificazione ingestibile<br>spartizione tra quel che si può fare e quel che non si vuole<br><br>*<br><br>scappa dove vuoi, corri da chi vuoi, fissa fino in fondo<br>fino al fondo dell&#39;ultimo bicchiere<br>sei sempre il mio capogiro <br><br><br><br> <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Mon, 21 Jan 2008 02:03:54 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[MAGNIFICO RETTORE, LE RESTITUISCO LA MIA LAUREA, di Andrea Rossetti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=28&tes=1194&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> Se in questo momento mi trovassi a Roma restituirei di sicuro la laurea conseguita anni or sono, e con un curriculum di studi che, a onor del vero, poco si sposa con la mandria di lobotomizzati  sinistrorsi che ho visto bivaccare in questi giorni nella mia sventurata Facoltà di Lettere e Filosofia, in quello che fu tra gli atenei più importanti d’Europa.<br>I deprimenti avvenimenti seguiti all’invito del Rettore a Benedetto XVI, mi spingono a fare alcune considerazioni, la prima delle quali non può che riguardare una circostanza di eclatante spudoratezza: siamo di fronte al ricatto violento e in taluni casi barricadiero di un’esigua minoranza di docenti e di studenti che, come al solito, ritenendosi depositari del verbo democratico, presumono che democrazia sia far fare agli altri ciò che vogliono loro. <br>In secondo luogo, coloro che si sono opposti alla visita di Ratzinger – mi riferisco qui ai membri del corpo docente e di sicuro non a quella schiera di villini per cimici e pulci che alcuni impavidi fideisti chiamano ancora  studenti – hanno dichiarato di farlo in considerazione della particolare sede - una cerimonia, quella dell’inaugurazione dell’anno accademico, che deve rendere esplicito l’indirizzo didattico dell’ateneo – e non con intenti di censura ideologica preventiva. Ora, pur volendo dare credito alla passione di costoro per i simbolismi cerimoniali, la spiegazione regge poco e disonora alquanto simili alati intelletti. E’ ben difficilmente sostenibile, infatti, che la presenza del Papa potesse coincidere in sostanza con una delega in suo favore circa le direttive didattiche dell’ateneo romano. Chi affermasse una cosa simile credendoci davvero si farebbe ridere dietro: utilizzare cavilli come quello dell’opportunità o della particolarità della circostanza nel contesto della liturgia accademica risulta quindi tanto utile a questi scienziati per l’occasione trasmutati in azzeccagarbugli quanto poco credibile e ozioso.<br>Il vero problema è invece il solito: la laicità della cultura intesa malamente come estromissione coatta della sfera religiosa nonché come ideologia militante di una parte. La laicità della cultura – che non è affatto sovrapponibile al concetto di “irreligiosità” della cultura medesima, ovvero a quello di “cultura laica” - è invece la sua capacità di comprendere e di costituirsi come terreno di confronto interdisciplinare e interculturale. <b>I 67 chiarissimi della “Sapienza” confondono, piuttosto pedestremente in verità, la laicità come condizione generale della cultura con la laicità come attributo particolare della medesima.</b> In altre parole, scambiano la laicità della cultura con la cultura laica. A rischio di generare in questi cicisbei di Pallade Atena un irresolubile conflitto neurosinaptico è infatti necessario ricordare che se l’università pubblica (ma non solo) dev’essere irrinunciabilmente fondata sulla laicità della cultura, essa non dev’essere affatto l’officina partigiana di una cultura laica. <br>Mi rendo conto, però, che simili concetti risultino indigesti a chi, come un certo palindromo falcemartellante (ma di altri casi del genere ce ne sono a iosa), ha per decenni imbarbarito gli studi  di italianistica dell’ateneo romano con la sua militanza politica. Mi chiedo come possa sfuggire a cotanta genialità che l’inquinamento ideologico di matrice gramsciana è a rigore un attentato alla laicità della cultura tanto quanto le forzature confessionali di natura religiosa. Tant’è, pare che sfugga.<br>L’università, in quanto luogo di confronto e di ricerca della verità, richiede a tutti, proprio in nome della laicità della cultura (e non della cultura laica che è, appunto, affare di parte, dei laici o, meglio, come direbbero gli americani, dei <i>secularists</i>), l’angosciosa pratica del dubbio virtuoso che non cancella né la fede religiosa né l’ideologia, ma sottrae loro quella rigidità che le rende a priori poco disponibili a farsi oggetto di dibattito, di scambio, d’indagine.<br>Concludo con una breve chiosa a una frase di Carlo Bernardini, ex docente di metodi matematici e tra gli ispiratori dei 67 chiarissimi rivoltosi, riportata dal <i>“Corriere della sera”</i>. Dice testualmente il professore: “Non era il caso di inaugurare l&#39;anno accademico con un&#39;autorità religiosa, perché come filosofo un credente è un po&#39; fiacchetto”. Ebbene, medium, esorcisti, maghi, Roberti Giacobbi e affini, urge che qualcuno avvisi immediatamente Pascal, Leibniz, Kierkegaard e Kant ovunque si trovino: come filosofi – ahiloro – furono fiacchetti. L’ha detto Carlo e Carlo è docente onorario. <br><br>(Teorie - Filosofia &amp; scienze umane)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Thu, 17 Jan 2008 12:06:01 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[I CADAVERI DEGLI INSERZIONISTI, di Alessandro Ansuini]]></title>
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<description><![CDATA[[da &quot;Eudemonia&quot;]<br><br><br><br> “I only stick with you<br>because there are no others”<br>Radiohead<br><br>Canto I<br>(Del disincanto)<br><br>Per gli insignificanti corpicini<br>che cadono ieratici a suolo<br>Per le tue ballerine e i gomiti<br>Maldestri che cozzano nella notte<br>Contro fronti che si trovano<br>In sospensioni d’ombra impreviste<br>Per le esecuzioni parziali per l’uomo<br>Che voleva vendermi 4 Dalì<br>In piccolo formato 10 euro, perdo<br>Tutti gli occhiali da sole un guanto alla<br>Volta lo perdo lo lascio in un bar, e così<br>Le sciarpe e tutta la mia serenità<br>Accade sempre qualcosa<br>Ma poi torna a posto<br>La schiena si torce alla sedia<br>E feroce<br>La educa e seduce.<br><br>Canto II<br>(Della volontà)<br><br>Sayonara<br>Nessuno ha visto niente<br>Erano tutti a guardare la partita a sistemare<br>Un termosifone<br>Tutti i vecchi e i bambini sono ingannati<br>Gli altri ingannano<br>Ventuno secoli di parole una sopra all’altra<br>Non sono servite a portarci<br>al barattolo della marmellata<br>Volontariamente non m’accade nulla<br>Il resto lo impongo, come dire<br>Oralmente<br>D’altronde non esiste verità<br>Che non può esser detta e una cosa<br>Per accadere ha bisogno proprio di questo.<br><br>Quando tutti radunati in massa intonano<br>Sia fatta la tua volontà<br>Stanno parlando con te.<br><br>Canto III<br>(Delle mansioni)<br><br>Non perdermi nemmeno per un secondo<br>Una fotografia che ti avviene<br>È una fotografia che accade<br>L’avventura è in questa pioggerella<br>Di tacchi sotto al balcone<br>In quella che scende alla fermata successiva<br>Dopo averti respirato vicinissima<br>Dove stanno andando tutti quanti?<br><br>Pare che abbiano urgenza di raggiungere qualcosa<br>Che sta già cercando qualche altra cosa.<br><br>Una sovrastruttura, in gergo edilizio<br>È qualcosa che metti per avverare i tuoi desideri.<br>Se pensi a cosa produci, o a quanto ti sprechi<br>Ti affondi dentro e non ti trovi più,<br>allora ti danno qualcosa da premere, qualcosa<br>da toccare, qualcosa da controllare,<br>tutte spintarelle d’eternità fasulle<br>come gettare una moneta in un abisso.<br><br>Canto IV<br>(Della circostanza)<br><br>Le correzioni e le farfalle<br>Appoggiate ai vetri delle finestre<br>Ciò che proviamo non è necessariamente<br>Quello che significa, i tassisti<br>Sono persone tranquille, la tua bruttissima<br>Poesia ha emozionato un cinquantenne chi<br>Ha paura delle metamorfosi?<br><br>Il 21esimo secolo sarà celebrato<br>Per essere la pietanza che cosse<br>Sul fuoco – verso indistinto<br>Di una tosse nervosa.<br><br>Chi ci ha anticipato soccorreva<br>Gli stessi bisogni, “La latrina<br>È una.” disse un uomo<br>Con un tono di voce molto severo<br>Di chi è parte della tragedia in corso.<br><br>Qualcosa come 200 anni fa.<br><br>E tutti quanti<br>Ci dirigemmo verso l’acqua.<br><br>Lo stiamo ancora facendo.<br><br>Canto V<br>(Dell’amore)<br><br>Proprio questa notte disse<br>Senza margine d’orrore<br>Lei le sue scarpe avevano le punte<br>Io avevo appena acquistato<br>Dodici armi sottilissime che vendevo<br>Dopo averle attaccate ai muri<br>Proprio questa notte disse lei<br>Che interpretava entrambi con un unico<br>Cuore perché questo fanno le donne<br>Si riproducono, anche quando<br>Non ti contengono<br>Ma ti sono solo attorno<br>Non c’era nessun margine il verso<br>Non si esauriva si sarebbero<br>Potute fissare ragazzine con la stessa<br>Intensità con cui si guarda un tramonto<br>Senza il bisogno di toccarlo e io e lei<br>Proprio quella notte saremmo stati<br>Certi, la nostra condizione di uovo<br>Avrebbe formato il terzo a noi<br>Ciò che componevamo da tempo<br>Con la bocca spalancata dei cani.<br><br>Le stelle ballano tutto il tempo<br>E non hanno nemmeno le mani. <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Thu, 10 Jan 2008 01:26:31 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Bite, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=1187&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> models:  Elisa + Nadja <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Thu, 10 Jan 2008 01:20:28 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[e chi altri dovevo essere?, di Marika Bortolami]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=1182&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> ... <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Wed, 19 Dec 2007 12:51:06 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[&quot;Buonanotte Signor Lenin&quot; di Tiziano Terzani, di Andrea Accorsi]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> BUONANOTTE SIGNOR LENIN di Tiziano Terzani<br>                                        ( TEA edizioni)<br><br><br>Mi ha favorevolmente  colpito, recentemente, un libro di Tiziano Terzani, l’antipatico scrittore toscano divenuto famoso per i suoi viaggi all’interno delle società e delle varie  geografie asiatiche (già defunto nel 2004).<br>Il libro s’intitola “Buonanotte Signor Lenin” edito dalla curiosa casa editrice “minore” TEA che narra le vicende in prima persona dello stesso Terzani nel corso di un viaggio che il giornalista ha intrapreso per puro piacere ma che, necessariamente diverrà lavorativo, a partire dagli angoli più remoti della Terribile Siberia, la terra che dorme, passando nelle sinistre città di quello che si usava chiamar Turkstan (compresa Samarcanda), fino alla capitale ; Mosca.<br>Siamo nell’estate del golpe “anti-perestrojka” dell’agosto del 1991, con tutto quello che un simile tragitto comporta, il volere arrivare a Mosca a tutti costi e comunque non poter fare a meno di gustarsi le città nel mezzo.<br>E’ molto complesso spiegare le ragioni della piacevolezza di questo libro: tantissimi sono gli spunti di storia e di attualità politica. Non solo una certa riflessione sul potere e sulla sua capacità di sopravvivenza a se stesso, la vampiresca metamorfosi d’un concetto in presa diretta e viva. Non solo questo profondo sospiro dei meccanismi burocratici della struttura stessa d’una società, ma anche la descrizione accurata attraverso interviste vere e foto vere dei primi vagiti d’un nazionalismo islamico; a volte naturale e millenario, altre manipolato e veicolato dal  potere stesso, che sarà decisivo poi con la fine del Novecento e con gli inizi del duemila. Terzani indaga la recrudescenza di certi islamismi del tutto tribali che rinascono, che rivedono luce, dopo la “noiosa” colata di cemento armato comunista, ma che sono presenti fin da tempi antichissimi in certe zone dell’Asia particolarmente sensibili a una  teocrazia ancestrale, una religione formata da clan e da famiglie, ma anche da scuole di traduzione, da edifici di preghiera e da tutta una serie di vecchie abitudini.<br>Sono i giorni dell’Impero che crolla, delle Statue di Lenin che vengono abbattute, degli Hotel Intourist dove fa capolino tutta una nuova fauna sociale e dei comunicati radio alla camomilla. Sono anche i giorni di un viaggio bellissimo: paesaggi e genti selvatiche, amicizie casuali nutrite da piccoli favori pratici e antipatie istintive colme di sberleffo e senso di caricatura.<br>Molto piacevole come lettura se si considera il fatto che l’intero reportage è narrato sotto forma di diario di viaggio, in cui appunto Terzani riesce felicemente a coniugare le passioni e i gusti e i piaceri personali con le riflessioni acute e assai lucide di ordine politico e economico e. sociale, ma come uno disimpegnatamene curioso o curiosamente disimpegnato, mai banale né didascalico.<br>D’altro canto resta indelebile la sensazione di un regime totalitario e di una forma di governo che è implosa e della quale non resta che buttar via le ceneri.<br>Ceneri umane, certo, nella fatale e disincantata descrizione di una fisiognomica della rassegnazione tout court. E nella spietata caricatura di una governance del tutto arroccata su burocrazie ammuffite e inutili.<br>Tutto questo, in “Buonanotte Signor Lenin” di Terzani, una bella scoperta, tutto sommato.<br><br><br> <br><br>(Risorse - Bibliografia)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Accorsi]]></author>
<pubDate>Wed, 05 Dec 2007 01:16:15 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[La più lucente corona d&#39;angeli in cielo, di Ferdinando Pastori]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=17&tes=1140&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <br><br>Nato New York nel 1961 per poi trascorrere gran parte della sua infanzia nel Connecticut, Rick Moody è sicuramente uno fra gli scrittori dotati di maggior talento  nel pur ampio panorama letterario americano. Il Washington Times lo ha definito come <i>“…quel particolare tipo di scrittore che sa fondere il rock’n’roll, Star Trek e Derrida in uno stesso racconto senza sembrare forzato”</i>.<br>Il suo successo fu consacrato proprio con l’uscita nel 1995 di una raccolta di racconti che conteneva il romanzo breve “The Brightest Ring of Angels around Heaven”, pubblicato in seguito in Italia dalla Minimum Fax con il titolo “La più lucente corona d&#39;angeli in cielo”. <br>La vicenda si svolge interamente nell’East Village, quartiere simbolo di bellezza e perdizione degli anni ottanta, e racconta in modo spietato e privo di compassione la faccia nascosta e dannata di una America che fa fatica a ritrovarsi nel “sogno “ che da sempre l’accompagna. Storie dove i personaggi si sfiorano senza incontrarsi, dove l’eroina, la solitudine, la  discriminazione e il disagio sociale sono i compagni di un viaggio che dovrebbe portare all’autodistruzione. All’annullamento di se stessi per dimenticare le occasioni sprecate, per vincere la noia o solo per lanciare un grido che finalmente qualcuno sia in grado di ascoltare. <br>I protagonisti si muovono come automi intorno al “Rudere”, un ex macello trasformato in locale sadomaso e frequentato da un campionario di perdenti che non dimentica nessuna categoria…prostitute, travestiti e transessuali, spacciatori e spogliarelliste da peep show uniti solo dal caso (<i>“…sai quanto conta il caso in queste decisioni, le decisioni su dove si va a vivere” </i>) e dal desiderio di trovare il modo più veloce per accelerare l’inevitabile discesa verso l’inferno. <br>Un romanzo che nonostante l’apparente sensazione di distacco e freddezza si rivela poetico e struggente, condotto con un ritmo deciso e incalzante e uno stile che si avvicina alla perfezione e che, come afferma Tommaso Pincio nella bellissima postfazione, <i>“…sembra scritto quasi in trance. Uno di quei felici apici che è possibile raggiungere una volta o due in tutta la vita, se si è fortunati. Ma molto fortunati”</i>.<br><br>“…<i>l’Upper East Side ha una sua solitudine, un suo isolamento, le sue occasioni perdute, le sue famiglie allo sfascio, i suoi omicidi e la sua droga e i suoi adulteri e la sua omosessualità, certo, però tutto questo è attutito. La desolazione scorre fuori dall’Upper East Side, trasportata da qualche fiume del caso, galleggia abbandonata come un sacchetto di plastica buttato via, finché non approda da qualche parte</i>”.<br><br>Rick Moody<br>La più lucente corona d&#39;angeli in cielo, 101 pagg<br>Minimum Fax (Collana “Sotterranei”)<br> <br><br>(Risorse - Bibliografia)]]></description>
<author><![CDATA[Ferdinando Pastori]]></author>
<pubDate>Sun, 11 Nov 2007 21:38:39 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[_ asimmetrica _, di Stefano Caronia]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1139&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> Incanto<br>Maledizione  e noia<br>Non è nulla, non è nulla<br>Se smarrisco il senso<br>Non è importante<br>La chiave è<br>Quanto non riesci ad accettare<br>Delle conseguenze<br>Dell’esistere<br>Quanti angoli di lamiere piegati storti<br>In luogo di una perfezione cristallina<br>Quanti arti deformi lasciano impronte<br>Disarmoniche<br>Quanto di questo continua a<br>Danneggiare<br>E genera ancora angolazioni errate<br>Come crescono cristalli abnormi <br>Attorno a un granello di polvere<br>Asimmetrica<br>Sbagliata<br>Quanto riesci ad accettare questo<br>Quando riesci ad amare<br>In questo vedere la vita<br>E non il suo tradimento<br>In questo è la chiave<br>e nella perfezione sta<br>il tradimento.<br><br>5/6/2007<br> <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Stefano Caronia]]></author>
<pubDate>Sun, 11 Nov 2007 18:17:13 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[DON GIOVANNI, di Andrea Rossetti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=38&tes=1123&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[un&#39;ouverture, due movimenti, un finale]<br><br><br><br> <span style='color:purple'><span style='font-size:14pt;line-height:100%'><b>DON GIOVANNI</b></span></span><br><br><i>o il libertino disincarnato e la fine della commedia</i><br><br><img src='http://www.teatroverdi-trieste.com/verdi2007/00.StagioneLirica0607/6.DonGiovanni/Images/Illustrazioni1a.jpg' border='0' alt='user posted image' /><br><br>Balocco capriccioso - fu Barocco e libertino - in <i>&quot;lettura di scena&quot;</i> oppure ovvero fonologia sinfonica di un’ouverture, due movimenti e chiusa, per atto-R giovan-E S-concertante, d&#39;arie borioso e assai recit<i>attivo</i>, compagni di ventura e quinta giusta (e quindi fissa).<br><br><i>Personaggi:</i><br><br>Don Giovanni<br>Anna<br>Elvira<br>Zerlina<br>Don Ottavio<br>Il Commendatore<br>Leporello seduto tra il pubblico in platea vestito da gangster<br>Masetto<br>L’Amore<br>La Morte<br>Coro fuori scena<br><br><i>La scena è divisa in tre sezioni: in profondità un muro scende dalla quinta verso la platea dividendo lo spazio in due parti, l’ una, alla destra del pubblico, priva di ulteriori spartizioni e con una sola finestra sullo sfondo, aperta sul paesaggio bucolico della “Tempesta” del Giorgione, l’altra, alla sinistra del pubblico, attraversata in lunghezza da un velo trasparente che lascia scorgere al di là la figura di Don Giovanni, in piedi dietro al leggio e illuminato da un solo sagomatore. Il pavimento, leggermente inclinato, ricorda una scacchiera, con grandi quadrati bianchi e neri. La camera di destra funge da scena per gli attori. L’Amore e la Morte siedono a una scrivania nella camera di sinistra al di qua del velo: la seconda scrive, il primo legge, i loro gesti sono sempre illuminati da una lampada da tavolo.</i><br><br><br><i><b>OUVERTURE</b></i><br><br>CORO <i>(canta da Orlando di Lasso)</i>:<br><br>Bonjour, mon coeur, <br>bonjour, ma douce vie, <br>bonjour, mon oeil, <br>bonjour, ma chère amie&#33; <br>Hé&#33; Bonjour, ma toute belle, <br>ma mignardise. <br>Bonjour, mes délices, mon amour, <br>mon doux printemps, ma douce fleur nouvelle. <br>Mon doux plaisir, ma douce colombelle, <br>mon passereau, ma gentille tourterelle&#33; <br>Bonjour, ma douce rebelle. <br><br><i>Si accende la luce nella camera velata che ospita Don Giovanni</i><br><br>DON GIOVANNI:<br><br>Forse da vecchi si teme <br>la morte siccome da infanti <br>si trema del buio.<br>Allora però fra le trame<br>di tenebra fitta non ci<br>sono che nidi di sogni,<br>immacolati o impuri,<br>ma sogni…Ché nulla<br>mai grava sul cuore dell’uomo<br>al pari di un sogno: la vita<br>letteralmente soffoca di sogni <br>e il buio li accoglie, dà loro<br>vita, indistintamente, come in un <br>carnevale feroce, rutilante<br>di ghigni osceni, d’immense,<br>infinite ali nere, di torve<br>effigi. Di giorno<br>no, i sogni di giorno non hanno<br>vigore al cospetto dei sensi<br>e della ragione, così<br>che mostrano facce gentili,<br>infine ammansiti, i dannati&#33;<br>La morte è il peggiore tra i sogni: <br>rimane lontana abbastanza<br>da noi per l’intera esistenza <br>sicché il solo modo che abbiamo<br>di esorcizzarla è<br>non pensarla, sebbene non cessi<br>di fissarci negli occhi da quel <br>suo rifugio perfetto. Poi quando <br>di avanzare decide, lo fa<br>col favore del buio ed udire <br>cupo possiamo soltanto <br>il rintocco qua e là dei suoi passi <br>sparsi, mentre inutilmente<br>sborsiamo l’affanno finale<br>nel futile sforzo ed estremo<br>di rincasare. L’uomo <br>per sua natura deve <br>temere i sogni e la morte. Ma poi<br>perché questo terrore<br>fatale che rende ogni vita<br>ugualmente bambini ogni volta<br>i vecchi? Ciò che non abbiamo<br>ci fa inorridire&#33; La vita<br>è un insaziato, immane desiderio <br>che i sensi e la ragione si<br>spartiscono equamente: i desideri<br>stanno, da fragili, farfalle dell’oriente, <br>di screziature regali, sulla grigia <br>soglia di sempre della loro<br>finale lacerazione. <br>Essi allora si fanno banali<br>come fatti qualsiasi o deformi<br>come sogni. Da bimbi si sogna<br>molto perché non si sa <br>desiderare ancora, poi però <br>ci si abitua, educati, ti fanno<br>responsabili e saggi, maturi,<br>i concubini fiacchi della noia.<br>E’ questa l’età nella quale<br>i sogni chiamiamo dolori.<br>Ma un desiderio solo <br>nessuna saggezza e dottrina <br>riesce ad ammansire: quello<br>della sopravvivenza eterna che, da vecchi, <br>ci assilla dinanzi alla vista<br>penosa dei nostri disfatti<br>volti, e nel senso assoluto<br>di un’insolubile stanchezza. <br>Intorno un avaro silenzio<br>agghiaccia vuoto, perché<br>prostituta è la morte ma che<br>si accoppia con uno soltanto<br>per volta, mai paga<br>di macabro amore e millenni<br>di tedio assassino.<br>Com’è faticoso finire,<br>sapendolo, eppure la morte <br>non è che il sogno di una vita eterna,<br>solenne nel vuoto lasciato<br>guasto dall’ultimo fumo<br>di un desiderio già dimenticato.<br>Ma io, <br>che non ho mai sognato,<br>ora, al dunque, non posso<br>nemmeno morire:<br>liberatemi almeno, vi prego,<br>dalla mia libertà…<br><br>L’AMORE:<br><br>Magari&#33; Guardatemi dunque:<br>giorno e notte a sfacchinare,<br>sopportando pioggia e vento,<br>sonno poco e cibo scarso…<br><br><i>(indica la Morte con un cenno)</i><br><br>…per non essere apprezzato&#33;<br>Se Dio fosse un gentiluomo<br>non mi avrebbe servitore<br>fatto di questa sorella&#33;<br><br><i>Cala la luce</i><br><br><i><b>PRIMO MOVIMENTO</b></i><br><br><i><b>Scena prima</b></i><br><br>CORO <i>(canta da Orlando di Lasso)</i>:<br><br>Hé, faudra-t-il que quelqu&#39;un me reproche,<br>Que j&#39;ai vers toi le cœur plus dur que roche,<br>De t&#39;avoir laissée, maîtresse,<br>Pour aller suivre le Roi,<br>Mendiant je ne sais quoi,<br>Que le vulgaire appelle une largesse ?<br>Plutôt périsse honneur, court et richesse,<br>Que pour les biens jamais je te relaisse,<br>Ma douce et belle déesse.<br><br><i>S’illumina la camera di destra e Anna entra in scena agitata</i><br><br>ANNA:<br><br>Dove sta? Nessuno speri<br>che lo lasci andare via&#33;<br><br>LEPORELLO <i>(parla sempre seduto in platea, con tono intimidatorio e cadenza partenopea)</i>:<br><br>E’ arrivata&#33; Don Giovanni<br>parla d’altro questa sera:<br>non facciamo baccagliate,<br>nessun pianto di sedotte,<br>niente donne abbandonate&#33;<br><br>ANNA:<br><br>No, che non mi spaventate<br>Leporello: gente, aiuto&#33;<br>Qui tradiscono il teatro&#33;<br><br>LEPORELLO:<br><br>E finiscila&#33; Silenzio&#33;<br>Don Giovanni continuate…<br><br><i>Entra in scena il Commendatore</i><br><br>COMMENDATORE:<br><br>Prepotenti&#33; E così mentre<br>voi parlate d’altro, noi<br>stiamo qui, disoccupati?<br>Io vi sfido, Don Giovanni&#33;<br><br>LEPORELLO:<br><br>Ma non siete mai contento&#33;<br>Voi che qui, solitamente,<br>fate una gran brutta fine,<br>questa sera non morite…<br><br>COMMENDATORE:<br><br>Meglio morto che ignorato&#33;<br>Che vergogna: il cuore cede…<br><br><i>Il Commendatore si accascia al suolo colpito da infarto</i><br><br>LEPORELLO <i>(laconico)</i>:<br><br>Ho parlato troppo presto:<br>muore per partito preso…<br><br><i>Cala la luce</i><br><br><i><b>Scena seconda</b></i><br><br><i>S’illumina la camera di sinistra</i><br><br>DON GIOVANNI:<br><br>Nel giorno che precede una corrida,<br>tempo grave di morte e di splendore,<br>Siviglia è una città contemplativa,<br>assorta alle promesse del suo seno<br>fertile e antico. Le sue strade torte<br>scorrono dolcemente verso un fondo<br>inesauribile mentre, trepidanti <br>di sole, raccolgono nel ventre <br>loro di pietra dorata l’apprensione <br>arcana in cui la festa<br>e la preghiera si negano la voce<br>l’una con l’altra e restano sospese,<br>insieme sospirando dai balconi<br>panciuti, graziosi di corolle.<br>Vagare per questa<br>grave città d’Andalusia,<br>estremo centro dell’ultima frontiera<br>che sembra soltanto <br>volere custodire l’immortale<br>costume d’essere tale,<br>è come sprofondare nelle maglie<br>irte della veglia dopo<br>un rapido sopore vespertino:<br>insinuanti resti del riposo<br>fugato resistono nel nostro,<br>al nostro ritorno alla coscienza<br>e ci lasciano, confusi, appena un poco<br>incerti ad ammirare intorno il mondo<br>tra le rovine dei sogni poco prima<br>falliti. Camminando<br>attraverso Siviglia ho sempre avuto<br>la sensazione anch’io di scivolare<br>all’infinito via verso un profondo<br>lontano, di potere<br>correre con la stessa tenerezza<br>che i passi rallenta lungo un erto<br>sentiero di montagna, liberato<br>dai comuni doveri e dagli uffici<br>dell’esserci, volutamente dominato<br>dai richiami della curiosità, smussati<br>a loro volta dalla frivolezza. <br><br><i>Cala la luce</i><br><br><i><b>Scena terza</b></i><br><br><i>S’illumina la camera di destra</i><br><br>ANNA:<br><br>Che disastro&#33; Il nostro attore<br>pare morto veramente&#33;<br><br><i>La Morte smette per un istante di scrivere e ridacchia mentre accorre Don Ottavio</i><br><br>OTTAVIO:<br><br>Sei sicura che non finga?<br><br>ANNA:<br><br>Non lo vedi? L’occhio è spento&#33;<br>Che impressione&#33; Perdo i sensi…(<i>sviene</i>)<br><br>OTTAVIO <i>(sorreggendola)</i>:<br><br>Fatti forza, amica dolce,<br>abbandonati al mio abbraccio…<br><br>LEPORELLO <i>(cinico)</i>:<br><br>…Il buono trapassa, <br>la bella s’accascia, <br>e il brutto smanaccia…<br><br>ANNA:<br><br>Tu ci devi vendicare&#33;<br>Ci hanno tutti liquidati:<br>compagnia, commedia e morto,<br>salvi sono solamente<br>Don Giovanni e Leporello<br>con quei due nuovi arrivati…<br><br>OTTAVIO:<br><br>Te lo giuro sul tuo culo&#33;<br><br>LEPORELLO:<br><br>Buona scusa per toccare…<br><br><i>Escono</i><br><br><i>Cala la luce</i><br><br><i><b>Scena quarta</b></i><br><br><i>S’illumina la camera di sinistra</i><br><br>DON GIOVANNI:<br> <br>Eccomi un anno dopo nuovamente<br>qui, assorto in ascolto dell’acqua,<br>del canto austero del fiume,<br>fiero di un’unica nota <br>sottile, tenuta sull’arrivo <br>intermittente di vaste risonanze <br>saline, che l’estro dei viandanti<br>distratti sa come ricomporre<br>e poi disfare, in pulsazioni ed onde<br>tra mare e cuore, sangue caldo<br>ed acqua fredda. Sono qui, forato <br>dunque nel costato, il giorno avanti<br>del convegno con lei: dal primo un anno<br>è già passato e ancora nel segreto,<br>solito chiasso solitario, quando<br>l’umanità, durante la corrida, <br>si trova altrove, noi ci rivedremo.<br>Al vicolo si accede discendendo<br>tre ripidi scalini che d’un tratto<br>sbucano, quasi sempre trascurati<br>da chi non vive nelle tre dimore<br>che mute ci guardano dal cieco<br>minimo grembo di questo budello.<br>Screpolata e verdastra, riconosco<br>la piccola fontana sulla quale<br>è ancora scritto in rosso <i>“quiero<br>que tù no me olvides”</i>; riconosco<br>l’onda improvvisa di frescura e l’orlo<br>di cielo chiaro ritagliato in alto<br>dai contorni dei tetti; riconosco<br>la consistenza scabra della terra<br>sotto le scarpe mie. Là in alto, in cima<br>all’ultimo piano della casa<br>gialla, scandita pigramente in tre<br>piani da larghe campiture bianche,<br>c’è il piccolo alloggio di Rosita,<br>che non conosco ancora e mi commuove<br>solo col suo discreto sovrastare<br>la mia piccola vita. Le finestre<br>sono serrate ma con qualche affanno<br>posso vedere sprazzi del colore<br>delle tende leggere. Per domani<br>è il nostro appuntamento – se non sbaglio –<br>accanto alla fontana, in questo vago<br>anfratto cittadino, che sarà<br>riposto più di adesso ed ignorato<br>per la corrida. Ancora un giorno intero&#33;<br><br><i>Cala la luce</i><br><br><i><b>Scena quinta</b></i> <br><br><i>S’illumina la camera di destra ed entra in scena Elvira che cerca Don Giovanni</i><br><br>ELVIRA:<br><br>Dove sei, perfido serpe, <br>che nemmeno insieme a me<br>che ti ho dato sempre tutto <br>- dico tutto - vuoi più fare <br>la commedia in cartellone?<br><br>LEPORELLO:<br><br>Donna casta, il ciel l’aiuta…<br><br>ELVIRA:<br><br>Senza di lui non sono,<br>senza di lui non siamo:<br>con che diritto dopo<br>averci illusi tutti<br>mi fa disoccupata?<br><br>LEPORELLO:<br><br>Casta nonché altruista…<br><br>ELVIRA:<br><br>…Volevo dire sconsolata,<br>attrice senza paga…<br><br>LEPORELLO:<br><br>…e assai sentimentale…<br>E’ giunto il tempo<br>per voi di traslocare…<br><br>ELVIRA:<br><br>Mi mettete voi alla porta<br>Leporello? Guitto brutto<br>poco adatto ai dolci abbracci<br>di un’attrice come me:<br>che cos’è, vi vendicate<br>dando calci in vece d’altri?<br><br>LEPORELLO:<br><br>Donna Elvira, Don Giovanni<br>non vi merita davvero…<br><br>ELVIRA:<br><br>Non blanditemi&#33; Pensate<br>di salvarvi con la lagna?<br><br>LEPORELLO:<br><br>Ma lasciatemi finire&#33;<br>…non vi merita davvero<br>lui nemmeno come cagna&#33;<br><br>ELVIRA <i>(esageratamente scandalizzata)</i>:<br><br>Che villano&#33; Me ne vado&#33;<br><br>LEPORELLO:<br><br>Ha capito finalmente…<br><br><i>Elvira rimane in scena ed entrano Zerlina e Masetto</i><br><br>ZERLINA:<br><br>Se non c’è più la commedia<br>non ti devo alcun rispetto:<br>sciocco, infine posso odiarti&#33;<br><br>MASETTO:<br><br>…non dovremo più sposarci&#33;<br>Oh, che gioia, che bellezza&#33;<br>Tu, fedifraga, fai schifo&#33;<br><br><i>Esce</i><br><br>LEPORELLO:<br><br>Dopo il morto, il porco e le<br>mere attrici decadute,<br>si finisce con due pazzi…<br>Don Giovanni proseguite…<br><br><i>Cala la luce</i><br><br><i><b>Scena sesta</b></i> <br><br><i>S’illumina la camera di sinistra</i><br><br>DON GIOVANNI:<br><br>Che strano: ho l’impressione<br>che il tempo si dilati in una sfera<br>nella quale il suo corso, abbandonato<br>l’andare consueto, il consumato<br>oltraggio al presente, si ripiega<br>esile a danza fino a ritornare<br>su di sé, come l’usato “c’era<br>una volta” che sempre ci distacca<br>da ogni favola, che però rimane<br>a farsi raccontare all’infinito.<br>Mi accorgo che un’anziana<br>donna andalusa <br>mi scruta dal palazzo di Rosita, <br>sbucando col viso<br>avvizzito dal buio dell’atrio:<br>le sorrido con gentilezza e un cenno<br>del capo che non ricambia, resta<br>invece a fissarmi<br>con accigliata diffidenza. E’ chiaro<br>che aspetta che me ne vada, ma <br>per ora non lo voglio, è bello stare<br>per me qui, chiuso in quello che mi pare<br>il piccolo cuore di Siviglia,<br>confortato di vuoto e una penombra<br>che fa di cielo e sole una presenza<br>lontana, ornamentale.<br>La consapevolezza d’essere guardato<br>mi spinge a fare, tuttavia, qualcosa,<br>a dare un senso a questa mia presenza.<br>Decido di bere alla fontana <br>un poco d’acqua fresca - quella strega <br>sempre osservando - ma mi avvedo <br>che senza chiasso l’anta s’è richiusa. <br><br><i>Cala la luce</i><br><br><i><b>Scena settima</b></i><br><br><i>S’illumina la camera di destra</i><br><br>LEPORELLO:<br><br>Ma ditemi Zerlina: <br>che pensate voi di me? <br>Parlo – è chiaro – come uomo…<br><br><i>(si rivolge al pubblico sussurrando)</i><br><br>E’ forse la mia sera:<br>se Masetto è fuori gioco <br>e discosto Don Giovanni<br>fa l’eunuco pensieroso… <br><br>ZERLINA:<br><br>Bello non siete o ricco<br>ma da stasera sembra<br>siate l’unico attore<br>a rimanere in scena<br>con Don Giovanni e quindi<br>un uomo di successo,<br>degno per questo almeno<br>di una proposta…<br><br>LEPORELLO <i>(al pubblico)</i>:<br><br>….E’ fatta&#33;<br><br><i>(si rivolge a Zerlina)</i><br><br>…una proposta – dite - di congresso<br>carnale…<br><br>ZERLINA <i>(furba e vezzosa)</i>:<br><br>…una proposta – dico -, <br>caro, di matrimonio…<br><br>LEPORELLO <i>(raggelato)</i>:<br><br>Ah&#33;…<br><br>ELVIRA <i>(dopo aver ascoltato e con tono infastidito)</i>:<br><br>State attento, Leporello&#33;<br>Costei adesso vi lusinga<br>ma se proprio voi volete <br>una donna da sposare<br>c’è di meglio di me al mondo?<br><br>LEPORELLO:<br><br>Ma non ero poco fa<br>brutto, guitto? E non scordate<br>che vi ho dato della cagna&#33;<br><br>ELVIRA:<br><br>…Voi venite dalla Spagna:<br>siete un uomo con il sangue<br>che vi scorre nelle vene&#33;<br>Non temete: ho perdonato…<br><br>LEPORELLO:<br><br>No, signora, equivocate:<br>se volete mi ripeto…<br><br>ELVIRA <i>(interrompendolo con fare civettuolo)</i>:<br><br>Che simpatico&#33; Burlone&#33;<br><br><i>(spazientita si rivolge a Don Giovanni)</i><br><br>Don Giovanni, non tacete&#33;<br>Continuate a raccontare…<br><br><i>Cala la luce</i><br><br><i><b>Scena ottava</b></i><br><br><i>S’illumina la camera di sinistra</i><br><br>DON GIOVANNI:<br><br>E’ giunta l’ora di pranzo, lo intuisco <br>dai suoni provenienti dall’interno<br>delle nitide case. Ma non ho<br>fretta: ricordo che incontrai Rosita<br>- è un nome a caso, da nubile, ché quello<br>vero è rimasto tra di noi non detto -<br>un anno esatto fa, per queste strade<br>di questa bianca città senza profilo,<br>dalla fuggiasca intimità sopita<br>che pur senza comprendere capivo.<br>Ero abbastanza disorientato, mi<br>mancava il conforto di qualcosa<br>da offrire agli occhi – ho sempre<br>cercato di non credere al dolore<br>d’essere un infelice – ed aspettavo<br>con ansia l’indomani, la corrida,<br>dall’indolenza del ritmo infastidito <br>del tempo. Sospiravo che Siviglia<br>mi confidasse l’enigma finalmente<br>del suo incanto diffuso, oltre il mendace<br>anonimato pio delle sue strade.<br><br><i>Cala la luce</i><br><br><i><b>Scena nona</b></i><br><br><i>S’illumina la camera di destra e rientra in scena anche Anna</i><br><br>ANNA:<br><br>Che discorsi mai mi tocca<br>di sentire&#33; Amiche care,<br>Leporello non è scemo,<br>saprà bene la sua scelta<br>fare lui tra di noi tre&#33;<br><br>LEPORELLO:<br><br>Grazie della concessione,<br>ma vedete, mie signore,<br>se il bel Paride doveva<br>solo un pomo aggiudicare,<br>è qui in palio la mia vita:<br>Leporello non è bello<br>ma nemmeno scemo e quindi –<br>non vi spiaccia – se la tiene,<br>ché non c’è bacio che valga<br>le catene di una fede:<br>voglio intera conservare<br>la mia bella libertà&#33;<br><br>ANNA:<br><br>Maschilista&#33;<br><br>ELVIRA:<br><br>…ed egoista&#33;<br><br>ZERLINA <i>(tra sé quasi compiaciuta)</i>:<br><br>Oh, però&#33; Com’è sprezzante…<br>io lo trovo affascinante…<br><br><i>Entra in scena Ottavio</i><br><br>OTTAVIO:<br><br>Anna, credetti<br>di poter sperare…<br><br>ANNA:<br><br>Credeste, appunto…<br>Quando eravate un uomo<br>con un’occupazione…<br><br>OTTAVIO:<br><br>E la vendetta? E il morto?<br><br>ANNA:<br><br>Che c’entra? Qui si parla<br>di sentimenti sacri:<br>l’amore, il matrimonio…<br><br>OTTAVIO:<br><br>Anche un disoccupato<br>ha i suoi bei sentimenti…<br><br>ANNA:<br><br>I vostri li conosco…<br><br>OTTAVIO:<br><br>Almeno lasciatemi aperte<br>le gambe…volevo dire<br>le porte…<br><br>ANNA:<br><br>Volete una speranza?<br><br>OTTAVIO:<br><br>Sì, la voglio&#33;<br><br>ANNA:<br><br>Allora rilevate<br>commedia e compagnia:<br>non c’è miglior vendetta<br>che farci da impresario…<br><br><i>Anche Elvira e Zerlina si voltano verso Ottavio interessate alla sua risposta</i><br><br>OTTAVIO <i>(sorpreso dall’attenzione delle tre donne diventa sussiegoso)</i>:<br><br>E se lo faccio poi…<br><br><i>Anna, Elvira e Zerlina lo cingono intorno</i><br><br>ANNA, ELVIRA E ZERLINA <i>(ammiccanti)</i>:<br><br>Già, se lo fate poi…<br><br><i>Cala la luce</i><br><br><i><b>Scena decima</b></i><br><br><br>LA MORTE <i>(all’Amore)</i>:<br><br>Che noia i commedianti:<br>fingono te, danno a vedere<br>me, riparati da una coltre d’aria <br>di discorsi apparenti…<br><br>L’AMORE:<br><br>Ma destino peggiore è – sai - quello<br>degli uomini veri, <br>ai quali per nascita tocca <br>recitare l’amore durante<br>la vita dovendo alla fine <br>morire davvero…<br><br><i>S’illumina la camera di sinistra</i><br><br>DON GIOVANNI:<br><br>Mangiando bianche mandorle pensavo<br>e ripensavo, discendendo ancora,<br>scendendo sempre, perché<br>qui, appunto, davvero non si può<br>che senza sosta scendere, finché<br>di fianco mi passò lei con due ceste<br>colme di cibo strette nelle mani.<br>Alta poco meno<br>di me, con una veste blu –<br>sipario breve alle caviglie belle<br>da danzatrice – e spire saracene<br>pendenti di capelli mori<br>che con disordinata compostezza<br>cadevano in basso tra le tempie<br>e le guance, sopra le spalle; neri<br>e grandi, gli occhi in due bagliori densi<br>tagliavano la nitida corrente <br>di luce che saliva dalle labbra.<br>Un rapido fluire levantino<br>fu nei miei pressi quello del suo corpo,<br>tale però da allontanare<br>la leggerezza di pensieri in forma<br>di sensazioni, come se la vita<br>mia riprendesse corpo, ritornando<br>a farsi terrena, recintata<br>di mondo, per la scia raggiante<br>del suo profumo viola di lavanda.<br>Lei si fermò un istante e solamente <br>con uno sguardo crespo di languore,<br>senza mai nulla consentire a niente<br>di troppo forte e con la confidenza<br>di un cauto vizio, mi guardò attraverso.<br>Io la fissavo e mi giustificai<br>con l’invenzione di una somiglianza<br>con un’amica. Replicò che no,<br>non dovevo spiegarmi e a camminare<br>riprese come spiga<br>matura di grano. La sua voce<br>era paziente, lunga, risentiva<br>di una vaga stanchezza e riposava<br>sulla soglia del canto, con gentile<br>tremore. Le chiesi se voleva<br>aiuto per le ceste; rifiutò;<br>perseverai con rigida innocenza<br>e infine ottenni il peso di un canestro<br>e – seguimi&#33; – in un cenno.<br><br><i>Cala la luce</i><br><br><i><b>Scena undicesima</b></i><br><br><i>S’illumina la camera di destra nella quale è rimasta solo Zerlina</i><br><br>ZERLINA <i>(sottovoce e guardinga)</i>:<br><br>Leporello, avete visto?<br>E’ bastata una promessa<br>vaga di quel truce Ottavio<br>per portarle via da voi…<br><br>LEPORELLO:<br><br>Anna? Elvira? Che m’importa&#33;<br><br>ZERLINA:<br><br>E di me cosa pensate?<br>Di Masetto mio mi sono<br>finalmente liberata&#33;<br><br>LEPORELLO <i>(spazientito)</i>:<br><br>Beh? Godetevi la vita<br>purché non nei miei paraggi:<br>io di mogli non ho voglia&#33;<br><br>ZERLINA <i>(languida)</i>:<br><br>Oh, che splendida insolenza&#33;<br>Leporello siete un uomo:<br>insultatemi, sì, ancora,<br>ve ne prego, da voi tutto<br>sono pronta ad accettare…<br>Se vi piace anche la frusta<br>su di me potete usare,<br>come una bambina trista <br>sculacciatemi, finché,<br>resa docile e obbediente,<br>io vi sappia, umile, amare.<br><br>LEPORELLO (<i>tra sé</i>):<br><br>Sveglia assai non è mai stata<br>ma ora è proprio rimbambita…<br><br>ZERLINA (<i>sottovoce al pubblico</i>):<br><br>Scema non sono davvero:<br>ho due piedi per due scarpe,<br>una chiamo Leporello,<br>l’altra Ottavio: hai visto mai?<br><br><i>Entra in scena Masetto</i><br><br>MASETTO (<i>titubante</i>):<br><br>Io mi sento un po’ confuso,<br>non ho più niente da fare,<br>non so più chi corteggiare…<br><br>LEPORELLO:<br><br>Non vi vengano idee strane&#33;<br><br>MASETTO (<i>s’illumina</i>):<br><br>Potrei fare un bel balletto…<br><br>LEPORELLO:<br><br>Ma curatevi, Masetto…<br>Io, per evitare il peggio,<br>faccio chiudere il sipario…<br><br><i>Sipario</i><br><br><i><b>SECONDO  MOVIMENTO</b></i><br><br><i><b>Scena prima</b></i><br><br>CORO <i>(canta da Adrian Willaert)</i>:<br><br>Madonn’io non lo so perché lo fai,<br>che me ti mostri in tutto scorrucciata.<br>Perché sei così ingrata<br>se sai per te son cieco?<br>Dolor sta sempre meco.<br>O dio famme ne scir da tanti guai<br>ca non gin camparaggio un’altra fiata.<br>Perché sei così ingrata<br>se sai per te son cieco?<br>Dolor sta sempre meco.<br>O mora o camp’ hormai non me ne curo<br>sto mondo latr’ e fatto a chi ha ventura.<br>Perché sei così ingrata<br>se sai per te son cieco?<br>Dolor sta sempre meco.<br><br><i>La luce punta in platea su Leporello</i><br><br>LEPORELLO:<br><br>Don Giovanni non ne siate<br>rattristato ma stasera<br>è per me l’ultima volta<br>che in teatro vi accompagno.<br>Sarà strano ma mi accorgo,<br>per la prima volta invero,<br>che è un cunicolo la vita<br>che scaviamo abbandonando<br>qui esistenze, là occasioni,<br>territori inesplorati, <br>cianfrusaglie da soffitta<br>che nemmeno il Paradiso -<br>se c’è - ci restituirà.<br>Rassegnati giocatori<br>noi puntiamo sulla ruota<br>del dio tempo tutta intera<br>l’ovvia borsa della vita<br>e poi da perdenti usciamo<br>sempre, appena fatta sera… <br>Per questo voglio rapinarmi, oziare<br>da ladro del mio tempo, non avere<br>nulla da fare, sperperare in niente<br>la vita fioca di vuoto su pensieri<br>futili, da poco…<br>Ma per stasera Don Giovanni sono<br>ancora dei vostri..continuate…<br><br><i>La luce su Leporello si spegne e s’illumina la camera di sinistra</i> <br><br>DON GIOVANNI:<br><br>Lungo la strada che ci separava<br>dal vicolo restammo silenziosi;<br>io sbalordito per averla<br>voluta per caso, all’improvviso,<br>senza bisogno di disperazione;<br>lei avanti a me con eleganza<br>inesplicabile in cammino, quieta<br>e indisturbata dalla mia presenza,<br>come se stessimo vagabondando insieme   <br>da sempre, con due ceste e senza<br>disagio nel restare silenziosi.<br>Raggiunti i tre scalini, discendemmo<br>finalmente nel vicolo ombreggiato.<br>Tutto era compiuto, il nostro viaggio<br>corto, la nostra strada, nel suo dito<br>che mi mostrava le finestre, in alto,<br>della sua casa, e nel ringraziamento<br>leggero per l’aiuto. Mi ritrassi<br>dicendo che volevo rivederla;<br>sorrise nel suo viso luminoso<br>per un discreto velo di sudore,<br>mi sottrasse la cesta e con un cenno<br>mi lasciò per la strada ad aspettare.<br>Di corsa s’infilò nel suo portone<br>e ne uscì poco dopo con lo stesso<br>passo, che mi sembrò scandito<br>da una ripida gioia forestiera,<br>un ritmo dispari e blando<br>di vuoto e di Dio, che sorridendo<br>infelice gustai, vano compagno<br>del mondo, con lo sguardo stanco<br>ma largo di chi sa bene in cuore<br>che non vale la pena<br>nemmeno di chiedere aiuto <br>se vera è la vita e non un sonno<br>modesto. Mi piaceva molto,<br>non solo d’aspetto, per il suo<br>muoversi musicale, per la voce<br>corposa e squillante, soprattutto <br>però per gli ostacoli che<br>non aveva frapposto alla nostra<br>conoscenza invisibile, che<br>restarono appesi alla mia<br>più smarrita abitudine. Mi fece<br>l’offerta – per sdebitarsi disse – <br>di un bicchiere di vino. Discorremmo<br>rapidi del mio nome, di un mio amore<br>già spento, del suo senza speranza<br>per un uomo perduto - non ricordo<br>né dove né perché -, di questo ed altro<br>parlammo contenuti<br>da una mescita piccola con stanche<br>ventole pie, sospese dalla grigia<br>capriata di legno, mentre rari<br>clienti di poche parole<br>si alternavano ai tavoli e al bancone,<br>dietro il quale viveva, allampanato<br>e basso, un uomo dallo sguardo aspro<br>che pareva invecchiare avanti e indietro<br>muovendosi, tra misere parole<br>e uguali gesti scarni, a imitazione <br>crucciata dei bersagli<br>mobili del tiro a segno.<br><br><i>Cala la luce</i><br><br><i><b>Scena seconda</b></i><br><br><i>S’illumina la camera di destra ed entra in scena Elvira</i><br><br>ELVIRA <i>(tra sé)</i>:<br><br>Questo sì che è un grosso guaio:<br>ché se Ottavio non riesce<br>a concludere il progetto<br>non avrò né un impresario<br>né nel letto Leporello,<br>troppo in fretta accantonato,<br>e il teatro mio dovrò<br>dolorosa abbandonare.<br>Che farò fuori di scena<br>io che dire solamente<br>so parole altrui, discorsi<br>scritti altrove e ricordati<br>per incanto alla salita<br>quotidiana del sipario?<br>Non c’è mai vera sorpresa<br>nel teatro: è tutto trucco<br>che dal nostro viso al mondo<br>si propaga. Bella vita<br>senza sprechi, ben lontana<br>dai miracoli di gioia,<br>dagli abissi del dolore,<br>dal trascorrere ordinario<br>della noia sopportata<br>per comune noncuranza.<br>Bella vita immacolata,<br>senza merito e peccato,<br>senza vizio né virtù,<br>bella vita di parole<br>fatte già, da riferire,<br>col suggeritore pronto<br>a nascondere la colpa<br>di smemoratezza, sola<br>debolezza dell’attore.<br><br><i>(si rivolge in direzione di Don Giovanni)</i><br><br>Don Giovanni non smettete…<br><br><i>Cala la luce a destra e s’illumina la camera di sinistra</i><br><br>DON GIOVANNI:<br><br>Poi tornammo<br>al solito vicolo e con una  <br>promessa ci congedammo: <br>un nuovo incontro -<br>questo - che aspetto con trepidazione<br>adesso (a dire il vero appuntamento<br>piuttosto strano con colei che resta<br>ancora per me priva del nome, <br>in qualche tempo ed in un certo luogo<br>intuiti soltanto ma mai detti).<br>Guardandomi con bruschi occhi diversi,<br>lei m’indicò la frase scritta in rosso<br>sulla fontana e mi spiegò che era<br>il verso di un poeta e che valeva<br>come un invito semplice, parole<br>uguali lì alle tante che gettiamo<br>nel corso della vita. Poi sparì<br>nel buio del portone e da quel giorno<br>non l’ho più vista. Tuttavia domani<br>la lontananza, che è durata un anno,<br>finalmente terminerà: sto ricercando<br>le parole da dire, scie di seta<br>distese da memorie ricciolute <br>di pensieri in filari, e posso dire<br>di sentirmi – non essendolo – felice.<br>Ritorno a casa e passo il pomeriggio<br>sbracato in grembo ad una vecchia sedia<br>a dondolo, vicino alla finestra;<br>lì scopro che il ricordo di Rosita<br>più intenso che conservo è l’orlo scuro<br>dell’abito blu, dal quale sbuca<br>la caviglia abbronzata. Inosservata,<br>dalla finestra penetra Siviglia<br>in vaghe forme che la luce vasta<br>inzucchera e colora di vibranti,<br>intense campiture, recintate<br>dalla fuga biancastra della volta<br>celeste, rapida a sfrangiarsi come<br>per una voglia languida di mare.<br>Mi lascio cullare dai segnali<br>primi del prossimo imbrunire,<br>dalla frivola pace che dilaga<br>in me. Sono tranquillo: è bello<br>dormire con la luce della sera<br>svegliandosi per quella del mattino,<br>oltrepassato il buio della notte<br>nell’estasi terrena e di coscienza<br>asciutta di un’attesa da vigilia.<br><br><i>Cala la luce</i><br><br><i><b>Scena terza</b></i><br><br><i>S’illumina la camera di destra ed Elvira è raggiunta da Anna</i><br><br>ANNA:<br><br>Nell’affanno di trovare<br>soluzioni, d’impedire<br>che finisca la commedia,<br>tutti sembrano scordare<br>che tra noi c’è stato un morto.<br>Non per lutto o carità<br>sono qui tutta sgomenta, <br>gonfia di stupore amaro;<br>malinconica del fatto<br>sono che questa mancanza<br>qui l’infanzia mia ferisce<br>e con sé la porta via.<br>Personaggi fummo, attori<br>d’ora un poi saremo, e in vita,<br>come tutti destinati<br>al fastidio di finire<br>poco a poco, pigramente,<br>prima illusi, poi distratti<br>da un sorriso casuale,<br>da bugiarde imitazioni<br>di emozioni avventurose,<br>lungo il povero cammino<br>che separa l’innocenza<br>dei bambini dalle nebbie,<br>stolte o ciniche, dei vecchi.<br><br>ELVIRA:<br><br>Che stia forse la ragione<br>qui, di questa strana sera,<br>del finale di commedia<br>nuovo che stiamo vivendo<br>sulla nostra pelle, vero?<br>Questo spiegherebbe in fondo<br>perché lei – la morte – è giunta <i>(fa un cenno verso l’altra stanza)</i><br>tra di noi per recitare…<br><br>LA MORTE <i>(senza smettere di scrivere)</i>:<br><br>Io non recito, io vivo…<br><br>L’AMORE <i>(triste)</i>:<br><br>Ed io vivo recitando…<br><br>ELVIRA <i>(a Don Giovanni)</i>:<br><br>Don Giovanni, vi ascoltiamo…<br><br><i>Cala la luce a destra e s’illumina la camera di sinistra</i><br><br>DON GIOVANNI:<br><br>Sorta è la pallida aurora<br>del giorno amato come più felice<br>di tutti gli altri, e godo nel serbare<br>tra la gente vagando per me solo<br>la causa solo mia dell’allegria.<br>Cammino a lungo, e scendo quindi verso<br>il vicolo con impazienza, vi<br>scivolo dentro mentre da lontano<br>mi giungono le grida della folla<br>accesa per la fiesta nell’arena.<br>Viceversa da qui sento persino <br>in coro le cicale ed il muggito <br>ansante dell’oceano gocciolato<br>nell’entroterra a sorsi dai vagiti<br>angelici dei venti occidentali.<br>Spingo lo sguardo sotto il cielo e scruto<br>le sue finestre, e quindi l’orologio<br>e ancora le finestre. Il tempo scorre,<br>gracile e gonfio non marcia ma sorvola<br>scrollandosi di dosso i rimasugli<br>d’uomo, raccolti trapassando il mondo.<br>Infuria in fondo a tutto la corrida <br>e lei ritarda, manca, immensamente. <br><br><i>Cala la luce</i><br><br><i><b>Scena quarta</b></i><br><br><i>S’illumina la camera di destra ed Elvira e Anna sono raggiunte da Zerlina</i><br><br>ZERLINA:<br><br>Io piuttosto che finire<br>giorno per giorno a fare <br>la vita con la vita, scelgo <br>di morire stasera…<br>Non ho paura, amici,<br>temo di più la noia,<br>la perversione spenta<br>della sopravvivenza…<br>Sterile trama è quella<br>che ci accompagnerebbe<br>nei giorni, canovaccio<br>da guitti tristi, indegno<br>persino del mestiere <br>sdrucito degli attori…<br><br>LA MORTE <i>(smettendo per un istante di scrivere)</i>:<br><br>In fondo quindi non<br>inutilmente, sono <br>arrivata fra voi…<br><br>L’AMORE <i>(sconsolato)</i>:<br><br>Io invece inutilmente<br>ci sono sempre stato,<br>come un bambino timido scordato<br>dai giochi dei compagni…<br><br>ZERLINA:<br><br>Voglio morire, sì…<br>Piuttosto che partire,<br>che andarmene da qui…<br><br>ANNA <i>(avvicinandosi)</i>:<br><br>Non scoraggiarti ancora…<br><br>ZERLINA <i>(con un sorriso)</i>:<br><br>Ma queste, amica, sono <br>forse le prime vere, coraggiose<br>battute che pronuncio al mondo:<br>è un caso sia alla fine<br>di un dolce, lungo non aver vissuto?<br>E’ morendo che scelgo<br>di nascere, se devo…<br><br>LA MORTE:<br><br>Saggio mi pare<br>abortire se stessi:<br>io – giuro - sono qui <br>per favorirvi tutti.<br><br>L’AMORE:<br><br>Io, se potessi,<br>morirei con voi…<br><br>ZERLINA:<br><br>Oh, parlate, Don Giovanni&#33;<br>Forse la vostra storia<br>sarà l’ultima che sento<br>al di qua del mio buon cuore…<br><br><i>Cala la luce a destra e s’illumina la camera di sinistra</i><br><br>DON GIOVANNI:<br><br>Io non resisto: irrompo<br>nell’atrio del palazzo e salgo rampe<br>interminabili di scale e busso<br>là dove non c’è nome, sulla sola<br>porta all’ultimo piano; sento passi<br>all’interno, finché nella fessura<br>schiusa dalla catena appare il viso<br>della vecchia di ieri che mi chiede<br>scontrosamente cosa cerco. Cerco –<br>le dico – una ragazza senza nome.<br>Mi fa capire che non sono il solo<br>alzando gli occhi al cielo, e che non pochi<br>uomini prima di me l’hanno cercata.<br>Si gira senza risposte e sui suoi passi<br>ritorna, chiama con la voce fina <br>qualcuno (lo spiraglio aperto<br>offre alla vista parte dell’interno:<br>il pavimento, il corridoio in ombra,<br>una dorata consolle e poi una stanza<br>e una finestra in fondo, a confinare<br>l’inquieto mio slancio visivo). <br>Dietro un fruscio di passi appare un uomo,<br>basso e rotondo, vispo<br>clown senza trucco, che mi oscura<br>le cose visibili, occupando<br>per intero lo spazio che si mostra<br>tra lo stipite e l’orlo della porta<br>ancora semichiusa, e mi domanda<br>come mi chiamo. Al suono del mio nome,<br>egli allarga le braccia e soddisfatto<br>sganciando la catena mi fa entrare.<br>Mi dice a lungo di lei che gli ha lasciato<br>l’appartamento vuoto all’improvviso <br>più o meno un anno fa – sa, nella vita<br>sono cose che capitano, bisogna<br>sapersi non stupire – poi diventa<br>più serio, fissandomi, e confessa<br>di avere una lettera da parte<br>della ragazza indirizzata a me.<br>Entriamo nello studio e dal cassetto<br>della sua scrivania prende una busta<br>che mi consegna sorridendo vago:<br>la vita consiste - mi sussurra -<br>nel sobrio sopravvivere alla morte<br>che ci vive nel cuore e sulla pelle.<br>Presso la porta e con la scopa in mano<br>la vecchia è alle mie spalle; lui si siede;<br>io mi avvicino alla finestra e leggo.<br><br><i>Cala la luce</i><br><br><i><b>Scena quinta</b></i><br><br><i>Resta acceso solo il lume della scrivania della Morte</i><br><br>LA MORTE <i>(legge sul suo foglio)</i>:<br><br>“Amore mio, ti chiamo<br>così perché ci siamo conosciuti <br>troppo poco per diventare amici<br>e troppo a lungo siamo già vissuti<br>per crederci soltanto conoscenti.<br>Ho smesso ormai di chiedermi perché<br>non sei venuto al nostro appuntamento<br>del giorno dopo, il giorno della fiesta.<br>Ora però se stai leggendo<br>queste mie righe sei tornato, e quindi<br>non mi hai dimenticata, forse ancora<br>mi ami, se mi hai amata veramente<br>mai. Ti amo anch’io mentre ti scrivo<br>sai? Pur essendo lontana e non sapendo<br>se mai la vita mi consentirà a ritroso<br>il viaggio verso i vuoti di memoria<br>che abbiamo abbandonati, per andare<br>con te laggiù dove le nostre vite<br>non sono state mai. Sinceramente<br>ignoro se l’appuntamento<br>che tu hai dimenticato o che hai voluto<br>dimenticare resterà per sempre<br>l’occasione mancata nostra: intanto<br>so che ti amo e voglio continuare<br>ad amarti finché tutto qui dentro<br>di me ti cercherà come fa adesso.<br>Ricordi quella frase scritta in rosso<br>sulla fontana? Amore mio, per ora<br>soltanto addio. Tua, se ti va, Rosita.”<br><br><i><b>Scena sesta</b></i><br><br><i>S’illumina la camera di destra ed Elvira, Anna e Zerlina sono raggiunte da Ottavio</i><br><br>OTTAVIO <i>(costernato)</i>:<br><br>Signore, credo proprio<br>di non avere soldi <br>per farci da impresario,<br>ho creduto…ho confidato<br>di poter essere in vita<br>chi neppure in sogno mai<br>sono stato, perché in fondo<br>sono solo un impiegato<br>sempre di parole altrui.<br>Perdonatemi, vi prego,<br>l’illusione, la speranza<br>vanitosa, chiedo scusa<br>per l’immenso mio dolore<br>di non essere nemmeno<br>più chi, pure, sono ancora<br>per finire, questa sera.<br><br>ANNA:<br><br>Questo tutti a tutti noi<br>lo dobbiamo perdonare…<br><br>ELVIRA:<br><br>Non riesco – no – a sentirmi<br>disperata, sembra tutto<br>sprofondare ed assopirsi<br>in un largo sonno osceno:<br>dolce è almeno infine, amici,<br>questa morte di commedia…<br><br>L’AMORE:<br><br>Sono io che l’amarezza<br>le sottraggo strangolando<br>la mia verosimiglianza… <br><br>OTTAVIO:<br><br>Perdonatemi, vi prego…<br><br><i>Viene abbracciato dalle tre donne</i><br><br><i>Entra in scena Masetto</i><br><br>MASETTO:<br><br>Aiutatemi, ché sono<br>un utensile smarrito:<br>potrei fare da sipario,<br>lo spirito mio masturbato<br>nel discendere e salire<br>senza fine; o da impiccato<br>potrei fare il lampadario<br>se piacesse al cielo…aiuto,<br>ve ne prego, ché da quando<br>posso odiare te, Zerlina,<br>non so più che cosa amare,<br>non so più se posso amare…<br><br>L’AMORE:<br><br>Non potete e non saprete&#33;<br><br><i>All’improvviso, dietro a tutti, appare il Commendatore</i><br><br>ANNA:<br><br>Nosferatu&#33;<br><br>ELVIRA:<br><br>Lo zombie&#33;<br><br>ZERLINA:<br><br>La mummia&#33;<br><br>OTTAVIO E MASETTO:<br><br>La resurrezione dai vivi&#33;<br><br>IL COMMENDATORE <i>(rassicurante e vestito con un completo blu e la cravatta rossa)</i>:<br><br>Niente di tutto questo,<br>amici, non temete&#33; <br>Non è il commendatore<br>che vi parla, è l’attore<br>nato dalle sue ceneri.<br>Vengo a portarvi via,<br>vi devo seppellire<br>in terra di commedia<br>così che i vostri corpi,<br>resi laggiù senz’anima, <br>quaggiù per invecchiare<br>col mio possano stare.<br><br>ANNA:<br><br>Dunque così<br>si finisce…<br><br>MASETTO <i>(urlando)</i>:<br><br>No&#33; Qui resto<br>a fare il buio&#33;<br><br><i>Si spengono tutte le luci, si alza solo quella su Don Giovanni</i><br><br><i><b>CHIUSA</b></i><br><br><i>Musica di sottofondo (Mozart)</i>	<br><br>DON GIOVANNI:<br><br>Adesso trema la mia mano un poco:<br>me ne accorgo dai lampi intermittenti<br>che scuotono la mandorla di luce<br>riverberata dal foglio sui miei sguardi <br>astratti, che, attoniti, a tentoni<br>consumo tutt’intorno. <br>Dunque mi sono presentato un anno<br>dopo all’appuntamento&#33; Lei aspettava<br>qui che tornassi solo il giorno dopo<br>del nostro primo incontro, mentre ignaro<br>guardavo la corrida. Sono vuoto<br>per lo stupore, ancora non c’è spazio<br>in me per il dolore, anche se bene<br>so che verrà a suo tempo ad essiccarmi<br>gli occhi. Però Rosita è innamorata<br>di me o mi amava almeno ingenuamente <br>mentre scriveva questo indovinando<br>che per noi due non ci sarebbe stata<br>un’occasione ancora: è una certezza<br>che dalle righe filtra, che intuisco<br>dalla sfinita densità della fiducia. <br>Che senso ha quindi l’essere stasera<br>mio qui, di un anno intero fuori tempo?<br>Anacronistica e funebre onoranza<br>è questa fedeltà alla mia promessa.<br>Potrei credere ancora, anche se senza<br>speranza, e ritornare qui ogni anno,<br>confuso dal potere del ricordo<br>di caviglie moresche germogliate<br>dai bordi di una veste blu, d’incanto.<br>Altro non ho di lei che il suo fantasma<br>ed il dolore che verrà – lo sento –<br>se ne soddisferà, fino a negargli<br>il sangue e la carne. Avrei dovuto<br>essere forse occhiuta sentinella<br>di questo luogo dove senza data<br>una viandante bella e battezzata<br>d’istinto nell’anima, aspettare?<br>E se non fossi che un visitatore<br>invece? Se l’appuntamento<br>mancato non lo fosse affatto?<br>E’ forse il mio fantasma che ha sognato<br>me stesso e i retroscena dell’amore.<br>Spettri che sognano fantasmi, versi,<br>letteratura, incontri ricamati <br>su parole diverse, sconosciute<br>al lessico noioso e famigliare.<br>All’illusione dell’appuntamento<br>trovo in attesa la memoria parca<br>di un uomo banale: sto scoprendo<br>d’essere per errore oggi chi ero<br>per sorte un anno fa. Ma ormai né quello<br>né questo sono don Giovanni&#33; Addio<br>Rosita, amore mio: solo tornando <br>ogni anno a cercarti qui, soltanto<br>venendo a questo nostro appuntamento<br>perduto, imparerò a capire cosa,<br>chi sono ancora, perché tu già sei<br>ma non esisti, ed io non posso appena<br>che ricordarti, finalmente senza<br>sognarci. E spero non me ne vorrai<br>ovunque ora tu sia, ti  prego, bella<br>rosa andalusa, se ben poca cosa<br>è questa verità del vero amore.<br><br><i>Sipario</i> <br><br>(Arte - Sceneggiatura)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Mon, 05 Nov 2007 20:23:33 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[interlaced, di Marika Bortolami]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> somewhere, cuba <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Fri, 19 Oct 2007 18:49:06 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[..., di Andrea Rossetti]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> .... <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Mon, 15 Oct 2007 18:59:58 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Charles Bukowski, di Ferdinando Pastori]]></title>
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<description><![CDATA[[“Non vi venga l’idea che io sia un poeta]<br><br><br><br> <br><b>Charles Bukowski: “Non vi venga l’idea che io sia un poeta”.</b><br><br>Charles Bukowski è universalmente conosciuto come autore di racconti, instancabile e cinico narratore di eventi legati alla squallida e ripetitiva vita quotidiana. I luoghi sono sempre più o meno gli stessi, bar, ospedali, carceri e soprattutto la strada. Protagonisti? Personaggi borderline, sempre in bilico e sul punto di cadere. Falliti, puttane, pugili suonati, ladri e barboni alcolizzati. In mezzo a loro, inconfondibile, lo stesso autore, una via di mezzo fra l’homeless e l’artista maledetto che non rinuncia mai alle sue vere passioni, donne, alcol e scommesse.<br>Tematiche e ambientazioni si ripetono anche nelle poesie e non bisogna credere al “vecchio Hank” quando afferma di non essere un poeta, perché è proprio attraverso i suoi versi che si può cercare di comprendere più a fondo la sua personalità, i suoi pensieri e il suo stile unico. Per Bukowski una poesia doveva essere scritta come una lettera e questa affermazione trova concorde anche Fernanda Pivano, con la puntualizzazione che “nello scrivere queste lettere ha uno straordinario potere evocativo, immagini personalissime e una drammatica capacità di tramare ritratti inorriditi che formano microstorie della condizione umana moderna”. <br>Le sue poesia sono scritte utilizzando il linguaggio di tutti i giorni, lo stesso che si trova nei racconti e infatti è capitato più di una volta che un componimento poetico si tramutasse in novella, quasi come se il primo non fosse altro che una bozza, un canovaccio sul quale lavorare in seguito. Una poetica, dunque, di stampo narrativo, da leggere come un racconto o una canzone, dove il testo non obbedisce a regole metriche, ma all’esigenza di raccontare comunque una storia. Non ci sono quasi mai rime, ma un incredibile senso del ritmo, una musicalità messa al servizio della composizione. <br>Ciò che emerge immediatamente dalla lettura delle sue poesie è la loro linearità e semplicità, l’immediatezza espressiva che le rende simili a fiabe metropolitane. Semplicità che, tuttavia, non deve assolutamente essere confusa con superficialità e improvvisazione, ma che è frutto di studio e riflessione. Innamorato delle parole e del loro profondo significato simbolico, Bukowski ha infatti più di una volta affermato come fosse necessario “dire le cose nel modo più semplice possibile e dire lo stesso quello che è necessario dire”, quasi un manifesto che in poche parole può felicemente riassumere lo spirito di tutta la sua produzione letteraria. Originale, magari sopra le righe, ma scrittore autentico e sempre fedele al principio di voler consegnare attraverso i suoi scritti un messaggio facilmente comprensibile. <br>Bukowski ha sempre raccontato solo ciò che passava sotto i suoi occhi (“sono una macchina fotografica e fotografo quello che vedo”) ed è per questo motivo che la sua poetica trae ispirazione dalla memoria. La sua voce diventa meno ruvida rispetto a quella adottata in prosa, carica di ironia e dolcezza al tempo stesso. Lo sguardo dolente, disincantato, ma anche affettuoso che si allunga sui suoi personaggi consegna ai lettori versi sinceri e spietati, romantici senza scivolare nel sentimentale. Regala emozioni, incanta e se le prime poesie erano più liriche, quelle successive sono diventate più dirette con uno sforzo sempre maggiore per arrivare velocemente all’obiettivo prefissato. Ogni espediente è lecito, ma sono il ritmo incalzante, l’intensità e la provocazione a fissare i paletti lungo i quali procedere. <br>Nessuno conosce con precisione il numero delle poesie scritte da Bukowski, nemmeno lui lo sapeva e quando qualcuno gli chiedeva di poter leggere le più vecchie, quelle meno conosciute, rispondeva con disarmante franchezza “…non ho alcuni dei miei primi libri. La maggior parte mi sono stati rubati da persone con cui bevevo”. <br><br><i>Una Poesia è una città<br><br>Una poesia è una città piena di strade e tombini<br>Piena di santi, eroi, mendicanti, pazzi, <br>Piena di banalità e di roba da bere, <br>Piena di pioggia e di tuono e di periodi<br>Di siccità, una poesia è una città in guerra, <br>Una poesia è una città che chiede a una pendola perché, <br>Una poesia è una città che brucia, <br>una poesia è una città sotto le cannonate<br>le sue sale da barbiere piene di cinici ubriaconi, <br>una poesia è una città dove Dio cavalca nudo<br>per le strade come Lady Godiva, <br>dove i cani latrano di notte, e fanno scappare<br>la bandiera; una poesia è una città di poeti, <br>per lo più similissimi tra loro<br>e invidiosi e pieni di rancore…</i><br><br> <br><br>(Risorse - Bibliografia)]]></description>
<author><![CDATA[Ferdinando Pastori]]></author>
<pubDate>Tue, 02 Oct 2007 23:07:34 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Enrico Cerquiglini su No Ees Tv, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=29&tes=1103&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=29&tes=1103&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Spesso la poesia italiana, muovendosi in uno scavo interiore assoluto, dimentica la realtà o, almeno, non riserva ad essa che qualche sguardo stereotipato, un accenno di realtà presuntamente oggettiva a chiudere una metafora esistenziale. Stereotipi che finiscono per annullare ogni pretesa realistica, ogni tentativo di uscire da sé (il tratto paesaggistico: cittadino o agreste, il volto dell’ “altro da sé”, gli altri viventi sono destinati a diventare specchi del proprio ego e a perdere ogni significazione più ampia). <br>La poesia di Alessandro Ansuini, e in particolare la raccolta No ees tv, muove dall’osservazione della realtà che riesce a rendere con lo scrupolo del viaggiatore disincantato usando una versificazione che rifiuta, quasi deontologicamente, la banalità, l’ovvietà. Il suo sguardo è inclemente, non ha nulla di consolatorio, coglie le scorie di un mondo che avverte la sua fine, che si manifesta in “una nebulosa di scheletri fantasma”, in uomini che lasciano “impronte sulla sabbia come granchi”, “monumenti di donne fatte a pezzi”, in cameriere sfregiate da cicatrici e non riesce ad amalgamare, se non davanti ad uno schermo che trasmette una partita del mondiale di calcio, uomini provenienti dalle culture più disparate (curdi, pakistani, polacchi). È uno sguardo che coglie e fotografa, non senza un’abile messa a fuoco, gli aspetti più estremi della globalizzazione: “Il vino è del Sudafrica – un rosé da 13 gradi”, il “surimi freddo” e il resoconto di 50 anni di viaggi-non viaggi da Philadelfia a Città del Messico, all’Iraq, a New York, al Giappone, a Madrid, fino allo Zeeland.<br>Viaggi, città che evocano e stordiscono, che riducono, complice il vino, le parole importanti a semplici apostrofi.<br>E in questo viaggio, che sembra ripercorrere tracce letterarie, la realtà è ben più prosaica di qualsiasi evocazione: nelle acque della Senna può forse apparire il fantasma ofelico di Anais Nin, ma qualcuno, che non è Henry Miller, ha vomitato sul parapetto dove inavvertitamente la polacca ha posato il braccio lasciando naufragare ogni possibile approfondimento sul “volontariato in Polonia”.<br>In questo viaggio, tra Francia, Belgio (il belgio non esiste), Olanda e Germania, Ansuini ha la possibilità di abbracciare un mondo che spazia tra un passato - “sogni di architetture naziste, aquile negli angoli” – e un presente/futuro che si manifesta in una specie di Cantatrice calva ioneschiana: “scatolette d’inglese per contenere / la carne del tedesco, del francese, / dell’italiano, del russo, scatolette / di inglese in fila alle università, / scatolette di inglese in fila ai supermercati / scatolette di inglese ammassate nei locali…”, in un teatro dell’assurdo decontestualizzante la vita, con un imperativo scritto sui bagni: “non si può mancare”. Una sorta di invito a partecipare a questa realtà sempre più devastata e lacerata.<br>L’occhio poetico di Ansuini è ben addestrato, ha viaggiato al fianco di Kerouac, il suo orecchio poetico ha partecipato al reading alla Six Gallery, ha ascoltato Ginsberg vociare The Howl, la sua poesia ha il respiro lungo, per dirla con Ginsberg: “un’ispirazione fisica e mentale di pensiero contenuta nell’elastico di un respiro” e questo lo avvicina – almeno nello stile – alla beat generation, come lo avvicina il suo modo di intendere la poesia, il suo darla in simbiosi con altre forme artistiche (musica, video, foto). <br>Non avrà vita facile la poesia di Ansuini in Italia. E di questo credo che abbia piena coscienza. La sua è una poesia che tra l’apertura e la chiusura sceglie l’apertura, la contaminazione, sceglie l’immersione all’emersione, diventa materia poetica negandosi costruzioni e costrizioni.<br><br>Enrico Cerquiglini <br><a href='http://enricocerquiglini.splinder.com/' target='_blank'>http://enricocerquiglini.splinder.com/</a> <br><br>(Teorie - Critica &amp; recensioni)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Sat, 22 Sep 2007 15:39:35 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[24 H, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1100&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> Serata mamma di ginsberg serata alveare, il delitto<br>viene dopo di tutto, i relativisti e i loro plastici<br>riversi con la testa su un fianco, quaderno di Moorgate,<br>al passaggio dell’agnello ho pianto e nascosto gli occhi<br>sotto le lenzuola – il traghettatore prende in carico<br>la fanciulla, ha la quinta casa occupata da saturno, ho sognato<br>giulio con i capelli a caschetto che pareva volesse diventare<br>una donna, tutti i fragili con le ossa bagnate li rincontro<br>fradici nei sogni che affondano e affondano con un braccio<br>osso di pollo che riaffiora per di nuovo affondare, <br>le fotografie sono la morte di mia madre - <br>a Strasburgo, dentro alla chiesa a segnare le ore <br>c’è la riproduzione della morte, come te spalancata,<br>te beltà, te sorriso fra l’inverno e il progetto d’un corpo collettivo<br>e armonioso, io barba lunga di una settimana a grattarmi <br>la schiena a liverpool street alle sette di mattina, <br>sballottato su un autobus, alle tre del pomeriggio in giacca <br>e cravatta al lavoro – ma tu non dormi mai - per una visita medica  – <br>mia madre cambiava pettinatura piuttosto spesso, <br>le piaceva ballare, celeberrima e morta ammazzata, <br>nascosta come un fungo con una testa enorme<br>a nutrirsi di muffe, sbiancata come una puttana<br>la mia capacità di –<br>assoldata dai pupazzi di zucchero che vanno<br>sciogliendosi in questa primavera che si apre<br>alla via armoniosa delle insenature e del semplice<br>riempire le insenature:<br>e goderne.<br><br>Tutta la mia capacità.<br><br>*<br> <br>achtung achtung, a babel platz<br>i libri sono in fiamme di nuovo <br>mammiferi di lusso pascolano <br>a piedi da Pankow fino a Wedding<br>sorseggiando cappuccini nella calma<br>luce di Berlino la maestra,<br>cominciamo subito col dire che la chiave<br>per questa parata selvaggia è la parola<br>variante – per non tenere misteri, e che il divano<br>sia posto vicinissimo alla gente in mezzo ai porti<br>dalla sardegna alla Cornovaglia barattando <br>cd con scarpe e libretti cuciti a mano con sciarpe<br>che scivolano dentro<br>alle pozzanghere (come pesci) che riflettono<br>palazzi e cavalli (ladylondon) nella stessa<br>identica trafittura – l’orrore ha un volume<br>generico che si riepiloga (nelle pellicole<br>di kubrick ammassate) negli scantinati<br>- plastic magical sergent pepper<br>lonely heart band – speriamo<br>che apprezziate lo show – mattinate<br>lisergiche nelle scale mobili della metropolitana <br>ascoltando blue calx degli aphex twin, Roma degrada<br>dall’alto verso il basso, le muffe, i rigattieri e gli extracomunitari<br>curano diverse malattie dell’inverno, mia amputata<br>io in questi momenti penso alla macchina<br>di tua madre che non la riconsegna<br>non la riconsegna<br>non la riconsegna ai tuoi occhi – ascolta<br>le mie parole cattedrale io ti porterò Amsterdam<br>davanti al bidet costruirò il cinema di Lipsia<br>di cui ancora non ti ho parlato lungo<br>la costa sentimentale di questa settimana nera –<br>nubifragi in Africa, a babel platz il falò<br>si alza – odore pirico per le strade –<br>la sera della festa ci strappa via i denti tu distanza<br>abbraccio e incolabile mancanza -<br>quest’attesa ha artigli che scorrono<br>lungo i fondali del mediterraneo – fibre ottiche<br>in allerta –  Bologna sotto assedio <br>si rifugia nei discorsi da vino rosso <br>nascosta dietro le costole della <br>piazzetta della pioggia – <br>dove gli strichetti neri<br>non sono stati tirati ancora via<br><br>come i manifesti moira orfei<br><br>*<br> <br><br>Così satura la penombra<br>le mani nelle tasche, quella<br>sottile linea rossa che divide<br>i pazzi dai pezzi e la scritta che urlava <br>“Vogliamo vedere le ragazze” - <br>fuori i campanelli e i quotidiani    le cliniche<br>cercavano un modo per rendersi<br>attraenti o indifferenti – la mafia degli occhi<br>che ci vuole sempre a discolparci<br>per aver troppo desiderato la mafia<br>degli occhi si rivolge a chi può dare <br>soccorso immediato e assoluzione<br>per aver solo pensato il fatto – <br>Mother Mary comes to me<br>for I’m a wicked child e volevo<br>essere buono perdendomi fra le sagome<br>delle scarpe coi tacchi duranti gli aperitivi<br>(le diapositive) troppo cortese <br>(diafane) con le cameriere sempre<br>(troppo cortese) cucire gli occhi<br>bendarsi i rami che escono dal corpo<br>non potarli<br>tornare sotto le coperte<br>dalle mie bolle<br>al sicuro con le mie bolle<br>sotto le coperte<br><br>*<br> <br><br>incarnato perfetto <br>abbiamo tutti a che fare con la luce<br>per mestiere o semplice indecenza delle<br>carni che stanno e fanno finta di<br>essere carne con gli occhi e le mani<br>sui tavolini e le gambe sotto i tavolini<br>spaventapasseri privi di ossa a suonare le bocche<br>in piedi sugli sgabelli sui marmi le polacche<br>quasi pronte per la messe – saccheggiare le risorse<br>per non trovarsi impreparati ad un corteggiamento<br>attraverso dei cavi  - la carne ci serve<br>come rappresentanza ma siamo tutti (firme<br>e) pillole, tubi che ci passano nel corpo misure<br>valicate costantemente nel petto dell’Italia<br>che muore o come Fede bloccato in Gronelandia<br>per una bufera di neve, (tre giorni, hai confermato)<br>non prendete le parole per quello che sono <br>stessi filetti stessi dentini che ci escono della gengive<br>incarnato perfetto in un corpo <br>con la cognizione<br>degli altri corpi categoria da evitare <br>per esser serviti e non faticare<br>i luoghi sono le vere persone<br>gli orologi compongono fiocchi di neve<br>la domenica in casa con la tuta le tue mani<br>l’innaffiatoio le opinioni l’abbacchio la voglia<br>di scoparti ragazzine dell’età di tua figlia la musica<br>classica 500 canali comprarti una pipa il caffè<br><br>la pausa<br><br>(la luce ti sorprende poco lucido ma)<br><br>non se ne accorgerà nessuno<br><br>(perché) <br><br>non ti guarda nessuno<br><br>*<br> <br><br>tu e quali edifici <br>mansueti nel tritare<br>perso nei momenti di lucidità<br>a fissare dettagli<br>togliatti non serve più a niente<br>“Ma che li stampano a fare i quotidiani” disse uno<br><br>- gli zingari hanno cominciato <br>a coltivare le rane –<br><br>poi piccoli appunti sul retro delle holga:<br><br>chiamare tutte le cose albero, mascella, sole<br>vendicarsi delle altre razze<br>aggredendo giocattoli<br>------------------------------<br>loro ci sono addosso mendicano attenzione<br>le bare dei ragni piccole minuziose<br>come quelle dei faraoni<br>-----------------------------<br>dolci sono i sogni e fatti di pane<br>mamme che stendono corpi negli altopiani<br>dei palazzoni di periferia a sventolare<br>---------------------------<br>cavallucci marini e sigle da supermercato<br>(a proposito dei pesci<br>voglio vivere la mia vita e anche la tua)<br><br>*<br> <br><br>testa di cazzo che se ne va come rimbaud<br>a spasso per i prati e poi si fa tirar via una gamba<br>per polemica e bastava leggerlo sui fili d’erba<br>che faceva tremare le formiche al suo passaggio<br>e anche quegli altri fenomeni, a capo chino<br>dinanzi al poeta che se n’andava in questa strada<br>o in quest’altra, per non tornare più<br><br>*<br> <br><br>beati gli empatici, i chiaroscuri e gli insinceri<br>le acque si spalancano dinanzi a loro e quella<br>storia del quadro, del tempo, ti arricciavi<br>una ciocca di capelli con un dito e correvi<br>lungo le fermate dell’autobus alle 2 del mattino<br>(no, quella non eri tu) “A proposito del tempo”<br>dicevo “Mi pare che sia tutto fermo guarda in terra,<br>fissa la terra è ferma, non si muove niente” dicevo<br>e sapevo che di non aver ragione dal punto di vista<br>dell’ape o della betulla ma “Mi sono visto in una vetrina <br>capisci mi sono visto in una vetrina” e mi ero sentito (come)<br>di respirare insieme (a te da un unico) polmone<br>guardaci al mattino da un ponte, se riesci a vedere<br>una metropolitana o una ferrovia, guardaci e dimmi<br>se tutto questo è reale, dimostramelo<br>(guarda Venezia e credici) questi fantasmi <br>mi entrano e escono dal cervello<br>entrano e escono e io continuo a vedere persone<br>di fianco a me che non ci sono un terzo e un quarto<br>nella stanza e io che mi sento da solo<br><br>e il terrore di accertarmi che lo sono.<br><br>*<br> <br><br>I fenomeni non apparvero nemmeno tanto all’improvviso,<br>gli inglesi si ubriacavano e non riuscivano nemmeno<br>a tornare a casa da una serata in un paesino di duemila anime<br>e ci si meraviglia che vengano accoltellati a Roma, succedevano<br>catastrofi ma tutto era quotidiano come sistemato, accadeva un’ora <br>e poi ne accadeva un’altra e nessuno pareva curarsi molto delle<br>cose accadute e sulle metropolitane si tenevano gli occhi bassi,<br>non si parlava sui treni, la procedura delle sedute in palestra, <br>la fabbrica, il praticantato del non agire, cambiare<br>il divano cambiare l’enorme cupa calma con qualcosa da bere,<br>ricominciare, presto o tardi dovrai dimagrire o smettere di fumare<br>o smettere di bere o smettere di confidarti – ti resta da scrivere<br>poesie mangiare pesche e dilettarti con la tua perversione favorita<br>(la mia è la contemplazione di adolescenti in paesaggi urbani)<br>così damascato così pettinato così ustionato così infinitamente <br>turbato dai frutti altrui – <br>mastica e digerisci<br>per esser masticato e digerito<br><br>(Proprio l’altro giorno mi chiedevo <br>cosa succederebbe se ipoteticamente – <br>dopo una catastrofe nucleare gli alieni<br>sbarcassero sulla terra e il primo posto<br>che visitassero fosse gardaland.<br>Mi chiedevo cosa penserebbero di noi,<br> delle ruote panoramiche,<br>del nostro gusto disneyano: <br>su marte nessuno sa giocare a carte.)<br><br>*<br> <br><br>Ti parlerò di tre ragazze polacche, una in tailleur, tacchi<br>E calze color carne (matylda), e altre due infilate<br>Sotto le coperte (monica e ?) con le loro canottiere bianche acquistate<br>A Poznam o a Katowice, tre polacche, io e una<br>Bottiglia di vino, detta così sembra bohemienne<br>(E proprio di questo volevo parlare, della distorsione<br>Dei filtri, delle lenti e della percezione, vi vorrei<br>Spiegare che non vedete nulla, basta una potente<br>Telecamera giapponese per dimostrare che non ci<br>Accorgiamo di cosa succede a un palloncino<br>Pieno d’acqua che rimbalza, o a un bicchiere<br>Che va in pezzi, gli occhi vedono pochissimo e di quel<br>Poco mentono la maggior parte e noi e le nostre parole<br>Striminzite che ci rimbombano nella testa mentre tentiamo<br>Di parlarci di rassicurarci di accarezzarci noi<br>Così tremendamente<br>Separati.)<br>Detta così sembra qualcosa di diverso come guardare<br>Una fotografia e credere che sia reale, invece le polacche<br>Camera 203, volevano che aprissi per loro una bottiglia di vino<br>Matylda ciondolava sulle caviglie sottili<br>Monica mi chiedeva di discoteche e abitudini, in italiano <br>La terza sonnecchiava nell’angolo lontano<br>Così simile alle mie endorfine<br><br>Volevate la comunicazione?<br>Eccovi un esercito di morti<br>Che parla una lingua morta:<br><br>Cristo il grido grande e gentile come una margherita balza<br>dal bordo del letto alla fine del crepuscolo, Mary la pigra <br>una mattina di domenica inarca la schiena, riceve – <br>lo abbiamo archiviato lentamente, languidly <br>nel corridoio - la sala era ampia, e silenziosa. <br>State vedendo questo <br>intrattenimento attraverso e attraverso. <br>Avete visto la vostra nascita, <br>la vostra vita e la morte; potreste ricordare tutto il resto. <br>Un riso soffocato dal ferro ha colpito <br>le nostre guance come un pugno fiacco. <br>Vuoi uscire di qui?<br>E dove vuoi andare?<br>Dall’altro lato del mattino ci sono solo pagodas, templi, mosche,<br>cravatte, stalattiti<br>non inseguire <br>ti prego le nubi disse non inseguire finché la sua fica <br>lo afferrò come una mano amichevole e calda. <br><br>(e di lui non si seppe)<br><br>Concentrazione impossibile <br><br>(lui non si seppe)<br><br>Qui vengono i comedians guardali sorriso oppure<br>guardarli ballare guardarli gesture al gesture così<br>deliberatamente asserviti - tutte le parole dissimulate -<br>le palabras sono rapide le parole assomigliano a bastoni ambulanti <br>piantale, dalle dei nomi, esse si svilupperanno - guardarli esitare così <br>flaccidamente davanti a una scelta orto poco domestica, l&#39;Islamico<br>ha liberato il mio becco al picco delle alimentazioni <br>la ragazza della O libera il vostro pettine preoccupato, mentendo preoccupata<br>lei non ha paura, è solo una bambina spaventata, sente l’odore del mio nuovo<br>collare - prosa arrogante legato in una rete della ricerca fino a se stessa<br>il relativo rapido<br>ammettere i grassi che hanno preso in prestito il ritmo <br>le donne si  radunano in cerchio per formare la cassaforte del mondo <br>per tagliare la vostra gola <br>la vita è uno scherzo <br>vostra moglie è in un fossato, tu sei morto, <br><br>la stessa barca <br><br>qui viene la Capra dell’Anima <br><br>stanno facendo uno scherzo nel nostro universo<br><br><br>*<br> <br><br>Galleria senza posa l’egitto i bloody mary<br>imbevibili l’autista con un occhio cieco,<br>welcome to the club, ragazza in gonna<br>rossa sdraiata con le gambe aperte <br>piano sequenza su un pianoforte dove una ragazza <br>inarca la schiena e con un piede schiaccia<br>un sol diesis - sei di fianco a un paralume<br>hai le mani sulla faccia, la tua casa<br>piena di libri non tuoi, scivolando<br>dal bordo del letto con la testa sull’angolo <br>la luce sghignazzante che zampilla<br>da sotto le tue gambe, la storia polacca fatta<br>di vetri rotti nella notte e papi, collana<br>di perle su una coscia la sottile peluria <br>all’interno della gamba sorpresa<br>a saltare sul letto sorpresa sotto<br>la neve a fissare un lampione rosso,<br>non prendere messaggi, bocca rossa<br>e domenica mattina, scroscio di pioggia<br>e visuale di uno scaldamuscoli, televisione<br>accesa telegiornale in tedesco ragazza nuda<br>riflessa nello specchio metti giù le armi<br>non sei sotto attacco copri le armi non sei<br>sotto attacco, alternativa sessuale<br>residuo di mosca, nella posa velenosa<br>ho scoperto di essere quilty alla 120 notte<br>di lettura e l’esilio ho scoperto di essere quilty,<br>i voyeur hanno pantofole e tossiscono <br>dentro a manine fredde fredde<br>davanti a schermi lampeggianti, il teatro<br>del viola l’angelo che perse le ali non<br>divenne necessariamente un desiderio sfocato<br>televisione rossa le tue braccia alzate le costole<br>la linea sottile linea della<br><br>l’amore moderno<br>questa stravaganza<br>no tempo meglio di niente<br><br>atteggiarsi a migliori<br><br>voler essere te<br><br>*<br><br>La carta-faccia. <br>Molto pacifico, meditazione, <br>base aerea nel deserto osservare fuori <br>i ciechi veneziani abbassare la testa<br>sotto i ponti della Città Irreale<br><br>Pellicole del maschio <br><br>Esplorazione<br><br>Conoscete l’Aderire alle fiche e ai rubinetti di d’isperazione abbiamo <br>ottenuto la nostra visione finale, dall&#39;applauso all&#39;inguine sorridendo (le ho<br>toccato una coscia e la bambina ha sorriso) <br>Le finestre mantenute noi<br>Avvolti nella placenta del guanto viola noi<br><br>Dell&#39;ora gentile del velluto e del volo noi<br><br>Della razza del piacere arabo <br><br>per la vostra casa appoggiata serica<br>come una testa<br>(mettiti un anello)<br>Di cupa calma saggezza <br>(fatti un tatuaggio)<br>avete conosciuto i pazzi <br>(santifica)<br>state facendo funzionare la nostra prigione <br>Per essere un collage della polvere <br>sulle fronti delle pareti della fiducia <br>dove eravate nella nostra ora magra? <br><br>Questi mutanti, anima-pasto per la pianta che è arata <br>Questi mutanti<br>stanno attendendo per prenderci <br>nel giardino di giuda l’eletto<br>privato di tutto l’affetto<br><br><br>*<br> <br><br>Per ogni caso di morte in estate, souvenir di guerra dai vicoli<br>ceralacca il sole lo guardavamo come fossimo sopravvissuti<br>a un evento nucleare – io e la tua partenza, <br>si riempie la tazza del chiaro - primo mattino, aeroporto<br>gli ibridi strisciano come bruchi <br>dalle lenzuola ai fondi del caffè – <br>dervisci di stracci muovono l’arianima sul soffitto, <br>i calzini, le bustine di thè lemon scented<br>s’occultano alle dita solenni –  i semafori duemila <br>chilometri sotto si mischiano all’alba, un camioncino inchioda,<br>la storia e la religione e l’alta fedeltà sfrigolano<br>sui fili elettrici attraverso lo splendore del deserto <br>e nelle colline policrome -  senza capelli grigio spento-viola <br>questa diagnosi da attribuire a un malessere dell’anima-<br>pirotecnica inventata  da bambini un tempo deliziosi <br>questa mattina, due cognomi inglesi da avvocato sulle insegne -<br>una mela verde da trovare in terra lungo un marciapiede<br>tremendamente grigio di Londra, 3 a.m. in the morning<br>tuoni, bombe e farfalle M-80, girasoli, <br>da donare alle ragazze dalle dita sottili<br>figlie di quelli tornati dalla guerra della pace<br><br><br>*<br> <br><br>polaroid:<br>scrivere un testo<br>che si intitola Milano <br>non è così affascinante se non sei<br>un islandese.<br> <br>*<br>  <br><br>“Gli itinerari” mi dicevi con quelle manine<br>piccole piccole o meglio erano le dita a sembrare<br>fragili fotocopie (delle bambine di schiele) le dita<br>con cui indicavi la strada che portava<br>fino alle porte di Kiev “Potremmo prendere un <br>autobus all’autostazione, aspettare assieme<br>a tutti quei polacchi o ciechi carichi di buste enormi<br>e andare a Brno, oppure <br>direttamente a Mosca, quanti giorni<br>ci vorranno ad arrivare a Mosca con l’autobus?”<br>dicevi e come una calcolatrice che rende<br>improvvisamente una cifra la stagione fuori<br>divenne estate per una evidente moltiplicazione di<br>odori piedi zanzare che restituiva cifre sentimentali<br>alle quali era impossibile non prestare la parte<br>anfetaminica del cervello quella <br>che ci tiene nascosta<br>la nostra plausibile morte ogni quindici secondi.<br> <br>Inseguo un castoro, nel giardino, a Moorgate.<br> <br>Mi masturbo in un bagno in comune, a Parigi, settimo piano<br>con le luci della città appena sotto il mio gomito sinistro<br>indifferente e altezzoso<br>come fosse <br>il gomito di una fotomodella.<br> <br>*<br> <br><br>Con le unghie appositamente conservate<br>Comporre la scritta<br>Dovresti conservare le parti del tuo corpo<br>Sopra un tavolino a Berlino, sette e venticinque <br>della sera, nessuno al lavoro scrive l’internazionale,<br>a Berlino fanno tutti i politici o gli artisti, si hanno <br>fattezze da piume e si chiama lavorare bere un bicchiere <br>di vino alle cinque in un giardino, parlando<br>di attentati terroristico marxisti dalle colonne di un giornale<br>distribuito clandestinamente tramite la rete ferroviaria<br>Berlino/Bologna, e ora a Prenzlauerberg, Mitte, <br>Wedding, Kreuzeberg,  manifatture del ferro vuote <br>capannoni atti un tempo a fare la parte dei polmoni <br>della grande Germania ora lasciati affittare a me, <br>a 400 euro al mese, per avere una galleria, un universo <br>parallelo personale e domestico, dove lasciare<br>installazioni per la casa, i miei problemi<br>con la casa, vogliamo parlarne?<br>nella casa in cui io vivo solitamente dopo un po’<br>di tempo mi dimentico del mobilio che ho intorno<br>lo assorbo, negli occhi, e lo percepisco appena<br>in superficie col trascorre dei mesi, avendo per gli oggetti <br>di cui ho bisogno cura e memoria nel ricordarmi <br>dove li lascio, sepolti, vicino a cosa, in che area <br>d’importanza della casa (sulla libreria, di solito, <br>vanno cose solenni come bollette<br>o chiavi o accendini)<br>e forse vivere in un capannone di cui posso cambiare<br>l’ordine e installare cose come tende o costruire<br>piccoli quadrati di cartone dove entrare a quattro zampe<br>o zone interamente occupate da cuscini o piume,<br>mi aiuterebbe senz’altro ad avere un rapporto<br>con la mia unità abitativa meno distaccato -  <br>scrivo di Berlino perché io ora sono su un aereo<br>privato della mia vita terrena sospeso in questo<br>sogno d’ossigeno e nuvole viste dall’alto e sonno<br>impossibile per i vuoti d’aria coinquilino senza carne<br>della mia vita pronto a rientrarci solo nel momento<br>in cui toccando il suolo con un piede mi guarderò intorno<br>come ci si guarda appena scesi da un aereo, come se si<br>venisse partoriti in luogo estraneo, dentro al nostro corpo<br>di nuovo pronto a ricevere messaggi, e ai nostri polmoni,<br>ansiosi d’annerirsi perché nessuno è realmente consapevole<br>che la sua morte prevista fra quindici secondi è dannatamente<br>plausibile più di una vincita a una lotteria.<br><br>*<br> <br><br>Al primo con la faccia da inglese che incontro a Londra,<br>bigliettaio per la terravision nella tratta<br>stansted airport/liverpool street<br>chiedo in italiano: scusi, un bagno?<br> <br>Voltato l’angolo a destra, risponde.<br> <br>*<br> <br>Post notes: gli inglesi hanno la mania<br>delle cose colorate<br>degli elenchi<br>delle file<br>Per nulla brillanti<br>non sorprende abbiano vinto<br>una sola coppa del mondo<br>barando<br> <br>*<br> <br>Non comprare le sigarette<br>abbonamento ai mezzi di trasporto settimanale<br>(weekly travel card zone 1 and 2)<br>ciao si dice cheers<br>amico si dice mate<br>puoi vestirti come ti pare<br>che non ti guarda nessuno<br>proprio come raccontavano in dylan dog<br> <br>*<br> <br>Passaggio dell’agnello, caseggiato quadrato<br>con giardino giapponese<br>incastrato fra i grattacieli della city come una cosa<br>dimenticata, in condivisione con la chiesa battista<br>di ***, solo il sabato mattina, “Non fanno neanche<br>tanto rumore” dice lady B così composta<br>nel suo pigiama di vetro nero a gambe incrociate<br>fumando nel giardino<br>fissando le ragazzine nere con le cravatte allentate<br>e la giacca blu ciondolare attorno al perimetro della casa<br>Moorgate, dove biondini spettinati dal barbiere con<br>le cravatte allentate fumano sigarette davanti<br>ai grattacieli di vetro assieme a biondine dai fianchi<br>larghi e le scarpe basse, bianchissime, penso<br>che i poeti dovrebbero scioperare e non accettare<br>più recensioni penso che prima di sparire, devi<br>essere apparso, mentre disegno isole con le parole <br>e attorno alla mia bocca burroni lasciano piovere dentro<br>ogni tipo di cianfrusaglia.<br><br>*<br><br> <br><br>tu sei coi documenti in mano, hai affittato<br>un camioncino per portare vie sedie e tavoli<br>e interi scatoloni di piatti e vestiti degli anni 80, <br>vorrei fotografare corpi di ragazze bellissime <br>con i nasi adunchi o lo strabismo di venere,<br>questo ti dico, mentre sei china sopra una bacinella<br>apparentemente affaticata, se fotografare <br>è scrivere con la luce si deduce<br>che l’atmosfera sia maggiormente <br>decisiva del fatto se scrivere <br>è fotografare con le parole tutto quello<br>che ho da offrire sono armadi di polaroid <br>“E’ che parli la lingua dei matti tutto il tempo,<br>nella tua testa, e alla fine i tuoi pensieri<br>pensano te” dicevi ed in effetti quante cose certe<br>londra è la città più cara del mondo<br>Venezia, l’acqua alta, 24 H, sessuale,<br>no luci, box, pantheon, biglietteria,<br>il pollame dell’anima, marcello<br>con indosso un cappello identico<br>al cantante dei curiosity killed the cat<br>ma quelli erano gli anni 80, gli anni<br>dei vestiti in questi scatoloni, Berlino<br>è la New York degli anni 80 scrive il <br>new york times a Berlino nessuno lavora<br>si beve caffè vicino alla Sprea all’ombra<br>di piante acquatiche, di zampe di tavolini<br>e ninfe eteree, a Kreuzeberg inaugurano una galleria<br>un artista olandese manderà tutti a fanculo<br>in italiano per tutto il corso della serata<br>si potrà bere gratis<br><br>sono tutti lì, c’è anche david bowie<br><br>*<br> <br><br><br>Onda cerebrale solenne e mansueta in accolita<br>con le quattro stelle qua fuori – odio le ragazze<br>romantiche ho scritto in un bagno a Tolosa mentre<br>i cassonetti andavano a fuoco per davvero ti dico<br>i cassonetti e i piedi di margot che s’imbrattavano<br>poi c’è stato il fango e la sacralità degli alberi<br>e poi è stato il tempo di margot e delle fiamme<br>degli aghi e le crune e del continuare a giocarci -<br>“parlando come forbici” sussurrava margot <br>prima di dormire stretti con jerome e la sabbia<br>dell’oceano atlantico e le funivie che portano al sonno piene<br>di sedioline vuote, cigolanti<br><br>*<br> <br><br>mamma carta da parati mamma zucchero a velo<br>dagli occhi alla cornea la mezzaluna della mela<br>nel forno si trasforma negli occhi della nonna <br>e le nocche della sua e tu, mia madre, avevi paura<br>della tua -  e come potevi pretendere di infilarmi<br>aghi o richiamarmi a casa mentre facevo il gol<br>di platini contro l’argentinos junior, <br>quello annullato<br><br>proprio come io<br><br>*<br> <br><br>La notte nel letto si scava una buca <br>nel centro e fissa “il resto” da fuori<br>“il resto” che avanza lungo le scale <br>della notte ma per adesso è lontano<br>lui è al sicuro consapevole che il noi<br>è una sua mano più una sua mano.<br><br>*<br> <br><br>Trasmettevano un documentario su<br>degli impiegati che fumavano fuori<br>dalle porte<br><br>un documentario girato da una ragazza<br>norvegese ispirato all’atteggiamento<br>del cattolicesimo nel corso dei secoli<br>visto da una prospettiva<br>puramente estetica.<br><br>A Roznov una ragazzina spinge una bicicletta<br>se qualcuno lo fotografasse sarebbe più vero<br>ti dico mentre tieni una mano ritta sulla fronte<br>per coprirti dal sole - ricordo che una volta<br>a Varsavia ho preso un autobus e sono arrivato<br>fino al capolinea e poi sono tornato indietro  ricordo<br>il capolinea (i palazzi) e io che stavo seduto nel fondo<br>dell’autobus, che una signora in ciabatte con una busta<br>della spesa ha sbadigliato<br><br>era approssimativamente il 1997 se qualcuno<br>l’avesse fotografato adesso sarebbe più vero<br><br><br>*<br> <br><br>Metamorfosi di Gouda, ombrellini neri <br>da rubare, ragazza polaroid al cellulare<br>a cui chiedere un’informazione, asciugamani puliti <br>c’è da dirlo, sarebbe ora che io fornissi <br>una definizione di te maggiormente chiara <br>poiché i lettori vorrebbero identificarti, e di conseguenza<br>identificarsi con te sono i vincoli della comunicazione<br>e anche se tu sei la signorina “non-ho-mai-chiesto<br>di-far-parte-di-questa-sceneggiata” dalla regia<br>mi dicono che devo stringere un patto con il lettore,<br>aiutarlo, poiché la vita è deja fatta di persone che incontri<br>e spariscono e accadono cose che non capisce nessuno<br>nessuno (pensa a una stazione) fa qualcosa <br>con una motivazione oggettiva<br>non esiste l’oggettività senza una aggettivo<br>possessivo davanti e una persona autorevole che l’imponga<br>ma queste sono cose da primo del mese mentre io vorrei<br>tentare di descrivere te dire quantomeno come ti chiami<br>adesso che mangi il cibo con le mani e ti lecchi le dita<br>con un piede nudo sopra all’altro piede nudo stagliata<br>controluce in questa cucina di (non lo diciamo, lasciamo<br>da parte la geografia e occupiamoci dell’altra cosa)<br>che pare non possa accadere nulla adesso con questa<br>luce e “penso che pioverà” dici masticando una fragola<br>e “hai detto la stessa cosa ieri e ieri l’altro e ieri l’altro ancora”<br>dico e sorridi e scuoti la testa e io di te posso annottare che:<br>1 hai le spalle da nuotatrice <br>2 quando ti vergogni ti si cuce la bocca <br>3 quando ti trovi una situazione complicata<br>come stare in piedi dal dottore incroci le caviglie e <br>4 hai una faccia interessata davvero credibile quando ascolti<br>qualcosa che non ti interessa affatto e <br>5 “volevo solo essere educata” <br><br>dici e fotografia e pornografia è la stessa cosa<br>si tratta di dirmi dov’è questo dov’è quello e cosa<br>dobbiamo illuminare con i nostri occhi o una luce<br>tu col pigiama io con le pantofole la nostra rivoluzione<br>non comprende nessun altro ma non sono cose<br>gentili da dire non sono cose che potremmo dire <br>ai tuoi genitori non sono cose<br>con le quali potremmo fondare una religione<br><br>* <br><br>la presa agonistica del mirtillo blu<br>un coniglio nella posa degli oroscopi<br>lenzuola farfalla tu lasci un piede ad asciugare<br>nel catrame sbatti le mani delle ciglia – “Ho perso <br>i battiti della lingua sui denti non so <br>contare ho voglia d’islanda” <br>cordon bleu confezione famiglia 3 euro e 90<br>i sufi che danzano e cadono a terra tremolanti,<br>sogno di tangenziale, macchine di cartone,<br>non contare su di me, furti di mele o melanzane<br>atroci sibilanti gonnelline certe spalle le spalline<br>la posa della gabbia, delle labbra, un secondo,<br>non vuoi modulistica in questo caso partecipa<br>l’appendice del pappagallo si tiene perfetto in <br>equilibrio e dondola sorvegliando con un occhio<br>solo la mensola l’impero la nostra femminilità.<br><br>*<br> <br><br>Solo per un giorno gli eroi di questo naufragio<br>se potessero un giorno solo senza macchina no tempo<br>ma non ci fu spazio né allarme che l’ensemble <br>si radunò una discreta faunetta attorno<br>si facevano fuochi per bruciare i legni vecchi, le cassette<br>rotte, dove ci sedevamo a bere, mammiferi, <br>finalmente, dappertutto, come quelli che rimangono <br>silenziosi nell’attesa<br>per quelle che escono dai buchi nude<br>per la vostra assicurazione sulla fabbrica e <br>per l’aria che respirate dentro alle metropolitane<br>con il resto dei soldi:<br>imparare a pisciare da grandi altezze<br><br>*<br> <br><br>Un mago del ferro aveva trovato una via fuga<br>“margot togli la maschera da coniglio”, oggi<br>frangetta da egiziana, desiderio di sale iodato<br>e invece cabine del telefono con le cornette ciondolanti<br>inventate dal cinese che non sviluppò per guerra,<br>non sviluppò per mare, un esempio eccellente <br>un corpo arma per provocare un effetto estetico <br>piuttosto che un assassinio —<br>non è pornografia questa?<br>farfalle M-80, girasoli, ampolle per distillare il ginepro<br>radio testa accesa 24 h al giorno mamma antenna<br>è  &quot;Una Foresta In Primavera”<br>oppure &quot;tempo di rivoluzione” le palabras<br>non significano niente nonostante<br>tutte quelle scritte minuscole sui fogli delle diete -<br>la luce la sua sigaretta dalla testa sfrigolante <br>di una bomba H nera - immagina <br>l&#39;aria piena di lamiere e succubi, <br>una disposizione oppressiva di polizia-fantasmi <br>le chiavi del bambino teppista<br>che brucia un fiammifero della cucina—<br>sciamano-apostolo, polvere da sparo <br>d’ estate disegna - fracasso nella notte pesante <br>con le stelle tirate e l’arsenico e il demonio<br>in salotto, il sodio e il calomelano, un attacco improvviso <br>e violento, Tolosa parla la lingua luccicante<br>della limatura di ferro — l&#39;attacco alla Sua banca locale <br>o alla brutta chiesa con le candele romane <br>finì come finisce uno schiaffetto flaccido<br>flaccido dato da un’insegnante a un ragazzo a Kyoto<br>dinanzi al sasso a forma di cuore, estemporaneo e anonimo <br>puoi esserci anche tu, vivace o aggressivo o semplicemente<br>turista, (forse di nuovo da autocarro/le sponde erano<br>le sponde basse/così/basse/alla radio accesa<br>come una fiamma/passavano sting)<br><br>mentre nel mare la femmina dello squalo martello <br>si riproduce da sola.<br><br>nasty and rubbish dentro alla porta bocca di sophie<br>dove i gambi delle spice girls vengono a posare sophie<br>così raggiante frida calo magnifica pettina le sue<br>parrucche fuxia o azzurro porta a spasso il vestito<br>fine impero rosa confetto con grazia dannunziana<br>sul graticcio sui tetti degli edifici delle assicurazioni o <br>delle scuole— una ragazza che stava qui si è suicidata<br>e pare sia tutto riepilogato in un quadro a cui sta<br>lavorando una certa elisabetta di Treviso che vive a Brockley<br>dove sagome nere camminano attraverso i corridoi ansiose<br>di possedere un cappuccio una possessione un piede<br>dei bambini delizia <br>serpente o Caos –  la soluzione finale <br>la paranoia collettiva seleziona i figli<br>il dragone avvolse il binario d’un vago verde contro<br>un sfondo di sodio, le nostre città, la nostra giustizia – <br>quelli che hanno respirato l’ossigeno ingialliscono—<br>non calchi su di me la sua impronta - <br>o accoppiandosi mostri una cosa mostruosa<br>e delicata<br><br>un batuffolo <br><br>* <br><br><br>La nube-scultura, licenze di polizia <br>per un pubblico tres chic <br>fra le gambe di tua figlia<br>(tu con la telecamera potrebbe essere <br>un’idea enorme come la nike)<br>alieno nella piaga emotiva <br>danneggiato dal vicino<br>raggio del carnefice<br>la variante di valico<br>comete che esplodono con odore di hascisc radioattivo<br>volere le ciocche <br>ossessionante pubblico <br>santo il fuoco la scintilla <br>sull&#39;architettura della borghesia<br>sequenze di signora - dita che cadono <br>sulla legislatura pavimento <br>l&#39;attacco cominciò ai riformatori <br>nelle sale macchine qualcuno<br>distrusse i motori<br><br>*<br> <br><br>mont marte la carcassa dell’opinione pubblica<br>si sfascia lungo le palme di Gambetta<br>più avanti è l’esercito o l’oceano i gabbiani<br>sono enigmi del centro, plausibile fraintendimento<br>nei prossimi quindici secondi -  tutti i capricorni<br>presenti distrussero le loro tessere gli altri,<br>più in la, avevano tutti i gomiti piegati e i cani<br>e fumavano sigarettine senza filtro, tre baci di saluto<br>innamorato di una parrucchiera indonesiana tradita<br>con un’adolescente intravista in una macchina <br>corrispettivo andino, l’argentina sta aspettando<br>l’invasione delle gallerie, Buenos Aires con <br>un amplificatore, una yamaha e un capitello romano<br>i grandi spazi hanno bisogno di voci enormi le discipline<br>si attrezzano nel giardino di sophie dove sono manichini<br>erbacce, alberi pieni di cesti e nastri e londinesi affondate<br>nella luce, lo stagno di dio non lo riflette per intero, <br>il mito pagano è ancora solo una molecola a fame unica<br>desiderosa di compiere un miracolo d’armonia,<br>quando mi chiesero alla radio an impossibile wish<br>io dissi to stay hug forever with the person i love<br>le cose normali della giungla dei senza peso<br>quelli fra gli alberi tutto il tempo<br>per il primitivo semplice una salvezza imprevista<br>acceso infinito sonoramente<br>ad amplificare il culo<br>le galline<br><br>*<br> <br><br>Il natale dollaro ideale come aperitivo<br>chill out per periferie scarpette da ginnastica<br>all star davanti alla piramide al louvre all star<br>davanti alla piramide dell’aventino dove incrociai<br>due ragazze inglesi con le gonne e le infradito<br>che passarono ridendo così rosa pallidissime<br>nel pulviscolo della luce dei fari le macchine<br>i lampioni lo sghembo della strada i loro<br>volti come squame in un tessuto che si scivola<br>addosso fra i meridiani e i paralleli a Amsterdam<br>una ragazzina e <br><br> *<br><br>E si ruppero tutti quei fragili scheletrini quella serie<br>di ossicine messe in fila, vicino agli acquitrini le<br>più giovani si tiravano su le gonne e alcuni le<br>riprendevano continuamente per dimostrargli<br>l’efficacia della loro esistenza – nel ghetto, gli altri,<br>quelli diversi, stavano seduti sotto ai pergolati dei bar <br>fumando sigarette tutto il tempo finché si apriva una porticina <br>e uno sgattaiolava dentro mentre le polizie del mondo sbadigliavano<br>tenendo la mano ben salda sulla testa di vostra figlia –<br>i preti seppellivano gli auricolari ormai li si impiccava<br>ad ogni albero e i chierichetti contandosi auspicavano<br>alla fine degli alberi, da sempre senza messia – governanti<br>e governati con le mani nella stessa pasta le ciminiere<br>sciarpe di periferia a largo gli yacht con ragazzine pronte<br>a conservare i propri vestiti a trasformarsi in bambole giocattolo<br>e marta con l’apparecchio per i denti marta con una lente <br>d’ingrandimento davanti all’occhio sinistro <br>marta sulla neve, che fotografa un cane <br>marta con lo sguardo corrucciato mentre scrive <br>su un quaderno marta con un occhio chiuso e tutte<br>le stradine piene di curve la macchina – il silenzio della strada<br>vuota le luci e la cosmogonia nei neon fiammeggianti mentre <br>marta corre su un declivio, in un prato, poco dopo<br>nemmeno tanto tempo fa –<br><br> *<br><br>“Ho interrotto qualcosa” disse lei entrando dalla finestra<br>ma noi non stavamo facendo niente c’era, è vero<br>quella faccenda dei sogni ma ormai fuori nessuno<br>si preoccupava più di nulla “ Sono tutti senza camici<br>nessuno sa bene cosa accadrà” dissi per muovere l’aria<br>ma lei era già con una mano sul bollitore con l’altra<br>nel mio petto che non ci accorgemmo che pioveva<br>da quindici giorni filati e i bar erano affollati, comunque,<br>gli insetti dell’aperitivo si asciugavano le zampette sottili<br>sulla segatura all’ingresso di bar dai nomi esotici oppure <br>erano curvi nei locali trendy del centro ricavati <br>da grotte, parlavo di lei, la seppellita e ancora lei, <br>la crocifissa per noi per redimere i nostri<br>furtarellli da cucina, sorpresi com’eravamo stati con <br>le mani dappertutto, marta con una giacchetta<br>verde striminziata in una foto che prova ad accendere<br>una candela, il cane con la sua ciotola in bocca e quella<br>volta che il vino cadde nel vassoio e formò<br>la costellazione del cancro “Nessuno sa cosa fare<br>là fuori è pieno di finestre che sbattono” e io avevo<br>paura non conoscevo nulla dovevo ancora approfondire<br>dylan scoprire le radici della musica degli anni ’60,<br>girare un corto, ma servivano le cassette le anfetamine<br>del velluto viola lei, sul bracciolo del divano, in equilibrio,<br>che cammina con le braccia spalancate – questa situazione<br><br> *<br><br>sì insomma poiché io e i tuoi occhi, ci sono stato<br>abbiamo condiviso, il lampeggiare della linea viola<br>tutte quelle crudeltà, stringerti la carne o non rispondere<br>i telefoni si annacquano nella placenta della conversazione<br>comunicare il divisibile del resto farne caramelle<br>da consegnare agli sconosciuti, dettagli di novocaina,<br>le femmine dei barbari sui tacchi a spillo custodiscono<br>le costole dei loro sarti che si grattano la gola<br>con un dito ricurvo – lui prese la pistola a londra<br>si incamminò per i pavimenti illuminati non aveva<br>intenzione di diventare quel tipo di persona che <br>non si emoziona più per un corpo nudo –<br>la cecità della punta delle tue dita non le impediva<br>(alle tue maledette dita) di raccogliermi dal pavimento <br>le unghie che avevo divorato e sputato, souvenir di praga, <br>tu allunghi la mano sulla curva della testa di lei <br>che è negli occhi - spillo e giostra, maniacale <br>come una cosa stupida che sbatte <br>contro una cosa trasparente – <br>non aver paura degli ascensori ti avvicina a dio, <br>gesù parlava fitto fitto a Betsabea con uno <br>con una barbetta e i piedi scalzi e impolverati <br>gli diceva un sacco di cose che <br>a quanto pare, non aveva invece intenzione<br>di condividere con me – la strada è la porta e<br>tu ci sei nel mezzo, come un occhio nell’ arcata<br><br> *<br><br>Divorare le margherite farsele portare<br>truccare il numero dei petali<br>per dare sempre il tuo nome<br>soluzione dell’est<br>la manciata di soldi da coltivare<br>il bulbo piantato nel tuo corpo<br>ogni sera innaffiare<br>i ganci per tirare la pelle sorriso<br>le bende femmina per le ferite<br>le tue ginocchia rosse<br>tanto di quel tempo da coltivare una vite<br>chiodo estetico <br>tapparelle abbassate<br>questo modo di essere eterno con una mano sulla tua nuca.<br><br> *<br><br>scendemmo dalle mollette proprio<br>come fa la pioggia e cominciammo:<br>fanne un marchio fanne una scritta<br>ti muovi con ragazzine pigre che ti danzano nella testa<br>saltellano tutto il giorno, tutto il santo giorno<br>ti ricordo col freddo in faccia, canticchiavi<br>una canzone francese, tu che francese non eri<br>per graffiarti via l’erba<br>assorbirti a specchio leccarti<br>l’interno delle guance<br>poiché non sei venuta poiché <br>ero in quello sguardo<br>mattinata d’ebbrezza quella della spiaggia<br>in cui ho mangiato le tue impronte<br>per cavarmi dal corpo la fame le cose<br>brutte che mi rimangono sempre addosso<br>tu<br>rimani<br>trattieni<br>pare che piova da quindici giorni<br>le verdure non salveranno il pianeta<br>il tuo vicino ha l’erba più verde<br>stanno nominando il nome di dio<br>non ci si può parlare<br>tu non riesci a trattenere<br>le tue parole sotto alla tua linguetta<br><br> *<br><br>Vicino Casta Soldi Il culo Galline<br>Personalità Palestra La Cocaina Guardare Alberi  Conflitto<br>Automobile L’ Elettricità 24 h Mtv Idioti<br>Giudice Dimagrire Il Telefono Mare Mafia<br>Farmacia Da Coltivare Spine Aeroporti Il Papa<br>Vanità per Aiuto Sognare La Spiaggia Rai uno<br>Sicurezza Democrazia Fotografia  Sposa Oggigiorno <br>Fantasie sessuali Sterline Generazionale Il vino America<br>Il caffè Fumo Internet è Maschio Zero<br>Bar Anarchia Politicamente Natale Dollari<br>Natura Polizia Adolescenti La voglia Adulterio<br>Seduzione Soluzione Euro Succhiare Il capitale<br>Il tempo Neon Tuo cellulare Animali Morte<br>Presto Giovani Casa Taxi Pornografia<br>Morte I telegiornali Poliziotti Bellezza Account<br>Download Pillole Le code Interessi Società<br>Figli Latin Lover Etico Mariuana Multietnico<br>Etilico Stupro Incidente Grattacielo Calcio<br>Potere Terroristico Qoelet Gruppo Fica<br>Assassino Anima  Volere è Tavola Calda  Credito<br><br> <br><br> *<br><br> <br><br>Zebra il punto l’aderenza <br>a tutti gli intenti sarò promiscuo <br>e illibato e tutto quello che farò <br>lo riferirò solo a voce a fiato<br>respira respira respira<br>se 16000 primavere del meriggio d’oro<br>i tigli chimici assordanti nella piega<br>dell’ora violetta dove tutta la stanchezza<br>si fa piccola da passare nella cruna<br>dell’immagine che ti disseta <br>tutta quella gola<br><br>di cosa muori di desiderio adesso?<br><br>E fra quindici secondi?<br><br>Dai importanza all’appuntamento<br>Programma le 24 ore programma<br>La settimana, gestisci le entrate la mensilità<br>Con calendari laptop notebook – kafka<br>solubile nelle bustine di sale di lisina –<br>per renderti il morbido ingranaggio <br>applicabile al quotidiano – non guardare<br>i guasti i tetti gli affitti delle case popolari<br>non guardare oltre la tenda del confessionale<br>6 buoni esempi per far riuscire una parata<br>24 consigli per comportarti bene in un blog<br>per risparmiare energia anche se<br>non sai nemmeno come ti chiami<br>non sai come funziona una lampadina<br>non sai come funziona una calcolatrice<br>non sai come funziona un orologio<br>e hai solo voglie improvvise che vuoi<br>realizzare nel più breve tempo possibile<br><br>sta bruciando qualcosa in città<br><br>i nani tiravano fuori lo status symbol le macchine<br>e tutte le ragazze che hanno fra i 14 e i 20 e che hanno<br>voglia di apparire – questa generazione di lolite si<br>ricambia in continuazione e le vuoi anche tu – non<br>parleremo in questa circostanza del tempo che perdi<br>a parlare con lei quando vuoi solo fartelo succhiare<br>del tempo che perdi davanti a una vetrina fissando<br>i manichini quando vuoi solo fartelo succhiare<br>del tempo che passi parlando con sua madre<br>quando vuoi solo fartelo succhiare<br>del tempo che passi all’ikea dando pareri sugli scaffali<br>quando vuoi solo fartelo succhiare del gioco <br>di fare il marito quando vuoi vuoi solo fartelo succhiare<br>non guardare le amiche di tua figlia<br>non guardare le amiche di tua figlia<br>e non giocare al padre  quando vuoi solo <br>fare i tuoi comodi per una ventina<br>di minuti e accumuli e pianifichi e soffri e digrigni <br>i denti alla sveglia e fai palestra e fai il manager o<br>l’operaio e ti togli le sopracciglia<br>e ti compri dei cappelli e passi le vigilie in famiglia<br>solo per avere il tuo spazio con lei a disposizione <br>che fa tutto quello che vuoi<br>tutto quello che le dici e non parla<br>succhia e non parla<br>non ha fretta<br>non ha nulla da fare<br>solo stare lì e fare quello che vuoi tu<br>non desideri questo?<br>non siamo ne buoni né cattivi<br>le ragazzine che succhiano sono dappertutto<br>ricambio generazionale<br>la primavera gonfia il cuore di polline<br>e il cuore si vuole far gonfiare<br><br>sei innocente paparino<br>né buono né cattivo<br>Nè carne né pesce<br>Sottratto alla legge<br>Come un prete<br><br>*<br><br><br>consegnammo l’italia in mano a quelli che arrivavano<br>e potevamo ricominciare a curare le nostre piccole<br>cose di tutti i giorni – le donne, comodamente riposte<br>in scaffali come profumi e questo cercava di spiegarmi<br>marta che la donna “si lascia indossare” e io non capivo<br>questi concetti sottili, roba da caramelle e apaches, <br>le ventole preziose si prendevano la cura di spingere <br>l’aria i più fortunati anche alle 11 del mattino erano<br>con le caviglie sotto alle zampe di un bar, rinfrescati<br>da basse correnti sotterranee – i martini sorridevano<br>nella sala la porta si apriva con un silenzio di chiesa<br>tutte le parole si vendevano nelle numerose bancarelle<br>che affollavano la strada fra le piante e l’acqua che<br>inondava i marciapiedi, i giornali non servivano più a niente<br>ma le rotatorie continuavano a macinare si era come<br>sonnambuli, o partecipi della vita di altri, montatori<br>di un film che non ci apparteneva ma ci accadeva<br>in continuazione e con un ottusa persistenza<br>fra ai nostri pomeriggi di golf<br>o le puttanelle<br>o il corso di cucito, mamma<br>o i coltelli<br><br>*<br><br>l’immigrato e il cinese in combutta coi tuoi<br>occhi, macchinine inutili in un gioco<br>che riguarda solo te, la tua trave di chiusura<br>il tuo clan<br>passare prima ai semafori<br>un amico in circoscrizione<br>vincere i concorsi<br>fare il soldato se vieni dal sud<br>le poesie non danno da mangiare<br>e invece i broker si<br><br>stanno liberando i cani i cancelli<br>sono tutti aperti<br><br>*<br><br>i drappelli e i comitati e le associazioni<br>erano formati da corpi che improvvisamente<br>si riunivano in uno spazio delimitato e questo<br>destava molta impressione, tutti sembravano<br>molto indaffarati e preoccupati e al tempo stesso<br>tutto durava un minuto appena, un uomo<br>con un coniglio sul collo mi passò vicino<br>per la strada, era l’agosto del 2003,  e nessuno <br>ne conserva memoria - o un balletto <br>che fai quando rimani da solo, sentendo l’eco lontana <br>del carillon dei pazzi che se non ti vede nessuno <br>non sta suonando per te –<br>il giovane è una categoria che va rimossa dal dizionario<br>le immagini si susseguono in continuazione e danzano<br>sul perimetro della tua cornea, sguardo fugace, <br>un’icona di spam, per esempio:<br><br>HELIO Easterlund branche  Maya Vaittinen products obsolete release torrent  mer, 23 mag 2007 21k  Isaac A. Foreman &quot; The funeral proceeded Tuesday at Thomas Road Baptist Church without incident.  mer, 23 mag 2007 3k morrie kaneshiro Alcohol WinZip  mer, 23 mag 2007 25k  Emilio Mitchell Photoshop, Windows, Office  4k  ArnulfoCantu ino a 555€/&#036; sui suoi primi 4 depositi&#33;  Graham E. Dorsey Bennington County is located in the southwest corner of the state, and this driv...  3k  Ricahrd grote existence features  mar, 22 mag 2007 26k  sakura5198@126.com  BCO85&#036;N%*%P%5%s&#036;rJz&#036;-?&#036;&#036;&#036;G&#036;9&#036;+&#33;)%l%Y (B B%k&#036;ODc&#036;&#036;&#036;G&#036;9&#036;,3N&lt;B&#036;KJz&#036;1&#036;^&#036;9&#036;h (B&#33;&#33;  mar, 22 mag 2007 3k  Alfred Bass NEWS: qprize  mar, Ling Jenkins Tell me what u see  mar, 22 mag 2007 17k  Tiara Hudson Still upset  lun, 21 mag 2007 19k  Jeanny Sarmiento AMAZING FRANKFURT SYMBOL&#33;  Mail Delivery Subsystem Returned mail: see transcript for Jerald Thacker URGENT: A cross  lun, 21 mag 2007 2k  Dhanesh reace up  lun, 21 mag 2007 16k  Faith Clement IMPORTANT: by latin  2k  Murphy Questo file contiene anche la versione Nuova Riveduta della Bibbia, l&#39;unica disponibile Joshua Abbey PLEASE HELP ME AND MY SISTER.  Pablo Slaughter callahan contradict alabama  dom, dom, 03 giu 2007 2k  Jadee Nicoson [nessuno]   Dr. Paul White REF: UKNL/26510460037/07  ven, <br> orro, lo scribaccino mascherato Fwd: Comunicato stampa: «I Piaceri della Carne»  idriss yaka Your kind attention needed.  Emilia Gomez As manteo which ellendale  dom, Michele Davila IMPORTANT: as statutory  lun, 21 mag 2007 2k  Il Cannocchiale Aggiornati i template della nuova piattaforma   Investor Bridgette Daily News 77382427938049526449  <br><br>tutto questo è impresso nell’occhio<br>tu sei così lontano<br>al sicuro<br>bene così<br>lontano<br> <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Fri, 14 Sep 2007 02:46:06 +0000</pubDate>
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<item>
<title><![CDATA[s.f., di Antonio Koch]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1094&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1094&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> 1<br>francia luoghi comuni (ancora regolare):<br>un appassionato ventilatore nei dintorni di parigi<br>colorato quanto un frutto<br>abbastanza strappalacrime, o viscido<br><br>2<br>terminatemi, a chiunque<br>possa vedere io dico avevo scritto &quot;guercio&quot;<br>e applausi e sforacchiamenti<br>tra un inabissarsi e il prossimo<br><br>3<br>evangelico debitore tuo come in preghiera:<br>&quot;a credito&quot; dico invece di &quot;amen&quot;<br>preludio al sogno &quot;fotterti in banca&quot;<br>questo volevo e vorrò fra un momento<br><br>4<br>prato d&#39;erba sul fianco del porto<br>puzza di pesce o di macchina nuova<br>o fumo in macchina senza portacenere<br><br>5<br>treni a passaggio remoto<br>in altre circostanze potevo vivere<br>assolutamente solido nel buio di qualche<br>cane greco, accidenti (topi, loro)<br><br>6<br>crescentine + salame e prosciutto, vino<br>diventa verbo: &quot;vinai&quot;, &quot;vineremo&quot;<br>ah&#33; ah&#33; le risate staccate che mi fecero dire<br>&quot;prese staccate&quot; eccetera eccetera, eccedere<br><br>7<br>accrescere potrebbe voler dire francoforte o giù di lì<br>senza arte moderna, nel tunnel nostro di noi tre<br>che fregavamo, in ferie, frenavamo, sfregavamo<br>stracci, strofinacci, stomaci, intonaco a segnare là<br><br>8<br>prove nel pensare o dire &quot;credere&quot; al recitare<br>quella pièce che scrivesti essendo autrice nell&#39;83<br>e che collabora<br>esistendo<br><br>9<br>l&#39;intestazione: spett. abbreviazione<br>via l&#39;indirizzo telefono, il testo: parla parlare boh<br>della lettera la verità è nel sigillo<br>che mangia troppo reale le unghie tue<br><br>10<br>forse è anche la febbre della scala, ma potrei<br>superstiziosamente inalberarmi rigido colloquiale<br>alto scrutando con occhiali discordanti<br>il cicaleccio, chat, chiacchiere fiumi versati<br><br>11<br>forse sarò stanco. Tornerò dopo quasi. Telecomandi in mano,<br>assisterò all&#39;avvento del sonoro, del parlato. Cascano,<br>i capelli, se non li reggi. Punti fermi. Equilibrium. Fermate<br>i punti, dateci un taglio. E sicurezza.<br><br>12<br>aspettami, mia bella puntatrice, fatti dire<br>&quot;fammi guardare con te lo zucchero in zollette<br>prima che il tramonto ci caschi nel bicchiere<br>e abbracciami&quot; o anche solo stare zitto<br><br>13<br>mangiavo pioggia, temevo, fin quando verrai<br>credo avrò sessualizzato l&#39;altra mia palude (o<br>sospesa) in campeggio, s&#39;intende, rido<br>o piango per le ruote forate che s&#39;essiccano<br><br>14<br>squadrami da folle imperativo a lindo righello<br>senza per questo dare al giallo o a ex-tovaglie<br>tue parole tre cose: inesistite, insistite, pasta<br>funghetti alla bassa austriaca zona lacustre<br><br>15<br>vomitava la madre, tu giù a tocciare&#33; tocciare&#33;<br>nell&#39;acqua i grissini pubblici minerali e orrendi<br>dilapidando panche, sedani e proprietà private<br>al modus vivendi &quot;modem-fax&quot; dell&#39;arciduca<br><br>16<br>&quot;dinosauro&quot; dicesti togliendo l&#39;enne inseguita<br>quindi dal DIO SAURO, titanico sbilenco senza gambe<br>calciatore outsider nello spazio tibetano (monti<br>cielo osole ommare a vedute rosse finali, finali)<br><br>17<br>ingrigivo o al cuore istupidito caricabatterie<br>connettevo (tu connetterai) prese scart cimeli<br>avanzi sciolti che fu l&#39;anagrammatico risultato di:<br><br>18<br>culla di petali su schermo<br>e dolciastri riposi alcolici umidi schifosi solo<br>all&#39;ultimo di essi inscatolabili comici colossali<br>sensazionalistici automatici rinvii d&#39;ogni cosa<br><br>19<br>&quot;fade to black&quot; dimmi così te ne prego albero<br>n° 204712 del passato montano, non dirmi un nome<br>che non conosco, albero dimmi &quot;fade to black&quot;<br>e fammi tornare alle canarie gialle<br><br>20<br>collega: facciamo sesso di anno in anno<br>commercializzando orgasmi in salsa ellenica<br>specializzandoci in carezze viaggianti da qui<br>al laghetto dei castori, castori blu elettrico<br><br>21<br>collega: gli anni passano più per l&#39;altro che per noi<br>o per me che mi chiamo fuori urlandomi dietro<br>&quot;...&quot; senti? d&#39;azzurro hai solo il golfino<br>e il seno<br><br>22<br>collega sei una donna che giammai fungerà<br>da fune né gialla al ristorante né trasparente al balcone<br>su qualsiasi golfo di napoli o centomila<br>di qualcuno che dimenticando capri dimenticando<br><br>23<br>collega dannazione esprimimi al tuo meglio<br>anche se infine esiste solo un divano che bianco è<br>ed eravamo insieme a cene e pranzi<br><br>24<br>prova ora a chiederti se t&#39;è sfuggita qualunque cosa<br>con o senza panna, provaci e bada che non vale invocare<br>e attenta ai remi (un microfono e un guercio di questo<br>ho bisogno per ancora protendermi verso queste<br>mezze labbra)<br><br>25<br>&quot;scrivi come mangi&quot; e mangi frasi poco salate<br>o qualche virgola qua e là a prender l&#39;ordinazione<br>come dicessi &quot;vuòtati&quot;<br><br>26<br>come stai grosso modo bene? massì sono<br>il preso a pugni dai modi di dire, la polpetta<br>per il proverbio tritacarne, il mangime per polli<br>sparso al funerale come petali del fiore che vuoi tu<br><br>27<br>collima, la matematica? certo, combacia con che<br>(posso sottrarmi se ci dividessimo uno per uno<br>ma: mi sommi? non farmi ridere, si dice la verità<br>solo parlando)<br><br>28<br>(i letti, sono malati, non noi)<br>non si fa in tempo a chiamarci che arriva<br>l&#39;infermiera ed è un esercito per cui il silenzio<br>è un varco, una cava, una grotta, una squallidissima bocca<br><br>29<br>&quot;sto limato, dottoressa, quasi al&quot;<br>troncato sul nascere come il più lucido dei ricordi altrui.<br>Un unico grande urlo, SPENGA, dal nonno muto<br>che spegne la tv e se giri la testa io la giro un&#39;ultima volta.<br><br>30<br>un terrore strano come pescar trote col papà<br>è questo che porta questa strana primavera<br>ch&#39;è strana con l&#39;acqua e il cielo sopra e sotto<br>e qualcuno che va a morire non si sa dove, anzi molti<br><br>31<br>pescar trote al lago, ti ricordi papà?<br>il mondo era a forma di canna da pesca e aveva i baffi<br>da felino gatto e morissi qui giuro che il lago era calmo<br>lo giuro se nessuno mi crede<br><br>32<br>devi sempre scorrere, come i titoli di coda.<br>Puoi alternativamente andare in bagno o lavarti i capelli;<br>mai smembrarti. Guardarmi (e lo fai) sarebbe osare troppo<br><br>33<br>può giudicare qualcuno<br>chi ha la medaglia<br>non con due facce ma 3?<br><br>34<br>detta in questo modo sembrerebbe femmina.<br>Quanto stupido sarebbe cominciare qualsiasi partita.<br>Unico vantaggio: l&#39;esatto momento<br>saperlo quando fermarsi<br><br>35<br>è una volontà di lasciar tutto sfumare<br>che assolutamente mi fa deperire le notti.<br>Tutte. Da Cervia sotto le sedie<br>a vedere mia madre fumare da un balcone <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Antonio Koch]]></author>
<pubDate>Sat, 04 Aug 2007 15:26:17 +0000</pubDate>
</item>
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<title><![CDATA[adesso rido, di Antonio Koch]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1092&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1092&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Adesso rido, mentre una volta<br>avrei detto neve se c&#39;era il mare<br>e usato il verbo &quot;mangiare&quot; a proposito dei pietrini del selciato<br>trovando pure il modo di definirci &quot;cristallizzati&quot;<br>proprio con questa parola stupidissima<br>lontano chilometri dalla terrificante semplicità del tutto<br>senza assurdità né niente, solo un po&#39; d&#39;onde del mare<br>trasparenti e prive di qualsiasi valore artistico o sentimentale emotivo,<br>insipide.<br><br>*<br><br>I tuoi subbugli esclamativi<br>ad esempio &quot;ohé quanto sono nitida&#33;&quot;<br>m&#39;avrebbero spinto a pensare a pance piene lisce enormi<br>con dentro chissà cosa<br>cioè proprio visualizzarli questi ventri nella mente<br>stando fermi col corpo<br>fisicamente come gettarsi sotto un treno fermo<br>o che avanza molto piano<br>e mi sarebbe venuta la gastrite.<br><br>*<br><br>Avrei pensato che ti dilatavi invece di esistere<br>(una cosa schifosa)<br>ma adesso non so perché rido<br>che è come quando ti diverti e piangi<br>con te davanti che strilli e strilli parli di sberle delle solite cose<br>e non mi tocchi perché ti ho già toccato gli occhi<br>tutti umidi unti<br>trovando non lacrime ma olio d&#39;oliva. <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Antonio Koch]]></author>
<pubDate>Mon, 23 Jul 2007 15:46:50 +0000</pubDate>
</item>
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<title><![CDATA[blast from the past, di Antonio Koch]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1090&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> Le Prince le fumavate in Grecia, appena svegli<br>semisdraiati sulle poltroncine di un caffè turistico vuoto<br>alle due del pomeriggio, seduti a un tavolino all&#39;aperto<br>silenzioso, parlando poco, guardando i tetti bianchi<br>delle case di Pefkus e il mare in lontananza, la scogliera, la<br>strada davanti al locale e la cabina telefonica muta<br>dall&#39;altra parte, aspettando il caffè freddo che avevate ordinato, o il<br>White Russian, o la birra, o mezzo litro<br>di acqua naturale, commentando poi pigramente<br>lo sguardo della cameriera, una ragazza inglese bionda<br>e poco abbronzata con gli occhi verdi<br>e un bel sorriso, e sorseggiavate le consumazioni<br>raccontandovi di questo o di quello, scambiandovi sorrisi tu e lei<br>mentre D. le raccontava un episodio che tu già conoscevi, oppure<br>raccontavi una barzelletta in napoletano<br>facendoli ridere entrambi, ma il più delle volte stavate<br>tutti e tre in silenzio e tu avevi modo di notare<br>gli occhi di D., più profondi del solito<br>che guardavano verso chissà dove, e quelli di lei<br>nei tuoi, molto grandi e lucidi, e sorridevi spesso, ti sentivi<br>sorridere.<br>I pomeriggi sembravano non finire mai, le ore<br>vi scivolavano addosso con le folate di vento bollente<br>quando andavate in tre sul motorino, sui cigli<br>delle strade polverose dopo aver fatto la foto a un cane morto<br>mentre accarezzavi i capelli sbiaditi dal sole di lei girata<br>dall&#39;altra parte, in piedi che guardava in basso, o quando<br>le toccavi la pelle mentre D. era via e facevate<br>l&#39;amore a lungo, con violenza, e dopo lo aspettavate seminudi<br>fradici di sudore, fumando, lo guardavate scendere giù<br>dalla scaletta<br>accanto alla casa e quando arrivava vicino a voi lei<br>gli sorrideva, dolce, e lui guardava te, triste, e tu<br>lo guardavi come per abbracciarlo, dopodiché il momento passava<br>e ci si faceva la doccia, si preparava da mangiare, si faceva<br>una partita a carte<br>e ancora il tramonto non arrivava.<br>Non scrivevi nemmeno una riga, trovavi impossibile<br>scrivere in quei giorni, era come un sogno, come quando si sogna<br>e si dice &quot;interessante questo sogno, appena mi sveglio devo<br>trascriverlo&quot;, non<br>provavi nemmeno a scrivere del tizio chiamato Squalo e di quando<br>gli avevate raccontato la storia di Mr. Palac, di come lui fumava<br>seduto all&#39;ombra con i capelli biondi lunghi e spettinati agitati<br>dal vento, o di quando ti sei fermato<br>per baciarla andando dall&#39;aeroporto a Lindos, o dei pensieri<br>che avevi quando aspettavi a qualche metro<br>dalla cabina dove lei telefonava e anche dopo quando riattaccava<br>e prima di tornare da te rimaneva qualche istante voltata<br>con la testa china, una mano<br>sulla borsa e l&#39;altra ancora sulla cornetta prima<br>di girarsi, sorriderti, raggiungerti e offrirti una sigaretta; come la sera<br>le sue scarpe col tacco scivolavano sulle pietre<br>delle stradine di Lardos, si aggrappava al tuo braccio e rideva, e ancora<br>come diventava seria i primi giorni quando D. la fotografava, ad esempio<br>al ristorante, accanto allo specchio con le mani e i polsi<br>davanti al volto di tre quarti in una posa involontariamente<br>artistica, o l&#39;incubo della sua pelle che veniva via (ma questo<br>dopo che lei se n&#39;era già andata), e<br>tutte quelle cose che avevi in testa e sembravano<br>sfuggirti.<br>Fra cielo e mare eravate schiacciati e mancava l&#39;aria, ma sembrava di respirare.<br>L&#39;amavi quando a volte diceva &quot;ho voglia di bere&quot; e vi sistemavate<br>sulla veranda con le gambe allungate sul tavolo, le sigarette<br>a portata di mano e una bottiglia di Ouzo, gli sguardi<br>paralleli e i corpi<br>caldi, l&#39;aria immobile che progressivamente<br>si incrinava sulle note di canzoni che contenevano versi tipo<br>&quot;you move then to my hotel&quot;, &quot;I gave her nothing<br>in return&quot; e &quot;pleasure is the absence of love&quot;, musica<br>lenta e soffice che accompagnava<br>le vostre risate sempre più forti mentre nessuno dal buio vi guardava<br>e la sera finiva in un attimo.<br>Dormivi male, ti svegliavi affamato, andavate in piscina, storditi<br>e sudati, a mangiare hamburger e a fare il bagno gratis.<br>Bevevi caffè freddo a litri.<br>Lei si alzava da tavola prima di voi<br>e andava a tuffarsi in acqua, la guardavi camminare sul bordo, toccarsi<br>i capelli e buttarsi in fretta, poi nuotava e vi sorrideva, faceva dei cenni<br>e vi chiamava, ti alzavi e andavi a tuffarti per raggiungerla<br>mentre D. rimaneva seduto a fumare.<br>L&#39;acqua fredda ti schiariva le idee, qualche volta ti faceva<br>venire il mal di testa, un dolore nitido, pulito.<br>Alcuni ragazzini inglesi giocavano e ridevano sul bordo della piscina.<br>Uno si chiamava Ryan, aveva tredici anni<br>ma ne dimostrava molti di più.<br>Tutto questo era una punta di diamante che non incideva nulla. <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Antonio Koch]]></author>
<pubDate>Sun, 22 Jul 2007 14:11:53 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[finché c&#39;è inchiostro c&#39;è speranza e macchia, di Antonio Koch]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1089&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1089&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> entrano in azione i cromosomi, leggere ad alta voce è come<br>sognare da svegli, cioè come vivere, vivere è come sopravvivere<br>da queste porte che sono i sogni entriamo in quei nostri corridoi<br>male illuminati, ben forniti, pieni di cose nascoste, porte chiuse<br>a chiave, porte senza serratura, serrature senza porte, bicchieri<br>senza orlo, poesie senza voce, schermi senza audio, treni senza<br>viaggi, cieli senza terra, spazi aperti, ali chiuse e noi corriamo<br><br>*<br><br>finché c&#39;è inchiostro c&#39;è speranza e macchia, sono stanco di<br>leggere scritte su magliette, scritte su vetri, scritte su veicoli<br>scritte su muri, insegne, cartelli, pannelli, adesivi, scritte su<br>strade, volantini, opuscoli, giornali gratuiti, pagine strappate<br>sono stanco di sentire onde, frequenze, non sono mai<br>stanco, sono stanco di giudicare vibrazioni, errori, non sono<br>mai stanco, sono stanco di guardarmi vivere<br>dentro guardarmi, vivere<br>lento, sono stanco<br>di guardarmi vivere, non<br>sono mai stanco, preferisco, alle volte, guardare fuori<br><br>*<br><br>una spalla nuda, un cavallo tatuato sulla spalla nuda, anzi la<br>testa di un cavallo, scrivo in piedi, parlano voci intorno<br>niente dondola, penso a un sorriso, come e quando<br>farlo, ma soprattutto: perché, la risposta è sempre qui e non<br>sono mai stanco, è sempre qui sul linoleum del corridoio<br>in questi a-capo meridionali, il sud del paese è sempre<br>un&#39;ottima soluzione, il rosso è sempre un buon colore<br>docile, non medico, è il colore delle mosse fluide<br>degli sguardi in piedi<br><br>*<br><br>potrei in teoria controllare entrambe le forze, una croce<br>immaginaria tanto più reale di questo tappeto di questi<br>stupidi ostacoli, in questo caso dire stupidi è come dire<br>intelligenti<br>veri<br>reali<br>espandi il concetto<br>di vero et reale<br>volare<br>fermi<br>nulla <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Antonio Koch]]></author>
<pubDate>Sat, 21 Jul 2007 23:22:19 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[verrà harry potter e avrà i tuoi occhi, di Antonio Koch]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1088&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> lunedì.<br>I&#39;m so happy when I get what I want è scritto sulla t-shirt di una donna alla fermata del bus<br>vado in banca<br>chissà se i soldi<br>sognato a.g. che diceva andiamo, andiamo via da qui<br>mi baciava per sbaglio<br>stava per piovere<br>eravamo intenzionati a distribuire volantini contro harry potter<br>col patrocinio di comitati oscuri<br>banchi di nebbia cresciuti in società<br>allevati come ovini o strane forme viventi<br>sogni da entomologo<br>che la biologia ci abbracci<br>smettere di fumare può essere utile al fine di farsi avviluppare da fumi più densi<br>ci pensi, i fumi<br>più densi<br>non sapremmo comunque che dire<br>ma potremmo grattarci i polsi con maggiore efficacia<br>ecco, i polsi, non so<br>sono sempre in sospeso questi polsi<br>bloccati o meno<br>scoperti nudi o legati ai polsi<br>incrociati davanti al viso a barricare qualche sguardo<br>che non scappi<br>da quegli occhi chiari o scuri<br>che non cambi direzione<br>qualche sguardo<br>(musica, prego) <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Antonio Koch]]></author>
<pubDate>Wed, 18 Jul 2007 06:07:10 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[bruciature, di Marika Bortolami]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1087&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> certo, aveva passato ben cinque minuti interi<br>a fissare i sassi, i pesci<br>il forziere del tesoro che quando s&#39;apre e fa le bolle<br>erano tutti al loro posto dentro l&#39;acquario<br>se non fosse che tutta l&#39;acqua era evaporata<br>e erano in realtà tutti distesi sul fondo<br>in forma bidimensionale, palloncini senz&#39;aria<br>che hanno bisogno di tempo per ripigliarsi<br>così zoe, nelle sue pinne e branchie<br>a boccheggiare nel colore blu della notte<br>e questo fottuto blu della perdita avrebbe anche passato il segno<br>stendere uno strato rosso <br>ogni tanto non farebbe male,<br>così, tanto per vedere l&#39;effetto che fa<br>zoe in fila alla cassa del supermercato, Lisa con la fede al dito,<br>la coda di cavallo, gli occhiali sul naso<br>batte gli scontrini, conta le banconote<br>dà il resto, prende i buoni e sorride, s&#39;informa <br>&quot;a casa tutto bene? la moglie, il figlio, il cane?&quot;<br>zoe non se ne capacita, non capisce<br>da quand&#39;è che vorrebbe quella vita noiosa,<br>il sabato del villaggio, le domeniche a passeggio per il centro<br>il sesso scontato, tutto incasellato nel binario morto dell&#39;insoddisfazione<br>ma zoe l&#39;ha provato, zoe ha capito<br>&quot;vuoi tornare indietro?&quot;<br>subito, immediatamente, dove si firma? <br>ma si merita di più, si merita di meglio, non ci si merita affatto<br>il ragazzo soldato abbassa gli occhi e le dice<br>&quot;la prima mamma è morta, l&#39;altra mamma mi ha detto di stare tranquillo&quot;<br>quante mamme puoi avere nella vita, piccolo pet? <br>a quante persone puoi dare lo stesso grado di attenzione,<br>quanti traumi puoi sopportare senza cadere schiantato al suolo<br>zeppo di ossa rotte e pezzi di vetro conficcati ovunque<br>da togliere uno per uno con le pinzette da sopracciglia?<br>è tutto eterno, tutto ingannevole, <br>le coppie sono tutte clonate e a luglio vanno al mare <br>con gli zaini nelle spalle di lei, i motorini truccati, le infradito <br>e i boxer ampi di lui, i due caschi che si toccano<br>e le cuffiette dell&#39;ipod divise a metà equidistanti<br>il cuore pulsa, batte e fa il suo dovere<br>indipendentemente da zoe, che è indifferente<br>il ragazzo soldato ha una bocca da baciare alla fine della notte<br>e le spalle ampie dove trattenere tutto quel che gli arriva addosso<br>non ha ancora capito come fare a parlare<br>a dire tutte le cose che gli stanno dentro, aggrappate da qualche parte<br>nei muscoli, e sputarle fuori, come amare al momento giusto<br>come smettere di essere un signore di mezz&#39;età ingabbiato in un corpo di vent&#39;anni<br>per non lasciarsi sfuggire niente<br>zoe lo ascolta, finisce la sigaretta e la spegne sul braccio<br>si chiamano bruciature<br>che siano interne o esterne è indifferente<br>zoe ha un&#39;ustione di terzo grado che non riesce a guarire<br>e tu, tu continui dannatamente ad avvicinarti con una fiamma ossidrica in mano,<br>nelle parole e in tutti questi silenzi<br>zoe non riesce a rigenerarsi la pelle, non c&#39;è tempo, non c&#39;è tregua, potrebbe persino morire bruciata<br>ché una testa nel forno è un&#39;idea banale dopo la plath, le vene tagliate sporcano<br>la vasca, l&#39;acqua che diventa una pozza rossa ed è un casino pulire<br>ci si taglia a più riprese con le mani, con gli occhi, con il sesso squallido, <br>il dolore si taglia con un coltello<br>si divide in piccole ostie da ripartire ad ognuno,<br>ognuno un pezzetto <br>e tutti a cercare di toglierlo dal palato per inghiottirlo una volta per tutte, <br>e non si stacca, non si muove, non c&#39;è niente per spingerlo giù<br>non c&#39;è una fine, <br>l&#39;alba arriva sempre inattesa e sempre più vicina <br>non c&#39;è tregua -non c&#39;è una fine- non c&#39;è una strada che porta da qualche parte<br>zoe si consola col ragazzo soldato <br>che ha tutta la vita pianificata, l&#39;accademia, le marce, patria, famiglia, dio, morte<br>zoe gli frana addosso e porta un po&#39; di confusione<br>chiamala distrazione, altre bruciature<br>altre sigarette spente sulle braccia, sulle gambe, sul ventre molle del tempo<br>il vuoto pneumatico dell&#39;estate<br>che non se ne può più<br>basta, basta<br><br>basta <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Sun, 15 Jul 2007 04:00:39 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[roba da chiodi (miriam), di Antonio Koch]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1085&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> soffitti alti poltrone scure.<br>miriam la dannata getta chiodi dalla finestra.<br>buttali via quei chiodi le diciamo tutti.<br>è quello che sto facendo ringhia lei.<br>è per questo fatto del ringhiare che la chiamiamo la dannata.<br>la chiamiamo chi poi, qua non c&#39;è nessuno.<br>soffitto alto (non gocciolante).<br>chiaro.<br>poltrone scure.<br>asciutte.<br>torna qui quando poi hai finito diciamo tutti a miriam.<br>dovevo sposare un netturbino ringhia miriam senza voltarsi.<br>tutti noi qui riuniti avremmo molto piacere di vedere il suo viso.<br>il tuo viso, il tuo viso miriam, imploriamo.<br>ma lei niente, là sporta fuori coi suoi chiodi.<br>che poi molti erano poi i nostri.<br>finivano giù in strada tintinnando, ostacolavano la circolazione.<br>che non ci facciano poi la multa, si preoccupava qualcuno<br>qualcuno si preoccupava.<br>miriam là sporta a prendere il fresco<br>le mani intrise di chiodi<br>non preoccuparti ringhiava<br>(speravamo tutti che poi ci cantasse una ninna-nanna<br>di quelle del suo paese quel posto con le navi).<br>ma poi vedremo quando avrà finito con quei chiodi.<br>soffitti alti poltrone profonde, scure nere addirittura.<br>potrebbe essere (fino a poco tempo prima li mangiavamo, i chiodi).<br>era sempre miriam a darci la sveglia.<br>si prendeva cura di noi delle sue cose.<br>anche quando non volevamo svegliarci lei alla fine ci convinceva sempre.<br>ringhiava poi solo dalle 17 alle 20 e quindici.<br>o otto e un quarto come preferite.<br>della sera.<br>soffitto alto sempre sera, poltrone in ombra.<br>il resto del tempo cantava o diceva cose che non capivamo con voce flautata.<br>e il flauto dove l&#39;hai lasciato le dicevamo la prendevamo in giro.<br>roba da chiodi disse saverio, ridemmo tutti<br><br>*<br><br>[12/7/07] <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Antonio Koch]]></author>
<pubDate>Thu, 12 Jul 2007 15:20:51 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[house of pain, di Marika Bortolami]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1072&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> zoe ha il collo spezzato<br>eppure respira<br>la luce di mezza luna riflette sul binario<br>zoe è ipnotizzata dalla lucentezza del metallo<br>il viso rivolto a sinistra<br>tutto il corpo immobile<br>ogni singolo osso è rotto, frantumato<br>eppure, respira<br>zoe non sa qual è il punto<br>da cui iniziare per autocurarsi<br>le importa solo della luna<br>che non venga coperta dal grigionuvola<br>il riverbero di luce è l&#39;unica cosa che rimane<br>per non impazzire<br><br>*<br><br>zoe è una bambola gonfiata <br>piegata a pancia sotto<br>fissa le corrosioni, lo smalto scrostato<br>delle sue unghie, sul tavolo<br>lui secondo i calcoli dovrebbe finire tra poco<br>a che diavolo serve definire i rapporti<br><br>(per esistere, <br>sostanzialmente)<br><br>*<br><br>gli animali dell&#39;estate s&#39;avvicinano <br>quando possono<br>quando trovano spiragli incustoditi<br>le lucciole vagano intermittenti <br>alla ricerca di un bambino con un barattolo<br>(dove lasciarsi morire lentamente)<br>e i grilli dentro casa hanno tutti una zampa spezzata<br>(arrancano nella dura lucentezza del marmo rosa)<br>e loro due<br><br><br>*<br><br>zoe torna a casa<br>le quatto del mattino<br>le strade bagnate<br>e tanto, troppo, dannato caldo<br>un ragazzo ubriaco fa a pugni un cartello della pubblicità<br>che accetta lo sfogo senza reagire<br>(l&#39;ikea è uno status della mente) <br>una ragazza premurosa s&#39;affanna a tentare di fermarlo<br>prima di ridursi a pezzi, prima di diventare un blocco di cemento, <br>un cane si accuccia là vicino <br><br>il semaforo lampeggiante chiude il cerchio <br>e porta zoe in un altro quadro<br><br>*<br><br>le prostitute moderne vanno in corteo, in parata per le strade,<br>poche sono rimaste sui viali,<br>molte nelle camere da letto a giocare alle fidanzate felici<br>una dice che a fare la Vita alla mattina si guadagna bene<br>e si conosce di gente interessante<br>alle quattro stacca e torna una donna <br>normale<br><br>zoe cammina lenta<br>prende nota sul moleskine che non ha <br>&quot;mestiere interessante&quot; e passa oltre<br>in radio una ragazzina inglese urla in una lingua che non capisce  <br>siamo cose che mangiano cose<br>che necessitano di cose e vogliono altre cose<br>(zoe segna <br>&quot;trovare sinonimi inutili per definire&quot;<br>altro tempo perso <br>tanto ci si capisce solo<br>ad occhi, a bocca e a mani<br>sparse sui corpi)<br><br>*<br><br>zoe è diventata uno straccio rosso<br>da legare al posto del viso<br>e spostarsi dentro a braccia che erano tutte sue<br>zoe affiora saltuariamente nello straccio blu<br>piega la testa e si appoggia al muro<br>(sei il mio fallimento, <br>un&#39;altra volta dire mai più e ancora<br>e poi mai più e poi basta)<br>il filo che le lega <br>sono le piccole incisioni da coprire con i cerotti<br>(che il papà non li veda)<br>(che il papà non si preoccupi)<br>(dentro a tutto quel silenzio immotivato)<br><br>zoe si sente dire &quot;non ti conteneva più&quot;<br>finisce il nastro della cassetta nella segreteria,<br>prende le chiavi e esce per sempre<br>dalla camera che l&#39;ha vista tornare più alta <br>(altra)<br>con una nuova coda da esibire per un po&#39;<br>un altro umano da tenersi accanto per il tempo utile<br>fino a staccarsene definitivamente<br>possibilmente in un giorno di nuvole<br>quando sono tutti distratti, a testa alta<br>a riconoscere le forme che diventano<br>cose<br><br>*<br><br>zoe ha il collo spezzato<br>eppure sospira<br> <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Thu, 17 May 2007 02:50:25 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[there there, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=1066&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> london april 2007 <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Mon, 07 May 2007 18:36:38 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[ANTIPATIA PER LA MERDA, di Andrea Rossetti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=27&tes=1065&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[Il mio intervento al Workshop bazzanese]<br><br><br><br> La poesia, la parola poetica, è destinata tragicamente dal linguaggio all’olocausto di se stessa. La devianza metafisica della lirica, che per secoli ha creduto di poter esorcizzare l’olocausto mediante la confessione, l’oleografia sentimentale romantica da una parte - poco importa se eroica o pastorale, intimista e crepuscolare o declamatoria e socialmente impegnata – e il nitore classico della forma apollinea dall’altra, è andata incontro al suo esaurimento degenerando nell’industria culturale del kitsch e dell’estetismo melodrammatico. L’homo faber, che per Gramsci giustamente non poteva non essere anche homo sapiens e che il Rinascimento aveva esaltato nella sua orgogliosa padronanza della propria vita e della propria fortuna, si è trovato a fare i conti con un ideale uomo medio, prodotto delle statistiche e delle indagini di mercato, è diventato di volta in volta utente finale, consumatore, spettatore, proiezione umanoide di un parametro puramente tecnico. La volontà di potenza, non trovando il super-uomo, ha infine normalizzato l’uomo dell’età della tecnica. Nulla di più lontano dalla poesia, linguaggio per eccellenza tendente all’autoreferenzialità e quindi all’oggettività spirituale, ben lontano in essenza da qualunque soggettività (anche l’antica diceria scolastica secondo la quale il poeta sarebbe colui che mediante il linguaggio rende universale il relativo è stata ampiamente spernacchiata dalla produzione su scala industriale della canzonetta popolare). La volontà lirica di dire si è mostrata non solo fallace ma anche un eccellente cavallo di Troia per la volontà involontaria per eccellenza: quella, appunto, dell’uomo medio, oggetto e soggetto del mercato globale della cultura. Il problema della poesia è ed è sempre stato, in sostanza, quello della volontà e, quindi, quello del soggetto e, infine ancora, quello della metafisica lirica della metafora che fatalmente è stata condotta dal cuore alla coratella senza soluzione di continuità.<br>Su questa degenerazione di fondo, che costituisce il problema laddove si preferisce porsene di fittizi solo perché risolvibili a priori con le modalità sostanzialmente logodiarroiche del sociale e del politico (sostengo da sempre che la deiezione è, con la chiacchiera, l’atto sociale per eccellenza), l’avvento di internet è stato assolutamente irrilevante se non fuorviante e peggiorativo.  La rete, infatti, è per definizione un medium passivo e illimitato, privo di filtri e sostanzialmente al di fuori delle leggi, nonostante i ripetuti tentativi di dargliele, che si propone in due vesti fondamentali: una vetrina a buon mercato aperta a tutti e il luogo di un mercato primitivo, fondato sul baratto, sul piccolo scambio, su dinamiche episodiche e ingovernabili nel senso di una continuità strutturale quando non sulla truffa. Indubbiamente la rete è stata una risposta alla richiesta di spazi aperti per una creatività frustrata dalla palude politica ed economica della cultura ufficiale, dall’impenetrabilità dei media tradizionali, dal filtro pigramente  istituzionale o addirittura apertamente malizioso dei soliti boiardi di destra e soprattutto di sinistra, paghi del loro ruolo di ortolani di un orto di plastica, di una cultura che celebra se stessa solo per dichiarare periodicamente la propria sopravvivenza, priva di autentica passione, di gusto per la scoperta, di coraggiosa curiosità, all’ombra della quale crescono pochi nuovi boiardi sempre più organici, sempre più inutilmente boiardi. A tutto questo la rete è stata – dicevo – una risposta, ma di sicuro una risposta inadeguata. <br>Il problema sta nel fatto che dietro alla rete, dietro al suo presunto antagonismo, agisce sempre e solo una variante di quella volontà in dissoluzione della quale dicevo all’inizio. Il sogno anarchico  di una bohème virtuale è in realtà soltanto una rappresentazione romantica plastificata per un fenomeno che è destinato ad avere la sorte di tutti i sogni anarchici: l’assimilazione o l’anonimato virtuale. Alcuni dei poeti nati e cresciuti su internet, tra blog e portali di pubblicazione aperti a tutti, dalla casalinga che piange in versi la sua maionese impazzita al professore trombone con l’uzzolo della rima baciata per arrivare fino allo studente liceale che accompagna i suoi versi maledetti con la foto in cui somiglia a Kurt Cobain nella speranza di rimorchiare qualche squinzia che scimmiotta Asia Argento, sono destinati, per caso o per diritto di nascita, a essere chiamati per cooptazione dai grandi boiardi a occupare qualche poltroncina da boiardo minor; agli altri, invece, l’assoluta passività del mezzo e la sua natura di mero contenitore incapace di dotarsi di filtri selettivi, ovvero di un radicamento all’interno di parametri culturali forti e vitali, assicurano un  sostanziale anonimato virtuale, ovvero una notorietà marginale capace di investire un pubblico che può andare da poche decine fino a un massimo di qualche centinaio di persone e la cui portata viene spesso emotivamente enfatizzata dallo spettacolo narcisistico di un microdivismo fondato su effimeri misuratori di popolarità quali i contatti, gli accessi, i commenti e, in quei portali che li contemplano, i voti. Più che uno strumento anarchico di rilancio della poesia, internet mi pare, quindi, un’immensa fiera di patetiche vanità non diversa qualitativamente ma solo quantitativamente da quell’ammuffita cultura ufficiale verso la quale in teoria dovrebbe porsi con modalità antagonistiche. Alla selezione ufficiale operata dalla congrega dei pomposi morti viventi di città che scrivono sui giornali, che lavorano nelle case editrici e che vanno in televisione si oppone l’assenza di selezione di questo mondo di piccoli zombie di campagna in cerca di notorietà spicciola e a basso costo. Nulla di sostanzialmente diverso, proprio perché a fare o non fare la selezione è in entrambi i casi il narcisismo, sottoprodotto consumistico della volontà lirica di dire.<br>La poesia, prodotto per eccellenza senza mercato, è stata sostituita dallo spettacolo – grottesco nei casi peggiori, nei migliori triste – dei poeti. In rete e fuori. Ma il declino che si è compiuto non ha origini recenti: iniziò molto tempo fa, quando l’assolo della lirica subentrò alla coralità della tragedia, celebrando l’avvento di un’antipoetica volontà di dire. <br>Internet non può aiutare la poesia perché la sola cosa che si può e si deve fare per la poesia è aiutarla a morire: l’eutanasia della lirica è la condizione che, ottenendo l’auspicabile estinzione della categoria dei poeti (iscritti ai sindacati e con regolare posizione inps), può resuscitare la tragedia, che è poesia in essenza, in quanto linguaggio non compromesso col narcisismo o con la notorietà di chicchessia. <br>L’attore è colui che pratica l’eutanasia alla lirica agonizzante, il nuovo poeta tragico, il mistico assoluto, cioè assolto dal qualunquismo mistico – internettiano, accademico, gazzettiero o televisivo, poco importa - di un qualunque imperatore-dio.<br><br><i>Andrea Rossetti</i> <br><br>(Teorie - Sull&#39;espressione artistica)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Fri, 04 May 2007 14:50:44 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Gianfranco Franchi su &quot;Indagine di uno Stalker&quot;, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=29&tes=1052&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=29&tes=1052&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Scaffali vuoti per decine di chilometri lungo la Grande Muraglia; alla fine c’è un cinese, seduto tutto tranquillo, che legge Playboy. Questa la concezione dell’editoria nei versi di Alessandro Ansuini. L’indagine dello Stalker è trasversale – identità, sentimenti, amore, fotografia, America (“Americalolita”), Europa, senso delle rivoluzioni (l’autore è “uomo in rivolta / ansioso di non approdare a nessuna rivoluzione” – da “Il viaggio in Francia (ideazione e pianificazione”), quando “oh sì da qualche parte anche noi / stiamo per accadere”. E questo è quanto può sintetizzare, a grandi linee, le trame delle due parti del libro di poesia “Indagine di uno stalker a proposito della muraglia cinese”, pubblicato nell’estate del 2006. Gli argomenti secondari sono vari – tutta la quotidianità dell’artista, dalla salatura delle aringhe alla cucitura dei libri, alle varie e irrichieste incursioni della televisione, dall’ossigeno sugli aerei (cfr. “Fight Club” di Palahniuk) sino alla pulizia degli occhiali.   <br><br>Gli occhiali disse, hai gli occhiali sporchi,<br>ansimi, ti innervosisci.<br>Secondo me ti innervosisci. Respira.<br>Guarda un porno. Adotta<br>una farfalla, educa un coccodrillo<br>a pisciare nel prato, misura, <br>leggi Shakespeare, dimenticalo,<br>spettinati quei capelli, lo senti<br>questo suono, come una M prolungata?<br><br>Lo sento.<br><br>È la macchina. Avanti. Riprova<br>(Ansuini, “Film” – p. 55) <br><br> <br>Il terzo libro di Alessandro Ansuini è suddiviso in due parti: “Marta” e “Indagini”. Nella prefazione, Mazzetti parla della scrittura dell’artista romano come un groove imprevedibile, uno “schema astratto” che innesca il desiderio “dell’edificazione di un modello la cui ripetizione è anche fondazione di utopia, ossia la sconfitta del tempo”; la traduzione mazzettiana di “utopia” è inevitabilmente personale e tende un po’ a deviare dall’etimologia (probabilmente intendeva qualcosa come “ucronia”, se soltanto “ucronia” non avesse assunto altra valenza nella storia delle Letterature), tuttavia se vogliamo affidarci alla dolcezza di quel che ha suono e quindi significato rapidamente intuibile e condiviso non possiamo che avallare il suo disinteresse nei confronti de “Il Significato” e de “La Progressione della Vicenda”. Un momento: è davvero quel che cerchiamo nelle opere di poesia, “la progressione della vicenda” e “il significato”? Qui la questione si complica. Al limite questo discorso vale nei poemi epici, ben distanti dagli ultimi secoli della nostra produzione letteraria. Un secolo abbondante di sperimentazioni di ogni genere – dalla frattura e dall’abiura della metrica sino al profluvio del nonsense, dal protagonismo acquisito e preteso dai montaliani limoni e dalla gozzaniana poesia delle piccole cose sino alla spergiurata distanza dalle tradizioni popolari e dall’espressione del territorio d’appartenenza – ha già scavato abissi difficilmente sondabili in diverse letterature europee… non è questo che affascina e rapisce nella lirica di Ansuini. Non sarebbe nuovo, e non sarebbe peculiare.<br><br>Leggendo “Indagine” ho pensato piuttosto che Alessandro Ansuini potrebbe avere un grande futuro come narratore. Ha un talento notevole nella percezione delle sfumature, dei dettagli, dei gesti minimi; sa fondere letture, ascolti e visioni nella sua scrittura, nominando con disinvoltura kunderiana illustri antecedenti o notevoli contemporanei; addirittura tendenzialmente se ne sbatte di qualsiasi metro, l’unico è la musicalità e il “suono interiore”, quindi è già sulla strada maestra. Conosce una musica che sa rappresentare e scolpire, e tuttavia vivere potrebbe e già è vissuta nelle sue precedenti sperimentazioni ibride, di poesia e prosa: commistioni atipiche, rimbaudiane e campaniane, d’un artista postmoderno che sogna il superamento delle strutture e il rinnovamento delle forme. In altre parole, non solo espressione altra: ma Arte altra. Assolutamente moderno: come insegnava il suo maestro.<br><br>Conoscevo una ragazza che aveva paura<br>Che un giorno ci saremmo persi<br>Evidentemente distratta dai banner<br>Sopra la propria casella postale elettronica<br>Incapace di rendersi conto che<br>Siamo come satelliti<br>Ci si gira intorno per un po’<br>Orbite ruotanti in miele dolceporno<br>A filo di coscienza a filo<br>Di desiderio <br>(Ansuini, “The Gloaming”, p. 79)<br><br>Come ogni grande letterato – poeta o narratore che sia – Ansuini canta l’amore, canta tutte le sue muse, con adorante e incredula dedizione; quanti non sono nuovi alla scrittura del fotografo-performer-editore-scrittore adottato da Bazzano, Bologna sanno che in ogni suo libro i picchi emozionali veri i lettori li vive in primis nella condivisione dei sentimenti provati per una donna; e nelle descrizioni ossessive ed estatiche (cfr. caviglie di Marta, “caviglie da scopatrice, / caviglie da russia e betulle, da dacia, da maniche perforate /, da regni in caduta libera come bare lanciate da una scogliera”; a conferma della speciale sensibilità nei confronti dei piedi dell’autore; cfr. &quot;Ronde de la nuit&quot;). <br><br>In questo libro mancano le altrove apprezzate riflessioni di estetica. Diciamo che stavolta Ansuini non discute essenzialmente della scrittura, ma della fotografia – arte alla quale s’è dedicato in particolare negli ultimi anni, cfr. DeviantArt. Emblematici a questo proposito, ad esempio, i versi de “Marte e la fotografia (non sei le foto che fai)” e “Il viaggio in Francia (ideazione e pianificazione”. Quanti hanno avuto modo di apprezzare lo stile di Ansuini fotografo potranno vedere confermate o disattese le loro suggestioni integrandole con questo piccolo manifesto autoriale.<br><br>L’autore si scarnifica e si spoglia per poter essere vero: morte, amore, paura, minime cose e privato: tutto si confonde in una poesia nata per la performance dal vivo. Tenete d’occhio il sito ufficiale di Ansuini, ascoltate questa musica – poi tornate a leggere, poi ascoltare ancora. Camera Mix non come estensione, ma come espressione autentica d’un canto coraggioso sino alla disperazione, e ironico e caustico; contro tutto. Gioiosamente anarchico, furioso e livido, pericolosamente attratto dalla sacralità: intenso, sempre.  <br><br><br>Gianfranco Franchi, Aprile 2007<br><a href='http://www.lankelot.eu/?p=1749' target='_blank'>http://www.lankelot.eu/?p=1749</a> <br><br>(Teorie - Critica &amp; recensioni)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Tue, 24 Apr 2007 17:27:21 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Gianfranco Franchi su &quot;Zero&quot;, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=29&tes=1045&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=29&tes=1045&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> “Zero” non è solo la stagione all’inferno di Alessandro Ansuini, diario frammentato e sconnesso (in altre parole: letterario) d’un’esistenza vissuta scrivendo per esorcizzare la paura del dolore e per esaltare la bellezza, agognando la divinizzazione della vita – del tempo che rimane – e rivendicando la serena attesa della morte; è il quaderno dei quaderni d’un autore che sta rinnovando le lezioni rimbaudiane (l’identificazione è, in questo testo, chiara, forte e proclamata) e campaniane, amalgamando poesia e prosa, nel segno della ricerca d’una forma nuova e, a quanto leggiamo in questo testo, d’una miracolosa e ancora inesistente struttura delle strutture. Ansuini propone una riflessione (ambizione?) chiara: mostrare una struttura capace di “inglobare le altre”. A un tratto domanda quale sia il nome della struttura capace d’essere a un tempo cronologica, a contrappunto, a incastro, ad affresco, deformata (non cronologica): la sua risposta è “Zero”, negazione della struttura in generale, architettura deflagrata, amori e sentimenti e emozioni e intervalli capaci di disgregare l’ordine previsto da ognuna delle strutture narrative convenzionali.  <br>Non è l’unica riflessione estetica rilevante, come vedremo; questo al di là dell’avvenuta fondazione della “struttura zero”, o almeno della sua ideazione.<br><br>“Zero”: credevo il titolo omaggiasse una battuta del film “The Doors” di Oliver Stone; Ansuini mi ha invece spiegato che “Zero il titolo se l’è scelto da solo, così come il fatto di non mettere il mio nome, mentre si scriveva diceva che non avrebbe avuto un nome e quando incredibilmente ho avuto l’opportunità di pubblicarlo non mi sono sentito di contraddirlo. Inizialmente si chiamava Zero’s Theme ma poi ha perso un pezzo, (come i Cult e i Cure) lo zero è tremendamente ambiguo, significa molte cose insieme, come riferimento musicale credo richiami zero degli Smashing Pumpkins, la canzone, (che portò a quella magliettina con la stella, te la ricordi nel video di Bullet with Butterfly Wings?)”. <br><br>Come no. E al contempo riconosco, nella scrittura di Alessandro Ansuini, una serie di punti di riferimento – rock, letterari, cinematografici – cari e comuni a una parte della nostra generazione. Come nell’opera d’esordio, “Ronde de la nuit”, “Zero” è caratterizzato da una ricca e apprezzabile serie di citazioni, richiami interni più o meno nascosti; per intenderci, nei tre libri che compongono l’opera, ho individuato tra i tanti: The Cure – “Accuracy” e “Prayers for Rain”, con tanto di traduzione in positio princeps dell’inizio del brano; Radiohead, P.J. Harvey; Von Trier (“Idioti”), Tarkovskij; T.S. Eliot, Rimbaud, Nabokov, Shakespeare (Ofelia e Amleto postmoderni e ansuinizzati), Pavese, Holderlin, Campana, Schiller, Gadda, D’Annunzio dei “Notturni”, Blake. L’elenco potrebbe proseguire ancora, quasi a oltranza; la ricchezza delle letture, degli ascolti e delle visioni di Ansuini è micidiale e suggestiva; stesso vale per la naturalezza dei richiami e delle integrazioni nei suoi libri. Si ha l’impressione che siano opere – e autori – coi quali davvero esiste un dialogo quotidiano, un confronto teso a interiorizzare bellezza e intelligenza, nel sogno della creazione d’un’opera delle opere. Perché è a questo che l’autore romano classe 1974 sembra stia puntando, a un superamento dei generi e delle strutture. Per adesso registriamo una violentissima frammentazione della narrazione, una sovrapposizione quando cruenta quando lineare di immagini, una scrittura che procede per lampi, scrosci, flash accecanti o distensivi e rilassanti. Non poesia pura, ma suono: non narrativa, ma prosa lirica; liquidissima, ma non annacquata; densa piuttosto, come il magma originario, caos che pretende di tornare (non di andare: e questo è interessante davvero) al principio di tutto, destabilizzando l’ordine costituito, abiurando dio e la società, cantando e scrivendo quel che è stato e quel che è, senza mai oltraggiare il futuro con una speranza o con una promessa. Ansuini scrive come chi non vede altro che il presente; forse è questo il senso dell’iniziazione – meglio: dell’illuminazione – alla quale pare accennare a un tratto, Roma 2003.<br><br>Il futuro – come la poesia – è morto. Non è. Il presente è attesa, sospensione e idolatria dell’attimo. Poesia è morta e tuttavia il poeta sopravvive, come quelle rare orchidee che vivono attaccate agli alberi, scrive Ansuini, senza essere parassiti: attende come un’orchidea insanguinata, s’avvicina un’era glaciale e allora è il momento di fare acquisti su Media Shopping. “Qui sono morte le stagioni e gli inferni s’allineano a formare un anello. Tu sei la punta che segue il cerchio, tu sei il compasso” (p. 78).<br><br>Se riuscite a immaginare una Stagione all’Inferno raccontata con la cupa e disperata allucinazione apocalittica e l’immaginazione di Blake potete avere una prima e vaga idea di cosa v’attenda in queste pagine. Un delirio costante e programmato, tanto limpido da suonare sacro: “non significo niente, non significa niente / il diapason dei sentimenti ripete (e ripete) e ripete / lo stesso identico suono (simile) di perfezione (nel / perdermi in ogni arte cinese o comunque esplosione cremisi”. <br><br>La scrittura riflette sulla scrittura. Ansuini scrive per la cognizione del dolore e della morte (pp. 59-60, libro secondo, “Zoroastrian Building”), e per la bellezza intoccabile. Tiene compagnia al vuoto (p. 61). La scrittura uccide (p. 61), presuppone “ferirsi senza farsi male” (p. 66), è distruzione (p. 67), è peccaminosa (p. 69): “Ecco un poeta: colui che dà tutto, la sua paura, il suo coraggio, la sua stessa vita nella sua totalità per non ricevere nulla in cambio. Potete dire un missionario” (p. 68).<br><br>*** <br><br>C’è qualcosa che andava e va restituito ai contemporanei, in versi. Il ritorno alla consapevolezza della caducità, per vivere con intensità ogni momento di sole, e ogni raggio di bellezza; si deve tornare a camminare a piedi nudi. Ansuini sta cercando una strada nuova – avanza confuso dalle memorie e dal dolore, e accecato dalla bellezza e dall’innocenza scrive; quando si tratta dell’affresco d’un sorriso, d’una notte o d’un dialogo, leggi e vai oltre senza nemmeno accorgertene: tuttavia d’un tratto appare un immagine che sintetizza e spiega tutto. L’autobiografismo – per quanto criptico per chi non conosca l’autore – è giustificato. Altro non esiste che quel che io ho vissuto. <br><br>“Zero” ne è la prova, e la coscienza. Lirica, e visionaria.<br><br>EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE<br><br>Alessandro Ansuini (Roma, 1974), poeta, narratore, fotografo, performer ed editore (clandestino) italiano. Ha esordito pubblicando “Ronde de la nuit” nel 2002. Vive a Bazzano (Bologna).<br><br>Alessandro Ansuini, “Zero”, Marco Valerio Editore, Torino 2005. <br>L’autore attribuito dall’edizione è “Karpòs Factory”.<br><br>Zero è suddiviso in tre libri: “Schekleter &amp; Paris Literary Company”,  “Zoroastrian Building” (senza dubbio il migliore in assoluto, per intelligenza, originalità, profondità e stile) e “Il visionario”, a sua volta suddiviso in tre parti: quella eponima, “The Family” e “Verwirrung”. <br><br><br><br><br>Gianfranco Franchi Aprile 2007 <br><br>(Teorie - Critica &amp; recensioni)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Sun, 22 Apr 2007 14:57:12 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Gianfranco Franchi su Ronde de la Nuit, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=29&tes=1044&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> Alessandro Ansuini, romano di Garbatella, classe 1974, è una delle più eclettiche figure nella nuova generazione delle nostre Letterature Italiane. Poeta, narratore, fotografo, editore (clandestino) per Smith &amp; Laforgue (là dove si stampano e cuciono in privato i proprio libri, ad libitum), anima dell’ensemble musicale Camera Mix e del gruppo Karpos, ha esordito pubblicando questo “Ronde de la nuit” nel 2002, per i tipi di Liberodiscrivere Edizioni.<br><br>“Ronde de la nuit” è l’ouverture postmoderna, lirica e lisergica, d’un autore che sembra votarsi a una scrittura estranea a trame che non siano un accenno; concentrato sulle immagini, sul suono puro, sulle sensazioni da sfogliare, scardinare e infine scolpire, va ibridando riferimenti rock o pop (soltanto in questo primo libro, più o meno scoperti omaggi o interpolazioni Radiohead, Cure, Cardigans) a riferimenti letterari (campionando, tra i tanti, Rimbaud, Richard Burton, Shakespeare, Spender), prediligendo – questa è un’attitudine protonovecentesca – frammentare e costellare le sue pagine con passi in francese; l’inglese è tendenzialmente vincolato ai richiami rock.  <br><br>Difficile immaginare l’esistenza d’un libro del genere senza che nella Letteratura Italiana – quella al singolare – sia esistita un’opera atipica, visiva e visionaria come “I Canti Orfici” di Dino Campana, esemplare commistione di prosa lirica e versi; quel che può affascinare il lettore è la percezione d’un incontro tra quel libro di Campana, reminiscenze decadenti o scapigliate (giusto per aderire a dovere alla nostra tradizione) e sperimentazioni beatnik; diverse tra le prose di questo complesso quaderno sembrano decisamente adatte a performance dal vivo, più che a una silenziosa lettura in una polverosa mansarda.<br><br>Protagoniste assolute del libro – a questo punto potremmo quasi dire che sia lineare identificarle – sono le figure femminili: amate, idolatrate, perdute, sospese in un istante che non torna, rimpiante, possedute.  L’amore è letto come un altare che pretende un sacrificio; è una concezione tragica e romantica, che mi sembra tuttavia vada esemplificando con chiarezza la condizione dell’io narrante. Il disordine emotivo può precipitare nell’acredine: “Tutte voi, tristes petits ingrats, voi che avete lasciato la polvere accumularsi sul mio cuscino dopo aver messo in disordine le lenzuola, verrò a prendere i vostri sogni di bambine, e li regalerò alle bocche fameliche dei pazzi. Sistemo con un piede le pieghe del tappeto”. (p. 41) – non sorprenda la conclusione che scivola su un piede. I piedi – sin dal principio – sono elementi centrali nelle prose liriche di Ansuini. Nella prima prosa, Arthur Borges è diventato una magnolia; sospira quando s’accorge che non può muoversi, inutile impazzire e inutile ragionare. Tuttavia è felice di non doversi allacciare più le scarpe. Non può più scrivere, ma pensa e prova poesia.<br><br>Ora: sembra quasi che l’autore vada identificando i piedi nudi con la libertà, come in diverse tradizioni; le scarpe sono lette simbolicamente come un segno di riconoscimento del ruolo, come parte integrante dell’adesione – dell’aderenza coatta – alla società o a determinate condizioni esistenziali. Sfogliando il testo non di rado capita di individuare passi dedicati ai piedi; tendenzialmente ogni apparizione d’un piede sta a suggerire un moto di libertà, di riscatto, di rivalsa sulla sofferenza. Mi sembra un tratto originale, va sottolineato.<br><br>Tornando al rapporto con le figure femminili: “Tutto sommato io ero una domanda latente, da sempre, lo sono ancora, e tu eri una risposta complicata” (p. 90) – e un passo come questo mi sembra così emblematico che non va nemmeno glossato o interpretato; è una sorta di manifesto genetico del legame con la donna in “Ronde de la nuit”, e dello status e della coscienza dell’io narrante. Un poeta che cerca, in prosa e in versi, di respirare qualcosa di diverso: di trovare equilibrio: di amare, totalmente.<br><br>Importanti le infrequenti dichiarazioni di estetica; il testo è frastagliato da una chiara coscienza di simbiosi tra “io” e “scrittore”, tuttavia fracassata dai limiti della scrittura e dalle vicende esistenziali del narratore. Scrivere illude e inganna il tempo, e rinnova speranza nella vita: speranza di controllo, certezza di senso. “Qual è il fine dell’arte se non quello di riuscire a dare contorni provvisori a sensazioni impronunciabili? Era l’arte assoluta. Comporre versi da perdere nel vento. E chi poteva dire che se li avessi urlati con la sua voce di magnolia gli altri alberi non l’avrebbero udito?” (p. 11).<br><br>E ancora a proposito del conflitto tra “io” e “scrittore”: “Diceva bene Sartre che i personaggi dei libri sembra facciano vite intensissime ma quando sei tu il protagonista ti accorgi delle tende ingiallite e dei buchi di sigaretta sul copriletto” (p. 25).<br><br>Sublime invece una delle conclusioni possibili: “La bellezza è nella constatazione che la sua cognizione non può prescindere da un giudizio: che si è cosa unica, poeta e immagine e parola, e che siamo un cerchio aperto come un grido ripetuto all’infinito” (p. 111) – e questo passo sembra proprio poter essere salutato come il miglior viatico per quel che Ansuini ha creato, interpretato e proposto, negli anni, sino a guadagnarsi l’attuale considerazione di outsider di lusso d’un sistema letterario che ne apprezzerà, tra non molto, l’estraneità al lungo respiro, la ricchezza lessicale, la capacità di fotografare sentimenti e sensazioni, l’illeggibilità (è davvero nutrimento per letterati puri o per innamorati delle letterature, in generale; dimentichiamoci la commercializzazione di una scrittura pura, magmatica e caotica come questa: è l’officina d’un poeta che sta fumando), il talento da performer.<br><br>Ansuini corteggia la pagina bianca e rianima simboli morti. Sta battendo – in splendido isolamento e con apprezzabile coerenza – una strada nuova.  Questo era  l’esordio. Naturalmente, atipico.<br><br>Avanti così.<br><br><br>EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE<br><br>Alessandro Ansuini (Roma, 1974), poeta, narratore, fotografo, performer ed editore (clandestino) italiano. Ha esordito pubblicando “Ronde de la nuit” nel 2002. Vive a Bazzano (Bologna).<br><br>Alessandro Ansuini, “Ronde de la nuit”, Liberodiscrivere, Genova, 2002. <br><br>(Teorie - Critica &amp; recensioni)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Sat, 21 Apr 2007 17:57:42 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Fronte della Falciata, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=42&tes=1038&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <b>FRONTE DELLA FALCIATA</b><br>- di Alessandro Ansuini -<br><br><u>Traduzione di Mariela Paolucci</u><br><br><br><br><i>Aujourd&#39;hui, toi ou Isabelle, venez Marseille par train express. Lundi matin, on ampute ma jambe. Danger mort. Affaires sérieuses régler. Arthur. Hôpital Conception. Répondez.<br>Rimbaud. Marseille, 22 mai 1891, 2h50 du soir</i><br><br><br>Curvada la mano se definía<br>como el diseño de una grieta sobre el muro- <br>el protector del canal mutaba <br>las frustaciones en sentimentalismos<br>filtrando el flujo a través del uso<br>de un sofisticado aparato de recorridos<br>que se desatan hasta sobre el borde de esta periferia- <br>nubes amontonadas como frazadas deshechas<br>a los bordes puntiagudos de los palacios<br>las plantas en las macetas abandonadas<br>de las personas abandonadas - <br>se piensa todas las noches y todos<br>los pies de los viejos que se mueven<br>bajo sábanas blancas<br>in(a)auditos<br><br><br>Cola fanática por ángeles de desesperación, Qoelet, <br>este viento me desordena el cabello, <br>las ruinas de los cuerpos juegan formando<br>nuevos paisajes de colinas donde antes eran llanuras<br>y tiras brillantes por urracas - y silban las espadas <br>y silban la cavidad de la cabeza de ratón esquelética <br>-Qoelet <br>mi madre, mi madre no me responde<br>y no logra mirarme a los ojos<br><br>*<br><br>Amantes sobre los banquillos negro-amarillos desenfocados- <br>manifiestos sobre el fondo que recitan en pop art<br>CLASSICALLY ABSURD<br>desdemona demodé, ofelia así ruidosa así religiosamente<br>dibujada se pone en comercio con un par<br>de labios carnosos nadie que osa cerrar<br>los documentos de los presentes, desvinculados por un <br>vademécum <br>pescado en la red, editado por un senegal- <br>la repartición de los semejantes y de los saqueadores, todos inocentes,<br>devotos al bisturí carecían de tensiones <br>en los momentos cruciales, como una onda de sonido<br>que se retira siempre<br>al último momento<br>sobre la orilla de la duermevela<br><br>*<br><br>Pero en el fondo quién ha jamás sobrevivido<br>a una tarde de domingo<br>pasada sobre el sofá<br>mirando la luz de la televisión<br>permanecer detenida<br>mientras la luz afuera<br>iba decreciendo?<br><br>La sensación de ser el ojo de un papagallo<br>en vilo sobre un caballete<br><br>*<br><br>Sembrar los días como si se espiara,<br>cuantas miradas furtivas, miradas<br>de llaves en las cerraduras, el secreto escondido<br>en los pies del maitre, que espían en <br>continuación<br>el tesoro que os esconde en el medio-<br>que hay por demostrar<br>los perfiles de las sombras, ennegrecidos<br>como cuchillos de carne, todos de perfil<br>una mano no dada a tu copa c-<br>minúsculos cráneos por encontrar<br>durante el día-paciente-sobre-una mesa,<br>ni siquiera anestesiado, seccionado en horas,<br>abierto en minutos, cortado en segundos, recordar<br>cuán importante es tener citas<br>a las que llegar tarde, si no hay otra<br>para sentirse en culpa – el término <br>de las diez y cuarto y el término<br>de las cuatro y veinte, un mapa invisible<br>atravesado por estos minúsculos cráneos, <br>los nuestros, apenas recubiertos de carne,<br>por un cierto período,<br>pero así molestos, e insistentes<br><br>*<br><br>Hay un dispositivo tremendo<br>que me quiere mecánico, absolutamente<br>aceitado con los mecanismos que se encastran<br>perfectamente con los otros, <br>humbertejio debajo los neones buscando<br>con la mirada una vía de fuga,<br>dentro los ombligos, pero es como si fuera<br>cuidado por una enfermera<br>que pone constantemente en orden<br>una vanguardia, un ejército y un golpe<br>de sueño –renacimiento shangai, es escrito<br>también sobre los muros es escrito<br>en la cabina del teléfono, 55.000<br>nuevas publicaciones literarias solo en italia<br>poner en desorden los sótanos- <br>berlín se abre a la medianoche y a las nuevas tendencias<br>un deseo quietísimo de edificios ennegrecidos, <br>ventanas de vidrios cubiertas de polvo y seccionar el departamento con los biombos, cambiar la disposición de la habitación-   <br>los desfiles de moda y la poesía son una cocina de prostitutas <br>que van del brazo bajo los ojos impasibles <br>de un árabe de barba larga, con pesadas cortinas negras<br>detrás de las espaldas, que ordena con un dedo extendido que debería interesarme por aquello<br>que no ve ni siquiera él, mientras de algún modo<br>se continúa la ablución de los rostros<br>de familia y otras asociaciones<br>a delinquir en la adio-santificada<br>de la televisión. <br><br>*<br><br>El escaneo de los programas como a la mañana, como<br>las alabanzas<br>seguido por la misa catódico-conventual<br>el escaneo de los programas como a las vísperas<br>las plegarias<br><br>*<br><br>all is beautiful all<br>is full of love<br><br>*<br><br>Sola se dió al abrazo, contra su voluntad, <br>consigo misma, desnuda apegada<br>a las propias rodillas estaba<br>como el blanco de una vela<br>puesto de frente al blanco<br>de un muro, y allí, bendita<br>por el frío y por el ángulo,<br>reinaba<br><br>Ésta, ésta es ella.<br><br><br>Pesaban nubes y haciéndose densas<br>se acostaban sobre la parte derecha<br>del cráneo, donde por una semana <br>dos voces distintas, a la noche<br>habían tomado por gritarse recíprocamente<br>frases inconexas, delirios, y nadie<br>demostraba que aquellas voces nocturnas<br>no pertenecían a las de los vecinos,<br>o a aquél sutilísimo violeta<br>que había entrevisto<br>prolongarse en los párpardos de la ventana,<br>hacerse cornea<br><br>Y éste, éste soy yo. <br><br>Las casas brotaban junto a una vasta depresión <br>algunos lugares se pasaban <br>de generación en generación<br>una herencia cultural que enseñaba<br>a abrir las piñas, a separar<br>la carne de la escama: sobrevivían solamente<br>los más técnicos, los talentosos, o los tercos.<br>Un perro de pavlov anunciaba<br>el ingreso de modelos en la sala, sus tacos<br>y pantorrillas puestos en una correspondencia de Eco <br>con los ojos de todos nosotros<br>curiosos que ser nos revelase<br>el secreto de esa música antigua, hecha <br>de clavos y tobillos<br>que ignorábamos. <br>Los colores soplaban desgranándose<br>dentro de la Polaroid,<br>las escenas cometidas eran secuencias de opio, rosal<br>de sonámbulos que afilaban<br>su atroz sensualidad<br>dedos delgados –labios modelos –como delante de un  <br>objetivo<br>saturando los claro-oscuros de la imagen <br>de su química y de aquel modo<br>de caminar hacía ícono<br>espesor y perfume, en el momento<br>en que permanecía fija,<br>en el cuarto, delante de los ojos<br>que no la abarcaban, de pie, <br>la manos sobre las rodillas, las piernas cruzadas, <br>fragilísimo deseo de todos nosotros<br>-matarte o tenerte sobre un vidrio- <br>y la risa, la risa de ella<br>cubierta por los dedos delgados<br>delante de la boca<br><br>Fosos de la luz moderna, algo de grave<br>que ocurre en una tarde de miércoles<br>- a nosotros, propiamente a nosotros- <br>Mientras todos los otros parecían <br>continuar a aburrirse<br>sin darse cuenta de nada<br><br>Y fue así que las industrias del vidrio fueron <br>liquidadas,<br>ahora, sobre el borde del Splendide Hotel<br>las señoras entraban y salían, <br>entraban y salían discutiendo<br>sobre la Magdalena de Dan Brown. <br><br>Esto, en la península:<br>luz, distancia, una pelota<br>de básquet en el medio, un gato<br>en  perspectiva, como a pelo de agua<br>-ridículo como una herramienta inutilizada-<br>pero bello, y atento.<br><br>*<br><br>Frustación, aislamiento, pentatonica<br>de la modesta cantidad –adelgazar bien<br>adelgazar de prisa- sé muy positivo- <br>los nuevos bárbaros y la fuerza<br>de olvidarse de la memoria <br>-fiction extralight for cosmopolitan anoréxica girl-<br>sillones y huéspedes -la televisión no engorda<br>ni adelgaza la televisión<br>maquilla -esaylife teen lolitas for empty boys- <br>siglas de supermercado - detené<br>el psicólogo en clase detenelo<br>mientras se quitan los ojos en tv<br>para interpreter los sueños- <br>por fortuna que existe el domingo- <br>Sally, te presento a Ferrari- <br>acróbata o ingeniero<br>esta vulgaridad sin velos así bien exteriorizada<br>en el simple mostrar los ojos <br>cómo se decía un tiempo?<br>Los ojos son el espejo del alma- <br>la primera corporación del kiwi<br>cabalga la bora digital - lady in black, <br>elegancia de firmeza, tu casa fantasy<br>a prueba de glaciares, tus horas muy speedy,<br>sos así multi parka, tu suavidad del cuello<br>no se exterioriza solo con el detalle de abrigo de pieles,<br>y ellos, si todos ellos se dan cuenta- <br>acordarse, antes de enviar un euro<br>para el panda que no logra aparearse,<br>¿quien nació el mismo día que la madre<br>teresa de calcuta gana un televisor de plasma?<br>Quince segundos delante de una telecamara<br>para suministrar desapasionadamente tu opinión- <br>háblanos del dinero, de los inmigrantes, háblanos<br>que cosa le dás de comer a tu hijo<br>no lo ves que es obeso?<br>Sos favorable con la burka o no?<br>Usted es uno de los cuales que dice basta <br>[de] esta manía de lo etno y en casa<br>tiene una mesita esculpida <br>en el desierto de Kaokoland?<br>Sabe quién ha tomado la bastilla,<br>y qué día nació Umberto Eco?<br>Por qué llaman Unabomber con<br>este nombre, que se refiere<br>al profesor americano que puso tres<br>explosivos en un college y fue arrestrado<br>antes de hacer explotar uno?<br>Qué quiere decir maximalista?<br>Pero cómo hablan en televisión?<br>Aquí, aquí la pregunta:<br>usted entiende lo que dicen en televisión<br>o mira sólo los programas de Maria de Filippi?<br>Responda, según usted, el arco de costantino: <br>- es  un gadget que dan de regalo con novela 2000<br>- es el sobrenombre que costantino vitagliano atribuye a su pene<br>- es una poesía de maurizio costanzo <br><br><br>ponga una cruz<br>cuando dicen terrestre digital<br>están hablando de usted<br><br><br>*<br><br>Monopolizar los mejores recuerdos, la curva<br>sexual de la bomba, los sinuosos cuerpos de algebra<br>bosquejos de tiza sobre el pizarrón - los significados<br>sobre los cuales no logras treparte,<br>la sentencia que deviene una rima<br>pierde su valor pero vos<br>podés ser todavía puesto en carga<br>basta buscar una presa no hay luz<br>ninguna luz en la oscuridad pero vos tenés<br>la espina –la velas de esta ciudad<br>no están más quemadas de manera así sensual<br>los blackout se adormecen como niños y esta <br>nuestra cena<br>dime, es sólo inspiración?<br><br>&quot;Por qué haces preguntas<br>si ya tienes todas las respuestas?&quot;<br><br><br><br><br>*<br><br>Conspiraban las partes ciegas de la casa, la perspectiva<br>no escrutada, intolerante a los zapatos así <br>confesión,<br>así la familia, la clase media se contenta de ser <br>obvia, los mejores recuerdos que podés desear<br>los está viviendo algún otro -abonate<br>yo soy por las partes que se parten, que desprenden,<br>soy por toda la acústica provocada por la zambullida<br>de una bomba, no he nunca pensado como se hace<br>una conexión entre vos y las venas eléctricas<br>que me atraviesan yo solo he dado mi nombre<br>tomado parte a la comedia - ningún vestido<br>tranquilizante ninguna caricia elíptica<br>porque no estoy seguro<br>de llegar a tiempo y vos<br>no tenés tiempo de esperarme, enormes<br>caravanas surcan el cielo, minúsculas càmara de televisòn<br>reprenden los niños en la escuela de modo<br>que las madres pueden controlar desde el trabajo<br>como es que se crece<br>sin agua y vos cómo estás?<br>Te sentís bien? Has comido algo?<br>Recordás donde estacionaste el auto<br>o deberemos llamar a la policía como<br>aquella vez en amsterdam?<br><br><br>*<br><br>El lento tic-tac del tren seduce mi <br>correspondencia<br>estos mis brazos te buscan pero no logran<br>alcanzarte, vendrá el momento, soy el grabador<br>de la palabra paciencia sobre el mármol de esta roca<br>también los gusanos se ocupan de los agujeros en el<br>terreno, <br>las gotas de agua tendrán rostros de niños, formas<br>humanas,<br>los palacios se tocaran con dedo enciclopédico<br>todas las clases<br>han estado abandonadas- <br>yo estoy casi seguro<br>he caído y he sido empujado, ninguna respuesta<br>no preguntarlo a mí, vé al palacio de los ministros,<br>preguntalo a alguno convenientemente acampado<br>sobre la colina, tener una buena conversación<br>es absolutamente necesario, no monopolizar<br>la conversación, escuchar, lamerse <br>al interior de la mejilla, tal vez un diente, escuchar,<br>el corazón alcaucil de la conversación<br>tiene su sentimiento tierno<br>circundado por hojas duras<br>como “buen día” confundido<br>entre abogados en un aula de tribunal<br>con el techo <br>altísimo.<br><br><br><br>*<br><br>Aquí una, aquí ninguna, <br>Aquí ciento mil Annie,<br>touch touch touch touch touch touch<br>&quot;No tengo dos vidas,<br>una de fotógrafa famosa <br>y una privada. Tengo sólo una. <br>Y la primera es parte de la otra&quot;, <br>probar los vestidos sin siquiera <br>vestirlos, venir a conocimiento<br>de un libro intermediario estantes parlantes<br>no nos sentimos todos mejor, <br>más limpios?<br>Cuanta energía positiva, mi casa<br>está a mi disposición, <br>puedo activar el videocontestador y ver<br>quién es que llama a mi puerta, <br>o bien, sólo con una tecla, <br>activar el escenario programado,<br>coordinando entre sus luces, cortinas, <br>música y clima, y cuando no estoy en casa, <br>puedo hacerlo con mi videocelular, <br>dame un maestro, dame una guía <br>de degustar, con los rojos a la cumbre los y los blancos, aquellos,<br>aquellos los dejamos estar<br>están derrumbando el mundo,<br>apartheid docet, bienestar que dura, <br>pero te parece, responsabilidad hacia el planeta, respeto<br>por los campesinos, ha llegado<br>un cuarto de cocainómanos<br>en corbata que no se reconocen el uno del otro, <br>the village is on the street recitan <br>los speaker en hilo-difusión <br>en los vastos espacios de los aeropuertos,<br>amy arbus y los creativos de los años 80<br>los disfrazados del underground newyorkino,<br>annie y los jóvenes, estos jóvenes<br>en uniforme, así tranquilos,<br>en el verse todos iguales que <br>la diferencia, la hace el detalle<br>archivo por paseo, monitor arcoiris, <br>wireless virtuales para conocer<br>te para concerlo para ser<br>todos felices para decir<br>nos conocemos, casa simplicity,<br>el dadá ha concluído, somos los monarcas <br>de nuestra propia piel somos los monarcas<br>de nuestro cuerpo<br><br>*<br><br>Todo es inservible y por eso necesario.<br><br>Tus manos<br>Los ojos de tus hijos<br>Las cosas masculinas en las femeninas<br>Esta poesía y las tuyas<br>Los votos y las dietas<br>Y cuando sos viejo<br>Ella que viene hacia vos <br>A lo largo de una calle llena de hojas<br>Para encontrarte y desaparecer<br><br>La muerte devuelve tijeras<br>donde antes sólo éramos papel<br>para absorber<br><br><br><br><br><br><br><br><br><br><b><br>TESTO ORIGINALE</b><br><br><br>Aujourd&#39;hui, toi ou Isabelle, venez Marseille par train express. Lundi matin, on ampute ma jambe. Danger mort. Affaires sérieuses régler. Arthur. Hôpital Conception. Répondez.<br>Rimbaud. Marseille, 22 mai 1891, 2h50 du soir<br> <br>Adunca la mano si stagliava<br>come il disegno d’una crepa sul muro –<br>il protettore del canale mutuava<br>le frustrazioni in sentimentalismi –<br>filtrando il flusso attraverso l’uso<br>d’un sofisticato apparato di percorsi<br>che si snodano fin sull’orlo di questa periferia –<br>nuvole ammassate come coperte sfatte<br>ai bordi acuminati dei palazzi –<br>le piante nei vasi trascurate<br>dalle persone trascurate –<br>si pensa a tutte le notti e a tutti<br>i piedi dei vecchi che si muovono<br>sotto lenzuola bianche<br>in(a)uditi<br> <br> <br>*<br> <br>Colla fanatica per angeli di disperazione, Qoelet<br>questo vento mi scompiglia i capelli,<br>gli sfasci dei corpi giacciono formando<br>nuovi paesaggi collinari dove prima erano pianure<br>e strisce luccicanti per gazze - e sibilano le scimitarre<br>e sibilano le cavità delle teste di topo inscheletrite – Qoelet<br>mia madre, mia madre non mi risponde<br>e non riesce a guardarmi negli occhi.<br> <br> <br>Amanti sulle panchine gialloennere così sfocati –<br>manifesti sullo sfondo che recitano in pop art<br>CLASSICALLY ABSURD<br>desdemona demodé, ofelia così noiosa così religiosamente<br>affogata si mette in commercio con un paio<br>di labbra carnose nessuno che osa chiedere<br>i documenti dei presenti, svincolati da un vademecum<br>pescato nella rete, redatto da un senegalese -<br>la spartizione dei simili e degli sciacalli, tutti innocenti,<br>devoti al bisturi mancavano di tensione<br>nei momenti cruciali, come un’onda di sonno<br>che si ritiri sempre<br>all’ultimo momento<br>sul bagnasciuga del dormiveglia.<br> <br>Ma in fondo chi è mai sopravvissuto<br>a una domenica pomeriggio<br>passata sul divano<br>fissando la luce della televisione<br>rimanere ferma<br>mentre la luce fuori<br>andava scemando?<br> <br>La sensazione d’essere l’occhio di un pappagallo<br>in bilico sopra un trespolo.<br> <br> <br>*<br> <br> <br>Seminare le giornate come se ci spiassero,<br>quanti sguardi furtivi, sguardi<br>da chiavi nelle serrature, il segreto nascosto<br>nei piedi dei maitre, che sorvegliano in continuazione<br>il tesoro che vi si nasconde nel mezzo –<br>cosa c’è da dimostrare<br>le sagome delle ombre, annerite<br>come coltelli da carne, tutte di profilo<br>una mano non adatta alla tua coppa c –<br>minuscoli crani da incontrare<br>durante il giorno-paziente-steso-su-una tavola,<br>nemmeno anestetizzato, sezionato in ore,<br>aperto in minuti, tagliato in secondi, ricordarsi<br>di quanto è importante avere appuntamenti<br>a cui far tardi, se non altro<br>per sentirsi in colpa – la scadenza<br>delle 10 e un quarto e la scadenza<br>delle 4 e 20, una mappa invisibile<br>attraversata da questi minuscoli crani,<br>i nostri, appena ricoperti di carne,<br>per un certo periodo,<br>ma così fastidiosi, e insistenti.<br> <br> <br>*<br> <br> <br>C’è un congegno tremendo<br>che mi vuole meccanico, assolutamente<br>oliato coi meccanismi che si incastrano<br>perfettamente con quelli di altri,<br>humberteggio sotto i neon cercando<br>con lo sguardo una via di fuga,<br>dentro gli ombelichi, ma è come fossi<br>sorvegliato da un’infermiera<br>che mette costantemente in ordine<br>un’avanguardia, un esercito e un colpo<br>di sonno – shangai renaissance, è scritto<br>anche sui muri è scritto<br>nella cabine del telefono, 55.000<br>nuove uscite letterarie solo in italia<br>metteranno a soqquadro gli scantinati –<br>berlino si apre alla mezzanotte e alle nuove tendenze<br>un desiderio calmissimo di edifici anneriti,<br>finestre a vetri polverose e sezionare l’appartamento<br>con dei paraventi, cambiare la disposizione delle stanze -<br>le sfilate di moda e la poesia sono un cenacolo di prostitute<br>che vanno a braccetto sotto gli occhi impassibili<br>di un arabo con la barba lunga, con pesanti tende nere<br>dietro le spalle, che intima con un dito proteso<br>che dovrei interessarmi di quello<br>che non vede nemmeno lui, mentre in qualche modo<br>si continua l’abluzione dei volti<br>di famiglie e altre associazioni<br>a delinquere dentro la radiosantiera<br>della televisione.<br> <br>La scansione dei programmi come al mattino, come le lodi<br>seguiti dalla messa catodicoconventuale<br>la scansione dei programmi come al vespro<br>le preghiere<br> <br> <br> *<br> <br>all is beautiful all<br>is full of love<br> <br> <br>*<br> <br> <br>Sola si donò all’abbraccio, controvoglia,<br>con sé stessa, nuda avvinghiata<br>alle proprie ginocchia stava<br>come il bianco d’una candela<br>posto di fronte al bianco<br>d’un muro e lì, benedetta<br>dal freddo e dall’angolo,<br>regnava.<br> <br>Questa, questa è lei.<br> <br> <br>*<br> <br> <br>Pesavano nuvole e addensamenti<br>si coricavano sulla parte destra<br>del cranio, dove da una settimana<br>due voci distinte, a notte<br>avevano preso ad urlarsi a vicenda<br>frasi sconnesse, deliri, e nulla<br>dimostrava che quelle voci notturne<br>non appartenessero a dei vicini,<br>o a quel sottilissimo viola<br>che aveva intravisto<br>allungarsi dalla palpebra della finestra,<br>farsi cornea.<br> <br>E questo, questo sono io.<br> <br> <br>*<br> <br> <br>Le case sorgevano lungo una vasta depressione,<br>alcuni topi si passavano<br>di generazione in generazione<br>un’eredità culturale che insegnava<br>ad aprire le pigne, a separarne<br>la carne dalle squame: sopravvivevano solamente<br>i più tecnici, i talentuosi o i caparbi.<br>Un cane di pavlov annunciava<br>l’ingresso delle veline nella sala, i loro tacchi<br>e polpacci presi in una corrispondenza di Eco<br>con gli occhi di noi tutti<br>curiosi che esse ci svelassero<br>il segreto di quella musica antica, fatta<br>di chiodi e caviglie –<br>che noi ignoravamo.<br>I colori soffiavano sgranandosi<br>dentro alle Polaroid,<br>le scene commesse erano sequenze d’oppio, rosai<br>di sonnambuli che affilavano<br>la sua atroce sensualità<br>dita sottili - labbra modelle - come davanti a un obiettivo<br>saturando i chiaroscuri dell’immagine<br>della sua chimica e di quel modo<br>di camminare faceva icona<br>spessore e profumo, nel momento<br>in cui restava ferma,<br>nella stanza, davanti ad occhi<br>che non la contenevano, in piedi,<br>le mani sulle ginocchia, le gambe incrociate,<br>fragilissimo desiderio di noi tutti<br>- ucciderti o tenerti sotto un vetro -<br>e la risata, la risata di lei<br>coperta dalle dita sottili<br>davanti alla bocca<br> <br> <br>*<br> <br> <br>Cave della luce moderna, qualcosa di grave<br>che ci accade in un mercoledì pomeriggio<br>- a noi, proprio a noi –<br>mentre tutti gli altri sembrano<br>continuare ad annoiarsi<br>senza accorgersi di nulla.<br> <br>E fu così che le industrie del vetro vennero liquidate,<br>adesso, sul bordo dello Splendide Hotel<br>le signore entravano e uscivano<br>entravano e uscivano discutendo<br>della Maddalena di Dan Brown.<br> <br>Questo, nella penisola:<br>luce, distanza, un pallone<br>da basket nel mezzo, un gatto<br>in prospettiva, come a pelo d’acqua<br>- ridicolo come un attrezzo inutilizzato -<br>ma bello, e attento.<br> <br> <br> *<br> <br> <br>Frustrazione, isolamento, pentatonica<br>della modesta quantità – dimagrire bene<br>dimagrire in fretta – sii molto positivo –<br>i nuovi barbari e la forza<br>di dimenticarsi della memoria –<br>fiction extralight for cosmopolitan anoressic girl –<br>poltrone e ospiti – la televisione non ingrassa<br>né dimagrisce la televisione<br>trucca – easylife teen lolitas for empty boys –<br>sigle da supermercato – fermate<br>lo psicologo in classe fermatelo<br>mentre si toglie gli occhiali in tv<br>per interpretare i sogni –<br>per fortuna che c’è la domenica –<br>sally, ti presento ferrari –<br>acrobata o ingegnere –<br>questa volgarità senza veli così ben esternata<br>nel semplice mostrare gli occhi –<br>come si diveva un tempo?<br>Gli occhi sono il vecchio dell’anima –<br>la prima corporazione del kiwi<br>cavalca la bora digitale – lady in black,<br>eleganza di polso, la tua casa fantasy<br>a prova di ghiacciai, le tue ore molto speedy,<br>sei così multi parka, la tua morbidezza di collo<br>non si esterna solo con il dettaglio di pelliccia,<br>e loro, loro se ne sono accorte tutte –<br>ricordarsi, piuttosto, di spedire un euro<br>per il panda che non riesce ad accoppiarsi,<br>chi è nato lo stesso giorno di madre<br>teresa di calcautta vince un televisore al plasma?<br>Quindici secondi davanti ad una telecamera<br>per fornire spassionatamente la tua opinione –<br>parlaci dei soldi, degli immigrati, parlaci<br>di cosa dai da mangiare a tuo figlio,<br>non lo vedi che è obeso?<br>Sei favorevole al burka o no?<br>Lei è una di quelle che dice basta<br>con questa mania dell’etno e a casa<br>ha un tavolino scolpito<br>nel deserto del Kaokoland?<br>Sa chi ha preso la bastiglia,<br>e che giorno è nato Umberto Eco?<br>Perché chiamano Unabomber con<br>questo nome, che si riferisce<br>al professore americano che mise tre<br>ordigni in un college e fu arrestato<br>prima di farne esplodere uno?<br>Cosa vuol dire massimalista?<br>Ma come parlano in televisione?<br>Ecco, ecco la domanda:<br>lei lo capisce quello che dicono in televisione<br>o guarda solo i programmi di maria de filippi?<br>Risponda: secondo lei, l’arco di costantino:<br>-         è un gadget che danno in omaggio con novella 2000<br>-         è il soprannome che costantino vitagliano attribuisce al suo pene<br>-         è una poesia di maurizio costanzo<br> <br>metta una croce<br>quando dicono digitale terrestre<br>stanno parlando di lei<br> <br> <br>*<br> <br> <br>Monopolizzare i migliori ricordi, la curva<br>sessuale della bomba, i sinuosi corpi di algebra –<br>schizzi di gesso sulla lavagna - i significati<br>sui quali non riesci ad arrampicarti,<br>la sentenza che diviene una rima<br>perde la sua valenza ma tu<br>puoi essere ancora messo in carica<br>basta cercare una presa non c’è luce<br>nessuna luce nel buio ma tu possiedi<br>la spina - le candele di questa città<br>non sono mai bruciate in maniera così sensuale,<br>i blackout s’addormentano come bambini e questa nostra scena<br>dimmi, è solo ispirazione?<br> <br>“Perchè fai domande<br>se sai già tutte le risposte?”<br> <br> <br>*<br> <br> <br>Cospiravano le parti cieche della casa, le prospettive<br>non scrutate, insofferente alle scarpe così confezione,<br>così famiglia, la classe media s’accontenta di essere<br>ovvia, i migliori ricordi che tu possa desiderare<br>li sta vivendo qualcun altro – abbònati<br>io sono per le parti che si spezzano, che franano,<br>sono per tutta l’acustica provocata dal tuffo<br>di una bomba, non ho mai pensato ci fosse<br>una connessione fra te e le vene elettriche<br>che mi attraversano io ho solo dato il mio nome<br>preso parte alla commedia - nessun vestito<br>tranquillizzante nessuna carezza elittica<br>poiché io non sono sicuro<br>di arrivare in tempo e tu<br>non hai tempo di aspettarmi, enormi<br>carovane solcano il cielo, minuscole cineprese<br>riprendono i bambini a scuola in modo<br>che le madri possano controllare dal lavoro<br>com’è che si cresce <br>senz’acqua e tu come stai?<br>Ti senti bene? Hai mangiato qualcosa?<br>Ricordi dove hai parcheggiato la macchina<br>o dovremmo chiamare la polizia come<br>quella volta ad amsterdam?<br> <br> <br>*<br> <br> <br>Il lento ticchettare del treno seduce la mia corrispondenza<br>queste mie braccia ti cercano ma non riusciranno<br>a raggiungerti, verrà il momento, sono l’incisore<br>della parola pazienza sul marmo di questa roccia<br>anche i vermi s’affacceranno dalle buche nel terreno,<br>le gocce d’acqua avranno facce di bamabini, forme umane,<br>i palazzi si toccheranno con dita enciclopediche -<br>tutte le classi<br>sono state abbandonate -<br>io ne sono quasi sicuro<br>sono caduto o sono stato spinto, nessuna risposta<br>non chiederlo a me, vai al palazzo dei ministri,<br>chiedilo a qualcuno appropriatamente accampato<br>sulla collina, avere una buona conversazione<br>è assolutamente necessario, non monopolizzare<br>la conversazione, ascoltare, leccarsi<br>l’interno della guancia, magari un dente, ascoltare,<br>il cuore di carciofo della conversazione<br>ha un suo sentimento tenero<br>circondato da foglie dure<br>come “buongiorno” scambiati<br>fra avvocati in un’aula di tribunale<br>con il soffitto<br>altissimo.<br> <br> <br>*<br> <br> <br>Eccone una, eccone nessuna,<br>ecco centomila annie,<br>touch touch touch touch touch touch<br>“Non ho due vite,<br>una da fotografa famosa<br>e una privata. Ne ho una soltanto.<br>E la prima è parte dell’altra”,<br>provare i vestiti senza nemmeno<br>indossarli, venire a conoscenza<br>di un libro tramite scaffali parlanti,<br>non ci sentiamo tutti meglio,<br>più puliti?<br>Quanta energia positiva, la mia casa<br>è a mia completa disposizione,<br>posso attivare il videocitofono e vedere<br>chi è che bussa alla mia porta,<br>oppure, soltanto con un tasto,<br>attivare gli scenari programmati,<br>coordinando tra loro luci, tapparelle,<br>musica e clima, e quando non sono in casa,<br>posso farlo tramite il mio videofonino,<br>dammi una maestro, dammi una guida<br>da degustare, con i rossi al vertice i e i bianchi, quelli,<br>quelli lasciamoli stare<br>stanno rovinando il mondo,<br>apartheid docet, benessere che dura,<br>ma ti pare, responsabilità verso il pianeta, rispetto<br>per i contadini, è in arrivo<br>un quarto stato di cocainomani<br>in cravatta che non si riconoscono l’un l’altro,<br>the village is on the street declamano<br>gli speaker in filodiffusione<br>nei vasti spazi degli aereoporti,<br>amy arbus e i creativi degli anni 80<br>i travestimenti dell’underground newyorchese,<br>annie e i giovani, questi giovani<br>in uniforme, così tranquilli<br>nel vedersi tutti uguali che d’altronde,<br>la differenza, la fa il dettaglio,<br>archivio da passeggio, monitor arcobaleno,<br>wireless virtuali per conoscere<br>te per conoscere lui per essere<br>tutti felici per dire<br>ci conosciamo, casa simplicity,<br>il dada è tratto, nous sommes les monarques<br>de notre propre peau nous sommes les monarques<br>de notre corps<br> <br> <br>*<br> <br>Tutto è inservibile e per questo necessario.<br> <br>Le tue mani<br>Gli occhi dei tuoi figli<br>I cosi nelle cose<br>Questa poesia e le tue<br>I voti e le diete<br>E quando sei vecchio<br>Lei che ti viene verso<br>Lungo una strada piena di foglie<br>Per incrociarti e sparire.<br> <br>La morte ci rende forbici<br>dove prima eravamo solo carta<br>ad assorbire. <br><br>(Arte - Traduzioni)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Sat, 07 Apr 2007 20:25:36 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[house of patience, di Marika Bortolami]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1033&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1033&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> distante era tutto,<br>quel tutto che escludeva il nero <br>torpore soffice e trasparente come un angelo<br>nella terra dei cartoni animati<br>e rimaneva solo lo stesso nero dell&#39;insonnia<br>e quello della ragione cruda e della vista appannata<br>tutti i sensi distesi seminudi sul letto<br>a prendere freddo<br>zoe, un&#39;adolescente irrisolta<br>e nella mente esplodono mille scintille <br><br>*<br><br>l&#39;uomo degli orologi si china su di lei<br>dentro il torace, aperto a metà,<br>si ferma a regolare le lancette<br>sulla pazienza, sulla costanza<br>zoe sorride e poi gli passa accanto due volte<br>senza riuscire a ringraziarlo<br>le giornate sembrano anche più aperte<br>zoe non vede, non freme, non scappa<br>le sue finestre rimangono spalancate all&#39;inverno<br>e l&#39;ombra degli alberi si agita sotto alle sue scarpe<br>ha un foglio dove c&#39;è scritto &quot;presto&quot;<br>e &quot;presto&quot; non arriva mai<br>(anni dalle suore, con il grembiulino e la vita scandita <br>dall&#39;ora del gioco, del cibo, del sonno<br>non sgarrando di un minuto uno<br>non si dimenticano facilmente)<br>e inevitabilmente<br>zoe si merita qualcosa di meglio<br>qualcuno che non deragli ad ogni centimetro<br><br>*<br><br>zoe, la testa sul cuscino <br>e si scioglie, liquida<br>senza muovere un muscolo<br>sulle guance, dentro il cotone umido<br>impossibilitata a fermarsi<br>si infila direttamente nella bocca del mostro:<br>ci sono settimane in cui rimane rannicchiata su un fianco<br>ad aspettare che arrivi il crepuscolo e poi la notte<br><br>la tela della pelle<br>ha spazi sempre più stretti<br>zoe incide piccoli dolori verticali<br>che s&#39;aggiungono uno accanto all&#39;altro<br>(l&#39;unica via per smettere di evaporare:<br>il sangue passa con altro sangue)<br><br>e poi ancora altra notte<br>e poi ancora il buio<br>e nel frattempo fissa un punto all&#39;infinito<br>in mezzo al nero<br>senza parlare, ascoltandosi respirare<br>assicurandosi che sia tutto in ordine <br>prima di andare via da se stessa<br>(le cose brutte sono sempre pronte ad abbracciarla)<br><br>*<br><br>il bambino danneggiato è dentro la stazione<br>quella piccola, con pochissimi passeggeri<br>e quasi tutti senza valigie <br>i suoi viaggi brevi non necessitano di appendici<br>ha sempre l&#39;impressione<br>di incontrare qualcuno d&#39;importante<br>appena sceso dai binari<br>fosse solo uno sguardo distratto e assonnato <br>o un leggero movimento<br>delle mani che passano tra i capelli<br>inspira immagini che poi sposta di lato<br>nessuna a fissarlo <br>l&#39;unica cosa che resta perenne è la pista di biglie<br>che aveva a otto anni, quella di plastica verde<br>che poi aveva spezzato in tre parti<br>in uno scatto di nervi<br><br>(lo scopo del gioco è rimanere frantumati:<br>il bambino danneggiato sempre più spesso <br>rimane con degli scritti aperti a metà<br>e le pagine bianche che prendono il sopravvento)<br><br>*<br><br>&quot;quanto vuoi?&quot;<br>&quot;quanto basta, te e un paio di forbici per separarmi dal mondo&quot;<br><br>*<br><br>il bambino danneggiato sopravvive <br>sfidando tutte le punture d&#39;ape dei giorni<br>si trovano al ristorante cinese, con le panchine cinesi<br>intarsiate da scritte cinesi, sui muri le stampe della muraglia,<br>zoe è estasiata dal bimbetto in ceramica sdraiato<br>e le punte tonde delle bacchette che gli si fermano sulla schiena<br>un cameriere zelante le versa dell&#39;acqua <br>e le chiede se va tutto bene, è tutto a posto<br>lei guarda di fronte, <br>il bambino danneggiato ha le bacchette a mezz&#39;aria<br>&quot;ora è tutto nell&#39;ordine naturale delle cose&quot;<br>il cameriere non capisce, ma non ha importanza<br><br>*<br><br>zoe, questa fame insaziabile <br>di abbracci e piccoli aggiustamenti interni<br>di dita che si intrecciano e stringono<br>di memorie di bambini che vengono lasciati soli<br>di cenni e sapori e riconoscerlo dal profumo<br>(mon coeur)<br><br>*<br><br>natale e basta<br>natale e non passa mai abbastanza in fretta<br>ed è quasi estate, nel mondo fuori<br>e zoe è ancora ferma con i ninnoli dell&#39;albero nelle mani,<br>(questa distruzione che taglia in piccoli pezzi <br>e nessuno riesce a ricostruire<br>non c&#39;è tempo, c&#39;è da crollare nel silenzio un&#39;altra volta)<br>zoe, vederlo ancora e pensare che <br>capiterà di nuovo, che non è l&#39;ennesima ultima volta<br>il bambino danneggiato è un vaso di fiori che si rigenerano<br>ad ogni notte e brucia, brucia e scotta, senza consumarsi mai<br>senza poter passare più nel mondo di carta<br>come quella volta dello straccio <br>usato per coprire certe vie di fuga<br>e tutte le disastrose conseguenze<br>natale e poi si risale, dicono<br><br>dispersa ogni abilità di sopportare<br>zoe fissa la stanza vuota e si mangiucchia le unghie<br>ogni poco alza gli occhi, compulsiva,<br>l&#39;orologio tondo nella parete a fiori <br>è fermo, ghiacciato, <br>le lancette delle ore treeventinove, <br>(l&#39;ultima volta che si sono fermati negli occhi)<br>due volte al giorno segnano l&#39;ora esatta<br><br>per tutto il resto, si aspetta<br><br>*<br><br> <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Sat, 31 Mar 2007 04:11:28 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[ants on montmartre, di Marika Bortolami]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=1021&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=1021&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> paris <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Wed, 07 Mar 2007 22:24:20 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[wedding, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=1014&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=1014&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> stazione di wedding, berlino <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Mon, 05 Mar 2007 17:22:47 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[burning cows, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=1012&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=1012&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> bologna <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Sun, 04 Mar 2007 19:48:59 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[no way, di Marika Bortolami]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> ... <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Mon, 26 Feb 2007 18:09:46 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[LA VITA: ISTRUZIONI PER IL DISUSO, di Andrea Rossetti]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> <i><b>Vivere</b></i><br><br>Non mi definirei vivente ma predicato in vita.<br><br><i><b>Scrivere</b></i><br><br>Io scrivo, non de-scrivo. Ci sono molti de-scrittori, più o meno bravi, ma io sono uno scrittore.<br><br><i><b>Libri</b></i><br><br>Un buon libro non è mai stato scritto. I grandi libri sono solo cattivi, spesso vengono poi resi buoni da chi li legge. Flaubert non ha mai fatto nulla di getto, nemmeno la cacca.<br><br><i><b>Genialità</b></i><br><br>Dato che la genialità è un paradosso diacronico, geniale può essere solo l&#39;attributo di una presenza. In questo senso la genialità è una qualità assolutamente democratica: tutti possono essere dei geni, peccato che pochissimi di loro abbiano talento.<br><br><i><b>Educazione</b></i><br><br>Ogni educazione è una maleducazione.<br><br><i><b>Il peto e i suoi derivati</b></i><br><br>Una scoreggia altisonante è decisamente migliore di un umano petofonante, almeno ha la spudoratezza infingarda di levarsi al cielo nascosta tra le preci.<br><br><i><b>Verità</b></i><br><br>La verità non può essere una metafora: il concetto di verità è una metafora ed è appunto una menzogna potenziale. In che misura lo sia ci è ignoto ma l&#39;ignoranza non ci salva: la sola distinzione possibile è quella tra chi pratica l&#39;ignoranza con sussiego e chi, come me, si disprezza.<br><br><i><b>Logica informale 1</b></i><br><br>La logica è informale perché non può che essere divina, almeno secondo l&#39;aspirazione. La logica formale, invece, è pura regolazione-contemplazione di un sistema chiuso che rimane tale finché non tenta di applicarsi al proprio statuto linguistico per rendersi assoluto. A quel punto si contraddice.<br>L&#39;informale poi non si canonizza, esso non è assenza di una forma, e in quanto tale forma a sua volta, perché proprio questo è il vizio di ogni formalismo. La logica informale è impraticabile al di fuori di Dio. Gli enti possono solo simularla, è roba da attori non da matematici. E&#39; dunque la forma delle simulazioni che vediamo, non la non-forma formalizzata dell&#39;informale: informatevi&#33;<br><br><i><b>Logica informale 2</b></i><br><br>La logica informale non ha metodo e non ha sistema, procede per simulazioni attoriali per il semplice motivo che un ente non è l&#39;Essere. Solo le singole simulazioni sono sottoposte alla  storicità e, in quanto simulazioni, esse la beffano. Storicizzate pure le simulazioni&#33; Come dire: prendetelo in culo credendo di fottere.<br><br><i><b>La storia</b></i><br><br>La storia non esiste, è mera catalogazione diacronica, presunzione di una tradizione tradotta. La cultura di massa non ci consegna ormai più nulla di storicizzabile: la Coca Cola ha sconfitto il museo.<br><br><i><b>Postmodern</b></i><br><br>Nessun manifesto, nessun credo, nessuna ideologia, solo l&#39;assenza di Dio, ben più significativa della presenza di qualsiasi ente. E si badi: Dio E&#39; non-esserCi. L&#39;ateo è solo l&#39;orchite di un coglione. E al diavolo anche Nietzsche e il nichilismo&#33;<br><br><i><b>Topa e utopia</b></i><br><br>All&#39;utopia preferisco la topa, di campagna e di città. <br><br>(Arte - Narrativa)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Wed, 21 Feb 2007 11:03:52 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[not so far, di Marika Bortolami]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> ... <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Tue, 20 Feb 2007 11:52:48 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[L&#39;ANIMA E&#39; SUPPOSTA MA SI PRENDE PER VIA ORALE, di Andrea Rossetti]]></title>
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<description><![CDATA[[Andrea Rossetti conversa con A. Leblais]<br><br><br><br> <i><b>Un dialogo a distanza con Carmelo Bene.</b></i><br><br><b>André Leblais</b>: <i>Nel cambio di segno ontologico attraverso il quale il suo teatro si dichiara antisimmetrico rispetto al teatro nichilistico beniano, verso il quale<br>comunque non cessa di voler mantenere una evidente parentela di riferimenti omonimi, qual è il punto di unione? quale il perno del ribaltamento o, meglio ancora, l&#39;invariante algebrico?</i><br><br><b>Andrea Rossetti</b>: La risposta a questo interrogativo è contenuta nella conversazione &quot;La brutalità del necessario&quot;, terzo capitolo della prima parte di <i>&quot;Sono sparito alla Madonna&quot;</i>, il mio libro sul teatro uscito per le edizioni Marco Valerio di Torino. <br>In breve, direi che l&#39;invariante è rappresentato dalla dissoluzione del testo e quindi dell&#39;attore nel e insieme al testo medesimo. Il mio teatro, come quello di Bene, è parassitario rispetto alla drammaturgia e distruzionista nei confronti del ruolo dell&#39;attore, chiamato a disidentificarsi per &quot;essere&quot; persona, cioè pienamente maschera. <br>La separazione dei percorsi si evidenziò però quando io, osservando come la prospettiva nichilistica fosse in realtà la propaggine estrema di una volontà di potenza propria della tradizione metafisica, derridianamente e heideggerianamente intesa, intuii anche come il percorso potesse essere compiuto solo nel recupero di un&#39;indeterminata finalità ontologica, davvero e finalmente mortale per la fenomenologia poetica del testo e del suo contesto attoriale inteso come tradizione sociale e culturale. <br>Se il nichilismo ha costretto Carmelo Bene a fermarsi sulla soglia di un rigoglioso tessuto metaforico barocco assolutamente fondato (con forza) sull&#39;imponenza dell&#39;attore-personaggio, io, con fare monacale, ho cancellato me stesso insieme alla poetica testuale in una sorta di predisposizione ontologica inesauribile, che trascende la metafora barocca nell&#39;anticipazione - tradizione incompleta all&#39;incompletezza - della classicità.<br><br><b>A. L.</b>: <i>Dunque, in questa prospettiva, quella di Bene sembrerebbe essere l&#39;esperienza di un clamoroso fallimento, se lo stesso Bene, almeno l&#39;ultimo, pretendeva a suo &quot;non-modo&quot; di essere fuori dalla metafisica – e &quot;privato&quot;, parafrasando le sue provocazioni, di scorie volitive, che ne sono il ritorno – come appare dai suoi richiami a Derrida, che preferiva ad Heidegger.</i><br><br><b>A. R.</b>: Non direi che l&#39;esperienza beniana sia stata fallimentare, anzi: riconoscerne l&#39;incompletezza rispetto alle intenzioni – se pure d’intenzioni è lecito parlare - del suo stesso artefice non significa dichiararla fallita (ogni esperienza è un passaggio indifferente al proprio autore, se anche Einstein si ostinava a rifiutare l&#39;idea di un universo in espansione). <br>Carmelo Bene ha compiuto la parabola che Antonin Artaud aveva lasciata ferma alla pura teoria. <br>Non dimentichiamo anche la &quot;macchina attoriale&quot;, idea alla quale io stesso devo moltissimo. <br>L&#39;equivoco di fondo è analogo a quello che mina la coerenza del cosiddetto &quot;pensiero debole&quot; di Gianni Vattimo: il nichilismo, lungi dall&#39;essere assenza di fondamento, è invece la scelta &quot;forte&quot; di un fondamento negativo. <br>Per la sua focosa opera di dissoluzione Carmelo Bene aveva bisogno di essere personaggio e non persona, maschera pura. Questo l&#39;ha reso interprete attendibile e coerente di una sorta di estremo decadentismo barocco e metaforico (lui stesso, in chiave antinovecentesca, si dichiarava un figlio dell&#39;800). Ma ciò che è decadente è ben lontano dall&#39;essere decaduto. <br>Il problema sta nel concepire la dissoluzione come &quot;opera&quot; a partire da un soggetto e non invece, alla mia maniera, come un destino al quale rimettersi. <br>Ritengo, però, che la circostanza nichilistica e barocca del teatro beniano (che ha il merito indiscutibile e &quot;profetico&quot; di non essere sopravvissuto alla morte dell&#39;attore-personaggio) debba essere considerata come la condizione a priori della mia prospettiva ontologica che dal barocco dell&#39;attore-personaggio porta all&#39;anticipazione della classicità dell&#39;attore-persona.<br><br><b>A. L.</b>: <i>&quot;Ritengo, però, che la circostanza nichilistica e barocca del teatro beniano [...] debba essere considerata come la condizione a priori della mia prospettiva ontologica...&quot;: può spiegare meglio questa affermazione?<br>Significa forse considerare, heideggerianamente, l&#39;esperienza beniana necessaria per il suo stesso superamento?<br>Non si ricade nel circolo vizioso fra necessità-di-un-destino e destino-di-una-necessità? Ovvero, quello che è apparentemente un esito della volontà, rimettersi a un destino, altro non sarebbe che il destino di una volontà, quella dissolutoria, come se l’intenzionale “rimettersi a un destino” obbedisse alla volontà invisibile dello stesso destino che lo trascende, in un movimento circolare?</i><br><br><b>A. R.</b>: Anche il rapporto con la necessità è trattato nella conversazione &quot;La brutalità del necessario&quot; che ho citata. E’ opportuno chiarire, però, che qui la volontà non c&#39;entra. Il destino non ha nulla a che fare con l&#39;assunzione di una responsabilità dissolutoria soggettiva. In Bene questo sussisteva perché il nichilismo è volontà di potenza ma la necessità del teatro beniano non è - rispetto al mio lavoro - &quot;utensile&quot; del suo superamento. Io ho parlato infatti di &quot;condizione a priori&quot;, di una circostanza che è necessaria in quanto data e che è data in quanto necessaria. Il rapporto tra me e Bene trae quindi origine da una semantica – ahinoi - diacronicamente fondata (nel tempo, quindi, e non nella volontà, immanente o trascendente che sia): in me non c&#39;è alcuna volontà di superamento, perché se è vero che la metafisica è insuperabile - la si supera solo ricadendoci dentro - e che il nichilismo è una forma estrema di metafisica, allora il mio teatro ontologico sta a quello di Bene come dimenticanza, come oblio rammemorante. Un equilibrio ossimorico.<br><br><b>A. L.</b>: <i>Mi è chiaro perché la circostanza beniana, come a-priori del suo teatro, sia necessaria in quanto data, ma non perché sia data in quanto necessaria.</i><br><br><b>A. R.</b>: E&#39; il circolo vizioso che è a monte di ogni presunto fondamento, la sola modalità logica per esprimerlo compiutamente: il dato è tale in quanto necessario e il necessario è tale in quanto dato. Ciò è pienamente ineludibile e, quindi, tanto dato quanto necessario.<br><br><i><b>Come si distrugge il mondo: la poesia della “nouvelle tragédie”.</b></i><br><br><b>A. L.</b>: <i>Cito da un suo brano: &quot;Nessun poeta scriverebbe nulla se sapesse sul serio cos&#39;è poesia&quot;.<br>In base a questa definizione in negativo, se così si può dire, saprebbe dire cosa è sul serio poesia, sempre che sia possibile darne una definizione univoca ed esaustiva?</i><br><br><b>A. R.</b>: Poesia è tutto quel che non può essere scritto altrimenti (e quindi neppure scritto da qualcuno: è infatti quasi sempre il poeta come figurante a identificare la poesia nella sua fenomenologia di spettacolo logorroico). <br>Mi rendo conto che questa non è molto più di una definizione &quot;negativa&quot;, ma l&#39;&quot;esistenza della poesia&quot;, un po&#39; come quella di Dio, è materia di fede. Naturalmente non sto parlando della poesia come &quot;genere&quot; letterario - noiosissimo tra l&#39;altro - ma della poesia come evento della parola, come melodramma del significante.<br><br><b>A. L.</b>: <i>Dunque Poesia non è qualcosa di cui si possa custodire l&#39;omonimia del primo nome, così come il “musicistico” custodisce nella musica il musicale come essenza prima, la forma materiale che corrisponde alla struttura sensibile da cui per prima viene denunciata la sua essenza (il suono dall&#39;orecchio), senza averne però l&#39;esclusiva (e questo a giustificazione del solo primo nome), giacché musicale è anche secondariamente e virtualmente una sequenza di immagini, o più in genere il gioco di rimandi dei significanti di un qualche tipo.<br>Al contrario Poesia sarebbe una sorta di luce, che permette di vedere ma che non è possibile vedere, o comunque intrappolare in un dispositivo oculare, quale la poesia come genere.<br>Così come la fonte non vede Narciso, ma si specchia in lei (non sorprenda il femminile, si tratta di narcisi bene-detti/e) nella versione wildiana del mito, perchè Narciso è l&#39;unica parola per descrivere Narciso e la più bella, in un mondo - quello del suo mito - dove la bellezza è l&#39;unico metro della realtà, e dove Narciso è il riferimento primo che legittima ogni altra cosa.<br>Dunque inconoscibile e inafferrabile, mancante. Si può solo scommettere sulla sua apparizione in un qualsivoglia &quot;luogo&quot;, mai essere sicuri della sua presenza, come prodotto di una intenzionalità.<br>Ogni &quot;fede&quot; nella Poesia è dunque una invocazione, una preghiera, un offrire ospitalità.</i><br><br><b>A. R.</b>: Sì, ma è altrettanto importante affrancarsi dall&#39;affetto patetico per il concetto di bellezza: la bellezza con la quale ha a che fare la poesia non è questa o quella bellezza ma il suo puro nome, posto che quell&#39;avere a che fare - che come tutto l&#39;avere è fenomeno e noi, com&#39;è noto, del professor Husserl ce ne freghiamo - dovrebbe cessare di essere un pregiudizio per approdare finalmente allo stato di supposizione.<br><br><b>A. L.</b>: <i>Sono pienamente d’accordo: la bellezza cui facevo riferimento nell&#39;esempio del mito di Narciso era solo funzionale al parallelo fra Poesia-luce e Narciso-bellezza, quindi svuotata di qualsiasi contenuto contingente relativo all&#39;attributo &quot;bello&quot;.<br>In questo paragone, poi, la bellezza conta solo come principio di diritto di un mondo. Nessuno sa se la bellezza è bella nel mito di Wilde, perchè nessuno l&#39;ha mai vista, così come l&#39;essenza della luce è custodita dall&#39;ombra.<br>Il mito di Wilde è il mito di un mondo, il cui Dio (legislatore) resta invisibile, e solo supposto come mito originario, come ciò da cui deriva la misura – in tale caso la bellezza - di tutto il resto.<br>Ma ancor prima  Narciso è ciò che permette alle cose stesse di essere quello che sono, giacché tutto vive come riflesso del suo sguardo, il quale è condannato alla cecità sconsolata di chi, in un labirinto di specchi - se anche la parola (nel regno della Poesia) è insieme specchio e cembalo - è stato privato del proprio riflesso, il quale ora si aggira di specchio in specchio declinato secondo la specificità propria di ognuno di essi, secondo l’angolo d’ombra che ne misura la prossimità mancata.<br>E&#39; grazie all&#39;impronta del suo primo sguardo che ora gli specchi possono comunicare e fraintenderlo, tradirlo traducendolo.<br>Ma mi dica: ha mai pensato di pubblicare in DVD alcune delle sue letture di scena, o ci sono ragioni teoriche che glielo impediscono?</i><br><br><b>A. R.</b>: Per la verità l&#39;idea di pubblicare un DVD c&#39;è e c&#39;è sempre stata. Non ho alcuna ostilità preconcetta nei confronti della tecnologia, anzi. Il problema è - casomai - quello di rendere specifica l&#39;operazione, armonizzandola con uno dei principi fondamentali della nouvelle tragédie che è quello dell&#39;impraticabilità della &quot;replica&quot;. Il concetto stesso di replica, infatti, è antiteatrale - checché se ne dica - e noiosamente impiegatizio. <br>I miei spettacoli sono costruiti per essere azioni uniche, anche nella durata, secondo una semantica della variazione per certi versi affine ai modi dell&#39;esecuzione musicale. Non per nulla centrale è sempre l&#39;elemento vocale: &quot;vocal theatre&quot; è infatti la denominazione inglese di quella che in francese è &quot;nouvelle tragédie&quot; e in italiano &quot;lettura di scena&quot;, e non sfugga il convergere delle differenze dei significati nel denominare multilinguistico intorno alla costruzione del senso. <br>Ecco perché, se DVD dev&#39;essere, è necessario che sia DVD-theatre, ovvero un DVD concepito non come supporto per la riproduzione di uno spettacolo messo in scena altrove ma come elemento determinante del fare teatro. Penso a un percorso ipertestuale, descritto nel menu di base e costituito da file audio, testi, immagini, animazioni, video, ecc. che insieme determinino le possibilità sempre diverse di una fruizione che chiami lo spettatore a uscire dalla passività tradizionale del suo ruolo.<br><br><b>A. L.</b>: <i>Quando parla (su K-Ezine N.1), a proposito di scrittura neo-tragica, di assassinio del TESTO da parte dell&#39;attore, la parola &quot;assassinio&quot; si riferisce alla parola greca phonos che significa insieme suono-voce e uccisione-assassinio?<br>Inoltre, se mi è concesso l&#39;azzardo etimologico, la radice greca phonos, assassinio-voce, sembra prendere il posto del capro (ucciso) attorno cui si celebrano la danza scena e il canto-voce che sin dall&#39;antichità greca identificano la tragedia nella sua essenza mitologica.<br>Così, similmente, attorno alla stessa radice verbale greca, phonos, si animano nouvelle tragédie, vocal theatre e lettura di scena, da lei evocate, in quello che è un rituale di espiazione: il capro espiatorio è infatti la stessa parola-scrittura phonos tradita nella Tragedia che è la Voce come teatralizzazione della parola-suono, come danza e canto.<br>In questo senso e possibile parlare di metafora di se stessa, giacché l&#39;espressione &quot;assassinio del TESTO&quot;  è sì la metafora della tragedia, ma tradisce già la sua missione, in quanto è la metafora stessa la sola vera e unica tragedia: nella parola phonos-assassinio si è già compiuta la morte del (suo) TESTO, la parola phonos-VOCE.</i><br><br><b>A. R.</b>: Le etimologie sghembe mi appassionano, così come appassionarono Martin Heidegger a partire dal silenzio attonito e orante col quale concluse l’ultima parte di <i>“Sein und Zeit”</i>, incompiuta così come l’ottava sinfonia di Schubert, dimentica della forma-sonata e vivificata dall’assorta contemplazione dei registri più gravi, e come <i>“L’uomo senza qualità”</i> di Musil. <br>Come lei saprà in greco i due sostantivi hanno una prossimità sonora notevolissima, nonostante la filologia ci obblighi a considerare la differenza tra omicron e omega. <br>In effetti, è la metafora a essere tragica, tragica è la messa in opera del linguaggio: in questo si uccide il testo, nel negarne la funzione esplicativa, didascalica e contenutistica, per renderlo pura occasione liturgica, sacra. D&#39;altro canto <i>sacer</i> in latino vuol dire sacro e maledetto, consacrato e infame. Nel mettere in scena la tragedia implicita nel parlare per metafore, il teatro vocale è al tempo stesso santo e abominevole. E l&#39;attore un pio mal-f-attore. Di nuovo due equilibri ossimorici.<br><br><b>A. L.</b>: <i>Sì, in effetti per la filologia c&#39;è una differenza tra omicron e omega, ma si potrebbe anche pensare (azzardo una teoria) che il linguaggio scritto proceda dal mito (&quot;tutto ciò che è degli uomini un tempo fu degli dei&quot;), che in origine era racconto orale, e che alle varianti di cui il mito è costellato corrispondano minime differenze significanti nelle parole, le quali dunque conservino nel loro intrecciarsi una traccia della &quot;matematica esistenziale&quot; mitica.</i><br><br><b>A. R.</b>: Certo, la filologia coglie ben poco del mistero del linguaggio. Essa è una sposa fedele, al contrario della letteratura, che è una cortigiana un po&#39; zoccola. L&#39;una e l&#39;altra, tuttavia, fanno esperienza del linguaggio come fenomenologia dell&#39;accoppiamento tra significante e significato, quindi nel suo generare il mondano a posteriori del suo evento terrestre. <br><br>(Teorie - Sull&#39;espressione artistica)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Sun, 18 Feb 2007 18:16:06 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[TransOEDIPUS, di Andrea Rossetti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=38&tes=1004&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=38&tes=1004&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> <img src='http://www.brightlightsfilm.com/28/28_images/psycho_affair.jpg' border='0' alt='user posted image' /><br><br>lettura di scena in due astrAtti eschilosofoclei con debiti hitchcockiani, di Andrea Rossetti, capocomico della seconda età elisabettiana, che la dedica ora e per sempre al suo amico Fabrizio e al suo cuore che a schiacciarlo fa piii-po’<br><br><br><i>Al bagno degli uomini                                  <br>preferisco l&#39;odore delicato <br>di quello delle donne in cui m&#39;infiltro <br>ogni volta che posso per goderne <br>in solitudine la strana luce.</i><br><br>Fabrizio Pittalis<br><br><br><b>PERSONAGGI:<br><br>Un voyeur<br>Un prete<br>Un transessuale<br>Due pazzi in camicia di forza<br>Una coppia che copula</b><br><br><br>                                             <b>astrAtto primo</b><br><br><i>L’azione si svolge in ambiente neutro, su un fondale dipinto a nuvolette e illuminato dall’alto. Dal soffitto pendono sagome di uccelli. Il centro della scena è occupato da un basamento sul quale è posto il plastico di una casa in stile gotico americano, illuminata da luci all’interno. A destra del basamento, su due sedie vicine ma poste leggermente ad angolo affinché gli sguardi degli occupanti possano incrociarsi, stanno seduti il voyeur, con un binocolo al collo, e il prete in abito talare. Sulla sinistra, su un letto, una coppia copula senza fare caso alla loro presenza.</i><br><br><i>IL VOYEUR</i>: <br><br>Correva, correva il<br>dodicesimo anno dall’inizio<br>di tutto, nella casa sull’altura<br>aperta sul mondo - <br>il mondo sottostante, scisso <br>in due incommensurabili frazioni <br>dalla lunga lama grigia della strada<br>statale, che poco lontano<br>rasentava la colonna sghemba<br>dei tralicci prima <br>che questi curvassero di scatto<br>tra le colline del tramonto; il mondo<br>compresso dalle affastellate,<br>periferiche propaggini della<br>cittadina mortalmente discreta… -<br><br><i>IL PRETE</i>:<br><br>…perché la discrezione allude <br>sempre alla morte…<br><br><i>IL VOYEUR</i>:<br><br>…la casa aperta sul mondo<br>- dicevo - per mezzo dell’antica<br>veranda, di legno come tutta<br>la grande costruzione in stile<br>gotico americano,<br>fatta d’assi di legno occidentale,<br>che acuminata curiosava e verticale, <br>vagamente minacciosa, tra i segreti<br>insospettabili della troposfera<br>meschina. Gravi tende color crema<br>erano alle finestre, fatte spesse<br>da una miriade di grandi fiori bianchi<br>a mano forse ricamati<br>nei giorni barbari nei quali il tempo<br>filava via discreto come Berta,<br>nella nazione dalle risorgenti<br>frontiere, alludendo alla morte<br>di tutti quegli sconosciuti,<br>non numerosi come d’altra parte<br>gli uomini, per di più<br>lontanissimi, di chiara<br>fama, che la differivano<br>contando prima di dormire fino a cento.<br>Dietro quelle finestre<br>vivevano i tre fratelli<br>Naun, esseri quasi<br>invisibili che gli abitanti<br>del circondario vedevano soltanto<br>nelle rare occasioni nelle quali<br>lambivano il villaggio coi freddi<br>gesti quotidiani concernenti<br>la mera sopravvivenza, collocati <br>in cima ai polpastrelli – loscamente -<br>delle dita nervose delle loro<br>manine dilavate.  <br>Tra i residenti, infervorati dalle<br>innumerevoli diramazioni<br>accorte e sottili del verbo <br>dei bottegai, che soli<br>potevano vantare una costante<br>trama di relazioni coi tre spettri<br>fratelli coltelli, erano corse <br>strane voci, sospetti <br>infondati e deliziosi <br>che disegnavano pezzo dopo pezzo<br>la mappa smisurata<br>di un gioco di società dalle ragioni<br>e dagli sbocchi sfuggenti, nel bel mezzo<br>del quale ciascuno, fino al collo<br>immerso nella latitanza<br>necessaria di regole fisse…<br><br><i>IL PRETE</i>:<br><br>…a dispetto dell’eco scherzosa<br>di quelle di ogni giorno, e nonostante…<br><br><i>IL VOYEUR</i>:<br><br>…nella latitanza – dicevo – necessaria<br>di regole fisse, ciascheduno<br>si godeva a bell’agio la chiarezza<br>del suo personale <br>sentimento comunale.<br>La storia appunto era iniziata<br>due mezze dozzine d’anni prima…<br><br><i>IL PRETE</i>:<br><br>…due mezze dozzine&#33; Non fai prima<br>a dire dodici?<br><br><i>IL VOYEUR</i>:<br><br>Dodici è stile tuo – le tribù elette <br>d’Israele, gli apostoli chiamati – <br>ma questa è storia pagana e mal pagata…<br><br><i>IL PRETE</i>:<br><br>…anche pacchiana, se è per questo, dico…<br><br><i>IL VOYEUR</i>:<br><br>Pacchiana sì, come noi due del resto…<br>Dunque, la storia era iniziata quando<br>Epaminonda, balbuziente, e Rèso,<br>il parolaio, e Oròsia, montanara<br>sorella detta da qualcuno Norma…<br><br><i>IL PRETE</i>:<br><br>…anche se in verità non era chiaro<br>chi fosse il maggiore tra i due maschi…<br><br><i>IL VOYEUR</i>:<br><br>…erano venuti a quella<br>contrada nell’aprica<br>profondità della nazione per restare<br>con la madre Proserpina <br>Naun, proprietaria della vecchia<br>casa sopra l’altura e titolare<br>di una cospicua rendita azionaria<br>lasciatale in testamento dal marito.<br>Era quindi Proserpina un’anziana<br>signora benestante, gravemente<br>al tempo già malata, che con gioia<br>infantile di vecchia aveva accolto<br>quel ritorno, beata di morire<br>con la faretra piena dei suoi figli…<br><br><i>IL PRETE</i>:<br><br>Il salmo dice in verità che è l’uomo<br>ad essere beato…<br><br><i>IL VOYEUR</i>:<br><br>L’uomo è beato solo se ubriaco&#33;<br><br><i>IL PRETE</i>:<br><br>Bestemmiatore&#33;<br><br><i>IL VOYEUR</i>:<br><br>No, vendemmiatore. Ma stavo dicendo<br>della vecchia Proserpina che i giorni<br>trascorreva vicino a una finestra<br>grande, del pianterreno, nel salotto,<br>seduta su una sedia<br>a dondolo, in piena luce,<br>un gran rettangolo, via via più oblungo,<br>di luce crepuscolare,<br>guardando l’ombra comune proiettata<br>dalla sua testa e da una spietata<br>presenza retrostante<br>sulla pagina bianchissima e radiosa<br>del libro che non avrebbe mai concluso,<br>e che una sera, dopo avere emesso<br>un trillo di stupore, e avere visto<br>scuoterle in basso un’onda la vestaglia<br>per trafugarle l’ultimo puntale<br>di luce digradante, era defunta.<br>Rimasti da soli, i suoi tre figli<br>avevano deciso<br>di non lasciare la grande casa antica<br>e, grazie alla rendita dei beni<br>materni amministrati<br>sapientemente da Epaminonda, accorto<br>come pochi tra i ladri,<br>avevano finito per restare<br>irretiti nella fitta trama<br>degli ambigui fascini del posto.<br>Una vallata dai colori hollywoodiani<br>si specchiava rimbalzando, goffa<br>e terribile, sull’interminabile<br>fila delle latte cilindriche<br>utilizzate dalla popolazione<br>delle periferie per contenere<br>i rifiuti…<br><br><i>IL PRETE</i>:<br><br>…le zone più centrali invece<br>avevano teche<br>di plastica verde<br>di plastica gialla…<br><br><i>IL VOYEUR</i>:<br><br>…e gli stormi danzavano<br>a sera nei pressi dei tralicci<br>punte evocando aguzze<br>di frecce indiane; il vento<br>poi, anima vera dell’incanto<br>straniante del luogo che finiva<br>per frapporsi alla pienezza di ogni loro<br>respiro covando<br>forse la ragione<br>di uno sgomento subliminale,<br>dalla profondità dell’orizzonte<br>spirava verso il fianco della casa<br>sul quale era ormai quasi scomparso<br>del tutto il colore, e gli interstizi<br>tra le riarse travi<br>di legno ospitavano a migliaia<br>i granelli di polvere,<br>unica eredità e testimonianza<br>del tempo trascorso alle spalle<br>di qualsiasi memoria, <br>per poi danzante sistemarsi sotto<br>la veranda a fischiare lungamente<br>nei loro inquieti cervelli sconvolgendo<br>più e più ricordi e pensieri e incauti sogni<br>notturni. Giorno dopo giorno aveva<br>quel vento fiaccato le loro<br>fortezze interiori, si era aperto<br>via via una breccia più vasta, dilagando<br>poi tra fitte caligini lungo <br>dedali e intrichi di gallerie indifese<br>sino a scalare agevolmente in fretta e furia<br>le pendici dei cuori.<br>Era avvenuto ciò – come ho già detto –<br>nell’arco di due mezze dozzine<br>d’anni, durante i quali Epaminonda,<br>un tempo piuttosto ben pasciuto,<br>aveva perso un chilo dopo l’altro<br>fino a mutarsi nell’ombra di se stesso<br>nello sforzo, segreto anche per lui,<br>di adeguarsi al mondo che le sue<br>sensazioni, ovvero le certezze,<br>puerili gli stavano plasmando<br>con attitudine persecutoria intorno.<br><br><i>IL PRETE</i>:<br><br>Era vagamente impressionante<br>anche per un visitatore marginale<br>e straniero - mettiamo il garzone<br>del macellaio - intravederlo mentre,<br>coperto alla meglio dai suoi vecchi<br>abiti divenuti troppo grandi<br>e con lo sguardo angariato da terrore<br>circospetto, vagava nel bel mezzo<br>del ballo dei tendaggi<br>furiosi, che il vento ora gonfiava,<br>ora faceva sussultare appena<br>al torvo tintinnio dei lampadari.<br><br><i>IL VOYEUR</i>:<br><br>Rèso, dal canto suo, da sempre smilzo<br>tanto da non badare alla sporgenza<br>di una costola in più, sentiva il crollo<br>dei nervi prossimo per le allucinazioni<br>strane che l’avevano braccato<br>fino dal giorno dopo l’improvvisa<br>morte materna.<br>Incriminava il vento<br>per questo anche lui,<br>tutti quei suoni<br>che produceva filtrando negli ambienti<br>vuoti: sussurri, brevi fischi mozzi<br>e cigolii, e spiegava con la troppa<br>eccitazione che questi<br>gli procuravano le apparizioni brusche<br>del fine spettro della vecchia madre.<br><br><i>IL PRETE</i>:<br><br>A dire il vero, nessuno tranne lui<br>l’aveva visto mai, ma tanto Oròsia<br>che Epaminonda, cioè le due persone<br>sole che in dodici anni erano entrate<br>in quella casa, usavano avvedersi<br>dell’ arcigna presenza dagli effetti<br>che al viso del fratello provocava.<br><br><i>IL VOYEUR</i>:<br><br>Già. Rèso, infatti, che ripeteva inquieto<br>di avere visto per la prima volta<br>quella figura – un’immagine scolpita<br>lievemente in un ventre di cristallo –<br>riflessa dallo specchio ovale appeso<br>di fronte alla porta della sua<br>stanza da letto,<br>dilatava, vedendola, lo sguardo<br>scoprendo la sclera tutt’intorno <br>all’iride irrorata, e se stava<br>immobile e serrava<br>con forza le mascelle. Le visioni<br>duravano manciate di secondi,<br>tuttavia sufficienti, a suo parere,<br>a fugare ogni dubbio.<br><br><i>IL PRETE</i>:<br><br>Della bella sorella<br>ti resta da dire…<br><br><i>IL VOYEUR</i>:<br><br>Oròsia era fra i tre quella che meglio<br>aveva sfidato i turbamenti.<br>Nel corso di due mezze dozzine<br>di anni, nella casa, a qualche cosa<br>d’indefinibile la caccia aveva dato,<br>a un mistero sepolto nella notte<br>stagnante e grande tra gli argini del fiume<br>della sua mente e il languido miraggio<br>di una coscienza, che la rifuggiva<br>sprecandosi nelle molte occasioni<br>di attesa diffuse nell’ampiezza,<br>ogni giorno più cava, della casa<br>sopra l’ altura. <br>Oròsia non provava un sentimento<br>di terrore crescente come i suoi<br>fratelli, ma una scia<br>inseguiva che le ispirava dubbi<br>martellanti ritmati da improvvise<br>lacerazioni su chiarori vaghi<br>di luce e mute, immense filastrocche…<br><br><i>IL PRETE</i>:<br><br>Filastrocche adescanti…<br>…canta bambolina<br>che la vita scotta, <br>bada: se l’hai rotta<br>mamma morirà…<br><br><i>IL VOYEUR</i>:<br><br>Soltanto una volta la caccia<br>l’aveva sconvolta. Durante<br>uno di quei pomeriggi<br>solari nei quali la valle<br>pareva smembrata nei cunei<br>ondulati dell’ombra e in distese<br>policrome di luce, all’improvviso<br>aveva udito<br>un cigolio<br>strano, l’aveva seguito<br>tentando diverse direzioni<br>senza successo,<br>finché, dopo l’esame infruttuoso<br>dell’ennesimo canto inconfessato,<br>aveva capito che il rumore<br>poteva provenire dalla<br>soffitta, il luogo in assoluto meno<br>vissuto dell’intera casa. <br><br><i>IL PRETE</i>:<br><br>Dovresti dire che Oròsia non sapeva<br>mai fare supposizioni mentre<br>secondava l’oscuro desiderio<br>di venire a capo del relitto<br>interiore che era andato a fondo, <br>e alla cieca cercava, cercava solamente<br>tessendo fitta una tela di legami<br>tra il mondo esterno, ridotto all’ossessione<br>dei larghi ambienti, scheletri di casa<br>sulla collina, e l’intima avventura<br>di un’anima ristretta.<br><br><i>IL VOYEUR</i>:<br><br>Anche quella volta era successo<br>così: cricchiavano le scale<br>di vecchio legno sotto la cautela<br>dei passi attenti a mantenere il nesso<br>dell’orecchio con l’esile rumore <br>che cresceva d’intensità per la maggiore <br>vicinanza, ma nulla la spingeva<br>a chiedersi il motivo della sua<br>indagine, né cosa <br>avrebbe dissepolto oppure avrebbe<br>voluto disseppellire. Quando <br>aveva tirato su il portello<br>della soffitta, l’ambiente si era aperto<br>d’un tratto come un mare di viluppi<br>piccoli di polvere, guizzanti<br>qua e là per ogni spostamento d’aria,<br>forato dall’intreccio soggiogato<br>dei fasci arancio della luce dai<br>contorni blu colato colorando<br>l’aria dagli abbaini.<br>Oròsia era rimasta ferma,<br>senza neppure respirare, con<br>la testa in linea con il pavimento<br>e il corpo alla scala sottostante<br>ancora addossato, nell’attesa<br>che tutto quel guizzare si placasse;<br>ma un moto vaporoso, persistente,<br>di pulviscolo accompagnato dalle<br>piroette di un poco di laniccio,<br>minimi effetti di un modesto soffio<br>proveniente dall’angolo più in ombra<br>rispetto a lei, costante non pareva<br>scemare col passare dei minuti.<br>Oròsia affilò lo sguardo per bucare<br>meglio l’oscurità, e si accorse infine <br>che il rumore veniva dalla zona<br>di provenienza di quei movimenti<br>quasi impercettibili: sul fondo,<br>in seno al buio in cui stava riposta,<br>la sedia a dondolo della vecchia madre, <br>sulla quale Proserpina era morta,<br>stava oscillando immotivatamente<br>come se lei vi stesse ancora sopra. <br><br><i>IL PRETE</i>:<br><br>Vade retro, Satana…<br><br><i>IL VOYEUR</i>:<br><br>Ma la ricerca di Oròsia, a parte questo<br>episodio, non era stata mai<br>segnata da evenienze eccezionali<br>o solo impressionanti, evocative:<br>era un po’ come camminare avanti<br>e indietro lungo una scacchiera vuota,<br>passando su riquadri<br>di superficie identica così<br>come le zone in cui erano spartiti<br>dal gioco di alternanza fra l’assenza<br>ora di luce ed ora di colore.<br><br><i>IL PRETE</i>:<br><br>Infine venne al mondo la giornata<br>del quattro luglio del quarantanove,<br>dodici, dico dodici anni esatti<br>dal giorno della morte smisurata <br>di Proserpina, e venne conducendo<br>con sé un fardello appassito<br>di luce, nonostante il sole<br>alto e feroce come sempre in cielo.<br>Quel giorno conservava nel suo seno<br>già decomposto un seme<br>piccolo di malessere nascosto.<br><br><i>IL VOYEUR</i>:<br><br>Nella sua camera Oròsia se ne stava<br>distesa sopra il letto: aveva addosso <br>una vestaglia porpora di seta<br>chiusa sul ventre da una fascia nera<br>sotto la quale si aprivano i due lembi<br>scoprendo le gambe, una allungata<br>sino all’estremità bassa del letto…<br><br><i>IL PRETE</i>:<br><br>…la pantofola in bilico sul piede…<br><br><i>IL VOYEUR</i>:<br><br>…l’altra piegata ad angolo. Teneva<br>sgualcita in una mano una rivista<br>di moda che con attenzione<br>stava leggendo quasi trasandata;<br>con l’altra mano portava tra le labbra<br>cilindrica una sigaretta accesa<br>e si aggiustava, durante ogni boccata,<br>le ciocche che calavano sul viso.<br><br><i>IL PRETE</i>:<br><br>Quel giorno aveva ancora trentatré <br>anni…<br><br><i>IL VOYEUR</i>:<br><br>…trentaquattro. La porta della stanza<br>non era totalmente chiusa e Rèso <br>che, nonostante l’ora, stava già<br>a spron battuto lungo il corridoio<br>passeggiando, sperando<br>di consumare l’ansia con le forze,<br>vedendola sdraiata, intese<br>un cattivo coraggio devastargli<br>il cuore sino a degradare ogni<br>suo desiderio <br>a livello di quello <br>che gli faceva, bambino, le bottiglie <br>di tonica vuotare e poi riempire<br>di ghiaia. Quando vide<br>il fratello sdraiarsi accanto a lei,<br>Oròsia non capì immediatamente<br>cosa stesse accadendo, finché lui,<br>protendendo le labbra di saliva<br>umettate, l’afferrò nel tentativo<br>di baciarla sul collo. Lei cercò<br>di sottrarsi ma Rèso <br>riuscì infine lo stesso nel suo intento:<br>bloccandola dai polsi continuò<br>poi con i baci dopo averle<br>ficcato un fazzoletto nella bocca.<br><br><i>IL PRETE</i>:<br><br>Oròsia notò <br>che sapeva di sporco ma durò <br>soltanto un attimo…<br><br><i>IL VOYEUR</i>:<br><br>…perché sentì le labbra del fratello <br>sul seno indifeso, provò <br>per una volta ancora a liberarsi.<br>Si arrese soltanto quando lui,<br>dopo averla girata,<br>la stava fottendo già da qualche<br>minuto, tenendole il bacino<br>con l’avambraccio sinistro un poco alzato<br>e la schiena bloccata con la destra.<br><br><i>Calano lentamente le luci. Il prete, incredulo, si prende la testa fra le mani mentre sul letto la coppia raggiunge finalmente l’orgasmo.</i> <br><br><br>                                             <b>astrAtto secondo</b><br><br><i>L’azione si sposta in un interno. La scena è in penombra. Sul fondo una finestra dietro la quale si scorge un paesaggio simile alla Monument Valley. Leggermente sulla sinistra, accanto a un lavabo e seduto su una tazza da bagno sta Oròsia, il transessuale, mentre più al centro e sulla destra camminano lentamente avanti e indietro i due matti in camicia di forza.</i><br><br><i>IL TRANSESSUALE</i>: <br><br>Sì, mi arresi, perché<br>l’incantesimo ormai era stato infranto.<br>Mi misi a ridere irrefrenabilmente,<br>così riuscendo a sputare quello straccio<br>che nei momenti migliori aveva il gusto<br>di burro di arachidi stantio. <br>Il mio fratello lussurioso intanto<br>eiaculava con gusto manifesto<br>tra le mie natiche accoglienti: <i>“Non credevo<br>che fossi così ben fornito&#33;”</i>,<br>gli dissi ridendo mentre ancora<br>mi ripulivo con il fazzoletto.<br>Lui stava piangendo<br>come un bimbo,<br>quasi sull’attenti <br>accanto alla spalliera<br>del letto, col pene già in disarmo.<br>Mi accorsi allora che l’altro – Epaminonda –<br>spiava la scena<br>dal corridoio immerso<br>in una penombra che stentava<br>a redimersi allora dalla notte.<br>Ridendo sempre, mi distesi ancora<br>reggendomi sui gomiti ed aprendo<br>le gambe gli mostrai<br>il fallo sollevato.<br>Epaminonda avanzò dentro la stanza,<br>più ridicolo che mai nel suo vestito<br>fuori misura – osservai per puro caso <br>l’orlo dei pantaloni consumato<br>dall’attrito costante con il suolo -,<br>lanciò uno sguardo di terrore e rabbia<br>a Rèso prima e a me dopo tenendo<br>premute le mani sulla bocca.<br><i>“Dai&#33; </i>– gli dissi – <i>Amico mio, <br>è andata&#33; Togliti lo sfizio<br>come quest’altro e facciamola finita&#33;”</i><br>Lo vidi avanzare<br>nella mia direzione: trascinava<br>i passi come un vecchio<br>decrepito e guardava<br>i miei genitali, frastornato<br>come un adolescente.<br>Cercò un appiglio, una fonte<br>qualsiasi di coraggio,<br>ma non trovò che il pianto<br>soffocato di Rèso ed il mio riso,<br>ed entrambi non erano che sponde<br>sottili della sua disperazione:<br>quella, incommensurabile, toccava<br>infatti a lui, divenuto finalmente<br>il maggiore. Decisi di aiutarlo<br>calandogli quei buffi pantaloni<br>e continuando a ridere pensai<br>che la sopravvenuta macilenza<br>non aveva risparmiato proprio nulla.<br><i>“Coraggio&#33; </i>– esclamai mentre cercavo<br>di ottenere una reazione dal batacchio<br>esanime – <i>Non c’è niente di strano,<br>nessun peccato, te ne rendi conto?”</i> <br>Si affrettò ad annuire, come per<br>togliersi il pensiero, mentre il viso<br>si mascherava di pianto straripante.<br>Riuscii a guidarlo infine con la mano<br>dentro di me, e si mosse con crescente<br>violenza, in preda ad una crisi<br>isterica, che culminò al momento<br>dell’eiaculazione quando cadde<br>affranto in ginocchio singhiozzando.<br>Rimasi sdraiata sul letto<br>con lo sguardo fisso sul soffitto,<br>trascurando persino di pulirmi;<br>già era scomparsa ogni traccia <br>di piacere – se mai c’era stata – <br>e la vetrata della finestra aveva<br>ripreso a vibrare nonostante<br>le stuccature, a causa certamente<br>del passaggio degli autotreni sulla<br>strada statale. <br>Chiesi loro di uscire <br>ed essi obbedirono senza<br>parlare, anche il pianto e il singhiozzo<br>furono sospesi avanti al mio<br>spaesato raccoglimento: Epaminonda <br>e Rèso sgusciarono via  <br>come lumache al dente.<br>Non ci incontrammo più fino alla cena,<br>udii soltanto i rumori della loro<br>presenza, paralleli al mio respiro<br>calmo nella camera ormai quieta,<br>spoglia di tutti i suoi lunghi misteri.<br>Quando decisi di scendere,<br>fuori la valle pareva<br>uscita da un film di John Ford<br>e poco invitante da sotto <br>mi arrivava un odore di zuppa<br>di lenticchie. I miei amanti,<br>mani dietro la schiena, impegnati<br>a prima vista a guardare frammenti<br>inusitati di paesaggio da<br>due finestre diverse, <br>aspettavano me, galleggiando<br>a malincuore nella restaurata quiete<br>della casa sottratta d’un tratto<br>anche all’impeto fiero del vento.<br>Si trattava però<br>di una sterile pace: schivando<br>i nostri cuori relegava in essi<br>tutti i turbamenti e quella loro<br>malata trasparenza non tardò<br>a produrre i suoi effetti nefasti.<br><br><i>PRIMO MATTO IN CAMICIA DI FORZA</i>:<br><br>Più non possiamo<br>giocare, è finito<br>il gioco, finito per sempre&#33;<br>Ricordate ormai tutto anche voi,<br>non è vero? Qui dodici anni<br>fa è stato compiuto un delitto,<br>un assassinio, l’abbiamo commesso<br>noi tre, tutti insieme&#33;<br><br><i>L’altro matto crolla a sedere iniziando a gemere, il transessuale si accende una sigaretta e si lima le unghie.</i><br><br><i>PRIMO MATTO IN CAMICIA DI FORZA (riprendendo il discorso con enfasi accresciuta)</i>: <br><br>Oggi è tornato tutto a galla: noi non siamo<br>fratelli, non siamo i veri figli<br>di Proserpina Naun. Vi ricordate?<br>Ci aveva ospitati<br>quella povera vecchia<br>e un giorno la uccidemmo a sangue freddo.<br>Non fu un attacco<br>di cuore, come<br>diagnosticò il dottore, solamente<br>perché se lo aspettava: tu sai bene,<br>Oròsia, di che cosa<br>si trattò per davvero, e tu che frigni, <br>Rèso, di certo non ignori<br>come manipolammo il testamento<br>per nominarci eredi universali&#33;<br><br><i>SECONDO MATTO IN CAMICIA DI FORZA (in preda alla disperazione)</i>:<br><br>Basta&#33; Questo dolore<br>è insostenibile&#33; Basta&#33;<br><br><i>I due matti si abbracciano, iniziando a piangere l’uno sulla spalla dell’altro.</i><br><br><i>IL TRANSESSUALE (annoiato e quasi soprappensiero)</i>:<br><br>Sperate di piegare la coscienza,<br>tornata prepotentemente desta,<br>con questa pietosa lavanda<br>battesimale, <br>pianto d’acqua <br>e di sale? Non sarà<br>così: la storia dopo averci ritrovati<br>non mollerà più la presa.<br>L’ultima luce del giorno<br>vi troverà abbracciati<br>e vi trafiggerà impietosa<br>scintillando di giustizia nelle vostre<br>inutili lacrime.<br>So bene che volete<br>costituirvi: la sola speranza<br>che avete è la pena di morte -<br>pienezza meccanica del<br>contrappasso – ma se<br>invece noi non fossimo fratelli<br>per il semplice fatto che la vecchia,<br>la fantomatica Proserpina Naun<br>non è mai veramente esistita?<br><br><i>PRIMO MATTO IN CAMICIA DI FORZA (irrobustendo la voce ad arte)</i>:<br><br>In tal caso dovresti spiegarci<br>le vere ragioni di quella<br>simulazione, di questa<br>terribile finta parentela&#33;<br>Oròsia, o dovrei dire Oreste, <br>rispondi: perché siamo qui?<br>Perché sino a oggi ci siamo<br>congiunti in un solo cognome?<br><br><i>I due matti vengono posti in ombra, un solo sagomatore investe il transessuale.</i><br><br><i>IL TRANSESSUALE</i>:<br><br>Non so che dirti, Epaminonda, e non<br>perché le tue domande<br>mettano in certa crisi la mia tesi.<br>Le voglio invece lasciare a galleggiare <br>nel silenzio lasciato dalla voce<br>di Proserpina Naun, qui tra di noi,<br>perché le convengono in quanto<br>domande - ma non perché parole – <br>come ciascuna cattiva risposta,<br>e insieme vanno, le une con le altre, <br>ponendo il sigillo secolare<br>della morte matrona sulla vita.<br>Quanto a me, piegherò lo sguardo altrove,<br>a un oggetto qualsiasi dei tanti<br>possibili, mentre tutto quello<br>che avrò lasciato per sempre – il silenzio,<br>le sue vuote domande e l’infinita<br>sequenza di risposte –, ogni legame<br>scindendo, andrà a sopravanzare<br>la grande nazione, la contrada<br>e questa nostra casa sull’altura<br>e tutto quanto in essa è contenuto.<br>A notte fonda, alle spalle<br>della mia povera, infantile erranza <br>non mi resterà che la presenza<br>della tragedia di voi due morituri,<br>il cui destino nell’assoluto vuoto<br>dissolto del nulla non sarà<br>che il vano affanno del suo stesso respiro.<br>In fondo, miei pazzi, stiamo solo <br>giocando.<br><br><i>Calano le luci. Sipario.</i> <br><br>(Arte - Sceneggiatura)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Sat, 17 Feb 2007 17:59:01 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Morte assurda di un allievo coraggioso, di Marika Bortolami]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=29&tes=1002&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[di Massimo Onofri]<br><br><br><br> un articolo da &quot;La Nuova Sardegna&quot; del 12/02/2007<br><br><br><b>Morte assurda di un allievo coraggioso</b><br>di Massimo Onofri<br><br><br>Fabrizio Pittalis studiava nella Facoltà di Lingue e letterature straniere: non so se è mai riuscito a laurearsi. Perché Fabrizio è morto giovanissimo, quanlche giorno fa, in un&#39;ora, che non so, d&#39;un freddo e declinante gennaio, molto prima che il mondo gli si prefigurasse nella cifra d&#39;un ipotetico destino. Frequentava i miei corsi di Critica letteraria: quelli da cui sono usciti tutti i miei allievi migliori. Corsi di riposata allegria e concentrati, scavati dentro l&#39;idea che la critica non è nulla se non è interpretazione della vita: bisogna avere molte motivazioni per frequentarli oggi, in tempi così poco disposti alla critica, non senza attitudini ad un modo ormai antico, direi cavalleresco di vivere la vita. Sempre poche persone, non più di venti: ma che poi mi sono ritrovato quasi sempre a lezione, negli anni successivi, magari ormai laureati, vittime di chissà quale forma di assuefazione.<br>Fabrizio, quei corsi li frequentava con passione silenziosa, con occhi attenti e un&#39;immaginazione piena di domande, ma fresca di sogni e avida di futuro. Stavamo quasi per diventare amici, dentro quel cerchio magico e ambiguo che è sempre il rapporto tra un docente e un allievo, quando all&#39;improvviso, è scomparso. Ero sicuro sarebbe tornato prima o poi: e non ci ho pensato più. Qualcuno, molti mesi dopo, mi ha detto d&#39;averlo visto su una carrozzella a rotelle, ferocemente offeso nelle gambe, mentre una donna lo portava a passeggio per le strade di Porto Torres. Non sapevo come fare per contattarlo, non sapevo in che condizioni si trovasse né se gli avrebbe fatto piacere sentirmi, ambasciatore d&#39;una vita remota che non poteva più appartenergli e che non so se volesse ricordare o dimenticare. Fino a quando, per caso, non ho trovato la sua firma in un blog letterario, dove proponeva un mio articolo molto polemico sul Gruppo 63: attivo e propositivo, intelligente come sempre, forse più combattivo. C&#39;era il suo indirizzo elettronico: l&#39;occasione che aspettavo. <br>Mi rispose Fabrizio, pure scusandosi per il ritardo con cui lo faceva: e quasi incredulo, felicemente incredulo, che io mi ricordassi ancora di lui. Parole appassionate sul mio articolo e sul Gruppo 63 di cui difficava. Sul suo male poche ironiche parole: alludendo ad una &lt;&lt;critica situazione sanitaria&gt;&gt; che gli aveva &lt;&lt;fatto prendere un bello spavento&gt;&gt;, ma che ora, sembrava sotto controllo. Si appellava, per resistere, al suo &lt;&lt;innato senso dell&#39;umorismo&gt;&gt; che da sempre, così diceva, lo portava &lt;&lt;ad avere un particolare gusto per la decadenza (che se guardata nel modo giusto può essere spassosa fino a far morire dal ridere)&gt;&gt;. Era una tempra forte Fabrizio: e si preparava ad avere quello che l&#39;esistenza, non fosse stata così oltraggiata, gli avrebbe di sicuro dato. Ora che, entrando nella morte, è entrato nel mistero della vita, m&#39;è rimasto il suo sorriso gentile e lo sguardo vivo, interrogativo. E non posso non pensare al dolore di chi resta, ai suoi genitori che non conosco. Un dolore crudelissimo e insostenibile. Ingiusto. Ma si può credere alla giustizioa in un mondo in cui si nasce per morire? E morire così? Ecco perché io ho creduto e credo solo alla libertà. E Fabrizio era un ragazzo magnificamente libero.<br><br><br><img src='http://mirrormade.supereva.it/Altro/pittalis.JPG' border='0' alt='user posted image' /> <br><br>(Teorie - Critica &amp; recensioni)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Sat, 17 Feb 2007 02:22:19 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[PENSIERI DI FABRIZIO PITTALIS, di Andrea Rossetti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=27&tes=1000&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <b>SULLA FUNZIONE ATTORIALE</b><br><br>In questo mese di scarsa produttività riflettevo sulla funzione attoriale parlando al mio doppio: ne è venuto fuori qualcosa che chissà...<br>Penso comunque che l&#39;unica via per la “spopolarizzazione” dell&#39;arte sia l&#39;arte<br>impopolare.<br>Il soggettocentrismo prima di essere dell&#39;autore è sempre del fruitore che vede se stesso in ogni luogo come in una casa di specchi (solo per alcuni deformanti).<br>La nuova cultura (certo non tutta) offre un abbondante pasto per le personalità fagocitatrici dei sé in espansione: l&#39;antica produzione letteraria era spesso ben diversa.<br>La Divina Commedia è il titolo che mi si materializza affianco è m&#39;accarezza...<br>Io, fagocitatore, nella Divina Commedia (solo un esempio ,certo, e forse discutibile ...) non mi sono mai immedesimato.<br>Ora questo è solo un passo o forse mezzo di ciò che mi piacerebbe riuscire ad esprimere ma che così rapidamente non so.<br>Se non si può uccidere il soggettivismo lo si può scomporre fino a nausearlo e nausearsene.<br>Fondamentale è la continua mutazione nell&#39;autore incandescente che vedo manifestarsi in circolo (cosa in cui io credo di trovarmi per ora ingabbiato) o nello schizzare da tutte le parti come vulcano o un pene impazzito(cosa che ho visto con piacere in alcuni).<br>Non vedrei quindi la funzione attoriale come un male, anche perché non si distanzia di molto da quella autoriale ma la modifica sempre all&#39;insegna d&#39;una poetica della crisi molto difficilmente scrollabile dalle (s)palle dell&#39;odierno essere umano.<br>Poetica della crisi della crisi?<br>Oggettivazione strumentale del soggetto?<br>Altro?<br>Ci rifletterò e magari imparerò a parlarne se mai lo farò.<br><br>-<br><br><b>SULLA TRADIZIONE</b><br><br>Credo che gettare la tradizione nel cestino sia o una buona provocazione/stimolo per un avanzare che la tradizione l&#39;ha già interiorizzata (niente di nuovo sotto il sole) o ignoranza bella e buona (gelato sciolto sotto il sole diecimila volte).<br><br> -<br><br><b>SUL FARE GRUPPO IN LETTERATURA</b><br><br>Se c&#39;è una cosa che non sopporto è l&#39;idea tutta virtuale di gruppo al quale mi pare in molti volenti o nolenti rimangono legati.<br>Comunità gruppi e similia sono dannosi alla letteratura.<br>Eliminano quel momento solitario, quel piccolo picco sul mondo e al di là di esso che ho spesso ricercato nell&#39;incontro con le parole .<br>E ai luoghi di incontro preferisco i luoghi di scontro.<br>Dopo di che ognuno la veda come vuole: torno dal grande Cthulhu a dormire sognando.<br><br>-<br><br><b>SU UMBERTO ECO</b><br><br>Fammelo venire Umberto Eco che lo tronco in due, ho sempre sognato di sferrargli un debole cazzotto sul muso<br><br>-<br><br><b>I BAGNI</b><br><br>Al bagno degli uomini preferisco l&#39;odore delicato di quello delle donne in cui m&#39;infiltro ogni volta che posso per goderne in solitudine la strana luce.<br><br>-<br><br><b>GIRAVOLTAVOLTAVOLTA</b><br><br>Io voglio fare una vera e propria performance che ho in testa e che si potrebbe riassumere in una giravoltavoltavolta ma mi serve qualcuno che sappia cucinare.<br><br>-<br><br><b>SU KARPòS</b><br><br>Il mio interesse per Karpòs non è in discussione, anche se come una sorta di Tommaso un po&#39; carne e un po&#39; pesce aspetto la sua venuta al mondo, i suoi sviluppi, per vedere se siamo veramente un gruppo col fallo oltre che coi testicoli (ché davvero senza fallo non servono a nulla).<br>So benissimo che gli sviluppi saranno buoni se il gruppo avrà voglia di lavorare seriamente e se le idee (che mi pare non manchino) saranno fecondate a dovere un poco da tutti: lo so io e credo lo sanno anche tutti gli altri.<br>Per quel che mi riguarda non ho intenzione di proporre scritti critici, perché non credo di aver mai scritto nulla che vada al di là della semplice annotazione su taccuino, ma se un bel giorno dovessi produrre qualcosa per cui valga la pena sprecare il mio credo (una<br>cosa che mi succhia il midollo spinale, mica poco) non esiterei a proporla.<br>Per ora mi limito a lavorare sul mio personale discorso ad attaccate ogni giorno<br>un piccolo legnetto alla mia baracca, a tappare i buchi sul tetto e via discorrendo...<br>Per quel che riguarda i testi, vi leggo con attenzione, ma mi riservo di commentare seriamente, di dirvi qualcosa di buono che abbia un sapore (per quanto possa essere sgradevole o scialbo), ché lo sapete che come autori vi voglio bene.<br>Ora vado nell&#39;angolino a piagnucolare.<br><br>-<br><br><b>SULLA “LETTURA DI SCENA”</b><br><br>Mi interessa molto vi dirò il discorso della lettura di scena, anche se non mi baso su tutti i discorsi teorici di Andrea (che comunque seguo con interesse), ma semplicemente sul fatto che trovo assolutamente sterile il semplice reading di poesia, una cosa triste triste che mi metterebbe solo in imbarazzo.<br>Per quanto riguarda la mia lettura personale, non sono totalmente digiuno di teatro (nel deserto portotorrese mi è capitato di incontrare Rosario Morra, un attore di sicuro talento che si muove in ambito nazionale col riconoscimento di attori ben conosciuti), ma è forse per questo che mi rendo conto dei miei limiti (non sono, né mai sarò un attore) e sono sicuro di non poter fornire una lettura di qualità, di non avere mezzi tecnici abbastanza<br>solidi per rivelare la parola (al contrario di Andrea al quale rinnovo i miei complimenti per le sue letture anche se mi riservo di riascoltarlo ancora con attenzione...si può dire che ho ben assimilato solo &quot;Anassimandro e la notte&quot;).<br>Qualcuno dirà : che palle&#33;<br>Forse, ma mi spiace, fra me e me mi sono sempre posto il problema.<br>Ho sempre pensato ad un qualcosa che vada al di là della lettura: nuda e cruda, ma senza fascino.<br>Il progetto vortica dentro di me da tempo, ma non ha ancora trovato una forma, una vera espressione (e chissà, alla fine, se prima o poi sboccherò e la troverà).<br>Facendo cadere il mio discorso personale sono talmente interessato alla cosa che apprezzerei molto se qualcuno volesse illustrarmi un pochino il progetto: per cose del genere - tempo e morte permettendo - sarei anche disponibile ad imbarcarmi su una nave e venire a vedervi di persona.<br><br>-<br><br><b>SE TI DICONO BRAVO…</b><br><br>Come disse un mio amico attore: &quot;se dopo uno spettacolo mi dicono bravo io mi offendo, li mando semplicemente a fare in culo, bravi potrebbero esser loro ...&quot;, o i bambini dopo il saggio della scuola elementare aggiungo io.<br>Dire che arte è bravura è una delle più grandi offese alla sola idea di artistico che io possa concepire.<br><br>-<br><br><b>ALLA RADIO</b><br><br>Nella radio che ho a casa ben tre dementi rock&#39;n&#39;roll acustici - ou ieas - e una ballata stupidamente alcolica che dedicherò alla madonna e che parla di uno che chiede tutto il tempo a una che fine ha fatto il suo uomo.<br>Sarà che oggi più che il cervello in brodo ho il brodo con i vermi nel cervello…<br><br>-<br><br><b>VI INVIDIO…</b><br><br>Invidio la vostra abilità anche quando fate i fotosciocchini e vi regalerò sicuramente dei fiori: ahi ahi, se trovo il dischetto mi ci metto anch&#39;io, ma ho il complesso di inferiorità, anche se in tutto il forum a fischiare con le mani messe a conchetta, sono sicuro, non mi batte nessuno. <br><br>(Teorie - Sull&#39;espressione artistica)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Mon, 12 Feb 2007 23:29:43 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[COME UN &quot;CADETTO DI GUASCOGNA&quot; SARDO, di Andrea Rossetti]]></title>
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<description><![CDATA[[Per Fabrizio Pittalis]<br><br><br><br> Il mio amico Fabrizio Pittalis è morto, a soli 26 anni. <br>Era un grande poeta scanzonato ed elegante, malinconico ma allegro, spesso in equilibrio fra i toni della filastrocca infantile e il guizzo classicheggiante. <br>Io non l&#39;ho mai incontrato, non l&#39;ho mai visto in faccia, in questi anni nei quali ci siamo conosciuti e parlati grazie al progetto Karpòs Factory, ma mi piace immaginarlo come una specie di &quot;cadetto di guascogna&quot; sardo, incapace di prendersi sul serio ma con lo sguardo attraversato dal baluginare discreto della consapevolezza di essere speciale. A volte pareva non rendersi conto della sua importanza, della sua bravura, ma in cuor suo – io credo – sapeva bene che il poeta vero deve restare defilato rispetto alla poesia, deve farsi da parte per non appesantire di inutili sentimenti lirici soltanto suoi il viaggio sonoro e universale della parola.<br>Tutti insieme abbiamo definito Karpòs fin dall’inizio come “il progetto dell’assenza di un progetto” e Fabrizio Pittalis è stato forse l’interprete più naturalmente fedele di questo pazzesco manifesto programmatico. Per lui progettare mancanze era normale. Le sue poesie sono vuoti eterei, e poi carezze sorridenti e dimesse grandezze.  <br>Per me Fabrizio era davvero un miracolo di equilibrio posto tra Bukowski e Corazzini, con quel suo verso disincantato, lieve, capace di armonizzare l’ebbro e l’angelico con una risata sorniona.<br>Tempo fa scrissi una riflessione in occasione della morte di Hubert Selby jr e lui ne trasse una versione poetica che si può leggere ancora su uno dei suoi blog: confesso che non avrei mai pensato di dover scrivere oggi allo stesso modo di lui. E’ forse questa, però, la quadratura del cerchio, il miracolo di un rapporto – il nostro – fatto di sola scrittura, privo di corpi, di paesaggi e di voci, eppure incredibilmente vero. <br>Gravemente malato da tempo, ha sempre evitato di raccontare della sua malattia, minimizzandone costantemente l&#39;importanza. Pochi giorni prima di morire ha pubblicato su Karpòs la sua ultima poesia senza aggiungere altro, come se nient&#39;altro stesse per accadere o avesse rilievo. Questo si spiega forse col fatto che Fabrizio Pittalis, il karposiano, il &quot;cadetto di guascogna&quot; sardo, in vita sua non ha avuto tempo che per essere un poeta. E lo ha fatto alla grande.<br>Ora sali, Fabrizio, di semitono in semitono (ricordi?), con la tua piuma sempre alta e dritta sul cappello. <br><br>(Teorie - Critica &amp; recensioni)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Sun, 11 Feb 2007 16:52:44 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[lost days, di Marika Bortolami]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> ... <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Tue, 06 Feb 2007 05:47:01 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[time machine, di Marika Bortolami]]></title>
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<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Mon, 05 Feb 2007 02:22:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[tinyway, di Marika Bortolami]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> ... <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Thu, 01 Feb 2007 18:20:29 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[she, he and waiting, di Marika Bortolami]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> ... <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Mon, 29 Jan 2007 15:22:14 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[hug, di Marika Bortolami]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> ... <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Sat, 27 Jan 2007 09:42:16 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[an eye on equilibrium, di Marika Bortolami]]></title>
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<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Wed, 24 Jan 2007 11:50:35 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[unlinked, di Stefano Caronia]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=975&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> ... <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Stefano Caronia]]></author>
<pubDate>Mon, 22 Jan 2007 22:34:42 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[play, me, di Marika Bortolami]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> ... <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Mon, 22 Jan 2007 18:20:43 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[don&#39;t break the line, di Marika Bortolami]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=973&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> Milano <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Sun, 21 Jan 2007 11:00:14 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[DONNA-DE-PARADISO-MEDEA, di Andrea Rossetti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=38&tes=972&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <span style='color:purple'><span style='font-size:14pt;line-height:100%'><b>DONNA-DE-PARADISO-MEDEA</b></span></span><br><br><i>lettura di scena</i> di Andrea Rossetti, da Euripide e Jacopone da Todi<br><br><img src='http://www.hearingvoices.com/special/2005/shoah/img/womenbed.jpg' border='0' alt='user posted image' /><br><br><b><i>PERSONAGGI</i></b>:<br><br><b>La nutrice</b><br><b>Il pedagogo</b><br><b>Medea (voce fuori campo)</b><br><b>Il coro</b><br><br><b><i>SCENA</i></b>:<br><br><i>Il palco è coperto di coltelli sopra i quali gli attori agiscono producendo inquietanti e imprevedibili rumori metallici coi loro movimenti; la quinta ospita al centro la proiezione di un’animazione e una serie di quindici grandi fotografie in bianco e nero che ritraggono altrettanti volti di giovani donne vittime della shoah. Sotto ciascuna fotografia è accesa una piccola candela di compleanno. Alcuni abiti femminili pendono come labili memorie di corpi negati.</i><br><br><br>CORO:<br><br>Donna de Paradiso,<br>lo tuo figliolo è priso&#33;<br>Accurre, donna e vide<br>che la gente l&#39;allide;<br>credo che lo s&#39;occide,<br>tanto l&#39;ò flagellato&#33;<br><br>NUTRICE:<br><br>Mai non fosse colato dalla nera<br>foresta il piombo fuso,<br>e non si fossero all’opera crudele<br>poste le mani dei giovani forti&#33;<br>Triste è il presagio: incenerisce<br>la casa profumata,<br>bruciano i corpi dei figli<br>della barbara madre ed assassina…<br>Ha piegato le braccia della croce<br>d’amore in uncini acuminati,<br>unghiuti da mattatoio…<br>quarti di corpi vi pendono annientati.<br>Sono di lacrime i corpi liquefatti,<br>le facce insudiciate dalla terra,<br>le occhiate tutte basse,<br>fisse al di là del suolo, sull’inferno.<br>E il fumo dell’olocausto sacro che si leva<br>è bianco nel seno bianco<br>del regno dei cieli come zanne<br>dure di dèi disertori.<br>Istiga a questo la nostalgia del padre:<br>nel vuoto dell’abbraccio il piagnisteo<br>genera mostri che degli amorosi<br>figli giocosi prendono l’aspetto,<br>e insegue così l’odio materno<br>rapace il riso dei bimbi da cui è nato.<br><br>PEDAGOGO:<br><br>Frau Martha Steinberg,<br>nata da qualche parte<br>e altrove morta secondo il suo destino<br>scritto disciplinatamente da qualcuno,<br>un qualcun altro qualsiasi<br>tra i tanti volti uguali<br>e mani rispettabili, perfette,<br>all’occorrenza da salotto e da saluto.<br>Aveva capelli arricciolati<br>come i giovani tralci della vite d’Alsazia,<br>con qualche discreto<br>riflesso madreperla<br>lasciato dallo studio diligente<br>del pianoforte nell’arco gentile<br>dell’essere suo quotidiana<br>e giovanile,<br>e gambe bianchissime, guizzanti<br>di muscoli allenati dalla corsa<br>primaverile e familiare dietro il nevicare<br>musicale dei denti di leone,<br>oppure, più privata e segreta, invernale<br>sul pelo opalescente di un lago ghiacciato.<br>La sua vita come lo stormire<br>delle fronde ordinate, che in reticolo<br>spartiscono la luce e l’orizzonte<br>di giorno e poi di notte<br>infittiscono ed agitano il buio<br>annuvolato o stellato, dei boschetti<br>cedui che scorrono sul greto dei canali<br>pigri d’irrigazione, fatti apposta<br>per essere tagliati:<br>giovani ancora e con nessuno schianto<br>cadono insieme nel giorno prescelto.<br>Di loro infine non resta che una lieve,<br>presto dimenticata variazione<br>dell’indole ben più vasta del paesaggio.<br><br><i>(spegne la candela sotto primo il ritratto)</i><br><br>NUTRICE:<br><br>L’orrore è inaugurato appena…<br>Quanto la rabbia tutti ci sovrasta, quanto l’odio<br>piove disseminato, ed il rancore<br>disumano si stringe tutt’intorno<br>al collo molle dei figli<br>che ridono il finale dell’ultimo tra i giochi<br>come stando in principio del primo.<br>Ripudiati dal padre<br>da tempo non più sorridente con loro,<br>sono già per la madre gravidanze<br>isteriche di vuoto nato morto.<br><br>CORO:<br><br>O figlio, figlio, figlio,<br>figlio, amoroso giglio&#33;<br>Figlio, chi dà consiglio<br>al cor me&#39; angustïato?<br>Figlio occhi iocundi,<br>figlio, co&#39; non respundi?<br>Figlio, perché t&#39;ascundi<br>al petto o&#39; si lattato?<br><br>PEDAGOGO:<br><br>Frau Leah Goldstein,<br>nata in un angolo d’ombra<br>e morta per caso attraversando<br>con l’anima l’alba<br>dell’ultimo giorno di guerra.<br>Padre ti vorrei bene, padre se mi vedessi,<br>padre se ti accorgessi<br>di questa mia piccola danza:<br>è poca cosa, un ritmo<br>d’aria che i miei polmoni<br>respirano ostinati,<br>come tu m’insegnasti:<br>tu, figlia mia, respira,<br>comunque, perché c’è vita,<br>perché, comunque vada, c’è più vita<br>in uno solo dei tuoi – miei – respiri<br>che nel furore assassino di tutto<br>l’odio del mondo.<br>Dio sta nella brezza: il tuo respiro<br>è dunque un passo<br>della sua stessa danza,<br>figlia, tu bella, mia<br>étoile della vita…<br>Padre se mi vedessi<br>adesso, se ti accorgessi,<br>padre, se tu potessi…<br><br><i>(spegne la candela sotto il secondo ritratto)</i><br><br>NUTRICE:<br><br>Un giardino di fiori fatiscenti ed una stanza<br>attonita di tende<br>gonfie di pioggia<br>che cade di traverso soffocando<br>i lieti svaghi finali<br>dei figli condannati<br>e odioso l’urlo<br>e le maledizioni<br>mai così lancinanti della madre,<br>il re tenore che pesanti canta<br>tre once di note ora attraversa<br>irremovibile nel suo regio decreto.<br>Viene a darne ambasciata infelice,<br>a sgretolare l’ultima speranza<br>di pace e di concordia, a imputridire<br>coi fiori del giardino nella pioggia<br>il midollo degli uomini nell’odio.<br>Poveri figli senza colpa invisi<br>a tutti, e poveri anche noi<br>che siamo corpi morti alla giustizia,<br>noi barbari cadaveri in cammino&#33;<br><br>CORO:<br><br>Soccurre, donna, adiuta,<br>cà &#39;I tuo figlio se sputa<br>e la gente lo muta;<br>òlo dato a Pilato.<br><br>PEDAGOGO:<br><br>Frau Edith Zimmerman,<br>nata sul davanzale notturno<br>di una casa borghese<br>linda e dipinta e perpendicolare<br>al centro esatto del carro dell’Orsa minore,<br>e morta controluce all’albeggiare<br>del giorno di San Lorenzo.<br>Stella di carne e carne di una stella<br>più modesta, pareva vereconda<br>con sorridente gelosia del suo<br>discendere dall’universo, ultima erede<br>della materia della quale prima<br>d’essere infine male o bene detti<br>furono fatti silenziosamente<br>tutti i pensieri degli uomini sul cielo.<br>Coerente nonostante tutto,<br>a dispetto dei graffi lasciati dai gatti<br>grigi sui nervi scoperti della luna<br>sapeva che il cielo, disertato<br>dagli uomini, intendeva,<br>capiva bene lo sguardo suo inclinato,<br>infelice di gioia, da lieve<br>madonna fiamminga, e la coerenza<br>feroce alla natura<br>cosmica dei suoi pensieri<br>sarebbe stata infine<br>premiata: è dei celesti<br>infatti una nozione delle cose<br>terrene come d’apparenze<br>vaghe, come sembianze<br>che non perdurano e che, soprattutto,<br>troppo pesanti, non volano.<br><br><i>(spegne la candela sotto il terzo ritratto)</i><br><br>NUTRICE:<br><br>Vorrebbe morire disciolta<br>dagli acidi, corrosa<br>fino alle dure ossa,<br>furenti sfregi ambirebbe<br>lasciare persino sul dorso<br>dell’anima immortale, che ripudia,<br>ingrata sposa di lei come lei sposa<br>sgradita ora e ferita<br>nella sua stessa vita:<br>ma intanto la morte si fa vasta,<br>si agghinda a festa nel suo cuore amaro,<br>ché in tutto è piena di timori e vile<br>contro il ferro sguainato e la violenza<br>la donna: solamente<br>l’offesa alla sua casa e al suo solerte<br>avere cura, le fa l’anima dura<br>d’eccesso sanguinario.<br><br>MEDEA:<br><br>Tramontasse questo mio spicchio<br>di luna in seno, adesso,<br>e un novilunio geloso<br>attenuasse l’ira<br>di quel calice triste<br>nel quale il tempo mio si mesce …<br>Tienimi con te: m’abbandona<br>ogni parola ché spira<br>un vento spietato<br>che schiude rabbioso<br>le porte di Corinto<br>e sabbioso s’insinua<br>tra le sagome erette<br>delle case desolate il tradimento,<br>là dove tengo lo sguardo,<br>come orizzonte nitido<br>sui flutti millenari in scorrimento.<br><br>Ti amo, ti amo … addio, addio …<br><br>CORO:<br><br>O Pilato, non fare<br>el figlio meo tormentare,<br>ch&#39;eo te pòzzo nustrare<br>come a ttorto è accusato.<br>Prego che mm&#39;entennate,<br>nel meo dolor pensate&#33;<br>Forsa mo vo mutate<br>de que avete pensato.<br><br>PEDAGOGO:<br><br>Frau Miriam Platzker,<br>nata ai confini dei campi di frumento,<br>verso sera,<br>quando le braci dei sigari virili<br>sembravano d’incenso<br>e frullavano le gonne dei violini<br>d’ali di passere lasciando<br>dischiuse feritoie d’amore rubato<br>ai canti marziali e disillusi<br>dei soldati lontani, dei soldati<br>vicini, con gli occhi<br>di pane e le bocche di vino;<br>all’improvviso morta sul principio<br>della discesa in cima a una collina<br>della più bianca strada tra le bianche<br>vie di campagna.<br>Guarda: sono tornati<br>i corvi sulle viti…<br>Il pensiero di mai rivederti<br>più non mi addolora:<br>è primavera di rassegnazione<br>questa stagione, il vento<br>è fresco e grazioso,<br>amore, m’illude<br>dolcemente di respirare ancora.<br>Oggi sarebbe stato<br>un giorno perfetto per un<br>matrimonio campestre.<br><br><i>(spegne la candela sotto il quarto ritratto)</i><br><br>NUTRICE:<br><br>Il sentimento del ripudio pesa<br>sul domani smarrito, rudemente,<br>dietro un&#39;amara lucciola contesa<br>all’utero del nulla-partoriente<br>ove di scussi rovi una distesa<br>anonima si allunga e il sorridente<br>colore luminoso della vita<br>fioco discende sulla via smagrita<br>delle chimere, di làmpane spente.<br><br>PEDAGOGO :<br><br>Frau Dora Mandelbaum,<br>nata dal retroscena di una pioggia<br>battente, morta di crepacuore alla caduta<br>costante e radente delle foglie<br>stanche di un fiero faggio.<br>Aveva di quiete occhi lo specchio<br>del viso nell’acqua che l’autunno<br>di foglie rivestiva.<br>Un periplo d’ossa di parola<br>l’affranta corrente descriveva <br>su steli di diluvio,<br>mentre perdute velature di navigli<br>interiori inzuppavano il tempo<br>riflesse di vetro nel riflesso<br>di una finestra.<br>E bianche donne guance di geranio<br>leggevano già intanto trasparenti<br>lettere di marinai traditi,<br>ancora tutte da recapitare.<br>Si sarebbe salvata se soltanto<br>avesse saputo smascherare -<br>non capì l’occasione né la pianse -<br>l’alibi della pioggia che non cade.<br><br><i>(spegne la candela sotto il quinto ritratto)</i><br><br>NUTRICE:<br><br>Giorno soppianta giorno alla catena<br>del tempo inaridito e sfigurato<br>svagatamente e scolio di sirena<br>l’attimo ignora che calcificato<br>si sgretola, pesante, sulla scena,<br>lieve, di un bianco tedio disperato;<br>si sperperano gli occhi sulle mani<br>uguali sempre, e gli amori lontani<br>si estinguono nel cuore raggelato.<br><br>PEDAGOGO:<br><br>Frau Judith Schwendener,<br>nata nel solco dell’intravedere<br>di un passeggero dietro il finestrino<br>del suo treno in partenza, un viaggiatore<br>distratto dal bel tempo che sfocava<br>i disparati addii delle signore;<br>morta nel capriccioso volteggiare<br>primaverile, a mezz’aria, di un giallino<br>foulard di proprietaria sconosciuta.<br>Adesso che conosco il nome <br>della mia solitudine presente <br>che in verità è l&#39;attesa <br>di te, che stai arrivando, <br>mi viene voglia di venirti incontro <br>a metà strada, così, per salutarmi <br>in tutto ciò che hai e che mi manca.<br><br><i>(spegne la candela sotto il sesto ritratto)</i><br><br>NUTRICE:<br><br>Scivola via l’innocenza immorale<br>come la rena tra le dita aperte<br>ma sopraffatte, vibrando mortale<br>al ventre della luna, nelle incerte<br>candele della tundra siderale,<br>lungo il fiume notturno delle offerte<br>all’inferma speranza che ragione<br>inquieta va smarrendo e religione<br>non sa, talèa nelle argille deserte.<br><br>PEDAGOGO:<br><br>Mademoiselle Liliane Yankowitz,<br>nata nel pigro gorgo<br>mosso dalla bracciata<br>essenziale d’una nuotatrice<br>olimpionica, sull’acqua, verso sera,<br>dell’immensa piscina.<br>A volte se ti chiedi,<br>amore, qual mai luce io veda<br>nell’acqua troppo fonda <br>che sei, non sai<br>delle scaglie dorsali<br>dei pesci abissali<br>che luccicano appena<br>a lampanti chiarori.<br>Come quei guizzi accesi<br>i tuoi fianchi al mio fianco<br>sono remoti gusci<br>di vita non sfinita,<br>lanterne volitive<br>che vigilano il buio,<br>prescienza dell’aurora boreale.<br><br><i>(spegne la candela sotto il settimo ritratto)</i><br><br>NUTRICE:<br><br>Le disadorne reliquie interiori<br>per la forza di cenere intagliata<br>violentemente fra il tempo, di fuori,<br>e l’anima d’un tratto desolata<br>da tutto, si disperdono agli albori<br>dei giorni segregati che, oltraggiata,<br>la giovinezza sotterrano e vana<br>nel suo fiorire come una lantana<br>agl’incubi d’inverno abbandonata.<br><br>PEDAGOGO:<br><br>Signorina Rebecca Cremona,<br>nata dall’eco dell’incontro di una pala<br>d’altare rinascimentale, d’incerta<br>attribuzione, vagamente<br>cattolica per via del sacro<br>soggetto rappresentato –<br>l’estasi di Caino perdonato –<br>con l’occhio di una vecchia donna<br>appena nata, la schiena, le mani<br>gelate da una brina di stupore.<br>Contavamo i tramonti che<br>ci separavano da<br>noi, noi già<br>insieme, con sei<br>pesci di lago e cinque<br>pani di grano.<br>Le nostre parole erano pane,<br>le lacrime vino - prendete<br>e mangiatene tutti: profumava<br>di fertile a questo punto l’orto<br>dei nostri ulivi.<br>A noi ritorneremo dal tuo seno <br>piena di grazia,<br>io sono<br>con te, tu sei<br>come ti amo.<br><br><i>(spegne la candela sotto l&#39;ottavo ritratto)</i><br><br>NUTRICE:<br><br>Sonni di morte, pallidi e indecenti,<br>fra sterili muraglie che dal cielo<br>schiantano folgori danzanti, i venti<br>aromali osteggiando: solo il gelo<br>di denutrite fantasie impotenti<br>perdura biancheggiante come un velo<br>che appanna, che addormenta anche il dolore<br>nell’atonia e l’avidità d’amore<br>dimenticato accanto a un asfodelo.<br><br>PEDAGOGO:<br><br>Frau Hanne Rehberger,<br>nata naviglio fantasma<br>varato per circumnavigare<br>l’isola piccola dell’usignolo<br>nell’arcipelago a sud dell’equatore,<br>morta perché incapace nonostante<br>le convinzioni dell’ingegneria<br>genetica – in coscienza -<br>di respirare a lungo la bonaccia.<br>Dietro la scia di redenzione<br>che lasciava coi suoi  passi, fu orto<br>concluso il tempo, e all’ultimo momento<br>fiorirono viole, profumando<br>mitica l&#39;infinita vanità del mare.<br>Se ti dovessi dire<br>di quale amore<br>vorrei morire<br>e di quale dolore<br>mi piacerebbe vivere<br>non riuscirei a parlarti<br>ora che guardo questa processione<br>di testuggini neonate sulla sabbia<br>disperate dalla speranza<br>dell&#39;oceano infinito.<br><br><i>(spegne la candela sotto il nono ritratto)</i><br><br>NUTRICE:<br><br>Il suono depredò del loro cuore:<br>lo fece in cima a primavera quando<br>fioriva l’amarillide e colore<br>era la vita e odore di rimando<br>alle invernali verità che orrore<br>hanno, impassibili, di chi, fidando<br>in spazi aperti e interminati, acceda<br>a un sentiero interrotto che conceda<br>nel bosco una radura digradante.<br><br>PEDAGOGO:<br><br>Frau Anne Zwirner,<br>nata dall’amplesso largo,<br>lungo, delle parabole di volo<br>tracciate con compassione di farfalle<br>dai minuti frammenti<br>di due fotografie strappate per frenare<br>una costanza indecente nei ricordi;<br>morta perché, struggente,<br>le fu fatale fedeltà<br>quella di un’ombra.<br>Sul campo di battaglia la morte cammina<br>come una bambina che coglie fiori.<br>Eppure è quasi primavera: il vento<br>ha corpo di polline, la<br>fioritura sapore di calce,<br>di mattoni e di sangue, ma procede<br>spedita come la vita<br>di chi, andandosene, arriva.<br>Il tamburino avanza sul campo di battaglia<br>dove la morte cammina<br>come una bambina che coglie fiori.<br>Le zolle squassate, le bestie sventrate,<br>il funerale di tutti nel quale<br>di piombo fumiga l’incenso, dai cannoni:<br>noi solo malinconici indolenti<br>senza dolore, perché l’aria è gentile,<br>della battaglia non restano che sparsi<br>sussulti lontani.<br>Addio, miei amati, addio:<br>sul campo di battaglia<br>la morte già cammina<br>come me bambina<br>che colgo fiori.<br><br><i>(spegne la candela sotto il decimo ritratto)</i><br><br>NUTRICE:<br><br>Muti di vita e della luce accesi<br>terrea, sui marmi impietosi ove il giorno<br>non abbandona la notte distesi,<br>furono cose tra le cose intorno<br>non più bambini e uomini, sorpresi,<br>tra mura desolate che il ritorno<br>chiudono, dalla quiete illividita,<br>vacua di pace, soltanto infinita<br>di risorgenti oscurità per scorno.<br><br>PEDAGOGO:<br><br>Frau Franziska Cohen,<br>nata in un gregge di agnelli<br>pasquali, nutriti di fiori<br>perché le carni profumassero la festa<br>ventura, morta sfinita dal protrarsi<br>straziante del grigio madrigale<br>largo dei musicanti di coltelli.<br>Nero di seppia<br>scorreva inconsolabile su sciami<br>di brina. La casa<br>dei ferrovieri scontava lo zenit<br>con afosa pazienza. Lei era<br>quella ragazza seminuda<br>che apatica si rinnovava il trucco<br>non avendo imparato cosa fare<br>di una vita impigliatasi per caso<br>nella sua lisa e stinta anestesia.<br>Vorrei – diceva spesso - che tu fossi<br>smalto per unghie, rimmel e rossetto<br>per consumarti e inutilmente<br>portarti da nessuna parte<br>nella sera qualsiasi che altrove<br>feriale e straniera ci aspetta.<br><br><i>(spegne la candela sotto l&#39;undicesimo ritratto)</i><br><br>CORO:<br><br>Se i tollit&#39;el vestire,<br>lassatelme vedere,<br>com&#39;en crudel firire<br>tutto l&#39;ò ensanguenato.<br><br>MEDEA:<br><br>Che sole è sorto<br>e di che giorno?<br>Il tempo ha colore di rubino<br>e profuma di glicine ombroso.<br>Corroso di dolore<br>l’amore delle lacrime<br>lascia piccole impronte di sole<br>e scie di prossimi congedi<br>già consumati…<br>Inutile amore<br>che i superbi vessilli<br>carezzano di morte,<br>di morte gentile,<br>come lucertole fuggitive<br>dagli occhi tristi.<br>Amore indifeso,<br>che nemmeno i colombi<br>dal volo immacolato<br>benedicono di un fuoco<br>d’ellisse divina.<br><br>CORO:<br><br>Meglio aviriano fatto<br>ch&#39;el cor m&#39;avesser tratto,<br>ch&#39;ennella croce è tratto,<br>stace descilïato&#33;<br><br>NUTRICE:<br><br>La strada è perduta,<br>succhiata in sterpaglia,<br>negata in abbandono<br>indolente, contrada<br>ormai solo scritta<br>che dritta percorre<br>intero il presente<br>e ci addormenta.<br><br>PEDAGOGO:<br><br>Frau Angelika Weitzman,<br>nata nella camera d’albergo<br>di una mezzosoprano innamorata<br>del suo tenore leggero, tra gli stucchi<br>d’oro zecchino<br>della toilette, le tende di broccato,<br>le lenzuola di seta, gli asciugamani<br>di lino, morta poco dopo<br>la caduta in disgrazia ed i fischi<br>dei loggionisti, in nome della legge.<br>L&#39;eternità è passata<br>fra i miei capelli belli:<br>l&#39;ho vista arrivare<br>senza fermarsi in tiepida dolcezza<br>di brezza, in riva al mare.<br>Per un istante ha scolpito<br>il tuo profilo, in cima<br>a invocazioni fitte d&#39;usignolo<br>mentre salsedine in lamina tagliente<br>mi tormentava il ventre, in grembo;<br>per un vano momento ha frenato<br>l&#39;onda schiumosa sullo scoglio <br>che ci raccoglie: mandorle di tempo<br>allora fummo, e luce sola adesso.<br>Amami, Alfredo, amami<br>quanto io t’amo: addio…<br><br><i>(spegne la candela sotto il dodicesimo ritratto)</i><br><br>NUTRICE:<br><br>Schierati, i nudi tronchi,<br>braccia zelanti dell’apocalisse e croci spoglie,<br>severo trascorrono il silenzio<br>e i singulti ultimi dei piccioni.<br>Tace il vespro, ma è chiuso<br>sulle perdute bocche<br>che vino di avvilite brocche<br>e pane doloroso<br>cercano invano.<br><br>PEDAGOGO:<br><br>Frau Rachel Fredenthal,<br>nata nell’entroterra, tra le zolle<br>dure del brullo contado, tra le case<br>tetti guglie di legno, tutte<br>soffitte ed abbaini, appese<br>all’altitudine appartata degli sguardi;<br>morta di seduzione ritrovando<br>per caso le luminarie ed i festoni<br>accatastati, sporchi: tutto quanto<br>scordato le restava della festa<br>sua di minuta figlia maggiorenne.<br>Avrebbe voluto trovare <br>parole ai pilastri del cielo,<br>là dove falle<br>dell&#39;anima mostrano il velo<br>rimasto incustodito.<br>Aveva fierezza bastante<br>per incantare, incatenare il tempo;<br>intarsio era il suo viso<br>ed indicava il mento settentrione.<br>Un ago di pino nel braccio<br>di profumate resine le fece<br>gemere il cuore mentre,<br>tracciando pensieri con l’ortica,<br>mangiava, innocente come amare<br>vele di caravella, immacolati<br>pinoli: nessuno la convinse<br>che, in fondo, il mare è una supposizione.<br><br><i>(spegne la candela sotto il tredicesimo ritratto)</i><br><br>NUTRICE:<br><br>Se avessimo tempo<br>per un bacio ancora<br>da raccontare a queste porte morte,<br>rifiorirebbe forse di boccioli muti<br>la siepe spinosa del silenzio.<br><br>PEDAGOGO:<br><br>Frau Ruth Schwebel,<br>nata là dove nulla<br>farebbe supporre che si possa<br>nascere avendo come prima vista<br>filari di ginocchia insanguinate<br>da disperati eccessi di preghiera,<br>morta d’orgoglio all’alba in cui fu chiara<br>a tutti l’ora di levarsi in piedi.<br>Bada: l&#39;autunno cosparge<br>la terra di foglie.<br>Non provo tristezza per loro,<br>io non mi curo <br>dei morti, dei santi <br>o dei dannati. Bada: <br>io le calpesto, ed i miei piedi<br>ghignano e le mie scarpe<br>infieriscono ugualmente sulle spoglie<br>di queste foglie goffamente morte.<br>Voglio che sia<br>silenzioso lo scempio, in apparenza <br>normale; voglio lo sfregio certo<br>di una bestemmia naturale.<br><br><i>(spegne la candela sotto il quattordicesimo ritratto)</i><br><br>CORO:<br><br>Figlio, l&#39;alma t&#39;è &#39;scita,<br>figlio de la smarrita,<br>figlio de la sparita,<br>figlio addossecato&#33;<br>Figlio bianco e vermiglio,<br>figlio senza simiglio,<br>figlio, e a ccui m&#39;apiglio?<br>Figlio, pur m&#39;ài lassato&#33;<br>Figlio bianco e biondo,<br>figlio volto iocondo,<br>figlio, perché t&#39;à el mondo,<br>figlio, cusì sprezzato?<br>Figlio dolc&#39;e placente,<br>figlio de la dolente,<br>fíglio àte la gente<br>mala mente trattato.<br><br>NUTRICE:<br><br>Solo un bicchiere<br>resta di bianco vino,<br>di fuori i fiori.<br><br>PEDAGOGO:<br><br>La senza nome,<br>nata troppo grande<br>per i registri di qualsiasi<br>ufficio anagrafico, e morta<br>troppo piccola per poter dire dove.<br>Se fossi il sale della terra<br>io, padre, toglierei dolcezza <br>a una carezza<br>solitaria, alla certezza<br>del primo volo<br>dell’implume fringuello<br>appena nato<br>(addolorato hai il piede bello<br>di lame di vetro, la pena<br>non è di dolore ma d’amore<br>per i diamanti che hai mancato).<br>Se fosse il sale della terra<br>lei, madre, darebbe sapore<br>alle mangrovie,<br>ferrovie di paludi come quando <br>allude, amando, a noi<br>nella veste di piccoli eroi<br>naturali e senz’ali.<br>Ma, figlia, noi siamo<br>il sale della terra solamente<br>perché in due, per te,<br>facciamo una lacrima.<br><br><i>(spegne la candela sotto il quindicesimo ritratto)</i><br><br>CORO:<br><br>Ora sento &#39;l coltello<br>che fo profitizzato.<br>Che moga figlio e mate<br>d&#39;una morte afferrate,<br>trovarse abraccecate<br>mat&#39;e figlio impiccato&#33;<br><br>NUTRICE E PEDAGOGO <i>(si abbracciano)</i>:<br><br>Acre profuma il nostro mattatoio:<br>sulle carni di quanti passerà l’aratro?<br>e quanti boschi nuovi metteranno<br>radici tra le nostre ossa?<br>Verranno notti e passeranno e giorni<br>e il braccio lento del seminatore<br>le nostre cicatrici chiuderanno<br>come oggi gli occhi.<br>L’ora è trascorsa: fermiamoci, ché i morti<br>non devono temere più la morte.<br>Erto, un deserto viale di Lontano<br>biancheggiante di polvere<br>per lungo tempo – noi, il nulla - guardiamo:<br>la sovrumana quiete fra le case<br>assolate, le mura e le finestre<br>chiuse su questa piana di ginestre<br>che noi concimiamo.<br>Però proprio da qui ritorneranno<br>le belle mietitrici che aspettiamo<br>con le gonne ondeggianti e unite in coro.<br><br><i>Sipario</i> <br><br>(Arte - Sceneggiatura)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Sat, 20 Jan 2007 18:08:28 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[one day, someday, di Marika Bortolami]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> ... <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Fri, 19 Jan 2007 15:21:51 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[&#39;till life, di Marika Bortolami]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> ... <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Thu, 18 Jan 2007 05:24:43 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[&#39;till sky, di Marika Bortolami]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> ... <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Wed, 17 Jan 2007 04:57:59 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[the long way home, di Marika Bortolami]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> ... <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Tue, 16 Jan 2007 00:41:13 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[city beach, di Marika Bortolami]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=966&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> ... <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Sun, 14 Jan 2007 01:54:32 +0000</pubDate>
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<item>
<title><![CDATA[little woman in red, di Marika Bortolami]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=965&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=965&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> ... <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Sat, 13 Jan 2007 11:35:46 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[surrender, di Marika Bortolami]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=964&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=964&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Lisbona <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Fri, 12 Jan 2007 01:43:20 +0000</pubDate>
</item>
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<title><![CDATA[please don&#39;t, di Marika Bortolami]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=963&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=963&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> ... <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Thu, 11 Jan 2007 00:52:42 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[talkin&#39; to him, di Marika Bortolami]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=962&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=962&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Lisbona <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Wed, 10 Jan 2007 03:48:02 +0000</pubDate>
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<item>
<title><![CDATA[Dura Jole, di Fabrizio Pittalis]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=961&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=961&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> <br>Se in ogni modo tieni duro le parole <br>e dappertutto cadono i capelli<br><br>la punta della lancia te la tieni in tasca <br>e accechi l’angolo dell’occhio <br><br>accechi delicata la mancanza d’alleati <br>triangoli schiacciati senza voglia <br><br>sui tuoi cigli (così diresti, forse in modo<br>involontario) strade impraticate  <br><br>per sorprenderti legarti in basso <br>per risucchiati a strozzo dentro al tubo dello scolo <br><br>Jole - sudandoti ti chiamano le pile<br>i prati da lavare ad aspettar distesi <br><br>il sole lì tutte le sere tutte che s’assolve <br>l’orizzonte divorando e l’imbrunire pure. <br><br>Sai bene (e ciò ti scuoce) che si va <br>per tutto il mondo spettinando un po’.<br><br> <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Fabrizio Pittalis]]></author>
<pubDate>Tue, 09 Jan 2007 13:06:34 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[send to exile, di Marika Bortolami]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=959&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> una rosa è una rosa è una rosa <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Tue, 09 Jan 2007 02:03:43 +0000</pubDate>
</item>
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<title><![CDATA[Desperation, di Marika Bortolami]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=957&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> the violet girl <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Mon, 08 Jan 2007 02:58:31 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Extirpation, di Marika Bortolami]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=956&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=956&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> *<br><br>Vanja è un cantiere senza nessuna scintilla<br><br>*<br><br>Vanja è allo specchio<br>con una certa curiosità guarda per la prima volta il profilo del suo corpo<br>sfila via ogni imperfezione, ogni pudore<br>con le mani apre un buco nero nel petto, lenta,<br>come fosse una seconda pelle che non ha più ragion d&#39;essere<br>dentro quel buio emerge l&#39;immagine riflessa<br>gonfia e raggrinzita di una vecchia<br>che ha perso il contatto con la propria realtà<br>(come qualcuno che continua a dire &#39;pronto&#39;<br>nonostante dall&#39;altra parte non ci sia nessun suono)<br><br>c&#39;è qualcosa da danneggiare ulteriormente<br>la data della sua importanza è scaduta<br>vuole acquietare il dolore una volta per sempre,<br>liberarsi da ogni zavorra che la appesantisce<br><br>*<br><br>l&#39;asportazione di un tumore/amore abbisogna di concentrazione,<br>telecamere in sala operatoria<br>(l&#39;orrore è una scena troppo succulenta<br>da lasciare in un angolo oscuro)<br>che niente vada disperso<br><br>Vanja prende un bisturi e inizia dalla pancia<br>un taglio orizzontale per togliere i sassi grandi come arance<br>(i sentimenti, le illusioni, i sogni)<br>il suo ventre come una fruttiera di cibi in putrefazione,<br>tagli sulle braccia e gambe per liberare le formiche<br>(gli abbracci, i baci, le carezze)<br>quelle piccole e nere, che smuovevano il sangue<br>via i muscoli, ingombranti, disarmonici<br>nelle loro parti carnose e tendinee<br>via i neuroni, ogni impulso sopito<br>ogni apparato alla ricerca della propria indipendenza<br>ricucire le palpebre per fermare le lacrime<br>taglio longitudinale sulla fronte<br>(liberato ogni pensiero)<br>che venga svuotata parte a parte<br>ricopre le orecchie con cemento<br>(non c&#39;è più posto per ogni singola affermazione che la uccide)<br>alla fine, un senso di pace<br>compiutezza nel senso<br><br>(dove si va a vivere una volta devastata ogni cosa all&#39;interno?)<br><br>*<br><br>Vanja si riempie di sabbia e calcinacci<br>ricucita con del filo bianco e grosso<br>si siede nella poltrona rossa e diventa<br>immobile, involucro in attesa di altri insetti<br><br>*<br><br>Vanja sgrana i giorni come un rosario<br>certi minuti, certe ore hanno l&#39;espansione di un cielo zeppo d&#39;alba<br>ogni volta che torna ad affondarle i coltelli<br>lei comincia a pregare<br>che sia l&#39;ultima volta<br>che sia la distruzione di questo fantoccio inutile<br>che non sa dimostrare l&#39;attenzione<br>che non sa nemmeno più suonare una nota sul proprio pianoforte<br>tutti i tasti rovesciati sul pavimento, le tarme hanno invaso la cassa<br>corrosa come le corde, persa ogni elasticità<br>persino nelle mani<br>che hanno dimenticato la naturale tensione muscolare<br><br>Vanja sente un suono di catastrofe imminente<br>(basso e prolungato)<br>e ricomincia a pregare<br><br>*<br><br>gli umani non cambiano<br>gli umani cambiano sempre<br><br>(I don&#39;t know where or from what I&#39;m leaving<br>perhaps I must put your eyes in a chocolate box<br>full of sugar, full of bright green grass<br>full of grace, full of space, full of mine<br>all the places I can&#39;t buy<br>all wood clocks burning<br>on the walls of time)<br><br>gli umani imparano nuove lingue<br>per non capirsi più<br><br>*<br><br>Vanja sulla poltrona, dimenticata tra i giocattoli della sera prima<br>sente un soffio d&#39;estate<br>entrare da sotto la porta<br>(qualcuno si sposa, qualcuno si riproduce, qualcuno si innamora)<br>il paesaggio fuori dalla stanza è lattiginoso,<br>la fotografia dei bisnonni e tutta la loro prole incorniciata sulla parete<br>(tutti seri e composti, ché la memoria non abbia niente da invidiare alla morte)<br>rose nei vasi diventate antiche nel trastullarsi della notte,<br>rose immutabili nel disegno delle lenzuola,<br>nel letto una bambina con la bocca semiaperta<br>si sveglia nella musica dell&#39;uomo in nero<br>(&quot;I keep you on my mind both day and night&quot;)<br>la madre ascolta il suo respiro regolare e la guarda crescere<br><br>la nebbia coglie tutti di sorpresa<br><br>*  <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Sun, 07 Jan 2007 04:00:22 +0000</pubDate>
</item>
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<title><![CDATA[proleter k, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=955&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=955&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> piazza maggiore, bologna <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Sun, 07 Jan 2007 01:26:00 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[sailing mind, di Marika Bortolami]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=951&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=951&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Lisbona <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Tue, 02 Jan 2007 23:25:08 +0000</pubDate>
</item>
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<title><![CDATA[Emily Maguire: &quot;Taming the Beast&quot;, di Ferdinando Pastori]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=17&tes=949&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=17&tes=949&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> <b>Emily Maguire: &quot;Taming the Beast&quot;</b><br><br><i>“Maguire&#39;s very readable prose treads a fine line between porn-lite and a more serious exploration of young desire.”</i> (Independent)<br><i>&quot;Emily Maguire is the new bad girl of erotic fiction...&quot; </i>(Esquire)<br><br>Emily Maguire è nata in Australia nel 1976, figlia di un giornalista e di una insegnante, attualmente vive a Sidney dove divide il suo tempo fra la scrittura e l’insegnamento della lingua inglese (dopo aver conseguito un Master in letteratura inglese Alla University of New England). Collabora con importanti magazine e quotidiani (The Observer, The Sydney Morning Herald and The Financial Review), scrivendo articoli non solo di critica letteraria, ma affrontando anche tematiche sociali come il razzismo, il sesso e la religione. <br>Il suo libro d’esordio, “La bestia a due schiene” (il secondo, The Gospel According to Luke, è da poco nelle librerie e ancora inedito in Italia) un romanzo scritto quasi di nascosto, di notte per combattere l’insonnia, si è rivelato un clamoroso successo di pubblico e critica ed è già stato tradotto in dieci lingue. Un successo che nel corso del 2003 l’ha portata a essere inserita nell’Australian Society of Authors e a ottenere nel 2006 importanti riconoscimenti all’interno di manifestazioni quali il Kathleen Mitchell Awards e il premio Dylan Thomas. <br><br><i>&quot;Scrivendo di notte credo di essermi censurata molto meno di quanto avrei fatto lavorando alla luce del sole. È un po&#39; come sentirsi vagamente ubriachi.&quot;</i><br><br>Non è stato facile, per Emily Maguire, scrivere “La bestia a due schiene” (Taming the Beast) e prima di arrivare alla stesura definitiva sono passati ben quattro anni pieni di dubbi che non si sono risolti una volta terminato il romanzo. Convinta che nessuno l’avrebbe mai preso in considerazione, Emily spedisce il manoscritto a una piccola casa editrice (Brandl&amp;Schlesinger) che contro ogni aspettativa dell’autrice decide di pubblicarlo (dopo averlo letto, Veronica Sumegi giustificò la decisione spiegando che <i>“It&#39;s not the sort of thing I normally read, but suddenly I found myself reading and reading and reading. I thought, this is strange, why am I reading this? Everyone I gave it to just couldn&#39;t stop reading it&quot;</i>).<br><br><i>&quot;Emily Maguire embodies the great romantic myth of the writer who emerges from nowhere, fully formed.&quot;</i> Sydney Morning Herald<br><br>“Taming the Beast” racconta la discesa all’inferno di Sarah Clark, studentessa di quattordici anni che si lascia coinvolgere in una relazione morbosa e pericolosa con il suo insegnate di letteratura. Una relazione di amore e odio, desiderio e lussuria. Sarah si lascia guidare alla scoperta di un sesso malato e deviato, costruito sull’attesa e la frustrazione, dove i momenti inebrianti si alternano alla paura e all’umiliazione e che la porta ben presto a superare il sottile confine che separa il piacere dal dolore. Una passione/ossessione alienante che allontana ogni giorno di più Sarah dai suoi affetti quotidiani e dalla rassicurante vita familiare e che la proietta nella più totale disperazione quando l’insegnante decide di trasferirsi in un’altra città e interrompere il suo perverso gioco di indottrinamento e seduzione.<br><br><i>“Obsession is deadly boring to all but the obsessed, so the most important thing is to ensure the reader feels involved, invested even, in the obsession. The only way I know to achieve that is to create characters so real that readers care what happens to them not because they’re likeable or sympathetic but because they’re known and caring about people we know is what we humans do.”</i><br><br>Durante i successivi otto anni, Sarah si abbandona ad ogni sorta di esperienza sessuale, cambia uomo ogni notte, ma ogni mattina si risveglia sola e consapevole dell’inutilità di qualsivoglia tentativo di rivivere le stesse emozioni (estreme) provate con il professore. La droga, l’alcol, il sesso a pagamento e i ripetuti tentativi di autodistruzione la fanno precipitare in un mondo irreale, senza spazio e senza tempo, in un vortice dal quale sembra impossibile uscire prima dell’annullamento totale. Unica ancora di salvezza, gancio che la mantiene debolmente attaccata alla vita è l’amicizia con il suo vecchio compagno di scuola Jamie, da sempre innamorato di lei. Amicizia che non risulterà comunque solida al punto tale da resistere nel momento in cui l’insegnante irrompe nuovamente nella vita di Sarah per riprendere il cammino di perdizione e dannazione a suo tempo interrotto. Per sperimentare nuove perversioni, oltrepassare nuove barriere e rimanere legati una all’altro indissolubilmente…come una bestia a due schiene.<br><br><i>“Though some readers may have trouble reading passages involving sexual violence, Maguire keeps the prose crackling and the dialogue lively (&quot;You look like the six week old corpse of a crack addict who died from syphilis&quot;) from the first page to the last.” </i>(Publishers Weekly)<br><br><br><br> <br><br>(Risorse - Bibliografia)]]></description>
<author><![CDATA[Ferdinando Pastori]]></author>
<pubDate>Sat, 30 Dec 2006 20:30:40 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Le poesie, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=932&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=932&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> <i>“Ipocrita lettore, fratello mio”<br>C.Baudelaire<br><br>“Perché ti prendi cura di una cosa che muore?”<br>“Perché almeno non penso al fatto che sono io, la cosa che muore.”<br>Anonimo<br><br>“Piluccami un poco alla volta, come se tu sbocconcellassi delle ciliegie a caso.<br>C’è un contatore automatico dei noccioli orfani della polpa, mettilo in funzione;<br>così saprai quante volte mi hai ucciso”<br>G.Fabbri</i><br><br><br><br><br><br><br>Potrebbe essere una sera come questa, mi ascolti, <br>fatta di cose marroni e rotte – non ti hanno <br>abitutato a questa qualità di silenzio<br>oscena e evidente come escrementi <br>su un tappeto nella vastità della Scala<br>caratteri più forti dei nostri <br>si sono arresi ad una placida lussuria – <br>hanno desiderato un giardino e vedere <br>sedici persone l’anno – il dolore <br>modifica il carattere, come la prigionia – <br>misogini e storpi nascondono <br>la loro sciancatura nelle pieghe<br>bianche delle tuniche – strumenti medici <br>allineati sopra mensole d’acciaio <br>vogliono rappresentarti nel momento <br>della caduta da uno stato d’incoscienza <br>a uno meglio pianificato e bianco <br>- cura e misura – <br>chi ha sentito<br>le voci minuscole mormorare <br>dietro alle spalle dei giganti?<br><br>Loro hanno spalle larghe, <br>spalle contro il muro, <br><br><br>tu sei il muro<br><br>*<br><br>come cadono tragiche le molliche<br>dal tavolo della domenica pomeriggio<br>sforzarsi di intepretare<br>questo dolore al posto di altri<br>che ne restano lontani distratti<br>dai filetti di grasso fra i denti<br>o da altri fenomeni mediatici:<br>questo ti resta.<br><br>di un lavoro prolungato e meticoloso<br>portato avanti negli anni<br>ti rinfaccerrano solo i tre errori commessi<br>nessuno ricorderà tutte le volte<br>che le cose sono state fatte con premura<br>giorno dopo giorno.<br><br>Quegli errori <br>sono le poesie.<br><br>*<br><br>c’è qualcuno che nel sonno<br>ti tira fuori dal corpo<br>per conficcartici di nuovo al mattino<br>alba dopo alba dopo alba?<br><br>E dove vanno le ombre?<br><br>*<br><br>scegli qualcosa in cui credere<br>fai il bravo specchio<br>non è polemica<br>incontriamoci per innamoraci di me<br>guardati per bene intorno e prendi coscienza<br>tutto quello che vedi<br>sei tu<br><br>*<br><br>poliuterano consigliato<br>per il sesso anale<br>l’ho sentito in tv<br><br>poli-uter-ano<br><br>una nuova divinità<br>il culo come multiplo utero<br>per spermi infencondi<br>raccolti andati a male<br>bottini marciti dentro sacchi dimenticati.<br><br>*<br><br><br>salendo lungo le scale, osservato<br>(hai notato che è zoppo?)<br>arrotolando i pantaloni al ginocchio<br>ci vogliono cinquant’anni di vita<br>per capire cose c’è di tragico<br>nel curare una pianta<br>- il lavoro ha bisogno di te –<br>i numeri ti stanno cercando, non è come sembra<br>non è come fossimo incastrati nella scena <br>della roulette russa di Cimino – tu non sei il cacciatore<br>non è come sembra, oggi è venerdì<br>prendi un aperitivo<br>sentiti vivo.<br><br>Le ragazze stanno uscendo per i vicoli<br>i ragazzi inseguono i vicoli<br>e solo accidentalmente<br><br> <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Thu, 14 Dec 2006 08:19:33 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Trittico, di Rossano Segalerba]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=921&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=921&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Cancellato <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Rossano Segalerba]]></author>
<pubDate>Sun, 10 Dec 2006 12:09:39 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Quattro, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=917&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=917&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> collage fotografico della mostra quattro, rocca dei bentivoglio, bazzano, 9 settembre 2006<br>artisti: ansuini - persano - ricci - ruggiero <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Sat, 09 Dec 2006 21:03:23 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[tendente a zero, di Stefano Caronia]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=916&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=916&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Forse è la nebbia<br>La distanza dalla materia<br>Il preservarsi della solitudine<br>La ricerca dell’essenza<br><br>Nessun progresso<br>La traiettoria circolare<br>Adagiarsi sull’umidità delle foglie<br>Sottrarsi al vento<br><br>Aggirare le memorie irrisolte<br>Far passare un’altra giornata<br>Cercare un canale stretto per l’ossigeno<br>Non emergere dalla terra<br><br>Curare la prigione di pensieri<br>Il campo di contenimento endogeno<br>Di linee di forza insondabili<br><br>E domande<br>Sogni incomprensibili<br>Consapevolezze sotto morfina<br>Nessuna volontà di esistere<br><br>Anni a cercare <br>la linea di start<br>Infinita tensione <br>verso lo zero<br><br>Tu mi spingi a vivere<br>Amico mio<br>Io ti respingo come veleno<br>E dico che tu sei malato<br><br>Mi sottraggo alla Crisi<br>E aspetto nella nebbia<br>Immobile cercando l’essenza<br>Del movimento<br><br><br>27/11/2006 <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Stefano Caronia]]></author>
<pubDate>Sat, 09 Dec 2006 19:32:01 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Soothe, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=915&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=915&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Studio sul bianco e nero <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Sat, 09 Dec 2006 16:27:27 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Livia - aujourd&#39;hui Brecht ne fonctionne pas –, di Rosamaria Caputi]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=42&tes=900&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=42&tes=900&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Livia - aujourd&#39;hui Brecht ne fonctionne pas –<br><br> <br><br>comme la courtisane titube en morceaux <br>oscille <br>dans le thème de la femme licencieuse <br>la morbide rouge jamais sèche <br>articulée <br>en bandes d’humeurs liquides <br>jusqu’aux rotules <br>la dernière oeuvre sans un balbutiement de respect <br>la jupe soulevée par derrière <br>pour ces fesses compactes <br>remplies jusqu’au bord <br>un physicien comme mari <br>géométrique seul aux angles <br>j&#39;ai pleuré l’illogique pleur illogique <br>j&#39;ai pleuré <br>pendant que le facteur chien roux à la laisse léchait gourmand mes papiers <br>ma sueur sur le méli-mélo de papiers <br>à destination morte ou maudite ou funeste <br>ou de menaces ou m <br>j&#39;ai pleuré je jure ici <br>de ma chair de terre cuite <br>d&#39;un palais brûlée par le vin moelleux dans une bouteille vert de ton <br>oncle <br>d&#39;un coup de théâtre - orgueil bâillonné qui crie -<br><br><b><br>(traduzione di Eleonora Forno e Laurent Lèon per il Festival in Val)</b> <br><br>(Arte - Traduzioni)]]></description>
<author><![CDATA[Rosamaria Caputi]]></author>
<pubDate>Thu, 30 Nov 2006 09:52:42 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Spandau, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=898&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> Stazione di Spandau (D) <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Mon, 27 Nov 2006 18:36:31 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[1989, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=892&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=892&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Roma, garbatella, il cortile dove sono cresciuto.In realtà si vede anche la finestra esatta. <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Fri, 17 Nov 2006 03:27:55 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Gli occhi sono lo specchio dell&#39;anima, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=888&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> nove scatti dalla televisione <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Fri, 10 Nov 2006 00:45:31 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Monoscopio 1, di Rossano Segalerba]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=887&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> Cancellato <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Rossano Segalerba]]></author>
<pubDate>Thu, 09 Nov 2006 22:54:21 +0000</pubDate>
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<item>
<title><![CDATA[No Ees Tv, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=884&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=884&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> I paesi sono bassi, se ne deduce una maggiore <br>quantità di cielo, ed è il belgio a non esistere, assisto <br>alla formazione di una nebulosa di scheletri fantasma <br>davanti a un casinò dalle porte a vetro altissime, <br>sbucati da una mercedes sporca di fango, poco<br>distante tre uomini nudi e urlanti si fanno il bagno <br>alle quattro di notte, lasciando impronte sulla sabbia<br>come granchi, quattordici gradi in pieno luglio <br>oostende - monumenti di donne fatte a pezzi <br>nelle località turistiche per tirare su i giovani pedofili -<br>prima dei ponti dello zeeland, gatti pacifici, <br>cristalli di zucchero che una cameriera <br>con una cicatrice porta insieme al caffè e alla panna, <br>ancora una madre che apre diligente lo sportello alla figlia, <br>di un’enorme macchina marrone, il mare del nord <br>in cornucopia di sabbia<br><br><br>* <br><br><br>(dimenticate le scorciatoie ripide di Parigi, <br>i corrimano barocchi, la moda scapigliata, le sigarettine <br>e i baci sulla guancia, Parigi fra le palme ti ho tagliato il viso, <br>sezionata verticalmente con una serie di rapidi movimenti, <br>le pieghe orientali di certi vicoli di boulevard de charonne, <br>rompendo bicchieri fra i curdi che battono <br>le mani furiosi, le goumen bis a duecento passi <br>di piedi scalzi a sinistra, quattro televisori che ripetono <br>il volto pallido di zidane inchiodato in urlo, disposti in cerchio, <br>tre di noi a fumare sigarettine senza filtro con i parigini, <br>a bere a collo da bottiglie da un euro acquistate <br>dai pakistani in infradito e moglie silenziose, dimenticata<br>la moda di Parigi così sfuggente, mentre adesso le polacche <br>staranno prendendo posto nel letto, le polacche,<br>tutto il giorno a dormire, truccarsi e uscire, <br>nessuno sa dove vadano, puoi solamente incontrarle seminude, <br>avvolte da una luce rossa se entri in casa loro, <br>o nella casa di chi li ospita –<br>le polacche, nella luce bianca del mattino)<br><br><br><br>*<br><br><br><br>sabbia dentro alle orecchie <br>del mare del nord, sottile e fredda, <br>buste come ciclamini che urlano plastica<br>nella nervosa trafittura dell’alba<br>spiagge di nudisti, e la stagione perenne<br>dello zeeland sufficiente e avvolta su se stessa <br>come un gatto in penombra sotto una sedia <br>in un pomeriggio ventoso. <br>Su queste isole le ombre s’allungano <br>con maniere di schiele, tratteggiando scheletri, moli, <br>gabbiani e famiglie finniche tremendamente felici, <br>tremendamente numerose.<br>Il vino è del Sudafrica – un rosé da 13 gradi, la padrona<br>di casa nel 1957 attraversava su un pullman della greyhound<br>tutta l’america da philadelfia a città del messico, era<br>alle dipendenza di una pittrice, dice, ines, due figlie <br>in due nazioni diverse, ines che nel 70 era a new york,<br>qualche anno dopo quattro stagioni in iraq senza mai<br>uscire di casa – in giappone a indossare vestaglie di<br>seta e infine a madrid, ines, mentre io sono capace solo<br>di cambiare la tonalità del colore del vino, incapace <br>di fare un bianco e nero, ubriaco nel giardino di ines, <br>muovendo le dita instupidite sul piano <br>in soggiorno canticchiando, delle parole importanti, <br>solo gli apostrofi. <br><br><br><br>*<br><br><br><br>prendere una storta (cammiando sui ciottoli)<br>per schivare le giallebianche olandesi <br>lungo i canali di veere<br>alla corte del palazzo nero dei rimens, i fotografi<br>a pochi chilometri, middelbourg, <br>dove una comitiva di bavaresi attraversa i canali <br>su un motoscafo, silenziosa, e tutti sembrano stringere <br>un fazzoletto al collo.<br><br><br><br>*<br><br><br><br>tropici del cancro, sulla riva sinistra della senna<br>avevano appena vomitato sul parapetto, proprio<br>dove la polacca mi stava chiedendo se avevo voglia<br>di fare una passeggiata, sentivo un odore strano ma<br>non immaginavo che lei ci fosse finita sopra<br>mentre discorrevamo del volontariato in polonia<br>crocifissione rosea di tutti quegli spaghettini <br>sottili sottili – me ne vado a letto<br>dopo avergli innaffiato la manica con una bottiglia d’acqua<br>in fondo henry miller è finito calvo e col pancione <br>a insegnare l’ortografia agli hippy a big sur – <br>anais nin galleggia <br>sulle acque della senna così ofelica, che nemmeno<br>il vomito<br><br><br><br>*<br><br><br><br>fotogramma di gambe pallide e esili, gonnellino rosso, un calzino calato<br>e la piccola giraffa in equilibrio sopra il parafango di un camion<br>la mano che scatta lo fa il sette luglio, sul cartello vicino<br>c’è scritto –<br><br>knokke on heist km 3,5<br><br><br><br>*<br><br><br><br>l’ho già detto? <br>Il belgio non esiste<br><br><br><br>*<br><br><br><br>a berlino una ragazza di nome maerle<br>s’incammina lungo una stradina che costeggia la sprea – <br>ich libe dich c’è scritto nel posto <br>dove deve arrivare, in bianco, su un muro – <br>profumo di fiori nascosti fra i giardini di pietra <br>di Treptow, maerle cammina guardando fissa <br>dinanzi a sé - la bellezza - ha scritto una poetessa*<br>sono i ricci che si lucidano gli aculei per compiacere le stelle<br>s’avanza una sera che a tratti si spezza, altri si spalanca, maerle<br>ha i capelli lunghi non trova un accendino – una papera trascende<br>nella linea dello sprea dinanzi a una coppia di biondini scappati<br>dalla pellicola di gus van sant<br><br><br><br>*<br><br><br><br>a kreuzberg, un italiano chiederà a un altro italiano <br>se kreuzberg è in centro<br>e dov’è wedding.<br>L’italiano risponderà che sì, certamente<br>kreuzberg è in centro, mentre wedding, ecco,<br>rimane un po’ fuori.<br>Detto questo comincerà una strana magia<br>che consiste nel domare una serie di suoni che cercano<br>di scappare da tutte le parti, suoni di cassette, di tubi d’acciaio<br>che sbattono sui corrimano di scale che finiscono nell’oscurità,<br>lui è un domatore di suoni e a scherer strasse, l’altra sera<br>per uno spettacolo gli hanno dato undici euro. Dice <br>che fuori dal centro<br>pagano poco.<br>Poco distante, a wedding, in un palazzo il cui custode<br>tiene un cinghiale in giardino un italiano chiederà<br>a un editore berlinese di nome T.B., aspirante padre,<br>se wedding è in centro, e soprattutto<br>dove rimane kreuzberg.<br>L’editore berlinese, di nome T.B.,che quindici anni fa <br>suonava il funky mentre cristiana F. Si tingeva i capelli <br>per andare alla stazione e le statue di lenin venivano<br>issate dagli elicotteri e portate via<br>risponderà: Wedding si può dire che sia in centro, <br>mentre kreuzberg, ecco, come dire<br>rimane un po’ fuori<br><br>(friedrichstrasse tira diritta senza muro lungo la spina dorsale di berlino,<br>fra sogni di architetture naziste, aquile negli angoli, negozi rossi<br>pieni di manichini rossi con le calze e le parrucche lucenti -<br>in un giardino i festeggiamenti per un matrimonio, dove<br>ci siamo fermati a rubare del pane e dei pomodori)<br><br><br><br>*<br><br><br><br>franziska riempie l’insalatiera si ricorda di mettere le birre<br>in un frigo e il vino in un altro, a tarda notte abbraccerà<br>chiunque, rimarrà sdraiata in terra a piangere mentre christian<br>il suo ragazzo, la accarezzerà dolcemente – <br>cos’altro potrebbe fare? a lipsia<br>ci sono ragazze fuori, a quest’ora, sedute sui gradini <br>di una biblioteca, sole alla luna – mentre quattro di noi entrano <br>in un cinema degli anni 20<br>fra le ombre di murnau e il loggione <br>severo e silenzioso<br>c’era scritto sui bagni, non si può mancare –<br>il loggione severo e silenzioso, <br>par la pollution visuelle<br>per il teatro del non teatro.<br><br><br><br>*<br><br><br><br>ragazza italiana a brema, quattro di notte, <br>in appartamento mangiando surimi freddo <br>appena tirato fuori dal frigo assieme ad un cetriolo bitorzoluto -<br>ventisettenne, traduttrice, attualmente impiegata <br>in un’agenzia immobilare, quattro di notte, ancora <br>gli stivali alti fino al ginocchio addosso -<br>quando da bambina si trasferì da vicenza a follonica<br>ebbe molta paura, si sentì come strappata a forza<br>da un luogo che la conteneva <br>io penso alla poesia di eliot che dice “Mary, Mary”<br>quella che poi si buttano giù dalla montagna con lo slittino<br>nell’holfgarten<br><br><br><br>*<br><br><br><br>ma ti pare, finire a naufragare fra sandaletti da donna,<br>tutti questi alchimisti, da quando traduci dal francese<br>all’inglese? La chimica di brema possiede piscine segrete<br>squat ikea dove trovi i bagni che avrebbe avuto andy wharol<br>se fosse stato qui, oggi, invece di essere lì, a filmare<br>i cambiamenti di luce dell’empire state building<br><br><br><br>*<br><br><br><br>opinioni di un clown dalla cornetta di un telefono, non sento<br>prufumi di viole non sento profumi di alcun tipo non sento<br>profumi di viole dalla cornetta, queste non sono nemmeno<br>le opinioni di un clown dalla cornetta del telefono<br><br><br><br>*<br><br><br><br>dell’intervista che apre il libro del fotografo<br>dello zeeland wim riemens, padre di ruden,<br>ricordo le ultime parole, che recitano:<br>sii pronto.<br>Sii sempre pronto.<br><br><br><br>*<br><br><br><br>scatolette d&#39;inglese per contenere<br>la carne del tedesco, del francese,<br>dell’italiano, del russo, scatolette<br>di inglese in fila alle università,<br>scatolette di inglese in fila ai supermercati<br>scatolette di inglese ammassate nei locali<br>manine fredde fredde che tentano di<br>infilarci tutte quelle parole<br>che sono perse nella traduzione<br><br><br><br>*<br><br><br>c’era scritto sui bagni, non si può mancare<br><br><br><br><br><br><br><br><br><br><br>* Luisa Fava  <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Sat, 04 Nov 2006 10:45:39 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[No rain madmoiselle Bee, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=883&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=883&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Foto scattata durante la mostra &quot;Cinque&quot;, Rocca dei Bentivoglio, Bazzano<br><br> <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Sat, 04 Nov 2006 10:42:53 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Where you been?, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=880&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=880&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Foto scattata in Francia, vicino Nevers, Agosto 2006. <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Wed, 01 Nov 2006 16:10:01 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Rotterdam Fable, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=872&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=872&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Tutto è inservibile e per questo necessario.<br><br>Le tue mani<br>Gli occhi dei tuoi figli<br>I cosi nelle cose<br>Questa poesia e le tue<br>I voti e le diete<br>E quando sei vecchio<br>Lei che ti viene verso<br>Lungo una strada piena di foglie<br>Per incrociarti e sparire.<br><br>La morte ci rende forbici,<br>dove prima eravamo solo carta<br>ad assorbire.<br> <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Sun, 22 Oct 2006 16:39:45 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Lo spettacolo di Bergonzoni, di Ferdinando Pastori]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=19&tes=871&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=19&tes=871&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[[Olio su tela di Maurizio falcini]<br><br><br><br> <br><br><img src='http://home.graffiti.net/mauriziof/bergonzoni.jpg' border='0' alt='user posted image' /><br><br><br><br>&quot;Lo spettacolo di Bergonzoni&quot; di Maurizio Falcini<br><br>Olio su tela 80 x 100<br><br>2006<br><br> <br><br>(Risorse - Arti visive)]]></description>
<author><![CDATA[Ferdinando Pastori]]></author>
<pubDate>Sat, 21 Oct 2006 15:35:42 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[black waiting, di Kira A]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=870&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=870&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> . b/w <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Kira A]]></author>
<pubDate>Fri, 20 Oct 2006 22:46:07 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Location for placid animals, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=869&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=869&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> raffaello sanzio + tarcento + trieste <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Fri, 20 Oct 2006 03:40:50 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Richard Brautigan - Non solo Beat Generation, di Ferdinando Pastori]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=17&tes=867&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=17&tes=867&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> <br><br><b>Richard Brautigan - Non solo Beat Generation</b><br><br><br><i>“There are no books quite like [Brautigan&#39;s] and no writer around quite like him—no contemporary, at any rate. The one who is closest is Mark Twain. The two have in common an approach to humor that is founded on the old frontier tradition of the tall story. In Brautigan&#39;s work, however, events are given an extra twist so that they come out in respectable literary shape, looking like surrealism.”</i> (The Beat Generation: The Tumultous &#39;50s Movement and its Impact on Today)<br><br>Richard Brautigan è nato a Tacoma, vicino Seattle, nel 1935. Autore di diverse poesie e racconti, raggiunge il successo solamente nel 1967 grazie alla pubblicazione del suo primo libro “Trout Fishing in America” (“Pesca alla trota in America&quot;) con una piccola casa editrice (La “Four Seasons Foundation” che lo ristampa 4 volte prima di cedere i diritti per la versione tascabile alla “Dell Publishing Group”). L’opera si presenta come un mosaico ben assortito di racconti e considerazioni personali sui luoghi comuni tipici dell’immaginario collettivo americano e lo consacra autore di culto e figura di riferimento del movimento contro culturale d’oltreoceano accanto a personaggi del calibro di Ferlinghetti, Ginsberg e Corso. Il consenso di pubblico (più di due milioni di copie vendute) e critica gli permette di pubblicare parecchie delle opere scritte negli anni precedenti e a iniziare una importante collaborazione con la rivista Rolling Stone. <br><br><i>“Brautigan&#39;s value is in giving us a pastoral vision which can water our spirits as we struggle.&quot; But there is a downside, the danger that both Brautigan and the youth culture &quot;will forget the struggle,&quot; because of tendencies to escape into a nostalgia &quot;which cannot be a viable social future.” </i>(New American Review)<br><br>Nonostante un buon numero di libri pubblicati, non riesce più a riscuotere il favore del pubblico e si avvicina alle opere di scrittori giapponesi come Kawabata e Tanizaki con i quali sente di avere parecchie idee in comune. L’incontro con la letteratura del sol levante  lo porta a scrivere e pubblicare nel 1980 &quot;Tokyo Montana Express&quot; dal quale verranno in seguito estratte le brevi storie che compongono la raccolta pubblicata in Italia da Einaudi dal titolo “Centodue racconti zen”. <br><br><i>“Brautigan spends most of his time describing things, and it is his unusual descriptions that catch our attention. But the interest lasts only as long as his descriptions stay fresh; after that we look beyond them for something more permanent. In The Tokyo-Montana Express the descriptions wilt after a while, and there is nothing behind them.”</i> (Washington Post Book)<br><br>Non veri e propri racconti, ma aneddoti, pensieri in ordine sparso e perle di saggezza dove la filosofia zen si trova a confrontarsi con gioie e dolori tipiche di una quotidianità che non possiede nulla di eroico o straordinario. Un lungo viaggio attraverso paesaggi e città degli Stati Uniti spesso dimenticati dalla letteratura perché ordinari e pressoché monotoni. Personaggi minimi, senza volto e senza nome raccontati con uno stile semplice e lineare, leggero e profondo al tempo stesso. Immagini e fotogrammi che si snodano uno dopo l’altro come in un libro di fotografie corredato da lucide e sintetiche didascalie. Brevi, ma indispensabili nozioni che diventano lo strumento attraverso il quale Brautigan si propone di spiegare il suo singolare punto di vista e invita il lettore a seguirlo mentre oltrepassa l’immaginario confine che separa la realtà osservata con gli occhi da quella vissuta con anima e cuore. <br>Il 26 ottobre 1984, due anni dopo aver pubblicato il suo ultimo libro “So the wind won&#39;t blow it all way”, afflitto da paranoie e alcolizzato si suicida nella sua casa di Bolinas in California. <br><br><i>&quot;Mi piace cucinare d&#39;inverno, -disse il cuoco italiano sessantenne, in un posto qualunque della California, stringendo con una presa da professionista il suo bicchiere di birra. Era un uomo che conosceva profondamente il significato della birra. La birra per lui era un libro aperto. Ne sapeva a memoria ogni pagina. <br>- Mi piace cucinare d&#39;inverno, ripeté. - E&#39; un piacere. In estate fa troppo caldo, troppo. Ne so qualcosa. Cucino da quarantadue anni. Ed è sempre la stessa cosa. L&#39;unico vantaggio del cucinare in estate è che bevo più birra, ma lo faccio comunque, perciò potrei benissimo berla d&#39;inverno quando non fa tanto caldo e me la posso godere di più. <br>Bevve un altro sorso di birra. <br>- Quando mi conoscono un po&#39; meglio tutti iniziano a dirmi che bevo troppa birra. Non lo nego affatto. Perché dovrei? Non mi vergogno della birra”.</i><br>(Tokyo Montana Express - Centodue racconti zen, 1980)<br><br><br> <br><br>(Risorse - Bibliografia)]]></description>
<author><![CDATA[Ferdinando Pastori]]></author>
<pubDate>Thu, 19 Oct 2006 21:34:18 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Club Smokey, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=865&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=865&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Amsterdam, Luglio 2006 <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Thu, 19 Oct 2006 03:00:44 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[splitted, di Stefano Caronia]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=810&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=810&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Forse la visione spezzata in diversi sguardi, forse in diversi tempi, non saprei. <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Stefano Caronia]]></author>
<pubDate>Sun, 08 Oct 2006 12:37:47 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[closer, di Kira A]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=34&tes=796&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=34&tes=796&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> io e i miei centosessantadue centimetri di altezza ce ne andiamo a spasso, è notte, e nessuno potrà udirci, quando, fisseremo incantati lo spillone nero, che riposa sopra i merletti, che sta immobile come svenuto, e la chiave, lì a fianco, e la nonna che tossisce, nascosta dalla porta<br><br>guarderemo nello specchio per chiamarci, batterci un colpetto sulle guance, appigliarci, con gli uncini nella pelle,<br><br>puoi sentire?<br>l’odore pungente del ferro, amaro, puoi sentire?<br>tutto si riempie di morte, senti?<br><br>come sangue che ti gocciola giù dal naso, come alzare la testa verso l’angolo del soffitto, e appendersi, come mettersi nei panni dell’angolo e guardarsi, guardarsi esposti in una misera preghiera, nel grido appena esalato, uncini sotto gli occhi, nel rosso impallidito, asciutto, nausea tutt’attorno. nella mano aggrappata allo specchio, che scivola, come dita che scivolano, come stomaco che si piega, come contrazione sofferta, come il pavimento che chiede, come il pavimento, che reclama,<br><br>puoi sentire?<br>il pavimento è un carnivoro, puoi sentire?<br>tutto si riempie di fame, senti?<br><br>stai morendo, senti?<br><br>senti.<br><br><br>eri come il pescatore, sfiancato sul pontile. eri come il pescatore, collezionavi misure sfilacciate, ti facevi prendere dalla sera, accasciato, sul pontile, giacevi, con le spalle verso il basso, in una curva colma d’ombre, sul legno secco del pontile. lo stagno riluceva, conteneva, scuro, cupo, troppo stretto, niente saliva a te, niente. trascinavi a casa la fame, il cesto vuoto, gli ami spezzati, le intenzioni slabbrate, inesistenti,<br><br>tutto si riempiva di polvere, puoi sentire?<br>il pescatore morente, senti?<br><br>chiudi gli occhi.<br>senti?<br><br><br>premi forte la parola sulle labbra. premi la parola forte sulle labbra, con le dita. preme contro i denti, puoi sentire?<br>ti fa male?<br><br>fa male,<br><br>premi forte la parola sulle labbra, schiacci. ciò che è morbido non si spezza, non si frantuma, ma fa male, fa male?<br><br>fa male,<br><br>una parola schiacciata sulle labbra, non rompe, non spezza, ma piega,<br>scava<br>una parola scava, trapassa, puoi parlare?<br>una parola che vuole farsi ascoltare, puoi parlare?<br><br>mi fa male.<br><br><br>e una parola schiacciata sulle labbra non è una ferita, non taglia, è un livido, che tira. un dolore muto, amniotico, sott’acqua, dove non c’è voce. un sottrarti, aspirare finché tutto non è nausea, morte, con lentezza, annegare. puoi sentire.  <br><br>(Arte - Narrativa)]]></description>
<author><![CDATA[Kira A]]></author>
<pubDate>Wed, 04 Oct 2006 09:43:29 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[deep below_, di Kira A]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=795&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> ... <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Kira A]]></author>
<pubDate>Wed, 04 Oct 2006 09:17:19 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Flechy, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=791&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> Cimitero di Flechy, Francia, Luglio 2006 <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Tue, 03 Oct 2006 19:31:57 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Man on industry, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=785&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> Foto scattata a dunquerke nel luglio 2006. L&#39;uomo sulla rete è Marcello Bianchi. <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Sun, 01 Oct 2006 08:16:58 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[NxKn, di Rossano Segalerba]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=784&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=784&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Cancellato <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Rossano Segalerba]]></author>
<pubDate>Sat, 30 Sep 2006 11:07:03 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Burning, di Stefano Caronia]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=783&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> ... <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Stefano Caronia]]></author>
<pubDate>Sat, 30 Sep 2006 00:08:34 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Helen Walsh: “Irvine Welsh al femminile”, di Ferdinando Pastori]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=17&tes=741&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <b>Helen Walsh: “Irvine Welsh al femminile”</b><br><br><i>“If you want to find a new sense of what it is like to be a woman in England today, Brass is the most striking coming-of-age story that I have read for a long time […] Helen Walsh is up there with Irvine Welsh in her ability to show what it is that draws people to the extremes of pleasure.” </i>(Vogue) <br><br>Helen Walsh è nata a Warrington, nel Cheshire, nel 1977 da padre inglese e madre malese. Trasferitasi a 16 anni a Barcellona, dove ha lavorato nel quartiere a luci rosse portando i turisti in bar per travestiti, attualmente vive a Liverpool occupandosi del recupero di ragazzi considerati a “rischio”. Scelta di vita maturata proprio durante il periodo trascorso in Spagna, al termine del quale tornò in patria per iscriversi all’università e laurearsi in sociologia con una tesi sulle devianze sessuali. <br>Una vita spericolata, quella di Helen Walsh (a 13 anni consumava già ecstasy e a 17 era dipendente dalla cocaina), che ha diversi punti in comune con le esperienze vissute da Millie, la protagonista del suo primo romanzo “Senza pudore” (Brass). Romanzo che, scritto sul tavolo della cucina di sua madre, le ha permesso di superare una profonda crisi depressiva. E’ la stessa autrice, infatti, ad annettere che Millie è “<i>la manifestazione dei miei estremi. È una realizzazione delle mie fantasie.  l’esorcismo dei miei demoni […] mi addolorava svegliarmi al mattino senza di lei.</i>” Una protagonista dipendente da alcol, sesso e cocaina. Sprezzante e cinica, aspra e irriverente, ma anche tenera e fragile. Simbolo di una generazione che ama prendere rischi e quotidianamente si confronta con incubi e paure difficili da esorcizzare. <br><br><i> “In Brass, Walsh has created some of literature’s sexiest sex scenes, most out-of-it drug-taking and a dark, cynical worldview. But her ultimate offering of love and redemption is something else. Brass is a novel whose imagery you won&#39;t easily scrub off the back of your mind. It is spellbinding and utterly unique.” </i>(Independent)<br><br>“Senza pudore” racconta la storia di Millie che, indolente studentessa universitaria durante il giorno, consuma le sue notti barcollando per le strade di Liverpool a caccia di emozioni forti, droghe e sesso estremo guidata da una “<i>voglia di depravazione assoluta, di umiliare e di essere infangata</i>”. Un libro scritto a due voci, quella di Millie appunto (lirica, intensa e coinvolgente) e quella del suo miglior amico Jamie (meno istintiva e passionale) prossimo a sposarsi e deciso a porre fine alle scorribande notturne. Millie vive la decisione di Jamie come un tradimento e si getta senza remore in un vortice di perversione e annullamento che rappresenta le facce opposte della stessa medaglia, perdizione e redenzione. Incontri occasionali con uomini e prostitute bambine, sesso animalesco e meccanico senza alcun coinvolgimento emotivo, ma che non riesce comunque a nascondere completamente il bisogno di amore e la ricerca di un abbraccio dentro il quale rifugiarsi e abbandonarsi a un pianto liberatorio.<br><br><i>”Walsh has a gift for creating character through voice […] to use an image that both protagonist and author would enjoy, these are the budding breasts of a voluptuous talent.”</i> (The Times)<br><br>Il linguaggio è esplicito, a tratti volgare e brutale. Estremo e realistico. Un linguaggio e uno stile che ha spinto la critica a paragonarla allo scrittore scozzese Irvine Welsh, uno dei massimi esponenti del realismo moderno e sicuramente uno dei primi a raccontare con tono quasi compiaciuto di una generazione dedita alle droghe e all’autodistruzione. Un paragone che non sembra azzardato perché, come suggerisce The Independent, <i>“…Senza pudore è un romanzo che evoca immagini che non cancellerete facilmente dalla mente. È scritto in modo impeccabile, ed è assolutamente unico”</i>. <br><br><i>“We turn onto Upper Duke Street and the view sucks the breath from my lungs. The whole of the city is aglow and the Liver buildings, brightly drenched by the rising moon, reign magnificently in a cloudless sky. I snatch a quick glance to see if she too has been seduced by the vista but the eyes are paralysed by some chemical excess. She&#39;s at least three or four years younger than me - a child in the eyes of the law. Yet she wears the spent constitution of a woman who has lived, breathed and spat these streets out all her life. There&#39;s mixed blood in her face too, the dark complexion suggesting the Mediterranean while her narrowed eyes hint of the East. It&#39;s a good face - awkwardly composed but pretty nonetheless. It doesn&#39;t belong to these streets.”</i><br><br>Helen Walsh<br>Senza Pudore, pagg<br>Einaudi (Stile libero big)<br>I edizione 2005 <br><br><br> <br><br>(Risorse - Bibliografia)]]></description>
<author><![CDATA[Ferdinando Pastori]]></author>
<pubDate>Thu, 07 Sep 2006 20:39:41 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[citazioni - dalla città di Lodz, di Cristina Modigu]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=16&tes=737&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[Kiéslowski racconta kiéslowski..]<br><br><br><br> <br><br>‘Il film si intitolava Dalla città di Lodz; era un documentario molto corto, che durava dieci o dodici minuti. A quel tempo facevamo tutti dei brevi documentari di un atto che venivano proiettati nei cinema o dopo un film. Era un film su Lodz, una città che conoscevo molto bene..   : una città che mi affascinava, per certe sue caratteristiche crudeli e insolite.<br>.. con i suoi edifici fatiscenti, le sue scale fatiscenti e la sua gente fatiscente. Molto più cadente di V., ma anche più omogenea..   dovuto a una totale incuria e alla mancanza di fondi aveva fortemente caratterizzato questo posto:  le pareti erano piene di crepe e l’intonaco si staccava..    <i>Non è una città comune</i>. <br><br><br>I miei soggetti preferiti erano persone vecchie o stravolte con lo sguardo fisso nel vuoto, che sognavano o pensavano a come avrebbe potuto essere la loro vita..,<br><br> <br>Fondamentalmente questo è il soggetto del film Dalla città di Lodz. <u>E&#39; il ritratto di una città dove alcune persone lavorano e altre vagano alla ricerca di non si sa cosa. Probabilmente di niente.</u><br><br><br><br>&#39;Tutti i miei film dal primo a quelli più recenti parlano d&#39;individui che non riescono a trovare una loro dimensione, che non sanno come vivere, che non sanno che cosa è giusto e che cosa è sbagliato, e stanno disperatamente cercando. Cercano le risposte a domande fondamentali: perchè tutto questo? Perchè alzarsi al mattino? Perchè andare a letto la sera? Perchè alzarsi di nuovo?  Come passare il tempo fra un risveglio e l&#39;altro? Come trascorrerlo per riuscire a farsi la barba o a truccarsi tranquillamente al mattino?&#39;<br><br><br><br><br><br>da Kiéslowski racconta Kiéslowski -  a cura di Danusia Stok    Ed. Il Castoro,  1998<br><br><br><br><br><br><br><br><br><br> <br><br>(Risorse - Testi)]]></description>
<author><![CDATA[Cristina Modigu]]></author>
<pubDate>Sun, 20 Aug 2006 22:25:40 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[MARTA, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=732&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <i>A Roland Barthes</i><br><br> <br><br> <br>“Prima di cominciare una cosa di una certa importanza, è sempre meglio bere un bicchiere d’acqua. Davanti ad uno specchio la cosa riesce anche a meglio. Così. Bere un bicchiere d’acqua. Guardarsi allo specchio. Asciugarsi la bocca con il dorso della mano. E si comincia.”<br> <br><br><br><b>INTUIZIONE DI MARTA<br>(lei dentro alle cose)</b><br> <br> <br>Mittle europa, Bologna come Berlino, i muri alti <br>e imponenti e uno schermo, in un ristorante abbandonato, <br>che proietta l’immagine sgranata di un pesce<br>che ruota o nuota in un cerchio d’acqua, la coda <br>come una morbida piuma nera.<br>Davanti allo schermo nessuno. <br>Un ronzio di fondo.<br>In un cortile ragazzine pallide in calzamaglia nera <br>eseguono esercizi di ginnastica seguite <br>dallo sguardo severo della suora. Possiamo vederle <br>attraverso un cancello di ferro, gotiche, che paiono quasi confondersi <br>con la geometria industriale dei palazzi.<br>I muri del centro sono anneriti, come arsi <br>da una furia temporale carbonizzante, paziente, <br>graffi sulle vetrine <br>o semicerchi scavati nelle piazze colme di indumenti <br>che portano a passaeggio scarpe dentro le quali barcollano, <br>in precario equilibrio, una gran quantità di cinesi, giapponesi, e altri esseri sottoposti a regime fiscale.<br>Una lumaca, sul muro della chiesa, intona <br>uno yodel rivolta verso il campanile. Di me dirò: <br>costituzione minerale incerta, passaggio repentino <br>dallo stato gassoso allo stato solido, liquidità di sentimenti, <br>pelle in vetro resina, coincidenze: tutte perse. <br>Ma questo significa sofisticare la vostra primigenia visuale, <br>inquinare le prove. Alla stregua di piccole muffe <br>stanno alcuni indumenti intimi dimenticati <br>in fondo a cassetti che si aprono con difficoltà, <br>“muso-che-pizzica vattene in bagno”, insinua <br>la ragazzina assorta <br>come vapore in un angolo del letto, ma <br>la descrizione di questa scena <br>è proibita da una qualche legge scritta in corsivo. <br>Quindi diremo che la ragazzina avrà bisogno <br>di un paio di calze e rovisterà in fondo al cassetto, <br>in una certa ora, con la mano che tenterà<br>in un buio autentico di trovare qualcosa di tessile, <br>ne estrarrà un paio di calzini di cotone blu – <br>i suoi, – lì indosserà <br>e dopo mezz’ora avvertirà un leggero prurito.<br>Sul pianerottolo, appena fuori dalla porta  <br>una goccia ha escogitato un piano assurdo <br>e ha deciso di imparare a scendere le scale: <br>fonderà un regno per questo, <br>democratico, la cui durata è incerta <br>e non segnalata su nessun libro.<br>D’altronde anche una bouganville sta urlando, <br>ma nessuno ne accudisce i bisogni. C’è siccità.<br>Se si potesse disporre di una sola telecamera <br>e di una sola scena  si mostrerebbe uno sfondo cobalto, <br>una spiaggia bianca, un’ora malevola, <br>si inserirebbero un paio di mani adolescenti <br>e le si farebbero sfiorare dolcemente, <br>quindi, stringersi. Con ogni probabilità, un grassone <br>in un ufficio posto a qualche sedicesimo piano <br>vorrà apporre il suo marchio sotto a questa immagine. <br>Qualcun’altro considererà questa ipotesi. Dirò ancora di me: <br>piano d’osservazione ideale, quasi nascosto, <br>subisco una serie di eventi e fenomeni,<br>ma trascrivo tutto, e quindi: <br>quasi una cuspide, anzi due, dove battere <br>un ginocchio o un gomito.<br>Dirò di lei: i suoi zigomi prendevano la luce <br>dalla finestra orientale <br>e apparivano quasi trasparenti. Le dita <br>giunsero in seguito, autrici <br>di un minuscolo ballo, le piccole ombre liquide <br>a danzare fra le falangi <br>–        mangia le unghie la nostra ragazza seduta, e le labbra <br>ogni tanto le scattano in un moto rapido; <br>fissa - fissa sempre tre secondi <br>prima di rispondere a una domanda, <br>o dar semplicemente a intendere <br>di aver capito: il suo nome è Marta.<br>Quale che sia la sua essenza minerale, mi domando, <br>svanirà nella densa materia polverosa che ci assimila, <br>punto a punto, dentro al tessuto del giorno, <br>mentre allampanato come una pagina di storia non letta <br>resto immobile <br>sotto un’enorme vetrata, come donato <br>all’autorità di una teca.<br> <br> <br><b>MARTA E IL LIBRO<br>(se esiste l’autunno esisti anche tu)</b><br> <br>Spettro attraverso la fotografia – calze gialle, <br>la ragazza sorrideva <br>con la gonna e camminava sospetta, così ambigua,<br>”Sono uscita dal libro” diceva “Sono appena  uscita dal libro” e torceva questa caviglia e questo senso, <br>sovraesposto, che continuavo a lasciar penzolare <br>senza pudore poiché non si ha colpa <br>delle propie menomazioni e avevo delle informazioni, delle precisazioni sulla morte di Kafka <br>sapevo cose che non riferivo, me ne stavo nell’angolo, <br>sopra un divano, con un bicchiere in mano, in due parole <br>mi occupavo, e tutti ci specchiavamo felici <br>negli occhi degli altri perché era un festa, <br>un ricevimento dato da Federico Blo<br>il grande artista, e tutti eravamo stati invitati <br>tranne quei nani che fotografavano<br>le caviglie delle ragazze, le ginocchia, le banconote arrotolate, <br>ma erano nani, e andavano assecondati.<br> <br>Mi voltai, annoiato come una serranda arottolata, <br>e presi a fissare i particolari dei quadri che stavano <br>appesi alle pareti, non tutti, alcuni erano <br>penzolanti e altri semplicemente appoggiati <br>sopra dei termosifoni, o sulle finestre – uno - in particolare, <br>veniva tenuto da due bambine bionde con le trecce <br>che sembravano contente perché sorridevano ma erano polacche, <br>mi disse una signora anziana sbucata <br>da un posacenere, e io fissavo <br>proprio i particolari di quel quadro sorretto da mani <br>di bambina polacca, così piccole così assediate, ma nulla mi sconvolgeva – <br>nemmeno i matrimoni fra omosessuali, così del quadro <br>trattenni le piccole impressioni di umidità <br>che lasciavano i polpastrelli delle bambine, <br>e raccolsi da terra il libro.<br> <br>“Se esiste l’autunno esisti anche tu” mi disse la ragazza <br>dalle insinuanti calze gialle <br>e prese a muovere le labbra come occhi, <br>a chiuderle e batterle e a fissare  “La casa è annoiata <br>la casa è guasta e quelle che ballavano <br>si sono fratturate i femori e ora <br>al posto della gambe hanno strutture chiodate<br>apportatrici di inquietudine” <br>disse, con le caviglie e i quadrati delle piastelle che componevano<br>il pavimento allungandosi in bianco e nero tutto attorno <br>solcate da tacchi o altre musiche meno incisive, nessun orologio <br>avrebbe decretato la stessa ora e chi teneva dietro <br>a tutti i tatuaggi che venivano cancellati ogni giorno? <br>L’eternità nella carne è una moda, e la ragazza <br>non era mai ferma “La casa è rotta la casa è guasta <br>e quelle che ballavano sono semplicemente invecchiate” dissi <br>alla pergamena di fianco a me che aveva una specie di taglio <br>sul viso nel quale versava ciò che di vino era rimasto  <br>nel suo bicchiere “Lei è un gran maleducato, lo sa?”<br>disse la pergamena incastrata nel corpo della vecchia<br>e desiderai improvvisamente qualcosa  <br>di concreto e materiale, dalle fattezze ingenue di un sogno americano, una villetta, un prato tagliato basso <br>e case ordinate allineate come forbici, cucine ossidate <br>dal sole indiano e bambine <br>(tre, per l’esattezza) intente a fare colazione <br>ma analizziamo questo desiderio, visualizziamolo, <br>come fosse una foto, ed ecco:<br> <br>(fuori, con ogni probabilità una mamma in fuseaux, bionda, <br>che fa esercizi ginnici osservata  <br>da una bimba con gli occhiali che fa da sentinella <br>ad una bancarella che vende limonate <br>con su scritto “LEMON AID”)<br> <br>discutiamo se analizzare un fotogramma <br>o una scena di movimento <br>discutiamone pure che tanto<br>decido io per tutti <br>e quindi:<br> <br>tre ragazze bionde in primo piano fra i 14 anni <br>(la ragazza all’estrema sinistra) e i 9 (la ragazza all’estema destra), <br>quella di centro supponiamo di un età in mezzo fra le due, <br>dietro di loro una tenda ripiegata a fiori marroni <br>che mostra l’esterno del giardino <br>dove la madre, in fuseaux (censurato) <br>davanti a loro una tavola imbandita, frutta, ciambelle, <br>vasetti di marmellata, gatorade, succo d’arancia, <br>briciole e tovaglioli, la prima ragazza da sinistra <br>che regge un boccale colmo d’acqua e si allunga <br>per passare i resti di una banana  <br>sopra la testa della ragazza di mezzo<br>alla ragazza dell’estema destra, seduta su un mobile marrone, <br>in tuta e piedi scalzi, le mani piccole e ossute, le falangi arrossate, <br>immobilità dello scatto, spettri della fotografia, <br>la ragazza di mezzo per sempre sospesa nell’allungo <br>verso un arancio, <br>occhiali da sole tenuti in casa sopra la fronte, un acne difficile da curare <br>-         canottiere, una televisione che trasmette <br>il tenente colombo in americano, un giornale di ieri aperto <br>a pagina sedici, sotto il divano<br>(questa però è davvero pornografia)<br> <br>Fu a quel punto che la ragazza in calze gialle <br>prese a strattonarmi dicendo “Seguimi adesso vieni <br>questo non è un capriccio questa è una repubblica”  e io <br>sorpreso da tutta una serie di agonie e patemi, <br>tipo quelle dei palazzi e le associazioni non governative <br>mi fidai, e tutto compresso dentro al mio corpo <br>come polvere in un estintore seguii la ragazza <br>lungo i valichi e le trincee di moquette, varcammo <br>il velve cliqueut dei sentimenti <br>e ci trovammo nel posto da dove lei proveniva, le pagine del libro <br>di cui non sapevo il nome, e che non chiesi <br>una volta nel mezzo, una volta che tutte le parole <br>che lo componevano assorbirono anche me, <br>non chiesi il nome del libro poiché<br>non ci sarebbe stata originalità, né funzione, né idee, <br>nessun girasole  chiede all’altro la forma <br>del campo in cui si trova, e i titoli <br>sono curiose malformazioni della psiche, come i nomi, <br>come i quadri, come ad una mostra di quadri <br>quando qualcuno nell’astratto dell’arte nell’inganno <br>vivo dell’arte individua un albero e dice: “Questo è un albero&#33;”<br>E tutti si sentono rassicurati e sorridono <br>e fissano la rotondità dei loro calici sperando <br>che tutto alla fine sia geometrico, o religioso, o logico.<br> <br>La ragazza in calze gialle<br>rivelatasi col nome di Marta - <br>spettro della fotografia disse vieni, pigmento, <br>tramutati in un occhio<br>io interpreterò la lingua <br>avanti: diamo immortalità a questa pornografia.<br> <br> <br><b>MARTA E L’AMORE<br>(dichiarazione di schiavitù)</b><br> <br> <br>“Le sequenze” disse e lo pronunciava con un’aria grave, <br>come un avvocato guarderebbe delle briciole <br>sul bancone di un bar, sentenziava e abbandonava la stanza, <br>oppure rimaneva, ma tutto diveniva improvvisamente diverso, <br>nessuno avrebbe più parlato della cosa, dell’amore. <br>Le sequenze, disse, e chi poteva toccarla, chi poteva rimanerle vicino? <br>Di lei sappiamo cose, voci, forse un nome, Marta, ma la casa <br>è piena di fantasmi, anche noi due, non abbiamo carne, <br>ci vacciniamo negli occhi e andiamo in cerca di un terzo, <br>di un quarto, di un quinto. <br>Lei non beve prima del calare della sera. <br>È dispettosa. Io sono tremendamente indaffarato <br>con delle carte, le fermo, le metto in ordine, le impilo <br>e sopra ci adagio dei grossi fermacarte in acciaio, <br>uno a forma di elefante. Lei sistematicamente <br>passa e mette tutto in disordine. <br>Trovo una forcina per capellicome spettro, un pelo. <br>Sono impegnato con dei fili, il cucire, il santo cucire, <br>e poi i contatti, le comunicazioni. Faccio <br>tutte queste cose in silenzio, posso mettere <br>della musica alle volte. Ieri sera ho registrato il vento, <br>ho registrato il suono del vento e l’ho campionato, <br>lei detesta il suono del vento, non sopporta <br>i suoni acuti in generale. <br>Lascia fazzoletti dappertutto. “Ti stimo” le dico, con un’aria <br>davvero di sufficienza, “Sei davvero necessaria”, annuisco, <br>“Senza di te chi potrebbe dirmi che esisto? Quello specchio forse? <br>Piuttosto, datti una pettinata ogni tanto.” <br>Mi si cominciano a vedere le gengive. Ho un ghigno <br>malefico. Qualcuno  spalanca una finestra <br>ed entra una corrente gelida <br>che tergiversa attorno alle zampe del tavolino basso. <br>Sopra il tavolino una quantità di cose sfinite. Tutto <br>in esaurimento, o consumato. <br>Ma questi sono dettagli da infermiere. La realtà<br>è che: il paziente non è in grado di lasciare la stanza. <br>Che qualche familiare accorra al capezzale.<br> <br> <br><b>MARTA E LA FOTOGRAFIA<br>(non sei le foto che fai)</b><br> <br>Usciamo da questa stanza” disse Marta che era polacca, <br>“Non sono tranquilla qui” e così facemmo, presi <br>il cappotto e la seguii porpora giù<br>per le scale, penzolante di cinte e altre cianfrusaglie <br>fra cui una testa d’aglio e un’arancia – la morte fotografata, l’inaudita luce, lungo il Reno <br>o fra le palme egizie, Marta si sistema la calza verde <br>tirandola con quattro dita, <br>prima di portarsi l’indice alla bocca e mordere <br>una pellicina e dire “Come devo mettermi?”  -<br>è seduta su una sedia da ufficio in mezzo alla strada, <br>appoggiato alla sedia c’è un cartello con scritto lavori in corso -  <br>in mezzo alla strada, siamo in mezzo alla strada<br>e il posteggiatore ebreo ci guarda male fra le costole del venerdì –<br>undici e un quarto di sera tacchi sull’asfalto, insegne epilettiche, <br>i muri anneriti che si chiudono come il pugno di un crupier<br>su tutta quello che abbiamo perso, io e Marta <br>e chi per voi, la merce angelica distribuita <br>su queste terrazze chiuse da porte a vetro, <br>l’indistinto formicolare sulla pelle della città <br>di questa euforia tutta epidermica,<br>in questo viaggio da lumache le strisce bagnate <br>è tutto quello che ci resta<br>da lasciare in memoria dei percorsi – “Mettiti come vuoi, cammina radente ai muri,<br>alzati la gonna, fai finta che io non ci sia” dico auspicando benedizioni, se il cinema ha la pretesa <br>di fermare il tempo la fotografia fissa lo spasmo<br>del tempo moribondo, paralizzato, come nella casa <br>dalle finestre che ridono<br>il pittore dell’agonia riprendeva le persone <br>in punto di morte, e non sei le foto che fai <br>ne le foto che ti fanno, “Hai detto quattro<br>cose diverse” dice Marta che adesso ha la gonna sollevata<br>fino alle ginocchia per adescare gli sguardi dei passanti, <br>“E io faccio una cosa per volta” - gli occhi furtivi<br>e i gomiti delle ragazze che cozzano contro le costole <br>dei loro accompagnatori<br>caduti nella ragnatela di Marta –  fra le custodie delle gambe <br>di Marta nelle morbose paludi Marta, nelle cavità <br>umide di Marta, nella cina che Marta<br>porta dentro agli occhi, nel ghiaccio purissimo <br>dove affoga Marta, nella metamorfosi di Marta <br>fra il guardarla e l’averla guardata,<br>nei rampicanti che Marta serba fra le dita, nelle lucciole <br>che Marta sogna, nei bambini che urlano <br>dalle caviglie di Marta, caviglie da scopatrice<br>caviglie da russia e bettule, da dacia, da maniche perforate, <br>da regni in caduta libera come bare lanciate <br>da una scogliera “C’è poca luce” dissi, improvvisamente<br>curioso dei cambiamenti atmosferici e delle tonalità, <br>inseguivo improvvise ninfe sbucate da una scala <br>con le scarpe rosse e gli scaldamuscoli azzurri<br>mentre Marta fumava in una Bologna cinese<br>biascicando versi di Cummings o sciocchezze di Villeran<br> sulla  proprietà, sull’onestà della proprietà, sull’egoismo <br>insistonella proprietà e la convinsi a tornare a casa, <br>a disporre un faretto<br>a spogliarsi<br>a spogliarsi<br>a spogliarsi e danzare<br>poiché ci si perde nell’aria come fumo di fabbrica, e due occhi<br>non costituiscono un reato, e nemmeno quattro, <br>bruciare soldi in una banca è reato, la fotografia <br>è un crimine contro l’umanità, la menzogna <br>delle menzogne, ogni fotografia<br>contiene qualcosa che non esiste più<br>è perso<br>è perduto<br>è sfumato<br>è ricordato<br>è sanguinante<br>ed eccoci, dunque io e Marta, a  misurare <br>questa porzione di vita in unghie di bambini, <br>in cucchiaini da caffè –<br>il toro e il torero nell’arena<br>a inseguire  il momento in cui la morte <br>accavallerà le gambe <br>caparbi come biglie che rotolano<br>attenti come un coccodrillo che trasporta<br>il suo cucciolo nella bocca<br>in guardia<br>perché la morte<br> <br> <br> <br>viene sempre mossa<br>  <br> <br><b>TENTATIVO DI<br>(descrizione di Marta)</b><br> <br>                                                                                                                                                                        <br>Tu come il mirto, fra le tentazioni, <br>dislessica la luna dislessica la stella <br>–        il tuo nome si pronuncia dalla coda <br>come un ideogramma  giapponese – <br>c’è qualcuno con un retino, <br>un vecchio russo con un retino che per caso <br>cattura le immagini: <br>- Di te davanti allo specchio? <br>- Di te davanti allo specchio? <br>- Di me e te davanti allo specchio? <br>- Di te che piroetti davanti allo specchio? <br>- Delle tue dita davanti allo specchio? <br>- Delle tue due dita? <br> <br>non c’ nessun vecchio con un retino <br>ce n’è uno, però,  con un film pornografico <br>che gli sbuca dalla tasca del cappotto – e tu come l’egitto, <br>queste pose plastiche, queste canine imitazioni, <br>geroglifiche nella postura, il sudore che mi colava dal collo <br>sapeva di saliva - <br>“Ha vinto alla lotteria di essere nato” tossicchiava <br>dietro alle spalle Marta parlando con lo stilista, <br>il caos danzante non è morto mai <br>nemmeno sui manichini, <br>c’è sempre un pircing a chiudere <br>la carne della filosofia, o un tuo tratto <br>particolarmente maschile, o provarti delle scarpe di vernice <br>e fotografarle e farmele fotografare (12 dicembre 2005 via dei mille) <br>chi di noi due <br>ha notato prima le mani suine della commessa <br>può dirsi veggente, <br>la prima sera viene rosa <br>viene resa come fosse l’ultimo giorno della sposa <br>una catena al collo nella panacea del divano, <br>così chiaro dentro da passare attraverso i muri, <br>impellicciare i pellicciai, <br>succhiarmi il labbro dal sangue <br>che mi bagna e umidifica come la gioventù, <br>come stiracchiarsi nel sonno, <br>come coordinare un sogno, divorarne <br>il risveglio come pane, <br>orientalismo dello sguardo, e tu <br>come un obelisco, <br>alta in una piazza, <br>segnalata sulle guide turistiche – <br>questo è il mio sangue queste sono le mani di dio <br>che spargono l’europa con le sue montagne <br>e con due dita (pollice e indice) <br>tirano l’italia come fili di (censura) <br>Bologna bocca spalancata, Bologna città aperta, <br>difendici dai teenager e dalle donne <br>che parlano delle donne come fossero <br>le donne a dover esser donne, <br>e difendici dagli specchi o tiraglieli via di mano, <br>e tu <br>come un parco, <br>così priva di punteggiatura spirituale, <br>così assorta nella tua conversazione, <br>ecco il letto, <br>ecco la retorica, <br>ecco <br>il latte della sera: <br> <br>cerchio bianco buono <br>tieni lontano il tuono <br>affoga nella tazza <br>la ragazza che non s’ama <br>anche lei ultima estratta <br>della lotteria dell’esser vivi.<br> <br> <br><b>LONTANO DA MARTA<br>(due sigarette parlanti nell’oscurità)</b><br> <br>Uccidevo falene e mangiavo zanzare <br>per una questione d’eleganza, di moquette, <br>s’alternavano lungo il corridoio ragazze scalze<br>con le unghie dai colori funebri che si stringevano <br>parti di carne bianca solo per sorridere<br>alla fotografia, per adulare la fotografia con le loro<br>costole e i piedi e le caviglie in tiro, così nervose, <br>o le teste capovolte e le nocche -<br>finissimi primi piani di labbra o sguardi polarizzati, <br>bianche nelle vasche da bagno con i vestiti <br>bagnati, gli sguardi prolissi come una<br>prosa di Musil a soggiogare gli angoli, a tenerli fermi,<br>chi ha paura degli spigoli oltre gli afflitti da labirintite?<br> <br>Gli spigoli sono un mezzo, come internet, le scimmie agghindavano i salotti e tutta quella moquette <br>mi innervosiva, non ero a mio agio,<br>non percepivo gli spostamenti e attorno a me <br>trovavo zigomi, piedi, e tutta una serie di ossicine <br>che toccavano le mie con un’eco<br>di lagnanza, eravamo tutti stanchi, con mezzo drink <br>in mano avevamo le occhiaie ma le ragazze<br> sapevano mettersi contro uno sfondo<br>colorato e tutto appariva interessante, perdersi <br>in un’arte cinese, “Allineare gamberi sopra un tavolo nero <br>è arte, te l’ho mai detto?”<br> <br>Parlava la seconda sigaretta da sinistra <br>e aveva un tono acceso,<br>rosso fuoco, si rivolgeva alle otto biondine allineate contro la  parete<br>che:<br> <br>-           si magiavano le unghie<br>-           incrociavano le caviglie<br>-           si spogliavano<br>-           si sporcavano<br>-           ridevano con le mani davanti alla bocca<br>-           si infilavano dita dentro alla bocca<br>-           sognanano posti usciti da un ritocco grafico, verdi     accentuati, ali, angeli<br>-            guardavano in basso a sinistra<br> <br>otto in tutto così andaluse, così nostalgiche, <br>le guardavo e pensavo alla russia, a lunghi corridoi <br>di betulle e uomini rudi con il baffo teso<br>che percorrevano la prospettiva N. con cani <br>al guinzaglio e sigarette<br>senza filtro, “Tu vaneggi” disse la prima sigaretta <br>da destra così autentica,<br>sinuosa, scomposta in curve e nodi da far invidia <br>a un alveare, e dico alveare per via delle api, <br>che scoprivano traffici di droga <br>e andavano a riferirli, sventavano attentati <br>terroristici con una calma<br>da hostess, sarà poi vero che l’ossigeno sugli aerei <br>serve a far mantere la calma,<br> rendere i passeggeri delle vacche placide<br>nei momenti antecedenti il disastro?<br> <br>Dico questo ma nessuno dei presenti<br>distoglie gli occhi dalla televisione<br>e mentre il titanic affonda un cuoco<br>ripone degli avanzi dentro al cellophane,<br>per un qualche futuro così nobile nell’intenzione<br>così debole nell’attuazione<br>debole come una ragazzina vanitosa<br>che ha perso la madre alla fermata dell’autobus<br>per specchiarsi in una vetrina.<br> <br> <br><b>IL VIAGGIO IN FRANCIA<br>(ideazione e pianificazione)</b><br> <br> <br>Marionette tese, devote nell’assalto, i centrifugati <br>dei piani bassi hanno un nuovo slogan che recita <br>egalité, fraternitè, precarieté, “Mi rivolto dunque siamo” <br>era scritto sotto alla pensilina dell’autobus, <br>paris charles de gaulle, lo scrisse<br>un algerino* che da piccolo giocava in porta <br>per non consumarsi le scarpe, la cui pazienza <br>lo condusse dai reali di svezia a ringraziare <br>per l’onore ricevuto – parlava<br>di una missione, gesù privo d’apostoli, litigando <br>con quel sarto di Sartre e tirando<br>le sottane al papa del surrealismo – <br>parlo per preconcetti dovreste saperlo, qualcuno<br>mi ha messo dei palazzi intorno, delle finestre, <br>somministrandomi pastiglie<br>indolore dal cucchiaio catodico – ho i nervi a pezzi, <br>sorrido alle piante, le accarezzo,<br>con una matita mordicchiata appunto <br>sui biglietti dei treni piccole note sulla fotografia,<br>cose tipo:<br>“Le fotografie sono i cadaveri <br>di qualcosa che non è ancora morto”<br>oppure<br>“La fotografia ha qualcosa a che fare <br>con l’erotismo poiché crea un punto cieco <br>di desiderio fuori dal campo sigillato dell’obiettivo, <br>prolungando l’esistenza della foto <br>nell’immaginario di chi osserva”<br>e ancora<br>“La pornografia non ha nulla a che vedere con la fotografia” (questo scritto su intercity<br>bologna/genova brignole/carrozza 9/posto <br>mediano leggendo “la giornata di un fotografo”<br>del reverendo Carroll)<br>contrappongo riflessioni alle banlieu in fiamme <br>per una questione di contrasti, la primavera<br>di praga venne delusa dalla mancanza di coraggio di qualche timbracarte, la francia è avanti<br>nel tempo di una quindicina d’anni e marta stamattina <br>è rimasta a lungo nel letto, <br>girandosi nervosamente<br> fra le lenzuola bianche come una banca, l’osservavo <br>girare e girare il cuscino e annuvolarsi <br>in controluce – quattro giorni che mangia pochissimo<br>ed è scostante – le avevo promesso una seduta fotografica particolare, con delle scritte in dymo <br>da apporre sulle guance ma ci siamo arentati <br>sulla scelta delle parole<br>da mettere, lei sosteneva qualcosa come “puttana” o <br>“mi sento morta” io invece,<br>maggiormente alchemico, ero per una frase sibillina come “servizio decente 24 h”<br>oppure didascalica come apporre la scritta “guancia”<br>sopra alla “guancia” o “bocca”<br>sopra alla “bocca” e così siamo rimasti a fissare le caviglie cambiare odore, accendendo<br>e spegnendo la televisione, intermittenze di dibattiti politici <br>a esclusivo uso maschile, quote rosa, <br>donne nell’angolo, ma terribilmente sensuali e etniche, <br>è un gesto politico un pensiero riguardante il sesso <br>mentre tua madre sta morendo nel letto di un ospedale?<br>Mentre la mia moriva ero terribilmente preso dal tallone dell’infermiera, così tondo<br>e carismatico, avvolto in calze bianche, silenziosissima lei <br>e le sue mani che sistemavano<br>le coperte di mia madre, è un gesto politco questo? <br>Ho abiurato il mio stato di figlio?<br>Uno straniero venne condannato a morte <br>solo per aver preso un cappuccino <br>al funerale della sua e temo sia lo stesso algerino <br>che scrisse  che l’unico problema di cui la filosofia <br>debba preoccuparsi è il sucidio, <br>questione moralmente superata, dal mio punto di vista, <br>da due concetti fondamentali:<br>1)     l’esistenza della fotografia<br>2)	l’esistenza della filosofia rigautiana, che vuole un uomo dichiarare con largo anticipo il suo suicidio <br>e mantenere la promessa fatta.<br>“Questa filosofia”, spiegavo a Marta, <br>“Non ha discepoli, come puoi ben comprendere, perlomeno<br>non duraturi, lo capisci”  le dicevo questo <br>mentre la moka ronzava sul tappeto dub proposto<br>dai muratori qui sotto – dei rumeni che parlano benissimo l’italiano “Cos’è che dura dimmi, questo smalto?” <br>(indica una boccetta di rosso vermiglione <br>che tiene vicino al piede che sta truccando)<br>“Nemmeno Kant è durato, la monnalisa cade a pezzi, <br>nemmeno tu sei durato tanto, dovresti preoccuparti <br>di cose maggiormente vicine a te,  meno evanescenti, <br>lo so che ti piace la parola evanescente, <br>ma trascurala per un momento, e dai da mangiare al gatto, <br>per esempio. Mi porti in Francia?”<br> <br>I fuochi, queste stagioni, gli acidi della fotografia, <br>studiare mapplethorpe, un ingranditore <br>durst 609 da fotografare, questi i miei propositi<br>mentre Marta mi scavalca sul letto <br>e io penso alla parola Sorbona<br>prima di tirarmi su le lenzuola fino ai capelli, <br>uomo in rivolta<br>ansioso di non approdare a nessuna rivoluzione.<br> <br> <br><b>IL VIAGGIO IN FRANCIA vol II<br>(Blo incarna un prete)</b><br> <br>“C’è una luce dei fatti molto chiara, che mette in evidenza le cose” <br>questo dicevo a Blo mentre gli spolveravo <br>la giacca con una mano, liberandola dalle briciole, <br>“E c’è una zona d’ombra dove le cose sono molto <br>più sfumate, o meglio, una cosa compenetra l’altra <br>che compenetra l’altra che a sua volta è compenetrata”, <br>guardavamo un film pornografico che Blo<br>aveva tirato fuori vuoi da una valigia di pelle marrone <br>mentre Marta era sobria  e aveva preso un atteggiamento <br>norvegese, tutta vestita di rosso mangiava <br>salmone con le mani, il salmone così rosa sulle mani, <br>lo mangiava davanti al minibar, seduta davanti, aperta in terra <br>come una stella marina, con le gambe spalancate e bianche <br>sulle piastrelle blu, mentre alla televisione una giovane sposa <br>si faceva montare a neve da un meccanico <br>senza mutande sotto alla tuta, Blo era appassionato <br>di tutte queste cose Blo diceva che la pornografia <br>era come la crescita dei capelli, nessuno lo capiva,<br>restava lunghi momenti da solo o senza rispondere <br>alle domande tanto che a volte io e Marta ci tenevamo le mani <br>e sottovoce ci confessavamo che forse Blo non era tanto normale, <br>sorrideva in maniera strana, non si interessava di nulla, <br>in realtà né io né lei lo conoscevamo bene <br>chi poteva dire di conoscere bene <br>Federico Blo? Io chiedevo questo a Marta e desideravo toccarla, <br>ma lei si nascondeva sempre dietro a qualche tessuto, <br>metteva foulard e coperte a difesa del suo corpo, <br>potevi toccarla ma era sempre avvolta <br>in qualcosa come un baco, come un’essenza incerta <br>in attesa di diventare qualcos’altro, la metamorfosi <br>era uno dei concetti che più catturavano l’attenzione di Blo, <br>della sua filosofia, questo era in fondo la cosa <br>che ci aveva attratto di lui, che si desiderasse immediatamente <br>e in maniera spontanea la sua attenzione mentre lui <br>si defilava, fumava delle sigarette lentissime, in silenzio e da solo, <br>usciva all’aria aperta per fumarle, si prendeva il suo tempo <br>e usciva a fumare le sue sigarette e accarezzava i gatti, oppure <br>gli dava da mangiare, camminava lungo i fiumi delle città e tu <br>desideravi che lui tornasse, che fosse lì per te, volevi essere <br>nel suo campo visivo appartenere alla sua concezione di gravità, <br>ma lui sembrava sempre avere qualcosa di più urgente <br>da fare come i gatti quando d’improvviso si fanno attrare <br>da qualcosa di invisibile e scattano improvvisamente, oppure <br>come improvvisamente si arrestano per leccarsi, nel mezzo <br>di un’azione magari - e così era Blo, ti dava sempre l’impressione <br>che poteva lasciarti andare in qualsiasi momento, e l’idea del viaggio  era il nocciolo del nostro essere qui, <br>mi sentivo come se vivessi  dentro una fotografia <br>e lo dimostravo, mi fotografavo e poi andavo da Blo <br>e gli dicevo vedi? “Sono morto, e sei morto anche tu, questo <br>era solo pochi secondi fa” ma Blo distoglieva lo sguardo, a lui <br>queste illazioni filosofiche non lo interessavano, sembrava muoversi sull’onda di un moto interiore <br>che pareva possedere la verità, <br>guardavo Blo e pensavo alla terra che gira vorticosa <br>tenendo nel proprio nucleo una sfera di materiale indicibile, <br>assoluto, “Io sono una zattera” disse Blo “E le zattere non sono <br>né vive né morte” e io guardavo Marta e lei era in controluce, stagliata vivida contro una finestra o <br>di profilo a prendere informazioni dalle piante, <br>Marta parlava con i cactus dava del lei alle querce, <br>e noi poi ci scambiavamole informazioni l’un l’altra, <br>io e Marta come un unico organismo come l’edera, <br>(dal quale ricevetti una serie di dettagli <br>sull’organizzazione capitalistica) e ci sentivamo attratti <br>da Blo e lo seguivamo, anche per la fotografia e il resto, <br>tutta quella marjuana, le dita dentro alle cose e il resto,  <br>non eravamo in fuga o almeno, non lo eravamo percettivamente, <br>ma esistavamo come pure forme irrigate dalla materia <br>in uno stato di fuga perenne che equivaleva <br>a una sorta di nomadismo psichico, <br>che voleva liberarci di tutta una serie di paletti quali: <br> <br>1)      il tempo <br>2)      cose mostruose dal nome mostruoso come idaho o vanna marchi <br> 3)      il lavoro <br> <br>ed eravamo spassionati come dire, qualcuno di noi era ricco <br>o nella circostanza, cosa volete sapere, la proprietà è sacra, <br>e la fotografia e la possibilità di fare la fotografia, tutti i discorsi <br>sullo spectrum e sul punctum, Marta digrignava le mandibole <br>quando ne parlava e tendeva ad abbandonare la stanza, non sapevo bene che tipo di relazione avesse stabilito <br>con Blo, ma stavo in guardia, li osservavo, <br>sapevo che lei prima di mentire sbadigliava <br>e io le facevo domande nel pieno pomeriggio, mentre <br>si metteva lo smalto con le dita spalancate <br>come un rastrello, in fondo lei <br>era cristallina era un dono della forma all’essenza umana, <br>la bellezza la bellezza, sottosta alle regole della fotografia, <br>la bellezza non la conosce chi la possiede, poiché <br>non si guarda e gode del riflesso, il ballo degli specchi di checov, <br>chi non lo conosce, disquisivamo di questo <br>a tavola, “Mi piacerebbe farti cose <br>con le dita e il resto Marta” diceva Blo che fumava <br>anche a tavola, aveva ordinato vino bianco in fiasco <br>e aveva cominciato a raccontarci di quando <br>aveva vissuto a Biarritz sette o otto anni prima <br>commerciando borse di gatto fatte da un’artista olandese <br>che sul suo sito spiegava come scuoiarli e cucirli, con delle foto <br>e dei disegni spiegava come tenere il tuo gatto <br>per sempre vicino a te, e Marta era molto interessata, <br>lei di suo era molto recitativa e appassionata, si appassionava <br>alle conversazione dava attenzione alla gente, con questo <br>non volevo dire che le cose che Blo andava dicendo non fossero <br>interessanti, erano concetti profondi, parlava di buchi <br>e di mani sporche di terra, di due sorelle (lucie e lea) che <br>uscivano nella notte per eseguire delle corvé <br>“Anche diciassette o diociotto volte <br>urinanti nella luce lunare” diceva Blo, ma Marta era tremendamente <br>interessata alla storia delle borse di gatto e piegava <br>il collo in continuazione e io non reggevo <br>a tutta quell’attesa, e urlai “Sorbona&#33;”, domandandomi <br>se fosse poi giusto, Ludmilla mi pare si chiamasse, Ludmilla <br>o Ludmila si chiamava la ragazza che alla fine <br>fotografai per una questione riguardante il conto, ci furono <br>delle rimostranze e Blo alzò la voce durante il conto <br>perché aveva da ridire sul brodo, sulla percentuale <br>di grasso nel brodo, e Ludmila era al bar che asciugava <br>un bicchiere e poi la fotografai sdraiata fra le foglie, aveva <br>lo smaltorosso carminio sulle unghie e la pelle di porcellana <br>che si graffiava rotolandosi fra le foglie, perdendo le scarpe <br>con i tacchi si faceva fotografare con i capelli sporchi <br>di terra e camminava carponi fra tutte quelle foglie, Marta <br>e Blo sparirono tutto il giorno, lui era un capricorno <br>e sapeva sempre dove portare una ragazza e Marta <br>era così morbida, s’inclinava dolcemente <br>come un foglio che si ripiega per celare un segreto, <br>come un labrador che nasconde la mano di morto <br>nel giardino di casa, e bevevamo tutti moltissimo <br>e Blo guidava la macchina che aveva portato, una macchina gialla <br>con il cambio in pelliccia e gli chiesi diverse cose, gli chiesi <br>se sapeva della bellezza del cervo pomellato ad esempio, <br>e cosa pensava dei dinosauri, e se la pelliccia sul cambio<br>fosse vera, “Se anche fosse vera non farebbe differenza” disse <br>tenendo un braccio fuori mentre alla nostra sinistra <br>sfilava un qualche lungomare, una sequenza <br>di spiagge e cunette e ciuffi d’erba <br>a forma di fica e mi ricordo che mentre Blo <br>mi spiegava il concetto di sublime bellezza <br>che è dietro una pelliccia mi fissai <br>sulla parola galapagos, me la ripetevo nel cervello <br>e non riuscivo a separarmene <br>mentre Blo spiegava che il dolore dell’animale  - adesso <br>era un velluto di disarmante silenzio, ripetuto mille e mille volte<br>come una liturgia, come un kaddish del perdono <br>per la mano che si fece carnefice, il silenzio <br>che resta e non si lamenta di una pelliccia <br>che avvolge una donna o una vecchia diceva <br>Blo mentre io pensavo galapagos e non riuscivo <br>a pensare ad altro che alla parola galapagos e Marta <br>teneva un piede fuori dal finestrino e si toccava <br>un inguine con un matita, così filmica, atroce <br>e sublime che desiderai fotografarla immediatamente, e lei <br>rideva con le mani davanti alla bocca o succhiando <br>una tic tac aveva dei denti bianchissimi che anche Blo <br>guardava con ammirazione, tutti noi sapevamo dei suoi denti<br> bianchissimi e di quanto lei ne andasse fiera, e la sera <br>quando veniva la sera a volte stavamo separati <br>ma a volte eravamo tutti insieme <br>legati come un fiocco e Marta scrisse su un tovagliolo <br>(imitando Blo)<br>cos’altro portemmo mai essere <br>se non un fiocco? <br> <br> <br>Il tovagliolo lo lasciò sotto una teiera, <br>che era sopra un tavolo<br> in un bar elegante e all’aperto, <br>proprio davanti a una sinagoga e <br>Blo odiava le sinagoghe, diceva spesso che bisognava trovare <br>delle intolleranze innocue, che non facevano male a nessuno <br>e perseguirle, lui detestava anche <br>la rugida sopra l’erba al mattino <br>e la sensazione del gesso sulle mani, “Tutto si mischia, <br>alla fine, uomini, donne, capelli, cibo.” Diceva Blo <br>che si ascugava la bocca col dorso della mano <br>e indicava l’entrata di una chiesa, voleva <br>che entrassimo nella chiesa dove finalmente <br>ci avrebbe rivelato lo scopo del nostro viaggio, <br>e dal bagagliaio della macchina Blo tirò fuori <br>una telecamera e cominciò a riprendere le navate e gli altari, <br>riprendeva le tende da vicinissimo <br>e rimase chiuso mezz’ora buona <br>dentro al confessionale, strisciava nella chiesa <br>fresca riprendendo tutto, piedi e mosaici, <br>acquasantiere e crocifissi  <br>“Dimmi il giorno più freddo della tua vita” chiese Marta <br>durante l’attesa, si era tolta le scarpe e giocava <br>con il mignolo del piede tirandolo <br>e lasciandolo andare, lo fotografai ancora e ancora <br>e anche con il flash, e furono forse i lampi di luce <br>nella chiesa che desterano Blo che improvvisamente <br>si accorse di noi, invitandoci a camminare <br>lungo la navata, disse che ci avrebbe sposato <br>che nulla sarebbe più stato come prima, <br>e Marta sorrideva e teneva le mani strette al petto <br>reggendo la borsa come se tenesse un bouquet  - si era fatta <br>improvvisamente seria, io mi sentivo stanco e volevo <br>sedermi su una panca, stendere le gambe, ma così preso<br> nella forbice venni tagliato via mosso,<br>Blo riprendeva tutto e io fissavo <br>il movimento delle sue mani, Mentre marta mi baciava <br>e dopo vermi baciato chiedeva: <br>quando andiamo alla Sorbona?<br> <br> <br><b>KADDISH PER MARTA<br>(nulla si compara a te)</b><br> <br> <br>e finiranno questi desideri, finiranno? Pagina 37 <br>del “Visionario” di Schiller, riga 18, edizioni millelire, <br>dice: “Nient’affatto”, sei parte della malattia e parte della cura, <br>lasciati andare, parlaci di te piccola alga, le schedule <br>proposte al tuo internamento sono state respinte, <br>sei fuori dalla fabbrica, improduttivo, sterile, canta pure, <br>niente si compara a te, cantalo, scrivilo, niente si compara a te, <br>fotocopia, iniezione, stai bruciando sui sassi, niente <br>si compara a te,  dottrina del freddo che crepa, <br>lemuri di abbandono, la distanza, il gesto <br>e la sequenza, sale da ballo, sono cadute <br>le colonne e i piani sono sovrapposti, sovraesposti,<br>niente si compara a te, sei una liturgia, un battesimo, <br>un sacramento, chi si raschia l’ostia dal palato <br>con un dito ricurvo sotto la cupola multicolore?<br>Tossivano tutti nella stanza, nella quiete, si arrampicavano <br>sui muri e tiravano giù le tende e le bruciavano mulinandole <br>come dervisci, tende in fiamme nel territorio, i bambini <br>masticavano il vetro facevano merende <br>al titanio e nichel, questa parte di me così marcia <br>e così asservita all’ingranaggio, il tuo cristo personale <br>se ne sta zitto nel deserto della tua anima a fissare il sole, <br>sotto acido, a mia madre non sarebbe piaciuto, nulla <br>si compara a te, il ticchettio degli orologi <br>e le meccaniche celesti, la domus aurea, Roma <br>bruciò in prima serata, tossivano tutti, anche <br>due sere fa, dopo che fummo scesi <br>dalle scale con le nostre ombre che producevano <br>sul muro mostri senza carne a forma di gru (sono <br>terrorizzato dalle gru) nella stanza chiusa <br>e senza finestre dove potevamo essere coralli, <br>qualcuno buttò uno straccio nella stufa, nel buco <br>della stufa, e la stanza si riempì di fumo <br>e tossivano tutti, caliginosi e afflitti, <br>uno schermo riportava periferie in fiamme, ghetti, neocon, <br>taumaturghi, capsule, ma nulla si compara a te, <br>filmica, gotica, cuneo piantato nell’era postmoderna, <br>così numero, così fiscale, non discendere dalla grazia <br>in questo stato di deriva psichica <br>poiché niente, <br>niente si compara a te.<br> <br> <br><b>MARTA E’ MORTA<br>(solaris soundtrack)</b><br> <br>Finché sognai che eri morta e lo eri, eri infeconda, <br>guardavo le tue foto e le ritoccavo, nella cucina <br>i mausolei brontolavano devoti alla non violenza, <br>mia e di quelli che parlarono per me, e per presunzione<br>parlarono anche di te, che eri morta ed eri sdraiata <br>sul tavolo della cucina liscia come una padella, un poco <br>affranta, inespressa, ecco la risposta alla tua domanda <br>se fosse stato necessario un‘intervento di chirurgia estetica, <br>eccoti sdraiata allampanata come un surgelato, è come <br>che fossimo fatti di stoffa o polietilene, siamo biodegradabili, <br>che differenza passa fra un mouse e un pettirosso? <br>E io sognavo astronavi e tu eri morta <br>anche dentro alle astronavi ma c’era un tale <br>di nome Cornelius, con una strana giacca beige, <br>che humberteggiava a proposito di certe ragazzine <br>che aveva visto passeggiare lungo i corridoi, <br>diceva che accadevano cose strane a quell’altezza, nello spazio, <br>si potevano vedere cose che uscivano direttamente <br>dalla testa e così era stato anche per Siboi, <br>dalla cui porta sbucò un nano, e tu eri fredda e statica <br>nella memoria come una lastra, in mezzo ai nani e ai russi <br>che abitavano questa navicella, così ti pensai, <br>nel sogno, nelle astronavi, e tu venisti di nuovo, <br>e apparivi e sparivi dal tessuto del giorno come un ago, <br>e il tessuto del giorno erano i miei pensieri, finché <br>voci umane mi riportarono alla veglia, scacciato dalla grazia, <br>con te e Shakespeare e il tavolo in sala da pranzo,<br>uno sopra all’altro, ofelia che galleggi <br>sulle piastrelle della cucina, mia domestica Desdemona, <br>i tuoi fazzoletti sono sporchi di sangue, e sei esanime, <br>così ferma,come dire, morta, <br>che viene voglia di starti ad ascoltare per del tempo, <br>del tempo dedicato, che si poteva utilizzare per altro, <br>e invece sono qui.<br> <br> <br><b>MARTA SVANISCE<br>(voi dove pensate di andare?)</b><br> <br> <br>Celebrità, e una rosa nel mio giardino sveglia, <br>fresca alle otto di mattina, si capisce, lei <br>si veste per la scuola, i tonfi dei piedi nella stanza buia, <br>un museo di rumori silenziosi, di fruscii - portatemi <br>un uomo sicuro portatemi un maometto  - <br>discepoli della grazia stavamo tutti intontiti <br>davanti a certe caviglie, mi concedevo sporadici benefici <br>fra le calze rosse a germoglio mentre uomini in abiti scuri <br>tiravano su le serrande proprio sotto alla finestra, <br>con le carte sotto il braccio ed il gomito ad angolo retto, <br>mi concedo all’arte nell’ora incerta, mi desidero, <br>interrogandomi se tutta l’arte, la musica, la fotografia, <br>la pittura, il cinema, la letteratura, la poesia, <br>se tutto quello che chiamiamo arte non abbia <br>(se riconosciuta come tale all’interno <br>del soggetto fruitore) una natura atavica, <br>che le arti attraversa trasversalmente <br>come un cieco può aggirarsi in un supermercato <br>di notte: il punctum di quest’arte atavica, <br>per dirla alla maniera di Barthes, <br>è quella finestra che permette a chi assiste <br>di entrare in comunione con l’arte, <br>di “farla”, di “esistere”, poiché senza fruitore <br>chi sancisce cosa è arte e cosa non lo è? <br>Quanti Van Gogh ha inghiottito il tempo, <br>che non hanno avuto il coraggio <br>di tagliarsi un orecchio, o spararsi?<br>L’arte, essendo atavica, possiede quel qualcosa <br>che provoca un brivido, che detona <br>una piccola scossa, ed è come se perdessimo, <br>per il tempo in cui creatore, opera e fruitore <br>sono insieme a far si che l’arte “avvenga”, <br>è come se perdessimo la consapevolezza <br>del vuoto e del pieno e ci trovassimo <br>all’interno dell’emozione, piegati noi stessi, <br>avvertendo l’infinita distanza del mondo esterno, <br>che lentamente ci riassorbirà, <br>ci sta già riassorbendo, ci reintegra, <br>ci succhia via mollemente placidi e incoscienti <br>da flaccide mammelle di tempo che avvelenano, <br>(come si diceva una volta) qualcosa di confuso <br>e crudele che divora, (come no) albe e fiumi, <br>città e sentimenti, fiori e giovinezza, <br>accoltellati con un pezzo di vetro dello stesso specchio <br>nel quale ti sei riflessa a sedici anni, te lo ricordi?<br>Così fresca lei, anche alla fermata dell’autobus, salutando <br>le amiche odore di pesca, ninfesche nella nebbia del primo mattino, lattee, per venire qui, invece di sedersi <br>sul banco di scuola.<br>Vi domandate se abbia preso in considerazione <br>il fatto che lei possieda ancora un astuccio?<br>Mi si presenti un condottiero, un professore, <br>mi si presenti un Wolfgang, o uno che si chiama Milaaus, <br>verranno a prendermi comunque all’alba <br>e non si potrà pretendere di trovarmi vestito a festa <br>se mi si sorprende nel letto, <br>qualunque sia l’accusa, l’accetto, <br>qualunque sia la colpa <br>me ne assumo la responsabilità e faccio pubblica ammenda, eccomi di nuovo nel regno di mezzo, a camminare <br>attraverso il regno dell’ombra, <br>ma ho mai fatto qualcosa di diverso? <br>Voi dove pensate di andare?<br>Che ne sia valsa la pena, dopotutto, svegliando lolite <br>per un servizio fotografico, liquide e nude fra lenzuola bianche, <br>spazzole e forcine, e tutto il teatro polivalente delle mani <br>che gesticolano, e dissimulano, e profetizzano, magnetiche, <br>era un giorno di qualche tempo fa che mi svegliavo <br>e dicevo a me stesso che non dovevo diventare <br>quel tipo di persona che non ha più voglia <br>di accumulare esperienze -<br>prudono giardini nascosti dentro al corpo, <br>ansiosi di essere grattati da dentro, <br>siedi e ascolta, dicevano maestre tutte e le suore,<br>dalla pelle così fredda, quasi trasparente, <br>siedi e ascolta:<br> <br>“Prima di cominciare una cosa di una certa importanza, è sempre meglio bere un bicchiere d’acqua. Davanti ad uno specchio la cosa riesce anche a meglio. Così. Bere un bicchiere d’acqua. Guardarsi allo specchio. Asciugarsi la bocca con il dorso della mano. E si comincia.”<br> <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Wed, 07 Jun 2006 06:27:52 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Shawna Kenney - &quot;I was a dominatrix teenager&quot;, di Ferdinando Pastori]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> <b>Shawna Kenney - “…nuota o muori, il giudizio inappellabile dell’acqua”</b><br><br><i>“This book is a page turner, a riveting romp with intellectual as well as sexual content, as well as being extremely personal in a universal way. This is no vanilla attempt at erotica or sterile study on sexual perversion -- the blood, sweat and tears of real-life experience rings through loud and clear. There&#39;s something here for everyone, from fetishists to punk rockers, sex-positive feminists to curious culture-vultures. Through this exciting work, Kenney proves that the pen is mightier than the sword ... or in this case, equal to, if not surpassing, the whip&#33;” </i>(Pleasant Gehman, autore della Underground Guide to Los Angeles)<br><br>La carriera di scrittrice di Shawna Kenney è iniziata verso la fine degli anni ottanta con “No Scene ‘Zine”, fanzine musicale autoprodotta e finanziata attraverso il suo lavoro di prometer e organizzatrice di eventi musicali punk, metal e ska.<br>Prima di diventare famosa con il suo libro d’esordio “I was a dominatrix teenager” (Memorie di una dominatrice teenager), Shawna era una studentessa di Washington sul punto di abbandonare il college perché sommersa dai debiti. Una ragazza della est coast che come tante coetanee si trasferisce nella metropoli più vicina con pochi dollari in tasca  e tanti sogni nella testa, primo fra tutti quello di laurearsi. Laurea che avrebbe dovuto rappresentare la sua rivincita personale nei confronti di una vita che fino a quel momento non le aveva offerto granché. Impara in fretta che dovrà lottare da sola in ogni momento perché non c’è nessuno disposta ad aiutarla, perché nelle situazioni di difficoltà si finisce quasi sempre a ritrovarsi da soli <i>(“…nuota o muori, il giudizio inappellabile dell’acqua”), </i>così quando legge un annuncio dove si cercano ballerine esotiche decide di rischiare il tutto per tutto. L’esperienza non le permette solamente di pagare i conti arretrati e mantenersi al college, ma soprattutto le permette di sviluppare la sua personalità e di acquisire una sicurezza insospettabile nei confronti dell’altro sesso. Impara a conoscere gli uomini e i loro desideri imprevedibili e spiazzanti a tal punto che il passo successivo, quello della trasformazione da brava ragazza in Padrona Alexis non sembra altro che la naturale evoluzione della vicenda. <br>“Fatti pagare per fare la stronza” è l’annuncio che segna l’inizio della carriera estremamente remunerativa di dominatrice. In breve tempo scopre che il ruolo di femdom le si addice, che la seconda pelle in PVC che indossa per umiliare e punire i suoi clienti non è poi così scomoda e difficile da indossare. <br><br><i>“…while Kenney&#39;s career choice may be shocking to some, her affable, conversational style reveals how an intelligent college student, short on cash, finds dominatrix work a viable way of making ends meet--there&#39;s no sex, it&#39;s great money, and there&#39;s plenty of time for homework.” </i>(Ginger Dzerk, Amazon.com)<br><br>Affronta la sua nuova avventura con ironia e distacco, mantenendo intatto il suo stupore di fronte alla varietà delle richieste che le vengono inoltrate. I suoi clienti sono persone a prima vista normali, uomini d&#39;affari e tranquilli padri di famiglia, ma tutti con una doppia vita notturna che li porta a spendere cifre impensabili per subire umiliazioni delle quali non possono assolutamente fare a meno. Padrona Alexis li accontenta, mantiene un distacco altero e sprezzante, non permette alcun contatto sessuale e in breve tempo diventa una delle ragazze più richieste del giro.<br>Studentessa modello di giorno, inflessibile dominatrice di notte, grazie a quanto guadagnato con la sua a dir poco alternativa “professione”, è riuscita a laurearsi e oggi vive a Los Angeles dove lavora come giornalista presso diverse testate musicali americane come “Metal Hammer” e “Mix Mag”. <br><br><i>“More a twisted coming-of-age story than warmed-over slice of Marquis de sade, Kenney’s potboiler approaches its prurient subject matter with a refreshing post-feminist, GenX practicality.”</i> (Stephen Lemons, New Time Los Angeles)<br><br>Pubblicato con successo negli Stati Uniti e in Inghilterra e vincitore del Best Sex Book Award al Firecracker, il festival dell&#39;editoria indipendente americana, “Memorie di una dominatrice teenager” dovrebbe presto diventare un film destinato a non passare inosservato. A patto che rimanga fedele allo spirito del romanzo, che ne conservi la freschezza e l’originalità. La sfrontatezza alternata alla toccante umanità che si riesce a trovare anche in mezzo alle più segrete e inconfessabili perversioni. <i>(“The tone of Kenney&#39;s writing is honest and breezy, generating a feeling of intimacy with the reader. She takes us into her dungeons, into the mansions and hotel rooms of her outcalls; she lets us accompany her during her day life at college. And, to a certain extent, she lets us into her head and heart.”</i> Spectator.net)<br><br><i>“Il mio nuovo mestiere proiettò sul mondo una luce nuova. Squadravo tutti i passanti. Quello è un masochista? Oppure un feticista del piede? Uno scatofago? Mi chiedevo cosa facessero le coppie dietro la porta. Una bambina che legava il suo orsacchiotto con la corda per saltare aveva già un futuro come dominatrice […] vivevo in un mondo capovolto. Tutto quello che credevo di conoscere era visto da una prospettiva diversa e rimpiazzato dalla mia nuova vista interiore. Venivo introdotta in un caleidoscopio di desideri e diffidenza che non giudicavo ma che mi divertivo solo a guardare”.</i><br><br>Shawna Kenney<br>Memorie di una dominatrice teenager<br>Baldini e Castoldi Dalai<br>I edizione 2005 <br><br>(Risorse - Bibliografia)]]></description>
<author><![CDATA[Ferdinando Pastori]]></author>
<pubDate>Mon, 29 May 2006 18:39:01 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[D. Cooper   -  grammatica del vivere, di Cristina Modigu]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=16&tes=728&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <span style='color:gray'>Introduzione - </span><br><br>L’obbiettivo è di riuscire a formare delle strutture di esperienza progressivamente liberate. Le grammatiche del vivere trattano dei modi di strutturare il rischio, in piena lucidità, in ogni situazione della vita.<br><br>La strategia è di usare ciò che ci distrugge per distruggere ciò che ci distrugge, in modo da liberare specifiche zone di speranza.<br><br><br>Mancandoci una nascita in disordine, <br>l’allegro odore dell’ordine,<br>Nessuna disciplina liberatrice potrà mai vedere<br>o essere la luce di un nuovo giorno.<br><br>E’ per te che ho cercato di scrivere questo libro, se sei quella persona, che pensa che tu sia la persona che anch’io penso che sei.<br><br><br>Mentre scrivo cercherò di trovare una via per ascoltarti.<br><br><br>Dovunque tu sia o io sia è qui<br>Dovunque il qui sia<br>Ma dovunque sia il qui<br>Facciamo che non sia altrove<br><br><br><br><span style='color:gray'>Cap 1  - L’atto politico</span><br><br><br>Una reciprocità di sfruttamento che rafforza il sistema che ci opprime tutti. La struttura a ruolo binario unidirezionale riproduce la stessa violenza di altre aree d’esperienza e di comportamento, ad esempio quelle tra terapeuta/terapeutizzato..<br><br>l’eliminazione delle finzioni familiari illusorie, affinché le persone si confrontino come sono veramente in questo momento di realtà libera da storia.<br><br><br>dobbiamo rovesciare nel mondo il nostro io nascosto – e rimanere in vita.<br><br><br>Il problema politico è giungere a una sufficiente familiarità con la nostra morte, entro l’esperienza della vita, tenendo la paura sotto controllo.<br><br><br><br><br>Cap 2  -  Accorgersi <br><br><br>..che è un “diventare vero”, l’unico vero divenire<br><br><br><br><span style='color:gray'><br>Cap 3 – Il test dell’acido</span><br><br><br>L’intera esperienza è rimasta in me come un’alterazione permanente. Avrei sempre avuto il dono di quella visione benefica.  La conservo in me come una forza intatta.<br><br><br><i>Non ci sono viaggi “cattivi”., a meno che non vengano interrotti da una cattiva interferenza.<br><br>Gli io distruttori sono essenzialmente interiorizzazioni  estranee di aspetti cattivi dei propri genitori o di altri o di forze cosmiche cattive.</i><br><br><br><br><br><span style='color:gray'>Cap 4  -  Manifesto dell’orgasmo</span><br><br><br>La vita di una cella volontaria. Il secondo passo è guardare l’altro in faccia e avere il coraggio, a nostra volta, di essere guardati in faccia. Si può sempre diagnosticare la personalità non-orgasmica da minime deflezioni oculari e da frasi che non riescono a connettere perché rimangono sempre incompiute.<br><br><br>L’orgasmo è un momento senza tempo in cui un eccesso di vitalità (corpo) genera la morte (una non-mente in contrapposizione alla mente come egemonia della “testa” che soggioga e vorrebbe annullare i centri più bassi del corpo) verso una vita rinnovata.<br><br>..Nell’orgasmo c’è un momento in cui il piacere sparisce con ogni senso dei limiti dell’io – non “c’è” nulla.<br><br><br>Presupposto dell’orgasmo è un rapporto d’amore (sia che il rapporto duri cinquanta anni, sia che duri cinque ore) in cui la nostra fiducia nell’altro è tale da potergli cedere l’immagine del proprio io e l’immagine del proprio corpo, soprattutto del proprio viso. Ecco perché nell’orgasmo è essenziale guardar l’altro negli occhi – vedere ed esser visto dall’altro. Ammessa questa fiducia si posson cedere le immagini del proprio corpo e del proprio io..<br><br>La fiducia garantisce il “ritorno”.<br><br><br>Il terapeuta e il “terapeutizzato” raggiungono momenti orgasmici d’approfondimento – <br>Posso assicurare, basandomi sulla mia esperienza, che tali momenti liberi da gelosia sono possibili. Si tratta di aver fiducia nel terapeuta (che a sua volta ha fiducia nell’altro) e di capire che con una certa dose di fiducia “tutto andrà per il meglio”.<br><br><br>-limiti da oltrepassare indefinitamente. Ma è un lavoro che è sempre piacevole e non occorre che sia arduo.<br><br><br>E poiché è ancor sempre d’amore che si tratta non è ma i un “problema psicopatologico”, forse soltanto un profondo problema di solitudine.   ..la psicopatologia dev’essere oggi considerata la parola più oscena fra tutte – proprio per il suo non riconoscere l’amore.<br><br>Per amore dell’orgasmo, che è un centro segreto di liberazione, dobbiamo fare un’operazione di pulizia – dobbiamo abolire i nostri poveri cervelli avvelenati procedendo a una decapitazione di noi stessi che ci porterà finalmente prima indietro verso una vita perduta – e poi avanti.<br><br>Dobbiamo perdere la testa per entrare nel corpo. <br>C’è un tempo per la mente, un tempo per abbandonare la nostra mente e un tempo per ritrovarla. <br><br><br><br><br><span style='color:gray'>Cap 5  - Che cos’è l’antipsichiatria</span><br><br><br>annullare la differenza,.. la visione e per negare a certi individui il loro deciso rifiuto di essere anche minimamente resi meno umani.<br><br>La psichiatria clinica, tuttavia, è solo una piccola parte di un vasto sistema di violenza, di tecniche normalizzanti..<br><br>l’individuo che era è diventato un robot obbediente che si aggira nei reparti per malati cronici dell’istituto psichiatrico o si muove, privato di ogni senso umano, nella società esterna – come tutte le altre non-persone…<br><br><br>La necessità di un testimone è certo uno dei bisogni umani più profondi su cui tornerò nel corso di questo libro.<br><br><br><i>Certo può essere importante arrivare a capire l’esperienza della trasformazione in pianta e la sua curiosa coreografia, ma solo in quanto ciò non violi la realtà presente della sua esperienza, per la quale essa aveva bisogno di un testimone, non di una interpretazione.</i><br><br>..il contesto strutturizzato preclude la reciprocità. Per contro, quando gruppi di persone vivono insieme in comuni, nascono altre possibilità..<br><br><br>La caratteristica principale dell’antipsichiatria è forse il riconoscere <i>la necessità di una non interferenza attiva che tenda ad un’apertura dell’esperienza piuttosto che ad una chiusura dell’esperienza</i>.<br><br>La condizione per questa possibilità è di stare con altre persone giuste, cioè persone che abbiano esplorato sufficientemente la loro interiorità e la loro disperazione. <br><br>trascorsi il tempo con le vittime ‘psicotiche’ delle loro deliberazioni. Queste ultime, per quanto malmenate dalla cura psichiatrica, sembravano tuttavia sopravvivere in modi che mi rincuoravano,..<br><br><br>invidiano la follia degli internati in quanto questa indica una specie di rottura o di liberazione che essi negano a se stessi, <br><br><br>Sanità e follia s’incontrano al polo opposto,..<br>Lo stato di normalità, all’altro polo, rappresenta l’arresto o la sclerosi di una persona e per lo meno la degenerescenza se non la morte dell’esistenza personale. <br>..che è indubbiamente una specie di morte.<br><br><br>Meno ovvia è la natura degli atti.. Questi atti iniziano col ristrutturare la normalità o il tumore cancerogeno dell’incipiente normalità durante l’infanzia e l’adolescenza.<br><br><br><br>..fare un lavoro di non interferenza, cui ho accennato altrove..<br>ciò significa lasciare la persona folle tranquilla ed allo stesso tempo essere sempre disponibile (a sua volta questa sarà disponibile per gli altri in certi stadi del loro viaggio). <br><br><br><i>La non interferenza unita alla disponibilità di persone che non siano terrorizzate</i> è la caratteristica principale dell’antipsichiatria.<br><br><br>La guerra scoperta e coperta di una potenza imperialistica contro una nazione del terzo mondo è analoga alla situazione in famiglia quando la famiglia non può tollerare l’affermazione di autonomia da parte di uno dei suoi membri; si giunge così al punto in cui chi osa affermare il suo diritto all’autonomia deve venire infirmato.<br><br>..<br>pronto ad accettare i rischi inerenti al cambiamento progressivo e radicale del suo modo di vivere. Deve essere pronto ad abbandonare i dispositivi di sicurezza della proprietà (oltre il minimo necessario), i giochi sfruttatori del denaro e i rapporti statici, confortevoli, tipo quelli della famiglia, contrari alla solidarietà e alla fratellanza con chi, con tutta la forza dell’amore e della generosità, si oppone ..<br><br><br>.. l’essere sani di mente è un modo pericoloso d’essere, dal momento che in realtà le stesse tattiche per sopravvivere sono proprio quei mezzi con i quali ci distruggiamo progressivamente.<br><br><br><br><br><span style='color:gray'>Cap 6   - L’analista, chi paga? Uno sguardo alla banda della frode</span><br><br>..ma i genitori  “dentro di lei” sembrano rimanere un problema e quando i suoi lontani ma effettivi genitori sono gentili con lei, i genitori dentro di lei si fanno sempre più intrattabili, nella loro impercettibile ma esigente presenza. Quando si accorgerà che anche l’analista sta diventando come loro, deciderà di cambiare analista;..<br><br><br>Non aveva denaro per l’analista, il che, aggiunto alle spese per la supervisione professionale del suo apprendistato di terapeuta, rappresentava più di quanto non le costasse vivere, ora che cercava di essere anche finanziariamente indipendente.<br><br><br>..assoluzione perché intuiva che se sua figlia andava dall’analista, c’era qualcosa che non andava in senso quasi legalistico, criminale, o che era pazza, il che significava più o meno la stessa cosa.<br><br><br>Uno dei punti più importanti del lavoro analitico è trovare l’analista non neutrale, <i>che stia dalla nostra parte</i>.<br><br><br>piccolo di persone che riescono a infiammare significativamente gli altri.<br><br><br><br><i>Ogni rapporto è o terapia o violenza.</i><br><br><br>La terapia nell’unico senso possibile che le rimanga, comincia quando smetteremo di curare o educare la gente sradicandola dal loro senso germinale di realtà, e quando cominceremo ad aprirci ai cambiamenti che loro ci additeranno e che dovremo fare, noi insieme con loro. Il “noi” e il “loro” in quel momento verrà considerato come uno. Il sistema infinitamente divisorio tra quelli che amano ma sembrano intenti a distruggere se stessi, e quelli che distruggono mentre sembrano intenti ad amare, verrà finalmente distrutto da un’umiltà che si farà un varco, usando la vergogna,..<br><br><br><b>Così diventeremo ciò che in ogni caso siamo.</b><br><br><br><br><br><span style='color:gray'>Cap 7   - Strategie per la disfatta. Invidia e gelosia</span><br><br><br>..l’”altro” che si postula abbia o sia il seno buono continuo. Risalendo ancora più indietro troviamo alla nascita la rottura dell’intatta circolazione placentare, preceduta dallo svuotamento dell’elemento simbiotico ideale al bambino, il fluido amniotico. <i>L’unica spiegazione comprensibile del grido del bambino alla nascita è che non voglia dilatare i polmoni.</i> Tutta la fenomenologia della nascita è quella stessa del dolore: essere proiettati nel mondo come entità umana separata. Prima eravamo, è vero, un’entità separata (..): non eravamo però proiettati nel mondo – c’era una simbiosi relativamente sicura.<br><br>..L’esperienza, ora profondamente sepolta, all’interno dell’ovulo.<br><br><br>L’ovulo nella madre “comincia a temere” l’entrata disintegrativi dello spermatozoo: l’unità precedente è rotta e ha inizio la temuta incompletezza dell’essere separato.<br><br><br><br>..questi aspetti di sé possono essere distrutti anche dall’eroina, dall’alcol, ecc., o più semplicemente e molto più frequentemente col condurre una vita normale, cioè una vita mutilata, priva di visione, artropoda, per sempre al sicuro da ogni pericolosa liberazione.<br><br><br><br>…stavo vivendo un’esperienza negativa d’invidia di me, che per qualche anno trapelò in una serie di mosse auto-distruttrici.<br><br><br><br>L’invidia è essenzialmente il desiderio di essere l’altro, mentre la gelosia è il desiderio di avere l’altro.<br><br><br>Analogamente, nella masturbazione si può essere colui che è escluso, mentre il nostro altro “interiore” fa l’amore con un altro interiore.<br><br><br><br><i>Nel caso dell’invidia e della gelosia,  dobbiamo accettare come sfida la nostra autonomia e la nostra essenziale solitudine nella lotta</i>. La solidarietà verrà allora creata sulla base della coraggiosa supposizione di una buona solitudine. <br><i>Accettare la nostra autonomia significa diventare praticamente reali.</i><br><br><br><br><br><span style='color:gray'>Cap 8    -  Il dentro è il fuori</span><br><br><br>Per definizione non posso dare esempi di questo atteggiamento – o <i>lo si “ha” o non lo si ha</i>. <br><br><br>Bisogna riuscire in un’operazione di <i>scontrollo</i> <i>che vada di pari passo con</i> l’acquisizione di <i>una vera disciplina personale</i>. <br><br><br><br><br>Stai fermo e lascia <i>che accada intorno </i>a te.<br><i>Non far entrare dentro di te nulla di cui tu non abbia<br>bisogno</i>.<br><br><br><br>Questo tuttavia è un consiglio per la perfezione, giacché il condizionamento di una persona educata in una famiglia nucleare borghese <i>crea un bisogno quasi irresistibile di entrare ciecamente in simbiosi con la famiglia, e poi più tardi di coinvolgere altri</i> in simili simbiosi. L’unica risposta consiste nel saper vedere l’identità essenziale della famiglia “interiore” e di quella “esteriore” e di mettere a confronto questa identità con una contro-violenza pienamente giustificata.<br><br><br><br><br><span style='color:gray'>Cap 9     Vita ri-vissuta</span><br><br><br>Similmente la “fissazione” e la “frustrazione” possono essere atti intenzionali di rifiuto a continuare a percorrere il sentiero della normalità  -  che in realtà è un vicolo cieco.<br>Invece di parlare di regressione, che è oramai diventata soltanto una parola pseudo-esplicativa, parliamo piuttosto di andare indietro, o qualche volta di ‘rimanere dove si è’, che in una situazione di movimento maniacale può avere l’apparenza della “regressione”.<br><br><br><br><br><br>(D. Cooper,  Grammatica del vivere, Feltrinelli 1976)<br><br><br><br><br>continua  --<br><br>(se vuole)<br><br><br>il testo <br><br>(Risorse - Testi)]]></description>
<author><![CDATA[Cristina Modigu]]></author>
<pubDate>Wed, 10 May 2006 01:17:32 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Phil Shoenfelt - Junkie Love, di Ferdinando Pastori]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> <br><b>Phil Shoenfelt - Junkie Love</b><br><br><i>“Shöenfelt brings a sure, cold, almost empirical precision to his<br>descriptions: ever-descending scenes of brute squalor, self-inflicted wounds and abjection. Ultimately though, what&#39;s revealed is an underlying compassion for the characters […] A trenchant, cautionary tale, that successfully avoids the self-righteous tone of the “recovered.” </i>(Michael Gira)<br><br>Phil Shoenfelt è nato a Bradford nel 1952. Dopo aver vissuto in prima persona l’epopea punk nella Londra degli anni settanta, si è trasferito a New York dove, oltre a suonare in diverse band, ha partecipato attivamente al vivace panorama artistico di Manhattan. Quando ritorna a Londra nel 1984 la sua carriera subisce una fase di stallo dovuta all’abuso di eroina. Solamente undici anni dopo, in coincidenza con il trasferimento a Praga dove vive tuttora, ricomincia a suonare alternando la collaborazione con alcune band alle produzioni da solista. Prima di “Junkie Love” ha pubblicato nel 1988 una raccolta di poesie e di testi delle sue canzoni intitolata “The Green Hotel”, inedita in Italia. <br><br><i>“Shoenfelt is at his best when describing the psychology of addiction and recording the pains of withdrawal.” </i>(The Prague Post) <br><br>“Junkie Love” è ambientato nel quartiere di Camden verso la fine degli anni ottanta e racconta la storia dell’alienante relazione a tre fra Phil, Cissy e l’eroina. Shoenfelt, tramite la voce narrante di Phil, tratteggia un ritratto a tinte forti della vita dei bassifondi londinesi, consumata fra homeless, spacciatori e consumatori di droga, nichilismo, crisi di astinenza e un masochistico desiderio di autodistruzione. <br>In gran parte autobiografico, ricco di ironia e humour nero, Junkie Love segue la parabola discendente di Phil, un percorso che sembra destinato a concludersi solo con l’annullamento totale di se stesso da attuarsi attraverso esperienze devastanti sia a livello fisico che psicologico. Sarà solo la presa di coscienza del proprio stato di tossicodipendente e del progressivo avvicinamento al punto di non ritorno, accompagnati dalla constatazione che continuando nella medesima direzione <i>“…o muori o qualcosa dentro di te cambia”</i>, a salvare il protagonista e ad offrirgli una seconda occasione (<i>&quot;…una volta che la droga sarà uscita dal mio organismo, insegnerò a me stesso a pensare e a sentire; poi aprirò bene gli occhi, e vedrò che aspetto ha il mondo dall’altra parte della strada”</i>). <br><br><i>“Beautiful. A great story of drugs, sex and trying to figure things out in our fucked up world.” </i>(Cherry Bleeds Magazine) <br><br>In alcune parti simile ad un trattato sul consumo di eroina e sui suoi effetti, in altre resoconto quasi commosso delle illusioni e delle mistificazioni della realtà necessarie a sopravvivere (qualcosa di simile a “Requiem per un sogno” di Hubert Selby jr) Junkie Love è stato definito come <i>“…il miglior romanzo sull’eroina dai tempi di Burroughs”</i> e ha vinto il premio come miglior libro dell’anno al Firecracker Alternative Award nel 2002. Nick Cave l’ha trovato <i>“…bellissimo e cattivo” e Will Self “…un ritratto intelligente, coraggioso e crudo dei sotterranei della droga.”</i> <br><br><i>“Molti dei tossici che ho conosciuto sembrano patire anche un senso della propria identità molto fluido, qualcosa che spesso si avvicina alla schizofrenia: in loro c’è qualcosa di spezzato, qualcosa di poco stabile. Forse è perché vedi e senti troppo; forse non abbastanza; forse nasce dentro di te, geneticamente; forse è acquisito. In ogni caso, non fai altro che recitare una parte o indossare una maschera, e hai una percezione molto più acuta del normale della natura provvisoria e multiforme del carattere e della personalità”.</i><br><br>Phil Shoenfelt<br>Junkie Love, 160 pagg<br>Arcanamusica (Collana “Controculture”)<br>2005<br><br> <br><br>(Risorse - Bibliografia)]]></description>
<author><![CDATA[Ferdinando Pastori]]></author>
<pubDate>Mon, 01 May 2006 14:07:17 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Pe-di-ah-kawn-aus ente plah-nay*, di Alessandro Ansuini]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> E asservita fu la legge alla favola e al disastro, gli uomini topo <br>legati in processione da una vasta incoscienza procedettero <br>attraverso le cave e i labirinti ventosi<b>*(1)</b>, colmi<br>di rettili e altre creature gialle, poiché lunga e impervia è la strada –<br>la macchina è priva di anima la macchina non si riproduce, <br>il suono divelto scoprì le fughe di primavera seguendo i passi <br>lasciati da Schubert come un pentagramma di<br>orme sulla spiaggia – la macchina è morbida la macchina <br>ha fauci grottesche –  il suono si piega come lo stelo <br>d’un fiore che voglia appoggiare la propria<br>guancia di bellezza alla terra e sentire le urla <br>che provengono dal sottosuolo – fu così che con gli occhi <br>colmi d’un bagliore diffuso<b>*(2)</b> gli uomini topo cominciarono<br>a coltivare filari di uve cibernetiche dalle quali estrarre <br>il nettare che avrebbe indicato loro la via – <br>il medioevo tecnologico qui e ora cantilenarono gli allarmi, <br>il medioevo tecnologico qui e adesso, nell’Ora della Santa Superstizione – <br>poiché lunga e impervia è la strada – automobili, pali della luce, <br>silhouette di monumenti in acciaio lanciati come dita verso il cielo<b>*(3)</b><br>(metafora del voler chiedere udienza all’altissimo?) – viviamo<br>in un epoca dove per farti ascoltare non basta più bussare <br>sulla spalla del tuo prossimo ma devi colpirlo con un maglio<b>*(4)</b>, <br>disse l’uomo senza passato – rincorso per una settimana <br>dal federal buereau che non riuscì <br>nemmeno a spiegare dove avesse comprato i mobili <br>(cambierai l’arredamento due volte all’anno, il tuo<br>raccolto sarà l’illusione del vuoto e del pieno, mr &amp; ms Ikea) –<br>l’Ora della Santa Superstizione arreda gli altari e i pilastri – gli uomini<br>ombra si radunano sotto alle cupole formando formicai e intonando<br>yodel gregoriani accompagnati dagli organi e dalle bocche delle vecchie<br>che si aprono come sacchi di iuta a formare scale circolari senza pioli<br>dalle quali dondolare o cadere – “Voglio abiurare la mia curiosità <br>voglio essere tedesco e poter chiamare mio figlio giuda senza <br>che le autorità intervengano ad arrestarmi” <b>*(5)</b>  –<br>alla frontiera alcuni vennero prescelti altri deportati e innestati a gestire<br>le mense e gli asili delle donne ape che succhiano i fiori e succhiano –<br>mausolei, fabbriche cecoslovacche, yo no abla ich nicht spreche <br>je ne parle e non vedo e non sento, epidermici novocainomani <br>toccavamo le azioni unte e le immagini con paradisi di pelle <br>a separarci dal contatto reale, la vita scorre in pixel il sangue<br>sgorga dai tubi catodici e la dottrina è innestata <br>negli edifici dove entri carne ed esci numero – impossibile <br>disimparare le leggi impossibile concentrarsi<br>su ciò che l’occhio non vede – alcuni solcarono il cielo con i missili <br>e tornarono con risposte che non furono soddisfacenti <br>per il Gran Consiglio che mutuò<br>la propria visione come un dio che giochi <br>con un mondo playstation ricominciando<br>le partite alla prima difficoltà – “Verranno fotografie ad annunciare <br>che l’uomo è un fantasma<b>*(6)</b>”continuò l’uomo il cui nome <br>non si può rivelare poichè proibito da una legge scritta in corsivo, <br>mentre gli uomini topo scavavano gallerie occupavano <br>insenature e si chiamavano l’un l’altro per esser sicuri di esistere – <br>alza gli occhi e guarda la nube e la luce dentro di essa <br>e le stelle che la circondano<b>*(7)</b> – la macchina è viva <br>la macchina respira e schiaccia<b>*(8)</b> , crea idoli e regolamenti <br>che nessuno legge, primi ministri incapaci di proferire <br>una parola in un’altra lingua<b>*(9)</b>, altalene issate<br>nel bosco per far apparire la carne indefinita, un bisturi e sedici pillole <br>allineate nell’abisso che ti si apre dalla cornea – drogati, tutti <br>guardavamo i più belli di noi camminare sui cornicioni<br>delle nostre endorfine con piedini scalzi atti<br>a solleticare il nostro senso estetico – in un mondo di primitivi agghindati<br>anche tu puoi essere l’uomo della pubblicità – arriveranno a bruciare <br>le icone a dar fuoco alle pellicole e alle fotografie – <br>quelli con la tonaca hanno paura che d’improvviso l’uomo topo <br>alzi il muso oltre la croce – e chi di noi<br>continuerà a respirare senza panico quando scoprirà di essere stato<br>abbandonato in un’enorme stanza bianca a misurarne il vuoto?<br>Queste parole come frutti non vennero colte <br>dall’albero che arreca la collera<b>*(10)</b> , il pachiderma<b>*(11)</b> <br>fermo nell’enorme pozza di fango continuava<br>a tenere sotto la sua pancia e sul dorso gli uomini fiala<br>che minuziosamente venivano riempiti <br>da fili di paglia o fili elettrici, interconnessioni, wireless sentimentali <br>e tutta la cura che puoi mettere per la salvaguardia del tuo involucro – <br>Giuda liberò Gesù dal corpo perché lunga e impervia è la strada<br>che dalle tenebre – la voce primigenia – il palco degli dei, <br>l’Ora Eterna della Santa Superstizione – provate solo <br>a formulare con un gesto o un intenzione questo verdetto, aprite <br>una finestra e osservate la nube in cerca <br>di una strada o una stella – tutto ciò che è concesso è abitare la casa<br>e curarne gli interni – se abiterete la casa essa non crollerà<b>*(12)</b> -  <br>i muri più solidi non sono i più lunghi <br>o quelli visibili dalla luna ma quelli <br>il cui tetto non cade – improvvisate una parabola, <br>provate a dire coi modi che troverete il vuoto che riempie il vuoto <br>che abitate – non temete nulla<br>poiché nulla accade, non temete nulla poiché tutto è accaduto, <br>temete tutto ciò che da voi si dipana e abbiatene cura finché<br>l’Ora della Santa Superstizione sarà avvolta<br>la rivolta diverrà permanente<br>non avrete più libri o molecole o sfilate di moda<br>l’insurrezione comincia dalla cornea<br>procede verso l’interno<br>(finché l’anima privata del corpo urlerà: mi sento molto sola)<br>il regno dell’insetto non è mai stato scalfito dall’uomo<br>temete il ricordo di voi poichè <br>lunga <br>e impervia <br>è la strada<br>che dalla tenebra <br>si snoda verso <br><br><br><br><br>la luce.<br><br><br>Nota al titolo: in copto: “Qui si narra il segreto della rivelazione che Gesù fece parlando con Giuda Iscariota”<br>Note al testo:<br>1) cfr. The doors – “The celebration of the Lizard”<br>2) cfr. Adobe Photoshop<br>3) cfr. Torre Eiffel<br>4) cfr. David Fincher “Fight Club”<br>5) In Germania le autorità possono impedire che un bambino venga chiamato Giuda <br>6) cfr. Roland Barthes “La camera chiara”<br>7) cfr. Il vangelo di Giuda<br>8) cfr. CSI “Tabula rasa elettrificata”<br>9) cfr. Berlusconi<br>10) cfr. T.S. Eliot “La terra desolata”<br>11) cfr. T.S. Eliot “Il rinoceronte”<br>12) cfr: Andrej Tarkowskj “Lo specchio” <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Sun, 23 Apr 2006 18:15:36 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[DEI PETI-POETI, di Andrea Rossetti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=723&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <span style='font-size:14pt;line-height:100%'><span style='font-family:Optima'><b>DEI PETI-POETI *</b></span></span><br>  <br><i><b>ovvero vita, morte e miracoli dell’ologramma del Marchese de Sade </b></i><br><br><br>Non sono mai stato sulla tomba di Eschilo ma in compenso credo che lui sia venuto ai miei funerali. Mi chiamo, anzi mi chiamano (loro, gli orgiastici nominalisti), Andrea ma i miei dati anagrafici sono trita propaganda dell’incultura (comunque la si prenda è sempre una questione a posteriori, cioè di culo) diacronica. In realtà, io ricordo me stesso come già irrimediabilmente stato e quindi perduto. Per fortuna, il concetto di me del mio esser<i>Ci</i> non è che stinta analitica esistenziale. Quel che importa è il vuoto che ho lasciato al mio posto, senza volerlo: l’anima è il segnaposto, un vezzo spiritistico da maggiordomi del sacro, e la memoria, invece, il nome che l’anagrafico maestro delle cerimonie comunali ha ricevuto in vece mia – ma non in voce – come lascito testamentario al cadavere di famiglia. In questa mia carenza assoluta, nulla mi appartiene e tutto è magnificamente appartato con se stesso: la mia vita – espropriazione per privata inutilità – è un appartamento di silenzi, a metà strada tra cella frigorifera e obitorio, eremo e cenobio. Io sono innato altrove, cioè qui e ora, ma non ieri né domani, non prima né dopo. Innato è senza origine e al tempo stesso originario. Io sono una nascita mancata (non la mia, naturalmente), sono una gravidanza isterica del <i>con</i>-tempo, un mancamento imprevisto, lo svenimento vero di un’attrice del muto nell’arco di un solo fotogramma, che se ne sta lì, in mezzo al film, come un messaggio subliminale e proibito. Sì, perché questo <i>venire meno</i>, questo <i>letterale</i> coito interrotto o comunque morigerato, questa tendenza sconveniente alla castità propria del talento che le cose belle hanno per la bellezza (laddove invece le anime belle – e imbelli - s’imbellettano soltanto, nelle loro <i>letterate</i> case editrici chiuse: dal postribolo alla <i>beauty farm</i> il passo è breve e tuttavia <i>significativo</i>, perché spesso edito e sempre <i>in linea</i> editoriale) è il non detto che non è tacere, è reticenza che non si modera mai fino all’omertà. In altre parole è poesia che, dunque, è in mancanza di un poeta: ogni volta che un poeta si toglie di mezzo la poesia festeggia con sublime crudeltà, come nel truculento banchetto di Tito Andronico. I versi sono untori e monatti in cerca di bubboniche vittime predestinate e di sposi mantenuti (ché ogni promessa è un indebito); essi sono prima di tutto <i>letterali</i> pernacchie ontologiche rivolte ai <i>letterati</i>, ai Travet del pubblico disimpiego culturale, ai pastori erranti di belle parole, ai transumanti scambiati per trasumananti.<br>Per accadere, la poesia ha bisogno dunque dell’eutanasia del poeta e della sua <i>poetica strumentale</i>, la madre degli infortunati della virtù, quella – per intenderci - che genera la lirica, la confessione, la commozione, che, soprattutto, dice il poeta come se costui non fosse disdicevole, quale apostrofo rosa-chiappa posto tra le parole <i>l’ano</i>, ovverosia un peto ispirato, espressivo, sentimentale, estroverso (la sodomia del neurone è attività diffusa tra la bella gente: il popolino petogrammante, le sciacquapiatti col vezzo del poemetto in trota e i mastri carpentieri col sogno del ro-manzo in salsa tartara, insufflano l’editoria coi marinettiani - solo perché fieramente rombanti, mi perdoni il pur sempre orrido - scarichi che provengono dalle solitudini desolate di milioni e milioni di sinapsi in disarmo, avvizzite nel quotidiano spadellare, nel fobico via vai delle etiche marginali, nell&#39;assiomatico coltivare giorni alla stregua di melanzane). Le poetiche strumentali fanno della poesia un problema formale che, quindi, chiunque è in grado di porsi: per questo la vocazione impiegatizia dei peti-poeti subisce oggigiorno  l’esproprio proletario della canzonetta. Sanremo è la rivincita dell’Arcadia. Si pensi a Jacopo Vittorelli: <i>“Guarda che bianca luna&#33; Guarda che notte azzurra&#33; Un’aura non sussurra, non tremula uno stel&#33;”</i>. Non è forse costui l’antesignano di tutti gli avvinti come l’edera, dei blu dipinti di blu, dei binari tristi e solitari? La maggiore bravura di Parini o di Foscolo rispetto a Vittorelli è solo una questione di quantità, di forma appunto, di pesantezza levigata, di nitore fenomenico. E’ una guerra fra poveri, tra archivisti e dirigenti, tra impiegati più o meno pagati (e piagati) dal proprio buon nome, dall’apollinea fine del mese, dalla pensione critica, della tomba storiografica. La poesia non è morta, ha solo disarcionato gli statali della lirica, le  tante <i>Luigia Pallevicine</i> che, finalmente cadute da cavallo, battono ora il marciapiede, ancheggiando perché sciancate dopo il ruzzolone in una plebea simulazione della simulazione.<br>I peti-poeti non sono che atteggiamenti, delle patacche per creduloni; non hanno nulla a che fare con la poesia che, infatti, dopo averli disarcionati, li s-cavalca, cioè li oltrepassa montandoli: il fallo di Dioniso si fotte a posteriori il fallito Apollo (in una lunga diseducazione sentimentale che lentamente converte Justine in Juliette – l’eroina e la morfina in Sade - e che, capovolgendo il vizio in virtù, recupera la forma, resa fin troppo imprudente dall’afflato lirico e confidenziale, all’oculato disincanto della pornografia). E tuttavia la tragedia, il rito dionisiaco, non torna semplicemente com’era: in fondo a questa <i>filologia dello spirito</i> essa giunge sfiatata, ogni incanto, anche quello della sfrenatezza dissoluta, è all’incanto, e si tratta di svendita, di liquidazione fallimentare. Nella tragedia ritrovata la poesia è finalmente afona, non ha quindi da dirsi neppure tragicamente, non trova uno stile che la renderebbe autrice di se stessa (e quindi persona, maschera, finzione, teatro rappresentato e rappresentabile, testo e non <i>con</i>-testo), ma ha semplicemente da essere tragica. La tragedia è l’essenza della poesia e poetico è il linguaggio sospeso (e sorpreso) dal proprio attonito silenzio tra il nulla di tutte le sue forme possibili e l’essere in tutte le sue impossibili deformità. Dopo aver giustiziato i peti-poeti (col loro corredo di oleografia sentimentale, di commozione a babbo morto, di fiorellini del prato messaggeri d&#39;amore, di ricordi d&#39;infanzie massacrate innanzitutto da un&#39;irrimediabile trivialità dello spirito), alla poesia non resta che disattendere se stessa nel mutismo sovrumano della tragedia.<br>Solo un poeta mancato come me poteva farsi carico di quest’abissale mancanza di  poesia, rapita (estasi del sequestro, sindrome di Stoccolma) da un tragico destino di autenticità. Io, che pratico da sempre e con graziosa costanza la più ostentata delle disuguaglianze, che osservo con assoluto rigore l&#39;antica pratica della dissociazione morale dal peto. Poeta della poesia che si <i>com</i>-piange, che si cita in giudizio (ancora senza corredo di critica kantiana) nell’atto ambiguo del far commedia e sarcasmo di se stessa – in citazione – e poi di misurarsi assente – in metrica – nell’eterno ritorno dei suoi versi. Poeta come <i>“geomètra che tutto s’affige per misurar lo cerchio”</i>; poeta come capocomico che nella citazione sa riconoscere un destino, che intende come il <i>talento</i> consista principalmente nel farla sembrare – la citazione - una vocazione e come il decantato <i>genio</i> – sciagurato lestofante – sia invece colui che, privo di talento, scambia da se medesimo quel destino per la sua vocazione (uno scambista, dunque, un concupiscente frequentatore di <i>privé</i>: l’esatto contrario del pornografo triste).<br>Solo chi, come me, può ben dire di aver mancato tutto, poteva arrischiarsi nell’impresa stremante di opporre l’unica <i>poetica trascendentale</i> alle troppe poetiche strumentali, la sterilizzazione ai mille e mille aborti terapeutici di Stato. Ecco perché questo, col suo sguardo stralunato, è forse l’unico libro gentile tra quelli che non ho scritto, di una gentilezza disinteressata e solidale. E’ una <i>suite</i>, un corpus di danze quindi, un elenco minuzioso di passi e di ritmi, un reticolato di misure, di geometrie invisibili che delimitano inutilmente loro stesse nell’arco di trionfo di una <i>stagione diletta</i> perché scollacciata e carnascialesca. La divina commedia della misurazione. <i>“Chi vuol esser lieto sia”</i>: chi vuole, appunto, io, come comare Coletta,  mi esaurisco invece in saltelli e riverenze e agevolmente, senza più mondo né volontà né rappresentazione, sono anticipazione di un classico nel divenire impresentabile.<br><br>* <i><b>introduzione alla &quot;<u>Suite della diletta stagione</u>&quot;</b></i> <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Sat, 01 Apr 2006 05:16:06 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Will C.Baer – Tradimento, colpa e redenzione, di Ferdinando Pastori]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=17&tes=721&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=17&tes=721&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> <br><b>Will Christopher Baer - &quot;Baciami Giuda&quot; </b><br><br>Will Christopher Baer è nato nel 1966 nel Mississippi. Dopo l’infanzia trascorsa fra il Canada e l’Italia, si trasferisce con la famiglia prima a Memphis e poi a New Orleans dove frequenta il College. Insofferente e girovago per natura, ritorna a Memphis. Si laurea e ricomincia a viaggiare. Consegue il Master of Fine Arts in Writing and Poetics alla Jack Kerouac School di Naropa nel 1995 (la scuola fondata da Allen Ginsberg and Anne Waldman nel 1974) e l’anno successivo si stabilisce in California a Los Angeles dopo una breve parentesi nella Bay Area. <br>Prima di raggiungere il successo come scrittore, lavora come assistente sociale per i senzatetto, taxista, sceneggiatore, barista e musicista. Il suo romanzo d’esordio, e l’unico ad oggi pubblicato in Italia, “Kiss Me, Judas” (&quot;Baciami Giuda&quot;, Marsilio 2005) viene pubblicato nel 1998 e immediatamente inserito dalla Barnes &amp; Noble nella rosa dei candidati per il premio dedicato alla “best new voice”. Il romanzo, del quale  è tradotto in diverse lingue, ovunque accolto con entusiasmo e recensito positivamente dalla critica <i>(&quot;I fan della scrittura più ellittica di James Ellroy dovrebbero apprezzare questo raffinato esercizio di paranoia neo-noir, inganni multipli e ossessione sessuale&quot;</i> Chicago Tribune, <i>&quot;Uno dei noir più originali e ricchi d’atmosfera da molto tempo a questa parte... sembra una storia di Elmore Leonard riadattata da David Cronenberg. La trama guizza e serpeggia come il bisturi di un chirurgo&quot;</i> The Daily Mirror). E’ prevista anche una versione a fumetti, mentre si comincia a parlare di una possibile trasposizione cinematografica. <br><br>&quot;Baciami Giuda&quot; è il primo di tre libri dedicati a Phineas Poe, ex poliziotto tossicodipendente torturato dal ricordo della moglie morta in circostante misteriose. Due anni dopo esce il secondo, “Penny Dreadfull”, ma per leggere la trilogia completa si deve aspettare il 2004 quando MacAdam/Cage pubblica  “Hell’s Half Acre” contemporaneamente alla ristampa dei primi due (una trilogia che ruota intorno ai concetti <i>“di tradimento, colpa, redenzione - dei modi in cui la gente si ferisce e tradisce le altrui aspettative. Parla degli dislivelli che si producono nella realtà quotidiana, dell’impossibilità di ritrovarsi due volte nella stessa realtà […] ma tutti i miei libri sono anche storie d’&#39;amore. Quando qualcuno mi chiede di descrivere i miei romanzi, la prima risposta che mi viene in mente è che io scrivo &quot;storie d&#39;amore spaventose&quot;</i>).<br><br>In &quot;Baciami Giuda&quot;, l’anti-eroe nichilista e autodistruttivo Phineas Poe da poco dimesso da un ospedale psichiatrico, deve fare i conti con una fra le più inflazionate leggende metropolitane. Dopo una notte di sesso con una misteriosa sconosciuta, infatti, si risveglia immerso in una vasca di ghiaccio con una profonda cicatrice sul fianco e un rene in meno. Costretto a imbottirsi di droghe per sopportare il dolore, confuso e vittima di allucinazioni, l’ex poliziotto si mette sulle tracce della ragazza animato da sentimenti contrastanti, sospeso fra il desiderio di vendetta e l’attrazione che spesso finisce per legare vittima e carnefice.<br>La prosa di Baer (interamente in prima persona e senza veri e propri dialoghi) è asciutta, il ritmo nervoso e la sintassi decisamente poco organica, ma sicuramente efficace. Baer non si risparmia e non concede tregua nemmeno al lettore (&quot;<i>Scrivo più internamente che posso […] cerco di guardarmi dentro e rovesciarmi come un guanto, cerco di non fermarmi in superficie, ma di arrivare sottopelle per trovare la nausea, la vertigine, la smarrimento che spesso condiziona i rapporti personali. Ho la difetto di concentrarmi sui dettagli viscerali, sul dolore sotto la pelle</i>&quot;). Continui colpi di scena riescono a mantenere alta la tensione e Baer sembra quasi divertirsi a mescolare le carte, invertire i ruoli i ruoli trasformando i buoni in cattivi e viceversa, il tutto sorretto da un dissacrante humour nero e da un continuo alternarsi fra realtà e dimensione onirica. <br>Alla luce di queste considerazioni &quot;Baciami Giuda&quot; non può essere considerato un semplice Noir come può sembrare a prima vista (è lo stesso autore a confermarlo quando afferma che <i>“…non è mai stato il mio fine ultimo quello di scrivere noir, nonostante i libri e i film attorno a cui gravito tendano spesso in quella direzione&quot;</i>), ma molto di più. Un romanzo spietato e commovente, tenebroso e romantico, inizia come un giallo e si trasforma in una attenda e profonda analisi psicologica dell’uomo e delle sue passioni/ossessioni. Sentimenti contrastanti, spinti all’eccesso, distruttivi e catartici al tempo stesso. <br>Da segnalare, infine, una interessante iniziativa della casa editrice Marsilio che per promuovere il libro si è affidata ad un booktrailer. Un breve filmato simile al trailer di un film che, in stile videoclip, coniugando parole e immagini riesce a fornire una precisa idea di cosa ci si può aspettare dalla lettura (Il booktrailer è scaricabile all’indirizzo <a href='http://www.baciamigiuda.it)' target='_blank'>http://www.baciamigiuda.it)</a>. <br><br><i>“Devo essere morto perché non c’è altro che neve blu e il furioso silenzio di uno sparo. Due uccelli si gettano alla cieca contro la superficie vitrea di un lago. Sono freddo, religiosamente freddo. Gli uccelli schizzano fuori dall’acqua, in un argenteo scintillio d’ali. Un pesce si contorce tra le zampe di uno dei due. L’altro si rituffa e ora io trattengo il respiro. In questo momento la neve ha smesso di cadere e il cielo è immenso e bianco. Sono così freddo che devo aver abbandonato il mio corpo.”</i><br><br>Will Christopher Baer<br>Baciami Giuda, 291 pagg<br>Marsilio (Collana &quot;Black&quot;)<br>I edizione Aprile 2005 <br><br>(Risorse - Bibliografia)]]></description>
<author><![CDATA[Ferdinando Pastori]]></author>
<pubDate>Mon, 20 Mar 2006 18:47:52 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[per(non)donare, di Stefano Caronia]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=720&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <b>//* I . ASSENZA *//</b><br><br>Sono assente in un luogo di assenza<br>il colore delle foglie<br>il silenzio della casa e dei miei<br>pensieri rincorrersi lenti<br>azionati dalle frange di piombo<br>immobili e duttili<br>il fuoco senza fragore<br>il battito d’ali nel mattino<br>verso l’ombra<br><br>Io sono<br>E sono assente tra le due presenze<br>E le componenti sfatte e bruciate<br>Io saldo nel fumo senza dolore<br>E senza colpa<br>Ma non per questo<br>Autentico<br>Salgo e scendo le scale<br>Per timori e mancanze<br><br>L’immagine è fredda<br><br>[ Ci guardiamo tramite lo schermo<br>Misuriamo ciò che siamo<br>Al metro di ciò che giudichiamo<br>Questa sera ]<br><br>Per questo ci serve<br><br>Una bambina piange<br>Lei cerca di esistere<br><br>Ed io ho smesso<br>Io sono assente<br>Io non sono qui.<br><br><br><b>//* II . PER(non)DONO *//</b><br><br>Una ragazza fatta di ricordi, passata o futura, inesistente<br>I suoi vestiti si stracciano al vento, è leggera, incontaminabile<br>Il mondo è grigio, è uno sfondo qualsiasi, di sintesi, di colore<br>La ragazza vola al contrario e si allontana sempre di più<br>Lei è persa in un allegria robot, è sepolta dentro se stessa<br>Protende le braccia verso me mentre viene portata via<br>Come nel gioco prospettico di un grandangolo e sorride<br>Io non posso fare nulla<br><br>Sorridi, racconta qualcosa<br>Ora pensa che la serietà sarebbe importante<br>Ora torna a sorridere<br>Spremi qualcosa dal caos che hai dentro<br>Credi di essere superiore?<br>Potresti scoprire di essere più semplice di quello che pensi<br>Fa così male<br>Stai zitto e attento a dove si posano i tuoi occhi<br><br>Credi ancora che il senso sia fuori<br>Il senso è nel tuo sguardo<br>Potrei trasformare in cenere una cattedrale<br>Solo guardandola<br>Di cosa ti lamenti ora? La gioia ti atterrisce<br>Racchiudi spaventi tra le ciglia<br>In un respiro<br>Sono un certo traditore, trafiggo coi giudizi<br>Indesiderati e inevitabili<br>Sono una pietra nella neve<br><br>Sei un paladino della cultura, un tecnico formidabile<br>Una macchina per consigli e interpretazioni<br>Infallibile, assassinato dal fallimento<br>Come ti permetti di pensare ancora a lei?<br>Sei prigioniero di un incubo grigiobianco<br>Come ti permetti?<br><br>Neanche il freddo, il fango ghiacciato, non più manto sognante di neve<br>Neanche il silenzio e il calore del piumone e gli incensi<br>Neanche i campi di riso e la verità degli alberi servono a dirti vivo<br>La notte è chiusa fuori e il giorno scivola come una pellicola<br>Cosa pensi di fare ora?<br><br>Questa sera sta per piangere<br>Incontra a ritroso la resistenza del vento<br>Non si sta allontanando<br>Ora sembra perdere la speranza<br>Le sue braccia sono ancora aperte<br>Sa di non poterlo sfiorare<br>Lui positivo cavalca il momento<br>È in questo il suo abbandono<br><br>Le infinite opposizioni tra alternative sbagliate<br>Sai che questa cosa ti uccide, il pendolo traccia rette inutili<br>E alla fine si ferma, nessuna possibilità<br>Stai nel centro ed è anch’essa una posizione errata<br>Non puoi accontentarli tutti, nemmeno suicidandoti<br>Ancora non capisci, è vero, bruci il tuo respiro<br>Sei ossessionato dall’amore, dannato nell’odio<br>Cosa pensi di fare, ora?<br><br>Il messaggio di ogni petalo di rosa che cade<br>È davanti ai tuoi occhi e ti preme sul petto<br>Puoi accettare solo ancora una perdita morbida<br>Non esistono più piacevoli attese<br>L’innocenza è svanita insieme alla perdizione<br>Potete giudicare la fame delle locuste?<br>E dell’amore perduto possono piangere le labbra?<br><br>La bevanda più velenosa non ti restuitirebbe il dolore<br>La puoi addolcire con chiodi di garofano<br>E latte concentrato e raffreddare alla notte<br>Puoi assorbire la dolce ipnosi del fuoco tutte le volte che vorrai<br>Puoi spegnere il giudizio nelle sere tutte uguali<br>Cosa pensi di poter fare ora?<br><br>Non stai rispondendo alla mia domanda<br>E dici che la domanda è mal posta<br>E ti sporgi in posizioni disumane e sconosciute<br>Stai fermo come un ragno mentre ti muovi<br>Conosci ancora qualcosa, e la perdi<br>volti le spalle al vento<br>hai smesso anche di lamentarti<br>e viaggi da solo<br>e parli<br><br>Una ragazza dagli abiti stracciati dal vento<br>Vola a ritroso, le sue braccia abbandonate<br>Guarda dentro di sé il nero<br>Non ride più di euforia staccata dall’anima<br>Non piega le labbra in sofferenza incompresa<br>Non tende più le braccia<br>Lei dorme nel silenzio senza amore.<br><br><br><b>//* III . DISTRAZIONE *//</b><br><br>Poche ore per disperdere<br>Il tuo ricordo come polvere<br>nel sole<br><br>ancora una notte<br>stanco<br>lo vedono tutti<br>tutti sono lontani<br><br>il tuo ricordo può essere solo<br>spostato<br>nuovi ricordi di sabbia ne prendono il posto<br>io posso solo distrarmi<br>lo vedono tutti<br>nessuno lo vede<br>e non importa.<br><br><br><b>//* IV . PERSISTENZA *//</b><br><br>Lontane sono nelle nebbie<br>Suono passato varco del non-tempo<br>Coriandoli sulle dita scarne<br>Intrappolate nelle piogge argento<br><br>Assidue immacolate<br><br>Uomo fortunato perla nascosta<br>Oblio e nonsenso<br>Sempre semidissolto<br>Allontanata la madre<br><br>Il colore verde è sporco<br>Quelli che si perdevano<br>Assolti nell’identità<br>Essere Nulla<br>Non soffrire<br>Liberarsi in catene<br><br>Per la maledizione del cemento buio<br>Bisogna credere che vi siano risposte<br>E distruggere la ricerca nella rabbia<br>Credendo che sia nirvana<br><br>Più dolorosa la coscienza<br>Di non poter decifrare il cosmo<br>E tutto racchiudere nello sguardo<br>Anche una sola goccia d’amore<br><br>Resistono pallide nel non perdono<br>Rapite trascinate ardenti<br>Dirette dall’ossessione<br><br>Solo immagini<br><br>Dietro la pianta e il colore giallo<br>E rosso e dorato e birra<br>L’odio non si trasmuta<br>Il piombo non diventa oro<br>Tanto meno nel ricordo<br><br>E fa male ancora e ancora<br>La persistenza delle esistenze<br>Nulla va perso<br>Tutto rimane<br>Coesiste<br>Pesa<br>Materia, non traccia<br>Non segno, carne<br>E fa male ancora e ancora<br><br>Lontane sono nelle nebbie<br>Suono passato varco del non-tempo<br>Coriandoli sulle dita scarne<br>Intrappolate nelle piogge argento.<br><br><br><b>)) 24/2/2006</b> <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Stefano Caronia]]></author>
<pubDate>Fri, 17 Mar 2006 18:21:17 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Lydia Lunch: “No escape. From yourself”, di Ferdinando Pastori]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=17&tes=716&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <br><i>“I&#39;m nihilistic, antagonistic, violent, horrible - but not obliterated, yet.”</i><br><br><i>&quot;For, impaled at either end as she is on the flesh-poles of truthful stories where poetry and putrefaction meet, Lydia is the sort of teacher of tormented desires I wish I&#39;d had at school. Not sick but sexually smart(ing)&quot;</i> (Jack Barron, Sounds). <br><br>Lydia Lunch è nata a Rochester (New York) il 2 giugno del 1959, lo stesso giorno di nascita di Donatien Alphonse François de Sade, coincidenza questa che lei stessa non dimentica mai di sottolineare. Musicista, attrice, regista, fotografa e scrittrice, Lydia Lunch è stata l’icona della cultura underground newyorkese quando la Grande Mela era considerata l’ombelico del mondo, il luogo dove si creavano le tendenze destinate a influenzare il pensiero e la cultura. La sua carriere inizia non ancora diciottenne come vocalist e chitarrista del gruppo “Teenage Jesus And Jerks” e in breve tempo il suo carisma e il suo talento, nonché la sfrontata irriverenza e il gusto per la provocazione e l’eccesso, la portano a collaborare con alcuni fra i più famosi artisti del panorama underground come Kim Gordon dei Sonic Youth, Nick Cave e Jim Foetus.<br><br><i> “If you&#39;re looking for some nice, sedate, calming music or poetry, then you don&#39;t want to go near Lydia Lunch. Her avowed purpose since the late &#39;70s has been to agitate and aggravate. Her frank sexuality and hatred of passivity hasn&#39;t made her exactly the darling of mainstream media but the hell with them. For anyone who wants some harsh reality shoved in their face, Lydia&#39;s the right place to go. In film, in writing, in CD&#39;s/LP&#39;s, and any other medium she gets near, Lydia is a memorable presence” </i>(Jason Gross).<br><br>Alternativa ed estrema è anche la sua produzione letteraria, tanto in poesia quanto in narrativa. L’esordio è datato 1982 con la raccolta di poesie scritte a quattro mani con Exene Cervenka “Adulterers Anonymous” (inedito in Italia), pubblicata negli Stati Uniti prima da Grove Press e dopo da Last Gasp. Due voci, due personaggi che camminano fianco a fianco esplorando i medesimi territori desolati e oscuri per raccontare, pur senza mai incontrarsi, la comune solitudine e disperazione. Dieci anni dopo, nel 1992, esce la raccolta di poesie e racconti (o forse è meglio definirli spoken word) “Incriminating evidence” che si avvale della collaborazione di Kristian Hoffman per quanto riguarda l’illustrazione dei testi. Cronistoria sincera e toccante delle sue ossessioni, degli abusi subiti e degli incubi che continuano a tormentarla, per ammissione della stessa autrice “Incriminating evidence” nasce dalla <i>“necessità di documentare la mia personale alienazione mentale, piaga che non sono ancora riuscita a curare…leggete e non trattenete le lacrime”.</i><br><br><i>“Paradoxia: eccitazione sessuale che si verifica a prescindere dal ciclo dei processi fisiologici negli organi generatori” </i>(Richard von Kraft-Ebing, Psycopathia sexualis”). <br><i>“It&#39;s extremely rare to read a book so virulent and honest. Do so, and be enlightened” </i>(Neon).<br><br>Pubblicato nel 1997, “Paradoxia, a predator’s diary”, arriva finalmente in Italia grazie a Leconte Editore. Con questo libro sospeso fra biografia e fiction, strutturato a episodi e simile a un diario, Lydia Lunch prosegue il suo percorso all’interno della psiche umana. Il risultato è un romanzo brutale, a tratti disturbante, energico e distruttivo al tempo stesso. Con una prosa viscerale e impulsiva, mai piatta o noiosa, l’autrice indaga negli angoli più bui del desiderio, racconta la necessità, l’impellenza della carne che non si ferma davanti ad alcun ostacolo. Crimini, droghe, sesso e violenza (che in fondo sono la stessa cosa, perché il sesso stesso è visto come un atto di violenza), tutto è lecito per raggiungere i propri obiettivi e soddisfare un’urgenza, una fame che stringe lo stomaco e annulla la volontà. <br>La protagonista di “Paradoxia” è vittima degli uomini, del padre, ma non è votata al martirio. Decisa a non soccombere, è pronta a trasformarsi, a invertire i ruoli e diventare carnefice usando il proprio corpo e quello di chi incrocia per strada. Il tutto senza provare alcun rimorso, senza addurre giustificazioni al suo comportamento o proclamare la sua innocenza in quanto cosciente che “…siamo tutti dannatamente colpevoli” (<i>&quot;...no easy way out. No escape. From yourself. You had to learn to deal with the cards you were dealt. Had to learn the hard way that the world doesn&#39;t owe you a fucking thing. Not a reason, nor excuse. No apologies…fear is the greatest aphrodisiac&quot;</i>).<br>Un romanzo da affrontare senza pregiudizi, da leggere non come il resoconto di un’esperienza erotica deviata e devastante, bensì come una confessione sincera e appassionata. Considerazione, quest’ultima, che si può trovare anche nella bella prefazione di Humbert Selby Jr “…<i>nel leggere questo libro vi troverete faccia a faccia con alcuni aspetti di voi stessi che magari avete evitato e, forse, vorrete continuare a evitare di prendere in considerazione. Se avrete il coraggio di leggere questo libro con una mente aperta, e con un cuore aperto, probabilmente avrete il coraggio di guardare un po’ più a fondo e più attentamente dentro voi stessi, e forse voi anche vi chiederete se siamo tutti innocenti</i>”.<br><br><i>“New York City non mi corruppe. Ne fui attratta perchè ero già stata corrotta. Dall’età di sei anni, il mio orizzonte sessuale era stato iperstimolato da un padre che non aveva alcun controllo delle sue fantasie, dei suoi istinti naturali o impulsi criminali. Tale padre, tale figlia […] New York era un gigantesco negozio di caramelle, un mercato della carne, un manicomio assurdo, un palcoscenico. Circondata da altri cinque milioni di tossici, fanatici, alcolisti, artisti della fregatura, sognatori, cospiratori e ignari bersagli, New York mi concesse il lusso dell’anonimato. Il parco giochi del diavolo”</i>. (Paradoxia, a predator’s diary)<br><br> <br><br>(Risorse - Bibliografia)]]></description>
<author><![CDATA[Ferdinando Pastori]]></author>
<pubDate>Fri, 10 Mar 2006 16:22:08 +0000</pubDate>
</item>
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<title><![CDATA[OTELLO, di Andrea Rossetti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=38&tes=715&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[Atto primo]<br><br><br><br> <span style='color:purple'><span style='font-size:21pt;line-height:100%'><b>OTELLO</b></span></span><br><br><br>ovvero<br><br><br>ascesa, caduta e morte violenta della Poesia<br><br><br><br><br><i>lettura di scena</i> liberamente tratta dalla tragedia <b>“OTHELLO, THE MOOR OF VENISE”</b> di William Shakespeare<br><br><br><br><br><br><u>PERSONAGGI</u><br><br><br>OTELLO, detto “Il Moro”, condottiero al servizio della Repubblica veneta<br><br>JAGO, suo alfiere<br><br>Un BUFFONE, al servizio di Otello<br><br>DESDEMONA, figlia del senatore Brabanzio<br><br><br><i>SCENA: a Venezia il primo atto, a Cipro gli altri</i><br> <br><br><br><span style='font-size:14pt;line-height:100%'><b>ATTO PRIMO</b></span><br><br><br><u><b>SCENA I</b></u><br><br><i>La scena è immersa nell’oscurità. Sul fondo, tra le pitture poste sui cavalletti, vengono proiettate mute scene notturne. Creature notturne. Luci bizantine di cristallerie di Murano e fanali d’auto soverchiati in segreto dal dramma borghese del loro anonimo viaggio. Notturno senza morte. Soltanto stanco.</i><br><br><i>Entrano JAGO e il BUFFONE</i><br><br>JAGO:  <br><br>Sciocchi sogni notturni non svelate,<br>rimanete introversi come serre <br>opache per i fiati vegetali <br>o i licenziosi coiti libertini;<br>sia tu sigillo disumano, moscio <br>mio cuore claustrale,<br>umido di bave pioventi,<br>di stille monacali,<br>sia la parola cianotica orazione<br>e maldicenza: ah, <br>questo male di dire&#33;<br>il nostro salvatore benedetto<br>dalla mal-decenza del parlar <br>taciuto, dal camuffamento<br>del male-detto nei bei panni curiali,<br>nel bel belletto della discrezione,<br>dell’educato e signorile scempio<br>dell’empietà&#33; ah, <br>tutto il mondo si perde <br>in fondo in un’indegna riverenza<br>e pecca sempre di un esiguo inchino<br>di troppo.<br>Il mondo è dei lacchè, dei manichini,<br>che parlano soltanto all’occorrenza<br>se interrogati e per confermazione:<br>tra gli operai della scrittura e le baldracche<br>della benedizione sproloquiata  <br>sceglie il potere i suoi luogo-tenenti: <br>ma io bellamente me ne frego&#33; Io<br>tengo luogo – vuoi mettere? – e non prego.<br><br>BUFFONE (con voce radiofonica, stile cinegiornali LUCE):<br><br>Cassio Michele, fiorentino, giovane gerarca noto alle cronache mondane per il gran numero di donne veneziane da lui gloriosamente fottute in barba alla bava dei becchi , campione imbattuto di scacchi e battaglia navale, diplomato in ragioneria a pieni voti, è stato oggi chiamato dal Duce a ricoprire l’alto incarico di suo luogotenente generale. La nomina è stata resa ufficiale nel corso di una commovente cerimonia, che la banda dei birri ha concluso, non si sa se per celia, sulle note solenni dell’inno “Vorrei la pelle nera”.<br><br>JAGO:<br><br>Mille e mille volte più vicino<br>gli sono come alfiere, che gli dice  <br>l’oscuro biascicare del suo cuore<br>dell’infamia nascosta dello stato<br>di negro, l’elegante<br>lussuria per la donna bizantina<br>dal vello dorato e dalla carne<br>pallida, l’avidità carnale <br>di schiavo illuso d’essere padrone<br>del culo bianco della sua signora&#33; <br>Io sono il suo sussurro segregato, <br>l’oscenità della declamazione…(ride)<br><br>BUFFONE (ammiccante come un’annunciatrice televisiva):<br><br>Desdemona, vergine figlia del senatore Brabanzio, inutilmente amata dal nobile Roderigo, un vero <i>mentecattore</i>, porge da tempo le terga alla verga del Moro, sposato in gran segreto. Salva così dal fallo la sua innocenza, la sua virtù dalle lusinghe dell’arte moresca: per disonor del vero e disamor d’Iddio, di notte un negro è un uomo come gli altri (e più dotato)&#33; <br><br>JAGO:<br><br>Donna infantile, lo sappiamo bene,<br>che l’aulico Moro sodomizza,<br>di notte in notte, in umidi convegni,<br>ma che soltanto per l’appuntita lingua<br>del silenzioso Jago ha conservato<br>invero inviolato l’imene.<br><br>BUFFONE:<br><br>Che troia&#33;<br><br>JAGO:	<br><br>Puoi dirlo forte&#33;<br><br>BUFFONE (urlando):<br><br>Che troia&#33;<br><br>JAGO:<br><br>Desdemona, vergine sposa<br>del negro capitano di sventura<br>(del suo membro direi più saviamente)<br>e moglie anche di Jago (svelerei<br>più della lingua mia lasciva invero):<br>tollera Otello, di vedute larghe<br>come le cosce della sua signora,<br>paziento anch’io, che d’altro canto avvezzo<br>sono dai tempi della prima moglie<br>- Emilia, ricordi? – ai lupanari<br>degli scambisti: ah, gaia giovinezza&#33; <br><br>BUFFONE (ispirato):<br><br>Primavera di bellezza…<br><br>JAGO (con commiserazione):<br><br>Battuta banale…<br><br>BUFFONE:<br><br>Oh, beh sono un buffone mica uno scostumato <i>simulattore</i> come voi, quindi posso permettermelo. Potrei addirittura candidarmi alle prossime elezioni: in politica di buffoni non ce n’è mai abbastanza; e poi c’è l’alternanza demagogica, oggi la destra domani la sinistra, cambiando l’ordine dei fattori il buffone non cambia, è matematico.<br><br><i>Calano le luci</i><br><br><br><u><b>SCENA II</b></u><br><br><i>Sul fondale viene proiettato un video nel quale due persone cercano inutilmente di salutarsi.</i><br><br><i>In scena OTELLO - JAGO in camicia di forza</i><br><br>JAGO (accasciandosi su una sedia):<br><br>Finalmente soli&#33; Dice il senatore<br>Brabanzio, il padre della nostra sposa,<br>che con qualche malevola malia<br>ella è stata annodata, che di un filtro<br>distillato dai fiori dei giardini <br>pensili di Babilonia è prigioniera…<br><br>OTELLO (alzandosi dalla sedia):<br><br>Straparla il vecchio scimunito&#33; Lei è l’unico filtro e le catene sono tutte nostre, non lo vedi? Il suo respiro setaccia le nostre anime: non ci resta che la polvere, che l’arida lussuria&#33; Ha ridotto me a una verga e te a una lingua, quella magnifica porca. Ah, questo desiderio che mi rode&#33; Ora che l’ho sposata dovrò servirla, dovremo servirla ogni notte, lo sai bene vero? Noi sappiamo che è fatta di gemiti e sospiri, che la sua vera natura è un mugolio, e non sappiamo, non riusciamo a farne a meno, più non possiamo non udirla, siamo incantati e incatenati, perché meglio di mille parole del più grande oratore è un suo vagito.<br><br>JAGO (scuotendo la testa fra le mani):<br><br>Tu sì che parli bene, negro&#33;<br><br>OTELLO (togliendo la testa dalla stretta delle mani):<br><br>Ti ho detto di non chiamarmi negro&#33;<br><br>JAGO (sorridendo):<br><br>Beh, bianco non sei…<br><br>OTELLO (serio):<br><br>Ti chiamo forse bugiardo?<br><br>JAGO:<br><br>Oh, per così poco, vorrà dire<br>che d’ora in avanti tu sarai <br>negro e bugiardo: ti sta bene?<br><br>OTELLO:<br><br>Noi saremo…<br><br>JAGO:<br><br>Pignolo&#33; E sia: saremo…<br><br>OTELLO:<br><br>Tornando a noi, spero davvero che una sola cosa non ci deluda, mai: l’illibatezza della mia signora – scusami, della nostra -, la sua dovunque strombazzata castità, il vuoto illeso del suo ventre bello, come vibrante cassa di tiorba. Sia pure schiavo il prode Otello e Jago, l’alfiere, soggiogato, non ho proteste per questo, accetto di buon grado la strana bigamia che la divide, tuttavia immacolata, tra uno sterile oratore e un linguista impotente…ma…c’è un ma…un vincolo spietato: il mio furore levantino, il sangue che come mosto ribollisce nelle mie trepide vene, non frenerei sapendo che qualcuno, lei consenziente, l’ha deflorata. Solo questo la rende dissonante, sola allettante tra tutte le puttane veneziane: l’adito inviolato, il suo grembo all&#39;oscuro dei bassi istinti della riproduzione. Desdemona non osi violare il voto di sterilità  nuziale che ci ha uniti&#33;<br><br>JAGO:<br><br>Prima o poi lo farà, magari quando<br>le prime avvisaglie del declino<br>imminente, la raggiungeranno,<br>quando lo sgomento<br>d’essere mausoleo per sempre di se stessa,<br>nell’avvizzire della sua purezza,<br>quando di tanfo il ventre mai sbocciato<br>l’ammorberà nell’anima e i profumi <br>d’oriente inservibili saranno,<br>vedrai come l’angoscia<br>potrà dove fallisce oggi l’istinto<br>materno, ricorda:<br>è sempre una giovane madre<br>che salva una vecchia puttana.<br><br>OTELLO (in preda all’ira):<br><br>Taci dunque, mestatore&#33; Io ti condanno al silenzio&#33;<br><br>JAGO (sussurrando tranquillo e sorridente):<br><br>Solo chi, negro, come te, declama<br>invece di parlare, dal silenzio<br>è infine piegato: chi sussurra,<br>come faccio, camuffa le parole<br>ed argini non trova, straripando.<br><br><i>Calano le luci</i><br><br><br><u><b>SCENA III</b></u><br><br><i>Sulla scena cala di nuovo l’oscurità. Sul fondale vengono proiettate scene di rovine e di mondanità. Si chiacchiera mentre passa la gloria del mondo e si beve l’ultimo martini quando ormai tutto è già trascorso. Stanca, la coscienza mondana tira tardi oltre la durata del mondo: non ha più scopo ma, avendolo in fondo sempre trascurato, per un po’ riesce a farla franca.</i><br><br><i>Entra il BUFFONE</i><br><br>BUFFONE (con voce radiofonica, stile cinegiornali LUCE):<br><br>Stanotte il Duce, presente il Doge, è stato convocato dal Gran Consiglio che gli ha conferito pieni poteri affinché predisponga la difesa del suolo patrio di Cipro dalle armi ostili che lo minacciano. Il perfido turco ottomano, da sempre nemico acerrimo della serenissima  Repubblica e dell’intera civiltà cristiana, muove guerra contro le nostre fortificazioni che, tuttavia, di sicuro  resisteranno invitte all’assalto fino alla vittoria finale. Il Duce ha dichiarato di non nutrire dubbi sull’eroica volontà dei nostri militi di respingere ogni offensiva, se necessario fino all’estremo sacrificio.<br>(cambia voce, si fa più ammiccante e allusivo, quasi sussurra al pubblico)<br>Pare però che i disegni di alcuni pittori paparazzi inchiodino il Moro alle sue responsabilità, circa il bel culo bianco di Desdemona intendo, e che il senatore Brabanzio, letteralmente furioso, gliene abbia domandato conto alla presenza di tutti quei gran signori: roba seria, ve lo dice un buffone&#33;<br><br><i>Entrano in scena OTELLO - JAGO in camicia di forza</i>  <br><br>OTELLO - JAGO:<br><br>Di te che caldo il sole a me rinnova<br>di giorno in giorno, sempre, e di quel laccio<br>dolcissimo, che avvince chi si trova<br>infine, a compimento del destino,<br>vorrei parlare, lieve, e invece taccio,<br>ché vano è dire l’aria del mattino:<br>tale è infatti l’incanto che ci lega,<br>tale la resa impavida dei cuori, <br>tale lo sguardo che lo sguardo strega,<br>nulla di grande v’è rimasto fuori.<br><br>BUFFONE (al pubblico):<br><br>Comincia bene, l’abbronzatissimo, di questo passo la condanna è certa…<br><br>OTELLO - JAGO:<br><br>Voi che a lungo ha guardato, o stelle e luna, <br>voi, venti, che frementi ha respirato,<br>voi, lieti giorni, che le date vita,<br>Amore  adesso accanto a me raduna<br>ché il ratto d’uno sguardo, istante o fiato<br>del bene mio, risani la ferita<br>che inflisse a me di lei la lontananza,<br>bella ch’ancor bellezza non avanza.<br><br>BUFFONE (al pubblico):<br><br>Uh-uh, da ergastolo: qui rischia i Piombi, e che buttino la chiave…<br><br>OTELLO - JAGO:<br><br>Amor che cielo e terra fece novi<br>per gli occhi degli amanti, e sempre allieta<br>d’indicibili altezze e di crudezze<br>repentine, quei cuori a cui non vieta,<br>presso di sé mi volle ed ai suoi rovi.<br>Come quel daino che ferito fugge<br>l’orda tetra dei cani<br>famelica, e si strugge<br>della vita che intorno trascolora,<br>io dissi: lascia che rimanga ancora<br>solitario e discosto dagli umani&#33;<br>Ei però mi mostrò due lumi accesi<br>di luce eterna, e timido un sorriso<br>come falce di luna nella notte:<br>e placò le mie lotte,<br>bella era tanto, ché di grazia il viso<br>alto splendeva sui poemi offesi.<br><br>BUFFONE (stupito, al pubblico):<br><br>Ma guardali, stavolta li ha colpiti: vibrano come pioppi quei malconci&#33; Sentimentali veneziani&#33; Li inganna con l’amore e loro scordano d’un tratto la lussuria, l’avorio e l’ebano, la bella chiappa dedita alla mazza&#33; Otello parla ma l’anima è di Jago… <br><br>OTELLO - JAGO:<br><br>Grato è lo sguardo di beltà vestito,<br>assorto da divine lontananze,<br>della mia donna, che pare rapito<br>aver d’Amore il verbo e le sembianze,<br>sicché più nulla avanza a chi la guarda<br>e l’anima si muove ad un sospiro<br>quando dinanzi a lei lieta s’attarda<br>quale pianeta che di stella il giro<br>fa eternamente. Le sue labbra schiuse<br>paiono rosa mistica e odorosa<br>fatta per dire il Cielo in terra muto:<br>e di splendore tutte circonfuse<br>fanno di lei dell’anima mia sposa<br>e aver non resta, ché già tutto è avuto.<br><br><i>Si sente un applauso fragoroso, accompagnato da urla di entusiasmo</i><br><br>BUFFONE (ancora rivolgendosi al pubblico):<br><br>E’ fatta&#33; Un altro delinquente è stato assolto&#33; Ora, se non vi dispiace, prima che cantino insieme “Grazie dei fior”, io me ne andrei a cagare… <br><br><i>Il Buffone esce di scena, calano le luci, un solo sagomatore rimane acceso su Jago</i><br><br>JAGO:<br><br>Ora che abbiamo salvato la testa<br>vediamo di non posarci sopra<br>un bel paio di corna, ché un inganno<br>tira l’altro: in principio fu il padre,<br>dalla bambola bionda raggirato,<br>poi noi che abbiamo infinocchiato<br>poco fa il Doge e tutto il Gran Consiglio;<br>chi il prossimo sarà turlupinato?<br><br><i>Si spegne anche l’ultima luce</i><br><br><i>Sipario </i> <br><br>(Arte - Sceneggiatura)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Fri, 10 Mar 2006 01:12:46 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Fantasia in culo a Walt Disney, di Fabrizio Pittalis]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=714&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <b>Fantasia in culo a Walt Disney </b><br><br>Chi non vuole possedere in tasca le balene<br>per trovarle volentieri poi disciolte in pianti grossi <br>marci rivoli tonanti con i canti a sfondatimpani <br>per oceani d’uccelli rimbombanti lungo setole di pettini <br>introdotti di straforo alla toilette senza un perche’ <br>e trichechi&#33; E trichechi con i baffi spettinati e urlanti sugli scogli <br>con un tocco d’universo dentro ai denti <br>tutt’allegri nei bicchieri insieme a tutti gli animali artici <br>rosa duri come setole di porci lerci a intarsiati nei momenti <br>corti e umidi inseguiti avantitutta involontari <br>come cieche vie di fuga dall’incastro in cui l’impasto ti rivela <br>ritornando con quel nodo di cemento che s’inghiotte <br>e non si scioglie non si scioglie non si scioglie non si scioglie più? <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Fabrizio Pittalis]]></author>
<pubDate>Thu, 09 Mar 2006 19:12:28 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Il caso Baricco, di Guido Conforti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=27&tes=713&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> Se non altro la garbata polemica innescata da Alessandro Baricco contro la critica letteraria italiana  ha avuto l’indubbio merito di rendere meno insopportabili i giornali in questo periodo di avvilente campagna elettorale.<br>Con crescente interesse i lettori che almeno un po’ si interessano di letteratura hanno seguito lo sviluppo dell’affaire, con l’attacco in apertura del suddetto Baricco, l’immediato arrocco di Giulio Ferroni e i vari interventi sul tema, da Edmondo Berselli ad Antonio Moresco.<br>Come vorrebbe la classica evoluzione di ogni “caso” i lettori dovrebbero schierarsi per l’una o per l’altra parte ed è, in fondo, ciò che quel gran furbastro di Baricco si attende: scaldare i milioni di cuori delle sue truppe cammellate e indicare loro un facile nemico su cui accanirsi; mettere alla berlina il pensiero “ufficiale” e rassicurare che i soldi spesi per acquistare Seta o City o Questa storia non sono stati buttati via, che le ore passate a leggerli non è stato tempo perso.<br>In verità prendersela oggi con un’Istituzione, qualunque essa sia, è fin troppo facile: non solo discende dai cromosomi più caratteristici della nostra razza italica, non solo non costa nulla, ma nel caso specifico c’è anche più di una buona ragione. Che la gran parte della critica letteraria italiana sia barricata nella propria torre d’avorio e non sia né lievito né maieuta di una “nuova letteratura” non è certo una scoperta di Alessandro Baricco.<br>Ma proprio per questo nel “caso” in questione c’è anche la possibilità di smarcarsi dai due schieramenti e di optare per una terza parte; di costituirsi parte civile per il soggetto offeso, ossia per la letteratura stessa.<br>La letteratura, infatti, esiste a prescindere dai milioni di copie vendute, che è argomento tanto risibile da smontare da subito il castello di carte baricchiano. Il successo popolare può discendere, infatti, dall’incontro profondo con la contingenza esistenziale di una società ovvero costituire semplicemente il prodotto di una buona azione di marketing. <br>Ma al tempo stesso la letteratura esiste a prescindere anche dalla pretesa che sia il mandarinato dell’intellighenzia ufficiale a sdoganarla. Ed esiste ad di là degli interessi di bottega propri dell’industria editoriale che per sua natura ragiona esclusivamente in termini di volumi e di profitti.<br>La letteratura esiste laddove un libro non è solo metafora, ma parte stessa del nostro tempo; capace di rappresentarlo così come di modificarlo, attraverso il ripetersi di quel gesto antico e potentissimo che è l’incontro tra la pagina e il suo lettore. Un incontro in potenza fecondo, capace di cambiare la prospettiva di vedere le cose, di stare nel mondo, di immaginare perfino la possibilità di un mondo diverso. Non l’intrattenimento più o meno riuscito di un’ora di vita altrimenti noiosa, ma un’ora di vita semplicemente vissuta, e senza il permesso della Endemol.<br>Questa letteratura esiste: basta cercarla, promuoverla, diffonderla; non per il narcisismo di qualche autore, ma perché può contribuire a rendere questo nostro mondo un poco migliore.<br> <br><br>(Teorie - Sull&#39;espressione artistica)]]></description>
<author><![CDATA[Guido Conforti]]></author>
<pubDate>Wed, 08 Mar 2006 11:56:12 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[In limine gossip, di Guido Conforti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=711&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> che ne diranno i ragni della mia morte il caffaro i miei dodici lettori il postino lo ziocarlo<br>e lo strenuo tarlo del comò o la sua genia che tutta notte gratta e mi rigratta l’anima <br>che ne dirà il besagnino all’angolo e il calzolaio suo dirimpettaio chi bagnerà <br>domani i miei gerani o moriranno anch’essi seccandosi pianpiano prima <br>i colori dopo la foglia e l’arbusto e la radice infine certo in fine l’anima <br>polvere di polvere che un trogide insaziato brillando <br>al chiardiluna senza volere scanserà di lato<br><br><br><i>Life-threshold charrado<br><br><br>what will spiders say about my death Cafarus my few readers the postman unclecharlie<br>and the brave woodworm in the chest or its pack that all night long&#39;s scratching and scrape my soul<br>what will say the greengrocer on the corner and the opposite cobbler who will water<br>my storksbills tomorrow or they also will die slowly-slowly drying colors<br>before then the loaf and the shrub and the root and finally - sure - the soul<br>dust of dust that an unappeased hide-beetle glittering<br>in the moonlight will inadvertently shun aside</i><br>(traduzione di Roberto Gasco) <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Guido Conforti]]></author>
<pubDate>Thu, 02 Mar 2006 10:42:29 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Carlo Romano su Ricreazione, di Guido Conforti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=29&tes=708&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> Sulla pagina culturale del Secolo XIX del 23 febbraio.<br>Ne ha preso solo una parte, ma tant&#39;è: purché ne parlino. <br><br>(Teorie - Critica &amp; recensioni)]]></description>
<author><![CDATA[Guido Conforti]]></author>
<pubDate>Thu, 23 Feb 2006 11:15:09 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[RIPENSARE LA LAICITA&#39;, di Andrea Rossetti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=28&tes=707&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[Lo stato laico: il grande equivoco]<br><br><br><br> <b>Cos’è la laicità?</b> Tecnicamente è ciò che distingue una certa forma di Stato da quella caratterizzata, invece, da un più stretto legame con la confessione religiosa, lungo l’arco che va dal semplice Stato confessionale alla teocrazia vera e propria.<br>Definiremo quindi la laicità innanzitutto come un modo di concepire le istituzioni atto a separarle dall’ambito confessionale senza, tuttavia, che questa distinzione comporti un’opposizione ideologica alla religione. <b>Da un punto di vista linguistico, laico è l’antitesi di confessionale, non di religioso</b>. L’ambito della laicità è strettamente <i>tecnico</i> e circoscritto alle istituzioni: la laicità ha una natura asettica, formale (che non significa <b>non</b> determinante, bensì determinante secondo la forma), e questa purezza istituzionale è la garanzia prima della sua piena effettività.<br>Lo Stato, quindi, è laico e questo carattere tecnico riveste un’importanza decisiva allorché la forma di tale Stato è quella democratica. La democrazia, infatti, esalta il significato propriamente istituzionale della laicità, affinché l’assetto dello Stato sia realmente al di sopra delle parti e rappresenti equamente il popolo, titolare della sovranità, nella sua interezza. In questo senso, la laicità assume un rilievo anche politico: sottrae, cioè, i fondamenti istituzionali alla strumentalizzazione di partiti e organizzazioni, estendendo quindi la sua funzione tecnica di argine ben oltre l’ingerenza confessionale propriamente detta. La laicità marca un confine tra l’assetto generale e le vicende politiche e culturali che caratterizzano la vita di una nazione democratica.<br>Se quindi la <i>ratio</i> della laicità è squisitamente istituzionale, essa non potrà in alcun modo essere trasformata in ideologia né potrà divenire parte in causa nel confronto politico senza risultare profondamente snaturata nei suoi stessi fondamenti. In altre parole: un partito o un’organizzazione che facessero della laicità dello Stato la propria bandiera finirebbero per dar vita a un feticcio “militante”, a un surrogato malamente connotato in senso ideologico. Ciò è facilmente dimostrabile analizzando la <b>relazione peculiare tra laicità e diritto</b>. Quando questa si determina, <i>in primis</i> nel diritto costituzionale, ha come risultato una mediazione culturale tra istanze diverse e a volte persino in conflitto oggettivo tra loro. La laicità, cioè, è l’equilibrio <i>super partes</i> proprio della giurisprudenza costituzionale. Di nuovo, quindi, un fatto tecnico e formale. Tant’è che l’oggettività della norma, la sua effettività, è poi un compromesso fra esigenze differenti, laico nel metodo ma relativamente etico nel merito. Se la laicità è quindi formale rispetto alle istituzioni e metodologica riguardo al diritto (ha cioè caratteristiche <i>tecniche</i>), non potrà trovare sostanza in oggetti che non siano la forma istituzionale e il compromesso legislativo (pieno in ambito costituzionale, mediato in sede ordinaria dal rapporto specifico col potere esecutivo). <u>Ciò esclude in via definitiva che possano sussistere partiti politici della laicità</u>. Un partito è per definizione <i>di parte</i>, è <i>una</i> parte, quindi è già nel suo statuto antitetico alla laicità stessa. Ciò non deve scandalizzare, finché i due ambiti rimangono “laicamente” separati: la laicità appartiene infatti a una sfera distinta da qualsiasi militanza confessionale, anche politica. Si può dire, anzi, che un’autentica coscienza laica è quella che si riconosce onestamente come parte in causa, quindi in una condizione <i>“altra”</i> rispetto alla laicità.<br>Una parte politica o un’organizzazione, oltre a non potersi dire laiche in quanto confessionali per definizione, compiono un’autentica contraffazione, un’operazione di triviale propaganda, allorché cercano di accreditare come laica la loro <b>battaglia antireligiosa</b>. Come si è detto, infatti, laicità e religiosità non sono in antitesi, anzi la laicità garantisce la religiosità al pari di tutte le altre parti in causa (il che significa che la religiosità può e deve, secondo la propria natura, contribuire alla vita pubblica in tutte le sue forme).<br>E’ bene ribadirlo: <u>uno Stato laico è semplicemente uno Stato formalmente e metodologicamente non confessionale</u>. E’ laicità malintesa e volgarizzata quella che, secondo alcuni, dovrebbe espellere le religioni dalla vita pubblica: la vera laicità, infatti, non è dalla parte dei non religiosi; la laicità è, molto più semplicemente, l’essere delle istituzioni al di sopra delle parti, di tutte le parti. Una parte che, in democrazia, si appropriasse della laicità identificandola coi contenuti della propria azione politica, caratterizzata magari in senso antireligioso, agirebbe prima di tutto a danno della laicità stessa. Identificandosi arbitrariamente col metodo e con la forma delle istituzioni democratiche, infatti, quella parte - che è parte in causa – delegittimerebbe implicitamente le altre rendendole avversarie della laicità per il solo fatto di esserle antagoniste. Potremmo definire un simile tentativo come l’espressione di un autoritarismo non convenzionale fondato su una variante demagogica della democrazia. Ciò comporta un’altra conseguenza gravissima: allorquando, infatti, la natura tecnica della laicità viene espropriata al suo ambito elettivo, che è formale e metodologico, nel divenire <i>merito</i> di una particolare azione politica, si determina una mutazione (non necessariamente decisiva ma sempre tendenziale) della democrazia <b>in senso tecnocratico</b>, alla quale fanno seguito la perniciosa formazione di un’<b>etica pubblica</b>, sineddoche totalitaria di stampo demagogico della laicità, e l’asservimento, anch’esso demagogico, degli individui ai suoi parametri di giudizio. <br><br>(Teorie - Filosofia &amp; scienze umane)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Fri, 17 Feb 2006 23:47:14 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Arnon Grunberg: “Il genio e il suo doppelganger”, di Ferdinando Pastori]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=17&tes=704&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> “<i>There is no one who writes so much and with such virtuosity as Grunberg…He writes about a desperate war in the only sensible way possible, by allowing absurdity to triumph. The pace and intrigue hark back to the more farcical novels of the start of his career, Blue Mondays and Silent Extras… Given the world view Grunberg displays in this novel, sparing no one, insulting everyone (they are whores and punters, without exception), one wonders whether with this The Jewish Messiah he may have written his own Satanic Verses</i>”. De Groene Amsterdammer<br><br> <br><br>(Risorse - Bibliografia)]]></description>
<author><![CDATA[Ferdinando Pastori]]></author>
<pubDate>Sun, 05 Feb 2006 16:47:36 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[COPULO ERGO SUM, di Andrea Rossetti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=28&tes=702&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[Cronache dalla decadenza]<br><br><br><br> Qualche giorno fa sono stato invitato al vernissage della Fiera d’Arte Contemporanea di Bologna e ho fatto una lunga passeggiata tra gli stand delle gallerie, alcune molto importanti. Ciò che mi ha colpito di più, a parte lo scarso livello generale dell’esposizione, è stato lo strano contrasto tra il pubblico presente e i soggetti per antonomasia dell’arte odierna: <b>il corpo umano e il sesso</b>. Per chi non lo conoscesse, il mondo dell’arte contemporanea è una carnascialesca fiera delle vanità, una passerella per una finta avanguardia culturale che ormai da anni fa il verso al <i>glamour</i>, insegue la trovata <i>in fashion</i>, si crede <i>trendy</i>. Roba per ricchi <i>radical chic</i> ossessionati dalla trasgressione libertaria. Il guaio è che, vedendo quella lunga serie sguaiata di <b>sederi, organi genitali, accoppiamenti, immagini trans, fetish, bondage, sadomaso</b>, si capiva benissimo che la trasgressione è ormai divenuta uno stanco conformismo. Il feticismo del corpo divenuto utensile a fini di libido è la foglia di fico di un’abissale mancanza di idee e di cultura, un rassegnato puntare sul vacuo sensazionalismo di un pensiero scadente. Schiavo di tutto quanto il resto, l’uomo contemporaneo fa perno sul pube e gira a vuoto, come una ridicola trottola, magari firmata Armani o Dolce&amp;Gabbana, per salvare l’anima borghese dell’orgoglio belluino. Quel che mi mancava di più, mentre passeggiavo disattento tra gli stand, era la sobrietà, lo stile (venivo dalla lettura delle <i>“Meditazioni”</i> di Cartesio, dovete compatirmi), attributi di chi ha qualcosa da dire e che, quindi, non deve preoccuparsi di agghindare ciò che non ha da dire. Dicevo, però, del contrasto. Ebbene sì, l’ironia involontaria dell’esibizione mondana stava nella divergenza irresolubile tra la smagliante sinuosità dei corpi riprodotti nelle opere e l’aspetto terreo dei volti, la bruttezza segaligna o butirrosa delle silhouette, l’inutile ridondanza dei trucchi e dei belletti sui tratti fatiscenti, le voci chiocce dei presenti intente a salutare i soliti Dado, Puppi, Giangi, Gigiotto, Netty (in realtà Anastasia, residente a Valvisciolo, provincia di Latina): un’umanità residuale, decrepita, una galleria di affettate scimmie postmoderne. Questa esperienza quasi ludica mi ha indotto a riflettere sul manifesto collegamento tra il declino culturale dell’occidente - ormai in grado di esprimersi, salvo rare eccezioni, solo nell’ambito di un <i>kitsch</i> passato dal citazionismo dei suoi albori alla ripetitività ossessiva di oggi - e il passaggio dalla cosiddetta <b>liberazione sessuale</b> a quello che potremmo definire un <b>sessualismo della libertà</b>. La frontiera della libertà occidentale ha ormai contenuti essenzialmente sessuali e le scelte sessuali sono state elevate al rango di diritti civili da reclamare. Si dice che chi parli tanto di sesso in realtà ne faccia poco: ebbene io credo che la sessualizzazione della cultura sia quantomeno sintomo d’impotenza culturale. <br>Spinto da queste riflessioni ho collezionato una galleria di testimonianze di questa follia generale che vale davvero la pena di elencare.<br>Innanzitutto, l’industria cinematografica ha pensato bene di dedicare una pellicola a quel brav’uomo di <b>Alfred Charles Kinsey</b>, l’entomologo americano autore del famoso rapporto-bufala secondo il quale il 10% della popolazione mondiale sarebbe omo o bisessuale (smentito poi dagli studi più recenti che danno quella percentuale intorno al 2-3%), ma soprattutto noto sostenitore della pedofilia. La sua biografa Judith Reisman si è chiesta, giustamente, su quali basi costui possa avere affermato nei suoi lavori <i>“che bambini di due mesi hanno avuto un orgasmo o che un bimbo di 4 anni ha avuto 26 orgasmi in 24 ore”</i>. Suppongo sia difficile pensare che certi rilievi siano stati fatti con un contatore geiger. Un personaggio a dir poco oscuro che però, agli occhi degli erotomani di tutto il mondo, ha avuto il grande merito di affermare che “la normalità non esiste”. Ma proseguiamo. Ogni buon sito gay che si rispetti annovera tra le sue tesi baluardo le <b>450 specie animali</b> sulle quali si sono osservati comportamenti omosessuali. A prima vista salta agli occhi la totale assenza del sospetto che un comportamento animale e la psicologia umana siano ancora due cose distinte e ciò è curioso proprio da parte dei più accaniti avversari della legge naturale. Tant’è, come si dice non spacchiamo il capello in quattro. E’ grave, però, che nessuno faccia riferimento a ciò che gli etologi dicono davvero circa il significato di tali comportamenti, che sono appunto giochi, atti di sottomissione, meccanismi di controllo demografico che non implicano mai la rinuncia alla funzione riproduttiva (per i maschi, infatti, non comportano nemmeno l’eiaculazione). E poi, se veramente madre natura ci indicasse la via da seguire in materia di sesso, perché mai non celebrare le abitudini erotiche della mantide religiosa che, com’è noto, nel corso dello struggente accoppiamento accoppa il partner? Immagino che il povero animale non venga adeguatamente considerato per via dell’aggettivo: non sia mai si dovesse scoprire che la mantide, oltre che genericamente “religiosa”, è pure cattolica. Andiamo oltre. C’è un tizio di nome <b>Maurizio Turco</b> (che - non so perché – mi fa pensare a Peppino De Filippo ne <i>“La banda degli onesti”</i>: ricordate lo squattrinato tipografo Lo Turco, quello al quale Totò storpia sempre il cognome in “Lo Struzzo”, “Lo Trucco”?), già deputato europeo (lei non sa chi sono io&#33; ma mi faccia il piacere&#33;) e segretario di <i>anticlericale.net</i>, che, a margine di un comunicato stampa riguardante un caso di molestie su minori da parte di un sacerdote, ha affermato che le gerarchie cattoliche sono <i>“tutt’oggi incapaci di governare la piaga delle deviazioni e sofferenze sessuali, provocata dalla politica sessuofobica vaticana.”</i> Costui dimentica ovviamente che l’aumento dei reati a sfondo sessuale non è una particolare caratteristica del mondo ecclesiastico: i dati in questo senso sono inquietanti e parlano di una crescita diffusa, generale ed esponenziale, in una società che, lungi dal condividere la &quot;sessuofobia&quot; vaticana, ha fatto proprio della liberazione dei costumi sessuali il suo principale motivo d&#39;orgoglio. Pare quindi non azzardato dedurre che la Chiesa, che non vive nell’iperuranio, sia semplicemente coinvolta da questo trend generale e che la “politica sessuofobica” c’entri quindi come i cavoli a merenda. L’aumento vertiginoso dei crimini sessuali è dovuto proprio all’erotomania galoppante, l’esatto contrario della tendenziosa tesi di Lo Turco, pardon di Turco. A questo proposito una perla: anticlericale.net ha qualche relazione col <b>Partito Radicale</b>. Negli anni ’80 la radio nazionale danese mandava in onda un programma il cui titolo in italiano suona così: <i>“<u>Papà, posso giocare col tuo pisello?</u>”</i>, un cult per i pedofili di tutto il mondo. Beh, indovinate quale radio mandò in onda la versione italiana? Ma è ovvio: <b>Radio Radicale</b>. E, come diceva sempre il buon Peppino, ho detto tutto. Procediamo ancora. Ho scoperto una strana relazione di amore-odio tra il mondo omosessuale e quello pedofilo. Da una parte sappiamo che l’associazione americana di pedofili NAMBLA (North American Man-Boy Lovers Association) ha fatto parte per ben dieci anni dell’ILGA (International Lesbian and Gay Association, tra l’altro organo consultivo dell’Economic and Social Council dell’ONU), dopo aver contribuito attivamente alla sua fondazione, e che in Belgio  le associazioni omosessuali hanno chiesto e ottenuto, nel 1990, la depenalizzazione dei rapporti sessuali con minorenni al di sopra dei 12 anni, dall’altra, però, pare sia in corso tra loro una baruffa di proporzioni planetarie documentata su un sito che se ne sta bellamente in rete col titolo <b>“Danish Pedophile Association”</b>. I pedofili ne dicono di tutti i colori sugli omosessuali e, rivendicando le comuni origini patologiche e lamentando il diverso trattamento da parte dell’APA e dell’OMS, al grido di muoia Senz’ano con tutti i filistei, fanno una serie di piccanti rivelazioni sulle modalità con le quali i gruppi di pressione omosessuali avrebbero ottenuto la famosa “cassazione” dall’elenco del DSM (pare addirittura che gli attivisti gay picchettassero i convegni dell’APA coi manganelli in mano). Vi assicuro che, se non ci fosse di che piangere, la lettura ricorderebbe un delirio surreale dei fratelli Marx. <br>Ecco, questo è un piccolo assaggio di cos’è diventato l’occidente libertario: <b>un grande, triste e autoreferenziale bordello</b>. <br><br>(Teorie - Filosofia &amp; scienze umane)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Mon, 30 Jan 2006 10:26:23 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Note su &quot;Ricreazione&quot; di Guido Conforti, di Flavio Toccafondi]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=29&tes=699&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> Note su Ricreazione di GUIDO CONFORTI, ed. Marcovalerio.<br><br><br><br><br>La chiave di lettura del libro è forse nelle parole &#8220;la carica potenziale intrinseca nelle cose stesse&#8221;, lette nella post-fazione. Da lì bisogna partire per comprendere affondo il rapporto del possibile-non possibile di questa (queste) storie, queste vite appese, come ognuna delle nostre, a scelte da compiere o a rimandi da fare, quasi fossero (le storie descritte da Conforti) in silenzio, solitarie benché unite da quell&#8217;unico minuto che le rende parte di un globale, inteso come partecipazione fisica al mondo ma soprattutto come potenziale non-partecipazione al mondo.<br><br>Il gioco è narrato con astuzia, la scelta del non racconto, assolta ogni volta che la storia si spezza, che rimane tronca, ti conduce per mano negli infiniti chiaroscuri di questi corpi sparsi per il mondo, in apparenza astratti e scollegati tra loro da una distanza che li rende punti a pois, per intenderci, su una gonna anni &#8217;80. <br>E invece ecco la chiave di volta, il centro nevralgico che riporta tutto a un senso di appartenenza globale; i tanti &#8220;mi ricordo&#8221; che cadenzano a intervalli più o meno regolari la lettura del libro rappresentano il filo rosso, la memoria comune, il lampo che accomuna persone sparse su un&#8217;intera nazione e, talvolta, nei casi di certi &#8220;mi ricordo&#8221;, su un intero mondo. <br>Ogni singolo &#8220;mi ricordo&#8221; ti solleva dalla ricerca di una ragione &#8220;letteraria&#8221; che colleghi queste anime appese in attesa, ti suggerisce che non è il contenuto o la curiosità quello che devi seguire nella lettura del libro ma un matematico s(o)egno che ogni volta ti ricorda che comunque sia sei parte di un tutto e che dunque qualsiasi cosa potrà o non potrà accadere, così come del resto potevano (non) accadere i tanti &#8220;mi ricordo&#8221;, se Conforti non avesse mai visto il &#8220;Mistero buffo&#8221; di Fo o se non avesse mai usufruito del servizio ristorante sul Pendolino. <br>L&#8217;apparente non senso dei &#8220;mi ricordo&#8221; a mio avviso non è poi così astratto, essendo ognuno di quei tratti parte anch&#8217;essi di qualche antico minuto che ha preceduto una scelta casuale nella vita di Conforti.<br><br>E dunque ecco un libro carico di sperimentazione, di spinta potenziale verso l&#8217;altro, una forma comunicativa che abbandona scelte facile suggerendo potenziali scelte di scrittura solamente accennate. Ecco un saggio di come si potrebbe scrivere, passando dalle eleganti forme narrative calviniane a tensioni nervose stile Hubert Selby Jr (vedi il quadro successivo al &#8220;mi ricordo&#8221; nr° 505). E soprattutto, ecco un libro che ti fa ricordare qualcosa o qualcos&#8217;altro, un libro che puoi leggere sorridendo in un vagone della metropolitana a Roma o Milano poiché cadenzato a tratti di minuti come le fermate della metro B.<br>Ecco un libro interessante che poteva essere e magari è stato, e che in ogni caso posizioni nel comparto centrale della tua libreria, quello in cui metti i libri che ogni tanto riprendi, perché hanno detto delle cose.<br><br><br>Flavio Toccafondi<br> <br><br>(Teorie - Critica &amp; recensioni)]]></description>
<author><![CDATA[Flavio Toccafondi]]></author>
<pubDate>Sat, 14 Jan 2006 08:02:48 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[STATO DELL&#39;EFFIMERO, di Paolo Delmonte]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=19&tes=695&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[Notes on visual art mafia II]<br><br><br><br> Sono a New York da alcune settimane e giro per le strade di Chelsea cercando di vedere qualcosa di interessante. <br>Il soggetto è un cadavere, ha il corpo in parte esploso sopra il cofano di un’auto, sulla strada di una città mediorientale: la mostra da Gagosian è una orribile tapezzeria di pittura firmata Damien Hirst e assistenti. Impersonale, incolore, prevedibile, ricopiata dai canoni iperrealisti, ovvietà mediatiche che tutti abbiamo già assunto. Osservo i frequentatori: fantasmi, sempre meno curiosi e intimiditi di essere qui, in questo tempio enfatico e privato, che vende l’ambiguità indifferenziata e confusa dell’attualità della cultura come merce: vendere arte come scarpe. Queste opere infatti hanno la stessa aura di un paio di Nike. Nuove ma già vecchie e soprattutto mediocremente brutte. Ma le gallerie note sono solo le punte di un iceberg, le altre centinaia e centinaia che non riescono a farsi un nome sopravvivono a stento per qualche anno vendendo un’estenuante oggettistica decorativa di vario assemblaggio ed inefficacia merceologica. Una limousine nera parcheggiata di fronte alla galleria accanto, ha un autista che parla slavo, guardo dentro e vedo vari assemblaggi di croste pittoriche e mostruosità concettuali già viste, la nostalgia del cattivo gusto. Trovo due gallerie che vendono pezzi storici da manuale d’arte: minimalismo e fluxus. Il primo originale modernariato. Entro da Comme des Garçon che vendendo vestiti, cioè glamour puro, non ha bisogno dell’ambiguità del critico che spieghi e certifichi l’ovvio o l’insensato. Il negozio della stilista giapponese che da più di venti anni ha successo tra i frequentatori d’arte, è strategicamente posto nella strada delle gallerie alla moda e dice involontariamente qualcosa di più sul declino aleatorio, visivo e intellettuale di tutto un sistema a monte di tali imprenditori e clienti. Il declino qui va inteso come dipendenza agli orientamenti di un gusto imposto, mancanza di autonomia, debolezza e confusione intellettuale, insensibilità, frammentazione, arbitrarietà, ingannevole libertà, profonda superficialità e incapacità degli artisti e cronisti di usare le tecniche e gli strumenti dell’attualità per superarla.<br>Al Guggenheim è stata inaugurata da poco l’istallazione di Rirkrit Tiravanija, in una sala all’ultimo piano un emettitore amatoriale di onde radiotelevisive costruito dall’artista emette il suo debole messaggio video in una stanza accanto all’interno del museo. Il curatore nel testo di presentazione recita che questa istallazione riguarda la costituzione e la legislazione delle emittenti radiotelevisive. L’opera dovrebbe porre l’accento su una questione controversa, quella della libertà dell’etere. Si sta risolvendo il grado infimo della cultura dell’arte e della sua avanzata mistificazione proponendosi un qualche messaggio sociale se non una credibilità politica per di più democratica: ma oggi l’arte ha abbandonato da tempo la sua natura progettuale, utopica e alternativa per diventare enfasi del becero status quo politico che rappresenta e a cui saldamente appartiene. Il velo di ambiguità è ormai rotto; l’arte nella sua gestione mediocre è solita inscenare simili apparati, teatrini delle ovvietà perbeniste e liberal dai doppi standard, dove si recitano, tra amici e conoscenti –giusto per falso pudore, le piccole memorie delle utopie democratiche fallite. <br>Per completare il panorama, anche l’estensione rinnovabile e giovane del Moma, il Ps1 conferma da tempo e alla lettera questa spensierata, anestetizzata inconsistenza della monocultura epigonale, disneyana dell’occidente, nella sua decorativa, colorata e insignificante mostra annuale. Altre gallerie vendono euforia mediatica come Deitch Project, cercano ormai di operare una transazione sui simboli di un simulacro di metacomunicazione. Tutto passando per la moda (ancora?) e il rock ultima deriva nobile e reazionaria della cultura pop. Una tale acrobazia è possibile solo in virtù di un residuo della memoria virtuale di una storia passata dell’arte ancora percepibile. Piccola mitologia della confusione bohémien in atto. Le mostre spettacolo dei Fischerspooner, o di David Lachapelle, sono un esempio di questi sopraffini camp simulacra. Una normale gourmandise da giornalisti più o meno colti ed esperti in amenità urbane come lo era Susan Sontag, madrina infatti della definizione e delle amicizie camp.<br>L’unica cosa che mi sorprende è il senso dell’effimero, di déjà vu persistente; in questi ambienti si respira un’atmosfera retrograda, che l’arte attuale non fa che introiettare ed enfatizzare. <br>Entro al New Moma da poco restaurato, e so che cammino sulla superficie più costosa del pianeta. La prospettiva mobile dei tapis roulant, fa passare in rivista le centinaia di sculture e i quadri delle avanguardie europee. Sono disposte in fila, oppure assiepate come trofei. Per la prima volta vedo le opere come oggetti con un plusvalore attaccato da qualche parte. Questo luogo sembra servire a dimostrare fisicamente che il centro del mondo è scomparso, come il valore della cultura che generò quelle opere. E’ rimasto il gioco del transito delle idee e delle attribuzioni arbitrarie di valore. Dietro le enormi pareti a vetri la città continua la sua frenetica corsa verso il nulla. <br><br>Mi chiedo quanto ancora l’arte possa conquistare l’interesse e sia ancora un luogo del desiderio, o sia in fase di transizione verso una autoutopia annichilita a livello egotico, chiusa nella propria banale singolarità. Dove la persona è già da tempo l’espressione dell’impero e delle sue varianti, come dicono acutamente i Tiqqun parigini.<br>In Cina, a Pechino, nei nuovi quartieri di Chaoyang district il prodotto d’arte è quasi identico, con in più la cifra ambigua del regime comunista a fare da cornice. Ma il gioco d’immagine anche qui è ormai vecchio ed esausto: l’interesse giornalistico indotto dalla perversa infatuazione occidentale dura pochissimo: l’artificialità dell’operazione è evidente e stucchevole, qui in particolare è stridente ed artificiosa, come la bassa qualità della pittura così come la triste ed inutile ansia di adeguamento ideologico dell’ ”artista orientale” già replicato, già specchiato ad un qualsiasi giovane e mediocre artista inglese, americano o occidentale. <br>Il senso di questa generale proliferazione industriale creativa sarebbe da cercare nell’effetto evocatore, mitologico, libertario e illusoriamente equilibratore che l’idea dell’arte nell’immaginario comune e mainstream ancora veicolerebbe. Ma questo segno anticato non corrisponde più alla realtà del prodotto. L’arte a livello politico e gestionale si vuole che sia solo un prodotto industriale innocuo, rinnovabile e controllabile come tanti altri. Da tempo il sistema arte produce quello che Barthes chiamava nel suo Sistema della Moda: la variazione e la ripetizione, cioè una sospensione o interruzione della creazione artistica vera e propria. La proliferazione in questo caso è l’evidenza di una mancanza. Manca l’arte che cambia i codici di una cultura. Al suo posto c’è l’oggettistica invasiva e fluttuante che variabilmente gli arbitri di successo della critica decreteranno come arte del momento. Il sistema della moda è inesauribile. Naturalmente finché c’è una utenza disponibile ed interessata.<br><br>Sempre sotto il grande ombrello dell’attualità, la mostra di Magnus von Plessen da Barbara Gladstone è una nota di colore pittorico. Una quindicina di quadri tra astrazione e figurazione, sono come una proiezione neoromantica e infallibilmente decorativa. Una simulazione di un “nuovo” purismo pittorico. Ma come spesso succede in questi casi la comunicazione del prodotto è più importante del prodotto stesso. La programmazione teorica che certifica e accompagna queste opere di successo è più credibile del risultato visibile. L’aspetto stilistico deve essere previsto e deve essere funzionale al sistema. Sono io che non riesco a percepire il loro valore visivo? O è lo Zeitgeist attuale del sistema mondano di scelta degli artisti che è incapace di percepire la possibilità di una ricodifica realmente nuova? <br>In Europa più di mille anni fa in modo forse simile ad oggi era impossibile per l’artista riprodurre il canone di armonia della pienezza antica, greca apollinea. La prevalenza stilistica barbarizzante cancellava ogni altra possibilità di visione, di creazione. Oggi la sottigliezza teorica e i principi di individuazione di una nuova possibilità di ricodifica sembrano più che mai elusivi. In special modo proprio rispetto ai canoni correnti, alla forma mentis di chi opera dentro la cerchia delle scelte sistematiche e ripetitive dell’industria culturale o dell’efficacia del successo dentro i media. <br><br><i>Paolo Delmonte</i> <br><br>(Risorse - Arti visive)]]></description>
<author><![CDATA[Paolo Delmonte]]></author>
<pubDate>Mon, 19 Dec 2005 20:46:30 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Laing - Intervista sul folle e il saggio, di Cristina Modigu]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=16&tes=694&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <br><br><br><br>‘la concentrazione sull’aspirazione e l’espirazione, ..   <br><br><br><br><br><br>Tutto si riassume nel fatto che tu non pensi a nulla. Semplicemente ti concentri su un punto, e continui per tutto il tempo che puoi, senza fare nient’altro. E intanto nella tua coscienza avvengono diverse trasformazioni, e tu non fai che notarle,<br><br><br><br><br>…in quelle cose, oggetti o punti che noi spesso teniamo ingenuamente per molto importanti, non c’è alcuna costanza, o costante realtà sostanziale. <br><br><br><br>Non possiamo dire che <i>siamo</i>, e neppure possiamo dire in maniera in equivoca che non siamo. Così noi siamo questo particolare tipo di essere che è e non è, che nullifica ininterrottamente se stesso.<br><br><br><br>(il sistema nervoso centrale) ..l’integrità delle varie parti di quest’ultimo e il suo funzionamento costituiscono, congiuntamente – entro certi limiti – all’intero organismo, la precondizione della nostra capacità di manifestare ad altri la nostra psiche o l nostra mente, e viceversa..<br><br><br><br><br>Per esempio, se la composizione dell’<i>atmosfera</i> <i>non</i> è quella appropriata, o se la composizione del nostro ecosistema dovesse variare, nessuna manifestazione della nostra mente potrebbe avere luogo, <br><br><br><br>Si potrebbe forse parlare di una psicosfera, di una dimensione psichica che non è localizzata in nessuno degli innumerevoli luoghi puntuali del cervello.<br><br><br><br><br><br>..nostro modo di ordinare le cose&#39;<br><br><br><br><br><br>(tratto da &#39;Laing - Intervista sul folle e il saggio - a cura di Vincenzo Caretti, <br>Laterza, 1979) <br><br>(Risorse - Testi)]]></description>
<author><![CDATA[Cristina Modigu]]></author>
<pubDate>Tue, 13 Dec 2005 00:43:40 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[LE CREAZIONI DEL LETTRISMO, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=17&tes=691&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br>OCRA/ARCHIVIO<br>Studies on the European Avant-Gardes<br> <br><br>--------------------------------------------------------------------------------<br><br><br>LE CREAZIONI DEL LETTRISMO<br>di ISIDORE ISOU<br><br>Il lettrismo é un movimento di creazione alla stregua del classicismo o del romanticismo, che si afferma capace di trasformare anzitutto l&#39;insieme delle discipline estetiche del suo tempo, dalla poesia al teatro, passando attraverso la pittura, e di rinnovare quindi gli altri settori della cultura, tanto filosofici che scientifici. Si può menzionare il lettrismo nello stesso modo in cui si menzionano la cultura greca od il Rinascimento e lo si può altresì denominare creazionismo o novatismo.<br><br>1. QUALE APPORTO HA RECATO IL LETTRISMO NELL&#39;AMBITO DELLA POESIA?<br><br>1) Considerando che la funzione della parola, nella poesia, si é ormai esaurita, il nostro movimento ha proposto l&#39;impiego di un elemento più puro e più pro fondo di versificazione: la lettera. Separando integralmente ed impietosamente la poesia fonetica dalla poesia &quot;di parole&quot;, trasformando l&#39;ordine autonomo e nuovo in una forza irreversibile, ricca di possibilità espressive che occorreva esplorare in ogni settore, &quot;d&#39;ampiezza&quot; o &quot;di cesello&quot;, cosciente, automatico o distruttivo; dedicandovi opere e manifestazioni teoriche e liriche indipendenti, abbiamo dato vita alla più importante scuola poetica dopo quel la surrealista.<br><br>2) Procedendo oltre, il nostro movimento ha proposto il sistema afonico o muto in cui le particelle pronunziate sono inudibili o silenziose.<br><br>3) Procedendo ancor oltre, il nostro movimento ha proposto l&#39;estapeirismo (od estetica infinitesimale), disciplina basata sull&#39;impiego di particelle prive di significato immediato in cui ogni singolo elemento in tanto esiste in quanto permette di immaginarne un altra, inesistente o possibile.<br><br>in precedenza la storia della poesia aveva conosciuto un sistema che avesse prodotto un così gran numero di elementi inediti e di nuove strutture formali.<br><br>2. QUALE APPORTO HA RECATO IL LETTRISMO NELLA PITTURA E NELLA SCULTURA?<br><br>1) Registrando l&#39;esaurimento della struttura figurativa e considerando approdo banale la struttura non figurativa od astratta, il nostro movimento ha proposto una nuova struttura formale: la lettera od il segno, distinta radicalmente dalle forme più antiche per farne un campo di lavoro autonomo, ricco ed inesauribile, attraverso il quale deve essere riveduta e nuovamente creata l&#39;arte plastica del passato.<br><br>Non esiste, naturalmente, alcun rapporto fra - da un lato - le scritture o le calligrafie pratiche, fondate su una serie di segni stereotipati e - dall&#39;altro - la super-scrittura lettrista che abbraccia miliardi di segni reali o possibili e che assume di trasformare in primis le discipline artistiche visive e, quindi, taluni aspetti filosofici o scientifici della comunicazione; non più di quanta ve ne sia tra le astrazioni primitive, di natura pratica, e l&#39;astrazione estetica o fra i disegni dei folli degenerati e le opere surrealiste.<br><br>2) Considerando che tutti gli arricchimenti relativi ai materiali ovvero alla meccanica plastica apparivano frammentari o fasulli - poiché si ponevano carie rivolgimenti intrinseci alla for ma - il nostro movimento ha proposto la meca-estetica integrale che utilizza tutte le sostanze esistenti, già impiegate o meno, ne crea d&#39;inedite, le colloca nell&#39;ambito para-artistico loro proprio, impedendo in tal modo che la creazione plastica venga sviata dal suo obiettivo essenziale, la creazione di nuove forme (lettriste, ipergrafiche, infinitesimali) ed ampliando, nel medesimo tempo, l&#39;impiego dei dispositivi estrinseci, limitato sinora ai un solo settore visuale, astratto o figurativo.<br><br>A partire dalla meca-estetica integrale, il nostro movimento ha forgiato inedite meccaniche frammentarie, quali il &quot;mobile&quot; vivente, la pittura a-ottica, la plastica polverista ecc..<br><br>3) Muovendo dall&#39;idea che un&#39;opera compiuta costituisce la negazione delle opere da realizzare, il nostro movimento ha proposto la meccanica laterale del quadro supertemporale od infinitesimale applicabile a tutte le arti e non soltanto alle arti plastiche, meccanica costituita da supporti sui quali gli amatori potranno realmente lavorare e ricominciare ad elaborare ciascuno dei dettagli formali per secoli e secoli.<br><br>Grazie al sistema basato sulla forma pura della lettera o del segno, fondata a sua volta sulla meca-estetica integrale e sul quadro supertemporale, il nostro movimento sarà considerato un giorno come il più importante sistema plastico sorto dopo quello del prima Bauhaus astratto.<br><br>3. QUALI APPORTI HA RECATO IL LETTRISMO NEL CAMPO DEL ROMANZO?<br><br>1) Considerando che le parole utilizzate nella prosa sono divenute logore dopo i giochi linguistici del Finnegan&#39;s Wake di James Joyce, la nostra scuola ha rivelato la meta-grafia od ipergrafia che nell&#39;ambito della frase sostituisce i termini fonetici con dei &#39;disegni&#39;, introducendo nella scrittura alfabetica non soltanto l&#39;arte pittorica bensì i grafismi e gli anti-grafismi propri di tutte le immaginazioni individuali; in seguito, questa nuova forma é venuta arricchendosi. della grafologia, della calligrafia, d&#39;ogni genere di enigma e di rebus, della fotografia, delle possibilità offerte dalla sovrimpressione, dalla riproduzione sonora, dal cinema, dall&#39;architettura così come dall&#39;insieme dei materiali simbolici della vita e si é volta ad integrare tutte le filosofie e le scienze del seguo, dalla grammatica alle tecniche di stampa, passando per le matematiche.<br><br>2) Ovviamente, l&#39;ipergrafia é superata dalla prosa infinitesimale, in cui le particelle sono prive di senso immediato ed esistono in quanto consentono d&#39;immaginare altri elementi, inesistenti o possibili.<br><br>Il nostro movimento ha promosso il sistema romanzesco più importante - per ricchezza creativa - dopo Marcel Proust e James Joyce.<br><br>4. QUALE APPORTO HA RECATO IL LETTRISMO NEL CINEMA?<br><br>1) a - Nel montaggio, la nostra scuola ha superato il &quot;sincronismo&quot; ed altresì l&#39;&quot;asincronismo armonioso&quot; per rivelare 1 &#39;anti-sincronismo totale o montaggio discrepante che spezza l&#39;unità fra i due &quot;pilastri&quot; del film: il suono e l&#39;immagine, per presentarli in reciproca divergenza.<br><br>b - Quanto all&#39;immagine, la nostra scuola ha svelato il sistema di cesello (système ciselant) che divide dalle altre ciascuna particella fotografica, perduta per il solito nel movimento, la riduce a sé stessa, la spezza, la scalfisce, la deteriora, l&#39;approfondisce e, infine, le sovrappone segui ipergrafici ed infinitesimali.<br><br>c - Per ciò che concerne la colonna sonora, la nostra scuola ha escogitato il sistema sonoro autonomo e letterario, che distacca il dialogo, sin allora giustificato dall&#39;immagine ed incomprensibile per sé medesimo, elevandolo ad insieme indipendente, le cui ricercatezze stilistiche includono tutte le possibilità novatrici del Testo, dalla metafora simbolista e dal monologo interiore sino al lettrismo, all&#39;ipergrafia ed al1&#39;estapeirismo.<br><br>2) Le successive creazioni lettriste hanno condotto, dopo numerose opere quintessenziali, alla realizzazione a-ottica che consiste nell&#39;annientamento d&#39;un cinema banalizzato e nella trasformazione del solo dibattito degli spettatori in opera costruttiva e distruttiva per sé stessa.<br><br>La nostra scuola ha svelato la più ragguardevole somma di creazioni che mai siano avvenute nella storia del cinema.<br><br>5. QUALE APPORTO HA RECATO IL MOVIMENTO LETTRISTA NELL&#39;AMBITO TEATRALE?<br><br>1) Eliminando l&#39;aneddoto, il nostro movimento ha ridotto la forma dello spettacolo ad una cornice di cesello (ciselant) composta: a) da una retta verticale o di scorrimento temporale (fatta di atti, scene, dialoghi &quot;à repliques&quot;) e B) da una retta orizzontale o spaziale costituita da testi, recitazione, scenografie e architettura; cornice che dev&#39;essere curata per sé medesima.<br><br>a - Circa la retta verticale o di scorrimento temporale dello spettacolo, sopprimendo il dialogo composto di battute concatenate, vuote e logore, il nostro movimento gli ha sostituito il poli logo di frasi auto-implicanti (polylogue à impliques), vale a dire la successione ininterrotta di formule autonome e forti che concentra ogni particella ed ogni singola espressione presentata<br><br>e la eleva al più alto grado di potenza formale. <br><br>b - Quanto alla retta orizzontale, o spaziale, eliminando la messa in scena armoniosa, il nostro movimento ha sistematizzato la presentazione discrepante o discordante degli elementi costituiti dal testo, dalla recitazione dell&#39;attore, dalla scenografia (elementi plastici) e dall&#39;architettura, nel cui ambito ogni disciplina é costretta a partecipare i suoi valori maggiormente innovativi, senza curarsi degli altri valori presentati contemporaneanente sulla scena.<br><br><br>Trasformando le particelle costitutive dell&#39;antico sistema in un linguaggio di nuovi segni il nostro movimento ha dato inoltre avvio all&#39;iper-teatro; infine<br><br>3) ha rivelato il teatro infinitesimale, fatto d&#39;elementi privi di significato immediato che costituiscono semplicemente l&#39;espressione immaginaria di altri elementi inesistenti o possibili.<br><br>6. QUALE APPORTO HA DATO IL LETTRISMO ALLE FORME DI SPETTACOLO CORPOREE (DANZA, MIMO)?<br><br>1) Denunciando le posizioni classiche, figurazioni arbitrarie che trascurano la maggior parte delle possibilità del corpo e denunciando altresì il caos del la danza libera, il lettrismo ha rivelato anzitutto un ordine nuovo e più profondo del &quot;corpo coreografico&quot;, contenente la sauna di tutte le possibili particelle dell&#39;anatomia, suddivise in due categorie dinamiche: le sezioni inerti e le sezioni mobili che, nella loro ricchezza diffusa, includono, riorganizzano e superano largamente le espressioni accademiche, &quot;libere&quot; o folkloriche, sinora contrapposte le une alle altre.<br><br>L&#39;approfondimento dei valori inediti - che costituiscono la struttura della fase di cesello (ciselante) del balletto - conduce ad un completo rivolgimento in delle nozioni di base in questo campo, giacché la nuova forma combatte il numero ed il ritmo per imporre l&#39;amorfo e l&#39;a-ritmia, giacché lotta contro l&#39;involo ed il salto per preconizzare l&#39;immobilità progressiva, presentimento di morte e distruzione dell&#39;arte gestuale.<br><br>2) Andando oltre, al di là di questo periodo di purificazione e di annientamento, il nostro movimento ha sistematizzato l&#39;ipergrafia coreografica, grazie alla quale ogni singola particella corporea rappresenta un segno e che imita l&#39;opera in messaggio di lettere gestuali.<br><br>3) Successivamente, prevedendo l&#39;esaurimento della stessa ipergrafia fisica od ipercoreografia il nostro movimento ha proposto un territorio ancor più nuovo, la coreografia infinitesimale, nel cui ambito ogni singola espressione esiste solamente in quanto consente d&#39;immaginare un&#39;altra particella inesistente o permette di concepire la possibilità d&#39;una sezione corporea impossibile. Così al balletto che non riesce ad uscire dai propri binari amplici, banali, il nostro movimento propone tre nuove sfere, ciascuna delle quali si dimostra più ricca di possibilità creatrici dell&#39;intero passato di quest&#39;arte, da Beaujoyeuls a... Lifar.<br><br>Nella pantomima la nostra scuola ha rotto con la fase d&#39;ampiezza (amplique) che va da Andronico ad Etienne Decroux per proporre la fase di cesello (ciselante) in cui i gesti significativi sono complicati e distrutti per venire sostituiti da gesti sempre più insignificanti.<br><br>Quindi, mediante la pantomima ipergrafica ed infinitesimale, la nostra scuola rivela, in quest&#39;ambito ancora, tre campi, ciascuno dei quali é più ricco di possibilità novatrici che non tutti gli svolgimenti di quest&#39;arte, da Andronico ad Etienne Decroux.<br><br>7. QUAL E&#39; STATO L&#39;APPORTO HA RECATO IL MOVIMENIO LETTRISTA NEL CAMPO DELLA FOTOGRAFIA?<br><br>1) Tutta la fotografia, da Daguerre e Niepce sino a Man Ray, si caratterizza per il rilievo attribuito al soggetto ed alle inquadrature ritmiche la cui funzione consiste nel rappresentare le apparenze o le profondità dell&#39;oggetto figurale.<br><br>A partire dal 1951, il movimento lettrista ha formulato teoricamente ed ha intrapreso sul terreno pratico lo sforzo di cesellare, di porre in questione la fotografia; mediante righe, strappi, attacchi condotti con l&#39;ausilio di mezzi diversi, l&#39;immagine é stata elaborata, trasformata, sconvolta radicalmente.<br><br>Questa tappa &quot;di cesello&quot; é altrettanto importante per quest&#39;arte quanto per la pittura l&#39;analoga fase che si estende dagli Impressionisti a Mondrian ed a Kandinsky.<br><br>2) La nostra scuola ha proposto, quindi, la fotografia lettrista, nella quale l&#39;oggetto di un temo, trasformato in lettera od in segno, viene ridefinito come semplice componente di un sistema di elementi divenuto alfabeto di una nuova scrittura. La fotografia ipergrafica apporta i sistemi di trascrizione acquisiti e possibili, ideografici, lessicali o fonetici, approdando così a miliardi di caratteri.<br><br>3) Andando oltre, il nostro movimento ha proposto la fotografia infinitesimale, costituita da miliardi di dati virtuali, nonché la fotografia supertemporale, fondata sulla vacuità del supporto, su cui e grazie a cui i fotografi-amatori debbono realizzare immagini &quot;aperte&quot; all&#39;intervento continuo di operatori che cancellano o proseguono ciò che è stato tracciato sui clichés prodotti da amatori precedenti, opera perpetuamente proseguita o reiniziata attraverso i secoli.<br><br>8. QUALE APPORTO HA RECATO IL LETTRISMO NELL&#39;ARCHITETIURA?<br><br>Basandosi su una definizione nuova, non falsificata, di questo campo, che considera come arte dell&#39;abitazione o della forma plastica dell&#39;edificio articolata in una meccanica, una materia, un ritmo, ed una forma, la nostra scuola afferma che tutte le forme dell&#39;architettura amplica (amplique), dalle Piramidi a Le Corbusier, sono state cancellate e sclerotizzate da una estrinseca finalità sociale che gli architetti hanno imposto a quest&#39;arte.<br><br>1) Levandosi contro 1&#39; ignominia della costruzione cosiddetta moderna, gli architetti lettristi propongono:<br><br>a - l&#39;architettura di cesello che si propone di esplorare e di esaltare ogni elemento e particella dell&#39;edificio, resa autonoma sul piano espressivo, dislocata rispetto all&#39;insieme e giustificata dalla specificità del suo apporto.<br><br>b - la politanasia dell&#39;architettura od anti-architettura, che rappresenta il sistema di tutte le distruzioni possibili della costruzione;<br><br>c - il poliautomatismo dell&#39;architettura che si ha nel compimento istintivo di ciascuna delle componenti dell&#39;edificio.<br><br>2) Gli architetti lettristi hanno successivamente proposto la trasformazione dell&#39;architettura in branca dell&#39;ipergrafia, in modo che le forme costruttive si mutino in segni od in opere segniche, elementi del1&#39;insieme dei caratteri fonetici, lessicali, ideografici - acquisiti o potenziali - organizzati in funzione di tutte le qualità del ritmo e del tema integrale di quest&#39;arte. Al di là dell&#39;arte figurativa o della geometria, sole forme cui l&#39;architettura si richiamava in precedenza, l&#39;ipergrafia é l&#39;universo delle forme proposte ai creatori di edifici immortali.<br><br>Oltrepassando i supporti antichi, poveri e limitati, degli edifici, il nuovo sistema svela all&#39;arte edificatoria la totalità meca-estetica, l&#39;intero complesso dei supporti e dei mezzi costruttivi contenuti nella meca-estetica integrale e nell&#39;anti-meca-estetica architettonica generalizzata.<br><br>3) e 4) Il nostro movimento ha rivelato, infine, l&#39;architettura supertemporale e l&#39;architettura infinitesimale od estapeirista che consta di costruzioni o di elementi costruttivi visibili od invisibili, spogliati di qualsiasi consueto significato reale ed ammessi nei limiti in cui consentono d&#39;immaginare altri elementi inesistenti o possibili.<br><br>9. QUALE APPORTO HA RECATO IL LETTRISMO NELLA FILOSOFIA?<br><br>1) Mentre i filosofi del passato hanno esaltato valori parziali o misteriosi (le &quot;regole dell&#39;ordine classico&quot;, la &quot;passione romantica&quot;, la &quot;carità&quot;, &quot;Dio&quot;, il &quot;bene&quot;, la &quot;virtù&quot;, il &quot;soggettivo&quot;, 1&#39; &quot;esistenza&quot; quando non la &quot;patria&quot;, il &quot;proletariato&quot; ecc.) per la prima volta i lettristi hanno proposto come valore oggettivo, concreto, quintessenziale, la creazione ovvero la novazione della cultura , vale a dire la scoperta o l&#39;invenzione moltiplicatrice di ricchezze, di territori e di mezzi, di branche della conoscenza artistica, filosofica o scientifica.<br><br>Una simile nozione ricomprende, quale insieme superiore, le rivelazioni frammentarie del passato, mantenendo tuttavia il sistema aperto ai esplorazioni e svelamenti inediti. Soltanto il succedersi delle novazioni ha recato all&#39;umanità una gioia effettiva e durevole, inducendola a sperare in un sistema di creazione perpetua, in un paradiso di gioia che, attraverso ogni dottrina, giustifichi il procedere innanzi, lo sforzo dell&#39;uomo per un mondo migliore, di felicità infinita.<br><br>2) Il nostro movimento ha collocato l&#39;insieme delle branche culturali in una nuova struttura integrale, denominata - con riferimento al termine greco klados, branca - disciplina kladosica o kladica, che stabilisce i settori d&#39;attività spirituale e definisce le ricchezze che ci si possono attendere da tali ambiti reali, evitando le illusioni e le perdite di tempo dialettiche - ai ricercatori ed ai produttori.<br><br>3) Inoltre, in numerosi ambiti filosofici, dall&#39;etica alla metafisica, il nostro gruppo ha proposto espressioni inedite di capitale importanza.<br><br>4) Grazie alla fondamentale scoperta della creazione ed alla concezione della cultura integrale, kladosica, il nostro movimento ha sviluppato il solo sistema filosofico capace di offrire una guida coerente alle vie della conoscenza e dell&#39;azione, aprendo nel contempo all&#39;uomo il cammino, costantemente ricercato, del Paradiso infinito nel cosmo.<br><br>10. QUALE L&#39;APPORTO DEL LETTRISMO IN PSICOPATOLOGIA E PSICHIATRIA?<br><br>1) Il nostro movimento ha proposto, in primo luogo, un&#39;inedita visione delle dimensioni della psicologia che abbraccia:<br><br>a - la meccanica del corpo;<br><br>b - l&#39;elementica delle immagini, espresse dal sistema ipergrafologico (o della super-scrittura);<br><br>c - il ritmo delle associazioni e<br><br>d - l&#39;insieme tematico definito delle branche della Cultura (arte, filosofia, scienza, tecnica) e della vita e della Kladologia, contenuti svelati e schiusi dai creatori prima di essere accolti dai produttori e che possiedono un moto ed una finalità paradilogica.<br><br>2) Entro questa struttura, abbiano situato la poliagnoia o multignoranza, totalità dell&#39; &quot;inconsapevolezza&quot; (totalité de l&#39;&quot;incoscient&quot;) dinanzi all&#39;insieme dei campi del sapere e non semplicemente di fronte alle esigenze della sessualità; così pure la multicensura, nata dalla rimozione delle conoscenze originali, capaci di turbare le nostre abitudini e di esigere dagli individui un difficile sforzo di riconversione. La poliagnoia conduce alla multialienazione dei nostri simili, derivante dai misconoscimenti creativi e produttivi degli apporti e delle componenti benefiche delle branche della cultura e della vita; nel sistema della multialienazione, la psichiatropatia, follia della scienza della follia o demenza degli psichiatri, occupa un posto privilegiato per la sua nosologia frammentaria ed erronea, fondata in generale su classificazioni meramente fisiche o meccaniche o su una visione sessualista, psicanalitica così come su metodi di trattamento ipernazisti: l&#39;internamento forzato, gli elettroshocks, il sovradosaggio dei neurolettici, 1&#39;ergoterapia cretinizzante ecc. che non possono venire superati mediante la rivolta vacua e caotica - che conduce all&#39;incremento della follia individuale e collettiva - della sedicente antipsichiatria.<br><br>3) Il nostro sistema, la psicokladologia o psicoteia, instaura una forma inedita di comunicazione con il malato, procedendo dalla determinazione delle sua conoscenze e dei suoi interessi, dalla sua ritmizzazione in una scala evolutiva che tende a condurlo verso l&#39;ipergnosi e la vita nella gioia, sostituendo al la &quot;comunità terapeutica&quot;, reazionaria o statica, un gruppo di creatori che si battono per una società migliore, un gruppo - in altri termini - di novatori.<br><br>11. QUALE APFORTO HA RECATO IL LETTRISMO IN ECONOMIA POLITICA?<br><br>1) Questa scienza non ha studiato sinora che il mercato od i rapporti di scambio dell&#39;homo oeconomicus, vale a dire degli operatori attivi o degli individui che occupano un ruolo acquisito nella circolazione dei beni e delle ricchezze.<br><br>La nostra nova concezione ha svelato che attorno a questo mercato e questi operatori esiste una zona immensa, che include milioni di individui esclusi dai ruoli e dai mestieri dati, o che li rifiutano per poter giungere a livelli superiori. Questa zona comprende gli esterni od &quot;elettroni&quot;, che differiscono dagli interni, &quot;atomi&quot; o &quot;protoni&quot; della sfera sociale.<br><br>La prima categoria é composta anzitutto di giovani, moltitudine soggetta alla schiavitù dei genitori, le cui energie vengono dilapidate nelle carceri scolastiche o nell&#39;economia familiare e di ipersfruttati gerarchici, che debbono compiere sforzi gratuiti per &quot;avanzare&quot;, per &quot;evolvere&quot;, per &quot;arrivare&quot;; la seconda categoria si compone di operatori attivi soddisfatti della loro sorte od esausti.<br><br>2) La forza esterna rappresenta il solo fattore dinamico della storia che si manifesta nella creatività pura (moltiplicazione di ricchezze, invenzioni tecniche, culturali ecc.) o nella creatività distorta (distruzione moltiplicatrice di ricchezze, guerra rivoluzione).<br><br>Soltanto l&#39;economia nucleare può offrire l&#39;equazione della storia, attraverso il calcolo delle pressioni e degli sconvolgimenti esterni sui livelli dei prezzi interni.<br><br>Rispetto alla concezione atomistica dell&#39;economia, che reputava di poter chiarire tutti i problemi di quest&#39;ambito attraverso lo studio dell&#39;operatore in quanto tale, libero; rispetto alla concezione molecolare dell&#39;economia che pensava che lo stadio della massa degli operatori, diversa dagli elementi che la compongono, potesse chiarire i problemi sociali, il nostro sistema, l&#39;economia nucleare, ha svelato un campo immenso di particelle elettroniche, di non-operatori, che solo ci consente, infine, di formulare integralmente i fenomeni statici e dinamici dell&#39;umanità.<br><br>3) L&#39;aspetto negativo della storia, la creatività distorta delle guerre e delle rivoluzioni, emergerà senza tregua, nella nostra collettività, sino a che non verrà introdotto il complesso di riforme che il nostro nuovo sistema esige, complesso definito con il nome di protezionismo giovanile (protegisme juventiste), vale a dire :<br><br>a - la riduzione degli anni di scuola per eliminare gli sbarramenti costituiti dagli operatori in carica, statici;<br><br>b - il credito di lancio per la creazione di nuove imprese;<br><br>c - la pianificazione nucleare od integrale cui prenderairo parte tutti ilnovinenti di operato ri (sindacati), dei giovani e dei creatori<br><br>d - la rotazione negli incarichi ammistrativi di responsabilità, che condurrebbe alla loro progressiva spoliticizzazione.<br><br>Soltanto il mondo ricostruito in base alle strutture del protezionismo giovanile, eliminate le distruzioni ed i parassitismi reazionari, potrà dare luogo alla società paradisiaca, provvista di ricchezze e di felicità infinite, moltiplicantisi senza sosta.<br><br>12. QUALE APPORTO HA RECATO IL LETTRISMO IN MATEMATICA?<br><br>1) Il nostro movimento ha offerto, in prima luogo, una nuova definizione di questa sfera, che é da noi considerata come la scienza degli elementi puri, oggettivi, delle loro descrizioni nonché delle loro combinazioni.<br><br><br>Il nostro sistema inedito suddivide il complesso di quest&#39;ambito in:<br><br>a - Elementica o settore dei componenti;<br><br>b - Rapportica o settore delle associazioni e delle relazioni;<br><br>c - Calculica o Solutica, settore dell&#39;individuazione dei risultati delle operazioni e dei problemi matematici;<br><br>d - Struttura di notazione ecc. .<br><br>3) a - nella dimensione dell&#39;Elementica abbiano individuato il campo dei non-numeri o dei numeri molli, rispetto al quale l&#39;ambito dei numeri acquisiti rappresenta una parte successiva, artificiale, frammentaria;<br><br>b - per quanto concerne la Rapportica abbiano enucleato talune leggi di supercomposizione, in cui vengono ricomprese altresì relazioni assurde, inesatte od iperesatte;<br><br>c - nella Calculica o Solutica proponiamo l&#39;allargamento dei repertori e dei lessici di determinazione delle risposte ad esplorazioni inedite;<br><br>d - nell&#39;ambito della Notazione, sveliamo la super-scrittura integrale od ipergrafia.<br><br>Così il nostro movimento opera il rivolgimento e la dilatazione delle matematiche.<br><br>13. QUALE APPORTO HA RECATO IL LETTRISMO NELL&#39;EROTOLOGIA?<br><br>L&#39;erotologia di Isou costituisce una visione coerente, rigorosa, della sfera dell&#39;amore, in cui le singole parti si concatenano in un ordine ad un tempo evolutivo e - non appena sedimentato <br><br>- organico, fondamentale.<br><br>1) Il settore dell&#39;acquisizione sensuale (de l&#39;acquis sensuel), comprendente i dati biologici, psicologici, economici e culturali, grazie ad Isou è stato definito per la prima volta come una meccanica ereditata dalla passione ed estesa attraverso la dimensione bio-fisio-eco-culturale immaginaria od infinitesimale, negativa o positiva; formulato algebricamente e considerato come frammento dell&#39;insieme della voluttà o come ambito indipendente di tale insieme.<br><br>2) Il settore della conquista voluttuosa, comprendente la &quot;meccanica delle donne&quot; il cui rendimento è fondato sul calcolo possibilistico, arricchitosi successivamente della &quot;meccanica della conquista passionale integrale&quot; in cui sono inclusi tutti i mezzi di seduzione possibili ed impossibili, di tutti gli elementi sensuali concepibili ed inconcepibili.<br><br>3) Il settore dell&#39;amplesso, comprendente l&#39;amplesso ininterrotto puro arricchito dalle dimensioni dell&#39;amplesso negativo e dell&#39;amplesso suggerito.<br><br>4) Il settore della perversione che comprende l&#39;insieme delle posizioni possibili e impossibili degli elementi umani, animali, vegetali, materiali, noetici, comuni ed alterati, percepiti in tutti i sensi reali od immaginari, a gradi di tempo e di potenza diversi e formulati matematicanente.<br><br>5) Il settore dell&#39;amore prodigioso che abbraccia la sauna dei fattori ideali complementari dell&#39;esperienza o della meccanica, della seduzione, dell&#39;amplesso e della perversione, basati sulla forza e sul tempo.<br><br>6) Il settore dell&#39;anti-amore, comprendente l&#39;anti-erotologia, arricchita dall&#39;anti-amore negativo e dall&#39;anti-amore frazionario od incompiuto.<br><br>14. QUALE APPORTO HA RECATO IL LETTRISMO IN TEOLOGIA?<br><br>1) La nuova visione della creazione divina. Mediante la concezione della creatività moltiplicatrice di ricchezze - in attesa del metodo di novazione permanente, sistema di divinità in marcia - abbiamo collegato, per la prima volta, la nozione di Dio all&#39;attività dei creatori facendo di questi degli Iddii e contrapponendoli al clero delle religioni irrigidite e sorpassate.<br><br>All&#39;accecamento mistico (ignoranza di Dio) ed all&#39;accecamento nichihista (negazione di Dio) é necessario contrapporre il metodo creatore (isouiano) che é conoscenza della legge cui Dio obbedisce e delle vie attraverso cui si può divenire suoi eguali.<br><br>2) La nuova visione delle vie di manifestazione della divinità. Attraverso la concezione kladologica (klados in greco significa ramo), scienza di tutte le branche della cultura e della vita, abbiano dischiuso - per la prima volta - la visione dell&#39;insieme degli ambiti e delle vie di manifestazione della divinità, vale a dire della Creazione.<br><br>3) La nuova visione della società paradisiaca. Grazie all&#39;apporto della Paradilogia, sfera della felicità, sistema di elezione dei valori culturali e quotidiani degli di costituire la società paradisiaca, abbiano offerto la carta degli scopi dei creatori, oltrepassamento i fini dei preti sclerotizzati e delle masse abbrutite dai dirigenti e dall&#39;insegnamento attuale.<br><br>La Paradilogia conduce verso l&#39;universo della vita e della gioia eterne. Disprezzando un mondo in cui, a parte gli impostori, non v&#39;é né Dio né maestro, la Paradilogia ci conduce verso una società in cui saremo tutti Iddii e tutti maestri.<br><br>Feuertach, Marx ed Engels hanno affermato che i poteri degli dei sono oggi assunti dagli uomini o dal popolo che rimpiazza per l&#39;innanzi il mito, insufficientemente definito in precedenza attraverso una descrizione delle capacità reali.<br><br>E&#39; vero che il progresso della cultura ha via via permesso di sostituire espressioni riproducibili a piacere alle espressioni vaghe ed imprecise e che le strutture artistiche, filosofiche e scientifiche hanno eliminato senza sosta nozioni artificiali estranee ai dati effettivi.<br><br>Ma, ancora, occorrerebbe che il reale potere che agisce in qualche rara creatura di ciascuna generazione sia oggi, decifrato in nodo tale da poter essere offerto a tutti.<br><br>Soltanto la nuova concezione aiuterà gli uomini ad oltrepassare la loro condizione di &quot;produttori&quot;, di &quot;cittadini&quot;, di &quot;proletari&quot;, per divenire dei novatori moltiplicatori, degli Iddii, in una società divina, d&#39;eterno autorinnovamento.<br><br>Esattamente come ogni pittura contemporanea o comunque posteriore all&#39;Impressionismo, che ignori l&#39;apporto di questo movimento - la frantumazione dell&#39;oggetto - é superficiale e destituita d&#39;interesse; esattamente come ogni poesia o letteratura contemporanea, o chiunque posteriore al Simbolismo, che ignori la densità di linguaggio di tale movimento é superficiale, così - oggi - ogni scrittore e, in generale, ogni artista attivo al tempo del lettrismo o successivamente a questo che non ne abbia assimilato le rivelazioni fondamentali si dimostra superficiale, incapace di andar oltre, di segnare il proprio campo specifico d&#39;una espressione novatrice, realmente personale. Naturalmente i lettristi sono sempre all&#39;avanguardia dell&#39;avanguardia.<br><br>(Risorse - Bibliografia)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Tue, 06 Dec 2005 05:42:48 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[NOTES ON VISUAL ART MAFIA, di Paolo Delmonte]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=19&tes=687&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[Sullo stato dell&#39;arte contemporanea]<br><br><br><br> <i>L’arte attuale, è l’epifenomeno di una credenza non troppo dissimile ad un genere di pratica mediatica isterica che necessita di rituali iniziatici da bar. Questo tipo di fede è in stretta sintonia con la politica neoconservatrice e i flussi di denaro dello sfruttamento economico sociale.</i><br><br>Germano Celant passeggia tra gli stand di Art Basel. La pettinatura voluminosa e curata, gli angoli della bocca tirati verso il basso. Sembra compiaciuto del proprio leggero disgusto. <br>Starà forse pensando al sistema dell&#39;arte che ha contribuito a creare? E&#39; abbastanza in sintonia con il regime della politica mondiale attuale? Ha lo stesso stile di uno snuff film?<br>Certo non ha dubbi sull&#39;ultima sua curatela alla fondazione degli amici. <br>Dov&#39;è La grande Ida e lo staff del castello di Rivoli? Si è forse persa nell&#39;ovvietà dei tableaux vivants della stucchevole maîtresse Vanessa? <br>Simil-Arte. Non è importante. Più se ne parla e meno importante è. Tutto passa banalmente inosservato come cronaca minore. Vera routine dell&#39;industria culturale, inutile, ripetitiva. Sterile insensatezza. E’ vecchia anti-Arte, ma ora diventa arte di regime, come non se ne vedeva di simile per facilità di consenso critico, dal terzo Reich. Ora il trucco sta nell&#39;enfasi ormai incongrua del danaro, nel suo peso e &quot;valore&quot; nel presentare il prodotto d&#39;arte in una vetrina lussuosa, imponente e apparentemente acculturata, il più vicino possibile all’altro regime in declino: quello della moda. <br>E’ un gioco di simulazione ormai grossolano, barbaro, un luna park a tema.<br>Ma l’arte visiva attuale è anche un fenomeno profondamente iniquo. <br>La presentazione di una falsa controversia nasconde l’aderenza alle pratiche economiche di un vasto sfruttamento sociale ed economico. Le idee che veicola sono quelle del consenso psicologico e dell’enfasi passiva allo stato di sudditanza dei poteri mediatici a cui appartiene. Mai prima d’ora l’arte visiva è stata così in automatica sintonia con le pratiche economiche neoliberiste. L’arte visiva oggi è la metafora della comunicazione resa merce totale. E’ il contrario della libertà intellettuale. E’ l’opposizione all’idea di creazione.<br>E’ l’estensione visiva, la resa e l’accettazione all’impero psicologico dei ruoli che impone la monocultura attuale.<br><br>Chi si occupa ancora di arte visiva, -ad esempio i critici-, ha dei motivi precisi per farlo. Solitamente di esclusiva convenienza economica poiché l’interesse scientifico si è estinto da tempo così come l’interesse per l’oggetto e i soggetti del loro lavoro: l’arte, e gli artisti. L’unico criterio in atto è quello dell’impatto mediatico che una tale mostra o opera può avere. (Quando iniziate a lavorare nel ristretto mondo dell&#39;arte attuale vi viene imposto come regola categorica di non pronunciare mai la parola “estetica” o qualcosa di simile che per caso possa far riflettere su quello che state facendo). Giancarlo Politi, come mostruosa prova vivente alle più recenti indagini sociologiche sullo stato di maniacale involuzione culturale in cui versa la società dell&#39;arte, risponde imperterrito alle lettere dei sempre più rari e sprovveduti o complici lettori: ignoranza risponde ad ignoranza, ingenuità a sfruttamento. Velleità commerciate fino in fondo e in ogni piega di ogni possibile deformazione visiva. <br><br>Fare il critico d’arte è un lavoro come un altro oggi, in Italia e nel mondo. C&#39;è di peggio. Ad esempio può essere pagato decine di migliaia di euro come un operatore culturale per sfruttare il ritorno di immagine organizzando un “evento” artistico perfino in una discarica acquistata da qualche potente patron a Palermo. Alla stampa puoi fare dire quello che vuoi. E’ così facile, quasi imbarazzante. Non costa molto. <br>Una delle ultime fondazioni d&#39;arte italiane annuncia come in uno scherzo riuscito male che il campione dell&#39;arte neo-kitsch-concettuale è ritornato a Milano e sbalordirà con i suoi manichini e il suo cinismo yuppy-hiddish. E&#39; il primo pubblicitario e designer oppure copy oppure mediatore oppure vetrinista della nostra attualità pacchiana ad essere invitato al Louvre? (e Gerard Garouste e gli altri artisti francesi?) Lo sapevamo già ma ne abbiamo una ulteriore conferma: Le giovani repliche dei vecchi curatori anni &#39;70 non sono più all&#39;altezza degli originali. Sono sempre più emaciati, esangui, svampiti, approssimativi e falsi. Carolyn, si occupa di modernità e di domotica arreda con amorevole cura il “suo” museo come la sua casa: usa perfino le maiuscole per presentare gli ultimi robot dell&#39;international style dagli stati uniti globali. E allora?<br>Che ci sia un limite fisico alla mistificazione culturale? No, non credo. Non sia mai&#33; <br><br>Chicco (Christian America) Bonami da Chicago spedisce emails alle sue amiche europee rivelando le sue ultime preferenze, una piccola cerchia di nomi, un accurato vaticinio scritto in punta di matita. La sostituibilità dell’artista… Un diktat attentamente eseguito a stretto contatto del mostruoso gotha di facoltosi collezionisti e fan dell’arte in declino. La devastazione mentale li fa annaspare nella inevitabile crisi del visivo riproponendo incessantemente come nuovi, epigoni di epigoni di epigoni… gli avanzi d&#39;idee rimasticate ininterrottamente dai vari fluxus precocemente invecchiati. Oh… Ma sempre con un certo impatto visivo… sfilacciato certo… <br>Si sa già che l&#39;unico modo razionale di interpretare l&#39;arte visiva attuale è quello di considerarla una metafora della prostituzione. (chi è Giorgio Verzotti?) E quindi dell&#39;avvilimento culturale della figura umana dell&#39;artista al seguito delle altre da cui dipende. Che viene pagato perché è la ciliegina enfatica e valorizzatrice dello status quo politico dei suoi clienti. Che lo voglia o no. Non esiste altro referente visivo oggi che quello della transazione. Che alla fine dell&#39;analisi è sempre una transazione economica a favore di qualcuno.<br>Non esiste oggi altra possibilità di diventare artisti mondani se non si rappresenta questo referente. Con in più l’ambiguità dei generi neodecadenti, che si ripetono come becere litanie sconclusionate, come il kitsch, lo spettrale, il criminoso, il demoniaco, l’infimo, già definiti più di un secolo fa dal professor Karl Rosenkranz nella sua estetica del brutto. Cose non propriamente nuove allora, ma sempre rinnovabili in modo fraudolento nel cerchio chiuso del presente esteso.<br>Per questo possiamo dire che qualsiasi cosa diventi arte oggi è il referente in cui si specchia l&#39;omologata e prevedibilmente frivola-malvagia alta borghesia globale, nevvero Renato de Barillis? Dov&#39;è finita la tua flautata mondanità culturologica? In provincia a suicidarsi con qualche bambino di satana? <br>La necessità e l’urgenza sono quelle del riciclo, anche del danaro sporco, e che male c&#39;è?<br><br>E&#39; una confusione così opaca, velenosa, morbosa. Noiosa&#33; Il più inutile spreco è iniziato da pochi decenni e sta già per finire. Che cos&#39;è il sistema-arte-attuale? Un ritorno di immagine perlopiù deprecabile: visione in parte insensata, in parte mistificata, drogata dai media che ancora se ne occupano perché pagati per farlo. Così i maggiori critici e i galleristi coinvolti.<br>L’arte attuale è un trastullo per neo-ricchi ignoranti e impressionabili. E&#39; un sintomo dell&#39;attuale cecità culturale del mondo. Un sottoinsieme poco importante della monocultura attuale votata alla propria ridicola scomparsa. Non esistono più opere, solo alcuni nomi per alcuni anni. Non c’è creazione, ma l&#39;adesione ad un melenso malanno. Iniziato con la troppa importanza con cui si valutavano i reperti di Duchamp: una vertigine di valutazioni accidentalmente sproporzionate e declinanti. L&#39;arte come uno scherzo retorico ai danni delle vecchie-nuove corrotte oligarchie. Tutto qui. Il plusvalore dell&#39;arte attuale? I falò “segreti” di oggetti d&#39;arte di alcuni musei&#33; Lo spreco, La paura del vuoto e di ogni metafisica. La noia e la paura del pensiero è una cosa seria nell&#39;economia del tardo capitalismo, la sua valutazione è una questione di obiettività e di maturità. Cosa che difficilmente corrisponde all’alta borghesia attuale.<br>Quanto durerà ancora questa costosa neo-decadenza fisicale ? <br>Il fisicalismo è un materialismo dei sensi che riguarda l’attuale percezione dell’arte. E’ il microfascismo realizzato della nostra attualità sociale.<br><br>Comprare arte come fosse modernariato o come fossero le reliquie preziose di una rockstar senza talento contribuisce a ipotecare il vostro tempo e il vostro danaro. L’euforia dura poco come il “valore” presunto. L&#39;arte attuale è diventata un monumento effimero alla luccicante diarrea intellettuale di chi partecipa ai suoi festini. L&#39;arte visiva (orrida parola ormai vero?) oggi è la negazione dello sguardo.<br>L&#39;arbitrarietà e la nescienza spadroneggiano e questo è solo un effetto della barbarie. E&#39; già successo in passato, ma mai in modo così totalizzante. E ci aspettano tempi peggiori.<br><br><i>Paolo Delmonte</i> <br><br>(Risorse - Arti visive)]]></description>
<author><![CDATA[Paolo Delmonte]]></author>
<pubDate>Tue, 29 Nov 2005 01:49:22 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Sanguineti/Novecento, di Guido Conforti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=29&tes=683&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> Melangolo ha pubblicato una serie di conversazioni di Edoardo Sanguineti sulla cultura del ventesimo secolo.<br>Premesso che ci piacerebbe sentir parlare (e noi avremmo da dire) anche sul ventunesimo secolo, riporto qui di seguito alcune asserzioni riportate in 4a di copertina su alcuni temi trattati nel saggio.<br><br>IDEOLOGIA: <i>In un certo senso non ci sono che false coscienze</i><br>GUERRA: <i>Il nuovo secolo pone questioni che appaiono insolubili e tragiche</i><br>AVANGUARDIE: <i>L&#39;obiettivo delle avanguardie non è stato solo quello di essere contemporanei, ma di bruciarsi nel futuro</i><br>MUSICA, TEATRO: <i>Alla fine si potrebbe dire che fra Scoenberg e Stravinskij ha veramente vinto Stravinskij</i><br>ROMANZO, TEATRO: <i>Si potrebbe parlare di teatro dello sguardo e di romanzo dell&#39;assurdo</i><br>FILOSOFI: <i>La cosa essenziale è fare buon uso di questi autori in base all&#39;utilità storica</i><br>REALISMO: <i>Nel Novecento l&#39;unico realismo è stato quello delle avanguardie</i><br>TELEVISIONE: <i>Il discorso collettivo e sociale ha trovato nella televisione il proprio centro e orizzonte generale</i><br>PSICOANALISI: <i>La dimensione onirica induce a modificare profondamente le forme della scrittura</i><br>MORTE: <i>Il nodo centrale della trasmissione culturale sta nell&#39;insegnare all&#39;animale-uomo che deve morire</i><br><br><br><br>  <br><br>(Teorie - Critica &amp; recensioni)]]></description>
<author><![CDATA[Guido Conforti]]></author>
<pubDate>Wed, 23 Nov 2005 16:58:48 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[La ronde,  M. Ophuls  - 1950, di Cristina Modigu]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> <br><br><br><br><br>&#39;Et moi, qu&#39;est-ce que je suis,<br>dans cette histoire?<br> <br><br><br><br>L&#39;auteur..,  le..<br>je suis l&#39;incarnation de votre désir de tout connaitre<br>les hommes ne connaissent jamais qu&#39;une partie de <br>la realité...  et pourquoi?<br>parce que ils ne voient qu&#39;un seul aspet des choses..<br> <br> <br><br>Moi, je les vois tous<br>parce que je..<br>et cela me permet d&#39;etre partout à la fois, partout..<br> <br> <br> <br><br>mais.. ou&#39; sommes-nous ici?<br>sur une scène, ..dans un studio? ..<br> <br> <br> <br>dans une rue.. <br> <br><br><br>Et nous sommes à Vienne<br>1900<br><br><br>J&#39;adore le passé... c&#39;est tellement plus (réposant) que le présent, <br><br>et tellement plus sur que l&#39;avenir..<br><br> <br><br>pour que l&#39;amour commence sa ronde..<br><br><br><br><br><br>C’est gratuit…<br><br> <br><br> <br> <br>Tu prométs..&#33;<br><br> <br><br> <br><br>Qui etes vous?<br><br> <br>&#39;personne<br> je veux dire &#39;n&#39;importe qui&#39;<br><br><br>ou&#39; m&#39;avez-vous emmenée?<br><br>ou&#39; sommes-nous?<br><br><br><br>nous sommes en train de faire une petite <br><br>promenade dans le temp..<br><br><br>Ce sont (..) les choses dont on parle le plus qui existent le moins....<br><br><br><br>Je suis ici pour amour de l&#39;art ..de l&#39;amour<br><br> <br><br><br>C&#39;est ainsi qui finit la ronde<br>tout comme moi<br>vous l&#39;avez vue<br>c&#39;est l&#39;istoire de tout le monde<br><br>je ne vous en dirais pas plus....&#39;<br><br><br> <br><br>Tous, tous..  mes....&#39;<br><br><br><br><br><br><br><br>(M. Ophuls,  La ronde, 1950)<br><br><br><br><br><br><br> <br><br>(Risorse - Film &amp; teatro)]]></description>
<author><![CDATA[Cristina Modigu]]></author>
<pubDate>Sun, 13 Nov 2005 19:07:26 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[D. Cooper  -  La morte della famiglia, di Cristina Modigu]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=16&tes=679&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <br><br><br>&#39;Una delle prime cose che ci insegnano durante il condizionamento familiare è che l&#39;individuo non è in grado <i>di esistere nel mondo con le proprie forze</i>. Ci insegnano con abbondanza di particolari a disconoscere il nostro io e a vivere “agglutinativamente”, cosicché incolliamo su di noi parti di altre persone e procediamo quindi ad ignorare la differenza tra quanto nel nostro io appartiene ad altri e quanto invece fa parte del suo essere proprio se stesso. Questa è alienazione, intesa come passiva sottomissione all’invasione da parte degli altri, e in primo luogo dei componenti della propria famiglia. Ma questa passività è ingannevole in quanto nasconde la scelta di sottomettersi ad un’invasione di questo tipo. Tutte le metafore della “paranoia” sono una poetica protesta contro questa invasione. <br><br><br><br>....mi sembra che nella nostra epoca, nel primo mondo per lo meno, la paranoia sia un tentativo necessario per raggiungere la libertà e la compiutezza; <br><br><br><br>Il problema non consiste nel “risolvere” queste manie (di persecuzione, ndr), ma nell’usarle, lucidamente, per distruggere una reale, oggettiva situazione persecutoria nella quale ognuno di noi è intrappolato prima ancora di esistere.<br><br><br><br>..per sfuggire o attaccare quel particolare settore del mondo, con la sua realtà totalmente persecutoria, nel quale l’individuo è immerso e dal quale deve tirarsi fuori.<br><br><br><br><br>Penso anzi che quello che dobbiamo fare è valutare di nuovo nella loro interezza determinati stati dell’esperienza e del comportamento che vengono ritenuti morbosi e, attraverso una declinicalizzazione radicale della nostra struttura concettuale, considerarli come strategie piu’ o meno abortive o ben riuscite, volte a raggiungere l’autonomia e la coerenza con noi stessi. <br><br><br>‘”tirare su” un bambino equivale in pratica a <i>buttare giu’ </i>una <i>persona</i>.<br><br><br><br>Attraverso stadi successivi di metanoia si puo’ giungere all’eknoia. Per metanoia si intende il movimento dell’individuo dalle profondità di se stesso verso la superficie del suo aspetto sociale<br><br><br><br>….produce ‘sintomi’ di depressione e d’afflizione. Attraverso la prima metanoia si entra in una zona di paranoia, in cui si è qualcosa di diverso dal proprio io.  Se l’eknoia significa essere fuori dalla propria mente, nella paranoia le siamo perlomeno vicini. La paranoia è quasi uno stato di buon vicinato con il proprio io che puo’ diventare affetto.  ..l’inizio di un’esistenza attiva, con possibilità di vita per nuovi progetti .. (altri stadi)<br><br><br><br><br>…essere in noi, in pieno possesso di noi stessi, separati come entità individuali da ogni altro individuo, in quella solitudine non solitaria che è aperta al mondo. Qui l’individuo incoraggia il proprio io, gli mette un cuore nuovo inventandolo e non con un trapianto, e si impegna ad affrontare ogni nuova esperienza nell’autonomia del proprio rapporto con se stesso, ..<br><br><br><br>La metanoia finale è il fluido movimento tra l’io-mondo (anoia) – che passa attraverso l’eliminazione dell’autopreformazione in un movimento di antinoia. A questo punto non si tratta piu’, quindi  di ‘stati di essere’..<br><br><br><br><br><br><br><br>Ci sono numerosi <i>tabù</i> nel sistema familiare che hanno un’influenza molto piu’ profonda..<br>Uno di questi tabù è <i>l’implicita proibizione di esperimentare la propria solitudine nel mondo</i>.<br><br><br>..questo porta a una violazione della <i>temporalizzazione, cioè della determinazione-del-tempo altrui</i>, cosicché il sistema del tempo-in-rapporto-alla-necessità della madre (che è una mediazione piu’ o meno passiva dell’analogo sistema in uso nella società) si impone su quello del bambino.<br><br><br><br>..nel tempo giusto per lui o per lei.  <i>..è senz’altro molto raro che vi sia del rispetto per il tempo che agli altri è necessario per entrare in rapporto con se stessi</i>. <br><br><br><br><br>In questo senso la situazione psicanalitica puo’ diventare idealmente una specie di antifamiglia – una famiglia di cui si puo’ scegliere di fare parte, e che poi si puo’ liberamente lasciare quando si è terminato di fare quello che si deve fare nel suo ambito.<br><br><br>scoprire come un individuo, privato della linfa vitale della propria solitudine durante il primo anno di vita, in seguito <i>inventi</i>, in un momento di grande angoscia, <i>il proprio isolamento dal mondo</i>. <br><br><br>..per la prima volta seppe che non era piu’ il figlio di sua madre, ma apparteneva in effetti solo a se stesso. <br><br><br>Ad un certo punto c’è una necessaria rottura di reciprocità – il genitore stringe la mano del bambino, ma questi non stringe piu’ la mano del genitore. Per una sottile alterazione cinesica della pressione della mano, il bambino di tre o quattro anni  indica al genitore che vuole fare dal solo la propria strada nel proprio tempo.<br>Il genitore puo’ scegliere tra il rafforzare la stretta o correre quello che gli hanno insegnato essere un grosso rischio – permettere cioè che il figlio lo lasci nel momento scelto dal bambino stesso e non in quello stabilito dal genitore o dalla società.<br><br>..egli si rendeva conto di non poter fare niente per il bambino sinché non avesse saputo che cosa fare per sé.<br><br><br><br><i><span style='color:red'>..tutto quello che dobbiamo fare è vedere attraverso noi stessi in un nulla che ci fa ritornare a noi stessi in quanto questo nulla è il particolare nulla del nostro essere.</span></i> <br><br><br><br><br>Per dirlo in un altro modo, il superego (..ingiunzioni, frammenti e parti primitive amate e odiate dei loro corpi, frammenti di minacce.. che risuonano nelle nostre orecchie mentali dal primo all’ultimo anno di vita) deve essere trasformato da astrazione teorica, che possiamo solamente comprendere, in realtà fenomenica… ..così da poterlo usare come.. segnale d’allarme - invece di essere usati e forse distrutti da esso. Per fare ciò si possono trovare o inventare tecniche molteplici. <br><br><br><br><br>------------------------------<br><br><br><br><br>capitolo 2  - la topografia dell’amore<br><br><br><br><br>Se riconosciamo che <i>ciascuno di noi è pieno di un mondo di altri che non sono proprio loro e allo stesso tempo no sono proprio noi</i>, possiamo prendere in considerazione la possibilità di un qualche accomodamento maritale all’interno di un singolo <i>individuo</i>.<br><br><br><br>Se parliamo della pulsione verso un buon pasto stiamo parlando di qualcosa che deriva dal nulla. <i>Qualcosa puo’ derivare dal nulla se quel  nulla è un nulla particolare. </i><br><br><br><br><br>..Il mondo include qui alcuni oggetti commestibili, la distanza e gli ostacoli tra noi e questi oggetti, e i nostri corpi come oggetti nel mondo che possono essere osservati da altri; le contrazioni del nostro stomaco dovute alla fame, le alterazioni neurochimiche che possono essere registrate quando si ha fame, e così via. E’ un po’ come percorrere con un dito la superficie di un tavolo e poi farlo cadere nel niente al bordo del tavolo stesso. Il bordo non è né il tavolo né il “nulla” nel quale cade il dito, ma sia il tavolo, che è qualcosa, che il nulla, che non è, definiscono il bordo come non-esistente, ma come una non-esistenza ben precisa.<br><br><br><br>..L’espressione “soddisfacimento dell’istinto”  significa semplicemente la fusione a livello cosciente tra l’oggetto interno e quello esterno, e di conseguenza un decisivo annullamento del confine esperimentato dell’io. <br>L’istinto no soddisfatto è l’esperienza di essere in equilibrio al confine del proprio io, pieni di spavento per la precarietà di questa posizione ma, quel che è peggio, incapaci di lasciare la sicurezza di una chiaramente percepita coscienza egoica.<br><br><br><br>Il soddisfacimento dell’istinto significa in ogni caso il crollo dei confini dell’io e equivale così alla pazzia, se non è la pazzia “stessa”. ..terrore, rafforzato dalla collettività e formalizzato dalle istituzioni, di diventare matti, di assistere al sopravvento dell’esterno sull’interno e dell’interno sull’esterno, di perdere l’illusione dell’io.<br><br><br><br><br>L’effettiva sofferenza di colui che viene punito è un atto arbitrario e gratuito gettato nel mondo per prestare falsa concretezza a un sistema eterico.<br>Lo stato borghese è un farmaco tranquillante con letali effetti collaterali. <br><br>Ma che succede se la protesta diviene meno tiepida e noi smettiamo di uguagliare la risoluzione del conflitto ad un adeguato adattamento sociale? Che cosa succede se l’allucinazione di questa buona poppata è un tentativo di conservare l’identità transpersonale tra l’interno e l’esterno, <i>l’unico momento felice di pazzia che la maggior parte di noi esperimenta</i> e deve molto rapidamente perdere di vista? Che cosa succede se l’angolo dello straccio che la bambina succhia è piu’ reale della mammella della madre (che è il petto che ella non succhia piu’) o dell’appetito interiore che la piccola proietta nello straccio?<br><br><br>altrimenti <i>“è la fine di tutto”. <br>Solo che, anche se lo è non lo è mai</i>.<br><br><br><br>Mi è sempre sembrato strano e ironico in modo quasi ingenuo che la gente non abbia il coraggio di dire la propria verità, per quanto distorta possa essere la sua prospettiva a questo riguardo, nel rapporto matrimoniale inteso in tutte le sue accezioni., sia esso legalmente confermato o piu’ schiettamente basato sull’accordo e la comprensione di due persone che vogliono amarsi con o senza la presenza di altri individui<br><br><br><br><br><br>Per amore di se stesso qui s’intende non solo un a completa realizzazione del proprio corpo, che includa le sue pieghe esterne..  , ma anche una completa esperienza dell’interno del proprio corpo......<br><br><br><br>Prima di poter amare un altro, dobbiamo amare noi stessi a sufficienza. Prima di poter amare un individuo appartenente al sesso opposto dobbiamo essere capaci di amarne “a sufficienza” uno del nostro sesso. <br><br><br><br><br>………………<br>(perso)<br><br><br><br><br><br>Il vero problema è essere.&#39;<br><br><br><br><br><br>(D. Cooper, La morte della famiglia,  Feltrinelli)<br><br><br><br><br><br><br> <br><br>(Risorse - Testi)]]></description>
<author><![CDATA[Cristina Modigu]]></author>
<pubDate>Sun, 13 Nov 2005 16:53:15 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Il sesso di Venere - Luke Sutherland, di Ferdinando Pastori]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=17&tes=677&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <b>Il sesso di Venere - Luke Sutherland</b><br><br><i>“Venus As A Boy is a harrowing, bleak and brave novel, laid out in bite-sized paragraphs. The writing is clear, restrained, evocative, sometimes sentimental and often funny, though not always intentionally.” </i>(Sunday Herald)<br><br>All’interno della collana “Anagramma”, particolarmente attenta alle voci nuove del panorama letterario internazionale, la casa editrice Newton &amp; Compton ha recentemente dato alla stampa “Il sesso di Venere”, terzo romanzo di un giovane scrittore (e musicista) nato a Londra, ma cresciuto nelle Isole Orcadi. Luke Sutherland ha pubblicato il suo primo romanzo “Jelly Roll” nel 1998, una specie di trattato psicologico sui jazzisti di Glasgow, entrando nella rosa dei finalisti del prestigioso Whitbread First Novel Award e si è confermato scrittore di talento con la seconda opera “Sweetmeat” dove sono apparsi per la prima volta le tematiche surreali e vagamente magiche che contraddistinguono il suo ultimo lavoro.<br>“Il sesso di Venere” (“Venus as a boy” il titolo originale, preso in prestito da una canzone di Björk) si presenta come una sorta di allegoria sulla liberazione sessuale e la ricerca del proprio ruolo nella società. Protagonista della storia e voce narrante della vicenda è il transessuale Désirée che incontriamo in fin di vita in uno squallido monolocale di Soho mentre la sua pelle, i suoi muscoli e i suoi organi vitali si stanno lentamente tramutando in oro.<br><br><i>“Sutherland, making his American debut here, has fashioned a modern-day fable about the meaning of goodness and the power of love, about the extraordinary things that happen when the sacred and the profane collide. Sutherland is an author to watch.” </i>(San Francisco Chronicle)<br><br>La storia inizia tra i panorami mozzafiato delle Orcadi (delle quali Sutherland regala un ritratto crudo e al tempo stesso commosso e appassionato) quando Désirée non era altro che un ragazzino confuso e solitario alle prese con i primi turbamenti sessuali e una realtà sociale squallida e alienante. In queste prime pagine Sutherland adotta una scrittura nostalgica ed evocativa, a tratti poetica che andrà scomparendo pagina dopo pagina fino a diventare asciutta e priva di sentimentalismi quando il protagonista si trasferirà a Londra per incontrare il suo destino. Inequivocabilmente segnato da un dono, da un talento che il protagonista non riesce immediatamente a comprendere e accettare. Una forte carica sessuale e una sorta di fluido che si sprigiona dalle sue mani e dal suo corpo in grado da fornire ai suoi amanti visioni paradisiache ed estasi dionisiache. Tuttavia questo dono finirà con il ritorcersi contro se stesso per arrivare alla scoperta che desiderio e amore non sempre viaggiano nella stessa direzione e su binari paralleli, così come non è sempre vero che amore e sesso si debbano obbligatoriamente accompagnare l’uno con l’altro. Désirée può far raggiungere l’estasi, far sentire le campane e vedere gli angeli, ma non riesce a trovare quell’amore puro che non chiede niente come contropartita. <br><br><i>“Luke Sutherland&#39;s Venus as a Boy is a fine example of what&#39;s best and most exciting in British fiction right now. It&#39;s a fine achievement, a seeming-simple story of a man who&#39;s turning to gold. This premise could be fairy-tale cutesy, or a rejected-organ Magic Realism transplant. He manages to skip round this potential trouble, since he&#39;s got a firm and lovely grip on the plain and the sad, the small cruelties of life, and its deeper joys.” </i>(The London News Review)<br><br>Sutherland possiede l’indubbia capacità di toccare il cuore del lettore, di regalare pagine ricche di forte carica emotiva e sentimentale alternandole ad altre che fanno sprofondare nelle zone più misteriose ed ambigue della sessualità e del desiderio e lo fa con mano sicura, con monologhi e riflessioni taglienti, con immagini e pensieri che non è possibile dimenticare in fretta. E allora forse le parole più adatte per comprendere la sua bravura sono quelle apparse sul San Francisco Chronicles quando afferma che “&quot; Sutherland . . . has fashioned a modern-day fable about the meaning of goodness and the power of love, about the extraordinary things that happen when the sacred and the profane collide.&quot;<br><br><i>“La gente paga per fare sesso perchè c’è qualcosa che manca nelle loro vite […] ma una volta che hanno ricevuto da me un po’ d’amore, quelli che hanno qualcosa per cui vivere, non tornano più. Lo sguardo fugace del paradiso mostra loro i vuoti nelle loro vite, li rende vergognosi in qualche modo, e improvvisamente diventano dei samaritani, che fanno tutto quello che possono per fare ammenda, per essere Cristo. Gli altri invece, quelli abituali, i brevi momenti di beatitudine li rassicurano che, anche se non c’è niente qui per loro, ci sarà tutto per loro nell’aldilà.”</i><br><br>Luke Sutherland <br>Il sesso di Venere, 159 pagg<br>Newton &amp; Compton (Collana “Anagramma”)<br>I edizione Gennaio 2005 <br><br>(Risorse - Bibliografia)]]></description>
<author><![CDATA[Ferdinando Pastori]]></author>
<pubDate>Sun, 06 Nov 2005 22:26:16 +0000</pubDate>
</item>
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<title><![CDATA[La parola è rivolta, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=666&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=666&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Agosto è il mese delle nascite, dicembre mantenne al caldo i semini sotto la terra bagnata che li aveva adescati con uteri a forma di amo, in primavera gorgoglianti in una pozza d’acqua bassa a chiudere gli occhi, dentro gli occhi chiusi delle madri – proprio loro, quelli che sarebbero nati impiccati – <br><br>(l’ostetrica appassionata e compulsiva stava come un geroglifico paziente nel paziente, che una voce sottomarina la chiamò, distogliendola dal nodo, le sue mani servivano a sfilare il cappio al collo dei nati impiccati – conficcato di dietro l’uomo si ritrasse in uno sfarffallìo di dita e bottoni, inappagato, sentendo nascere e morire dentro di sé un moto di pianto, finché s’affrettarono a chiudere i propri camici ingrigiti) <br><br>L’alba entrava dentro all’alba e aspettava l’accensione dei fanali o un paio d’occhi umani per prendere le sembianze d’un giorno sfavillante schiacciato dal contrasto di muscoli invisibili mentre i nati impiccati aprivano gli occhi dentro gli occhi chiusi delle madri.<br> <br><br>*<br><br><br>Lungo la strada erano passati sedici carri e l’aria era ingombra di polvere bianca mentre Gesù entrava a Cafarnao e con lo sguardo scannerizava le case bianche nella luce in cerca della sinagoga. Qui vi entrò e si mise ad insegnare, a tirare fuori i demoni dai corpi. In un pomeriggio di aprile, o maggio, o giugno era in una casa dove quattro uomini calarono dal tetto un paralitico. Gesù si sistemò i capelli dietro le orecchie e fece tornare a casa il paralitico col suo lettuccio. Fu dopo la guarigione del lebbroso, al quale Gesù disse di non proferir parola, mentre lui si rintanava nel deserto, che la celebrità lo colse. Gesù si ritirò presso il mare con i suoi discepoli e una moltitudine di genti lo seguirono, dalla Galilea, da Gerusalemme, dalle parti di Tiro e Sidone, dall’Idumea e dalla Transgiordania, e Gesù disse ai suoi apostoli di mettergli a disposizione una barca affinché le folle, che volevano toccarlo, non lo schiacciassero. A distanza, sventolato da foglie di palma, Gesù sul suo yacht di seconda mano dava lezioni di dottrina. <br><i>(dalle prose evangeliche) </i><br><br><br><br><br>*<br><br><br><br><br>La scuola era parificata dicevano e dentro c’erano le suore, entravo al mattino, da una piccola porta di legno, una fessura, c’erano solo due entrate, una da davanti e una da dietro e io rimanevo dentro fino alle quattro del pomeriggio, mi muovevo dentro al convento avanti e indietro seguendo gli ordini delle labbra delle suore che sparivano dietro a pesanti porte di legno, o in fondo ai corridoi – minestra o pasta nel refettorio lo stesso sapore, e se qualcuno di noi vomitava le suore lo costringevano a rimangiare il proprio vomito poiché il signore disprezzava le creature che non accettavano il suo cibo diceva suor Germana, grassa e sudata, e dal grembo del convento venivo fuori umido e svuotato, gocciolante dottrina.<br><br>All’interno vi erano corridoi falciati da luci polverose e camere che non si aprivano mai, angusti cortili con muri alti sedici metri dove i bambini saltavano a corda e scale circolari, camere con fili bianchi appesi da volta a volta – infiniti stenditoi con mutande bianche aperte come palmi di mani e salmi recitati al vespro - nel ventre della madre superiora, che stringeva i denti nella morsa, ardente nell’amen, una sottile peluria di baffi a velarle il labbro leporino.<br><br><br><br>*<br><br><br> <br>Dalla netta cava del sonno in pasta di sale bianca, uncini di rumori a tirare via, una tosse scomposta, una parola ripetuta più volte ad alta voce, lo avevano estratto al sonno in lembi e agli occhi aperti si sovrapposero scale di colori, gradazioni, sfumature. <br><br>Batté le palpebre una, due, tre volte. <br><br>Gli vennero chiare alla mente due parole. Ermafrodito bianco. <br>La consultò con i polpastrelli del pensiero, rigirandosele nella testa. A queste associò immediatamente una sequenza che conteneva lo stesso pigmento - il verde biancastro delle mele -sollevandosi di scatto nella polverosa essenza del risveglio, fendendo l’aria con la testa come un martello. <br>Fissò il gatto che dormiva sulla poltrona e una sensazione di deja vu lo avvolse quando questi sollevò la testa sbadigliando come aveva fatto in un altro momento - in un altro risveglio, le loro coordinate nella stanza nella stessa posizione e forse l’ora identica, una sorta di trasposizione minerale del suo corpo attraverso una sostanza biancastra che ci siamo abituati a chiamare tempo. Orologio, pensò. <br>Orologio, che ora è, sicurezza, calendari, posizioni, confutazioni. (sotto, anche quando la stanza è giurata al silenzio, sotto, come un ronzio) <br>Orologio, pensò, e il pensiero fu una bolla che si gonfiò nell’intenzione ed esplose nella confutazione che orologi, in casa, non ne aveva. <br>Telefono cellulare pensò, e la ragazza di fianco gli serrò una coscia con un artiglio. <br>“Prepari la colazione” disse, sistemandosi meglio il cuscino sotto lo testa, baciandogli un ginocchio senza aprire gli occhi, lo disse come se già lo stesse vedendo armeggiare ai fornelli e lui si proiettò nell’immagine ed era lì, che scaldava il latte con i peli delle cosce come piccoli olmi allineati, solenni e meticolosi. <br>Fu questa precoce visualizzazione che gli tolse la volontà di compiere il gesto. <br>Aveva disturbi percettivi, totale assenza di comprensione del proprio io. Anni prima in famiglia, aveva vissuto situazioni di subordinazione emotiva, e in alcuni posti si spersonalizzava, vedeva le persone come negativi, le loro sagome come ombre oscure nel dettaglio della scena che invece appariva reale. Nelle cucine era a suo agio. <br>Quando lui era in piedi davanti a una persona seduta invece si agitava. <br>Tendeva a crearsi piccole risorse cave, rifugi, in ambienti diversi – punti di fuga dove si sentiva schermato. Parlo così di Van perché io Van non lo conosco. <br>L’ho immaginato stamattina al risveglio, l’ho scritto tratteggiandolo per compenetrazioni di senso. Van non esiste. Io scrivo di lui qui e adesso, e lo ripiego come un foglio, come un fazzoletto, lo metto in tasca e lo dimentico. Mi alzo, soggetto sovraesposto dentro un quadro più vasto, che sfugge anche a me. <br> <br><br><br>*<br><br><br><br>Diversi anni dopo il trono sul quale sedeva era maculato di chiazze di sperma a forma di lancia o di supernova e uno specchio lo rifletteva in tutta la sua desolazione, sorretto il trono e sorrette le gambe da un pavimento in cotto che brulicava di piccole muffe, talenti, api morte (le api sono l’unico insetto che riesce a comprendere il concetto di assenza e di conversare di qualcosa che non sta accadendo lì) piccole lolite ectoplasmatiche giravano in cerchio come mosche tirandosi le loro minuscole vesti diafane, accecanti nel sole e alla pigra luce dei neon, dentro alle stazioni dei treni, le piccole bocche di un’umidità saccente si serravano sui brandelli di unghie che lui lasciava cadere dal trono a profusione. <br>Un tempo due ragazzine gli sedevano in parte, disposte sotto una finestra aperta, e con dita chirurgiche e carezzevoli gli piluccavano la testa in cerca di pidocchi da far brillare fra le unghie, schiacciandoli con uno schiocco secco, interrotte talvolta da un sospiro, da una parola, saliva ripresa sulle labbra e tirata come il filo lucido d’una ragnatela, la lingua – ma ecco, il momento è passato – e lui non è più lì. <br> <br><br><br>*<br><br><br><br>L’edera imbastiva una competizione col ragno, e si diceva che quando superasse il metro quadrato di estensione lei - l’edera, cominciasse a fare dei piccoli calcoli matematici, e oltre i dieci metri un’enciclopedia vegetale lasciava scorrere tutte le informazioni lungo le arterie verdi, costruite in tubolari intrecciati, enunciando tutta insieme a piena voce una filosofia d’apparente immobilità, in totale indipendenza ed esuberanza. <br>Io mi divincolavo con i gomiti aperti ad angolo retto nella stanza, per accorgermi dopo un attimo di essere solo e di non avere una camicia pulita, mentre le api divenivano il linguaggio dell’edera.<br> <br><br><br>*<br><br><br><br>Ripetendo vocalizzi arabi – versetti del corano o programmi ministeriali africani in una città europea, quasi per sbaglio, come aprire la porta d’un bagno pubblico e trovare uno di spalle che dice “occupato” – quattro ragazze italiane tutte partite per la Spagna,<br>clinica della rieducazione sentimentale – pensava di scrivere la disagiografìa della sua vita e andarla ad apporre sulle porte della chiesa, novello lutero laico,<br>ma questi erano pensieri da liceale o da anglosassone, questa voglia di evidenza, si costituiva assenza in questa geografia minerale che lo avvolgeva, divenne sacro il giorno che cominciò a ripetere a pappagallo tutto quello che gli veniva detto, ogni frase che gli veniva rivolta lui ripeteva, ogni frase gli veniva rivolta, e lui la ripeteva al suo interlocutore come annullandola, era diventato uno specchio, aveva smesso di avere opinioni o simulare personalità, semplicemente mostrava agli altri ciò che i loro occhi vedevano in lui e la sua ripetizione era il cortocircuito, implodeva nell’inconscio dove il relè della coscienza ci sdoppia negli occhi degli altri, in moltitudine, confutati dalla parola dall’altro, all’altrui opinione, e sei gli dicevano sei un codardo lui ripeteva sei un codardo e se gli veniva detto sei crudele lui ripeteva sei crudele e alle persone non piacciono gli specchi emotivi, siamo così ben nascosti affondati dentro ai nostri occhi come in una poltrona senza poterci osservare mai, siamo punti fissi che guardano la televisione anche in strada, tutti in assenza della propria percezione reali solamente nel momento in cui occupiamo campi visivi di altri, diversi.<br><br>Un ronzio, anche nel meriggio, si leva dal silenzio. Come di qualcosa che arda, o disturbi.<br> <br><br><br><br>*<br><br><br><br><br>“Stiamo uscendo dalla città <br>in silenziosa eclisse <br>e tu sei l’unica <br>io vorrei che venisse.” <br><br> <br>Brucia pure lento - il PROCESSO t’aspetta e ha un modo per assumerti invisibile e cauto come narici d’un cavallo che si spalancano, morbide nella pittura del quadro: se ti lasciano solo, puoi ucciderti. <br> <br><br><br><br>*<br><br><br><br><br> “Padre, come posso ora e sempre imparare a sparire con consapevolezza?” <br>“Figlio mi hai conosciuto mai?” <br>“Padre, non mi hai insegnato il modo di passarci il dolore di bocca in bocca.” <br>“Rispondi alla domanda.” <br>“Mai padre.” <br>“E la mia assenza, non mostra un intento? Tutto questo è stato diviso, le mille immagini che ti hanno composto dicono io sono quell’uomo, le immagini dicono che noi siamo il popolo, noi abbiamo sofferto, noi c’eravamo.” <br> <br><br><br><br>*<br><br><br><br><br>Non puoi rimpiazzare nessuno perché ognuno porta con sé dettagli magnifici e unici e tu sei il mio danno permanente. <br> <br><br><br><br>*<br><br><br><br><br>Eppure anche invecchiare con te, come quelle vecchie scale che nessuno si cura più di rimettere a posto, e che della loro decadenza hanno fatto bellezza – pavimenti, soffitti e muri scrostati e gonfi – che nessuno tocca più, magnifici – sono cose storiche, dicono, come me e te, da vecchi. <br>E le lasciano stare. <br> <br><br><br><br>*<br><br><br><br><br>Non vorrei mai che mia figlia incontrasse uno come me. <br> <br><br><br><br>*<br><br><br><br><br>Che non era nemmeno il caso, nel sole e tutta quella gente, cadere così, improvvisamente, nel pomeriggio aperto e stupito, cadere così, come cade una sedia di <br>lato, che non lo avresti mai detto, con quella luce giallina, che non avresti mai immaginato una sedia caduta, di lato, come te, sul marciapiede, nel sole, e tutta quella gente. <br> <br><br><br><br>*<br><br><br><br><br><br>Indisponibile Decadente, segmento mio, risorsa nel sole (e per il sole) appena mostrata, siimi spavento, <br>fibrillazione del senso, giaci nell’epoca tutta e guariscimi (il petto). <br>Sai? Ti ho fatto morire. Non c’è una reale schiavitù, un reale inganno, non c’è nemmeno il pavimento dove stai poggiano i piedi, giacche (sgualcite), sante giacche (sgualcite) appese alle grucce nelle caverne sotterranee:mie fami, girate. <br>Parlo alla tribù degli affogati, alla setta dei posseduti, vi prego: siatemi conforto, in questo giorno funesto, in questo mercoledì nero. <br> <br><br><br><br>*<br><br><br><br><br>I monaci delle stanze anteriori hanno abbandonato (il tempo), barattato con un po’ di granaglie e della corda il tempo in cui in questo posto sorgeva una nazione, diseducati dal grembo le immagini sorsero <br>a muraglia: altalene, spettri di neon, bianco e nero – <br>hanno sparato al limone, hanno preso il negativo d’un palazzo, sala vuota sala piena hanno lavato il bisturi dal sangue in fondo a quest’occhio d’acqua senza sponde, tokyo balbetta segnali in bianco e nero che la luna di miele non è pervenuta, - “luna di miele no pervenuta/luna di miele no pervenuta” il signor nikkei e la signorina dow jones hanno sbattuto la testa l’un l’altra cozzando come bicchieri su un tavolo, colpo sordo e secco schock (d’orologio), il battito arrestato, il tempo (arrestato), il matto in libertà, virale, zanzara, scritta emofiliaca su uno schermo, un conto alla rovescia per l’equilibrio <br><br>5<br>4<br>3<br>2<br>1<br><br><br><br><br><br><br><br>5 pilato <br><br>4 ha <br><br>3 reso <br><br>2 il <br><br>1 servigio <br><br>(zero): mie fami. <br>Pascetevi. <br> <br><br><br><br>*<br><br><br><br><br>Fu dopo il diluvio, a cui non riuscimmo a dare un nome - anche le tv schermarono immagini di americani perplessi dal non aver saputo in anticipo il nome della Tempesta, che cada la testa del Principe Del Meteo che cada la testa di Pilato Il Sofisticatore, qualcuno ha lasciato le alte finestre aperte, le imposte sbattono come un abominio, l’anticristo sulle piastrelle della cucina, nervoso, tiepido, appena sbucato dalla giovane (young) mente (child) del bambino (fragile) fragile (eggshell) guscio d’uovo (mind) - l’anticristo sul pavimento della cucina (mentre) – la camera fluttua nel meriggio, studi di auden, porzioni di disegno, alla ricerca della tosse perpetua:mie fami: adescate gli adolescenti. <br> <br><br><br><br>*<br><br><br><br><br><br>E nelle costole allestiva fabbriche nelle scapole sorgevano industrie, il metallico, l’alfabetizzato, serbava geishe nelle iridi per le ore sonnolente, <br>l’aperitivo è virale, nuziale il patto e nuziale la fede <br>alla scuola Rigautiana, novella cucina del verso, radiografie ne mostrano il feto che sembra danzare <br>sulla cassa disarmonica della Borsa. <br>C’è una riga sottile che divide tutto questo dalla realtà, protettrice del dono dello specchio. <br>Mie fami: aspirate al potere. <br> <br><br><br><br>*<br><br><br><br><br>Mani in francia, su un telefono, un arabo suona il clarinetto sulla metropolitana charles de gaulle parigi coi baffi parigi assolutamente coi baffi, mistica, androni di Tarkowski Budget Zero, redattori <br>di riviste immaginarie a Berlino per un the su una branda, berlino uffici vuoti strade deserte, Berlino s’è incantata a fissare il crollo del muro o il culo della scimmia, “Una ragazza nell’erba fece crollare il london bridge agitando le braccia come coltelli/onda.” narra un gargoyle curvo come un pugno atteggiandosi a leggenda. <br>Attorno ai fiumi, piccole capanne coperte dal pergolato, ombrelli appesi agli alberi a testa in giù, <br>ossa d’animali, chi scrive più sui muri delle città? <br>In lontananza lo spegnersi dei falò, l’eco di tamburi e distorsioni, arie da primitivi. <br>Mie fami: pattugliate gli aeroporti. <br><br><br><br><br><br>*<br><br><br><br><br><br><br>Andrà tutto bene. <br> <br><br><br><br><br><br>*<br><br><br><br><br><br><br>Andrà tutto bene. <br> <br><br><br><br><br><br>*<br><br><br><br><br><br>Andrà tutto bene.<br><br><br><br><br><br><br><br><br><br><br><br><b>(2005) Copyleft Alessandro Ansuini &amp; Smith &amp; Laforgue</b><br>&quot;E&#39; consentita la riproduzione, parziale o totale, dell&#39;opera e la sua diffusione per via telematica a uso personale dei lettori, purché non a scopo commerciale. il testo può tranquillamente essere scaricato o fotocopiato e poiché questa riproduzione non è a fini di lucro, Alessandro Ansuini &amp; Smith &amp; Laforgue ne autorizzano la riproduzione. Se invece un editore italiano o estero (magari americano) volesse apporci il proprio marchio o farlo tradurre e metterlo in commercio nel suo paese o in un altro, o se un produttore cinematografico volesse farci il soggetto di un film, in questo caso l&#39;utilizzo verrebbe considerato a fini di lucro, e quindi sottostante le normali leggi di copyright.&quot; <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Tue, 25 Oct 2005 06:30:41 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Topping from below – Laura Reese, di Ferdinando Pastori]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> <b>Topping from below – Laura Reese</b><br><br><i>“If the title of this daring novel sounds obscene to you, you&#39;re on the right track. Reese has written an S &amp; M murder mystery that defines the word explicit.” </i>(Booklist)<br><br><br>“Sottosopra” (“Topping from below”), romanzo d’esordio di Laura Reese, è un thriller che, grazie a un affascinante intreccio narrativo e a una prosa mai sopra le righe (nonostante il tema centrale, feticismo e masochismo, non sia facile da condurre), riesce a mescolare con intelligenza suspense e erotismo <i>(“Sex is kinky and love twisted, a daring erotic thriller that practically guarantees to set readers pulses racing&quot;</i> – The San Francisco Chronicle Book Review).<br><br><i>“In her first novel, Reese explores the ghastly realm of women who, through some quirk of nature, allow themselves to be physically brutalized in order to feel loved. She writes well, using succinct prose, and in the process creates a neat little suspense novel. Be forewarned, though: explicit sex, sex with animals, mutilation, and torture are all here for the asking, as is the harsher reality of sadomasochism in all its pain, degradation, and domination.”</i> (Library Journal)<br><br>Nora Tibbs, la protagonista, è disposta a qualsiasi cosa pur di dare un volto all’assassino della sorella Franny. Obiettivo che diventa ossessione dopo aver letto il diario segreto della sorella ed aver scoperto il degrado sessuale, le torture fisiche e psicologiche alle quale è stata sottoposta la ragazza durante il tormentato e autodistruttivo rapporto con M. <br>Nora si convince che M., arrogante e a prima vista insospettabile professore di musica, sia il colpevole e decide di ripercorrere lo stesso umiliante percorso già seguito dalla sorella. Inizia così un rapporto costruito su una attrazione psicologica e sessuale malata e deviata. Un immersione negli abissi della perversione che Nora affronta sorretta dal desiderio di vendetta che tuttavia finisce per lasciare il posto a una nuova forma di piacere fino a quel momento sconosciuta. Nora prende coscienza del suo corpo, dei suoi desideri e delle sue necessità, si scontra con il lato più oscuro della propria sessualità fino a imparare la lezione di M. Ad accettare il dolore, la sofferenza non come una condanna, ma come un premio. Fino a quando la verità, che non avrebbe più voluto scoprire, si presenta davanti ai suoi occhi con tutta la sua potenza distruttiva e accecante. Verità che la porta a rimettersi nuovamente in gioco, affrontando la realtà con un rinnovato spirito di vendetta che avrà il suo compimento in un finale spiazzante e per nulla rassicurante. <br><br><i>&quot;Its powerful erotic undertow immediately pulls the reader into sensuously described sadomasochistic rituals and the related obsessions of murder, sisterhood, and love . . . a compelling plot intertwined with steamy scenes. When&#39;s the last time you read raunchy sex and a good mystery in the same book?&quot; </i>(Playboy)<br><br>Un libro “diabolicamente erotico “(Publishers Weekly), intrigante, a tratti immorale e disturbante, un incubo che appare ancora più terrificante in quanto non confinato in una dimensione onirica, ma anche (e soprattutto) una eccellente analisi dei conflitti interiori che si scatenano quando sentimenti contrastanti, come passione (piacere) e desiderio di vendetta (odio), finiscono per scontrarsi fra di loro, senza che nessuno dei due riesca a prevalere sull’altro. <br><br><i>“M. si alza in piedi e viene verso di me. Bruscamente, mi afferra per i capelli e con uno strattone mi tira indietro la testa. Ho l’impressione che tu non sia cinica nemmeno la metà di quello che ti piacerebbe farmi credere, dice. Si piega, stampandomi in faccia la sua faccia. Vedo ogni minaccioso poro della sua pelle, ogni scuro ciglio arricciato delle sue palpebre. Mi fissa, senza battere gli occhi, e mi prende il mento con la mano libera. E decisamente non sei prudente quanto dovresti. Io ho ammazzato tua sorella, ricordi? O almeno così pensi tu. Non dovresti essere qui.”</i><br><br>Laura Reese<br>Sottosopra, 327 pagg<br>Tea (Collana “Teadue”)<br>I edizione Luglio 1998<br>Su licenza Ugo Guanda Editore<br> <br><br>(Risorse - Bibliografia)]]></description>
<author><![CDATA[Ferdinando Pastori]]></author>
<pubDate>Tue, 11 Oct 2005 18:58:17 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Recensione de &quot;I Giocatori&quot; di Don DeLillo, di Alessandro Ansuini]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> “Qualcuno disse Motel.” <br>Così si apre The Players, in italiano I giocatori, che ha come protagonisti una coppia di newyorkesi, all’ombra delle Twin Towers che vengono definite, profeticamente, precarie. Pammy e Lyle vivono una vita l’apparenza felice e tranquilla, lui impiegato a Wall Street, lei nelle Twin Towers. Nella prima parte del libro li vediamo muoversi nel loro ambiente, sorretti da dialoghi affilatissimi, e lentamente scivolare entrambi nelle trame segrete del libro. Lyle, nevrotico accantonatore di informazioni, comincia una relazione con una segretaria che lo porterà a far parte, o credere di far parte, di una cellula terroristica che ha il piano di far saltare la borsa di New York. Sua moglie Pammy andrà in vacanza nel Maine con una coppia di amici omesessuali, e avrà una storia  con uno dei due. “Le nostre separazioni erano molto intense”, dice Lyle, alla fine del primo dei due capitoli. Lo stile che caratterizza DeLillo nei suoi romanzi degli anni ’70 è vivace, acuto, e fa si che la narrazione, strato dopo strato, osservazione dopo osservazione, tragga la sua linfa dalle nevrosi della società contemporanea, i dialoghi, al limite del surreale, ricordano quelli di Great Jones Street (1973), terzo romanzo dell’autore, e sono la colonna portante del romanzo. Memorabile il prologo del libro, che si svolge su un aereo, mentre un pianista suona e sullo schermo passa un film di terroristi che uccidono dei giocatori di golf in una mattinata assolata.<br><br><br><br><b>Bibliografia di DeLillo</b><br><br>La bibliografia riporta il titolo italiano e quello originale, tra parentesi, con la data di prima pubblicazione. A seguito  l&#39;anno di pubblicazione.<br><br>Americana, (Americana, 1971) - 2000 <br>End Zone, 1972 <br>Great Jones Street, (Great Jones Street, 1973) - 1997 <br>Ratner Star (1976) <br>Giocatori, (Players, 1977) - 1993 <br>Cane che corre, (Running Dog, 1978) - 1991 - 2005 <br>Amazons (1980), scritto con lo pseudonimo di Cleo Birdwell <br>I nomi, (The Names, 1982) - 1990 <br>Rumore bianco, (White Noise, 1985) - 1987 <br>La stanza bianca, (The Day Room, 1987) - 2003 <br>Libra, (Libra, 1988) - 1989 <br>Mao II, ( Mao II, 1991) - 1992 <br>Underworld, (Underworld, 1997) - 1999 <br>Valparaiso,(Valparaiso, 1999), - 2002 commedia in due atti <br>Body art, (The Body Artist) - 2001 <br>Cosmopolis, (Cosmopolis, 2003) - 2004 <br><br> <br><br>(Risorse - Bibliografia)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Sun, 09 Oct 2005 11:48:36 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[RICORDO DI SIMON WIESENTHAL, di Andrea Accorsi]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=28&tes=657&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=28&tes=657&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> IL giorno 20 Settembre 2005 nella sua villetta di Vienna si spegne Simon Wiesenthal. <br>He was 96, recita melanconicamente l&#39;agenzia Cnn che ne dà la notizia; muore infatti di vecchiaia chi aveva sfiorato la morte in un campo di concentramento nazista, chi aveva visto morire in quei luoghi 89 appartenenti alla sua famiglia e chi soprattutto<br>avrebbe dedicato i suoi restanti, pur tanti, 60 anni di vita alla cattura di criminali di guerra tedeschi sfuggiti a Norimberga.<br>Ne prese e collaborò alla cattura di 1100 uomini di quei criminali.<br>Ma Simon Wiesenthal non era solamente uno straordinario battitore di piste e un instancabile cacciatore di taglie,  egli, e adesso che è morto è lì a richiamarlo in quanto memoria, è stato per decenni la personificazione del ricordo da parte del popolo Ebraico di un male storico che essi identificano col Male Assoluto.<br>Tanto per citare qualche posizione: il maggiore storico del&#39;Olocausto Yehuda Bauer definisce Hitler come il male quasi estremo,<br>ma corregge la sua posizione su Dio: <br><i>&quot;In nessun modo Dio può essere al tempo stesso onnipotente e giusto; o è onnipotente, o è giusto.<br>Perchè se è onnipotente, è Satana; se è giusto, è un nebbish&quot;.</i><br>Il termine nebbish significa miserabile, uno che non ha forza propria, quindi, quello che Hitler e l&#39;Olocausto mettono in gioco è tutto il tipo di revisionismo teologico della Legge e che secondo la Legge consente di far sedere Dio al banco degli imputati.<br>L&#39;estremismo di Yehuda Bauer in questioni di teologia è  complementare a quello di Emil Fackenheim, il più illustre teologo dell&#39;Olocausto, il quale è anche autore della teoria secodo la quale l&#39;Hitler pubblico era un  misterioso ibrido tra l&#39;attore e l&#39;uditorio.<br>Fackenheim definisce Hitler come il &quot;male radicale&quot; per via  del fatto che egli non riconosce<br>alcuna sincerità nell&#39;appassionato odio di Hitler per gli Ebrei, lo considera una posa d&#39;attore, di comodo, per questo Facknheim formulerà il seicentoquattordicesimo precetto in questi termini:<br><i>&quot;è fatto divieto agli Ebrei di concedere a Hitler vittorie postume&quot;.</i><br>Chiaramente, è con questa posizione che risponde a Bauer allorquando per colpa di Hitler uno storico aveva intentato un processo a Dio ed è con questa posizione che Fackenheim rifiuta spiegazioni &quot;normalizzanti&quot; dell&#39;Olocausto.<br>Il precetto è un articolo di fede e rappresenta , per così dire, un&#39;istruzione restrittiva impartita dal giudice alla giuria: si può giudicare Dio colpevole di negligenza grave, ma è escluso ogni verdetto che preveda la pena capitale, poichè questa costituirebbe una vittoria postuma di Hitler.<br>Il dibattito è molto ampio e complesso in materia, se ne può trovare un bel compendio anche storiografico nel libro di Ron Rosenbaum &quot;Il Caso Hitler&quot; (Oscar Storia Mondadori).<br><br>Non spetta certamente al sottoscritto sottolineare l&#39;importanza dell&#39;Olocausto all&#39;interno &quot;Weltanschauung&quot; nazista,  resta tuttavia il problema di fondo, contro il quale in maniera decisiva aveva lottato il compianto Simon Wiesenthal; il problema cioè che la shoah rappresenta in sè stessa: il deragliamento della storia e la fuga verso l&#39;abisso della storia. Se non è possibile spiegare l&#39;Olocausto nè con la terminologia religiosa<br>nè tantomeno con gli strumenti della storia, nondimeno ci devono essere giustificazioni; senza la &quot;questione ebraica&quot; molti dei burocrati del Terzo Reich sarebbero stati solamente quel che in realtà erano, burocrati.<br>Con la persecuzione e la definitiva &quot;soluzione finale&quot; vengono invece a crearsi innumerevoli note di merito e possibilità di potere, da parte chiaramente della numerosa base del partito nazista, delle unità locali, degli pseudo-governi nei paesi occupati e via dicendo.<br>Le amministrazioni decentrate del Reich sono messe alla prova e rispondono con efficacia e coordinazione precisissime alle necessità di smistamento e smaltimento di rifiuti umani, quali sono appunto agli occhi dei nazisti, gli Ebrei. E anzi tutto questa macchina burocratica con i suoi uffici e i suoi capiufficio, le sue circolari, le sue sezioni<br>specifiche sono determinanti per la riuscita ideologica della soluzione finale, oltre che logistica.<br>Quello che è in realtà un massacro viene mascherato con chirurgica crudeltà in pulizia, disinfestazione: più volte Hitler dal 1923 al 1945 aveva parlato pubblicamente degli Ebrei non in termini di etnia o di popolo nemici, egli aveva attuato la sottile distinzione di virus, di malattia, di bubbone canceroso.<br>Ecco allora la necessità di ridurre gli uomini in sottouomini in modo da presentare l&#39;ecatombe in atto in termini di intervento sanitario. E anche l&#39;iter cui erano sottoposti gli Ebrei è a dimostrazione di questo: il viaggio in treno, l&#39;inganno del lavoro, l&#39;impossibilità di comunicazione etc etc.<br><br>Simon Wiesenthal rimane il simbolo della lotta contro questa riduzione.<br>La sua ricerca e la sua sete di vendetta (che qualcuno definisce giustizia) sono inestinguibili perchè sono della storia che si è rivoltata contro se stessa. <br>Gli studi e gli esiti investigativi di Wiesenthal tesi verso l&#39;ingrandimento macroscopico della personalità e della fisiognomica, ora dell&#39;uno ora dell&#39;altro dei criminali,  sono il movimento opposto e contrario alla riduzione subita dal suo popolo.<br>Nella sua impresa vi è un chè di Sisifo, nell&#39;illusione che l&#39;enorme apparato depurativo attuato da Hitler poteva esser bloccato da uno qualsiasi dei suoi ingranaggi, in questa eccessiva memoria che è poi perdita di memoria.<br>Forse davvero l&#39;Olocausto è un unicum nel panorama millenario della storia che ha tatuato il Novecento in maniera indelebile per cui se ne parlerà ancora per millenni e le sue cause e le sue conseguenze saranno per sempre studiate e ricercate ancora.<br>Per adesso sappiamo che l&#39;Olocausto è stato uno dei principali capi d&#39;imputazione del processo di Norimberga, senza il quale gli Alleati si sarebbero dovuti accontentare di un ben misero &quot;guerra d&#39;aggressione brutale&quot;.<br>Simon Wiesenthal è morto a 96 anni, di vecchiaia, riposi in pace. <br><br>(Teorie - Filosofia &amp; scienze umane)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Accorsi]]></author>
<pubDate>Mon, 03 Oct 2005 12:49:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[MICHEL HOUELLEBECQ, OVVERO LA FINTA SCRITTURA, di Andrea Rossetti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=29&tes=656&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> Ieri, a Bologna, ho assistito alla conferenza tenuta da Michel Houellebecq in occasione dell’uscita italiana del suo nuovo romanzo. L’impressione che ne ho avuta è a dir poco deprimente. La scrittura di Houellebecq si avvale di uno stile variegato, giocato su un buon numero di registri, sorvegliati con discreta abilità da una mano impostata fin troppo scopertamente sulla tecnica dei grandi romanzieri ottocenteschi, francesi e russi. Non infrequente è inoltre il ricorso a banali spunti lirici, ai quali lo scrittore ricorre per fornire un fascino tanto immaginifico quanto segretamente consueto al suo pessimistico disincanto, a sua volta contrappunto poco sapiente dell’idolatria del “biologico” rappresentata dalla religiosità raeliana. <br>Houellebecq è il tipico prodotto dell’industria culturale all’epoca del sincretismo new age: con capacità affabulatoria del tutto priva di fascino, egli riversa sull’uditorio un <i>pastiche</i> in cui confluiscono con sorprendente superficialità suggestioni nietzscheane e schopenaueriane, religiosità positivistica densa di riferimenti a Comte, scientismo iperrazionalista, culto della giovinezza che lascia filtrare una sorta di microfascismo tecnologico, erotismo vagamente spiritualizzato mediante suggestioni buddhiste, e soprattutto un’aspirazione all’immortalità banalizzata intorno alla pratica della clonazione che, mentre enfatizza la dimensione puramente biologica insita in una certa idea di genetica, non riesce a trovare niente di meglio di una vaga servitù alla biografia - alla quale sono condannati i cloni dell’originale - per salvaguardare una dimensione spirituale posta ai margini del narcisismo più triviale.<br>Ascoltare Michel Houellebecq rivela in modo inconfutabile la sua consistenza (o inconsistenza) di prodotto di moda, sapientemente servito con quella salsa citazionistica un po’ paludata che caratterizza da sempre la variante europea di queste operazioni postmoderne. Non è un caso che in Italia costui ispiri l’appassionata difesa di gazzettieri filosofanti come Giulio Giorello, da sempre pedanti testimoni borghesi della cultura del modernariato e della secolarizzazione spirituale. <br><br>(Teorie - Critica &amp; recensioni)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Sat, 01 Oct 2005 11:43:05 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[k.  Kiéslowski  -, di cristina modigu]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=16&tes=654&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[un modo di osservazione..]<br><br><br><br> <br><br><br>&#39;Durante le riprese, le cose vanno in senso inverso: <i>tutto si accumula</i>. E poi, al montaggio, correggo questa inflazione, <i>tolgo fino al limite estremo</i>. Il problema è di trovare il miglior dosaggio possibile tra ciò che è misterioso e ciò che è evidente. <br><br><br>…e allora è necessario fermarsi. E io non mi volevo fermare: mi è sempre interessato ciò che non compare in superficie. Ma ci sono delle cose che ciascuno vuol tenere per sé e che io non ho diritto di filmare. <br><br><br>Io rispetto il mio produttore, i soldi e , soprattutto, i miei spettatori. Non solo perché devo. Ma perché lo voglio. La mia opinione è che la produzione di un film – sebbene costosa – abbia una sua moralità. Ed io cerco di obbedire a questa moralità perché lo voglio. Una tazza di caffè può costare mezzo dollaro, può costare 3 o 5 dollari, ma quando costa 120 dollari, bere quel caffè è immorale. E’ esattamente la stessa cosa per la produzione di un film. <br><br><br>Si tratta …, di qualcosa d’altro, di una realtà che non si puo’ capire, che non si può sistemare in un ordine.., della quale in sostanza non risulta niente,<br><br><br>Non recare mai danno alla persona filmata, <i>non trasformare la sua vita, né in meglio né in peggio</i>.<br><br><br>..il documentario, in questo senso, è anche un modo di imporre al cinema <i>i tempi illimitati dell’osservazione e testimonianza delle cose</i>. <br><br><br><br>Il caso, nel cinema del regista di Destino cieco e di Decalogo, è da sempre in agguato.<br><br><br>Secondo me sono norme morali.<br>Io non credo in dio, ma (... ) ho comunque un rapporto con lui.<br><br>(il mistero..) Che non è metafisico, non è niente, esiste e basta. Nei miei film lascio sempre un margine di inspiegabile, perché risposte non ne ho. Se le avessi mi occuperei d’altro. In generale il “messaggio” dei dieci film, se esiste, è di cercare Dio in altre cose che vadano oltre Dio. <br><br><br><br>E’ un’interpretazione. …<br><br><br><br>Questo conta, nient’altro. In generale, io sono un tipo freddo, <i>tutti i miei film nascono sottovetro</i>: non ho mai distribuito emozioni e non ho nessun motivo per cominciare ora. Però il Decalogo nasce da un equilibrio fra osservazione e affetto per i personaggi. <br><br><br><br>Tutto sta nell’osservare le persone. Osservarle significa tentare di capire i loro comportamenti e capirle significa già perdonarle. La gente finge non perché è cattiva. Finge per paura o per amore. Il problema è se riconosciamo queste finzioni in modo generoso, senza fare distinzioni fra Bene e Male.<br><br><br><br>E’ il quartiere di Stawki, a Varsavia. Un quartiere anonimo, meno terribile di tanti altri. Volevo avere la possibilità di inquadrare queste case alte, con molte finestre, come per dire che dietro ogni finestra c’è una storia…  I problemi non sono mai solo pratici o politici.<br><br><br>Io ho voluto mostrare che i problemi veri sono sempre dentro di noi. <i>Ciò che conta non è il comportarsi bene o male, ma il non sapere cosa fare</i>, perché tutti i criteri di giudizio vengono meno e <i>ogni scelta che compiamo ogni giorno è dettata dal male minore</i>. <br>Così abbiamo contrapposto ai comandamenti, così semplici e univoci, le situazioni confuse, opprimenti di cui è costituita la nostra vita. <br><br><br><br>Guardandoli meglio, mi accorgo del dolore e della disperazione di questi personaggi. <br><br><br><br>Il regista è solo la persona cui spetta il compito di accettare o rifiutare le idee che vengono proposte da altri, da molti altri. <br><br><br><br>(il film) Prima non esiste. Lo scritto è un’anticipazione di ciò che si potrebbe fare, e che puo’ essere cambiato.<br><br><br>Io amo girare per primo le sequenze piu’ difficili, aggredire l’essenziale per scoprire subito qual è il ‘carattere’ del film. <br><br><br><br><i>La distanza che metto tra me e il mondo raccontato, non noioso.</i> <br><br><br><br><br><br>Un esempio chiaro è la scena d’amore finale, rarefatta, dietro un vetro. E’ questo schermo trasparente -  vero o simbolico – che pongo e mi impongo. Che i due facciano all’amore appartiene al campo dell’evidenza, quello da mostrare è altro. <br><br><br><br><br>Amo gli attori, durante i provini ne vedo talmente tanti di bravi, che non posso utilizzarli tutti. E allora li metto idealmente da parte per la prossima occasione. Ho un intero archivio nella mente. <br><br><br><br><br>(dubito) non soltanto durante il montaggio; dubito quando scrivo, quando parlo, sempre.<br>(una volta finito il film..) Ma sì, <i>dubito, dubito sempre</i>. Ma c’è un momento in cui bisogno dire basta e incominciare a fare altre cose. <br>(limiti) <i>E’ il tempo a porli</i>. <br><br><br><br><br><br>Sono stufo di fare film. Spero davvero che questo sia l’ultimo, voglio potermi dedicare ad altro’<br><br><br><br><br><br><br>(K. Kiéslowski, a cura di Mario sesti  -  1996, Dino Audrino Editore) <br><br>(Risorse - Testi)]]></description>
<author><![CDATA[cristina modigu]]></author>
<pubDate>Sun, 25 Sep 2005 13:53:46 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[decalogo IX, di cristina modigu]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=16&tes=648&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[dialogo -]<br><br><br><br> <br>di nuovo,  non sono sicura che questo sia il luogo adatto..   Volevo metterlo in &#39;sceneggiatura&#39;, ma non ero riuscita...<br><br><br><br><br>(K. Késlowski, Decalogo -  IX)<br><br><br><br>10 - <br> <br>dialogo <br><br> <br><br><br>O. &#39;Eppure è tanto semplice… Forse non si vede, <br>ma io la voce ce l’ho… <br><br> <br><br>Ola sorride di nuovo, un po’ intimidita <br><br> <br><br>------------------------ <br><br><br><br>R. La voce? <br><br><br>O. Sì, io canto. Mia madre lavora sodo e sa.. vuole che io diventi qualcuno. Che canti.   Al conservatorio non mi hanno presa perché soffro di cuore. Non posso cantare, il cuore non ce la farebbe. E mia madre vuole che canti. <br><br><br>R. Che cosa canta? <br><br>O. Bach, o ….   Conosce .......? <br><br><br>R. Sì. <br><br><br>O. E’ difficile, ma io lo canto. Mia madre sogna che canti, che diventi grande, famosa… vede… vede… per questo l’operazione ci vuole. Mia madre spera che sia il primario, o ancor meglio lei… <br><br><br>R. E lei? <br><br><br>O. Io voglio vivere. Mi basta vivere… non ho bisogno di cantare. E ho paura. Il primario vuole che lei mi rassicuri, che mi dica che non c’è pericolo. Che dopo potrò fare tutto. Me lo dica. <br><br><br>R. Non glielo dirò. Operazioni del genere si fanno per salvare… come ultima ancora di salvezza quando non c’è altra via d’uscita. <br><br><br>O. Mentre io una via d’uscita ce l’ho, vero? <br><br><br>R. Ad essere sinceri sì, (non cantare). <br><br><br><br>Ola sorride di nuovo<br><br><br><br>O. Resta da vedere di quanto uno ha bisogno. Mia madre vuole che io abbia tutto. Io ho bisogno di… ecco, tanto così. &#39; <br><br> <br><br><br><br><br>(Decalogo, Ed. Einaudi, 1991)<br><br><br><br><br>---------------------<br><br><br><br><span style='color:gray'>faccio notare che trovo (credo) sia questa versione leggermente diversa da quella effettiva del film  (alcuni nomi forse...,  ecc..)</span><br><br><br><br>C. <br><br>(Risorse - Testi)]]></description>
<author><![CDATA[cristina modigu]]></author>
<pubDate>Thu, 15 Sep 2005 03:10:56 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Inside Ayers Rock, di Guido Conforti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=16&tes=647&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> Inside Ayers Rock <br> <br><i>Inside Ayers Rock is lit<br>with paired fluorescent lights<br>on steel pillars supporting the ceiling<br>of haze-blue marquee cloth<br>high above the non-slip pavers.<br>Curving around the cafeteria<br>throughout vast inner space<br>is a Milky way of plastic chairs<br>in foursomes around tables<br>all the way to the truck drivers&#39; enclave.<br>Dusted coolabah trees grow to the ceiling,<br>TVs talk in gassy colours, and<br>round the walls are Outback shop fronts:<br>the Beehive Bookshop for brochures,<br>Casual Clobber, the bottled Country Kitchen<br>and the sheet-iron Dreamtime Experience<br>that is turned off at night.<br>A high bank of medal-ribbony<br>lolly jars preside over<br>island counters like opened crates,<br>one labelled White Mugs, and covered with them.<br>A two-dimensional policeman<br>discourages shoplifting of gifts<br>and near the entrance, where you pay<br>for fuel, there stands a tribal man<br>in rib-paint and pubic tassel.<br>It is all gentle and kind.<br>In beyond the children&#39;s playworld<br>there are fossils, like crumpled<br>old drawings of creatures in rock.</i><br><br>Les Murray <br><br>(Risorse - Testi)]]></description>
<author><![CDATA[Guido Conforti]]></author>
<pubDate>Wed, 14 Sep 2005 18:25:48 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[The Surrender: An Erotic Memoir - Toni Bentley, di Ferdinando Pastori]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=17&tes=644&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <b>The Surrender: An Erotic Memoir - Toni Bentley</b><br><br>&quot;<i>The Surrender is a brave book...in its earnest attempt to do justice to the transcendent dimensions of a profane act.&quot; </i><br>(New York Times Book Review)<br><i>&quot;Genuinely daring in its self-exposure...Surely the greatest hymn to the transcendent powers of sodomy since the Marquis de Sade.&quot; </i><br>(Village Voice)<br><i>&quot;The art of talking dirty has come late to women, but when we get it - and Toni Bentley has - the pages burst into flames.&quot; </i><br>(Nancy Friday)<br><br><br>Toni Bentley, prima di dedicarsi alla scrittura, è stata per diversi anni una apprezzata ballerina del New York City Ballet dove ha lavorato con uno dei più celebri coreografi del novecento, George Balanchine. Costretta ad abbandonare le scene in seguito a un incidente, inizia a collaborare con diverse riviste (“Rolling Stone” e “Ballet Review”, “Dance Magazine” e “Allure” per citare alcune fra le più prestigiose) e a scrivere il suo primo romanzo “Winter Season. A Dancer&#39;s Journal” basandosi sulla sua esperienza di ballerina professionista e sfruttando il diario tenuto negli ultimi anni della sua carriera. Il romanzo si rivela un successo di critica e pubblico e viene inserito dal “New York Times” fra i cento migliori libri dell’anno. Riconoscimento che toccherà anche al libro successivo “Sisters of Salome” (una sorta di saggio sull’arte dello spogliarello. Esperienza che Toni Bentley ha voluto provare in prima persona in uno storico locale di NY, Blue Angel) e alla sua ultima fatica letteraria “The Surrender”, cronaca appassionante e schietta di una nuova apertura alla vita e alle emozioni. Un romanzo sincero, affascinante e provocatorio e una presa di coscienza della propria condizione di donna attraverso l’esperienza della sodomia (&#39;&#39;emancipation through the back door&#39;&#39;).<br><br><i>&quot;Bliss, I learned from being sodomized, is an experience of eternity in a moment of real time&quot; and &quot;The penetration is deeper, more profound; it rides the edge of sanity. The direct path . . . to God, has become clear, has been cleared.&quot;</i><br><br>Prima di arrivare alla pubblicazione, “The Surrender”, è stato rifiutato da parecchi editori che ne contestavano l’eccessiva crudezza, preoccupati per le possibili reazioni dei lettori di fronte ad argomenti (sodomia, masochismo e sottomissione) per certi versi tuttora considerati improponibili se non in un testo dichiaratamente pornografico. Non era dello stesso avviso, ovviamente, l’autrice che riteneva superati da tempo certi pregiudizi, soprattutto alla luce della considerazione che non esiste qualcosa che non sia già stato scritto e ampiamente trattato (“I thought, everything has been written about sex, between the Marquis de Sade and the Bible and D.H. Lawrence and Forum and Penthouse, how can anyone be shocked?&quot;). <br>A inquietare gli addetti ai lavori era inoltre la probabile contestazione da parte del pubblico femminile. Preoccupazione rivelatasi non priva di fondamento, ma solamente in relazione alla frangia più estremista del movimento femminista contraria a qualsiasi esperienza che preveda la sottomissione della donna nei confronti dell’uomo. La maggior parte delle lettrici, tuttavia, ha dimostrato di apprezzare la storia e i suoi contenuti schierandosi dalla parte della Bentley. Condividendo la sua sfiducia negli uomini, i suoi tormenti esistenziali e il suo cammino di redenzione e scoperta. <br><br><i>&#39;&#39;I once loved a man so much that I no longer existed -- all Him, no Me,&#39;&#39; she writes. &#39;&#39;Now I love myself just enough that no man exists -- all Me, no Them. They all used to be God, and I used to be a figment of my own imagination; now men are figments of my imagination.&#39;&#39; </i><br><br>“The Surrender”, oltre a rappresentare un elogio della sodomia e a esaltare le proprietà terapeutiche della sottomissione, è anche il dettagliato racconto di una iniziazione erotica e di una travolgente passione che finisce con il trasformarsi in ossessione. La scrittrice racconta la sua biografia senza falsi pudori e inutile retorica, utilizzando una prosa semplice, ma al tempo stesso decisamente lucida ed efficace. Parallelamente al percorso che conduce alla scoperta dei piaceri anali, Tony Bentley intraprende anche un personale cammino di ricerca spirituale. Ricerca di un Dio, di qualcuno a cui aggrapparsi nei momenti più difficili, che l’ateismo della sua famiglia aveva impedito di intraprendere da adolescente e che l’autrice sembra trovare attraverso esperienze non propriamente mistiche.<br><br><i>“I was brought up as an atheist, and I&#39;d always wanted to believe, as I say in the book. Most of my dancer girlfriends believed, and I thought that&#39;s why they were better dancers than me. All of this is probably an illusion, but what happens in your heart is some form of reality, especially as a competitive, intense, anxious, young dancer. So, I read a lot of philosophy, a lot of books by believers and non-believers: Bertrand Russell, Kierkegaard. But I never really got anywhere with it [...] I came to know God experientially, from being fucked in the ass—over and over and over again.&quot; </i><br><br>Per affrontare la scrittura di un libro di questo genere, ovviamente, non si può prescindere da una buona dose di esibizionismo e temerarietà, magari anche un poco di megalomania e desiderio di protagonismo, caratteristiche che non mancano di sicuro all’autrice che ha forgiato il suo carattere durante la decennale carriera di ballerina sui palcoscenici di tutto il mondo. Certamente nessuna donna prima della Bentley si era mai preoccupata di “glorificare” a tal punto la sodomia da considerarla come la panacea ai propri tormenti fisici e spirituali, ma non per questo motivo ( e nonostante le descrizioni analitiche dei rapporti) ci si deve schierare dalla parte di coloro che hanno definito “The Surrender” un romanzo pornografico, dimenticando che si può scrivere di sesso ed erotismo senza scadere nella pornografia. <br><br><i>&quot;I&#39;m obviously an exhibitionist, but I wrote this book for myself — to understand what was happening to me. I want to live in that land — fairyland, the place of transcendent beauty — and I found that that can happen in reality. But no one was more surprised than me to discover that it could happen by this particular route.&quot;</i><br><br>Tony Bentley<br>The Surrender, 220 pagg<br>Lain (Collana “Lain”)<br>I edizione Luglio 2005 <br><br> <br><br>(Risorse - Bibliografia)]]></description>
<author><![CDATA[Ferdinando Pastori]]></author>
<pubDate>Fri, 09 Sep 2005 18:20:27 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[l&#39;io e gli altri, di cristina modigu]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=16&tes=641&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=16&tes=641&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[[-  da R.D. Laing]<br><br><br><br> <br><br>Sperando che sia un luogo adatto, vi faccio qui una citazione da R.D. Laing, &#39;L&#39;io e gli altri - psicopatologia dei processi iterattivi&#39;,<br>le parole in un altro colore sono le mie...<br><br><br><br><br><br><br>&#39; Ogni interazione umana probabilmente comporta sempre un aspetto confirmatorio,.. quanto meno in rapporto agli esseri fisici, ai corpi degli uomini che vi prendono parte.<br><br><br>Gli individui, reagendo ‘tiepidamente’, freddamente, tangenzialmente, e così via, possono convalidare in molteplici modi certi aspetti dell’altro, omettendo di convalidarne certi altri.<br>I modi della <i>conferma </i>e della <i>disconferma</i> sono i più vari.<br><br><br><br>-----------------<br><br><br><br>-   Avevo iniziato una seduta con una schizofrenica di venticinque anni, che si era seduta in una poltrona poco distante da me, e quasi frontalmente a me, che ero a mia volta seduto. Dopo un periodo di circa dieci minuti durante il quale la paziente non si era mossa né aveva pronunciato parola, la mia mente incominciò a inclinare verso le mie preoccupazioni private. Proprio durante queste riflessioni, la sentii dire, a voce molto bassa: “Oh, la prego, non si allontani tanto da me”.<br><br>La psicoterapia di persone simili costituisce una materia distinta, ma è opportuno fare qualche osservazione sull’argomento conferma e disconferma nell’ambito della situazione psicoterapica.<br><br>A un paziente che esce in una osservazione del genere, si può rispondere in diverse maniere. Qualche psicoterapeuta avrebbe potuto replicare: “E’ lei che pensa che io sia lontano”. Ma, se avessi risposto così, non avrei né confermato né disconfermato la validità del suo ‘sentimento’ che mi fossi allontanato da lei, ma avrei solo confermato il fatto che essa mi sentiva lontano. Infatti, nel caso, la conferma del sentimento sarebbe, intenzionalmente, non impegnata riguardo alla validità di esso, e cioè alla realtà del fatto che io mi fossi, o meno, allontanato da lei. Si sarebbe potuto procedere, articolando varie ragioni del fatto che essa si fosse spaventata non sentendomi più con lei: una di tali ragioni avrebbe potuto essere il suo bisogno di <i>avermi ‘con’ sé</i>, come <i>difesa</i> contro i suoi <i>impulsi</i>. Si sarebbe potuto individuare nel suo appello una espressione del suo bisogno di colmare il suo <i>vuoto</i> interiore <i>con la mia presenza</i>, del suo bisogno di trattarmi come un ‘oggetto transazionale’, e così via. Comunque, secondo me, la cosa più importante che il medico possa fare in una simile situazione è di confermare il fatto che la paziente ha correttamente <i>identificato </i><i>il difetto della sua presenza</i>, se ciò corrisponde a <i>verità</i>. <br><br>Ci sono molti pazienti sensibilissimi a eventi del genere, ma essi non sono mai certi dell’<i>attendibilità</i>, e molto meno della validità, della loro <i>sensibilità</i>. Non possono fidarsi degli altri, e nemmeno possono fidarsi delle proprie ‘intuizioni’. <br><br>Un simile soggetto (P) è tormentato, per esempio, di non sapere se è giusta la sua sensazione  che l’altro (A) sia preoccupato dai suoi pensieri privati e disinteressato, mentre finge di essere intensamente attento: o se egli (P) possa fidarsi dei suoi (di P) sentimenti per individuare la reale situazione del rapporto. Uno dei punti più importanti da risolvere, perciò, è se tale sfiducia nei suoi ‘sentimenti’, e nella testimonianza degli altri, nasca da tali costanti incoerenze nell’ambito del suo nesso originale (…) che egli non riesca a conseguire, sotto questo profilo, uno stato di fiducia in se stesso.<br>Pertanto, l’unica frase che potei dire alla mia paziente fu: “Mi dispiace, la prego di scusarmi”.<br><br><br><span style='color:gray'>può essere che sia su un altro piano..</span><br><span style='color:gray'><br>tutti si accontentano dell’<i>apparenza</i></span><br><br><br><br>-   Una infermiera venne assunta per sorvegliare una paziente schizofrenica (…).<br>Poco dopo l’inizio dei loro rapporti, l’infermiera offrì alla paziente una tazza di tè. Questa, una psicotica cronica, accettando la tazza, disse: “E’ la prima volta, in vita mia, che qualcuno mi offre una tazza di tè”. Indagini successive dimostrarono la sostanziale verità di tale affermazione.<br><br><br>Non è facile offrire a un altro una tazza di tè. Per esemplificare se una signora me ne offre una, essa può seguire l’intento di esibire la sua teiera o il suo servizio da tè; ovvero, di mettermi in buone condizioni di spirito, per ottenere da me qualche cosa che la interessa; può cercare di piacermi, o di acquistarmi come alleato contro altri in certe sue questioni personali. Potrebbe versare il tè, e lasciare cadere la mano con la tazza e il piattino, contando sul fatto che io mi aspettavo di afferrarle due secondi prima che divenissero un peso morto. <br>Pertanto, come succede nella cerimonia del tè dello Zen, è nello stesso tempo la cosa più semplice e più difficile del mondo per una persona, che è genuinamente se stessa, <i>dare</i> (realmente e non apparentemente) <i>ad un’altra persona </i>(intesa nel suo vero essere dal donatore) <i>una tazza di tè </i>(cioè, realmente una tazza di tè, non soltanto apparentemente).<br>Analogamente, questa paziente afferma che molte tazze di tè sono passate nelle sue mani da quelle degli altri nel corso della sua vita, ma ciononostante essa <i>non ha mai avuto l’impressione</i> in tutta la sua vita che una tazza di tè le sia stata genuinamente offerta. Gli schizofrenici sono eminentemente sensibili all’insuccesso dei loro sforzi per essere riconosciuti come esseri umani dagli altri. <br><br>In seguito alle mie indagini sulle loro famiglie, io non sarei sorpreso del fatto che la dichiarazione di questa paziente fosse assolutamente esatta. E’ forse in questo senso che Frieda Fromm-Reichmann ha fatto l’osservazione che uno schizofrenico è una persona che ha bisogno sia di dare che di ricevere più amore di una persona normale.  Ciò che lo schizofrenico ci domanda, non meno di qualunque altra cosa, è autentica spontaneità ed onestà.&#39;<br><br><br><br><br>(da &#39;L&#39;io e gli altri&#39;, R.D. Laing, Sansoni, 1973)<br><br><br><br><br>C.<br><br> <br><br>(Risorse - Testi)]]></description>
<author><![CDATA[cristina modigu]]></author>
<pubDate>Sun, 04 Sep 2005 17:01:56 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Rivolta e stile - di Albert Camus, di Marco Sicco]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=16&tes=640&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[[Da: L&#39;uonmo in rivolta - ed. Bompiani]]<br><br><br><br> Col trattamento imposto alla realtà, l&#39;artista afferma la sua forza di rifiuto. Ma quanto egli serba di realtà nell&#39;universo che viene creando rivela il consenso dato a una parte almeno del reale, che egli trae dalle ombre del divenire per portarlo alla luce della creazione. Al limite, se il rifiuto è totale, la realtà viene espulsa per intero e otteniamo allora delle opere puramente formali. Se invece l&#39;artista sceglie, per ragioni spesso estranee all&#39;arte, di esaltare la realtà bruta, abbiamo il realismo. Nel primo caso, il movimento primitivo di creazione in cui rivolta e consenso, affermazione e negazione, sono strettamente legati, è mutilato a vantaggio del solo rifiuto. Si ha allora l&#39;evasione formale di cui il nostro tempo ha fornito tanti esempi e di cui si discerne l&#39;origine nichilista. Nel secondo caso, l&#39;artista pretende di dare al mondo la sua unità ritirandogli qualsiasi prospettiva privilegiata. In questo senso, confessa il proprio bisogno di unità, sia pure degradata. Ma rinuncia pure all&#39;esigenza prima della creazione artistica. Per meglio negare la relativa libertà della coscienza creatrice, afferma la totalità immediata del mondo. <i>L&#39;atto creatore si nega in questi due generi di opere</i>. All&#39;origine, rifiutava soltanto un aspetto della realtà al momento stesso in cui ne affermava un altro. Giunga da questo a rifiutare tutta la realtà o ad affermare essa sola, in ogni caso si rinnega, nella negazione assoluta o nell&#39;affermazione assoluta. Sul piano estetico, quest&#39;analisi, come vediamo, viene a coincidere con quella che abbiamo abbozzata sul piano storico.<br>Ma come non esiste nichilismo che non finisca per postulare un valore, né materialismo che, pensando se stesso, non venga a contraddirsi, <i>arte formale e arte realista sono concetti assurdi</i>. Nessun&#39;arte può rifiutare assolutamente il reale. La Gorgona è senza dubbio una creatura puramente immaginaria; la sua grinta e le serpi che la cingono esistono in natura. Il formalismo può riuscire a svuotarsi sempre più di ogni contenuto reale, ma sempre l&#39;aspetta un limite. Persino la geometria pura cui perviene talvolta la pittura astratta chiede ancora al mondo esterno i suoi colori e i suoi rapporti prospettici. Il vero formalismo è silenzio. Allo stesso modo il realismo non può fare a meno di un minimo d&#39;interpretazione e d&#39;arbitrio. La migliore fotografia già tradisce il reale, essa nasce da una scelta e dà un limite a ciò che non ne ha. L&#39;artista realista e l&#39;artista formale creano l&#39;unità dove non è, nel reale allo stato grezzo, o nella creazione immaginaria che crede di espellere ogni realtà. Al contrario, l&#39;unità in arte sorge al termine della trasformazione che l&#39;artista impone al reale. Non può fare a meno né dell&#39;una né dell&#39;altro. Questa correzione [<i>Nota di Camus</i>: Delacroix nota, ed è un&#39;osservazione di grande portata, che bisogna correggere &#39;quell&#39;inflessibile prospettiva che (nella realtà) falsa la vista degli oggetti <i>a forza di giustezza&#39;</i>.] che l&#39;artista opera col suo linguaggio e con una redistribuzione di elementi attinti al reale, si chiama stile e conferisce all&#39;universo ricreato la sua unità e i suoi limiti. Essa tende in ogni rivolta umana e riesce in alcuni genii, a dare al mondo la sua legge. &quot;I poeti,&quot; dice Shelley. &quot;sono i legislatori, non riconosciuti, del mondo.&quot;<br>L&#39;arte del romanzo, per le sue stesse origini, non può mancare di concretare questa vocazione. Non può né acconsentire totalmente al reale, né scostarsene assolutamente. Il puro immaginario non esiste, e se anche esistesse in un romanzo ideale che fosse puramente disincarnato, non avrebbe significato artistico, essendo prima esigenza dello spirito in cerca d&#39;unità che questa unità sia comunicabile. D&#39;altra parte, l&#39;unità del puro ragionamento è una falsa unità poiché non poggia sul reale. Il romanzo ottimistico (o a fosche tinte), il romanzo edificante si scostano dall&#39;arte nella misura, piccola o grande, in cui disobbediscono a questa legge. <i>La vera creazione romanzesca, al contrario, utilizza il reale ed esso solo, con il suo calore e il suo sangue, le sue passioni e le sue grida. Semplicemente, vi aggiunge qualche cosa che lo trasfigura.</i><br>Allo stesso modo, quello che viene comunemente chiamato romanzo realista vuole essere la riproduzione del reale in quanto esso ha d&#39;immediato. Riprodurre gli elementi del reale senza scegliervi nulla sarebbe, se quest&#39;impresa si potesse immaginare, ripetere sterilmente la creazione. Il realismo non dovrebbe essere che il mezzo d&#39;espressione del genio religioso, ciò che l&#39;arte spagnola fa mirabilmente presentire o, nell&#39;altro estremo, l&#39;arte delle scimmie che si accontentano di ciò che è, e lo imitano. In realtà, l&#39;arte non è mai realista; ha talvolta la tentazione di esserlo. Per essere veramente realista, una descrizione si condanna a non avere fine. Dove Stendhal descrive, con una frase, l&#39;ingresso di Lucien Leuwen in un salotto, l&#39;artista realista dovrebbe, a termini di logica, adoperare parecchi tomi a descrivere personaggi e ambiente, senza arrivare ancora ad esaurire il particolare. Il realismo è enumerazione indefinita. Con ciò rivela che la sua ambizione è la conquista non dell&#39;unità, ma della totalità del mondo reale. Si comprende allora come sia l&#39;estetica ufficiale di una rivoluzione della totalità. Ma questa estetica ha già dimostrato la sua impossibilità. I romanzi idealisti scelgono loro malgrado nel reale, perché la scelta e il superamento della realtà sono la condizione stessa del pensiero e dell&#39;espressione. [<i>Nota di Camus</i>: Ancora Delacroix lo dimostra con profondità: &#39;Perché realismo non fosse una parola vuota di senso, bisognerebbe che tutti gli uomini avessero lo stesso spirito, lo stesso modo di concepire le cose.&#39;]. <i>Scrivere è già scegliere</i>. Come c&#39;è un arbitrio dell&#39;ideale, esiste dunque un arbitrio reale che fa del romanzo realista un romanzo a tesi implicita. Ridurre l&#39;unità del mondo romanzesco alla totalità del reale non è possibile se non mediante un giudizio a priori che elimini dal reale quanto non conviene alla dottrina. Il cosiddetto realismo socialista è allora destinato, per la logica stessa del suo nichilismo, ad accumulare i vantaggi del romanzo edificante e della letteratura di propaganda.<br>Sia che l&#39;evento asservisca il creatore, sia che il creatore pretenda negare interamente l&#39;evento, la creazione dunque si abbassa alle forme degradate dell&#39;arte nichilista. La creazione segue le stesse leggi della civiltà; essa suppone una tensione ininterrotta tra forma e materia, divenire e spirito, storia e valori. Se l&#39;equilibrio è spezzato, si ha dittatura o anarchia, propaganda o delirio formale. In ambedue i casi la creazione, che coincide invece con una libertà ragionata, è impossibile. Ceda alla vertigine dell&#39;astrazione e dell&#39;oscurità formale, o faccia appello alla sferza del realismo più crudo o più ingenuo, <i>l&#39;arte moderna, nella sua quasi totalità, è un&#39;arte di tiranni e di schiavi, non di creatori</i>.<br>L&#39;opera il cui contenuto straripa dalla forma, quella in cui la forma sommerge il contenuto, non parlano che di un&#39;unità delusa e delusoria. In questo campo come negli altri ogni unità che non sia di stile è mutilazione. Qualsiasi prospettiva abbia scelta un artista, un principio rimane comune a tutti i creatori: la stilizzazione, che suppone, ad un tempo, il reale e lo spirito che al reale dà forma. Per mezzo di questa, <i>lo sforzo creatore rifà il mondo e sempre con una lieve deformazione che è il marchio dell&#39;arte e della protesta</i>. Si tratti dell&#39;ingrandimento che Proust arreca all&#39;esperienza umana, o, al contrario, della tenuità assurda che il romanzo americano conferisce ai suoi personaggi, in qualche modo la realtà viene forzata. La creazione, la fecondità della rivolta stanno in questa deformazione che rappresenta lo stile e il tono di un&#39;opera. <i>L&#39;arte è un&#39;esigenza d&#39;impossibile messa in forma</i>. Quando il grido più lacerante trova il suo più fermo linguaggio, la rivolta appaga la sua vera esigenza e trae da questa fedeltà a se stessa una forza di creazione. Sebbene ciò urti i pregiudizi del nostro tempo, <i>il più grande stile in arte è l&#39;espressione della rivolta più alta</i>. Come il vero classicismo non è altro che un romanticismo dominato, il genio è una rivolta che ha creato la propria misura. Per questo non esiste genio, contrariamente a quanto s&#39;insegna oggi, nella negazione e nella pura disperazione.<br>Ciò significa insieme che <i>il grande stile non è una semplice virtù formale</i>. Lo è quando venga perseguito per se stesso a detrimento del reale, e non è allora il grande stile. Non inventa più, ma imita - come ogni accademismo - mentre la vera creazione è, a suo modo, rivoluzionaria. Se bisogna spingere molto in là la stilizzazione, riassumendo essa l&#39;intervento dell&#39;uomo e la volontà di correzione apportata dall&#39;artista alla riproduzione del reale, è d&#39;uopo tuttavia che resti invisibile perché la rivendicazione che dà origine all&#39;arte sia tradotta nella sua tensione estrema. <i>Il grande stile è la stilizzazione invisibile, vale a dire incarnata.</i> &quot;In arte,&quot; dice Flaubert, &quot;non si deve temere di essere esagerati.&quot; Ma aggiunge che l&#39;esagerazione dev&#39;essere &quot;continua e proporzionale a se stessa&quot;. Quando la stilizzazione è esagerata e si lascia scorgere, l&#39;opera è pura nostalgia; l&#39;unità che essa tenta di conquistare è estranea al concreto. Quando al contrario la realtà è consegnata allo stato grezzo, e la stilizzazione insignificante, il concreto viene offerto senza unità. La grande arte, lo stile, il vero volto della rivolta, stanno tra queste due eresie. [<i>Nota di Camus</i>: La correzione differisce secondo i contenuti. In un&#39;opera fedele all&#39;estetica qui abbozzata, lo stile varierebbe con i contenuti, il linguaggio proprio all&#39;autore (il suo tono) permanendo il luogo comune che mette in risalto le differenze di stile.]<br><br><a href='http://www.traccefresche.info/monografie/camus.html' target='_blank'>http://www.traccefresche.info/monografie/camus.html</a> <br><br>(Risorse - Testi)]]></description>
<author><![CDATA[Marco Sicco]]></author>
<pubDate>Fri, 26 Aug 2005 14:50:14 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[virtual.summer, di Stefano Caronia]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=635&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> Di questi tempi stracciati bisognerebbe scrivere<br>E di passati recenti e già chiusi in cristallo<br>Qualcuno dovrebbe mettere assieme le parole<br>E le immagini e srotolare i nastri inespressi<br>I nodi sono più facili da sciogliere <br>Prima che siano stretti<br>O forse no<br>	<br>La realtà<br>Strappata come uno sfondo di seta bruciato <br>Dalle scintille e vi sono proiettate immagini<br>Ancora di film focalizzati a tratti dal vento<br>E siamo stretti in morse d’immagine<br>E lame di suono<br>Il nostro passato è saccheggiato nella fretta<br>Per conquistarci o per spaventarci<br><br>Poesie ci osservano con occhi tipografici<br>Che non sperano<br>Passa una moto<br>Nulla cambia<br><br>.<br><br>Siamo liquidi e sciolti ed io mi strappo<br>Alla coscienza degli altri per restare stabile<br>Il sole è passato un&#39;altra volta <br>E non ha mai avuto nulla da dirmi<br>Come le stelle che ho ammirato <br>E non mi hanno ripagato<br>Spengo una sigaretta che non ricordo<br>Di aver fumato<br><br>.<br><br>È ancora con lui e gli sorride <br>Nella chiusura degli occhi<br>E così non può dimenticare<br>E non può tornare e il presente<br>È già chiuso in cristallo<br>Che non si può toccare<br><br>.<br><br>Lezioni di perdita di sé, stasera alla televisione<br>È semplice lascia gli elettroni bruciare<br>Le idee, stracciare la dignità e il respiro<br>Della terra soffocalo con fiamma iperventilata<br>Viola la casa del Serpente e poi aspetta<br>C’è una foresta da salvare<br>In qualche punto del cristallo<br>Tante immagini retiniche consequenziali<br>Senza tempo storie compresenti<br>Atemporali mitiche<br>L’infinita particolarità dell’esistente<br>Un detersivo sbagliato contro l’estinzione della specie<br><br>.<br><br>Un angelo per ognuno, un ricordo non smarrito<br>Il Re dei possibilisti inossidabile al vento<br>Liberazioni promesse mai mantenute<br>Di fate mai state uccise dal battito delle mani<br>Mai baciato la terra<br><br>.<br><br>L’ultima reincarnazione di Cristo<br>Suicida nel silenzio delle foglie<br>La casa di Valeria e la sua musica dark<br>Un piumone viola e messaggi sulla porta<br>Una città di Spagna fermata nel tempo<br>Dove vorrebbero morire le chitarre<br>Se potessero suonando ancora nell’aria secca<br>Nella sola terra in cui impazzire d’amore<br>È naturale come perdersi<br>Anche se era solo un riflesso bruciante di sole<br><br>.<br><br>La propria vita in una goccia di specchio<br>O in un cielo di notte pieno di stelle<br>In un mare di spirito troppo grande<br>Perché il suo messaggio sia decifrabile<br>Il sentiero di notte non si poteva vedere<br>Neanche con gli occhi dell’anima<br>Ma non avrei acceso alcun fuoco quella notte<br>Più doloroso della colpa è non poter perdonare<br><br>.<br><br>Qualcuno dovrebbe dire<br>Di questi giorni moltiplicati <br>trasformati in ere<br>Ridotti a granelli di polvere<br>Spazzati via e ignorati<br>Qualcuno dovrebbe ricordare<br><br><br>)) 28/7/2005<br> <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Stefano Caronia]]></author>
<pubDate>Thu, 28 Jul 2005 14:30:23 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Gerstl Orchèstra, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=632&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <i>Richard Gerstl, nato a Vienna nel 1883, ebbe una vita breve, intensa e tormentata. Rimase isolato dall&#39;ambiente artistico viennese e non ebbe contatti né con Klimt né con gli artisti della giovane generazione come Egon Schiele e Oskar Kokoschka. Frequentò invece musicisti importanti, di spirito rivoluzionario, come Arnold Schönberg. Gerstl amava l&#39;arte francese e gettava i suoi colori in modo violento e arrabbiato sulla tela, ottenendo effetti estremamente nuovi e originali. In vita, non espose mai nulla e si dice che una volta distrusse un suo quadro perché era stato elogiato da una persona di cui non aveva stima. Dopo che ruppe l&#39;amicizia con Schönberg, sempre più isolato anche a livello artistico, si suicidò a Vienna nella notte tra il 4 e il 5 novembre del 1908.</i><br> <br><br><br><b>Gerstl Orchestra #1 in G major, K. 313/Deutsche Grammophon 426677-2 -</b> <br><br>Fedor Dostoevskij (Flute), Repent Chamber Orchestra <br>Regina Claudia Mostruosa (oboe), Academy Of Ancient Music &amp; Rotten Fruit <br><br><br><br><br><br><br>E quale promontorio dimmi, quale scelta, i miei pensieri (dice) <br>sono lische di pesce che si aprono (in continuo) sui lati e <br>(come i pertugi antincendio dentro le gallerie) <br>sofisticano con parentesi (a volte) inopportune (le volte) <br>un pensiero che forse - lei magari, signora - gradirebbe più liscio <br>una flusso maggiormente (maggiordomo) sobrio, da vedere <br>magari, mentre finisce di stirare <br>i polsini delle camice e che dire – sono d’accordo anch’io <br>(se è per questo) in una domenica pomeriggio <br>è che ci hanno confusi tutti nell’equazione e io <br>(credo) non dovrei competere con “Buona Domenica” <br>ma dovrei stare davanti ad una stanza, a cercare di spostarla <br>o a pianificare l’omicidio della mia padrona di casa <br>con un’accetta, che fa molto pietroburgo <br>senza poi pentirmene <br><br>* <br><br>Mi s’ignori, per favore, signora, poiché tutti <br>nell’ora assassina che riepiloga le ore, ci ignoriamo <br>e vorremmo aver preso, all’età di sedici anni (una pistola <br>in mano) un’altra strada, magari, e non questa via ben illuminata <br>questa processione di pantofole, esauritasi <br>con un attentato (il secondo giorno di luglio) mentre <br>suo marito stava mangiando un camogli e un residuo <br>di foglia d’insalata gli è rimasto incastrato <br>in un incisivo - pircing bucolico – <br>(é accaduto allora signora?) <br>e lei non ha saputo più chi era, dove si trovava <br>cosa stava facendo lì, con una scatola di ringo in mano <br>e un telefono che fa le fotografie vibrante nella borsa <br>inascoltato (sua figlia la rimprovererà) <br><br>che non sa usare <br><br>* <br><br>quale promontorio, quale scelta, tornare a casa <br>alle sei del mattino senza una scarpa, vomitando <br>sulle portiere delle macchine, (non) ho bisogno <br>di questo, di cani che leccano via la mitologia <br>dalle portiere delle macchine e una ragazza lusitana, <br>con le tutte le vocali piegate e dolci come le curve <br>degli orologi di Dalì, liquide e cedevoli, morbidissime <br>vocali che scivolano nel prato insieme a un bicchiere <br>(di plastica) di gin lemon sopra le dita dei piedi – <br>e non dirlo a nessuno, interrogare una Regina Claudia <br>Mostruosa (è una prugna) su tutta questa decadenza <br>e su una parte di lagnanza, l’ultima, quella che non vuole <br>andarsene, quella che sostiene che Popper non ha scritto <br>la critica alla televisione ma ha girato semplicemente un tappo - <br>“LSD liquido” dice la R.C.M. (Regina Claudia <br>Mostruosa) che interpellata ora mi fissa negli occhi <br>e ascoltami bene, dice, voglio parlarti di fedor: <br>eravamo rimasti nella nevicata immobile, o sulla <br>prospettiva N., tu perdevi moltissimo tempo solo per cercare <br>di passare il più in fretta possibile davanti alla porta spalancata <br>dalla padrona di casa, appena prima di ucciderla ma non è <br>questo, è il modo, così denso, così furbo, macchinoso come <br>un orologio, per esempio: <br><br><br>“Mi destai e mi lavai il viso, cercando di cancellare con il gesto <br>del lavaggio i pensieri che fino a quel momento mi avevano <br>scavato le guance. Guardandomi nello specchio notai la mia <br>faccia sempre più emaciata e gli occhi neri, liquidi, attenti, <br>da animale braccato ma d’improvviso il mio umore si fece più lieve <br>come una piuma che dopo un lungo volteggiare trovi finalmente <br>la pace del pavimento, e mi sentii d’un tratto più deciso, i pensieri <br>erano chiari e tutto pareva possibile, così che continuavo a ripetermi, <br>mentre infilavo il soprabito “Domani farò immediatamente questo, <br>domani” e uscii nell’aria terribile e polverosa della città, senza più <br>paura di incontare i miei simili, al punto che fermai un tipo <br>che sembrava un nullafacente per strada, chiedendogli....” <br><br><br><br>Regina mostruosa parlami dell’aldilà, illuminami la via, <br>quale promontorio quale scelta, dimmi, non voglio <br>restare come un soprammobile scavato che sibila <br>(come il guscio vuoto dei granchi) in una domenica <br>pomeriggio e non voglio che la signora mi parli <br>di Rimbaud, di Kafka, non c’è nulla di santo <br>nel diventare Rimbaud, né camminare, nè smettere <br>né via armoniosa, nessuna nuova cucina del verso <br>Sonja, in ginocchio, Fedor, nessun pentimento, <br>l’anima non si lava in una tinozza come una camicia, <br>la camicia si stira, e le mani della signora vanno ringraziate <br>unghia dopo unghia per questo togliere le pieghe <br>che vale come la costruzione della Grande Muraglia Cinese <br>o Così parlò Zarathustra. <br><br>(ogni muro è grande se il suo soffitto non crolla) <br><br>* <br><br>E infine il panico, senza armonia né pentimento, partì da Londra, <br>raccolse i suoi quattro (stracci) unici <br>divisi in atti vandalici e con una faccia d’angelo valicò le alpi <br>chiuso dentro la pancia di un treno merci <br>che avrebbe proseguito per Roma, scese a Bologna <br>e appena giunto nella grassa, è così che dicono, appena giunto <br>nella obesa città  fondò la Gerstl Orchèstra con un tale <br>di Vilnius che suonava una fisarmonica <br>e un suo amico di Trieste tutto zen e zelo per poi <br>lasciarla addormentare, <br>umida e lieve, sepolta sotto tre vie <br><br>- Piazza della pioggia, Piazza Verdi, Piazza Santo Stefano – <br><br>umida e lieve Gerstl Orchèstra <br>addormentata e sognante <br>fra portici e cinafrusaglie.<br> <br><br><br><br><br><b>COMPENDIO SULLA DEGRADAZIONE DI UNA PELLICOLA</b><br><br><br><br>Chi meglio di me, traballante, appena sei ore prima, <br>su una sola gamba - airone alcolizzato ad una festa <br>di laurea fra alberi di pesche parlanti e luci <br>atroci, <br>nessuna rimostranza il giorno dopo da parte della <br>donna delle pulizie nel riconsegnare gli occhiali <br>abbandonati nel prato, ma un infradito è difficile da spiegare, <br>è una di quelle cose che è difficile spiegare come siano <br>venute a mancare - cose essenziali - che qualificano la <br>dignità di una persona, come lasciare i bambini e gli animali <br>chiusi in una macchina sotto al sole senz’acqua - <br>e dunque chi meglio di me a giustificare questa <br>mattanza, abiti da santo intimista - pantaloni da gesù <br>che cadono una meraviglia, caviglie bagnate nel fiume <br>sacro, chi meglio di me a difendere questa lettura <br>dei vangeli porngrafici, agiografia della sodomia <br>per chi confonde teste e buchi, bocche e calamite <br>fra una sigaretta e l’altra? <br><br>(uno spaventapasseri nel campo si lasciava crescere <br>dei baffi lentissimi in una maniera davvero indifferente) <br><br>* <br><br>Solo nella mia stanza come un atto in fiore, piccolo <br>Soggetto che dimentica quello che dice - alice, ortica, parigi <br>- arrivederci, aurevoir, e s’infila (io, che sono un’altra stanza) <br>nel primo vicolo disponibile, con gli abiti <br>slacciati: <br><br>ecco il vicolo: <br><br>(poiché le stanze si muovono con noi, noi siamo la <br>stanza - questo è l’arredamento, clinica di tende, <br>chirurgia nella tappezzeria e nella cura della pelle delle stoffe, <br>gel esfoliante per il contorno occhi della tua pazienza, <br>affatto artica, schiena nuda e un magazzino <br>industriale come altare - <br>piccole tettine da succhiare, <br>questo: Vicolo. Della. Carne.) <br><br>* <br><br><br>Papà non tornerà a casa stasera ma entrerà <br>dentro al papà e lo vestirà da donna <br><br>Carillon – <br><br>ballerina che ruota - <br><br>casché – <br><br>* <br><br>Giovani ed agre, con piatti di cus cus vegetariano in <br>mano, una mosca su un cucchiaio che si fa fotografare <br>da <br>un’altra <br>con il volto riflesso <br>in una pozza di sangue <br>Toscani Fly Memory <br><br>* <br><br>Cercarti mi duole <br>come l’abbraccio mi nuoce, <br>e grave <br>senza pace, <br>come un bottone caduto <br>dietro un divano, <br>dimenticato e felice <br><br>* <br><br>Figli della stravaganza, guardate gli insetti <br>Nella mela marcia sul terreno <br>E portate una telecamera <br><br>* <br><br>(le mani erano sudate e fra l’indice e il pollice <br>sfregava un bastoncino scuro che si allungava <br>ruotando esile come la gamba rachitica di una bambina <br>presa nell’elica di una nave) <br><br>* <br><br>Questa orribile gente strozzata nelle code, dondolante <br>fra i cavi e la più dolce qualità di ansia, malvasìa <br>schiene pettinate nei letti, affiancate una ad una <br><br>* <br><br>Nuova modella numero 15 - imported from tokyo <br>Made in taiwan <br><br>(i giapponesi battevano le mani a tempo nell’oceano <br>di morbide bandierine) <br><br>Ne comprammo 13, scartandone due con le ginocchia <br>sporgenti <br><br>* <br><br>Nessuno vuole essere la bocca di un altro, denti <br>che rotolano giù come briciole di fracasso, guanti <br>in lattice per coprire le mani che escono dalla testa <br>e si muovono nel vuoto come se ruotassero una sfera <br>invisibile, la tua <br><br>insaziabile <br><br>* <br><br>Scaffali vuoti per decine di chilometri lungo la muraglia cinese e <br>un cinese seduto alla fine <br>con una copia di playboy in mano <br><br>* <br><br>(ricevimento, divani, il ronzio delle gambe <br>accavallate e la disperata assenza di un cerino, <br>le due uniche labbra che succhiano <br>la testa di un gambero con un rumore <br>di (fragole strette in una mano) - il piede sporco <br>d’una ragazzina carponi che svanisce dietro una porta) <br><br>* <br><br>Dalla caduta <br>degli occhi l’incauta <br>spremitura <br><br>* <br><br>agre le magre in posa di bianco, in posa di nero <br>Lewis Carroll: io non c’ero <br><br>* <br><br>dalla sigaretta truccata prodotta, dalla di lei combustione <br>un uncino di cenere mi indica con il suo artiglio <br>intimandomi: di chi ti stai prendendo cura? <br><br>Stai lasciando un segno? <br><br>Sorrido come una scimmia alla scimmia femmina <br>mi metto una mano in tasca, guardo <br>la fine della piazza, (se esiste) la fine di una <br>piazza <br><br>* <br><br>Vangeli del sogno, scritti in breil per angeli, i piedi <br>sporchi a lasciare impronte sul pavimento delle nuvole <br>le coperte insanguinate da tenere nascoste a Gabriele <br>il messaggero androgino <br>che contrabbanda le sigarette <br><br>* <br><br>Cadono pesci dalle tasche nelle strade non ci crederai, <br>c’era un tipo che aveva dei minuscoli pesci nelle tasche <br>che cadevano in terra striminziti come semini, tutti <br>quei pesci minuscoli e vivi, la mia istruzione mi disse, <br>svegliami quando ti viene paura, anche con una scusa <br>io sono nel bosco, mi trovi nel bosco, (curalo il bosco) <br>mella notte non temerlo e trova una brandina <br>(resta fermo lì, fermo lì, bambino kafka, la nave <br>America ha le vele in fiamme, il processo è detonato <br>il capitano tiene un coperchio in una mano e <br>una bottiglia di gin nell’altra, e non riesci a vedere <br>più di mezzo busto, altrimenti: <br><br>dovrebbe difendersi) <br><br>che nei giardini si compiono tradimenti, le bugie <br>crescono al caldo come ragni nelle cortecce <br>degli alberi parlanti, la Regina Claudia Mostruosa <br>aveva annunciato, nei giardino si scavano buche, buche <br>con le mani, per poi seppellirci cose e orinarci sopra mentre <br>a me è destinata una stanza con le spalle scoperte, il volto <br>inclinato e un broncio da ritardata, irresistibile nel giallo, <br>la perdita della verginità e delle sigarette, la Francia <br>graffiata all’interno delle cosce le dita nella bocca, <br>a spalancare la bocca e a tirare, i piedi nudi nel giardino <br>non germoglieranno, (spaventapasseri) <br><br>questa caduta da un regno di buio <br>in un altro regno di buio, <br>colando <br><br>(in vaticano i piatti pregiati dietro le teche brillano) <br><br>(in televisione i piatti pregiati dietro lo schermo) <br><br>(in casa i piatti sbrecciati, dentro alla credenza <br><br>la credenza popolare) <br><br>* <br><br>cerchio <br>tondo <br>bocca <br>pozzo <br>profondo <br>carminio <br>solo un singhiozzo <br>sullo scalino del gozzo <br>solo tirare indietro la testa <br>e scuoterla come <br>dopo averla tirata fuori dall’acqua <br>solo una lacrima <br>una bacinella di eternità <br>una fotografia venuta male <br>sembri sempre incantata in qualche modo, chi è <br>dimmi <br><br>esistito realmente di noi? <br><br><br>La cura nella voglia, la meraviglia, il carnevale <br><br>La danza <br><br>* <br><br>Desiderio di sapere almeno una frase cortese e musicale <br>da dire alla ragazza russa, in russo - desiderio, <br>assopito nella scheggia, scheggia nella carne <br>qualcuno a guardare in disparte, muto testimone <br>di questa messe di cui siamo parte <br><br>Arte (occulta) pesci che cadono da un buio d’acqua <br>dentro un buio più profondo, <br>istruzione alla distruzione, questo: marketing <br><br>* <br><br>Qualcuno del casolare che mette su i Korn <br>che interpretano another brick in the wall part I &amp; II <br><br>* <br><br>Mi sono assistito dallo specchio che sono questi occhi <br>bucati radunati in cerchio attorno a me, implorarmi <br><br>consegnarmi al vuoto con la saccenza dell’epidemico<br> <br><br><br><br><b>JAMES JOYCE WIRELESS</b><br><br>Piatti piani e amicizia lunga, per estensione, nemico <br>dei tuoi occhi amico dei tuoi occhi che forse <br>non lo sai, ma sono gli organi di senso <br>che trasmettono la maggior parte delle tue conoscenze <br>(o supposte tali, infatti il cervello s’impegna per una buona metà <br>solo per permetterti di &quot;guardare&quot;) <br>compromesso giapponese dunque, ogni giovedì il lavoro <br>trova te, di ritorno da una gita in barca <br>a vela su uno stradivari, tutto in una mano, chic <br>metropolitano, pizzo e tulle nelle tue ore da marinaio, <br>e se finisce il tonno <br>puoi comodamente attraccare sul pianeta t-shirt: <br><br>(in ogni caso) <br><br>non affidarti al caso <br><br>Un hamburger per strada come i protagonisti di Grease oppure <br>una notte di jazz in un locale di Harlem <br>Larimer Street, Larimer Street, e tutti gli occhi <br>rimasti sulle vetrine e sulle insegne delle locande <br>(come pallottole) e ora: <br>a Boston per respirare l’american way of life, sandaletto stretch <br>oppure Miami per le atmosfere tropicali, per i palmizi <br>e i sodalizi, o ancora Assategue Island <br>Berlin – Mariland, costrunedo streghe con i legnetti <br>da portare in spiaggia come souvenir, una rosa secca <br>un limone secco, l’osso di una nespola, la tentazione <br>è forte, come negarlo, il lifting che punge, la maschera al cacao <br>il mio bouquet solare per avere occhi da gatto, <br>gel alla glicerina, aspirina tutto fare aiutami tu, evitami <br>l’infarto fammi passare il mal di testa comprami <br>una BMW, se lo sport è noia <br>faremo competere le rane e metteremo uno svizzero <br>a cronometrarle, a misurarne i salti, e dunque diluire <br>su una veranda in Palestina una pastiglia <br>di Alprostadil da dare alle signore che sono sulle porte <br>per sorridere, per abbronzarsi, per dimagrire <br>mentre aspettano i propri figli tornare dal punto G. <br>(sono giovane e forte e vado incontro alla morte) <br>punto G e a capo, ride anche il telefono che ghignando intima <br>rimanere giovani e in salute, ma cos’è questa crisi? <br>Quale Antropocene, quale attività umana ha riversato <br>il suo impatto determinante sul clima e sull’ambiente? <br>non ci sono gas di scarico che alzano la temperatura <br>del pianeta e gli aerosol non hanno reso l’atmosfera <br>più luminosa e opaca e dunque, di che preoccuparsi? <br>C’è da sleggere “Stato di paura” e salvare <br>Un pinguino mangiando un panino da Mc Donald’s <br>e addio, adio palazzo imperiale, addio Repubblica <br>Della Musica, addio Dostoevskij e Sonja, <br>niente più cambi d’umore dentro alla stanza, addio <br>nostalghia da Larimer Street, perché accontentarsi <br>di un ricordo vago quando puoi averne uno che <br>non sbiadisce mai? <br><br>Cattura i tuoi momenti speciali con la tua fotocamera digitale <br>e stampali con Epson Picturemate. Basta inserire la <br>memory card, selezionare la foto e premere print <br>e avrai la tua foto nel giro di pochi minuti, semplice&#33; <br>E per solo 0.29 centesimi in più per foto <br>non perderai neanche un istante della crescita <br>dei tuoi bambini&#33; <br><br>Anche Gregor Samsa ne aveva una prima di gettarsi <br>nella produzione dell’olio di colza. <br><br>No paura / né timore / nè rassegnazione <br><br>da oggi <br>Dostoevskij cordless <br>James Joyce Wireless <br><br>tutto senza fili<br> <br><br><br><b>L’IMPONUNCIABILE SUONO DELLA PORNOGRAFIA</b><br><br>L’elemento del crimine che sta dietro al rumore di fondo <br>della pornografia non sono le urla, o i gemiti <br>o i “riempimi” o ancora i <br>“ma è enorme&#33;”, ma una causa primitiva e sotterranea <br>l’agiografia della morbosità, quel suono che è sotto anche <br>alle ragioni che portano 100.000 persone (non cuccioli) a radunarsi <br>dietro a 27 camion che sparano techno per un giorno di fila <br>- Street Rave Parade Antiproibizionista di Bologna <br>per fare un esempio, oppure <br>Berlino, con le foto di Cristiana F in tasca e David Bowie ormai solo <br>un rumore lontano e bianco, un rumore lontano e aristocratico <br>e alle 12 e 15 puoi dire: mancanza di valori <br>alle 13 e 27 puoi dire: divertimento fine a se stesso <br>su un giornale puoi scrivere: non lo faremo accadere mai più <br>e su un libro puoi dire, alle 14 e 37 (lo hai scritto nel pomeriggio <br>quando il sole crea ombre minuscole o non ne crea affatto <br>altrimenti, non si spiega): questi giovani sono diversi da quelli di un tempo <br>o ancora: <br>banda di tossici (è vero) <br>tribù di calati (è vero) <br>branco di imbecilli (ancora più vero se rapportato ad un ufficio, ore 07:00 <br>davanti alla macchina del caffé, in un lunedì per esempio: hai sicuramente <br>ragione tu a lamentarti) <br>“Un inferno dantesco, una bolgia, un orrore che siamo costretti a subire” <br>ed è vero, non lo capisci, non lo capisce nemmeno chi nella bolgia <br>si toglie la maglietta e si comprime con altri centomila corpi (non di <br>cuccioli) fra le botteghe ambulanti e le dinamo appoggiate su carrelli <br>l’elemento del crimine dionisiaco che sta dietro al rumore di fondo <br>dello street parade è una zona temporaneamente liberata e mobile <br>dove puoi venire anche tu, con due paia di scarpe diverse, e nessuno <br>si accorgerà di te poichè non sarai più il tuo nome e il tuo cognome <br>e la tua famiglia e il tuo lavoro ma solo un tempio di carne <br>restituito all’antica armonia dove nessuno si prende cura di te <br>e sei molocola pagana e disinteressata e del rumore di fondo <br>fai parte e ci pensi, che questa è la serata, che la strada <br>è stata liberata e prova spiegare la Repubblica della Musica <br>se ci riesci parlami di D’Annunzio che con una 500 rossa <br>entra a Fiume e abolisce il lavoro per due settimane, ne hai <br>bisogno anche tu che nessuno ti controlli, per un periodo <br>che ha un inizio e una fine poiché tutto ha un inizio e una fine <br>giardini margherita/arena parco nord, (ad esempio) fra queste <br>parentesi non hai nulla da imparare, sei solo parte d’un mare <br>affatto debole e per niente verticale, e anche se non ti piace <br>ne farai parte e quando ti chiederanno il perché non lo saprai <br>e tutto ciò che puoi fare è annotare come allontanadosi <br>dall’epicentro tellurico del suono (se riuscirai ad andare via) <br>il martellamento s’affievolisce e tornando <br>potrai fissarti la punta delle scarpe sul ponte di Via Stalingrado, <br>e capire (al limite) il silenzio, da tenere, da non spartire con nessuno <br>lì con te e tre vecchie (di cui una dentro ad un carrello <br>per la spesa) ti offriranno una sigaretta e puoi annotare anche <br>i bidoni della spazzatura con sopra allineate sette bottiglie <br>di birra in vetro, 4 lattine da 33cl e una bottiglia di porto <br>semivuota e se lo desideri <br>alle 19 e 38 puoi dire: assenza di valori <br>alle 21 e 16 puoi dire: ricerca dello sballo permanente <br>su un quotidiano puoi affermare: partono in migliaia sotto la pioggia <br>e su un libro puoi scrivere, alle 02 e 05 (lo hai scritto nelle ore piccole <br>perché una frase minuscola esce dalle ore minuscole): <br>questi giovani sono diversi da quelli di un tempo <br>(dove eri mente la chitarra di Hendrix bruciava mentre Joe Cocker <br>sudava mentre i Crass si isolavano dal mondo e Guido de Marchi <br>stampava il primo libro autoprodotto?) (1962) (con i tappi nelle <br>orecchie) <br>o ancora: <br>banda di tossici (è vero) <br>tribù di calati (è vero) <br>branco di imbecilli (ancora più vero se rapportato ad un ufficio, ore 07:00 <br>davanti alla macchina del caffé, in un lunedì per esempio: ti ripeto <br>hai sicuramente ragione tu a lamentarti <br>di esser lì e a pretendere <br>che ci sia anche io) <br><br>l’elemento del crimine non lo consideri mentre carichi <br>la tua slava lungo i viali mentre parti per la thailandia <br>mentre Joey Silvera si prende cura di te perché anche tu <br>alla fine perdi la lucidità ma <br><br>la ritrovi sempre <br><br>*<br> <br><br><b>END</b><br><br>fragilissimi e morbidi, come caveaux svuotati, <br>nella casa che serra il pugno e ci tiene <br>sollevati a sette metri da terra <br>simili a cavi rilassati come la tua mano, ad esempio, <br>che volevi tirare via <br>prima del diluvio <br>finché <br><br>“I mari si aprirono e lasciarono passare l&#39;intero popolo” <br><br><br>* <br><br><br>e ad annunciazione compiuta sulla tavola oppure muta nel giardino <br>solo un paio di caviglie a dondolare <br>dalla finestra <br>(spalancata) <br>dalla tua bocca <br>(spalancata) <br>alla tovaglia di nuovo devota per un ingresso <br>dell’ultimo minuto, per non sembrare <br>troppo in ritardo, infine, <br>entrai da dietro, dicendo: <br>“Sinceramente questa è la serata, e ci penso” <br>e ti maledicevo, perché tua era la lunga persistenza tuo <br>era il sapore fra i denti e maledicevo la mia idolatria per le cose <br>che si perdono <br>- maestro di anelli di fumo, domatore di vapori – <br>kafka nell’installazione formale di una sottile vena d’inquietudine <br>nella gestualità affettata delle mie mani che sembrano <br>far scadere la scena, imprimergli un senso di desolazione <br>- come il silenzio dei capelli in un ascensore - <br>decodificarla per futuri impasti a pittura grassa <br>resina e gesso quanto basta <br>stare davanti a me sporgersi, sporgersi in continuazione <br>e abbiamo avuto la stessa saliva e <br>siamo stati inefficaci nel sole, deboli come mari verticali <br>abbiamo attraversato lo stesso specchio e ora <br>in quest’ora molesta che è un tre quarti (annunciano <br>i tre tocchi del campanile che non dichiarano mai <br>di che ora si stia parlando) <br>non puoi più fissarmi dall&#39;altra parte del finestrino, <br>com’eri solita fare, battendo le ciglia, di tre quarti anche tu <br>in questa stazione immaginaria che ha binari che non vanno <br>in nessun posto con noi <br>che continuiamo a scendere e salire <br>a scendere e salire dal treno – <br>mai nello stesso momento <br><br><br>* <br><br>sorvergliati in eterno dallo sfrigolio dei cavi elettrici <br><br><br>* <br><br><br>la mia casa è laggiù, abbassa gli occhi, inclina un poco <br>la testa verso sinistra, appena sotto lo scalino <br>della costola appena sotto la tua gabbia interna per farfalle <br>io sono lì che dormo, tenerissimo e fragile <br>come una nuvola, completamente nuovo <br>per l&#39;eternità che vuoi insegnarmi <br>tutta chiusa in un minuto <br>di vetro <br><br><br>* <br> <br><br><br><b>INDOVINELLO ALLA MANIERA DI H</b><br><br>Infine una mattina appoggiato su un tavolo – niente di eccezionale – <br>un paio di gambe accavallate – niente da fare tutto il giorno, davvero <br>guardarmi intorno – sonnecchiare, coi gomiti appuntati nel legno <br>tentando di schivare la luce solare <br>che accoltella (me) alle spalle dall’abbaino <br>caffè <br>(sigaretta) <br>(caffè) <br>sigaretta <br>aprire il frigo e notare che l’insalata <br>s’è intristita anch’essa <br>il verde è marino e umido, come di muschio <br>la busta semiaperta morsa <br>da una molletta davvero snob, debole e blu <br>richiudere il frigo <br>(senza buttare la busta ma cadendo <br>con lo sguardo sulla costola d’un libro <br>di cucina che recita: 1001 antipasti <br>dove un’ape cammina sopra rimuginando <br>se quella può essere o meno la sua casa) <br>guardare l’ora, ad esempio <br>11:04 <br>e dimenticare subito dopo la sequenza di numeri <br>che s’è osservata <br>sull’orologio <br>e ancora da spostare <br>una padella di qualche centimetro <br><br>un caffé <br><br>una sigaretta <br><br>(e dimenticare tutto, non concedere confidenza al tempo <br>trovarsi improvvisamente nel proprio corpo <br>poco usati, come dopo un abbassamento <br>di pressione o appena si scende <br>da un aereo in una città straniera) <br><br>Poi all’improvviso un incarico importante, magari dei fili, <br>per fare dei libri per tenere insieme <br>le parole, o l’orlo di un paio di pantaloni: <br><br>a volte un cavo. <br><br>Solo in rarissimi casi si può perdere la testa, per trovarsi in quella di un’altra persona. <br><br>E mentre io divento l’arma del delitto <br>l&#39;ape acquista il concetto di proprietà <br>senza che io mi sia innalzato a maestro <br>con uno strofinaccio in mano, enciclopedico. <br><br>*<br> <br><br><b>AMERICALOLITA</b><br><br><br>E avanti, derelitti, Orazio ha fatto a meno di voi e voi <br>potete fare lo stesso, case diroccate, asfalto divelto, <br>edicole cinesi, l’invasione barbarica è avvenuta <br>attorno al 1400 e s’è edificata sulla mattanza d’una serie <br>di bersagli immobili – me lo diceva anche il mio amico Adam <br>“Bevi come un irlandese e stai fermo come un indiano” <br>(ecco spiegata la pancia) zeppe di muffa, queste parole, <br>non calmano nessuno, non aiutano l’orso bianco a cacciare le foche <br>quando il ghiaccio si scioglie e la stagione estiva <br>lo condiziona a star fermo, e la volpe artica che fissa i gabbiani <br>ha la stessa attenzione d’un maitre che sonda <br>gli orli dei bicchieri nella sala ampiamente illuminata <br>per accertarsi (del consumo) – non è controcultura <br>questo è un servizio decente 24 ore su 24 - <br>se penso all’Europa immagino Humbert Humbert <br>che porta a spasso l’Americalolita per mano, o su una macchina <br>zigzagante su una strada assolata, alberghi e pompini <br>pagati un dollaro e le mani sporche di gesso, le unghie <br>scrostate e il rifiuto di fare la recita <br>dietro ricatto e ancora un Quilty di troppo, <br>a sofisticare la sera, <br>e non è stato Kubrik, (per l’occasione <br>travestito da Svizzera) a inserire il giochino <br>che se cambi la Q con la G ottieni <br>Guilty, la colpevolezza è in che la conserva <br>la colpevolezza è una nevicata senza vento fissata da dostoevskj <br>(ci tornerò dopo) alla luce dei lampioni a olio, <br>il mare è la lavatrice di dio, e da vent’anni una mano enorme <br>sta abbassando il rigoglioso campo di lavanda che era <br>la cultura europea, appiattendola, come nei cerchi nel grano <br>questa mano da una cinquantina di dita e da un olocausto <br>di cui non c’è traccia, non avevamo capito, che idioti <br>le leggi del marketing e della democrazia, <br>la libertà è far si che non ci sia più nessuno <br>a ricordasi di quello che hai fatto, forse: <br><br>e ingrassare. <br><br>(papà, portami in braccio, stasera mi sento <br>romantica) <br><br>Ma ci si affanna su cose più importanti, fra una sigaretta e l’altra, <br>il ritiro della patente (magari) o perdere un treno, <br>ecco cosa, le frangette o tagliare le magliette tagliarne <br>il collo e farle nuove, ma quante belle figlie madama doré <br>ma quante belle figlie - nella casa vasto è il silenzio ed è docile <br>a lasciarsi sventrare da queste morbide <br>e affilate lame di gemiti, di urla, di sussurri, <br>di tonfi di ginocchia improvvisamente sul pavimento, <br>arrossate con lo stampo di una rete sulle rotule <br>per la prolungata postura del cane (da divano)– <br>da poterci giocare a tris compilando <br>gli spazi con le croci o con i tondi, con le voci <br>e con gli sfondi che s&#39;accuattano <br>come bestie e ora mostrano questo: <br><br>(per esempio) <br><br>ma quante belle figlie madama doré ma quante belle figlie – <br><br>una bambola primitiva, (1492) in fuga fra gli aghi <br>della pioggia – (partita da genova) incastrata contro l&#39;imbuto <br>della strada, con gli sfondi che s&#39;accuattano <br>come bestie e ora mostrano (quello) ad esempio <br>dove venne la luce, spettrale d&#39;improvviso, versata <br>dalle assi di legno della finestra come <br>svuotata sul pavimento, dove invece c&#39;è lei (Lo. La mia lingua <br>percorre tre passi) <br>che tiene la bocca spalancata ed il mento all&#39;insu, <br>lingua scivola lingua gocciola e libera - i tuoi serpenti <br>di pioggia, e quelle caverne sottomarine, <br>dove i capelli d&#39;alga della ragazza s&#39;agitano <br>trattenuti sott’acqua da un piede legato ad un pianoforte – <br><br>quante belle figlie e quante calzamaglie in coda <br>ai divani o geroglifiche sulle sedie, improvvisamente <br>maestose nel gesto simboliche e minuscole <br>come un aforisma, nella calza adunata di sguardi <br>sui talloni nelle pieghe degli avambracci, <br>vaga di lingua spenta come una sigaretta <br>su un braccio incredibilmente dolorosa, <br>i vaneggiamenti sui tacchi o come tutti ridono, d&#39;improvviso <br>con le lingue rosa e i singoli pavimenti del mondo <br>tragicamente soli, indifferenti, <br>afflitti nella posa. <br><br>(la sposa la decapitarono e le si ruppe <br>un infradito – la sinistra – <br>con la quale aveva dato un’aria <br>tremendamente trendy alla cerimonia, <br>davvero incomparabile davvero:) <br><br>imperdonabile <br><br>Quante figlie nella casa e così belle <br>da far piangere gli impiegati da far morire d&#39;invidia <br>i fiori che durano così poco, così poco <br>mentre a loro anni di giovinezza <br>vengono concessi in esposizione, e le telecamere <br>hanno la bocca dei pesci che si nutre silenziosa <br>del plancton della loro immagine <br>che muore giovane in ogni fotogramma, <br>che resiste alle coltellate della stagione, <br>sottomessa ed abusata specie di libertine, <br>gli scatti delle fotocamere digitali e le digitali in blocco <br>(asserragliate) nella ferita, accolita di dita desiderosa <br>di bagnarsi, gli occhi sotterrati nell’eyeliner, muovono <br>le mezzelune come dita d’un direttore d’orchestra <br>scapigliato dentro alle costole di wagner e i fiati, <br>tutti corti, le finestre paurosamente alte, <br>improvvisamente spalancate. <br>(se tu mi tocchi adesso io: <br>muoio) <br><br>Finché l’Americalolita stringe i denti <br>alla base del pene della vecchia Europa <br>e la evira. <br> <br><br>E infine il panico, senza armonia né pentimento, tornò a Londra, <br>raccolse i suoi quattro (stracci) unici <br>divisi in atti vandalici e con una faccia d’angelo valicò le alpi <br>chiuso dentro la pancia di un treno merci <br>che avrebbe proseguito per Vladivostok, <br>e appena giunto nella city, è così che dicono, appena giunto <br>nella city fondò la Gerstl Orchestra con un tale <br>di Vilnius che suonava una fisarmonica <br>e un suo amico di Trieste tutto zen e zelo per poi <br>lasciarla addormentare, <br>umida e lieve, divisa sotto tre ponti <br><br>- Waterloo, Westiminster e Hingerford – <br><br>umida e lieve Gerstl Orchèstra <br>addormentata e sognante <br>fra topi e cinafrusaglie.<br> <br><br><br><br><br><br><br><br><b>Alessandro Ansuini<br><br>Gerstl Orchestra<br><br>Gerstl Orchestra #1 in G major, K. 313/Deutsche Grammophon 426677-2 -<br>COMPENDIO SULLA DEGRADAZIONE DI UNA PELLICOLA<br>JAMES JOYCE WIRELESS<br>L’IMPONUNCIABILE SUONO DELLA PORNOGRAFIA<br>END<br>INDOVINELLO ALLA MANIERA DI H<br>AMERICALOLITA</b><br><br><br><br><br><b>(2005) Copyleft Alessandro Ansuini &amp; Smith &amp; Laforgue</b><br>&quot;E&#39; consentita la riproduzione, parziale o totale, dell&#39;opera e la sua diffusione per via telematica a uso personale dei lettori, purché non a scopo commerciale. il testo può tranquillamente essere scaricato o fotocopiato e poiché questa riproduzione non è a fini di lucro, Alessandro Ansuini &amp; Smith &amp; Laforgue ne autorizzano la riproduzione. Se invece un editore italiano o estero (magari americano) volesse apporci il proprio marchio o farlo tradurre e metterlo in commercio nel suo paese o in un altro, o se un produttore cinematografico volesse farci il soggetto di un film, in questo caso l&#39;utilizzo verrebbe considerato a fini di lucro, e quindi sottostante le normali leggi di copyright.&quot; <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Fri, 22 Jul 2005 20:16:13 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[come oche dolcissime, di Rosamaria Caputi]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=629&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=629&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> <br><br><br><br><br>svegliarsi appena smemorati<br><br>-un incidente-<br><br>l’augurio di stracciare<br>le realtà doppie una cieca l’altra<br>calma<br><br>l’attenzione alle pronunce sibilanti<br>che a volte è per la vergogna oppure<br>sicuri camminiamo con l’appannato negli occhi.<br>stranezze<br>gioie rovinose attaccapanni pieni <br>-l’oro-<br>l’oro dentro l’avvenire che non ha tara<br>però come è felice come è felice non avere sonno<br>non verranno i sogni già ieri<br><br>ludico avviene<br>-bastonarsi con i fili accorciati tra i denti-<br>il viaggio sul pavimento del bottone cattivo<br><br>ogni chiusura si sta ossidando alla luce<br>senza curarsi dell’età dell’immoto<br>è sensuale<br><br>-gli artifici- -questi morti-  -questi maestri-<br>unici si palpeggiano parlando <br>piano di vanità<br>rocamboleschi giochi osceni di vocali aperte<br>come altoparlanti imbrattati in falsetto<br>di miele<br>come oche dolcissime che non si somigliano più<br><br>-la sapienza-<br>il cappio dell’idiota con la testa sparpagliata<br>guarda la stella, sorride –la distanza a strapiombo-<br><br><br>sale<br>scende<br>sud<br>ruggito<br>le teste bianche che sono sagge<br>la macelleria<br>-per la malora-<br>Il bicchiere eterno<br>Il bambino è muto<br>cento pagine di vita in periferia<br>fieri gli sposi davanti alle alpi<br><br>-qualcuno s’incanta come c’è sempre qualcuno che s’incanta-<br><br>cristi e fate turchine alla moviola dicono la verità in questo schioppo di avanguardie ridicole<br><br>cantano senza bocca<br> <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Rosamaria Caputi]]></author>
<pubDate>Thu, 21 Jul 2005 11:02:31 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Pasquale Panella, di Flavio Toccafondi]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=27&tes=622&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=27&tes=622&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[[intervista tratta da &quot;I miserabili&quot;]<br><br><br><br> INTERVISTA A PASQUALE PANELLA<br>di Gianfranco Salvatore <br><br><br><br><span style='color:red'>Come iniziò e come finì tra lei e Battisti?</span><br><br>Per quel che mi riguarda inizia come finisce, cioè forzatamente. Parliamoci chiaro: parlando di canzoni io non sono affatto adeguato. Per me scrivere le canzoni è come fare le rapine. C&#8217;è un mondo abbastanza imbecille da farsi uscire i soldi dalle tasche, senza nemmeno dover andar lì a mano armata. Io che nella vita non ho fatto altro che pensare a scrivere, anzi non ho fatto altro che non pensare a scrivere, so che basta appoggiare la mano sui tasti della macchina da scrivere, come si fa su quelli di un pianoforte, e fai uscire quattro parole. Ma se ciò non è preceduto da una continua elaborazione della scrittura precedente, non esiste scrivere. A me della canzone non me ne è mai importato nulla. Mi sono avvicinato alla canzone giusto per ascoltare quattro dischi, quelli che facevo, magari nemmeno a casa ma in in studio di registrazione, mentre si elaborava. Oggi sono molto annoiato, perfino dall&#8217;ascolto di me stesso. Già a quel tempo, per me, scrivere era scrivere al di là di una destinazione, era scrivere in prosa. Capitavano queste occasioni abbastanza lucrose, e quindi lo facevo. Pur senza competenza di quello che la produzione musicale italiana è o non è, mi è sempre parsa un&#8217;attività abbastanza cretina. Mi vergognavo un pochino che il mio nome apparisse, usavo pseudonimi, poi sfuggiva perché il mondo della musica leggera è molto ciarliero. Ma è stato per me un mondo anche molto affabile, gentile, affettuoso.<br><br><span style='color:red'>Anche i cantanti sono dunque un po&#8217; angeli, come i parrucchieri.</span><br><br>Dicendo &#8220;i cantanti&#8221; libero queste creature di tutte le scaglie imprenditoriali che le ricoprono. Quando diventano imprenditori sono invece abbastanza ributtanti. Ma è bello vedere un cantante che, nell&#8217;esercizio delle sue funzioni, risolve dei passaggi, trova il suo momento di voce. <br><br><span style='color:red'>Mentre registrava a Londra i dischi delle canzoni scritte con lei, spesso Battisti le telefonava. Cosa le chiedeva?</span><br>Più che chiedere mi faceva ascoltare delle cose.<br><br><span style='color:red'>Le chiedeva modifiche ai suoi testi?</span><br><br>No, a volte capitava che gli proponessi dei tagli. Io preferivo abbondare, però lo avvertivo: fa&#8217; &#8216;na cosa, vedi tu quello che più ti occorre. A volte capitava non che fossero tagliati di botto, ma che alcune parti fossero restituite frammentariamente. <br><br><span style='color:red'>Con Mogol, Battisti preferiva modificare la propria melodia piuttosto che intervenire sulla lunghezza o sulla metrica dei versi. Faceva così anche con i suoi testi?</span><br><br>Come no, sempre. Salvo in casi rari, quando io stesso gli proponevo delle varianti, delle frammentazioni. Battisti lavorava moltissimo sulla melodia.<br><br><span style='color:red'>Si dice che lei e Battisti vi sentivate al telefono ogni giorno.</span><br><br>Anche più di una volta al giorno. <br><br><span style='color:red'>E cosa vi dicevate?</span><br><br>Di tutto, qualche volta era anche finalizzato alle canzoni. Poi a volte anche le chiacchiere potevano essere utili.<br><br><span style='color:red'>Sembravate avere in comune una vocazione scientifica. Lucio Battisti sapeva riparare tutti gli oggetti meccanici, lei li metteva in versi.</span><br><br>Scrivere significa avere tutte le vocazioni, e dibattersi perfino nella sconoscenza. <br><br><span style='color:red'>Ma perché ci sono tutte quelle macchine, e tutte quelle macchinazioni, nei suoi testi scritti per Battisti?</span><br><br>Perché se fossi vissuto in altri tempi avrei parlato di cose occorrenti nel passato. La canzone in fondo è molto legata a tutto questo che si muove, vive un po&#8217; di questa sua prima ambizione che è il movimento. Ecco perché nelle canzoni si vola sempre, il primo referente dinamico e primordiale è quello, e nella canzone generalmente è teorico. Come in Freud, è l&#8217;anelito del mancante. Se uno parla del volo o è perché vive tutti i giorni su un aereo, o è perché si sta frustrando. Non è che io perda tutta la notte per dire solo &#8220;io volo&#8221;, come scrissi in un pezzo. Perché più astutamente osservavo la frustrazione che a loro veniva, cantanti e autori, mettendo il volo dovunque. La canzone è ingenua, una da poco arrivata, una parvenue. Anche questo sposalizio di interessi tra la parola e la musica&#8230; parola e musica non hanno niente a che vedere tra di loro, la canzone esiste per puro amore dell&#8217;orrido. Le più sopportabili sono le canzoni di tipo comportamentale, dove la musica è solo un&#8217;enfatizzazione dei toni espressivi. Quelle dove ad una splendida musica corrisponde una splendida falsità testuale sono le migliori, le canzoni stupide-belle, dove l&#8217;interesse dell&#8217;ascoltatore è lo stesso per il quale si sposarono parole e musica, perché per accoppiare insieme le due cose ce ne vuole, di sforzo. Oggi è un interesse potentissimamente commerciale, oggi per unire musica e parole a volte si devono mettere assieme due colossi industriali. La prima cosa che si chiede è se uno ci ha le edizioni. Poi la canzone cerca sempre di creare la castità, sembra sempre che uno produca la canzone di nuovo, la novia, la sposa, la nuova.<br><br><span style='color:red'>Dopo la vostra prima collaborazione, quella di Don Giovanni, lei non scrisse più testi sulle melodie di Battisti, ma fu lui a musicare i suoi testi. Perché invertiste il metodo?</span><br><br>Invertire il metodo è stata una mia richiesta, perché in Don Giovanni la presunzione di canzone era ancora forte. A me piaceva stabilire un diritto di prima notte, che una canzone uscisse già fatta, che uno se la fosse già fatta, in tutti i sensi, o signora, coi suoi difetti. Tutti quelli che ascoltano canzoni sono puritani, mormoni, una cosa tremenda. La canzone è piena di piccoli ma ferrei codici, molto morali. La canzone è il tentativo di darsi una morale. Altri si danno una calmata, questi una morale. Perciò la canzone esiste sempre, e tutti i governi in fondo la tollerano, ed essa ha con loro traffici illeciti. Una volta degli amici facevano una festa con le canzoni di Dylan, era venti o trent&#8217;anni fa. Chiedo: ma che dice questo? Andai a guardare, e mi sembrò un chierichetto. Noi italiani siamo abbastanza svezzati, gente come napoletani e romani, gente che circonda il Vaticano: quelli di Dylan mi sembrarono testi di uno scadente spiritualismo. Nessuno era d&#8217;accordo, tutti credevano che fossero gran cose. Solo dopo trent&#8217;anni, andandolo a rileggere, se ne rendono conto, forse perché lo hanno visto piegarsi davanti al papa. Sembravano canzoni di grande assalto, ma non era vero: canzoni mormoni, piegate, molto moraleggianti.<br><br><span style='color:red'>Ma cosa vi dicevate al telefono, lei e Battisti? Parlavate del vostro lavoro, o di cos&#8217;altro?</span><br><br>Allora parlavo un po&#8217; così come adesso: per me parlare significa monologare.<br><br><span style='color:red'>Ma vi vedevate?</span><br><br>A volte ci trovavamo insieme, e c&#8217;era anche allora quella&#8230; Voglio dire, quando la stampa lamentava la sua sparizione, era lei che la creava. La sparizione di Battisti era una comoda notizia da scrivere seduti. Ma in fondo io apprezzo il giornalismo. E&#8217; vero, non siamo più ai tempi d&#8217;oro, non dico di Truman Capote, ma del giornalismo iniziale, quello mosso, presente, di ricerca, nel senso proprio del cercare. Tutti sono notizia, sotto una certa specie. Ad esempio la bellezza, o lo scatenamento del desiderio da parte di un personaggio molto bello, è notizia; finché non arriverà alla decadenza, quando la notizia sarà quella, la notizia della decadenza. <br><br><span style='color:red'>Lei tace le relazioni, non parla mai di sentimenti. Lei lo ha amato, quel Battisti? Ricordo la violenza con cui scrisse a Boncompagni dopo una sua battuta infelice in televisione, all&#8217;indomani della scomparsa del musicista.</span><br><br>Io me la son presa perché ci aveva messo dentro anche me, me fisicamente. I testi sono come i quarti di bue, se uno non vuole non li produce. A me risultano più approssimative e più antipatiche le critiche benevole, perché non dicono niente di vero. Poiché l&#8217;astio, il livore, è molto più lucido. Ricordo certe scivolate di Luzzato Fegiz o di Zampa, che mi attaccavano: quando mi incontravano mostravano un&#8217;opinione di me molto più alta. Quello che dite è tutto vero, mancava solo la firma, perché non ci stava scritto Roland Barthes. Se si scrive &#8220;Panella persegue un progetto di insensatezza&#8221;, ed è firmato Roland Barthes anziché Fegiz, è questo che fa la differenza. Detto da Fegiz vorrebbe essere un astioso insulso&#8230; volevo dire insulto (ma detto da me va benissimo). Quando i benefattori sparano qualche complimento, chi se ne importa.<br><br><span style='color:red'>Battisti rivelò un giorno a un amico una specie di metodo per valutare quello che lei scriveva: &#8220;I testi di Panella, se non li capisco vuol dire che sono giusti&#8221;.</span><br><br>Qualche testo sempre mi rimaneva fuori&#8230; Sì, vabbè, ma era quello che chiedevo io, avrebbe fatto una brutta figura a dire &#8220;ho capito tutto&#8221;, peggio che dire &#8220;io sono ignorante&#8221;. Si sbaglia a mettere queste faccende sul piano della comprensione delle cose. Si dovrebbe piuttosto rimanere incantati di fronte a questo oggetto dal quale esce la musica. Non capiscono nemmeno perché un disco messo in un posto suona, poi vogliono capire cos&#8217;è la musica? Mi sembra troppo. Tra un uomo e una donna, non sia mai che uno debba dire all&#8217;altro: &#8220;fàmmiti sempre capire&#8221;. Mi sembra molto offensivo. E poi si parla di sentimento. Riconoscano prima che il sentimento è una falsa sovrastruttura, e allora poi parliamo di capire. <br><br><br><span style='color:red'>Quando lei e Battisti facevate assieme una canzone, cercavate la stessa cosa?</span><br><br><br>No, non credo. Io non so neppure cosa cercassi. Non è nemmeno che non cercassi niente. Mi trovavo quelle frasi davanti, oggi sarebbero probabilmente diverse. Ma non per ragioni strutturali o formali, perché le canzoni che vengono un giorno non vengono un altro.<br><br><span style='color:red'>Per un Battisti che non scriveva più secondo la logica della strofa e del ritornello, le melodie erano diventate un&#8217;operazione di dispendio. Come la parola per lei. Un&#8217;altra affinità fra voi due?</span><br><br>Io non scrivevo ritornelli, ma un percorso obbligato, nel quale c&#8217;erano però dei moduli tornanti. Ma quelle canzoni nell&#8217;insieme sono dei ritornelli.<br><br><span style='color:red'>Ma sono anche come i quarti di bue, come lei stesso diceva prima. Il pubblico compra le canzoni per mangiarle.</span><br><br>No, il pubblico mangia tutto, è quasi una discarica, riceve i testi di tutto. Se uno pensa a quello che è l&#8217;elaborazione della canzone... Prendiamo un giovane autore o cantante, giovane per offenderlo. Vive la sua vita giovanile, tutta fatta di speranze, pulsioni compositive, aspettative, e la sua dotazione è circa venticinque canzoni. Sono le canzoni migliori della sua vita. A un certo punto c&#8217;è questo ragazzo che s&#8217;incontra con altri ragazzi, produttori, discografici, e da questo gran corpo bovino o suino ricavano qualcosa come una cistifellea, nella quale gli antichi credevano ci fosse l&#8217;anima. Una cosa assottigliata, strofa-strofa-inciso, la cistifellea: qualcosa che normalmente si butta. E la buttano, infatti, in pasto al pubblico. Non mi pare che il pubblico riceva il meglio. Di tutto il corpo, bovino o suino che sia, di una vita rivolta alla canzone, ricevono qualcosa che veramente è stato sterilizzato da quel corpo. Lo ricevono nei termini di una &#8220;operazione&#8221; discografica, si dice così, no? Questo tampone pieno d&#8217;alcol snaturato. Quello che arriva. La canzone è qualcosa di molto levigato, prosciugato, tagliato e ritagliato, una cosina così. Ma nego che ci sia un&#8217;affinità tra musica e testi, che ci sia stata o che ci sarà. E&#8217; un matrimonio di interessi. La parola non ha niente da condividere con la musica, né la musica con le parole. Esiste un luogo comodo, che è la canzone, con cui oggi la gente ritiene di aver assolto il compito del consumo culturale. Una cosa composta, molto calata nel ruolo. Si fanno seminari, ne parlano sul serio: questa è la più grande offesa portata alla canzone. La canzone non va discussa, perché è fuori da ogni discussione. Sennò perde la sua caratteristica di figlia degenere di un matrimonio d&#8217;interesse, ma bella, leggera, idiota. Perde quello che veramente dovrebbe essere: inafferrabile. Non conoscendo e non amando la canzone, le ho restituito quello che dovrebbe essere: l&#8217;inafferrabilità. Se chiediamo a un amante della canzone del passato cosa vuol dire &#8220;Vola, colomba bianca vola, diglielo tu che tornerà&#8221;, lui non lo sa. Con la canzone si entra in scemenza, uno esce dalla priorità del tutto. Entra in scemenza, nell&#8217;avulsione dal tutto. Ma da anni vien fuori che bisogna essere problematici, che bisogna farne un problema. <br><br><span style='color:red'>Stiamo scrivendo l&#8217;ennesimo libro su Battisti, nell&#8217;eterna speranza che sia quello vero. Lei trova sbagliato che in un libro si racconti la vita di una persona?</span><br><br>Sì. La vita di una persona coincide con la vita di chi l&#8217;ascolta, quella persona lì. Poiché esiste uno standard esistenziale: anche se gli ascoltatori di canzoni sono tanti, mediamente parlando, la canzone è la soddisfazione della zona mediana: le apprensioni, le aspettative, i medi desideri e le medie voluttà del medio. E&#8217; tutto medio. Non esiste una canzone di tipo tirannico, o criminale. E&#8217; tutto mezzo e mezzo. Un po&#8217; autoritario, ma un po&#8217;. Un po&#8217; vittima, un po&#8217; no. Se uno dovesse ricostruire i rapporti umani dalle canzoni, non ne verrebbe fuori quasi nulla. E&#8217; un mondo molle, perché è un mondo medio. E&#8217; un mondo di quella vita lì, che non prende posizione né per un verso né per un altro. Non dà colpi né al cerchio né alla botte: accenna. Alla canzone non è chiesto di dire, ma solo di apparire. Ecco perché L&#8217;apparenza. E&#8217; un po&#8217; un miracolo, ne ha tutte le caratteristiche, salvo che non la fa troppo lunga, perché dura tre minuti, se ne capisce l&#8217;origine, perché c&#8217;è di mezzo un oggetto. A differenza di Fatima può vendere anche qualche milione di copie nel mondo, ma almeno non è così invasivamente ecclesiale. La sua capacità invasiva è epidemica, ma sempre meno di quell&#8217;altra. Di vantaggioso ha che dura meno: la si può riascoltare, ma la sua durata resta sempre quella. Da ragazzi si comprava un 45 giri, e il primo giorno lo si metteva cento volte di seguito. Ma non è che facendo così moltiplicassero i tempi: non riuscivano a capirne il miracolo, per cui lo ripetevano. La canzone è amabile perché finisce, presto. <br><br><span style='color:red'>E la vita di chi scrive canzoni?</span><br><br>Della vita, che dire? Sono vite normali. Uno si sveglia dopo essere andato a letto il giorno prima, fa colazione. E vive come chiunque. Io poi son poco attendibile. Poco mi ci trovo nei panni di chi vive di ricordi, io so parlare solo di me, che vuole che dica di un altro? Si può dire di Alfred Jarry, che col revolver sparava ai bagarozzi, e li stecchiva pure. Ma son passati più di cento anni. Ho letto di Graham Greene che era uno scrittore mediocre perché parlava di persone. Obiettivamente è uno scrittore medio. Un bravo scrittore, scrittore-scrittore, di quelli veri, scrittore di professione, non certamente di vocazione. Si interessava delle persone perché di meglio non sapeva fare. Interessarsi alle vite è una noia, perché le vite sono noiose.<br><br><span style='color:red'>Ma insomma, questo Lucio Battisti. Nessun dettaglio da ricordare?</span><br><br>Sono io che non mi trovo nelle parti di uno che ricorda, non sono un memorialista, affettivamente parlando. <br><br><span style='color:red'>Un rapporto, dei sentimenti?</span><br><br>Io di natura non sono portato molto alla condivisione di nulla. Penso a me, penso di me, non vedo perché debba penare trapassandomi negli altri. Il fatto di mettere insieme queste due cose, la musica e le parole, questa compenetrazione in realtà è perfino un superamento, una sospensione dell&#8217;amicizia. Non vedo perché uno debba impegnarsi, dopo aver fatto qualcosa del genere, che è perfino un po&#8217; immorale, come qualsiasi fondazione di una moralità: l&#8217;immoralità dell&#8217;estetica è nel farle, le cose, non nell&#8217;averle fatte. Partecipare di questa immoralità, come commettere una rapina insieme, è più dell&#8217;amicizia. Mi viene in mente Genet, che non aveva amici, ma che perciò aveva ancora qualcosa di più potente, con i suoi complici. Dell&#8217;amicizia non me ne importa nulla, anzi la detesto un pochino. Non la capisco. <br><br><span style='color:red'>Si è mai mosso di casa per incontrare Battisti?</span><br><br>Ho frequentato solo la sua casa romana, si figuri se io mi muovo, certo non per andare a parlare di canzoni. Si parla meglio al telefono.<br><br><span style='color:red'>Anche per comporre testi di canzoni?</span><br><br>Ci sono stati vari modi. All&#8217;inizio, dettandoglieli. Poi i fax, poi ancora la prima Internet. <br><br><br><span style='color:red'>Battisti le ha mai fatto proposte di modifica, sui testi? Voglio dire: non sulle metriche, ma sui contenuti?</span><br><br>Il problema sarebbe stato capire quali erano, i contenuti&#8230;<br><br><span style='color:red'>Perché? Vuol dire che Battisti non li capiva?</span><br><br>In fondo questa cosa fu risolta prestissimo. La cosa che dissi subito, e che subito lo persuase&#8230; Diciamo che probabilmente io gliene ho parlato come ne ho parlato con lei, sulla canzone come apparizione, sulla sua volatilità, la peste da una parte e il miracolo dall&#8217;altro.<br><br><span style='color:red'>Dunque lui accettò subito questa sua posizione?</span><br><br>Immediatamente.<br><br><span style='color:red'>Lei è elusivo, nei suoi testi come nel racconto della vita.</span><br><br>Ogni vita a raccontarla è assolutamente insulsa, salvo che tu non lo faccia da giornalista, detto nel senso bello. I fatti accaduti esistono solo in alcune pagine di questi giornalisti qui, parlo di gente come Hemingway. Ma uno notevole sotto il profilo esistenziale è Enzo Carella, perché non avendo vissuto imprenditorialmente la vita che fa, vive una vita senza risorse, che io ricordo e tengo presente come tutti gli altri. Ho un certo affetto per il giornalismo, specialmente per il cattivo giornalismo, che è ingenuo, perché è avventizio. Come quando cominciarono a dire: è la loro fine, non vendono più, eccetera. Per qualche motivo i discografici, vuoi perché macinano musica, vuoi perché sono commercialmente aggiornati, le garantisco che afferrano le cose molto più dei giornalisti avventizi. Capirono subito che dietro quella cosa c&#8217;era un evento commerciale, come si dice nel loro lessico. E quando leggevano quelle cose, le previsioni giornalistiche su quel cantante che consideravano finito, i discografici ridevano. L&#8217;evento è stato talmente produttivo dal punto di vista promozionale - tanto che noi oggi ne stiamo parlando - perché le vendite superarono le previsioni e ci fu pure un richiamo di vendita del suo passato, di tipo vendicativo. Senza che l&#8217;avessi fatto volontariamente, io partecipai di un&#8217;ottima operazione commerciale. Ecco perché andava bene tutto. L&#8217;elemento di novità attira le attenzioni, e la novità erano quelle parole lì. <br><br><span style='color:red'>Perché finì?</span><br><br>Perché mi stancai. Mi pareva che cinque dischi fossero già troppi. Si stava diventando troppo produttivi e continui. Io non amo molto la continuità. Se mi dessero un miliardo per posare nudo lo accetterei, perché mi metterebbe a rischio e non me ne importerebbe nulla. Perfino Fegiz cominciava a parlarne bene, si diventava consueti. Alcune cose io non le ho neanche firmate, perché non volevo diventare un miserabile mito della musica leggera, come dire: non c&#8217;è altro, ti devi accontentare. Diventare qualcosa in mancanza di tutto.<br><br><span style='color:red'>Mai pentito?</span><br><br>Assolutamente no. Anzi, in generale mi sto allontanando sempre più dalla canzone. Ne faccio sempre meno, e cerco di farle nella maniera più stupida possibile. Ma la cosa non era riconducibile a un episodio. <br><br><span style='color:red'>Lui come la prese?</span><br><br>Credo non bene. Ogni disco finito io dicevo vabbè, abbiamo fatto, ci possiamo dire appagati. Ma lui parlava subito del prossimo. Da parte mia era sempre più evidente questo blando scostamento dalla canzone. Da quella in particolare, perché stava diventando consueta, stava prendendo piede, come si dice. La mia scrittura per canzone è scrittura applicata alla canzone. Per me la canzone non è il riferimento assoluto, ma nemmeno relativo. Di quel passo avremmo fatto un disco ogni due anni per sempre. Era tutto così ripetitivo. Due anni e tutto si ripeteva, solite solfe, solito balletto, tutte finzioni da parte di tutti, il pubblico finto. Per me quelle cose, a voler esagerare, avrebbero dovuto vendere quindicimila copie. Il discorso più interessante è proprio questo: l&#8217;incidenza di queste cose nelle faccende discografiche, negli interessi del pubblico. La vita è bella quando te l&#8217;immagini, perché se sei bravo riesci a veder quello che non puoi vedere. Cosa vuole che m&#8217;importi mettere a nudo una vita normale? Non importa nemmeno a quello che l&#8217;ha vissuta. Le vite taciute è meglio che lo restino. Le vite di cui non si conoscono grandi espressioni, grandi barbagli, grandi abbacinamenti e grandi scivolate, grandi uppercut e grandi record (della vita, non della musica leggera, che qualsiasi imbecille è in grado di apportare) vanno taciute, perché quelle grandi espressioni non furono espresse proprio per non essere raccontate. Chi si esprime in maniera notevole vuole essere raccontato in maniera notevole. Vite così sono esistite, vite che volevano essere raccontate. Gente che, sapendo di vivere in pubblio, viveva in pubblico godendo, e pagandolo. Questo li pone di fronte alla violenta scelta di essere quasi per sempre. Ci fanno pure i film, su Ciaikovskij, su Oscar Wilde: gente talmente densa di racconto che questo racconto gli usciva dai pori. L&#8217;altra gente ascolta le canzoni, e ascoltare le canzoni significa farle. Non esiste un autore di canzoni che non sia stato pubbblico della canzone. Chi fa canzoni è un ascoltatore, e lo sarà per sempre. Io non ho mai ascoltato canzoni, ho scritto in assenza di suono, come Beethoven. Ecco perché ho scritto prima di ascoltare la canzone, perché io non la sento. O si vivono vite notevoli, o si ascoltano (si fanno) le canzoni. <br>Io sono elusivo perché son sordo.<br><br><span style='color:red'>E detesta gli aneddoti.</span><br><br>Alcuni fatterelli è bene che non si conoscano mai, perché se la normalità vuol esser taciuta, è bene che sia taciuta. Molte vite possono essere ricostruite sulle opere. E&#8217; tutto lì. Esiste un&#8217;esposizione sfrontata, impavida di sé, che può essere ricostruita come vita. <br><br><span style='color:red'>Mi vien da pensare che quella pretesa di Battisti, che diceva di non essere più interessato a comunicare, forse gliel&#8217;aveva suggerita lei.</span><br><br>La canzone non è necessaria, per cui nessuno può dire di trovarsi scomodo in quei panni. Non è sartoriale. La più concreta analogia è quella con il miracolo: pura visione, puro nulla, però colorato. Non puoi infilare le braccia in una nuvola. Durano forse uguale, la canzone e il miracolo: per un miracolo un tempo di quattro minuti è sufficiente. La noia, l&#8217;usura, la sopravvivenza di una chiesa su quel miracolo sono molto più durature. La canzone è più astenuta: certo, sono un miracolo, ma non stiamo a far tante chiacchiere, tanto poi ne apparirà un altro. Son miracoli stagionali. <br><br><span style='color:red'>E poi?</span><br><br>Le canzoni sono vapori. La canzone dice: io sono un po&#8217; falsa. Ma il fatto che lo dica è grande. Sono un po&#8217; falsa, cioè sono un miracolo: un abbaglio nel quale puoi vedere delle cose, puoi vedere l&#8217;amore, cioè un abbandono cantabile, una cosa falsa. Ad esempio, io ho giocato a lungo come centravanti nella Roma, allenato da Zeman.<br><br><span style='color:red'>Davvero?</span><br><br>No, in teoria.<br><br> <br><br>(Teorie - Sull&#39;espressione artistica)]]></description>
<author><![CDATA[Flavio Toccafondi]]></author>
<pubDate>Thu, 07 Jul 2005 22:16:17 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Americalolita, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=620&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> E avanti, derelitti, Orazio ha fatto a meno di voi e voi <br>potete fare lo stesso, case diroccate, asfalto divelto, <br>edicole cinesi, l’invasione barbarica è avvenuta <br>attorno al 1400 e s’è edificata sulla mattanza d’una serie<br>di bersagli immobili – me lo diceva anche il mio amico Adam<br>“Bevi come un irlandese e stai fermo come un indiano” <br>(ecco spiegata la pancia) zeppe di muffa, queste parole, <br>non calmano nessuno, non aiutano l’orso bianco a cacciare le foche <br>quando il ghiaccio si scioglie e la stagione estiva<br>lo condiziona a star fermo, e la volpe artica che fissa i gabbiani<br>ha la stessa attenzione d’un maitre che sonda <br>gli orli dei bicchieri nella sala ampiamente illuminata<br>per accertarsi (del consumo) – non è controcultura<br>questo è un servizio decente 24 ore su 24 - <br>se penso all’Europa immagino Humbert Humbert <br>che porta a spasso l’Americalolita per mano, o su una macchina <br>zigzagante su una strada assolata, alberghi e pompini<br>pagati un dollaro e le mani sporche di gesso, le unghie<br>scrostate e il rifiuto di fare la recita <br>dietro ricatto e ancora un Quilty di troppo, <br>a sofisticare la sera, <br>e non è stato Kubrik, (per l’occasione <br>travestito da Svizzera) a inserire il giochino<br>che se cambi la Q con la G ottieni <br>Guilty, la colpevolezza è in che la conserva<br>la colpevolezza è una nevicata senza vento fissata da dostoevskj <br>(ci tornerò dopo) alla luce dei lampioni a olio, <br>il mare è la lavatrice di dio, e da vent’anni una mano enorme <br>sta abbassando il rigoglioso campo di lavanda che era <br>la cultura europea, appiattendola, come nei cerchi nel grano<br>questa mano da una cinquantina di dita e da un olocausto <br>di cui non c’è traccia, non avevamo capito, che idioti<br>le leggi del marketing e della democrazia,<br>la libertà è far si che non ci sia più nessuno <br>a ricordasi di quello che hai fatto, forse: <br><br>e ingrassare.<br><br>(papà, portami in braccio, stasera mi sento<br>romantica)<br><br>Ma ci si affanna su cose più importanti, fra una sigaretta e l’altra, <br>il ritiro della patente (magari) o perdere un treno, <br>ecco cosa, le frangette o tagliare le magliette tagliarne <br>il collo e farle nuove, ma quante belle figlie madama doré<br>ma quante belle figlie - nella casa vasto è il silenzio ed è docile <br>a lasciarsi sventrare da queste morbide <br>e affilate lame di gemiti, di urla, di sussurri, <br>di tonfi di ginocchia improvvisamente sul pavimento, <br>arrossate con lo stampo di una rete sulle rotule <br>per la prolungata postura del cane (da divano)– <br>da poterci giocare a tris compilando <br>gli spazi con le croci o con i tondi, con le voci <br>e con gli sfondi che s&#39;acquattano <br>come bestie e ora mostrano questo: <br><br>(per esempio)<br><br>ma quante belle figlie madama doré ma quante belle figlie – <br><br>una bambola primitiva, (1492) in fuga fra gli aghi <br>della pioggia – (partita da genova) incastrata contro l&#39;imbuto <br>della strada, con gli sfondi che s&#39;acquattano <br>come bestie e ora mostrano (quello) ad esempio <br>dove venne la luce, spettrale d&#39;improvviso, versata <br>dalle assi di legno della finestra come <br>svuotata sul pavimento, dove invece c&#39;è lei (Lo. Li. Ta.<br>La mia lingua percorre tre passi)<br>che tiene la bocca spalancata ed il mento all&#39;insu, <br>lingua scivola lingua gocciola e libera - i tuoi serpenti <br>di pioggia, e quelle caverne sottomarine, <br>dove i capelli d&#39;alga della ragazza s&#39;agitano <br>trattenuti sott’acqua da un piede legato ad un pianoforte – <br><br>quante belle figlie e quante calzamaglie in coda <br>ai divani o geroglifiche sulle sedie, improvvisamente <br>maestose nel gesto simboliche e minuscole <br>come un aforisma, nella calza adunata di sguardi <br>sui talloni nelle pieghe degli avambracci, <br>vaga di lingua spenta come una sigaretta <br>su un braccio incredibilmente dolorosa, <br>i vaneggiamenti sui tacchi o come tutti ridono, d&#39;improvviso <br>con le lingue rosa e i singoli pavimenti del mondo <br>tragicamente soli, indifferenti, <br>afflitti nella posa.<br><br>(la sposa la decapitarono e le si ruppe <br>un infradito – la sinistra – <br>con la quale aveva dato un’aria <br>tremendamente trendy alla cerimonia, <br>davvero incomparabile davvero:)<br><br>imperdonabile<br><br>Quante figlie nella casa e così belle <br>da far piangere gli impiegati da far morire d&#39;invidia <br>i fiori che durano così poco, così poco <br>mentre a loro anni di giovinezza <br>vengono concessi in esposizione, e le telecamere <br>hanno la bocca dei pesci che si nutre silenziosa <br>del plancton della loro immagine <br>che muore giovane in ogni fotogramma, <br>che resiste alle coltellate della stagione, <br>sottomessa ed abusata specie di libertine, <br>gli scatti delle fotocamere digitali e le digitali in blocco <br>(asserragliate) nella ferita, accolita di dita desiderosa <br>di bagnarsi, gli occhi sotterrati nell’eyeliner, muovono <br>le mezzelune come dita d’un direttore d’orchestra <br>scapigliato dentro alle costole di wagner e i fiati, <br>tutti corti, le finestre paurosamente alte,<br>improvvisamente spalancate.<br>(se tu mi tocchi adesso io:<br>muoio)<br><br>Finché l’Americalolita stringe i denti <br>alla base del pene della vecchia Europa <br>e la evira.<br><br><br><br><br>(2005) Copyleft Alessandro Ansuini &amp; Smith &amp; Laforgue<br>&quot;E&#39; consentita la riproduzione, parziale o totale, dell&#39;opera e la sua diffusione per via telematica a uso personale dei lettori, purché non a scopo commerciale. il testo può tranquillamente essere scaricato o fotocopiato e poiché questa riproduzione non è a fini di lucro, Alessandro Ansuini &amp; Smith &amp; Laforgue ne autorizzano la riproduzione. Se invece un editore italiano o estero (magari americano) volesse apporci il proprio marchio o farlo tradurre e metterlo in commercio nel suo paese o in un altro, o se un produttore cinematografico volesse farci il soggetto di un film, in questo caso l&#39;utilizzo verrebbe considerato a fini di lucro, e quindi sottostante le normali leggi di copyright.&quot; <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Tue, 05 Jul 2005 03:21:31 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[INVITO LAICO A PARLARE D&#39;ABORTO, di Andrea Accorsi]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=16&tes=615&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> Scovata nel sito del Foglio una bella e colta lettera a firma di Giovanni Orsina direttore scientifico della Fondazione Einaudi.<br>link:<br><br><br><a href='http://www.ilfoglio.it/articolo.php?idoggetto=23282' target='_blank'>http://www.ilfoglio.it/articolo.php?idoggetto=23282</a> <br><br>(Risorse - Testi)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Accorsi]]></author>
<pubDate>Sat, 02 Jul 2005 03:41:31 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Il Manuale del Contorsionista - Craig Clevenger, di Ferdinando Pastori]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=17&tes=614&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <b>Il Manuale del Contorsionista - Craig Clevenger</b><br><br><br><i>“One of the most interesting writers to emerge in years. <br>This book deserves to be massive.&quot;</i><br>(Irvine Welsh)<br><br><br><i>“It always starts with a voice. Sometimes there’s an idea for a person or a plot, but the pen doesn’t hit the paper until I hear a voice. Without the voice, I’m lost. Eight hours of writing means three hours of scribbling and five hours of pacing, listening and waiting. It helps to assume the role of the voice, which is one of the reasons I’m comfortable working in the first person.”</i><br><br>Craig Clevenger è nato a Dallas, ma è cresciuto nella zona più a sud della California, dove si è laureato il letteratura inglese frequentando la California State University di Long Beach. Dopo aver lavorato per diverso tempo nel settore High Tech, alla soglia dei trentacinque anni ha deciso di rinunciare alla sicurezza economica (e alla monotonia) di un tranquillo posto di lavoro per dedicarsi alla scrittura a tempo pieno. Una passione coltivata fin dall’adolescenza e che, ancor prima del suo debutto nella narrativa con “<i>The Contortionist&#39;s Handbook</i>” (“<i>Il manuale del Contorsionista</i>”), l’ha portato a pubblicare articoli e short stories su riviste ad ampia diffusione quali il Santa Barbara Independent. <br><br><i>“I took two years to work on The Contortionist&#39;s Handbook, and at the end of those two years I promised I wouldn&#39;t go back to the high-tech dot com world. I wanted to stay writing, so I worked at a bookstore, which was a ball. But I spent a lot of time working for very little money. It did leave my brain free to work in my spare time.”</i><br><br>“<i>Il manuale del Contorsionista</i>” è uno di quei libri d’esordio che riescono quasi miracolosamente a mettere d’accordo critica e lettori, situazione che permette al romanzo di posizionarsi ai primi posti delle classifiche di vendita e al tempo stesso ne decreta lo status di libro di culto. Può capitare, a questo punto, che il libro finisca nelle mani di un altro autore a sua volta oggetto di culto come Chuck Palahniuk e che questi lo trovi talmente incredibile da affermare <i>“…giuro che negli ultimi cinque, anzi dieci anni non ho letto un libro all’altezza di questo”.</i> <br>Protagonista della storia è il venticinquenne John Dolan Vincent, abile falsario e geniale matematico, ma con una cronica dipendenza dai farmaci e sei dita nella mano sinistra. Soffre di emicranie terribili, <i>“da spaccare in due la testa di Dio”, </i>che cerca di curare da solo con improbabili cocktail di farmaci. Medicine hard che puntualmente finiscono per causargli dei black out mentali, al risveglio dei quali si trova in qualche ospedale a fare i conti con lo psichiatra di turno che deve valutare il suo stato di potenziale suicida. <br>Il suo stato di recidivo, tuttavia, gli impone continui cambi di identità (favoriti dal suo innato talento di mistificatore della realtà) al fine di evitare la reclusione forzata in un ospedale psichiatrico. John riesce a interpretare ogni volta un nuovo personaggio, lo crea dal nulla dopo ricerche maniacali, falsifica documenti, gli assicura un passato difficilmente verificabile e un presente da persona sufficientemente comune da passare inosservata. L’invisibilità, in una società che è al contrario ossessionata dalla necessità di “apparire”, diventa pertanto l’obiettivo primario e imprescindibile di John. Quasi una “professione” cui applicarsi con disperata scrupolosità data l’importanza della posta in gioco.<br><br><i>“He absolutely must isolate himself from the rest of the world for his own safety. His challenge is trying to blend in and be completely forgotten, in spite of how unique he is, which is a tough thing to do.”</i><br><br>Con il passare delle pagine il racconto di John, diviso equamente fra stream of consciousness e flash back del suo passato di volta in volta esilaranti o malinconici, prenda una piega diversa e assume le caratteristiche tipiche del romanzo giallo (con uno sviluppo della trama che ricorda il miglior Elmore Leonard). La vita di John, infatti, non è solo fuga da chi vuole limitare la sua libertà, ma anche da una organizzazione criminale disposta a usare ogni mezzo di persuasione per assicurarsi i suoi servizi. Clevenger, sfruttando in pieno le potenzialità del genere noir, mescola le carte e fornisce una nuova chiave di lettura del romanzo. Mette in scena le debolezze, le insicurezze e le paure tipiche dell’uomo, ma anche la sua inimmaginabile capacità di reazione quando la situazione sembra indirizzarsi verso una strada senza uscita. Il tutto senza mai interrompere il flusso narrativo, l’omogeneità di stile e mantenendo intatta la sensibilità dimostrata nella prima parte del libro. <br><br>La scrittura di Craig Clevenger è lucida, semplice e lineare, con una decisa attenzione nei confronti dei dettagli e dei particolari che rendono plausibile la storia<i> (“You don&#39;t have to be accurate, but you do have to be plausible”). </i>E’ lo stesso autore a spiegare quanta importanza rivesta la fase di ricerca che precede la stesura di un libro (curiosità, prima di arrivare al prodotto finito Clevenger lo ha riscritto per ben venti volte) e non solo con riferimento alla necessità di ancorare la narrazione il più possibile alla realtà, ma anche in funzione del fatto che così facendo è possibile trovare nuove argomentazioni con le quali arricchirla. Ed è in questa ottica che si inseriscono le divagazioni psichiatriche e giudiziarie presenti nel libro. Se da un lato il resoconto degli interrogatori subiti da john sono indispensabili per metterne a fuoco la personalità, dall’altro rappresentano anche lo strumento nelle mani di Clevenger per criticare e ironizzare sulle istituzioni ospedaliere e psichiatriche americane e sull’operato dell’apparato giudiziario. <br><br><i>“For me, I love researching; I love learning new things, period. When I research, I have two goals in mind. First, I want to learn as much as I can so that I can maintain a certain level of realism in the story […] secondly, the more I know about a subject, the more possibilities I can see for a story.”</i><br><br>Sono parecchi gli autori e i libri che hanno contribuito alla formazione letteraria di Clevenger. In una intervista al “Daily Nexus” spiega quanto sia stata importante la lezione di Italo Calvino per comprendere le diverse possibilità di lettura che presenta un testo di narrativa. Steve Erickson è invece l’autore al quale s’è ispirato per riuscire a scrivere una storia di forte impatto emozionale. Non si dimentica, inoltre, di citare anche alcuni scrittori noir come Jim Thompson e James M. Cain, maestri riconosciuti in quanto a complessità e perfezione degli intrecci narrativi. Conclude affermando come in ceri casi sia lo stile dell’autore a influenzarlo, in altre situazioni un particolare argomento, la componente morale o quella filosofica.<br><br>Attualmente Clevenger sta completando la stesura del suo secondo romanzo <i>“Dermaphoria”, </i>che dovrebbe arrivare nelle librerie d’oltreoceano a metà Ottobre. Una storia di amore e odio, violenza e tenerezza, dove realtà e finzione si alternano al punto da non riuscire più a distinguere l’una dall’altra. <br><br>Craig Clevenger<br>Il Manuale del Contorsionista, 257 pagg<br>Mondadori (Collana “Strade Blu”)<br>I edizione Giugno 2005 <br><br>(Risorse - Bibliografia)]]></description>
<author><![CDATA[Ferdinando Pastori]]></author>
<pubDate>Fri, 01 Jul 2005 02:34:06 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[nero starvation, di Kira A]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=612&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <br>una disperata finzione di neronulla <br>annie è croci nere col pennarello sul braccio <br>lunghi minuti, pesanti sulla pelle <br>a ingerire pasticche <br>di cenere, sotto la lingua <br>a vomitare bile, acido cupo, sapore di bruciato <br>i need sweetness, morbida dolcezza <br>lungo le crepe degli occhi sgranati <br>ecco l&#39;immagine del bianco orrore <br>come viene cullato, dall&#39;oscillare sulla sedia <br>conservato, dalla coperta sulla pelle <br>ecco la mia pena dalla luce filtrata <br>acqua in un setaccio <br>lingua asciutta <br>tale è <br>siccità delle parole <br>carestia del dolore asperso <br>capelli fra le mani, stanze cubicolo <br>custodie delle ossessioni <br>ecco il movimento, che ridona movimento <br>abbracciami ora, perché sono senza pelle <br>stringimi, perché ho la lingua mozza e bisogno <br>di salvarmi <br>fa che sotto queste palpebre <br>non resti niente <br>perché non posso aprire gli occhi, morire <br>di visione <br>ho queste cose fra le dita <br>e niente per poggiarle <br>ho i piedi scalzi, non ho strada sotto la strada <br>ho guardato la madre perdere il figlio <br>dondolare la testa contro una parete, spaccarla <br>ho nutrito ferite, più silenziose delle altre <br>mi sto spegnendo, per mancanza d&#39;ossigeno <br>sono l&#39;insonne senza sonno che dorme senza sogni <br>e osservo annie da lontano, comporre sculture <br>con le lacrime essiccate <br><br><br><br><br> <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Kira A]]></author>
<pubDate>Thu, 30 Jun 2005 18:22:17 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Prima che Stesura, di Fabrizio Flores]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=603&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=603&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br><br><br><br><br>Prima che stesura<br><br><br><br>Carciofi alla Rosa Il Piatto<br>Camelio Cimurro Patrocino Gli Invitati<br>Giunca Elicana Isotta Le Invitate<br>Lambrusco Il Bere<br>Ciliegio Il Tavolo<br><br><br><br><br><br>Carciofi alla Rosa<br><br><br><br><br>Che colti colsero l’orrore<br>esproprio che dalla terra il frutto<br>un cesto a raccogliere l’onta<br>un occhio attento a soddisfare l’altro<br>poi guidati a lavarsi nella polvere l’indosso<br>e non gridano neppure<br>e neppure alla vista il fuoco<br>o tegame che sopra rosso vivo frizza<br>d’olio alto e sale tanto sale a insaporire<br>la paura d’altrui core che di carciofo appunta<br><br>disconosce il destino e salta con loro<br>che nel divenire secchi invecchiano di scuro<br>senza pentola lo stesso sgravio<br>senza cura lo stesso strazio<br>la parola che viene tolta per poi essere rimangiata<br>servita saporita alla bocca di primo assaggio<br><br><br>Camelio<br><br>Figlio di contadini ma in contumacia<br>ricco possidente di scacchi e fabbricati a vapore<br>bello no ma forse elevato nel vestire<br>amore uno come nessuno altri fidanzati finanziati<br>intorno alle camere vuote di sentimento<br>ringhia d’amore Camelio nel suo orgasmo<br>che è solo possesso di facoltose facoltà<br>l’insomma viscido per eccellenza<br>il diabolico losco per natura<br>l’educato morso per etichetta<br>e il piatto gradisce<br>piangendo ancora i suoi cari colti<br>in tempo l’autunno che passa la mano<br><br>delicato il sapore<br>della terra il sapore<br>favoloso sapore<br><br><br>Cimurro<br><br>Guarda nel piatto e sorride<br>lui che non è prima volta d’assaggio<br>ora ride<br>di quello suo ricordo nel sudato<br>corre sulle valli del Sali scendi<br>a muso duro ma con l’asma che lo rallenta<br>lasciando amici e fate a corse più lunghe<br>che resto non conosce fermo a tossire il respiro<br>meschina limitazione del diversivo la vita<br>che nel minuto in cui ti ride a fior di labbra<br>in abbandono caustico ti molla ribellandoti<br><br>la lingua tra i denti<br>pollice indice unti<br>l’abbandono dei resti<br>buoni molto buoni<br><br><br>Patrocino<br><br>Stimato avvocato<br>di benpensanti e timorati<br>basta gli si paghi i di lui svaghi<br>di gioco donne e ragazzini in bianco<br>lui decoro di raggiro<br>scimitarra d’ingiustizia<br>a leccare sempre e solo ferite<br>d’altri tempi e luoghi<br>perché non era lì ad appurarne<br>causa losca o pesa<br>pantaloni a ginocchio<br>ad abbaiare come cane<br>che nel sesso a buon mercato<br>offerto suda sincerità<br>lui schiavo usurpatore carnefice<br>benedicendo l’ennesima vincita<br>che delle carte l’appropria<br><br>al dente foglia<br>e l’encomio è lecito<br>solo nella prova<br>il gusto è buono<br><br><br>Giunca<br><br>Occhi di notte chiusi ai colori<br>di giorno gran dama d’acquisti<br><br>figlia di nessuno ma moglie di qualcuno<br>nella sufficienza di un aspetto poca lode<br>nel tirare esempio il successo dea e musa<br>in corpetti cappelli e ombrelli pochi libri<br>nel desiderio il perenne umido di sottana<br>il principe idea a tinta quasi nero presagio<br>e l’azzurro solo cielo che nel cadere buio<br>le gote rosa come i capezzoli rosa come<br>ma ne fece buon uso una sola volta sicura<br>come la fede che le uccide diversa pulsione<br><br>al gusto mi è forte<br>ma farò mia ricetta<br>di come viene bene<br><br><br><br>Elicana<br><br>Che il suo descriverla già m’arrabbia<br>lei mungitrice di falli e fiori in brina<br>lei fantomatica presenza di dubbio altri<br>moglie tre volte amante da calcolo d’ore<br>e la puzza la puzza che emana a pioggia<br>assale il profumo francese d’invidia lei<br>la lingua sua come seta sui glandi compare<br>sfinge nuda d’amore espropria le mille anime<br>una religione l’arte del fare nel dire arrivare<br>ricca ricchissima femmina nata da parto<br>partita dal caso traguardando il continuo dare<br>oggi attrice fenice di applausi e mazzi<br>il camerino feticcio mai spoglio rimane<br>la odio la odio la odio<br>ma il mio plaudire mai le faccio mancare<br><br>questo piatto<br>eccita le mie papille<br>che sono belle<br><br><br>Isotta<br><br>Nobile fato nel firmamento<br>nata dai prezzi alle stelle<br>sposata bambina<br>rubata dalle braccia del padre<br>solo per un sì di circostanza<br>atleta nella cultura amazzone<br>del desiderio nella rivalsa<br>esempio fulgido di bontà<br>nelle preghiere che portano sera<br>madre di tre tesori nel mondo<br>lusso nel suo vivere discreto<br>la perfezione avvicina il suo estro<br>lasciando tutto intorno barche<br>sui laghetti di primavera che tutti felici<br><br>trovo la ricetta<br>assolutamente squisita<br>adoro i frutti del creato<br>ringrazio Dio di questo<br><br><br><br>Lambrusco<br><br>Nettare o Dei servo sono<br>il mio sangue pigiato a piedi giunti<br>nelle vene ricordo e impasto<br>nelle bolle evanescenza misurata<br>colsi appieno il segreto dei campi<br>prima d’essere reciso al gusto tavola<br>ora gorgheggio di saliva e impasto<br>notte certa buio e odore<br>eravamo molti che come me<br>sentivano il canto urlare<br>alleviati e uccisi semi con semi<br>nettare e mosto in livree d’autore<br>a cercarmi forse sarà proprio il plasma<br>mentre nelle sue strade già traguardo<br>uscendo a collo di cristallo<br>nemmeno il tempo di spiegare<br><br>io mi sposo bene<br>per scelta d’altri<br>ai cuori di voi<br><br><br>Il Tavolo<br><br>per dodici ma non tredici<br>per metterci tutto<br>quello che non si è<br>per donaci Signore<br>per i nostri pacati peccati<br>mi si poggiano gomiti e pietanze<br>con calici posate e tovaglie di lino<br>mi si ostenta io cadavere<br>tagliato ormai da radici<br>vecchie trecento di anni<br>con che coraggio brindate<br>al vostro successo in passaparola<br>offendendo chi gestante<br>mai poté il frutto suo d’amore<br>rasserenare in titolo medesimo<br><br>accomodatevi a mangiare<br>col sole la notte<br>vale più di cento candele<br><br><br><br><br><br><br><br><br><br>Libere veglie<br><br><br><br>Camelio e Isotta nella stanza da letto<br>Cimurro e Giunca nella stanza da letto<br>Elicana nella stanza da letto<br><br><br><br><br>Camelio e Isotta<br><br>Lui nascosto dalle lenzuola<br>lei nascosta alla vista di lui<br>con spazzola a sciogliere nodi<br>lo specchio osserva e non giudica<br>lui legge e legge quello che basta<br>aspettando lei che pettina l’idea<br>sottovoce canta Isotta sotto voce<br>e Camelio lascia andare la pena<br>per quella bella di via Alchimia<br>che nella sera lo aspettava la sera<br>oggi doveva restare lì<br>con il suo malincuore e la sua Isotta<br>i momenti d’amore i momenti<br>che Isotta non da per pudore<br>che Isotta non fa per l’onore<br>che Isotta non cerca il sudore<br>poi girando lo sguardo lei<br>ti amo mio caro ti amo<br>le parole il sorriso suo<br>tagliente assente umile<br>l’abbraccio della cera al candelabro<br>gialla noia tristezza di un’ora<br>che non passa mai di lì<br>la notte pescherà altri momenti<br>a farci passare l’illusione<br>nel domani che il guanciale<br>almeno sfiora<br><br><br><br>Cimurro e Giunca<br><br><br>Perdonami Signore, per il mio peccato,<br>perdona mio marito morigerato<br>che battuto dalle nove code feline<br>urlava di goduria e dolore;<br>perdona la mia mano e il mio frutto<br>che grondava piacere alle cosce<br>per la mirabile visione d’uomo schiavo.<br>E’ il potere che m’avvicina al corpo, mio Dio,<br>è l’uomo mio sposo<br>che abbisogna della mia furia sulla schiena<br>con le natiche a prenderlo per i capelli,<br>fino a sfinirlo di calci a punta;<br>l’asma lo assale mentre io continuo a venire,<br>lui si ferma, sta male, io lo lascio lenire,<br>continuo a godere, mio Signore,<br>e perdona l’abbandono con l’ennesimo abbuono.<br>Per domani caro, prima di buonanotte,<br>ricorda il nuovo quadro della Pietà,<br>a rifar parete o facciata, andrà acquistato.<br><br><br><br>Elicana<br><br><br>Ora la servetta è presa dagli spasmi<br>mentre la lingua, la lingua di Elicana<br>esplora quello che mille altre volte ha fatto<br>la servetta assunta la servetta innocente<br>della puttana grande attrice cosa oggetto<br>senza vita urla alla pace del suo spirito<br>solo gioco per signora senza mancia<br>nel ricordo di giochi in prati verdi<br>che l’innocenza colorava di specchi<br>nel futuro quelle gambe aperte<br>all’assaggio per vizio o sfizio o noia<br><br>Elicana sempre lei<br>cagna lercia ma profumata<br>vittima di voglie abbiette<br>dominatrice di debolezze<br>serva del suo diavolo corpo<br>che levigato nella pelle olivastra<br>percuote occhio e spirito di chi<br>nel caso o nel fato l’assorbe<br>Io odio Elicana col pensiero tutto<br>lei forse mi ama ma sfugge al controllo<br>del severo cuore esiliato a babordo<br>nelle tempeste che la vita di fica e cazzi<br>fa morire come fiori sulle tombe la pioggia<br><br><br><br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Fabrizio Flores]]></author>
<pubDate>Sun, 26 Jun 2005 10:54:36 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Lettera sul cinema, di Andrea Accorsi]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=27&tes=596&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <b><i><br><br>Carissimo dott. Ygdrasil,<br>come lei stesso mi sollecita mi accingo allora ad una risposta immediata ed esauriente alla sua ultima, e non vorrei nasconderle un certo senso di fastidio che ho provato nel vedermi sottoposto ad un tale, assurdo espediente, con il fine, nemmen poi tanto velato, di venire a capo delle mie manie, di curarmi (risata).<br>Così lei si fingerebbe mio amico, s&#39;intratterrebbe con me in interminabili chiacchierate estetiche, sperando che io mi scopra, finalmente, e riveli la mia vera identità.<br>Ma neanche per sogno, dott. Ygdrasil.<br>La prova calligrafica  è una prova effimera.<br>Nel gioco degli scacchi, dopo una certo numero di anni che lo si pratica ovviamente, si ha la sensazione di aver giocato una sola e unica partita, e tuttavia variandone a poco a poco piccole cose, slittamenti, ove nel caso degli scacchi trattandosi di slittamenti esplicitamente numerici la cui soluzione non potrà non trovarsi in delle rinnovate ramificazioni numeriche calcolabili e raggiungibili, almeno in teoria.<br>Tuttavia lei mi sopravvaluta dott.Ygdrasil.<br>Io assegno al caso molta più importanza di quella che contrariamente si potrebbe pensare, sapendo il mio ruolo e la mia parte assai difficili, in un simile contesto internazional-politico-social-ista-nbul. E come pensare altrimenti.<br>Non mi è concesso d&#39;intervenire prima, ma che idea quella di poter anticipare il caso&#33;  <br>Se non fosse lei il dottore, tra noi due, penserei di star intrattenendomi con un soggetto bislacco, quantomeno.<br>Ma veniamo al dunque.<br>Lei mi chiedeva, attraverso una velata domanda, velata ripeto, cosa io pensassi del potere, perchè certo, da questo potrebbe ricevere importanti informazioni circa il mio grado e il mio stato di salus mentis, di posizione socioculturale e di disposizioni psicologiche. E poichè mi ha scoperto propenso, nelle mie ultime, verso un certo tipo di relativismo iperlunare, secondo il quale le cose che succedono ad un soggetto sono appunto le cose succedenti, le quali per loro statuto sono imperscrutabili, lei spera in definitiva dott.Ygdrasil  che io mi tradisca e parlando del potere, io parli del mio potere, parli della mia posizione, della grado mio e della mia persona personalità.<br>Come se ciò potesse essere possibile, suvvia&#33;<br>Lei già sa, stimato professionista qual&#39;è, ch&#39;io sono, per indole e per sufficienza, un maniaco, mi ha scoperto; non avrebbe instaurato il rapporto epistolare, altrimenti, e non avrebbe accennato a delle pretese capacità artisceniche  che io avrei dimostrato in non so più quale passata missiva.<br>Così gioca, e scopertamente, la carta estetica, e così io giocherò con lei la risposta, esimio dottore.<br>Da lungo tempo già mi appassionai all&#39;immagine e a tutte le complicazioni che essa ammette nell&#39;ambito delle sue relazioni con la percezione. In special modo nell&#39;immagine in movimento che è il cinema trovano luogo certe volte alcune affascinanti istanze del potere, combinazioni che possono gettare luce sul nostro problema principale che era sapere almeno qualcosa in più sul potere, mi sembra.<br>Come lei sa, io amo tutto il cinema di Orson Welles, e questo non condiziona comunque il mio gusto, perchè io adoro anche il principe Federico se è per questo, ed è noto che entrambi hanno posizioni differenti riguardo al potere.<br>Dott.Ygdrasil , a lei non sarà sfuggito spero che la concezione, l&#39;espressione, di Orson Welles sul potere puzza di teologico. Vi è una sola ed unica via che conduce al potere, una via di fuga del desiderio e della speranza.<br>Compito del cinema e cioè delle immagini-movimento-dialoganti è quello di srotolare il filo, dipanare la matassa che conduce attraverso i nodi e per i nodi della storia. Orson Welles, ovvero il grande Ricapitolatore, consuma dei fatti che sono in qualche modo colpevoli di essere tali. Ecco l&#39; uso teologico del potere: come di punizione o di castigo. Non è un caso che le sue parabole umane abbiano messo spesso in evidenza dei peccati che i greci definivano di hjbrys.<br>Ma come, i fatti che sarebbero, per qualche inspiegabile ragione notturna, colpevoli di essere accaduti?<br>E&#39; questo che Welles comunica?<br>Il fatto in sè allora, non sarebbe altro che uno svuotamento di potere a favore del fatto che segue, il quale compirebbe la stessa liberazione e così via e così via finchè la matassa non sarebbe del tutto dipanata.<br>Dott. Ygdrasil, la cosa di cui si liberano i fatti, via via che succedono, nel cinema di Welles è il significato, il senso;<br>per questo vi è della teologia, perchè il senso rimane lo stesso ma è via via modificato dal passaggio attraverso i fatti, attraverso i nuclei comunicativi.<br>Come avere in mano un pezzo di argilla e trarne una scultura umana passando per tutti i colpi dello scalpello. E&#39; un&#39;assurdità questa, caro dott. Ygdrasil, di cui Orson Welles era perfettamente al corrente, uno dei suoi ultimi film è tutto incentrato sulla falsità, non dell&#39;immagine ma  dell&#39;autore della stessa immagine.<br>Quale suggestione di manicheismo cupo ci sia in tutto questo, comprenderà benissimo pensando alle scenografie colme di gigantismo , pensando alle favole mondane degli Amberson e di Mr.Arkady, pensando nello stesso tempo da regista e attore e scrittore . Che atto di sublime teologia. E quanta ironia in ciò.<br>Io vedo un pagliaccio stupendamente convinto che la fine del pagliaccio dovrà coincidere con la fine biologica della fisicità del pagliaccio, cioè con la sua morte. Si ha la sensazione che l&#39;immagine che vediamo è se stessa fino alla fine, dritta al suo scopo, con moto proiettivo-proiettile, come se nel compiersi l&#39;immagine debba assolvere il compito di passare il suo significato all&#39;immagine dopo in una staffetta a volte rocambolesca, a volte inesorabile, a volte tragica o ironica.<br>Ecco dott.Ygdrisil, come possiamo noi sapere a qual grado di potere apparteniamo se non esercitando il nostro potere stesso? ed esercitare il potere, stimato amico, è abusarne.<br>Così lei pretenderebbe di aiutarmi e di curarmi partendo dal fatto, in lei già chiaramente manifesto, ch&#39;io devo per forza essere malato, altrimenti l&#39;abuso che a mia volta lei mi compie addosso verrebbe ad essere un gesto per così dire, sprecato, che ricadrebbe sul suo essere, dott.Ygdrasil, facendola uscire dalla traiettoria del proiettile e facendola deragliare definitivamente.<br>Comunque, le ho già fornito le informazioni che volevo entrassero in suo possesso, in questo caso, e con questo basti così, per adesso. Come vede, io rimango fedele fino alla fine, mi stupirebbe che lei facesse altrettanto, poichè un soggetto scoperto tende, troppo spesso, a diventare più che mai oggetto di osservazione. <br>E inoltre non mi sembra proprio il tipo di professionista che farebbe affidamento sulla fede nell&#39;analisi di un caso come questo. <br>Saluti.<br>Luciano Seta.<br><br><br><br></b></i> <br><br>(Teorie - Sull&#39;espressione artistica)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Accorsi]]></author>
<pubDate>Wed, 15 Jun 2005 14:39:08 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[L&#39;ONNIPOTENZA CHE CI FA PAURA di Claudio Magris, di Andrea Accorsi]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=16&tes=595&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=16&tes=595&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Propongo un interessante articolo di Claudio Magris dal Corriere della Sera di oggi<br>15/06/05, un contributo che, almeno nella fattispecie non volgarizza l&#39;opinionismo<br>referendario in mero scontro politico, o sociale nel merito della contrapposizione<br>tra Stato e Chiesa., credenti-non credenti.<br>Il link è questo:<br><br><a href='http://www.corriere.it/Primo_Piano/Editori...15/magris.shtml' target='_blank'>http://www.corriere.it/Primo_Piano/Editori...15/magris.shtml</a><br><br><br>Due cose soprattutto:<br><b><br>1)Il nefasto risultato referendario può essere il sintomo di una diffuso atteggiamento <br>&quot;goethiano&quot; (nel riferimento di Magris) e decisamente favorito dalle circostanze di malessere occidentale,<br>di disagio ( qui mi riferisco anche alla manifestazione di potenza in occasione della morte di Wojtyla etc),<br>di ricerca di un assoluto come espressione d&#39;esperienza totalizzante, tutto queste belle cose<br>a Millennio iniziato e suonato.<br><br>2) l&#39;Ubermensch nietzschiano&#33; l&#39;iperuomo&#33;<br> Lo Zarathustra di Nietzsche sarà l&#39;uomo contenuto dopo l&#39;uomo senza contenuto.<br>Contenuto in quanto racchiuso, nell&#39;accezione più alta che la parola  -difesa- può assumere mostrando<br>che il razionalismo è servito in qualche modo. <br><br><br>Consideriamo comunque una questione.<br>Vero che la diffusione, a livello europeo, di legislazioni liberali e liberiste in materia dimostra <br>che l&#39;Italia è in controtendenza:<br>ma quale Europa? Quella di Parigi o di Budapest o di Istanbul?<br>O l&#39;Europa dei giornali?<br>L&#39;uomo Occidentale come Europa non è credibile, nemmeno per caso politicamente, figuriamoci <br>su ragioni etiche e bioetiche, neanche per sogno.<br>L&#39;Europa sembra tornata finalmente ai bei tempi pre-carolingi con ampi magini di delocalizzazione <br>culturale, politica: che farne??<br></b> <br><br>(Risorse - Testi)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Accorsi]]></author>
<pubDate>Wed, 15 Jun 2005 14:29:29 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[GIANNI VATTIMO E LA TEOLOGIA DEBOLE, di Andrea Rossetti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=28&tes=579&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <i>&quot;Propongo di partire da due Leitworte, da due motti-guida: la frase di Bonhoeffer secondo cui ein Gott den es gibt, gibt es nicht (un dio che c’è, non esiste) e quella, più nota, di Nietzsche: Dio è morto, ucciso dai suoi fedeli. Il senso della frase di Bonhoeffer è preparato dall’annuncio di Nietzsche. Il Dio che muore è il Dio della metafisica tradizionale, il Dio di quella che Heidegger chiama l’ontoteologia. E muore per mano dei credenti stessi. Perché? Riecheggiando una concezione antropologica diffusa, Nietzsche pensa che l’uomo primitivo si costruisca spontaneamente, nelle condizioni di insicurezza della guerra di tutti contro tutti, l’immagine di un soggetto sovrano da cui dipendono gli eventi naturali che non riesce a controllare, e che bisogna propiziarsi attraverso pratiche sacrificali e magiche di vario tipo, e osservando regole di vita condivise. E’ più o meno la stessa origine della società umana che troviamo anche in Vico. Proprio in conseguenza di queste credenze, l’uomo diventa capace di vita sociale, e sviluppando istituzioni e lavoro comune riduce l’insicurezza che caratterizzava lo stato di natura. Con la riduzione dell’insicurezza, si riduce anche il bisogno di Dio. Fino a che, nel mondo della società organizzata e della scienza-tecnologia, i credenti stessi capiscono che Dio è una menzogna non più necessaria. Il Dio che “c’è”, di cui parla Bonhoeffer per negarlo, è per l’appunto il Dio pensato come causa prima, supremo garante dell’ordine del mondo - anche, spesso, dell’ordine sociale, del dominio e dell’autorità, che così vengono sacralizzati e presentati come immutabili.<br>Il processo descritto da Nietzsche come la morte di Dio, il nichilismo, è il senso del divenire e del dissolversi moderno della metafisica, processo in cui ha una parte decisiva l’avvento del cristianesimo. Con il cristianesimo lo sguardo dell’uomo si rivolge, dall’ordine fisso del mondo oggettivo (le idee di Platone), all’interiorità della coscienza: ricordiamo Sant’Agostino e la sua famosa esortazione: «in te redi, in interiore homine habitat veritas». Ma la verità che si incontra solo nell’intimo della coscienza non è più quella dell’ordine oggettivo e fisso del mondo, è invece quella della mobile e sempre aperta esperienza della storia. L’idea biblica che il mondo sia creato, che abbia una storia che è storia di peccato e di salvezza, è il vero inizio della morte di Dio inteso come primo motore immobile di un mondo<br>tutto razionale e retto da leggi eterne, che l’uomo dovrebbe solo “osservare” - sia nel senso del conoscerle, sia nel senso del rispettarle nel proprio agire. Le difficoltà dei tanti pensatori cristiani che hanno cercato di conciliare l’idea della creazione e della storia della salvezza con la teologia razionale di origine greca<br>mostrano con chiarezza che le due prospettive non possono sussistere insieme. Non solo: il senso liberante della rivelazione cristiana consiste proprio nel rendere evidente che ogni pretesa di conoscere un ordine metafisico immutabile del mondo è solo giustificazione ideologica di una qualche autorità. Il Vangelo non conosce alcun “diritto naturale” - quello in nome del quale, per esempio, oggi la Chiesa pretende di imporre le proprie leggi anche al trattamento degli embrioni.<br>Parlare di un «Dio che verrà» è insieme la presa d’atto che Gesù Cristo ci ha liberati dalla schiavitù della verità (l’ordine eterno delle essenze) e il riconoscimento che la fede in Dio può essere solo speranza in un Dio futuro, che non può essere afferrato, riconosciuto, descritto in una dogmatica, ma che chiede di essere ascoltato nei segni dei tempi, nelle speranze dell’umanità e delle sue culture. Non il Dio della verità ma il Dio della carità.&quot;</i><br><br>Gianni Vattimo è un uomo simpatico e, come tutti gli uomini simpatici, è dotato di grande fantasia. Questo brano, apparso sul “Riformista” del 13 maggio ne è la testimonianza. Tralascio i riferimenti Bonhoeffer (preferirei solo un più chiaro <i>“un dio che c’è, non è”</i>, tanto per gradire e per mettere le cose a posto anche rispetto al poi citato attributo di <i>ontoteologico</i> dato da Heidegger al dio della metafisica tradizionale). Tralascio anche i riferimenti all’antropologia dell’ovvio secondo la quale il bisogno di Dio verrebbe meno col decadere della precarietà connessa allo stato di natura grazie all’avvento della civiltà e dell’organizzazione sociale, anche se basterebbe leggere <i>“Il disagio della civiltà”</i>, opera straordinaria di Sigmund Freud, per comprendere come il concetto di precarietà potrebbe essere rielaborato, reso più problematico e addirittura riscritto quale sintomo generico di una psicologia irriducibilmente aporistica dell’uomo rispetto al “sistema” del proprio destino. In altri termini, l’uomo “moderno” che avrebbe creato Dio e il sacro e da questi la società, tenderebbe poi a cancellare i primi due insieme alla sua precarietà originaria per rimanere castrato e nevrotico in compagnia della seconda, sempre alla ricerca di nuovi conflitti (pubblici e privati) attraverso i quali dare sfogo alla propria aggressività repressa. Ma la conflittualità è a sua volta un concetto piuttosto problematico: essa prende corpo non solo nella guerra <i>tout court</i> e nell’eversione delittuosa ma anche nei tanti reclami libertari di un individuo frastornato dall’invadenza del sociale e del civile (ne abbiamo continui esempi nelle presunte “liberazioni” morali laiciste). E’ come se l’uomo <b>che si crea un Dio</b> e <b>che si fa Dio</b> (una forma di metafisica anche questa, così come il nichilismo vattimiano, qualunque cosa egli ne abbia detto e scritto) fosse condannato a oscillare tra precarietà e castrazione. Sì, perché la civiltà è una via senza ritorno e il prezzo di queste concessioni all’interesse privato viene scontato altrove, nella trasformazione della democrazia in tecnocrazia, della legge morale in legge economica. Una metamorfosi che, di fatto, non cambia assolutamente nulla. Dio, pertanto, non può essere né creato dall’uomo né esserci come uomo. Dio per essere davvero “liberante” deve rivelarsi all’uomo: ed è esattamente ciò che accade nella perfetta articolazione, modulazione e armonia che c’è tra Vecchio e Nuovo Testamento, laddove il Dio di Mosè, del quale si ode solo la Voce, si manifesta in Gesù come Verbo (e che non ci sia opposizione ma complementarità tra la legge e i profeti da una parte e la rivelazione evangelica dall’altra è nelle parole di Cristo stesso). La rivelazione è il <i>quid</i> che rimane irriducibile tanto all’invenzione “sacra” di Dio quanto al suo fraintendimento antropocentrico e materialistico. La rivelazione è atto autonomo, gratuito e misterioso, una sorta di signoria “linguistica” di Dio sulla storia (la Voce e il Verbo), ben diversa tanto da una presenza luminosa e oggettiva quanto da una generica e onnicomprensiva <i>caritas</i> ermeneutica. E’ coi concetti di rivelazione e di signoria linguistica sulla storia che il giudaismo-cristianesimo contribuisce alla dissoluzione di quella che non è una metafisica ma una “fisica travestita”.  <br>Ha quindi ragione Vattimo nell’indicare come decisiva la rivoluzione cristiana, peccato che poi il suo tentativo di formulare una sorta di “teologia debole” sia davvero poco convincente.<br>Riprendo infatti la sua citazione agostiniana: <i>“in te redi, in interiore homine habitat veritas”</i>. L’uso del sostantivo <i>veritas</i> non è casuale. E’ ben noto, infatti, che, a differenza del greco <i>alètheia</i>, veritas fa riferimento non a qualcosa che si svela ma a qualcosa che bisogna credere (come dimostra la radice che ritroviamo, per esempio, nel sinonimo di “fede” nuziale, “vera”). Non viene meno quindi la verità, ma si lascia intendere che essa necessiti della fiducia dell’uomo, della sua volontà di riconoscerla, in quanto Dio non vuole essere amato nella servitù ma nella libertà. La verità, nella frase di Sant’Agostino riportata da Vattimo, è tutt’altro che assente ed “abita” nell’uomo, è cioè nella e non della coscienza. Diremmo anzi che, costituendo un’alterità rispetto ad essa, è proprio la verità che rende tale la coscienza, liberandola dall’autoreferenzialità e dall’onanismo ermeneutico.<br>Al contrario di quanto afferma Vattimo, l’aspetto “liberante” della rivelazione cristiana sta nel fatto che la signoria di Dio sulla storia non si impone all’uomo ma richiede la sua libera adesione a una verità dai caratteri ben più dogmatici che manifesti. Tant’è che nel cristianesimo il fondamento è esplicitamente sottratto alla gratuità e alla violenza del sacrificio (in latino <i>sacer</i> è termine ambiguo, che sta per sacro e, al tempo stesso, per abietto) tipica della metafisica (heideggerianamente intesa) in cui come dicevo è l’uomo che si crea un Dio o che, in alternativa, si fa Dio, e viene avocato direttamente e una volta per tutte da Dio stesso, nella morte di Gesù (che non è un “Dio che verrà”, come scrive Vattimo, ma Dio già venuto). E’ la violenza della passione di Dio che toglie all’uomo l’onere di dover fondare violentemente (cioè gratuitamente) il proprio agire, e che, quindi, vincendo il male e la morte, fonda la trascendenza di un ordine “naturale” – cioè non violento – alla cui veritas l’uomo è chiamato a prestare fede. Quella stessa veritas che prescrive “non uccidere” senza ma e senza se, anche un embrione quindi, dal momento che non siamo in grado di definire con certezza cosa sia o meno una vita umana (anche perché, come insegna Wittgenstein, la filosofia manca clamorosamente il suo compito allorché pecca di astrazione, quando cioè, invece di descrivere, teorizza sulle “essenze”). <br>Infine, un ultimo problema, non da poco direi: se fosse vero che “la fede in Dio può essere solo speranza in un Dio che non può essere afferrato, riconosciuto, descritto in una dogmatica, ma che chiede di essere ascoltato nei segni dei tempi, nelle speranze dell’umanità e delle sue culture”, sarebbe piuttosto difficile spiegarci perché, in una simile prospettiva puramente storica, relativa ed epocale, non dovremmo certamente riconoscere segni dei tempi e speranze dell’umanità e delle sue culture anche in Auschwitz e nei Gulag. Dal mio punto di vista, davvero un bel guaio. <br><br>(Teorie - Filosofia &amp; scienze umane)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Sat, 14 May 2005 01:15:54 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Il trentesimo compleanno, di Stefano Caronia]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=34&tes=574&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> Proprio nel giorno del trentesimo compleanno di Alba, alle undici e trenta del mattino, la terrà tremò. La scossa fu improvvisa e violenta, e durò almeno cinque secondi. Non ci furono crolli. Tutto semplicemente tremò, all’unisono, per cinque secondi, come se la terra avesse avuto un brivido di liberazione, una dispersione di energia a lungo contenuta e repressa nelle profondità tettoniche. Leo guardava fuori dalla finestra, e pensava ad Alba che non avrebbe ricevuto nemmeno quest’anno la sua telefonata di auguri, e improvvisamente tutta Ogliano Trimezzo vibrò come la corda di una chitarra, per cinque secondi dalle fondamenta della sua casa su per tutti i muri portanti fino al pavimento del suo appartamento, fino alle ossa dei piedi, tarso metatarso eccetera, su per la spina dorsale fino alla scatola cranica e poi un suono come di diapason umano finchè tutta la vibrazione era finalmente uscita dalla sommità del capo di Leo. Din.<br><br>Din. A Suzzano Gadolfo, nel primo secondo della scossa tellurica Alba dormiva a bocca aperta e finestra chiusa, e sognava. Dispersa nel deserto insieme a due amiche coraggiose e non meglio identificate, vestite da indiane jones, le quali nel corso del lungo sogno peraltro già in parte dimenticato, si erano dimostrate ora fedelissime alleate, ora traditrici e un po’ puttane, guidava adesso una rivolta dei Tuareg buoni contro l’esercito di scheletri provenienti dal sottosuolo, responsabili del tremito della sabbia che tormentava il sonno dei nomadi da parecchi giorni. L’ira dei morti, a detta dei vecchi della carovana, era stata provocata dalla sottrazione di alcune pietre antiche e potenti, da millenni celate nell’oscuro tempio di Kala k’Un, sepolto nelle sabbie del Sahara, soglia invalicabile e severa tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti, almeno finchè le pietre fossero rimaste incastonate nella statua di Ak’ha’Tua, nota divinità guardiana dell’ade - almeno nel sogno di Alba -. Le leggende riguardanti l’incredibile potere che le pietre avrebbero conferito a chi le possedesse avevano suggestionato il Fuhrer, e alla fine i nazisti erano riusciti a impossessarsi delle pietre prima che le tre eroine riuscissero a fermarli.<br>Nel secondo secondo della scossa tellurica, una faida di gelosia tra le due amiche di Alba riguardante il nobile cavaliere del deserto di cui alba era innamorata perdutamente, rischia di mandare a monte l’alleanza voluta da Alba con gli alieni di Andromeda - gli stessi che avevano dato inizio millenni prima alla civiltà egizia - che sarebbero venuti in aiuto dei Tuareg in questa battaglia finale. Ma il merito di questa vittoria sarebbe andato tutto alla protagonista del sogno e così il cavaliere del deserto non avrebbe avuto occhi che per lei&#33; <br>Nel terzo secondo Alba capiva che per la salvezza dell’intera umanità avrebbe dovuto rinunciare alla gloria personale e all’amore del Principe Tuareg - in questa fase del sogno il cavaliere era salito di grado… così accade nei sogni -, e alla fine la vittoria del bene avrebbe richiesto la sua stessa vita, proprio nel giorno del suo trentesimo compleanno. La terra tremava sempre più e cresceva anche il senso di terribile presagio. Quella notte un terribile accordo venne stretto tra lei e le sue due amiche e carnefici, alla luce del fuoco della tenda delle ragazze, mentre le ombre della fiamma lambivano e scambiavano i lineamenti dei loro volti e un suono come di tamburi dal sottosuolo, prodotto dalle orde di orchi che risalivano le oscure profondità della terra, sugellava il patto nell’imitazione di un remoto rito sacrificale.<br>Nel quarto secondo l’esercito Tuareg era schierato, alle prime luci dell’alba, sul ciglio di un enorme duna. Il rombo dal sottosuolo aumentava sempre di più, finchè gli orchi emersero dalle sabbie. Cominciò la battaglia delle terribili pietre di Ak’ha’Tua. Allora arrivarono gli alieni a bordo di gigantesche piramidi e polverizzarono gran parte della prima orda di nemici. Con un urlo di guerra che si sentì eccheggiare tra le dune, Alba e il favoloso Principe Tuareg si lanciarono alla carica per primi, pronti a morire ma anche paraculati dalle piramidi proto-egizie.<br>Nel quinto secondo la terra sembrò esplodere e ne scaturì un gigantesco demone di fuoco. Tutti gli orchi scapparano e i Tuareg rimasero come immobilizzati con le armi in pugno. Il demone urlò e tutte le piramidi nel cielo divennero polvere, che il vento del deserto portò subito via prima che si posasse. Le due amiche di Alba si stavano avventando contro il Principe con l’intento di violentarlo, ma presto furono anche loro immobilizzate dal terrore. Allora una sola donna, in vesti bianche, circondata da un aurea bianca e nobile, si levò per fronteggiare il terribile Balrog, capendo solo allora che il suo destino stava per compiersi e che forse la sua intera vita non era stata che una preparazione a quel momento. Era giusto. Era di fronte al suo demone. Lei era la responsabile del sogno e di tutto questo. Tutti i tuareg e gli orchi e gli scheletri ora stavano a guardarla, come fossero stati fino a quel momento semplici comparse. Capì che non era solo un sogno, ma uno snodo importante della sua vita, che forse lei quella notte avrebbe fatto un passo interiore importante, forse avrebbe sconfitto il demone una volta per tutte. Allora Alba alzò la spada, e da essa cominciò a scaturire una luce bianca, sempre più intensa, unita a un suono come di diapason prolungato e crescente… e la luce aumentava, aumentava e il deserto…<br>Il deserto diventò improvvisamente un cuscino a fiori, a pochi centimetri dai suoi occhi sbarrati, nella stanza totalmente illuminata dalla luce che filtrava dalla finestra spalancata.<br>«Buon compleanno piccola&#33;» disse la madre di Alba. E il ricordo del sogno già si stava perdendo, nella mente della ragazza di Suzzano Gadolfo, lasciandola solo con la dolorosa sensazione di avere mancato qualcosa.<br>«Sì sì, grazie mamma.» Farfugliò alba stringendosi nel cuscino.<br>«Ma non hai sentito il terremoto?»<br>«No. Dormivo.»<br> <br><br>(Arte - Narrativa)]]></description>
<author><![CDATA[Stefano Caronia]]></author>
<pubDate>Tue, 10 May 2005 18:27:28 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[rien ne va plus, di Guido Conforti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=573&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <span style='font-family:Times'><span style='color:gray'><span style='font-size:10pt;line-height:100%'>non incontrarci <br>è stato facilissimo <br>(salvaguardia familiare al nostro viver lieve) <br>eppure non c’è vuoto <br>da mare a mare <br>ma una tutt’aria, che trema <br>al tuo passare <br>altrove </span></span></span> <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Guido Conforti]]></author>
<pubDate>Tue, 10 May 2005 17:03:20 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[STEFANO GIOVANARDI su &quot;SONO SPARITO ALLA MADONNA&quot;, di Andrea Rossetti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=29&tes=572&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[La prefazione al libro]<br><br><br><br> È un libro difficile da definire, questo <i>Sono sparito alla Madonna</i> di Andrea Rossetti. La riflessione “estrema” di cui si sostanzia, capace di giungere al cuore di alcuni fra i più intricati nodi concettuali dell’estetica contemporanea, indurrebbe a considerarlo il generoso tentativo di individuare lo spazio abitabile oggi dalla filosofia. Ed è ad esempio apprezzabile e condivisibile, da questo punto di vista, lo sforzo dell’autore di dotare l’idea di postmoderno di un solido statuto di pensiero, sottraendola al gioco un po’ perverso delle mode e delle cronache, quel gioco che dopo innumerevoli sbandieramenti iniziali, ne ha improvvisamente e misteriosamente decretato la scomparsa.<br><br>E tuttavia rimarrebbe deluso chi si aspettasse da queste pagine il distacco olimpico del pensatore puro, del costruttore o distruttore di sistemi che in ciò eserciti al meglio una forma esclusiva di razionalità. Circola invece in esse, persino nei punti più ardui o “tecnici”, una sorta di pathos che di olimpico ha ben poco, e che pare anzi connettersi agli scossoni, ai magmatici sussulti della sensibilità, alle lacerazioni anche profonde, che presiedono alla creazione artistica.<br>Prima di essere un filosofo, infatti, Rossetti è un artista e uno scrittore, ultimo cultore di una totalità espressiva che pare rimandare addirittura a modelli rinascimentali: una totalità che naturalmente si cala negli strumenti dell’oggi, e che quindi non disdegna, ma al contrario usa saggiandone tendenzialmente i limiti, supporti informatici o multimediatici. Un artista “totale” calato pienamente nella percezione della contemporaneità, che poi spende energie interpretative e meditative per definire uno spazio frequentabile all’unisono dalla filosofia e dall’arte: difficile sottrarsi alla tentazione di supporre, a questo punto, che l’autore ci stia parlando della sua poetica.<br><br>E allora le cose cambiano: perché se è già strano che un giovane non ancora quarantenne si misuri coi massimi sistemi di un’estetica che pare far di tutto per sfuggire a se stessa, è ancor più strano, nel minimalismo attualmente imperante, che un artista ancori il suo operare a princìpi, mozioni e riflessioni di tale spessore. Nella conversazione con Nicola Bietolini, qui raccolta, tale ancoraggio si palesa in tutta la sua evidenza: se è vero che molte esperienze artistiche e letterarie del Novecento hanno fatto dell’ossimoro la loro stella polare, è anche vero che a una fondazione così schiettamente ontologica dell’ossimoro non si era mai assistito. L’immagine della costa, che è al tempo stesso fine della terra e inizio del mare, e che dunque compendia in sé le due qualità antitetiche della morte e della nascita, può ben funzionare da scandaglio capace di saggiare la profondità di significazione dell’arte, a quel livello vertiginoso in cui destino dell’uomo e del mondo, speculazione filosofica ed espressione artistica, interrogazioni e risposte, si fondono e si integrano appunto nella figura sfuggente e delusiva, insieme sconfitta e segno di una vittoria a venire, dell’ossimoro.<br><br>Non so quante delle promesse qui formulate saranno mantenute. Ma certo la posta è altissima, tale da essere guardata con rispetto e legittima attesa. Del resto l’abbondante selezione dal blog di Rossetti, di cui la seconda parte del libro testimonia, dimostra che i molti semi da lui sparsi non cadono nel vuoto, che c’è un ascolto, un contraddittorio, una possibilità di costruzione, persino un’ipotesi di “movimento”. Auguro all’autore che tutto ciò si incrementi, si complichi ulteriormente, lo conduca sull’orlo della disperazione conoscitiva: è un privilegio di pochi, tale disperazione, ma è anche, in definitiva, la condizione di esistenza dell’arte. O almeno di un’arte che non voglia essere puro rispecchiamento di tempi per definizione opachi.<br><br>                                                                          <i>Stefano Giovanardi</i> <br><br>(Teorie - Critica &amp; recensioni)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Fri, 22 Apr 2005 18:16:16 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Strappa un libro, di Guido Conforti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=27&tes=570&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> Da quando l’analfabetismo si è sostanzialmente azzerato grazie alla scolarizzazione, lo scrivere è divenuto la forma d’arte largamente più accessibile e quindi diffusa nella nostra società. Le barriere all’ingresso per l’esercizio di questa attività sono evidentemente minori rispetto alle conoscenze e alle tecniche richieste, ad esempio, nel campo delle arti figurative o della musica. <br>Non solo, ma almeno apparentemente la scrittura si distingue anche per una minor rilevanza della presenza di intermediari tra autore e fruitore, risultando il leggere una possibilità liberamente concessa a un pubblico vasto, senza restrizioni di tempo e di spazio. Un libro può essere letto ovunque, attraverso un esercizio volontario, normalmente privato e svincolato dalla necessità di particolari occasioni e supporti, quali una mostra, un palcoscenico, una sala cinematografica, un riproduttore audio o video. <br>Non solo, ma almeno apparentemente editare un libro risulta ben più agevole che produrre un film, un disco o uno spettacolo teatrale. Ciò vale a maggior ragione con l’avvento delle tecnologie digitali, che consentono di stampare a costi marginali quasi indifferenti quantità di prodotti editoriali tendenzialmente collimanti con la dimensione effettiva della domanda e addirittura di trasferire presso il singolo lettore la fase di produzione cartacea del libro.<br>Se tutto questo è almeno apparentemente vero, emergono tuttavia alcune conseguenze di non poco conto circa lo stato della letteratura, oggi in Italia.<br>Anzitutto, l’universale disponibilità dello strumento fa sì che la scrittura venga diffusamente praticata, a scapito della qualità che risulta sommersa in un mare di testi prevalentemente di pura “espressione personale”. Lungi dall’obiettivo della creazione di realtà autonome, ancorché parallele, rispetto all’esperienza propria degli autori, in moltissimi casi la scrittura si confonde con un semplice diario di bordo, una parabola che si richiude sull’autobiografia di chi scrive e che spesso coincide con lo stesso lettore, oltre alla sua cerchia più o meno ristretta di parenti e conoscenti. <br>D’altra parte, l’immensa disponibilità di testi rende estremamente difficoltosa ogni attività di scouting di ciò che, invece, avrebbe le caratteristiche di una proposta editoriale più qualificata. Il panorama italiano si divide sostanzialmente tra editoria a pagamento, ossia di servizio alle velleità di pubblicazione di ogni genere e specie, ed editoria tradizionale, a sua volta ripartita tra piccole case normalmente orientate su specifici segmenti di mercato (per temi o territori) e le major, sempre più coinvolte da processi di concentrazione e sviluppo della multimedialità.<br>Peraltro, per ognuno di questi settori la competizione su un mercato fortemente competitivo è estremamente serrata e comporta un orientamento drastico in termini di scelte editoriali, puntando sulla più attendibile prospettiva di ritorno sui volumi di vendita: da qui lo sviluppo dell’editoria a pagamento (committenza di piccoli lotti prepagati) e all’opposto di quella nazionalpopolare (creazione massmediatica di casi editoriali di agevole consumo e per una larghissima distribuzione). In quest’ultimo caso un ruolo fondamentale è attribuito alla promozione, per i cui fini ben più del libro risulta decisiva la figura dell’autore che, se di dominio pubblico, può abbattere i costi e fungere da importante volano per le vendite. Ecco spiegata, quindi, la ragione della presenza dominante di politici, giornalisti, comici, calciatori, divi della televisione, oltre che dei “soliti noti” dell’intellighenzia culturale nostrana tra gli autori dei libri di cui si parla. Libri che poi, per una convergenza di motivi ed interessi, tendono a costituire l’intero panorama della letteratura contemporanea.<br>Per tutte queste ragioni i libri pubblicati oggi in Italia sono in massima parte dei brutti libri: o perché sottoprodotti amatoriali o perché oggetti di consumo con prevalente funzione evasiva e di intrattenimento o perché, comunque, privi di alcuna seria selezione in base a criteri di qualità.<br>Di fronte a questa realtà, che produce dei danni evidenti alla vitalità tanto della nostra produzione letteraria quanto della nostra cultura nazionale, è possibile oltre che urgente opporsi.<br>E l’opposizione non può che essere una consapevole, civilissima e radicale azione a tutela della bellezza contro ogni sua negazione.<br>Strappare un libro, regolarmente comprato perché indotti da una suadente campagna pubblicitaria, semplicemente in quanto un brutto libro costituisce un gesto di libertà. Un gesto che libera le nostre case da una presenza ingombrante e perniciosa; un gesto che divenuto pubblico e collettivo può aiutare a lanciare un allarme e a ricreare un nuovo gusto per la bellezza. <br><br>   <br> <br><br>   <br> <br><br>(Teorie - Sull&#39;espressione artistica)]]></description>
<author><![CDATA[Guido Conforti]]></author>
<pubDate>Fri, 15 Apr 2005 10:48:37 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[TORAZINA - Stanza 117, Zoroastrian Building, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=567&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=567&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> PARTE PRIMA <br><br><br>Bologna è come una mano, cinque strade <br>i viali a braccialetto e nel mezzo <br>questo formicolio di persone, pulite, sporche <br>annaffiate, comunque coperte. <br><br>* <br><br>nella luce esplosa sono fotografato da dietro <br>sulle panchine o improvvisamente seduto <br>fumando, come fossi autentico, in via delle belle arti <br>anch’io colorato come i manifesti. <br><br>* <br><br>alla base delle colonne puzza di piscio <br>pozze a forma di donna nervosa <br>sfrangiate, cielo curvo come un uovo oppure albume <br>unghie mangiate e smalto scrostato, una ragazza. <br><br>* <br><br>nell’insieme un bicchiere di vino, o molti <br>e una cura negli sguardi e nei come stai <br>per non sembrare troppo dimenticati, forse <br>sinceramente questa è la serata e ci pensi. <br><br>* <br><br><br>migliore ancora è rimanersene, nel paesaggio <br>mano nella mano con te stesso, catastrofico <br>le idee sono nebulizzate e tieni la testa alta, comico, <br>o tragico, in ogni caso senza indirizzo. <br><br>* <br><br>avendo la pazienza d’aspettare, curando magari <br>una pianta o il pavimento, liscio <br>accendere una sigaretta o offrirla <br>le chiedono comunque a me, ho la faccia io. <br><br>* <br><br>negli spettacoli, seduto, o con una ragazza <br>magari davanti, magari aperta, floreale <br>candeggiata, che sappia solo dire di si, o dire di no <br>e non abbia voglia di camminare. <br><br>* <br><br>a sera troppo stanco e poco convinto, librerie <br>sui gradini fumando ancora un poco, cubico <br>poi come tornare, e arrivare al dunque <br>in questa penisola, o altrove, non amo nessuno. <br><br><br>* <br><br>Il lavoro rende liberi, occupa <br>con tende o tastiere, un tempo che altrimenti sentiresti poco ispirato <br>senza la pressione non hai costanza, perdi <br>quell’intelligenza ittica che ti rende vivo, attento. <br><br><br>* <br><br>nelle bottiglie vuote, tappate dal sughero, <br>o in un dialogo con la morte, improvvisamente <br>ti guardi e ti vedi con la pelle poco usata, ed è vero <br>sei lisergico nella piazza, e hai un’aria disinvolta, nuova. <br><br>* <br><br>anche lei, se viene, s’ostina in qualche modo <br>e nella cucina oppure nel bagno, attratta <br>nella fattispecie salire e scendere da una piega <br>per restarsene, nel pomeriggio, afflitta nel modello. <br><br>* <br><br>così naufrago, fra soppalchi di fondotinta, nell’atteggiamento calco, per osmosi, il suo modo di camminare ispirato, nella sera o per la sera, decanta, in un alfabeto da foglie lo strisciare e il rimaere sospesi. <br>Io e lei nemmeno acuti, taciuti. <br><br>* <br><br><br>la sigaretta nel posacenere inclinata, a remo, rubata <br>la mia drusilla nascosta sotto l’ascella, come una pulce <br>la nutro di una goccia di sangue, cospiro insieme alle nuvole, <br>io faccio da palo loro svaligiano il tramonto: arrossiamo tutti. <br><br>* <br><br>Non è che puoi permetterti il lusso di, capisci, <br>poi come sbrinare, come lasciare un oggetto <br>dimenticarlo, il tempo vuole tempo, la cura <br>nelle cose semplici ecco, lavare e asciugare, forse. <br><br>* <br><br>sicuramente contare non fa bene, gli oggetti <br>come dire, bicchiere posata piatto bocche ecco <br>se poi cambi prospettiva e vai come una matrioska <br>pensi cielo e stanza e dentro alla stanza noi, semi. <br><br>* <br><br>fortunatamente le unghie, come crescono, <br>o i capelli per dire, danno un senso di continuità <br>di coerenza, non come me che mi alzo, arrivo <br>alla porta, torno indietro e mi risiedo sul divano, solubile. <br><br>* <br><br>il problema dei poeti è sentirsi come una mela <br>ma senza una bocca a confermare, il senso <br>sapersi mela santificata e considerare che comunque <br>per un verso o per l’altro, sei solo, come in una vetrina <br><br>* <br><br>e se ti comprano vali, altrimenti cosa, come? <br>magari ti ridanno indietro, eppure una volta <br>ho baciato un manichino, io avevo la lingua <br>lui no e allora gli ho accarezzato il seno, liscio <br><br>* <br><br>Schnitzler annotava, attorno al 1920, questo assunto: <br>i tre criteri dell’opera d’arte: coerenza, intensità, continuità. <br>Non ho mai smesso di pensare che si riferisse <br>al montaggio di un film pornografico, o a un viaggio. <br><br>* <br><br>perché memoria e concentrazione e ispirazione <br>come in un vaso i fiori che non fioriscono <br>o marciscono, recisi, come un muro alla bellezza <br>o una consapevole scelta che pone limiti, o li ha. <br><br>* <br><br>così come un gatto guarda uno specchio <br>e ci gira dietro, e non si trova, religioso <br>avanti e indietro come un orologio ad acqua <br>poi rompe lo specchio, e il suo dio è sparito. <br><br>* <br><br>l’importante una volta considerata la neve <br>è adeguarsi, mischiarsi, rientrare in un campo <br>semantico, poiché significhi, altrimenti puoi <br>come dire, inaugurarti a vita, ma sono solo aperitivi <br><br>* <br><br>come con lei ci lecchiamo, o in punti strani <br>quattro dita del piede ad esempio, come <br>in una poesia, o in un quadro dalla prospettiva <br>sghemba che ti fa pensare il cielo un guardone <br><br>* <br><br>una mano in una pozza di sangue, ad esempio <br>ti fornisce, o quando tagli una strada in diagonale <br>come un alfiere, non ti pensi sotto scacco <br>ma qualcuno ti posiziona, e sei in relazione <br><br>* <br><br>tutta una vita o forse un minuto, semplice <br>l’umiltà non la conosceva nemmeno Holderlin <br>nonostante fosse tedesco, e i punti esclamativi <br>la poesia non serve ma si fa servire per nobiltà <br><br>* <br><br>aspettare è una demenza, la depressione è <br>l’ottica di dio, se ci pensi, mentre sciame <br>nell’alveare sei operaio, o ti riproduci, comunque <br>collabori, l’introspezione è al di sotto del senso <br><br>* <br><br>poiché sei degenerativo, disgregante, suolo <br>duro che non s’apre, niente solidi, i ragni <br>in decolté erediteranno il pianeta, il problema <br>col tennis è quante palline hai intenzione di portare <br><br>* <br><br>è quando domandi dio e l’immagini infinito <br>in realtà stai solo ascoltando l’eco di una risposta <br>non giunta, non pervenuta, che torna a te <br>che salti e salti e salti e dici sto volando <br><br>* <br><br>se collabori con un libro ti mischi al morto <br>le pagine anche come ali impolverate <br>ascolti il volo oppure proietti, cinematografo <br>la tua idea allo schermo, e dici: ho pagato <br><br>* <br><br>se metti una gonna in casa sei tu, se esci <br>magari a piedi scalzi e con la gonna, <br>sei pensato da altri e riflesso, e il loro <br>riflesso ti fa pensare malato, fuori dalla stanza <br><br>* <br><br>non è come mettere consigli sulle sigarette <br>il fumo uccide <br>come se in una sala operatoria <br>tatuassero i bambini con la scritta <br>“sarai infelice” <br><br>* <br><br>contemporaneamente questa pioggia, il concerto, <br>uno slavo che suona sette bicchieri colmi d’acqua <br>in diverse misure, la finestra come aperta <br>oppure è la bellezza, ecco, che si trascende e resta <br><br><br>* <br><br><br>piagnistei, croccantini, resti di cartine a far da piuma, <br>un giorno come un cinguettio di luce sull’armadio, <br>non fingo il silenzio, lo tengo nelle mani a coppa <br>e se scrivo m’immergo, composto, in qualche vuoto. <br><br>Resisto. <br><br><br><br><br><br><br><br><br><br><br>DA RADIO CHAOS <br><br><br>IL CAOS NON È MORTO MAI. Primordiale uncarved il blocco, solo monster worshipful, inerte &amp; spontaneo, più ultravioletto di tutta la mitologia (come le ombre prima di Babylon), l&#39;originale undifferentiated oneness-de-essere ancora irradia il sereno come gli stendardi neri degli assassins, i casuali &amp; intoxicated perpetuo. <br><br><br><br><br><br><br><br>PARTE SECONDA <br><br><br>Sono essere d’angoli e balbetto litanie <br>In una stanza piena di fiori morti. <br><br>La bellezza muore ogni giorno in una donna <br>Il cui specchio le restituisce una bugia <br>Che la chiama vecchia <br>Ed è in ogni scomposto e fragile <br>Momento che ti è concesso <br>In questo quarto d’ora di giovinezza <br>Che rinasce. <br><br>////////////anche la bellezza disgusta se la guardi tutto il tempo&#092;&#092;&#092;&#092;&#092;&#092;&#092;&#092;&#092;&#092;&#092; <br><br>Io sono essere d’angoli <br>Impossibilitato ad aderire <br>Ad una poesia di Zanzotto. <br><br>Me ne vado in giro a stuzzicare i cani <br>Della vostra pulizia mentale <br>chiusi dietro i finestrini <br>Delle macchine <br>Il mio respiro è cinque passi di distanza sempre <br>Un nucleo che gira vorticoso e forma strati <br>Di ferrosa indifferenza <br>Poiché io ho gli occhi e la fronte aderenti <br>Alla realtà <br>Che indosso. <br><br>Ti vorresti appartenere per un minuto al giorno? <br><br>A quante persone devi telefonare <br>Se decidi di andartene improvvisamente? <br><br>“Voglio vivere in una città che mi sappia <br>Far divertire e che mi lasci stare <br>Quando non voglio vedere nessuno.” <br><br>Ad ogni cosa puoi dare un nome <br>ma tutte le cose chiamano te <br>nella stessa identica maniera. <br><br>|&#092;|&#092;|&#092;|&#092;|&#092;|&#092;|&#092;|&#092;|&#092;|&#092;Costruisco scatole per i morti&#092;|&#092;|&#092;|&#092;|&#092;|&#092;|&#092;|&#092;|&#092;|&#092;| <br><br>Io sono essere d’angoli <br>Coltivato in cemento <br>Per me una fuga <br>Consiste nella breccia che s’apre un vicolo <br>Fra l’agonia dei palazzi <br>Il mio dio è compresso in un chip <br>Il mouse alla mia destra e i suoi clik <br>Come grani di rosario <br>Segnano la mia quotidiana <br>Abiura <br><br>|||||||||||||||||||||||||||&#092;&#092;&#092;&#092;&#092;&#092;&#092;&#092;&#092;&#092; Non contare i numeri.&#092;&#092;&#092;&#092;&#092;&#092;&#092;&#092;&#092;&#092;&#092;&#092;|||||||||||||||||||||| <br><br>Riuscirò mai a capire una poesia di Zanzotto? <br><br>Qualcuno c’è mai riuscito? <br><br>In definitiva chi per un verso <br>Che per l’altro <br>Si fissa la luce <br>Si spalanca una finestra <br>In cerca di una fascinazione verso una strada o una stella <br>E l’oltraggio s’è già esaurito. <br><br>######## Vo#liamo contin#are a d##scrive#lo nella cadu#a?################# <br><br>*** <br><br>Documenti, flebo, esecuzioni, in ordine sparso in ordine sparo ed elimino tutto ciò che preclude la mia immotivata freschezza nei venerdì, ed eccola, la scacchiera, osservate le piastrelle, come sono disposti tutti quanti, re e regina, matrimonio in cucina, torre e alfiere, impiegati nella causa, <br>c’è da tagliare un intera famiglia di orchidee’ e non è vero che orchis in greco significa testicolo? <br>C’è da far credere ai pedoni di essere intelligenti. <br><br><br>* <br><br><br>Cada dolce casa e devota sii <br>al tempio tuo corpo. <br><br>Vivere <br>morire <br>e sonnecchiare nel mezzo <br>sbadigliando. <br><br>Cupola copula con la mia ancestrale sotterraneità <br>sono un verme che schiva la luce sono una scolpendra <br>che fugge sulla parete bianca quando accendi <br>la luce <br><br>la voce <br><br>che piagnucola <br><br>chi si prenderà cura di noi? <br><br><br>Amputata mano, lascia un’impronta <br>su questo selciato di schiena <br>chi ama muore e nessuno è mai morto due volte <br>dunque, cosa ci rimane da fare? <br><br>Dove possiamo andare? <br><br>“Io ti perdo qua e per sempre <br>e sia fatta la tua vanità” <br><br><br>* <br><br><br>I signori sono pregati di accomodarsi nella sala adiacente, lo spettacolo sta per iniziare, si informano i gentili viaggiatori che non esistono zone fumatori e zone non fumatori, ci dispiace, ma non ci siamo adeguati per tempo, avete fatto buon viaggio finora? <br>Did you enjoy your meal? <br><br>Le monoporzioni sono odiose come la monoclueosi, i fogli tendono ad impilarsi, lo capirete, qualcuno diceva che l’odore nuovo della carta fosse un’eccitante per le signore, me lo disse una testimone di geova, madame Claire Capone, strano cognome - in una Guesthouse a Dresda, quando la germania era ancora divisa - si incontrano persone strane in giro per il mondo, si stringono minuscole esistenze labili come nodi di bambini (fatti con le mani dei bambini, proprio quelle desinate al mattatoio) e sapreste spiegarmi perchè d’improvviso penso, Finnegan’s wake, devo passare dall’erborista, comprare del thè, avete mai visto le bestie che vanno a morire, le mucche, i maiali? Hanno una luce strana negli occhi, e sono nervose. <br>Muoiono della morte degli ebeti, ma un attimo prima, una frazione (di secondo) prendono coscienza e consapevolezza, e si fanno umane, illuminate. <br><br>Ci verranno a prendere in un giorno di pioggia e tutto avrà un significato particolare. <br>Un mio amico ragioniere ed ebreo mi elencò con una voce fredda e rinsecchita in una stanza gialla come i numeri potessero aumentare di peso e valore se considerati propri – le cifre acquisivano quella valenza illusoria tipica dei soggetti vacui di cui l’uomo tende ad innamorarsi, quali la bellezza o la poesia (tutte cose impossibili) si muoveva nei secoli, lungo la sinuosa contorsione rettile del pianeta, una razza umana inesistente, popolata di fantasmi, la cui vita regnava e procedeva su binari immaginari, nuvole e corridoi dove correva il linguaggio del mondo, i suoi significati, tutta la comunicazione che viaggiava come una bolla d’aria inglobando epoche ed ere e mode pensieri di singoli che divenivano <br>trama di un corpo enorme che procedeva lento come un pachiderma - l’immaginazione della cultura e del pensiero, e l’ecologia tesa a preservarlo. <br><br>Non preoccupatevi signori, Tiresia vaga per il giardino con uno strofinaccio in mano assopito s’è il guardiano e cura è dolce a non vegliare, assentarsi sapersi far da mangiare, did you enjoy you meal? <br>Le monoporzioni sono odiose. <br>Seguirà un breve interludio materno, e quindi siete pregati di fare silenzio, anche successivamente, quando entreremo nella stanza. <br>Che idea avrebbe Gesù delle vongole, della simmenthal? Fossi in lui sarei furioso che qualcuno avesse parlato per me - poiché significherebbe non avermi reputato capace di dire da solo ciò che volevo dire, ma aver demandato qualcuno in mia vece, solida stupidità. <br><br>Ma non sono gesù, e ciò che ho da dire lo scrivo. <br>E comunque i miei apostoli sono tutti morti. <br><br><br><br><br><br><br><br>PARTE TERZA <br><br><br>Madre: che sia aperta un’istanza, che si istituisca una stanza da affidare al silenzio, io so che ghandi non parlava un giorno alla settimana, madre a cui non donai un nipote da dondolare sulle ginocchia, madre a cui non donai, madre della luce spenta, madre della cucina sola, ho il sangue sui denti ho brandelli di cordone ombelicale che mi scivolano dal mento, qui e ora io non mento, madre dei gesti madre della cura signora della febbre, madre degli abbracci che mi lasci, parentesi aperta, nuda rivolta, lieta ti sia la fine. <br><br><br>[Mentre giaccio sotto la coperta, al caldo come un tubero <br>So che questo corpo non sarà mai al sicuro dal danno so <br>Che questo corpo non germoglierà <br>Mentre ti sfioro i capelli, spole senza vento <br>Tocco la mia pelle per sentirmi ancora intero <br>Per sentirmi ancora intatto o soltanto <br><br>(dentro) <br><br>Se solo tu tornassi da me <br>Se solo ritornassi nel tuo lato <br>Se solo mi contenessi ancora <br><br>I cavalli bianchi fluiscono, il fuoco delle memorie, la caduta lenta del ritmo <br>Nera e perduta madre di bellezza io <br>Ti amo così <br><br>Argento ed oro e preziosi e preziosi <br>E perle nella carne dell’ostrica <br>Ora il dio assopito qui sopra ha mandato giù tutto <br>Pioggia e fanali e archietetture e reietti ma <br>Ha dimenticato l’amore amniotico <br>E nel tessuto delle lenzuola sono solo un’ennesima <br>Morbida piega a dimenticare <br>Un calzino inosservato fra il materasso e le coperte <br>E ho pensato che danneggiassi mia madre <br>E ho temuto di non potermi risvegliare dall’incubo in cui l’ho succhiata dentro <br>E tirata a me come quando <br>Ero fra le cupole morbide della sua carne a nutrire <br><br>(pioggia fuori) <br><br>e nel sogno mi sono svegliato senz’acqua attorno <br><br>(pioggia dentro) <br><br>Io vado dove bruciano, poiché è esattamente come fu. <br><br>Non scriverò niente. <br><br>Sarò suono e pesce, e galleggerò] <br><br><br>Silenzio <br>Silenzio <br>Sta arrivando <br>Silenzio <br>Silenzio <br>Candele <br>Tutti zitti <br>Silenzio <br>Sta entrando <br>Silenzio <br>Stupidi <br>Questa è una cerimonia <br><br><br>Mr bergman invade la scena tenendo i piedi larghi dicendo “Mettiamo una lampadina in mezzo” tutto in bianco e nero tutto vero come innocente, in contrasto, senziente, il bianco e il nero - ma le parole nascono unite, catene nucleiche minuscoli codici legati stretti annodati eccoci: se non ci scomponi, siamo in movimento, e questo devi capire l’azione poiché nell’attimo dell’azione presenziano la scena: dio, te, e il per sempre, e tutto questo, se riuscito a catturare è <br><br>( e a) <br><br>Devo dirlo? I pesci coi pesci, le scimmie con le scimmie, tutti gli altri nascosti, ma nascosti bene. <br><br>Tutto nella domanda, tutto nella richiesta, voi non vi preoccupate di nulla noi comunque vi stiamo accerchiando, portiamo pezzo a pezzo attorno a voi l’intera città perduta, non prendete sonno e controllate i vostri bambini, chiudetegli le palpebre con le tazze di girasoli e vegliateli perché nel sonno li soffocheremo, e verremo a prendere voi sul posto di lavoro - ci stai già immaginando, quel panico improvviso che ti prende e guardi un punto vago e lontano nel pavimento siamo lì, che veniamo nelle crepe nei muri, siamo già nelle tue case, tu rilegaci, sistemaci, lasciaci prendere la polvere dalle nostre costole, noi ti stiamo già osservando portando mattone dopo mattone la città, attorno a te. <br><br>Signor rimbaud, stia composto e smetta di passare quei bigliettini indecenti a tutti i presenti, il signor Spender ha qualcosa da dirci in merito alla “cosa”, presumo, qualcosa che non sappiamo, come ad esempio la smorfia che fa Emily quando lo riceve ma che mr Spender non pronunci quelle tre regole che ha assunto a valore dell’opera d’arte, il signor wharol mi vomiterebbe sul divano con un gesto scomposto della nuca che farebbe volare in terra come un ermellino sventrato il suo orribile parrucchino, e questa stanza circolare ha già subito indecenze atroci, cerchiamo dunque di essere prudenti (non parleremo, non ricorderemo quella volta in cui dio, ucciso da nietzsche, gli girò sulla faccia e sui baffi da polacco tutto il suo margarita e disse “Una mano che non esiste può offenderti più del tuo essere tedesco, signor come ti chiami?”) <br><br>Ma ecco, mr spender balbetta, pronuncia la parola come un ritardato “po – po – po” balbetta e qui non si fuma, signor auden, non quella pipa, qualcuno di voi ha portato un teatro? <br>Che sia benedetta la sua assunzione, che sia dimostrata la sua incolumità, portate una forchetta all’attore, portategli del pane, fatelo sedere stirategli le camice, nessuno di voi ha con sé un teatro? <br>Nemmeno lei, signor schiele, nostro signore della depravazione? In segreto possiamo confessarlo, mr schiele, quei tratti nervosi, quei rossi fra le gambe, quelle ragazzine tutte contratte, le mani rachitiche immobilizzate nella posa, cosa stava cercando anche lei, nella posa, nella morte della posa, mr schiele, la danza della cosa, danza apocalittica senza dottrina, scomposta e disordinata, digerito il simbolo digerita l’idea del simbolo, siamo rissosi come cigni in un lago mr schiele, ne conviene? <br>Vendicativi. Il signor Pound annuisce, lui che ha avuto la presunzione di fare la frangetta alla terra desolata, lui che ha sforbiciato sapendo di sforbiciare, qualcuno porti un bicchiere d’acqua al poeta, qualcuno lo aiuti, gli insegni, lo scuota, qualcuno tolga le scarpe al poeta, Mr bergman è troppo impegnato con gli psicologi ma ecco, Mr eliot sembrava intenzionato ad alzarsi per poi solamente dire: “Aprile è il mese più crudele” come se non lo sapessi, come se noi tutti non lo sapessimo, guardate le montagne, a cui l’inverno aveva portato una calvizie incipiente guardatele ora, gravide, mentre si pasciono nel sorriso del demente, ennesima madre in attesa questa terra che sgrava fiori ed effluvi di profumi, ciclicamente - l’occhio di dio, questo cielo sbilenco che lascia passare la stupida luce che accende le efelidi di quello sfacciato (solo gli stupidi lo chiamano prato) osserva, e scopre, e denuda con le gambe divaricate e molli chiuse dalla ceralacca di un’arancia rossa questo sole che scalda e nessuno che porge un crostata alle more al poeta, nessuno che se ne occupi, che lo vaccini, che lo faccia sentire, (qualcosa) qualcuno porti una sedia per il poeta ,qualcuno lo assecondi per l’amor del cielo, è infastidito dalla primavera. <br><br>Non è con le sedie negli appartamenti vuoti e con le scale, breton che possiamo spiegare il surrealismo, che se ci pensi è una parola come due lo sono amor fou, e come tre lo sono, tu chi sei, breton le parole non ci servono, gli esempi nemmeno breton, indossiamo le canottiere, sporchiamo le camice, ci fanno male i piedi breton, abbiamo bisogno di una pausa, di una nausea manifesta (in meno delle parole che ha usato lei, mr sartre, e si rimetta seduto che non ce la rifacciamo provare) e i manifesti servono per le pubblicità quando dovremmo essere virali, contagiosi, coraggiosi come un virus a macchia d’olio signor tzara, mi ascolta? Spenga quella sigaretta, uomo senza collo, a macchia di leopardo signor borges, e non fissi nel vuoto e non agiti quel bastone se la chiamo in causa perché lei c’entra sempre signor borges, guardasigilli della bibilioteca lei vede tutto, lei è stato sorpreso persino a spiare tiresia che guardava quella sgualdrina (si, sto parlando di lei mr eliot) lei è ovunque lo confessi, e dunque sarebbe così gentile da portare un cappello al poeta? <br>Detesta il sole. Qualcuno può accompagnare il poeta a casa? Qualcuno può sorreggerlo? <br><br>“E quando devi soffiarti il naso, o quando ti serve una penna non trovi mani niente, non trovi mai niente” depennate il signor kubrik, depennatelo, ha ucciso nabokov con la timidezza, andate e cercate tutti gli schermi, i teloni, e squarciateli e poi cercate tutte le bobine e trovate tutti i proiettori e tagliategli via le spine della corrente come togliereste spine a una rosa, rendete la parola liscia, senza specchi, fatela suono, e distribuitela, arriverà il giorno in cui il verbo accendere non significherà più nulla, tenete le parole legate cucitele strette, qualcosa o qualcuno o il nucleare o la chirurgia estetica arriverà a toglierci l’elettricità dall’immaginazione (l’elettricità non esiste) e avremo candele e silenzio, silenzio, silenzio, nella cerimonia, come diceva Socrates, celebre filosofo brasiliano fate tutti silenzio, un minuto appena: parla un medico. <br><br>Qualcuno porti un bicchiere al poeta, che ha finito. <br><br>Qualcuno gli pettini i capelli, e gli dica che ora è. <br><br>E signori, voi potete andare. <br><br><br><br><br><br><br><br>DA RADIO CHAOS <br><br><br>Non c’è un divenire, nessun giro, nessuna lotta, nessun percorso; già siete il monarca della vostra propria pelle -- le vostre attese inviolable di libertà da completare soltanto dall&#39;amore di altri monarchi: una politica del sogno, urgente come il bluesness del cielo. <br><br><br><br><br><br><br><br><br><br>Copyright Marcovalerio Edizioni (2005) - Prime due sezioni -<br>Copyleft Smith &amp; Laforgue Indipendent Press  (2005) - Ultima sezione -<br>Einsturzende Camera: <br>Tommaso Balerna – Piano – fagotto <br>Enrico Masi – Sintetica - clarino <br>Alessandro Ansuini – Parole – voce - sinth <br><a href='http://smithandlaforgue.splinder.com' target='_blank'>http://smithandlaforgue.splinder.com</a> <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Sun, 10 Apr 2005 21:29:15 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[PERCHE&#39; HO AMATO E DIFESO KAROL WOJTYLA, di Andrea Rossetti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=28&tes=563&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[Un mistico non è un reazionario]<br><br><br><br> <b>Ho già affermato altrove che ritengo Giovanni Paolo II uno dei pochi uomini di rilievo di un&#39;epoca decadente e cialtrona come la nostra.</b> Non è un caso che, in questi ultimi giorni, abbiano pregato per lui anche ebrei e musulmani ( a Roma questa cosa è stata eclatante), evidenziando come si possa creare una forte convergenza di valori tra religioni monoteiste sui grandi temi della cultura della vita e della testimonianza attiva contro ogni forma di nichilismo relativistico e decadente (il mondo protestante, intento com’è a rincorrere il mondo e la secolarizzazione, pare su questo francamente più indietro).<br>Questo intervento vuole essere un ricordo pieno d’ammirazione per un uomo “venuto da un paese lontano” a portare l’alta dolcezza del richiamo mistico a un mondo occidentale in cui le tensioni autoreferenziali si fanno sempre più evidenti. <br><b>Giovanni Paolo II ha riaffermato con forza che ciò che è divino è immutabile ed eterno, com’è noto anche alla filosofia fin dai tempi di Parmenide. Parlare di oscurantismo, come alcuni hanno fatto, non ha senso, anche perché bisognerebbe poi dimostrare con assoluta certezza cosa sia il progresso e dove sia la luce.</b> In verità - l&#39;avrete capito - mi diverto non poco a fare a pezzettini tutti i presunti dogmi laicisti che sono, come tutti i dogmi, funzioni di un&#39;ideologia gratuita e confessionale (non illegittima, per carità) pur essendo veicolati dalla cultura corrente come evidenze razionali assolute (e qui non ci siamo).<br><b>Wojtyla “reazionario” sul celibato ecclesiastico e sul sacerdozio femminile?</b> Non credo proprio. Il Papa ha sostenuto il celibato ecclesiastico perché la &quot;famiglia&quot; di un sacerdote dev&#39;essere l&#39;umanità e il suo &quot;sposo&quot; Cristo. Mi rendo conto che a una mentalità secolarizzata questo possa apparire incomprensibile ma è, invece, perfettamente coerente coi presupposti che ispirano il sacerdozio cattolico. In questo senso il sacerdote pratica un&#39;affettività filtrata dal suo dono totale. Un discorso analogo va fatto in materia di sacerdozio femminile: modello della donna cristiana è la Madonna, in assoluto l&#39;essere umano (Gesù, infatti, è uomo ma anche Dio) più perfetto e considerato dalla religione cristiana di confessione cattolica. In questi termini affermare che le donne nella chiesa non contano nulla è un&#39;emerita idiozia, che non tiene in alcun conto i valori profetici e carismatici ponendo l&#39;accento esclusivamente su quelli secolari, come la &quot;carriera&quot; ecclesiastica. Il richiamo del Papa - tra l&#39;altro devotissimo della Madonna - al mantenimento della differenza è dunque un richiamo in favore di quelle componenti profetiche e carismatiche che sono il centro della spiritualità dell&#39;Ecclesia, contro ogni forma di secolarizzazione. La Chiesa non è un&#39;organizzazione laica (anche se, purtroppo, ne manifesta ancora i segni derivati da un passato fortemente compromesso col &quot;secolo&quot;) e va pensata al di fuori degli schemi secolari. Il ruolo della donna nella Chiesa è semplicemente diverso da quello dell&#39;uomo e questa diversità è ricchezza e non impoverimento. <br>Si tenga conto, infine, che i principi della fede, in ambito cattolico, comprendono anche la tradizione del magistero, e ciò si spiega col fatto che non solo la lettera ma anche l&#39;ermeneusi del testo sacro deve avere carattere di certezza: celibato ecclesiastico e sacerdozio maschile rientrano in questa tradizione e hanno profonde radici teologiche (e non a caso sono contestati dai protestanti che rifiutano appunto il valore della tradizione). <br><b>Wojtyla “reazionario” su unioni di fatto e matrimoni omosessuali?</b> Nient’affatto. La famiglia &quot;naturale&quot; è una, e si stabilisce tra un uomo e una donna uniti dalla benedizione di Dio. Anche su questo il Papa non poteva fare sconti e la sua posizione è stata assolutamente coerente. La Chiesa non è liberale e libertaria (per sua fortuna) semplicemente perché si fonda su una verità assoluta sostenuta dalla fede. Aspettarsi dal Papa un’“evoluzione” in materia di morale è assolutamente contraddittorio: è come pretendere che Dio cambi col passare delle stagioni e delle culture. Una sciocchezza che discende dall’abitudine a secolarizzare tutto, a non considerare più il valore dell’infinito, dell’eterno e quindi il valore della rinuncia, dell’ascesi, che derivano direttamente dalla volontà di testimoniare l’eterno nella temporalità. La Chiesa fa una proposta, l&#39;uomo è libero di rifiutarla ma chiedere un &quot;adeguamento&quot; all&#39;etica corrente non ha senso.<br><b>Wojtyla “reazionario” in materia di ricerca scientifica?</b> Questa è una menzogna davvero disgustosa. La Chiesa non è contro la scienza, a patto che, nella scienza, l&#39;uomo non pretenda di farsi Dio. La Chiesa non è contro la psicanalisi (se non quando si vuole appropriare dell&#39;anima dell&#39;uomo banalizzandola con l&#39;ossessione del sesso o definendo Dio una nevrosi) tant&#39;è che esistono molti sacerdoti psicanalisti, così come non è contro la ricerca genetica (a patto che non venga fatta contro la vita umana, anche embrionale). Circa la fecondazione assistita c&#39;è moltissima disinformazione, sia in materia di ricerca sulle cellule staminali che nel merito del problema. Io credo – e concordo con la Chiesa - che la vita umana non possa diventare l&#39;oggetto del desiderio nevrotico di coppie disposte ad affittare uteri o a comprare spermatozoi solo per avere l&#39;illusione di generare un figlio. Perché nessuno pensa all&#39;adozione? E&#39; presto detto: perché dietro tutto questo gran chiasso non c&#39;è affatto una cultura dell&#39;accoglienza e dell&#39;amore ma l&#39;egoismo e la psicopatologia di gente abituata a pensare di potere e dovere avere tutto ciò che desidera. Questo e questo solo la Chiesa osteggia, e fa bene (osteggia moralmente, sia inteso, non certamente invitando a perseguitare chi sbaglia).<br><b>Wojtyla “reazionario” in tema di contraccezione e di lotta all’AIDS e alle malattie sessualmente trasmissibili?</b> Altra colossale idiozia. Il problema non è l&#39;uso del preservativo ma, ancora una volta, la morale sessuale. So bene che il mondo occidentale, malato di sesso in tutte le salse, ha fatto di questa questione l&#39;epicentro di ogni suo attacco alla Chiesa, ma, ancora una volta, si tratta di spade senza taglio. Il magistero del Papa in materia è stato, infatti, perfettamente coerente coi presupposti che lo ispirano: la morale naturale non ammette una sessualità fine a se stessa ma la interpreta come componente essenziale del miracolo della creazione, del disegno di Dio in materia di vita. Ancora una volta, l&#39;uomo è liberissimo di viverla come un puro e semplice appagamento della libido ma chiedere al Papa di adeguarsi rinnegando quella morale naturale che è parte essenziale della dottrina in cui crede, alla quale ha dedicato tutta la sua vita e che è l’espressione del pensiero di Dio sul bene e sul male, non avrebbe significato. Trovo inconcepibile questa volontà di &quot;normalizzazione&quot; laicista, il desiderio di un &quot;pensiero unico&quot; profondamente illiberale e che, soprattutto, dovrebbe prima di tutto darci conto delle presunte verità &quot;assolute&quot; che lo giustificherebbero.<br>Vergognosi sono, a questo proposito, gli attacchi che Giovanni Paolo II ha dovuto subire da parte di coloro che l’hanno accusato di contribuire alla morte di milioni di persone in Africa a causa dell’HIV. Il Papa, infatti, non ha mai detto “dovete accoppiarvi senza preservativo”, il Papa ha predicato l’astensione dai rapporti. E’ questo un mezzo utile per non contrarre la malattia? Sì. E allora? Perché mai il Papa avrebbe dovuto adeguarsi per forza all’ideologia del profilattico? Questa pretesa è un vero obbrobrio laicista. La morale cristiana iscrive il rapporto sessuale nell’ambito del progetto di vita di Dio, se una malattia come l’AIDS impedisce questo perché mai il Papa non dovrebbe invitare alla continenza? Chi pratica la continenza non trasmette il virus, esattamente come chi fa uso del profilattico (anzi, con maggiore e assoluta certezza). Ebbene? Cosa sarebbe questo cappuccio di lattice? Una specie di idolo al quale tutti si devono inchinare per forza? Sarebbe il caso che certi laicisti imparassero a ragionare prima di dire simili sciocchezze populiste e demagogiche.<br>Quanto grande è stato Giovanni Paolo II solo per aver ribadito a un mondo di relativisti e di nichilisti che una verità esiste, e che non conosce né mode né epoche. Lo ha fatto con forza ma anche con amore, un amore che è stato colto proprio da tutti, anche da coloro che non hanno accolto il suo messaggio. Questa è la grandezza di Wojtyla, una grandezza tanto semplice quanto incredibile. <br>Per non dire della scelta di un destino “mistico” e non “storico” della Chiesa: pur ribadendo appassionatamente la vocazione “universale” dell’annuncio evangelico, Giovanni Paolo II non ha mai cercato di riempire le chiese a tutti i costi, anzi ha privilegiato l’idea che il calo dei praticanti non è necessariamente un male se avviene a causa della verità. Egli non ha mai rimpianto i tempi in cui il cattolicesimo era una sorta di mero fondale culturale e i re si facevano incoronare dai papi prima di andare a sgozzare i propri nemici, così come, sostenendo una morale naturale, ha dimostrato che non si è estranei al mondo se si smette di rincorrerlo solo per stipare di gente le cattedrali. Wojtyla ha espresso, spero definitivamente, la preferenza della Chiesa per la qualità della fede più che per la quantità dei credenti, proponendo un modello altissimo – Gesù Cristo – la cui sequela non può essere che difficile e scomoda (questo e non altro significa cambiare il male nella croce di Cristo, altro che apologia della sofferenza come dicono certi ottusi antropologi).<br><b>Wojtyla “reazionario” rispetto al Concilio Vaticano II?</b> Altra sciocchezza. La Chiesa, col concilio, ha rinnovato le modalità, la liturgia, il suo approccio al mondo, non certamente i contenuti della sua dottrina che sono, in un&#39;ottica di fede, eterni e immutabili. Troppo spesso si è erroneamente interpretato il concilio (spesso a causa del clima culturale degli anni &#39;60 e &#39;70) come una sorta di secolarizzazione della Chiesa, al netto di una vocazione puramente e vagamente filantropica: ecco, Giovanni Paolo II ha compiuto il concilio (ecumenismo, apertura al mondo, rinnovamento liturgico) correggendo quei fraintendimenti e ribadendo l&#39;importanza della tensione mistica, del carisma e della profezia (due santi emblematici dei due orientamenti, entrambi amici del Papa: Madre Teresa e Padre Pio). In questo è stato perfetto. Il Concilio Vaticano II, inoltre, è stato spesso interpretato malissimo ma l&#39;equazione <i>Chiesa = intero popolo di Dio e non solo gli &quot;ordinati&quot;</i> è stata non solo rispettata ma esaltata da Wojtyla. Mai come sotto il suo pontificato i laici hanno avuto spazio e dignità, con una grandissima fioritura di movimenti riconosciuti e incoraggiati dal Papa. Una cattiva interpretazione delle intenzioni conciliari sarebbe stata invece quella che avesse portato a considerare quell&#39;equazione come la radice di un annullamento del ruolo &quot;pastorale&quot; dei ministri di Dio. Questo ruolo è stato voluto e sancito da Cristo stesso che lo ha affidato esplicitamente ai dodici apostoli e non all&#39;intera moltitudine che lo seguiva. Nessun concilio, pertanto, avrebbe potuto cancellarlo.<br><b>La grandezza della testimonianza mistica e spirituale di Karol Wojtyla è assolutamente abbagliante e con essa il mondo dovrà confrontarsi ancora molto a lungo, per fortuna sua e per fortuna nostra.</b> <br><br>(Teorie - Filosofia &amp; scienze umane)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Sun, 03 Apr 2005 11:40:10 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[TESI SULL&#39;ANARCHISMO DOPO IL POSTMODERNISMO, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=17&tes=557&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=17&tes=557&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[[di Bob Black]<br><br><br><br> <br> (1) Anarchismo. Sostantivo. 1. La dottrina secondo cui una società senza stato è possibile e desiderabile. 2. Significato obsoleto. Le regole secondo gli anarchici.<br><br>(2) L’anarchismo, propriamente compreso, non ha nulla a che fare con le regole e i valori in un senso morale. La moralità sta alla mente come lo stato sta alla società: un’alienata e alienante limitazione della libertà, e un’inversione dei fini rispetto ai mezzi. Per gli anarchici, regole e valori sono compresi al meglio – ossia, essi sono al massimo utili – come approssimazioni, scorciatoie, convenzioni. Essi possono assommare una certa saggezza pratica che l’esperienza sociale ha raggiunto. Inoltre, essi possono essere i dettati che l’autorità fa a servizio di se stessa, o formulazioni utili a suo tempo, che, col modificarsi delle circostanze, non sono più consone a nessuna intenzione anarchica, o a nessuno scopo buono. <br><br>(3) Parlare di regole e valori anarchici, allora, non è necessariamente senza senso - ma ciò implica rischi, spesso evitabili. In una società ancora satura della cultura cristiana e dei suoi surrogati secolari, l’uso tradizionalmente assolutista di questi concetti moralistici rischia di fuorviare gli anarchici che vi fanno riferimento.Tu hai regole e valori o sono essi a possederti? E’ solitamente meglio (ma, di certo, non assolutamente e necessariamente meglio) per gli anarchici evitare il vocabolario traditore del moralismo e dire semplicemente in modo diretto ciò che desiderano, perché lo desiderano e i motivi per i quali vogliono che ognuno desideri lo stesso. In altre parole, di mettere le proprie carte sul tavolo.<br><br>(4) Come le regole e i valori, gli “ismi” anarchici, vecchi e nuovi, vanno considerati meglio come risorse, non come limiti. Essi esistono per noi, e non noi per loro. Non importa se, per esempio, si è venuti dal situazionismo più che dal sindacalismo, mentre un altro anarchico è ispirato più dal femminismo o dal marxismo o dall’islam. I luoghi che abbiamo visitato e anche da dove proveniamo sono meno importanti di dove ora siamo, e di dove, se andiamo da qualche parte, stiamo andando - o se ci stiamo dirigendo verso lo stesso luogo.<br><br>(5) Stabiliamo che il tipo 1 si riferisca all’anarco-comunismo. Stabiliamo che il tipo 2 si riferisca all’anarco-capitalismo. Stabiliamo che il tipo 3 si riferisca al meta-tipico (“i nomi non mi nominano”). L’anarchico del tipo 3 rigetta categoricamente le categorizzazioni. “La sua esistenza precede la sua essenza” (Sartre). Per lei, niente è necessariamente necessario, e tutto è possibilmente possibile. Lui pensa che l’immediatezza duri troppo. “Lei vola su strane ali” (Shocking Blue). La moglie di Winston Churchill una volta si lamentò del suo alcolismo. Churchill replicò che lui aveva preso più dall’alcol che l’alcol da lui. L’anarchico del tipo 3 prende più dall’anarchismo che non l’anarchismo da lui. E lui cerca di ottenere di più dalla vita di quel che la vita ottenga da lui. Un orientamento passionale, ragionato, auto-affermante, predatorio, ha tante applicazioni pratiche quanto l’ingenuità e l’immaginazione del tipo 3 gli suggeriscono.<br><br>(6) In principio, il rigetto dei principi applicabili universalmente ha un’applicazione universale. In pratica, ogni individuo ha i propri limiti, e la forza delle circostanze varia. Non esiste formula per il successo, neppure il riconoscimento che non esiste formula per il successo. Ma la ragione e l’esperienza identificano alcune aree di prevedibile futilità. E’ facile e opportuno, per esempio, per gli anarchici astenersi dalle politiche elettorali. E’ preferibile, ma spesso non possibile, astenersi dal lavoro, sebbene sia spesso possibile resistere sul posto di lavoro senza rischi eccessivi. Il crimine, il mercato nero e l’evasione delle tasse sono qualche volta realistiche alternative o aggiunte al coinvolgimento in un sistema amministrato dallo stato. Ognuno deve valutare il suo caso con la mente aperta. Fare meglio che può e cercare di non essere preso. Gli anarchici hanno già avuto troppi martiri. <br><br>(7) Anarchismo è in transizione, e molti anarchici stanno sperimentando l’inquietudine. E’ molto facile sostenere che il mondo vada cambiato. Le chiacchiere costano poco. Non è facile cambiare il tuo piccolo angolo di mondo. Le differenze tra le tradizionali tendenze anarchiche sono irrilevanti perché le tradizionali tendenze anarchiche sono loro stesse irrilevanti. (Per il presente riferimento non fate caso al tipo 2, gli anarchici del libero mercato, che non hanno una presenza notevole tranne che negli Stati Uniti e anche qui essi hanno un piccolo dibattito, e ancora meno influenza con il resto di noi). Il declino mondiale della sinistra, irreversibile e atteso da lungo tempo, affretta la crisi attuale tra gli anarchici.<br><br>(8) Gli anarchici stanno avendo una crisi di identità. Sono ancora, o sono solo, la sinistra della sinistra? O sono qualcosa di più o anche qualcos’altro? Gli anarchici hanno sempre fatto qualcosa di più per il resto della sinistra di quanto il resto della sinistra abbia fatto per gli anarchici. Qualsiasi debito anarchico con la sinistra è stato saldato da tempo e perfino in eccesso. Ora, finalmente, gli anarchici sono liberi di essere loro stessi. Ma la libertà è una preoccupante, incerta prospettiva, mentre la vecchia strada, i rituali e i cliché della sinistra sono confortevoli come un paio di vecchie scarpe (tra cui gli zoccoli di legno). Per di più, da quando la sinistra non rappresenta più alcun genere di minaccia, gli anarco-comunisti non rischiano la repressione dello stato quando essi ricordano e rimettono in atto le loro antiche e mitiche glorie. Questo è più o meno rivoluzionario quanto fumare hashish, e lo stato tollera entrambi per lo stesso motivo.<br><br>(9) Precisamente quanto è “anarchico” il mondo? Da un lato è molto anarchico, dall’altro per nulla. E’ molto anarchico nel senso che, come disse Kropotkin, la società umana, la vita umana dipendono sempre di più dal mutuo appoggio che da qualsiasi cosa lo stato organizzi. Sotto innumerevoli regimi statali- l’Unione Sovietica o la città di New York di oggi- il regime stesso dipende dalle diffuse violazioni delle sue leggi per rimanere al potere e controllare la vita quotidiana. Nell’altro senso il mondo non è per nulla anarchico perché non esiste più in nessun luogo popolazione umana che non sia soggetta a qualche grado di controllo da qualche stato. <br>La guerra è troppo importante per essere lasciata ai generali, e l’anarchia è troppo importante per essere lasciata agli anarchici. Ogni tattica vale la pena se sperimentata da qualcuno incline ad essa, quantunque errori accertati - come votare, bandire libri (specialmente i miei), effettuare violenza casuale, allearsi con la sinistra autoritaria- sono evitati al meglio. Se gli anarchici non hanno imparato come rivoluzionare il mondo, se tutto va bene hanno imparato alcuni modi in cui non farlo. Questo non è abbastanza, ma è qualcosa.<br><br>(10) Parlare di priorità è un miglioramento rispetto al parlare di regole e valori, perché la parola è meno gravata da sottintesi moralistici. Ma ancora, sei tu ad avere delle priorità o sono le priorità ad avere te?<br><br>(11) Sacrificarsi è contro-rivoluzionario. Chiunque sia capace di sacrificare se stesso per un ideale sarebbe capace di sacrificare anche qualcun altro per quello. Perciò, la solidarietà tra martiri è impossibile. Appunto non ci si può fidare di un altruista. Non si sa mai se potrebbe commettere qualche disastroso atto di benevolenza.<br><br><br><br><br><b>Informazioni sull&#39;autore:</b><br>L&#39;opera di Bob Balck&quot;&#39;L&#39;abolizione del lavoro&quot; risale al &#39;88. Dopo aver notato gli studi di Paul Goodman che affermano che solo il 5% del lavoro svolto nella moderna società è realmente necessario, Black identifica la vera funzione del lavoro nel mantenimento del controllo sociale sulla razza umana e popone una sua soluzione: una rivoluzione ludica.<br>Black teorizza il gioco come libertà da faticose ripetitive e alienanti attività lavorative, il gioco è la risposta appropriata alla società spettacolare. Black indica come molte società primitive i distinguano tra gioco e lavoro e la sua descrizione di una società futura privata della maggior parte dei lavori attuali (come l&#39;industria e i servizi) ne fa chiaramente un nemico della moderna civiltà.<br>Il suo opuscolo ne fa anche un nemico della sinistra tradizionale che egli accusa di perpetuare l&#39;etica del lavoro.<br>Alcuni sindacalisti furono così irritati che risposero alle sue critiche con una lettera bomba.<br><br> <br><br>(Risorse - Bibliografia)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Wed, 23 Mar 2005 05:00:37 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[SHAKESPEARE IN LOVE, di Andrea Rossetti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=38&tes=555&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <b><u>SHAKESPEARE IN LOVE</u></b><br><br><b><i>Lettura di scena in tre atti per voce sola, musica e voci concertanti</i></b><br><br><br><b>I.<br><br>CRONACHE DELL’AMOR PROFANO</b><br><br>Dalle più belle creature noi bramiamo una discendenza, così che la rosa della bellezza possa non morire mai; ma dal momento che, giunta al suo massimo splendore, il tempo fatalmente la conduce alla fine, che almeno una discendenza ne perpetui la memoria.<br>Tu, invece, sposato soltanto alla luce dei tuoi occhi, nutri di te stesso la fiamma del tuo splendore, minacciando l’abbondanza con la povertà, nemico a te medesimo, crudele verso la tua stessa sostanza.<br>Tu, gemma che adorna il mondo e messaggero della primavera, uccidi la tua pianta nel germoglio che sei: mio diletto avaro, la tua parsimonia è spreco&#33;<br>Abbi pietà del mondo, o voracissimo ingordo, e alla tua morte non negargli, nell’assenza d’un altro te stesso, ciò che dovresti.<br><br>Guardati allo specchio e di’ al volto che vedi: “E’ tempo che questo viso ne generi un altro.” Giacché se non vorrai perpetuare l’originaria freschezza delle tue fattezze, deruberai il mondo, lascerai senza felicità una madre. <br>Quale donna, infatti, per quanto bella, rifiuterebbe il suo seno intatto al tuo seme virile? E chi può essere tanto innamorato di se stesso da divenire la tomba di questo stesso amore, impedendo alla propria discendenza di nascere? <br>Tu sei l’immagine di tua madre, alla quale rammenti la sua bella primavera di fanciulla in fiore; e  parimenti tu, dalle finestre dell’età matura, potrai scorgere, irridendo le rughe del volto, la tua fioritura presente.<br>Ma se tu vivi senza curarti del tuo ricordo, finirai i tuoi giorni senza una compagna, e la tua immagine morirà con te. <br><br>Perché mai, tu che sei musica per chi t’ode, ascolti la musica con tristezza? Eppure le dolcezze non sono avverse alle dolcezze e la gioia si compiace della gioia. Perché ami quel che non ti dona piacere e godi per ciò che ti procura fastidio?<br>Se l’armonia sublime di ben temperati e amici suoni disgusta tanto il tuo orecchio è perché essi evocano dolcemente in te il rimbrotto per esserti contentato di un assolo in luogo di un concerto. <br>Guarda: ogni corda, sposata con grazia lieve all’altra, vibra a suo tempo secondo l’accordo prescelto, come un padre col figlio e la madre felice che, insieme, sono un unico suono perfetto.<br>Ascolta: questo canto privo di parole, molteplice nell’essenza, unico nell’apparenza, ti dice che nulla sarai senza una sposa. <br><br>Vergognati&#33; Non può certo amare chi, come te, provvede tanto male a se stesso. Puoi certamente dire di essere amato da molti ma che tu, viceversa, non ami nessuno è altrettanto chiaro.<br>Infatti, a tal punto sei colmo di furia omicida che non cessi di cospirare contro te stesso avendo a cuore la distruzione di quello splendido castello che, invece, dovresti voler restaurare.<br>Orsù, cambia parere, affinché io possa mutare il mio&#33; Dovrà quindi l’odio avere un tetto migliore dell’amore? Ti supplico: sii quale il tuo aspetto, buono e gentile, o mostrati almeno pietoso verso te stesso: genera un figlio, per amore mio, un altro simile a te, affinché la bellezza possa vivere in eterno, oggi e per sempre.<br><br>Quando conto le ore che scandiscono il tempo e vedo lo splendore del giorno sprofondare nell’orrida notte; quando osservo la violetta sfiorita e i neri capelli inargentati di fili bianchi; quando scorgo spogli gli alberi alteri che furono già riparo del gregge dal sole d’estate o i covoni di grano portati su barelle con ispida barba bianca; allora rifletto sulla tua bellezza e penso che finirà tra i ruderi del tempo, perché le cose dolci e belle trapassano e muoiono man mano che assistono all’apparir delle nuove. E nulla è baluardo efficace contro la falce del tempo se non i figli, che sono la nostra vittoria contro colei che ci vince.<br><br>Oh, se apparteneste a voi stesso&#33; Ma, amor mio, voi siete vostro solo finché vivete nel mondo. Dovreste davvero prepararvi contro l’ineluttabile fine che vi  attende e concedere ad altri la vostra dolce sembianza.<br>Così quella bellezza che oggi possedete non avrebbe fine; voi sareste, nonostante la morte, nuovamente voi stesso, perché dell’aspetto vostro sarebbe rivestita una prole.<br>Chi mai lascerebbe andare in rovina una casa sí bella, che invece potrebbe conservare con saggezza nonostante i gelidi venti d’inverno e la sterile collera dell’eterno rigore della morte? Oh, soltanto uno scialacquatore&#33; Mio amore diletto, voi aveste un padre: fate dunque che un figlio vostro possa pensare altrettanto.<br><br><i><b>EDIPO:</b></i><br>   <br><i>Figlie mie, dove siete? Oh, qui venite,<br>a queste mie mani fraterne: queste<br>alle pupille, che luceano fulgide,<br>del padre vostro, tale strazio inflissero:<br>ché me, né vidi, né sentore io n&#39;ebbi,<br>me padre rese il grembo ond&#39;ebbi vita.<br>E per voi piango: e guardar non vi so,<br>pensando il resto dell&#39;amara vita<br>che trascorrer fra gli uomini dovrete.<br>A che convegni cittadini andrete?<br>A quali feste, che poi non dobbiate,<br>invece che gioir, tornare in pianto?<br>E quando il tempo delle nozze giunga,<br>chi mai sarà che ardisca, o figlie mie,<br>tanto obbrobrio affrontare, e tal rovina,<br>che sui miei genitori e su me pesa?<br>Quale sciagura manca? Il padre vostro<br>fu del padre uccisore, il campo arò<br>ov&#39;ei fu seminato, e n&#39;ebbe figlie<br>dal grembo stesso ond&#39;ei vide la luce.<br>Tale obbrobrio udirete. E chi sposarvi<br>vorrà? Nessuno, oh figlie&#33; E senza nozze<br>e senza figli vi dovrete struggere&#33;<br>O di Menèceo figlio, oh tu che resti<br>sol padre a loro, poi ch&#39;entrambi spenti<br>siamo noi due che a lor demmo la vita,<br>non sopportar che derelitte vadano<br>senza né patria né marito, errando;<br>non adeguarle ai mali che m&#39;opprimono:<br>di loro abbi pietà, che prive sono,<br>lo vedi, in tale età, d&#39;ogni sostegno,<br>tranne che il tuo. Consenti, o generoso,<br>dammi la mano. E voi, figlie, se aveste<br>già senno, assai consigli io vi darei.<br>Or questo voto io fo per voi. Dovunque<br>conduciate la vita, oh, miglior sorte<br>a voi che al vostro genitore arrida.</i><br><br>Quelle stesse ore che con grazioso lavoro fecero amabile l’aspetto su cui ogni sguardo indugia, saranno implacabili con esso e spoglieranno di bellezza ciò che vestirono di bello, giacché il tempo inesorabile precipita l’estate nell’inverno, dentro le piante la linfa s’arresta gelata, cadono le foglie rigogliose, la neve ricopre ciò che fu bello e ovunque è sovrano lo squallore. <br>Se allora ci restasse in un’ampolla l’essenza distillata dell’estate, gli effetti della bellezza ci sarebbero strappati con la bellezza stessa; essa scomparirebbe e con essa il ricordo di lei. Ma i fiori distillati, quando sopravviene l’inverno, perdono solo l’apparenza esterna, ché vive l’essenza per sempre fragrante.  <br><br>Perché non fate guerra al Tempo, sanguinoso tiranno, con profitto e non precorrete l’avvento della vecchiezza con mezzi migliori dei miei versi? Voi siete al culmine della lieta stagione e molti prati inviolati ma incolti avrebbero buon desiderio di offrirvi fiori viventi, ben più simili a voi di un bel ritratto. Manterreste viva così la vita dei vostri tratti, nell’intima sua bellezza ed esteriore, come nessun pennello né la mia penna alunna potranno mai fare. <br>Concedendovi, voi vi conservereste in eterno; e voi dovete vivere di nuovo, ritratto dolcemente da voi stesso.<br><br>Chi mai crederebbe in futuro ai miei versi se io li colmassi dei tratti sublimi dei vostri pregi? Eppure finora, lo sa il cielo, essi non sono che il sepolcro della vostra vita e mostrano neppure la metà di quanto siete. Se io potessi ritrarre la bellezza dei vostri occhi e in versi mai uditi enumerare ogni vostra grazia, i posteri direbbero che mento, che mai volto mortale fu distinto da tratti tanto divini. Così i miei scritti, ingialliti dal tempo, sarebbero derisi come vecchi, loquaci ma bugiardi, e gli elogi che meritate sarebbero stimati esser fervori di poeta o sue licenze. Ma se a quell’epoca vivesse un vostro figlio, voi doppiamente avreste vita: prima da lui e poi dalle mie rime. <br><br><i>Stacco </i><br><br>Che tu possegga altri non è che parte del mio struggimento (e non v’è dubbio che pur’io l’amassi); ch’altri possegga te, di questo solo grandemente soffro, questo è l’amor perduto che più profondamente mi ferisce.<br>O miei diletti offensori, voglio così scusarmi: tu l’ami perché sai che l’amo io, e parimenti per amor mio ella m’inganna permettendo al mio amico, ancor per amor mio, d’assecondarla.<br>Se perdo te, giova la mia perdita al mio amore; se perdo lei, l’amico mio guadagna quel ch’io perdo; ognuno di voi trova l’altro ed io entrambi perdo, ed ambedue, per amor mio, ponete su di me codesta croce.<br>Tuttavia di ciò mi rallegro, ché io e il mio amico siamo cosa sola. Oh, promettente dolcezza&#33; Lei dunque ama me solo&#33;<br><br>Quando vorrai, dunque, odiami; anche adesso, se ciò deve accadere; ora, mentre il mondo m’è avverso, fai tuo quest’odio della malasorte, schiacciami ma non venire per ultimo a disfarmi, per sovrappiù d’angoscia.<br>Ah, non piombarmi addosso magari dopo che timido il mio cuore avrà iniziato a cavarsi dallo strazio, come scudiero d’un male già sconfitto; non fare che un giorno piovoso segua una notte di vento, mettendomi alla mercé d’un lutto prestabilito. <br>Se vuoi lasciarmi, non aspettar la fine, quando altri minuti dolori avranno sfogato su di me la loro rabbia, ma colpisci per primo: ché io patisca fin da subito quanto di peggio mi riserva la fortuna. Così che gli altri colpi della sorte, che adesso mi sembrano sí gravi, confrontati alla perdita di te, non sian più tali.<br><br>Affinché il mondo non t’imponga di ricordare che meriti mai avessi e di amarmi così anche dopo morto, tu scordami del tutto, mio dolce amore, giacché niente di buono riusciresti a trovare in me pure volendo; a meno d’inventare qualche pietosa menzogna che m’accordi meriti mai avuti e di tessere per me lodi maggiori di quante mai me ne offrirebbe la sobria verità. <br>Ah, non voglio che sembri menzognero l’amore tuo sincero perché tu, soltanto per amore, dici di me del bene immeritato: resti pertanto l’amore mio sepolto col mio corpo, né sopravviva, cagione di vergogna per entrambi.<br>Perché osceno è ciò che scrivo ed è indegno di te l’amarlo tanto.  <br><br><i>Stacco</i><br><br>Ricalcitrante seguito il mio viaggio, poiché  alla fine del mio triste andare, meta a lungo bramata, io già prevedo che là, dal mio conforto e mio riposo, dovrò contare in miglia la distanza che da te amaramente mi divide. Il cavallo che monto, come stanco di tutto questo mio dolore, avanza a fatica portando la mia pena insieme a me, e come se, d’istinto, ben sapesse che di lasciarti non ho voglia alcuna, non si lascia ingannare dallo sprone sanguigno che rabbioso gli penetra nei fianchi e risponde con gemiti fiacchi, per me più gravi che per lui le piaghe. Il suo lamento, infatti, mi ricorda che doloroso per me è l’andare avanti e che la gioia sto lasciando indietro.<br><br><u><b>FRANCESCO PETRARCA</b></u> <i>(Sonetto XV in vita di Madonna Laura): </i><br><br><i>Io mi rivolgo indietro a ciascun passo<br>col corpo stancho ch’a gran pena porto,<br>et prendo allor del vostr’aere conforto <br>che ‘l fa gir oltra dicendo: Oimè lasso&#33;<br>Poi ripensando al dolce ben ch’io lasso,<br>al camin lungo et al mio viver corto,<br>fermo le piante sbigottito et smorto,<br>et gli occhi in terra lagrimando abbasso.<br>Talor m’assale in mezzo a’ tristi pianti<br>un dubbio: come posson queste membra<br>da lo spirito lor viver lontane?<br>Ma rispondemi Amor: Non ti rimembra<br>che questo è privilegio degli amanti<br>sciolti da tutte qualitati humane?</i><br><br>Quando vedo la mano rea del Tempo guastare lo sfarzo splendido di spente età sepolte, quando talora vedo rase al suolo torri superbe e il bronzo eterno patire la furiosa morte, quando scorgo l’avido mare accaparrarsi nuova terra o questa invadere i domini delle acque, uno rubando all’altra e viceversa, a turno perdendo e guadagnando, quando le cose osservo che mutano di stato finché lo sfacelo non giunge a minacciarne l’esistenza, mi coglie il pensiero del momento in cui il Tempo vorrà portare con sé l’amore mio. Questo pensiero è simile alla morte, perché mi rende triste del possesso di chi temo di perdere.<br><br>Io invoco infine la pace della morte, stufo di vedere il merito nascere mendicante, e le nullità bisognose in fronzoli felici, e l’illibata fede miseramente violata, e gli onori più alti tributati con somma vergogna a chi ne è immeritevole, e la virtù verginale spesa nel meretricio, e la perfezione contro giustizia vessata, e la forza sconfitta da poteri inetti. E poi l’arte zittita dai potenti, e la stoltezza in panni dottorali dettare legge al senno, e la limpida verità presa per insipienza, e il Bene suddito dovere ossequio al Male, suo sovrano: stanco di tutto ciò, vorrei farla finita e liberarmi, se non fosse che, morendo, lascerei in solitudine il mio amore.<br><br><i><b>AMLETO:</b></i><br><br><i>Essere o non essere; questo è il problema. Cos&#39;è più nobile: soffrire nell&#39;animo per i sassi e i dardi scagliati dall&#39;oltraggiosa fortuna o impugnare le armi contro un mare di affanni e combatterli fino a farli cessare? Morire,dormire...nulla più: e con il sonno dire che poniamo fine al dolore della carne<br>e alle mille afflizioni naturali a cui essa è destinata, questa è la fine che bisogna desiderare ardentemente&#33; Morire,dormire...forse sognare: ma qui è l’ostacolo perché quali sogni potranno visitarci in quel sonno di morte, quando saremo usciti dalla stretta di questa vita piena<br>di affanni mortali, è un pensiero su cui ci si deve fermare a riflettere e sono proprio pensieri siffatti a prolungare la durata della sventura. Chi altrimenti sopporterebbe le sferzate e le irrisioni del tempo, i torti dell&#39;oppressore, le offese dei superbi, le pene di un amore respinto, i ritardi della legge, l&#39;arroganza dei potenti, gli scherni che il giusto pazientemente subisce da parte di gente indegna, quando per mano sua potrebbe trovare pace con la semplice lama di un pugnale? Chi sarebbe disposto a portare carichi sulle spalle, a gemere e sudare per le difficoltà della vita, se non ci fosse il timore di qualcosa dopo la morte, la terra inesplorata dai cui confini nessun viaggiatore è mai tornato, timore che, confondendo la nostra volontà, ci induce a sopportare i mali da cui siamo afflitti, piuttosto che spiccare il volo verso altri a noi completamente ignoti?<br>Così ci rende vili la coscienza; così l’incarnato naturale della determinazione scolora al cospetto del pallido pensiero. Così grandi imprese e importanti sono deviate dal loro corso: e dell’azione perdono anche il nome.</i><br><br>Tu puoi vedere in me la stagione dell’anno in cui le foglie ingiallite, le poche rimaste, pendono dai rami tremanti per il freddo, vuoti cori in rovina ove non molto tempo prima melodiosi cantavano gli uccelli. In me tu puoi vedere la sera quotidiana della luce che, al tramonto, si spegne in occidente; a poco a poco inghiottita dalla nera notte, sosia perfetta della morte che tutto estingue nel sonno. In me tu vedi l’ardore della fiamma la cui giovinezza in cenere agonizza come sul letto su cui dovrà spirare, consumato da ciò che lo allevava.<br>Di ciò bene ti avvedi ed il tuo affetto ne è fatto più vivo, così da farti amare intensamente chi tra non molto tu dovrai lasciare.<br><br>Ai miei occhi giammai vi coglierà vecchiezza, amore mio, giacché come eravate la prima volta, quando i miei occhi incrociarono i vostri, tale per me voi siete ancora. Il gelo di tre inverni ha già sottratto alle selve le spoglie di tre estati; tre primavere sfarzose ho visto vinte, nel ciclo stagionale, da altrettanti autunni sconsolati; per ben tre volte i profumi d’aprile si consumarono nell’ardere di giugno, da quando vi conobbi, all’alba della vostra giovinezza, voi sí giovane ancora.<br>Ahimè&#33; Eppure la bellezza è come una lancetta d’orologio che insensibile procede sul quadrante: nel medesimo modo la freschezza delle gote vostre, che suppongo eternamente intatte, segue un certo suo corso e può ingannare l’occhio mio visionario. E affinché non siate colte alla sprovvista, generazioni prossime, ascoltate ciò che ho da dirvi: “Prima ancora che voi vedeste luce, la bellezza dell’estate era trascorsa.”<br><br>Spreco dell’anima nello scempio d’ogni pudore: tale è la lussuria nel momento della sua soddisfazione; e, finché l’atto dura, essa è mendace, omicida, sanguinaria, ignobile, ingorda, efferata, bestiale, empia, fallace; non appena saziata subito è disdegnata; cercata prima con frenesia insensata, una volta compiaciuta è dissennatamente aborrita, così come avverrebbe di un’esca ingoiata avente come scopo solo la perdita del senno di chi abbocca; folle nell’impazienza di cogliere il suo scopo e similmente quando ne è in possesso, sfrenata nel ricordo, nel potere e nella bramosia; beatitudine mentre la si vive e poi, vissuta, una tribolazione; prima gioia tangibile, poi sogno. <br>Tutto ciò bene conosce il mondo ma nessuno è capace di sfuggire al paradiso che porta a quest’inferno.<br><br><i>SIPARIO</i><br><br><br><b>II.<br><br>CRONACHE DELL’AMOR SACRO</b><br><br><br><i><b>JOHN DONNE</b></i><i> (Dai “Sonetti sacri”): </i><br><br><i>Morte, non andar fiera se anche t&#39;hanno chiamata<br>possente e orrenda. Non lo sei.<br>Coloro che tu pensi rovesciare non muoiono,<br>povera morte, e non mi puoi uccidere.<br>Dal riposo e dal sonno, mere immagini<br>di te, vivo piacere, dunque da te maggiore,<br>si genera. E più presto se ne vanno con te<br>i migliori tra noi, pace alle loro ossa,<br>liberazione dell&#39;anima. Tu, schiava<br>della sorte, del caso, dei re, dei disperati,<br>hai casa col veleno, la malattia, la guerra, <br>e il papavero e il filtro ci fan dormire anch&#39;essi<br>meglio del tuo fendente. Perché dunque ti gonfi?<br>Un breve sonno e ci destiamo eterni.<br>Non vi sarà più morte. E tu, morte, morrai.</i><br><br>Che coloro ai quali sorridono gli astri si vantino pure dei pubblici onori e dei titoli loro roboanti; io, che non ho parte a una simile sorte, me ne resto in disparte, a gioire di chi onoro sopra ogni altra cosa.<br>I cortigiani in presenza dei loro sovrani si comportano come i girasoli sotto l’occhio splendente del sole ed in cuor loro umiliano ogni orgoglio, ché basta un solo sguardo accigliato per condurli alla morte, quand’anche siano al massimo del loro splendore.<br>Lo stanco guerriero, autore d’inclite gesta, sconfitto che sia una volta sola dopo mille vittorie, è cancellato per sempre dal libro dell’onore, mentre svanisce in un istante appena la memoria d’ogni fatica antica.<br>Felice me, dunque, che, riamato, amo, il che né io né altri può mutare.<br><br>Signore del mio amore, dei meriti del quale non posso che farmi vassallo, t’invio questo messaggio scritto per dirti solo la mia devozione e non di certo per mostrare ingegno: devozione assoluta che la meschinità del mio talento può far sembrare poca, mancando di parole adeguate, e che tuttavia conta sulla benignità d’un tuo pensiero per giungere, pur così nuda, all’intimo segreto del tuo cuore. Almeno finché la buona stella, quale che sia, che regge il mio destino, non torni ad un sorriso rivestendo d’abiti nuovi l’amor mio sicché meritevole sia fatto nuovamente del tuo sorriso e della tua attenzione.<br>Allora avrò l’ardire di gloriarmi della forza di cui nutro il mio amore, ma non prima: giammai vorrei mostrarmi quando potresti mettermi alla prova.<br><br>Come dunque potrò tornare sano, privato come sono del riposo? Se la notte non attenua l’oppressione del giorno, ma al contrario la rende più gravosa e viceversa ancora? Ed entrambi, da sempre nemici giurati, si prendono per mano solo per tormentarmi, l’uno con la fatica, l’altra con l’affanno di dover faticare lontano da te, anzi ogni giorno sempre più distante?<br>Per compiacerlo, al giorno vo dicendo che tu rifulgi e ne sei l’ornamento quando le nubi maculano il cielo, e similmente blandisco anche la notte scura dicendole che ne sei la luce quando le stelle non si fan vedere. Ma ogni giorno prolunga il mio supplizio, e ogni notte più forte rende la forza di questo mio dolore.<br><br>Quando, sgradito agli uomini e alla sorte, piango da solo la mia desolazione e tedio il cielo con i miei lamenti, e me stesso considero, e il mio destino maledico augurandomi di somigliare ad uomo ben più ricco di speranza, simile a lui nella figura, sovrabbondante come lui d’amici, desiderando ora l’arte di questo, ora di quello l’intelletto gagliardo, insoddisfatto proprio di ciò che sommamente possiedo; se, mentre così tanto mi disprezzo, per caso ti penso, allora il mio cuore, quale allodola che spicca il volo frullando l’ali al levarsi del giorno, sorgendo dalle tenebre, intona salmi alle porte del cielo; poiché il ricordo del tuo dolce amore mi fa talmente ricco che disdegno di mutar condizione con un re. <br><br>Il tuo cuore mi rendono caro tutti i cuori che perdetti o che supposi morti; in esso regna Amore e tutte le amorose qualità d’Amore, e tutti quegli amici che credei sepolti.<br>Quante devote lacrime benedette ha distillato l’amore dai miei occhi quali tributo ai morti, che adesso m’appaiono soltanto come lontane cose in te celate.<br>Tu sei la tomba ove, ancorché sepolto, vive Amore. Intorno ad essa pendono i trofei dei miei più antichi amori, che già ti consegnarono la parte loro di me; ciò che appartenne a molti ora, lo vedi, non che solo tuo.<br>In te io vedo le sembianze loro e tu, che le riassumi tutte, hai me tutto intero. <br><br>Ho visto il sole molte volte compiacere le cime dei monti con sguardo sovrano, baciare con labbra d’oro i verdi prati e illuminare pallidi ruscelli con alchimia celeste; poi però, poco dopo, sopportare anche che il velo della vile nuvolaglia lo negasse all’occhio misero del mondo, coprendo di vergogna la sua fuga fatale in occidente.<br>Parimenti risplendé il mio sole di prima mattina un lieto giorno, con superbo fulgore fin sopra la mia fronte. Ahimè, però, non fu che per un’ora davvero mio ché le nuvole austere ora me l’hanno velato. E tuttavia per questo non viene meno l’amore nel mio cuore: ben possono oscurarsi gli astri terrestri se il sole celeste anche s’oscura. <br><br>Come un padre ormai vecchio si compiace della fiorente giovinezza di suo figlio, così io, piegato dall’ira della sorte, traggo ogni mio conforto dal valore e dai pregi che tu mostri; perché sebbene nobiltà e bellezza e ingegno e ricchezza, ciascuna o tutte insieme ed altre doti ancora tu giustamente vanti e in sommo grado, io sul loro groviglio innesto anche il mio amore, e per miracolo allora più non sono né impotente, né povero e spregiato, perché a me basta quel che a te sopravanza e vivo bene di una parte sola di tutto il tuo splendore. <br>Ascolta: t’auguro il meglio di tutto; e se il mio voto s’avvera, oh me dieci volte felice&#33;<br><br>Quanto più chiudo gli occhi, tanto meglio essi vedono, perché per tutto il giorno non osservano che cose diverse, mentre di notte, se dormo, nei sogni essi vedono te, e, veggenti nonostante il buio, esplorano le tenebre con nitida visione.<br>Se a tal punto così risplende l’ombra tua per gli occhi socchiusi – ombra che rischiara l’ombra – che spettacolo magnifico farebbe quell’ombra stessa nel luminoso giorno insieme alla tua luce ben più chiara&#33;<br>Oh, che benedizione sarebbe per il mio sguardo la possibilità di contemplarti alla vivace luce del giorno se addirittura la tua vaga ombra, nella nera notte ed oltre il sonno, viene dinanzi ad occhi senza vista&#33;<br>Sembrano notti i giorni nei quali non ti vedo mentre le notti sono giorni splendenti se solo i sogni dicono di te.  <br><br><i>Stacco</i><br><br>Prima di andare mi preoccupai di mettere ogni piccola cosa sotto chiave, cosicché nessuno potesse utilizzarla ed essa rimanesse pronta per me, difesa da mani avide, certamente protetta&#33;<br>Ma tu, mia vera consolazione che di gran lunga sopravanza il più prezioso dei gioielli, ed ora mio più grande tormento, tu, mia sublime e più cara e sola cura, sei bottino del primo ladro venuto.<br>Mai ti rinchiusi in altro forziere che non fosse il mio cuore, nel quale sei, pure se assente, e dal quale puoi liberamente partire e quando vuoi tornare nuovamente.<br>E tuttavia pavento che anche lì verrai meno, ché l’onestà si piega volentieri al furto pur di acquistare un bene tanto prezioso. <br><br>Io sono simile al ricco che, pur possedendo la chiave che disserra lo scrigno che contiene il suo tesoro, non vuole contemplarlo di continuo, onde non togliere al piacere, raramente gustato, l’amabile apogeo del suo diletto.<br>Per questo preziosi e solenni sono i giorni di festa che nell’anno, ricorrendo di rado, son quali pietre di valore o gemme preziose sparse lungo una collana. <br>Così anche il tempo che da voi mi slega: esso è lo scrigno il cui dolce segreto è destinato a schiudersi di rado, per non fare eccellenti che poche, che brevi occasioni di delizia.<br>Suprema beatitudine è la vostra: valete tanto che chi già vi possiede esulta mentre chi vive in vostra assenza spera.<br><br>Mio dolce amore, rinnova la tua forza; non sia mai detto che il tuo desiderio prima e meglio dell’appetito, oggi appagato ed appena domani nuovamente bisognoso, trovi la sua soddisfazione.<br>Perché tale mi sembri, amore mio, se anche oggi ingozzi a sazietà gli avidi sguardi: invece pensa al giorno che viene e non umiliare te stesso con un infinito sopore&#33;<br>Sia questo triste intervallo come il mare che divide le rive alle quali si recano ogni giorno due sposi promessi, affinché quando tu veda palesarsi l’oggetto di te stesso, sia priva d’argini possibili la gioia; o invece sia quale l’inverno, colmo di patimento, che fa l’avvento della bella stagione tre volte più agognato.<br><br>Voi siete per la mia mente ciò che il cibo è per il mio corpo o gli acquazzoni della primavera per la terra, e per avervi in pace io sopporto una battaglia simile a quella dell’avaro per il possesso delle sue ricchezze. <br>Ora orgoglioso del mio bene ora guardingo per gli sguardi rapaci della gente; ora con voi in geloso romitaggio ora agognante che l’intero mondo assista alla mia gioia.<br>Talvolta perfino pago della vostra presenza e di lì a poco subito smanioso di rivedervi, non possiedo né cerco una gioia diversa da quella che mi date e che potete offrirmi.  <br>Così dunque io vivo: talora affamato e a volte sazio, di quando in quando lieto e insoddisfatto. <br><br><i>Stacco</i><br> <br>Oh, come tremo e quasi ammutolisco quando parlo di voi, ben risapendo che più valente ingegno del mio si spende per il nome vostro e si compiace della vostra lode&#33;<br>Ma poiché i vostri pregi soverchiano l’oceano sulle cui acque navigano insieme le vele più superbe e le modeste, anche la mia navicella, tanto al di sotto della sua, si ostinerà a palesarsi a largo del vostro grande mare.<br>Basterà poco per tenermi a galla mentre altri solcheranno il vostro imperscrutabile abisso, e se per caso poi farò naufragio, che fa? Sono una zattera di nessun valore, non certamente un veliero possente e dalla poderosa alberatura. <br>In tutto questo la peggiore cosa non sarà la rovina mia fatale ma che a causarla infine sarà stato solo il mio amore. <br><br><i><b>JOHN DONNE</b></i> <i>(“Il paradosso”):</i><br><br><i>Nessun amante dice “amo”, né detto<br>altro amante sarà da lui perfetto;<br>non è possibile, pensa, non consente<br>che altri ami, ma lui solamente.<br>Non posso dire “amai”, ché non è dato<br>dire: ieri mi hanno assassinato.<br>Giovane e caldo, troppo caldo amore<br>uccide morte di troppo rigore.<br>Chi ha amato è morto, e una volta si muore:<br>chi dice due non è che un mentitore.<br>Nonostante che di muoversi egli pensi,<br>non fa che raggirare i suoi poveri sensi.<br>Poca luce rimane a tale vita<br>come vita alla luce finita<br>o come a corpo solido il calore<br>che lascia il fuoco dopo due ore.<br>Amai una volta, e morii: e sono io<br>ora tomba di me, epitaffio mio.<br>Dicono qui la loro fine i morti, ed io così:<br>ucciso dall’Amore, io giaccio qui.</i><br><br>Dimmi che mi lasciasti per qualche mio peccato e sarò io stesso a fare più grave il tuo sdegno; di’ che sono zoppo e mi vedrai immantinente claudicare senza tentare difesa alcune dalle tue giuste incriminazioni. Per venire incontro ai tuoi voleri sono pronto a umiliarmi da me stesso due volte in più di quanto tu mi umili: conoscendo il tuo desiderio soffocherò l’amicizia che ci unisce e mi fingerò uno sconosciuto. Eviterò i luoghi che frequenti e mai più le mie labbra pronunceranno il tuo nome diletto per timore che io, indegno profano, gli rechi l’offesa d’un solo pensiero. Farò mia la causa tua contro me stesso perché non sia mai detto che io ami chi da te viene odiato.<br><br><i><b>JOHN DONNE</b></i> <i>(“Spirare”):</i><br><br><i>Ah, spezza quest’estremo bacio mesto<br>che due anime succhia, e le svapora.<br>Voltati da quel lato, spirito, e io da questo,<br>il più bel giorno oscuriamo. Ad amore<br>non chiedemmo licenza, né sarà<br>dovuta alla morte, cui basta dire Va’.<br>Va’. E se questa parola non t’ha fatto morire,<br>concedimi la morte, dimmi anche tu di andare.<br>Oh, se l’ha fatto, su me possa agire,<br>sull’assassino il giusto uffizio fare.<br>Ma tardi per uccidermi sarà,<br>due volte morto, andando e al dire Va’.</i><br><br>Fu veramente simile all’inverno il tempo della mia lontananza da te che sei delizia dell’anno che trascorre&#33; Che brividi di gelo ho patiti, che oscuri giorni ho veduti, che sovrumana desolazione dappertutto come nel triste dicembre&#33;<br>Eppure fu in estate che ci separammo e nel fecondo autunno, gravido di frutti maturi, pienezza dei capricciosi semi primaverili, simile al grembo di una vedova incinta, dopo la morte inattesa del suo sposo.<br>Ma a me parve essere d’orfani, e non solo di padre, codesta generazione esuberante, ché l’estate e le sue meraviglie sono là dove sei mentre, in tua assenza, tutto sprofonda in silenziosa quiete. Anche gli uccelli tacciono, oppure cantano in tono così cupo che le foglie si chinano spaurite come per la venuta imminente dell’inverno.<br><br>Mi allontanai da voi in primavera, tra i fastosi colori d’aprile che, col loro splendore, davano a ogni cosa un colorato spirito di giovinezza al quale neppure il grave Saturno poteva resistere. Ma né il canto degli uccelli, né i profumi preziosi e i colori di cento e cento fiori potevano indurmi a narrare l’estate o a cogliere i boccioli rigogliosi. E nemmeno il candore del giglio m’ispirava ammirazione, né lode l’incarnato della rosa; essi non erano infatti che povere dolcezze, figure suadenti ispirate a voi che siete l’immagine viva di tutte le bellezze. E mi pareva d’essere sempre in inverno e che, voi assente, io giocassi con esse come con l’ombra vostra. <br><br>Non dire mai che il mio cuore ti è stato infedele anche se per qualche ragione ti è sembrato che la distanza rendesse meno vivo il fuoco del mio amore; io potrei più facilmente separarmi da me stesso che dall’anima mia che vive dentro di te: è quello il mio rifugio d’amante; se pellegrino ho errato a lungo e in lontananza eccomi qui di nuovo al tempo giusto, dal tempo non mutato, a far da me lavacro alle mie colpe. Non credere che, nonostante io sia assoggettato a ogni umana fralezza che cruccia la carne mortale, potrei mai peccare sino al punto d’abbandonare quanto di bene in te infinitamente si raduna. Poiché è nulla per me questo mondo in cui solamente tu esisti, mia rosa; in esso tu sei il mio tutto.<br> <br>Dal momento in cui vi lasciai i miei occhi sono nella mia mente, e quelli che mi guidano nel mio cammino quotidiano spartiscono a metà il loro ufficio e per l’altra metà sono ciechi: pare che vedano ma, in vero, sono spenti. Poiché nessuna forma che a loro si palesa mostrano poi al mio cuore, sia essa d’usignolo, fiore o d’altra sembianza; di quanto rapidamente li attraversa la mente mia non ha coscienza alcuna, né trattengono quel che ghermiscono lesti. Poiché sia che vedano la più dozzinale tra le cose o la più raffinata, l’alta bellezza o l’infima bruttura, il mare o la montagna, il giorno o la nottata, il corvo o la colomba, essi ogni cosa plasmano a vostra somiglianza; inetta ad altro oggetto, tutta colma di voi, la fedeltà del mio spirito è motivo così dell’infedeltà dei miei sensi.<br><br>Persino del pianto di Sirena ho sorseggiato, distillato in maligni alambicchi dell’inferno, alternando il timore alla speranza, sempre perdente anche quando credevo alla vittoria&#33; Con quanti scellerati errori si è compromesso il mio cuore proprio quando maggiormente credea d’esser beato&#33; Come i miei occhi sono balzati fuori dalle loro orbite nella follia di questa pazza febbre&#33; O grazia divina del dolore&#33; Ora tocco con mano quant’è vero che il male rende il bene anche migliore, e che l’amore spezzato, se ricomposto, ricresce ben più bello e forte e grande. Torno così al mio bene amareggiato e dai miei precedenti guadagno tre volte più di quanto perdetti. <br><br><i><b>FERNANDO PESSOA</b></i> <i>(“Sonetto”):</i><br><br><i>Dio ha fatto dei miei nervi tremanti la sua lira,<br>una lira le cui curve finiscono in volti d’angeli.<br>Quando Dio canta, l’invisibile fuoco della canzone<br>e ali semivisibili si piegano su di essa.<br>Fonte d’incorruttibile desiderio&#33;<br>Verdi isole velate di sabbia-oro verso cui tende il mio grido&#33;<br>La mia anima, ricca perché prescelta, affatica<br>il mio senso di me col dolore di confondermi con Dio.<br>Ma ecco&#33; Vivere è già essere uniti a Dio.<br>Non ci serve altro che la vita, tutta la vita.<br>Il dolore, il male, l’odio, la lussuria, l’inganno,<br>il tedio dell’abitudine, il sentiero dei sogni,<br>il dolore del coltello nascosto finché non la recide,<br>il piacere della morte: tutto questo è Dio,<br>nonostante la Sua volontà.</i><br><br><i>SIPARIO</i><br><br><br><b>III.<br><br>SOGNO DELL’AMOR SOGNATO</b><br><br><br><i><b>GIOVANNA D’ARCO:</b></i><br><br><i>Caterina e Margherita. Le riconosco&#33; La « De Profundis » e la Margherita, azzurra e bianca nel cielo, che dice: «Babbo e mamma&#33;»<br>Quanto le ascoltavo, un tempo, a Domrémy, la Caterina e la Margherita&#33; Gesù&#33; Maria&#33; Ho scritto questi due nomi sulla mia bella bandiera azzurra e bianca&#33; Gesù&#33; Maria&#33; Caterina&#33; Margherita&#33; Ed io, la bimbetta tra le ortiche e i botton d&#39;oro, tanto attonita da dimenticare di mangiare la sua tartina...<br>Andrò. Andrò&#33; Vado&#33; Vado&#33; Sono andata&#33; Dov&#39;è la mia valente spada? Vado&#33; Vado&#33; Sono andata&#33; Ecco&#33; Io lo tengo&#33; Ho preso il suo cavallo per la briglia&#33; Riconduco il mio gentile Re&#33; Lo riconduco attraverso la foresta&#33; Lo riconduco nel cuore della Francia&#33;</i> <br><br>Dove sei, dunque, o musa, che ormai da lungo tempo non parli di chi ti dona tutto il tuo potere? Impieghi forse il tuo talento in un miserabile canto, umiliando te stessa per dare lucentezza a triviali argomenti?<br>Torna dunque, o musa smemorata, a fare ammenda del tempo che tanto malamente hai dissipato; canta all’orecchio di chi il tuo canto apprezza ed è per te soggetto e genio nel contempo.<br>Sorgi, o musa svogliata, e guarda se sul volto del mio amore il tempo abbia scavato alcuna ruga; e se così non fosse, schernisci la decadenza coi tuoi versi e fa’ che ovunque siano vilipesi tutti i trofei del tempo.<br>Tributa gloria all’amor mio prima che il tempo ne consumi la vita e renderai vani così i fendenti della sua falce e della sua lama ricurva. <br><br><i><b>GIOVANNA D’ARCO:</b></i><br><br><i>Odo Margherita nel cielo, commista alla musica degli usignoli, alla voce della fervida monacella sagrestana, e le dolci piccole stelle si spengono l&#39;una dopo l&#39;altra. Com&#39;è bella la Normandia tutta rossa e rosa, rossa di felicità e rosa di innocenza, che si accinge a far con me la Santa Comunione nella scintillante rugiada&#33; Com&#39;è bello per Giovanna la Pulzella salire al Cielo nel mese di maggio&#33; Quanto sei bella, o bella Normandia&#33;</i><br><br>Dovrò forse paragonarti a un giorno d’estate? Tu sei più mite e di maggiore bellezza. Venti scortesi scuotono in maggio le tenere gemme e la stagione estiva è, ahimè, troppo breve.<br>A volte l’occhio del cielo risplende fin troppo rovente e poi d’un tratto le sue dorate carni s’offuscano di nubi: infatti ogni bellezza volge talvolta al suo declino, per sorte avversa o per fatale corso di natura.<br>Mai verrà meno, però, l’eternità soave dell’estate tua, né mai sarà privata della beltà sublime che possiedi; né la morte potrà menare vanto d’averti in suo possesso se in futuro al tuo servizio avrai dei versi eterni. Sino alla fine dei tempi questi vivranno e ti daranno vita.<br><br>O tempo vorace, spunta pure gli artigli del leone e fa’ che inghiotta la terra le creature che, materna, lei stessa ha generato, strappa le zanne acuminate dalle mascelle feroci della tigre e brucia nel suo stesso sangue la fenice dalla lunga vita.<br>Lascia che siano vane le stagioni, e liete e tristi, e fa’ quel che ti pare, o rapido aguzzino, al mondo intero ed alle sue dolcezze; solo un delitto atroce ti proibisco: mai non segnare di te la bella fronte dell’amor mio coi dolorosi tratti della tua penna antica; lascia che sia tesoro rinomato per le generazioni del futuro. <br>Oppure no, vegliardo, da’ pure seguito al tuo scempio: a dispetto di te saranno i versi che scriverò la fonte zampillante della sua vera giovinezza eterna. <br><br><i><b>GIOVANNA D’ARCO:</b></i><br><br><i>Sei sordo? Non odi il suono delle voci: « Giovanna&#33; Giovanna&#33; Giovanna&#33; Figlia di Dio, va&#33; va&#33; va&#33; »? Ah&#33; non più col nome di strega mi chiamano, ma col mio nome cristiano, con quel nome che ricevetti a battesimo&#33; Giovanna&#33; Non più eretica, recidiva, e non so che altri infami epiteti... Ma figlia di Dio&#33; È bello essere la figlia di Dio&#33; E non già soltanto Caterina e Margherita, ma tutto il popolo dei viventi e dei morti dice: « Figlia di Dio&#33; Giovanna&#33; Giovanna&#33; Figlia di Dio&#33; Va&#33; va&#33; va&#33; » <br>Certo che andrò&#33;</i><br><br>Come attore inesperto che, colto da timore sulla scena, dimentica la parte, o come chi, colmo di collera, sia reso più debole proprio da tale suo estremo vigore, così io, per poca fiducia in me stesso, scordo di pronunciare l’intera liturgia del dolce amore e, pur colmo dei suoi beni, sembro venire meno, piegato dal peso grave della sua forza stessa.<br>Oh, siano dunque i miei libri i messi muti ed eloquenti del mio cuore che tutto a te si volge, implorino essi l’amore e meglio della lingua invochino l’agognata ricompensa.<br>Oh, leggi dunque ciò che, a te devoto, scrisse rapito l’amore silenzioso: ché solo amore udire può con gli occhi. <br><br><i><b>GIOVANNA D’ARCO:</b></i><br><br><i>Per penetrare nel mistero della spada, bisognerebbe che voi foste una bimba della Lorena&#33; Non posso io far di voi una bimba Lorenese&#33; Non posso prendervi per mano e condurvi con noi a cantare il maggio con Albino e Rufino&#33; Ah&#33; Non vi è stato davvero bisogno di Coupequesne e di Toutmouillé  per spiegarmi il mistero&#33; È bastato il tiglio innanzi alla casa di mio padre, simile ad un predicatore in cotta bianca sotto il chiarore lunare, a rivelarmi tutto&#33;</i><br><br>Il mio occhio s’è fatto pittore e ha ritratto sul quadro del mio cuore la rappresentazione della tua bellezza; come cornice lo reggo col mio corpo e, quanto a prospettiva, non c’è talento d’artista che lo vinca. E infatti attraverso il pittore tu devi guardare per scorgere l’opera della sua perizia e ricercare ove sia dipinta la tua vera immagine tuttavia fissata alla bottega del mio cuore, che i tuoi occhi ha per vetri alle finestre.<br>Vedi che si soccorrono a vicenda i nostri occhi: i miei hanno disegnato le tue forme e i tuoi sono finestre nel mio petto, attraverso le quali si compiace il sole d’affacciarsi e di guardare. <br>Eppure agli occhi manca l’abilità che li farebbe grandi: essi ritraggono il visibile soltanto, ma nulla sanno e mostrano del cuore.<br><br><i><b>GIOVANNA D’ARCO:</b></i><br><br><i>Quando fa tanto freddo, d&#39;inverno, e il freddo e il gelo tutto costringono, e si direbbe che tutto è morto, e gli uomini sono morti di freddo, e la neve e il ghiaccio su tutto si distendono come un lenzuolo e una corazza... e tutto sembra morto e tutto finito... <br>Sembra che tutto sia finito, allorquando un pettirosso incomincia a cantare...<br>Un venticello, venuto non si sa donde, incomincia a spirare&#33; Una certa tiepida pioggerella incomincia a cadere... E allora, il tempo di chiudere gli occhi, di contare sino a tre, e tutto è mutato&#33; Il tempo di contare sino a quattro, e tutto è cambiato&#33;</i><br><br>Se tu vivrai oltre i miei giorni rassegnati, quando l’ignobile morte avrà reso di polvere il mio corpo, e per un caso leggerai di nuovo questi poveri versi del tuo amante, paragonali a quelli del bel tempo in cui allora vivrai e, quand’anche fossero soverchiati dalle nobili rime d’altra penna, serbali soltanto per amore e non per l’arte che, poco dotata, non può rifulgere sul bel talento altrui.<br>Possa concedermi allora solamente tu questo amabile, minimo pensiero: “Se la modesta musa del mio amico fosse cresciuta con questa età fiorente, ben altri frutti avrebbe generato l’albero del suo amore, tali da sostenere ogni confronto. Ma poiché egli è morto ed i poeti sono oggi migliori, io leggerò per lo stile i loro versi, e per amore solo i versi suoi.”<br><br><i><b>GIOVANNA D’ARCO:</b></i><br><br><i>Tutto è bianco&#33; Tutto è rosa&#33; Tutto è verde&#33; Colui che volesse impedire ai susini di fiorire sarebbe davvero uno sciocco&#33; Colui che volesse impedire ai ciliegi di donar ciliege quando sono tutti carichi di belle ciliege...<br>E allorché Giovanna, nel mese di maggio, monta sul suo cavallo da battaglia, bisognerebbe fosse davvero sciocco colui che volesse impedire a tutta la Francia di muoversi&#33; Non odi le catene che da ogni parte scattano e si spezzano? Ah&#33; Mi fanno ridere queste catene che mi serrano le mani&#33; Io non le terrò sempre con me&#33; Si è visto ciò che Giovanna può compiere con una spada. Quella spada che San Michele mi ha donata&#33; Quella lucente spada&#33; Essa non si chiama Odio, essa si chiama Amore&#33;</i><br><br>Come possono mancare alla mia musa degni soggetti fintantoché tu vivi, che con dolcezza penetri i miei versi quale argomento d’invincibile eccellenza? Oh, renditi grazie se qualcosa di mio ti pare degno d’essere letto, poiché non v’è talento tanto ottuso che non potrebbe scrivere di te, che sei della poesia l’essenza stessa&#33;<br>Sii dunque tu la decima musa, dieci volte più degna delle nove che i rimatori chiamano a sostegno, e dona versi eterni a quel poeta che, confidente, t’invoca.<br>Se la mia musa schiva piace ai severi tempi che viviamo, sia dunque mia la fatica e tua la gloria.   <br><br><i><b>GIOVANNA D’ARCO:</b></i><br><br><i>Mio popolo&#33; popolo di Francia&#33; È mai vero, è mai vero che tu vuoi bruciarmi viva? E quel frate che poco fa era lì e che teneva aperto quel libro ov&#39;ío leggevo... Non è più lì... mi abbandona... è disceso...m&#39;abbandona ed io sono sola. Una voce odo più in alto di me che dice: « Giovanna, tu non sei sola&#33; ». Non voglio morire&#33; Ho paura&#33;</i><br><br>Oh, come più bella la bellezza pare quando la verità dolce l’adorna&#33; Bella è la rosa ma più leggiadra appare per il soave aroma che sprigiona. Le rose canine hanno bensì tinta viva come l’incarnato delle rose fragranti e, al pari di queste, giocano capricciose quando l’avvento caldo dell’estate le induce a sbocciare amabilmente, ma poiché l’apparenza è il solo pregio che hanno, nessuno le vagheggia e sfioriscono ignorate: esse davvero muoiono per sempre. Non così le dolci rose che sopravvivono alla morte nei profumi.<br>Così è di te; quando morrà la vaga giovinezza che decora leggiadra il tuo presente, della tua verità distilleranno i miei versi rapiti la sostanza.<br><br>Come corrono i flutti verso la riva pietrosa così i minuti della nostra vita franano giù verso la fine e, l’uno subentrando all’altro, si sospingono innanzi con affanno. <br>La nascita, entrata nell’oceano della luce, scorre fino all’età matura e, quivi raggiunta la pienezza, vede lottare contro il suo splendore infide eclissi, mentre il tempo lentamente annienta i doni poco prima accordati.<br>Il tempo guasta il fiore che abbellisce giovinezza e incide di rughe la sembianza lieta della bellezza, divora ogni vivente meraviglia e nulla mai risparmia la sua falce. Eppure nei tempi che verranno, a dispetto del suo fare crudele, vivranno i versi in cui ho cantato eterni i tuoi fulgenti meriti presenti.<br><br>Tempo verrà che l’amor mio sarà, così come ora sono, logoro e consunto: avranno l’ore seccato le sue vene e grinze e rughe solcato la sua fronte, sarà trascorso il mattino della sua giovinezza fino alla notte ripida dell’età senile, e tutte le bellezze sulle quali regna saranno svanite o per svanire agli occhi del mondo, conducendo con loro il bel tesoro della sua primavera. <br>Per quel momento io fin d’ora innalzo baluardi contro la lama crudele dell’estrema vecchiezza, affinché mai possa cancellare dalla memoria delle genti la bellezza del mio dolce amore, pur recidendo lo stame di sua vita.<br><br><i><b>GIOVANNA D’ARCO:</b></i><br><br><i>Più forti di quelle di ferro sono le catene dell&#39;amore&#33; È l&#39;amore che mi stringe le mani e mi impedisce di firmare. È la verità che mi serra le mani e m&#39;impedisce di sottoscrivere. Non posso. lo non posso mentire&#33; Madre&#33; Madre in alto più di me... Ah&#33; ho paura del fuoco che fa male. Questa grande fiamma, questa grande fiamma orribile...è forse questa la mia veste nuziale?</i><br><br>Che io trovi pace: quando la sentenza fatale contro cui non v’è cauzione m’avrà tolto da questo mondo, la mia vita sarà in questi versi che terrai sempre con te, per mio ricordo.<br>Rileggendoli vi troverai quella parte di me che avesti in dono. Alla terra non spetta che la terra; ma tuo è lo spirito immortale, l’anima regale dell’essere che sono.<br>Perciò, quando questo misero corpo sarà morto, tu non avrai smarrito con esso della mia vita che la veste vana, la preda dei vermi, l’infame bersaglio del coltello di un infame, cosa ben vile per menare vanto in avvenire della tua memoria: l’essenza mia spirituale invece è tutta in questi versi, i quali t’appartengono per sempre.<br><br><i><b>GIOVANNA D’ARCO:</b></i><br><br><i>Sono ancora queste catene che mi trattengono&#33; Eccomi&#33; vengo&#33; Le ho infrante&#33; Le ho spezzate&#33; La gioia è veramente la più forte&#33; E l&#39;amore alla fine vince ogni cosa&#33;</i><br><br>Perché è il mio verso tanto disadorno, spoglio di novelli incanti, uguale a se stesso ed avversario della vitalità dei mutamenti? Perché, seguitando la moda, non scendo a patti con le novità, coi versi strani dei poeti d’oggi? Perché non scrivo che di un soggetto solo – e sempre quello stesso – e do una sola veste alle creazioni dell’arte mia suprema, cosicché pare quasi ogni parola additare il mio nome e dare un chiaro indizio dell’origine sua e da dove venga?<br>Oh, sappiatelo dunque, dolce amore, che solo di voi scrivo e che di meglio davvero non so fare che rimettere a nuovo abiti vecchi, recuperando ancora e ancora usando della sola beltà di cui mi valsi. Poiché simile al sole, che sorge ogni giorno e poi tramonta, il mio amore non fa che sempre dire ciò che da sempre disse.    <br><br><i><b>BERNARDO DI CHIARAVALLE:</b></i><br><br><i>Non sembri assurdo ciò che ho detto, che anche Dio vive di una legge; non lo direi di una legge che non fosse quella dell’amore. Che cosa infatti in quella suprema e beata Trinità conserva quella suprema e ineffabile unità, se non l’amore? E’, dunque, una legge, una legge del Signore, la legge dell’amore, che stringe in unità la Trinità e la racchiude in un legame di pace. Ma non si creda, a questo proposito, che io concepisca l’amore come una qualità, come un qualche accidente. Io lo concepisco come la sostanza stessa di Dio, il che non è una dottrina nuova né insolita, dato che Giovanni dice “Dio è amore”. Perciò l’amore può essere giustamente definito Dio.</i><br><br><i>SIPARIO</i><br><br> <br><br>(Arte - Sceneggiatura)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Tue, 22 Mar 2005 13:17:43 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Morfologia della parola e tecniche di costruzione, di Guido Conforti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=39&tes=547&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[Laboratori Prima Disseminazione]<br><br><br><br> <i>“Quando il Signore ebbe finito di parlare con Mosè sul monte Sinai, gli diede le due tavole della Testimonianza, tavole di pietra, scritte dal dito di Dio (Es. 31,18).</i><br><br><br><br>Il protagonista del racconto dell’Esodo è la parola di Dio. <br>Avvolto da un cortina di nubi tra le pietraie del monte Sinai, per quaranta giorni e quaranta notti Dio parla con Mosè. Non parla “a”, ma parla “con” Mosé.. <br>In questo caso la parola si declina in un dia-logo, è il divenire di un rapporto a due, che si costruisce e si sostanzia nel comunicare all’altro il proprio dire e nel recepire in sé il dire altrui. <br>Mosè non vede Dio faccia a faccia, ma ne ascolta la parola e attraverso la parola ne fa una diretta e autentica conoscenza. Così come Dio stesso ascolta la parola di Mosè e ne percepisce i dubbi, le richieste, le intercessioni per un popolo eletto, ma “dalla dura cervice”.  <br>Tuttavia, Dio parla con Mosè guardando altrove. La sua volontà è quella di stabilire un’alleanza che indirizzi il senso della storia verso una convergenza tra l’uomo e il suo creatore. Per questo Dio prende due tavole di pietra e col suo stesso dito vi scrive sopra il testo di una sorta di contratto, atto concluso, perfetto e terzo rispetto alle parti contraenti.<br>In questo secondo caso la parola di Dio evade dal rapporto privilegiato con Mosè, sfugge alla contingenza del tempo e dello spazio prendendo una forma conoscibile in altro tempo e in altro spazio, scritta sulla pietra perché risulti immodificabile e incancellabile, oggetto di creazione più che di espressione del suo stesso autore.<br>Una volta scolpita sulle tavole del Sinai la parola di Dio entra nella storia trapassandola, diventa essa stessa protagonista della storia affrancandosi dalla effimera volatilità del presente. In questo senso possiamo dire che le tavole della Testimonianza “stanno” nel mondo come una “cosa” e analogamente a un quarzo, a un cespuglio di ginepro, a una coppia di zebre, a una risaia tailandese, a un contadino etiope, alla tour Eiffel, a Isacco Newton o al personaggio di Pinocchio.<br><br>Ciò che riscontriamo nell’archetipo del racconto dell’Esodo è proprio di ogni uso della parola scritta, la quale – una volta scritta – pur non rinnegandolo si affranca dal suo autore e muta si predispone alla lettura.<br>La scrittura può quindi essere esaminata per ciò che essa significa, ma ben prima di questo si presta ad essere conosciuta per il fatto stesso di esistere, in una forma propria e originale. <br>A cominciare dal supporto su cui è scritta (pietra, ossa, papiro, cera, pergamena, stoffa, legno, vetro, carta, muro, pelle, display, vagone di metropolitana…) per passare alla sua dislocazione spaziale su quello stesso supporto (laddove per stare al solo “senso” della scrittura Barthes ricorda che esistono esperienze di utilizzazione di tutte le direzioni ortogonali: dall’alto in basso il cinese, dal basso in alto il libico, da sinistra a destra il greco, da destra a sinistra l’arabo, altalenante l’ittita e probabilmente arrovesciato –ossia ruotato di 180° ogni riga- quello dell’isola di Pasqua) e per finire all’architettura, più o meno complessa, che sostiene la scrittura nel suo farsi.<br>Se la parola scritta è una “cosa” anziché un concetto (che al contrario è precondizione ex ante nella mente dell’autore e generazione ex post in quella del lettore) questa “cosa” può essere progettata, manufatta, guardata, maneggiata, descritta, copiata, inviata, decostruita, ricostruita, distrutta. <br>L’approccio dell’autore non è quindi quello dello sbobinatore di un pensiero intimo, bensì più propriamente quello dell’artigiano alle prese con una materia informe da modellarsi secondo una precisa immagine costruttiva e utilizzando un bagaglio di tecniche formali da coniugare con la propria originale creatività.<br>L’intera storia della scrittura può essere riletta come evoluzione di questa ricerca formale la quale, pur indirizzata dai modelli espressivi e dal gusto dei tempi, si impone continuamente e necessariamente di fronte al vuoto di ogni “pagina bianca”.<br>Gli esempi che seguono, appartenenti alla mia esperienza di scrittore, vogliono non solo rendere esplicito questo rapporto indissolubile tra opera e tecnica di costruzione, ma anche suggerire che la natura più autentica di ogni scrittura non risiede nel significato proprio delle parole bensì nella più ampia accezione possibile del suo significante, fino al punto di poterne coglierne il reale valore con un semplice sguardo, perfino scisso da una successiva e addirittura eventuale lettura.<br>Nel campo della poesia, della lirica breve, tutto ciò appare più immediatamente percepibile.<br>In Joie de vivre l’elemento centrale è costituito dal vento, simbolo di movimento e di novità, di cambiamento e di trasformazione. Qui l’uso del verso ropalico nella strofa centrale unito al progressivo aumentare d’intensità dello spostamento d’aria dalla stasi iniziale fino al volo finale disegna visivamente una vela spiegata sotto un vento di bolina. <br><br><i>Perduti in un oceano immobile e muto si aspetta<br>giorni<br>anni<br>vite<br>che s&#39;alzi il vento<br>e si sfamino le vele.<br><br>Aria<br>alito<br>anelito<br>soffio di Dio<br>tremito di ciglia<br>frullare di cupidi<br>refolo di gelsomini<br>ciocche scompigliate dal tango<br>porte spalancate dal maestrale<br>che già rinforza e spazzola la fronte<br>liberando pensieri, sogni, fantasie<br>e invadendo ogni poro d&#39;incontenibile<br>leggerezza che solleva lasciandoti senza<br>fiato.<br><br>Guarda laggiù l&#39;acqua che increspa<br>e sorridi.</i><br><br>In Zoom il precipitare dall’infinitamente grande verso l’infinitamente piccolo attraverso una lente antropomorfa suddivide il testo in due parti perfettamente simmetriche e alla fine combacianti in quell’unico punto sospeso nel vuoto.<br><br><i>omissis</i><br><br>     <br>Nelle Città visibili l’assoluta assenza di interpunzione definisce un flusso poetico dalla consistenza magmatica, suscettibile di essere ricostruito dallo stesso lettore in innumerevoli combinazioni a seconda della propria originale percezione dei pieni e dei vuoti, delle pause e delle accelerazioni, delle sottolineature e dei silenzi.<br>Non solo, ma allo stesso modo diviene così possibile fabbricare con ogni singola lirica una serie di mattoni dalla forma più varia, particelle elementari costitutive di un universo tutt’altro che virtuale e che anzi si dispiega assolutamente tangibile sotto ai nostri occhi.<br>Ecco, qui di seguito, alcuni possibili esempi tratti dalla manipolazione spaziale di Venezia.<br><i>omissis</i><br>Benché la poesia si presti a una più immediata comprensione delle tecniche di costruzione formale utilizzate, la prosa e particolarmente il romanzo non sfugge agli stessi principi e agli stessi vincoli, imponendo allo scrittore una accurata e necessaria progettazione architettonica rispetto alla quale la “trama” del racconto costituisce una minore e in fin dei conti irrilevante riduzione.<br>Anche nel caso del romanzo, insomma, non è tanto il contenuto-oggetto del racconto ad avere valore, bensì la modalità prospettica che irradia di sé il racconto stesso. <br>Il romanzo storico Tina e gli altri abbraccia l’arco di 150 anni, pari alla memoria che la protagonista ha di sé e degli eventi di cui ha sentito parlare in maniera diretta, scanditi in sedici capitoli che intervallano la narrazione di dieci in dieci anni. Il non-detto di quanto sta in mezzo (per quanto non detto) riesce comunque ad apparire nelle trasformazioni della vita di cui invece si dice e contribuisce a rendere l’immagine di un’esistenza riassunta per capi, di un contesto e di un’identità che si scarnificano nell’essenziale.<br><i>omissis</i><br>Analogamente, Di terre è concepito come la giustificazione di un’appartenenenza cromosomica attraverso l’animazione di un ipotetico albero generalogico in cui i protagonisti si animano in una sorta di Spoon River esteso ai viventi e selezionato in base ai diversi filtri (le radici, le case, il lavoro, l’amore, il futuro) applicati alle diverse generazioni. <br><i>omissis</i><br>In Cronache dalle retrovie la progressiva decostruzione del protagonista, che giorno dopo giorno si vede spogliato delle ragioni che ne avevano sostenuto l’esistenza in un loop di lento e continuo depauperamento psicologico, si accompagna ad una analoga ricostruzione dell’identità peronale che suddivide il romanzo in due parti assolutamente simmetriche, tanto nei tempi della narrazione (6 mesi e 6 mesi) quanto nei ritmi e perfino nell’insieme della “materia” utilizzata per la scrittura, che è perfettamente identica nel numero di caratteri, spazi inclusi. <br><i>omissis</i><br>RIFRAZIONI scomposte in corpo 12 corrisponde a un progetto ambizioso di romanzo a rete, scritto da una rete di dodici autori attraverso la rete web e appoggiandosi a uno schema architettonico reticolare basato sulla presenza di dodici racconti disposti su un’unità di tempo giornaliera, suddivisi in quattro quarti e interconnessi da una trama di racconti-sinapsi aventi la funzione di ponte logico-percettivo tra gli uni e gli altri. L’esito è un romanzo che presenta un numero straordinariamente elevato di possibili combinazioni di lettura (novecentonovantunmilaseicentosettantotto miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di scelte possibili) e che anche per questo riesce a ricreare nel lettore il mood tipico di un’esperienza del vociare globale affatto contemporanea.<br><i>omissis</i><br>L’architettura di Ricreazione è se possibile ancora più complessa, articolata su due tempi principali di cui nel primo si presentano 24 micro-racconti di un minuto, tutti invariabilmente collocati al minuto 59 di un’ora diversa, ma in realtà identica in quanto sfuggente sul fuso orario che corre davanti al moto del sole. Su assi opposti di meridiani i temi della donna, dell’ambiente, della solitudine, del lavoro, della violenza, dell’arte, dell’urbanesimo, della tecnologia, del potere, dell’amore, del mistero, della vita e della morte si dispiegano in un respiro privato eppure globale e aprono la strada a dodici racconti finali che ricreano un ventaglio di mondi possibili, esistenti se non altro in quanto possibili. Il tutto, ancora, intessuto finemente da 479 ricordi inessenziali che “proseguono” i celebri Je me souviens di Georges Perec e che costituiscono un gigantesco macramé della memoria collettiva, indispensabile per l’immaginazione di un qualsiasi nuovo futuro.<br><i>omissis</i><br><br>Al di là dei piccoli esempi cui ho accennato, rimane che ogni scrittura è parte viva, autonoma e integrante del nostro mondo e con essa conviviamo, in compagnia dei fantasmi che essa evoca ad ogni lettura. “Fantasma” in senso proprio, dal greco phantàzein “far vedere”, cosa che sfugge alla semplice idea di sé e di cui si fa esperienza attraverso i sensi, come in un sogno.<br>E concludo chiamando qui in mezzo a noi un fantasma che incarna i caratteri della bellezza assoluta e che basta leggere dalle pagine di Luis Borges per vederlo materializzarsi sotto i nostri occhi, con infinita leggerezza.<br><br><i>Da che agreste ballata della verde Inghilterra, <br>da quale miniatura persiana, da quale arcana regione,<br>delle notti e dei giorni che il nostro ieri racchiude,<br>venne la cerva bianca che stamane sognai?<br>Durò solo un secondo. La vidi attraversare il prato<br>e perdersi nell’oro d’un meriggio illusorio.<br>Lieve creatura fatta un po’ di memoria <br>e un po’ d’oblio, cerva a un solo lato.<br>I numi che reggono questo curioso mondo<br>M’hanno permesso di sognarti, non d’esserti padrone:<br>forse a una svolta del futuro profondo<br>t’incontrerò di nuovo, bianca cerva del sogno.<br>Sono anch’io un lucido sogno che dura<br>poco più di quel sogno del prato e del candore. </i><br><br><br>Guido Conforti <br><br>(Arte - Disseminazioni)]]></description>
<author><![CDATA[Guido Conforti]]></author>
<pubDate>Mon, 21 Mar 2005 13:17:49 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Einsturzende Camera - Inzimmer, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=39&tes=541&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[Laboratori Prima Disseminazione]<br><br><br><br> <br><br><br>Lui non è tranquillo, è agitato, le foglie si muovono, le tende si gonfiano, tutto cresce, bambini e piante, qualcosa si assottiglia, si alza da una sedia, lui va alla finestra, non passa nessuno, si volta, per un attimo si considera, poi si chiede, cosa stavo pensando? E suda.<br><br> <br>Così annaffia una pianta, si mangia le unghie, ha paura. Nessuno può distoglierlo dalla comprensione superflua che tutto sta accadendo ovunque, un vecchio si muove la dentiera, qualcuno si applica dello smalto, una lingua lecca il mignolo d’una mano destra adagiato sopra una coperta rossa, lui si mette in bocca una caramella alla liquirizia, ha la pressione bassa. Lui dorme poco, si scusa, è gentile, si ferma agli stop, ascolta la musica ad alto volume, a volte non vorrebbe parlare con nessuno, ha segreti. Paure. Lui sa che tutto accade ovunque e questa cosa lo atterrisce. Si ferma. Ci pensa. Suda.<br><br><br>Lui si disinteressa di molte cose teatrali e cerca di arrivare sempre prima in ordine sensoriale, si prende una sedia, si siede, guarda la scena. A lui piace che le cose sembra che vadano come lui vuole, e se così non è, vuole avere la capacità di saper comprendere ed adeguare una sfumatura, come una coperta troppo lunga: da rimboccare. <br><br> <br>Così costeggia un’insolente parata di topi blu camuffati da mare, lui guida nel sole, tiene il finestrino abbassato, non tocca quasi mai il freno, lui fuma, alza il volume della radio, prende le curve, si ferma ai passaggi pedonali, e quando serve di parcheggiare  - parcheggia, e continua a sudare, lui immagina gli altri nelle macchine immagina di poterli vedere come se la portiera del guidatore fosse trasparente e li vede seduti, sparati come pallottole con quei culini che, lui, ritiene ridicoli nella posa, e indossa occhiali da sole, tiene il braccio fuori, sa rendere la strada interessante anche come sfondo a sfumare proprio lui - che si dimentica delle date.<br><br> <br>Lui confessa a lei che ha paura, che ci sono cose minuscole cose più piccole dei batteri, cose che non si vedono che frantumano, cose che sono pesanti, con i denti, cose affilate, cose armate e pesanti, che fanno paura a tutti, ma nessuno ne parla.<br><br>Lei dice che non capisce perchè loro due stanno insieme, lui prepara da mangiare lascia cose dappertutto, lei deve digerire dopo mangiato e lascia aperta ogni cosa che usa per fatalità costante, che siano barattoli sportelli porte o sogni, lui s’adopera nelle manovre lui suda dalle sopracciglia e la fissa negli occhi, dentro agli occhi, lei si mette seduto dentro agli occhi e aspetta, lei e gli assorbenti interni lei che si lava i piedi e si prende cura di tutto e di niente, lui che dice dobbiamo essere meno apprensivi, lei che dice che già non si prendono cura di nessuna cosa utile ma si accontentano del giusto superfluo, e che lui forse sta con lei solo per le ripetute anzi continue anzi ossessive prestazioni sessuali lui le dice pensi che io stia con te solo per il sesso? Mangiano e ridono, si mettono gli occhiali, e li tolgono.<br><br>Loro sono chiusi in una stanza e nulla di quello che faranno cambierà questa implicita devianza.<br><br>Lui poi le prende il viso fra le mani o prepara il caffé.<br><br> <br><br>Lui pensa di essere abbastanza distratto da non apparire ricercato nel vestire pensa di essere elegante, di avere peso, sa che la scena può essere dominata, o pilotata, sa che l’elemento maggiormente flessibile prevale sempre in un sistema e quando trema s’accende una sigaretta o si nasconde, comunque recita. Lui pensa che la scrittura abbia molte sfumature, lui pensa che gli scrittori abbiano molte sfumature, categorie, razze, come le farfalle, lui dice che gli scrittori dovrebbero avere tre nomi, dovrebbero distinguersi, lui dice che la sfumatura peggiore è quella di essere uno scrittore kafkiano, uno scrittore kafkiano ha problemi, è irrisolto, si alza di continuo, si stanca, si annoia, non ha pace, Borges era uno scrittore kafkiano così come Calvino, dice lui, che s’assenta, che non da importanza, che traccheggia, lui che sorride o si mette una mano in tasca, lui che si guarda in uno specchio lui che seduce, lui che fa i complimenti, lui che dice ti stanno proprio bene queste scarpe o come ridi bene, lui che trae profitti, lui che salvaguarda, che sa essere produttivo. Non sa mai a che punto della sua vita dovrebbe fermarsi e quale punto presunto dovrebbe scegliere per formulare delle proiezioni esatte. <br>Lui che dice ma ora c’è fresco, o sembrava che andasse tutto così bene, oppure mi sento stanco, ho dormito poco. <br><br>Lui che non risponde mai alla domanda: perchè dormi poco?<br><br> <br><br>Eppure s’informava, prepagava, sosteneva che la caffeina fosse intelligente, lui giocava a scacchi e sapeva aspettare, lui conosceva le mosse, sapeva prevedere gli spostamenti, ragionare in proiezione, beveva vini fermi, rossi o bianchi, ma fermi, lui stava ore in silenzio ore seduto, poi squillava il telefono lui rispondeva “Sì?”, e dall’altra parte non rispondeva nessuno <br><br>Lui era nella stanza con lei quando lei c’era, questo era il problema. <br><br>Ma lui vuole che lei lo colori.<br><br> <br><br>Anche se non ha molto da dire, si mette una mano dietro la testa, si stende sul divano, cerca di stare comodo, o cerca di stare fresco, suda, non ha ventilatori, lui ha paura dei mal di gola estivi lui, che  aveva visto la neve, e il mare, e le cascate, e i vulcani, lui che aveva studiato l’astrologia e la pornografia, e di tutto, s’era annoiato.<br>Lui prendeva gli autobus senza biglietto, pisciava sui muri, e col piscio disegnava la lettera A, e provava a fare un cerchio, oppure faceva come due zeta, ma la svastica non veniva bene per volere divino.<br><br> <br><br>Lui piagnucola quando si fa male, ha cura delle parti membranose, lui si disfa di quello che scrive dice “Come una pelle” e insinua “Ho una pelle splendida” e fuma e nonostante questo sorride e aggiunge “Senza usare creme” e poi prende la macchina, va via, si ferma a bere del vino, inciampa, lui pensa di fare qualcosa di eclatante, lui dice “Io scrivo” e le ragazze gli scivolano di fianco lungo la strada e lui guarda le loro ombre e dice “Io vi scrivo” lui sa che qualcuno adesso sta facendo l’amore e qualcun altro ha le emorroidi e pensa “Io ne scrivo” e non possiede nulla ed è incerto sui risultati sportivi come chiunque e una farfalla viene bruciata e una donna mangia suo figlio e lui dice “Io ne scrivo” e si ferma di nuovo a prendere da bere, dorme poco, lascia il lenzuolo sventolare nel buio e se lo lascia cadere morbidamente sulle gambe e prova sollievo e pensa “Io ne scriverò” e non riesce a prender sonno e accende la luce e va in bagno e si guarda allo specchio, lui fissa una piastrella sporca, un vetro smerigliato, un tubetto di dentifricio usato, e una luce passa fuori, lampeggiando, e lui si siede e.<br><br>Ne.<br><br>Scrive.<br><br>Lui dorme poco per questo.<br><br>E altri motivi.<br><br> <br><br>Lui è permeato di una certa instabilità, veste scuro, per dire: arriva davanti a una lavagna e scrive “CAMICIE” e poi sotto “LATTE” e lei dice “Prova a sommarli e vediamo che succede” e s’incammina sbarellando, sparisce in una stanza buia, lui pensa, eccola la poesia, come sbarella e svanisce, la poesia che va in bagno, e si tira giù le mutande, stringe gli occhi “Tutta questa luce” dice oppure “Come?” e sparisce di nuovo, lei che si sdraia, e lui vuole seguirla, la segue, poi non prende sonno, si alza, chiude meglio la serranda “Tutta questa maledetta luce” dice, e si sdraia vicino a lei, e non dorme, ma la accarezza.<br>Quando lei è nella stanza lui è con lei, questo è il problema, e pensa alle cose che ha scritto e nulla gli appare importante, si sente inadeguato, incompleto, irrisolto, pensa a kafka, pensa forse sarebbe meglio dormire, kafka, e lei si volta su un fianco, lui gli da un bacio con gli occhi chiusi, lui pensa lei non ricorderà questo bacio vero kafka? Lui pensa alla memoria, a dei corridoi, a delle figure senza testa, sbiadite, senza voce, cose che si consumano, pensa ai vinili, e si tocca piano un inguine, poi, in qualche modo. Lui dorme.<br><br> <br>(momento di disagevole silenzio proprio del sonno, piccola tregua di morte)<br><br>E poi.<br><br>Il mattino.<br><br>Entrambi, nella stanza.<br>Lui è alla finestra, lei legge le sue cose.<br>Lui si sente a disagio con qualcuno nella stanza che legge le sue cose, ma non con lei, e poi vorrebbe dirle qualcosa di orginale ma si dimentica,  e allora dice: “Voglio indossare cose leggere” e si spaventa,  si siede, si toglie le infradito. Lui osserva gli insetti e li rispetta, accende le candele, dice “Le candele vanno accese non sono oggetti ornamentali”, lei s’annoia, si infesta, si contamina, si basta, dice cose semplici tipo “Ho fame” oppure “Ho sete” o ancora “Mi abbracci troppo poco” e lui si guarda alle spalle, osserva il vicinato, lui non riesce a tenere dietro alla casa, lui instaura un rapporto con le piante, con le cose, lui si scusa coi fornelli, lui chiama lei “Mia raffineria” e lei lascia la stanza, perché lui vuole che lei lasci la stanza e lei va via, va via sui treni, nelle macchine, sulle sue gambe e comunque porta via tutto, lascia un paio d’infradito, dei fogli, la cucina pulita, lei sotto il sole, lui nella stanza solo, che aspetta di scrivere, perchè é da solo, io scrivo pensa, e lo scrive.<br><br>Ma quando lui scrive di sé parla di un altro e quello che ne risulta è lo scritto di un terzo. <br><br> <br><br>E così, con un bicchiere di vino fermo in mano, pensa di saper valutare un film, appoggia il bicchiere e s’osserva di profilo nello specchio, assume una posa che dal vivo, in movimento, non assumerà mai ma quella - esatta,  è la posa che lo convince, che lo rassicura, perchè lui si domanda, ha schemi, cerca cose, e quando cerca deve andare dentro di sé e trovare i suoi moduli, le sue affinità, e risolvere il problema, assolvere la domanda.<br><br>Risolvere il problema. Assolvere la domanda.<br><br>E poi prende da bere, paga in anticipo, lui ha tasche e nelle tasche mette le mani, lui è triste e non sa dove mettere la tristezza, e si guarda le mani e pensa: sono mie? E nell&#39;indecisione compra un frigorifero a rate, una scultura, compra delle stampe di Schiele e dice “Comprerò delle cornici a questi quadri” e poi non lo fa, non compra le cornici e le stampe non vengono a rivendicare la promessa non assolta, e questo le rende divine.<br><br> <br>Perché lui è evanescente, come l’amore è evanescente, e sale dalle scale e con un dito sfiora il marmo, arriva in ufficio, prende una sedia, si siede, e parla. Lui parla negli uffici, e poi se ne va. Lui non discute e dice cose tipo “Non ne vale la pena” o “Non si affronta” e appende cose al muro, fissa le mensole, sposta i libri e in un giovedì d’estate decide di essere vegetariano, all&#39;improvviso, così alle cinque si dibatte, si confuta, si riunisce in assemblea, legisla, emana, e decide: sono vegetariano. E alle sei si apre una bottiglia di vino e affetta del salame, e dice “Quando ero vegetariano” e ride, lui è fatto così, in una sera d’inverno, con la ragazza di kafka che indossa un cappotto anche se all’interno fa caldo, è fatto così, e infatti del vino cade nella manica del cappotto della ragazza.<br><br> <br>Lui cammina da solo, nei boschi, per i sentieri, o nelle vie del centro, lui scruta dentro alle fineste buie osserva le sagome, se vede un gruppo di piccioni ci cammina nel mezzo e li va volare via con un fruscio, lui guarda le ragazze che corrono in mezzo ai piccioni, guarda i piedi delle ragazze e ascolta quello che si dicono i bambini dalla finestra della camera da letto spalancata,  e quando lo fa lei è con lui, e lei dice “Il bambino le sta raccontando un segreto” e lui dice “Il bambino la sta baciando” e lui torna a fare le sue pose e lei torna a fare le sue rose e compra dei fiori per lui, fiori viola, che si aprono lenti, nei vasi, lasciano cadere i petali, riempiono l’aria delle loro molecole dolciastre, e infine muoiono. <br><br>Lei dice “Potevamo farli seccare” lui dice “Sono morti, fanculo” e li butta nel secchio a testa giù. <br><br><br>Per questo si barcamena, fa minacce, cerca di incutere timore agli oggetti, lei dice “Perchè non scrivi quando ci sono io?” lui spolvera, si toglie la maglietta, risponde “Perché preferisco stare con te” e lei prepara un caffé, si illanguidisce, dice “Ma non ce l’hai un ventilatore?” e lui possiede un ventilatore ma non lo trova, è nascosto, sparito, è smontato e diviso e celato, e lei dice “Qual’è la cosa migliore che hai scritto?” e lui guarda le formiche e le insegue e pensa ma fa solo domande? <br><br>Lui è preoccupato dalle formiche e risponde “Lei vaga nuda per un segno” e mentre lei si volta, lui, s’innamora anche oggi.<br><br>Anche oggi<br><br>Lui sfoglia le riviste di moda al bagno, si sente intuitivo, compra sei varietà di thé, è gentile con la cassiera, disinvolto nelle pizzerie, lontano dalle discoteche, seduto sulle sedie, lui è la sentinella di tutte le cose e delle cose vede la faccia, vede la faccia delle case, delle piante, delle strade, lui vede le ombre che formano lettere, tutte la lettera A, lei a volte non risponde, a lui squilla il telefono e dice “Sì?” e di là non risponde nessuno e lui è molto preoccupato perché le cose gli sfuggono, lui le scrive ma alla fine non le scrive tutte e guarda lei mentre fuori piove e dice “Non scrivo nulla.” <br><br>Lei lo ama così lo rassicura, gli toglie la maglietta, gli dice “Annusami qui” e poi parla di marmellate e di un suo amico che vive in america che ha un gemello che vive in spagna.<br><br>Così lui si dimentica presto e in fondo lei queste cose le insegna.<br><br>E lui evapora, ha pensieri stretti come i vicoli di Genova aderenti come le lenti a contatto, lei canticchia mentre disegna e mentre disegna beve, e tiene un piede fuori e uno dentro e cambia i gusti musicali, lui dice: nemmeno la pioggia ha mani così piccole <br>E lei lascia dondolare una caviglia dalla sedia e prende un ago in mano e cuce, che siano libri o disastri o pulcini con la suoneria dentro.<br><br>E nonostante tutto questo cucire lui pensa che dovrebbero mettere più musica durante la giornata, pensa che la giornata vada posseduta, non condivisa, che la giornata vada fatta in pezzi, i pezzi sono semplici, si mettono in fila, lui pensa: mettere le cose in fila. E mette i cure nell&#39;aria, come un vaporizzatore.<br> <br><br>Lui pensa, ho due gatti, e loro si materializzano sulle sedie, sdraiati davanti alle porte, infestano e lasciano brandelli, ciuffi, palline di pelo per i corridoi e sotto gli armadi e negli angoli e lasciano peli sottili attaccati ai divani come spine d&#39;un pesce leggero e ventilato e miagolano, parlano la loro lingua, lui dice a lei che i gatti erediteranno il pianeta e useranno gli umani come oggetti, come cose, useranno gli umani per reggere i loro computer e i loro tavoli, gli umani faranno da sedia ai gatti, le composizioni più complesse d&#39;umani formeranno divani, biblioteche, corridoi, dice che tutto questo accadrà quando i gatti si alzeranno in piedi, dice che ne ha visto già qualcuno camminare su due gambe per gioco, dice che tutte le distruzioni cominciano per gioco.<br><br> <br><br>Ma lui ha capito il piano dei gatti e cerca di parlargli col pensiero. <br>Lui pensa che loro lo capiscano. Loro si stendono sulle sedie stirano le zampe, si acciambellano sui divani, aprono le piccole bocche rosa come pugni di neonato e sbadigliano, e pisciano sopra le fotografie.  Lui dice che ci saranno umani imbalsamati  con le braccia e le gambe tirate su che serviranno per reggere i cristalli dove i gatti appoggeranno i loro oggetti da razza superiore, tutte cose perlopiù inutili come le cavallette o i gomitoli di lana, lei si sdraia sul divani mette i piedi all&#39;aria dice “Ma basta con questa storia dei gatti”. <br>Lui pensa che lei pensi cose che poi non gli dice, cose con i denti. Lui pensa che anche lei ha paura, e quando ha paura non parla.  <br><br>Lui pensa che la sua esistenza, di lui, sia bloccata dal suo stesso esser vivo, causa che lo rende sveglio, in questo momento, e gli trasmette questo senso di rassegnazione all&#39;idea che qualcuno, sempre in questo momento, sia lì a preoccuparsi di lui più di quanto lui stesso non faccia, e sospira di questa evanescenza. Ha cause nobili da portare avanti ma non ha idea di cosa sia un concetto di libertà. Vorrebbe cominciare una rivoluzione ma non riesce nemmeno a sistemare i cd nella custodia. <br> <br><br>E lei si siede sui braccioli sorseggiando l&#39;acqua direttamente dalla bottiglia, si estranea, lei ha bisogno di molte cure o di poche, a seconda di. <br>È il (data odierna) e lui si accerta per la prima volta che esiste. <br>Così si accende una sigaretta. <br>Lei smette di parlare. <br>Lui pensa di indossare pantaloni di velluto, colori chiari, golfini con il collo a V. <br>Pensa che dovrebbe cambiare la macchina.<br>Comprare le cornici ai quadri di Schiele. <br>Le divine cornici.<br>Tutti questi movimenti sono spontaneamente demandati nel tempo, comunque una cosa illogica, una sequenza tutta sua. <br>Si accerta anche di questo. <br>Colleziona.<br><br>Tutto in fondo è semplice ed inutile.<br><br>E che si avverino i loro desideri, che possano credere in se stessi e che diventino indifesi come bambini perchè la debolezza è potenza mentre e la forza è niente.<br>Rigidità e forza camminano insieme alla morte.<br>L&#39;elemento maggiormente flessibile prevale sempre in un sistema.<br>In natura, l&#39;unica costante è il cambiamento.<br><br>Lui ci pensa. Sorride. Suda.<br><br>Tutto in fondo è semplice ed inutile.<br><br>Come lui e lei.<br>Insieme.<br>Adesso.<br>Nella stessa.<br>Identica.<br>Stanza.<br> <br><br><br><br><br><br><br><b>© Smith &amp; Laforgue Indipendent Press<br>Prima edizione: Settembre 2004<br>Einsturzende Camera:<br>Tommaso Balerna - Piano, fagotto<br>Enrico Masi - Sintentica<br>Alessandro Ansuini - Parole, voce</b><br><br><br><br><b>Brevi cenni sul progetto:</b><br><br>Per spiegare ciò che il progetto Einsturzende Camera intende proporre, nella forma di Alessandro Ansuini – poeta, Tommaso Balerna ed Enrico Masi – musicisti, bisognerebbe ripercorrere lo sviluppo che la poesia di ricerca, o in altri termini poesia moderna, ha subito con l’avvento dei Surrealisti, dei Futuristi, e più avanti del gruppo ’63 e dei Novissimi in Italia, passando dai reading poetici alle letture sonore.<br>La poesia, di cui già nell&#39;ottocento Baudelaire cantava la morte e reclamava la dignità, ha cominciato ad allungare le dita come tralicci di edera verso altre arti, la pittura, la musica e il teatro con l’obiettivo di creare una nuova forma d’arte capace di rivolgersi a tutti i sensi dell&#39;uomo, – una sorta di realizzazione dell’ambizioso quanto utopistico progetto Rimbaudiano ipotizzato nella Lettera del Veggente.<br>Il progetto Einsturzende Camera, lungi dal modo desueto di intendere i reading – si pone come ponte fra tutte queste arti: il poeta e i musicisti portano contributi distinti, compiono una sperimentazione &quot;parallela” fondendole in un esibizione live di musica che varia dalla classica all’elettronica, dal progressive al jazz – alla visione di uno spettacolo teatrale, supportato da un uso della voce che sfrutta la sonorità del linguaggio, l’intonazione, la pronuncia, incentivando quella ricerca onomatopeica che era arrivata alle lingue inventate delle avanguardie storiche, fatte di puri fonemi, ma in questo caso senza mai sconfinare nel non sense: la parola è usata sia come elemento musicale a se stante, sia come abbinamento del testo poetico all’esecuzione musicale, fermo restando che la centralità del messaggio verbale può venire superata: si consideri, ad esempio, che durante le performances degli einsturzende camera può divenire prevalente l’azione (e il suo valore astratto, &quot;concettuale&quot;), oppure la mimica e la gestualità, o anche soltanto la presenza corporea del poeta e dei musicisti, impegnati costantemente in un teatro vivente che si scambia i ruoli in continuazione. <br><br> <br><br>(Arte - Disseminazioni)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Sun, 20 Mar 2005 20:15:38 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[TRANNE RETTILI, di Antonio Koch]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=533&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=533&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> “basta voglio uscire”<br>disse giada<br>prese il cappotto<br>uscì nella strada<br>camminò svelta<br>girò gli angoli dei muri<br>delle cose<br>entrò nei posti<br>comprò da bere<br>da mangiare<br>tornò in casa<br>ci raccontò a tutti<br>di quando faceva volare l’aquilone<br>nel tal posto<br>nel tal anno<br>eccetera<br>si mangiò<br>dormimmo<br>io abbracciato<br>lei sola<br>dopo qualche giorno<br>le dissi della cosa<br>dell’amore.<br><br>questo accadeva<br>in tempi diversi<br>soprattutto<br>con diversi protagonisti<br>in carne e ossa<br>e altro<br>si leggevano molti libri<br>si guardavano cinema e film<br>l’architettura<br>molte cose<br>ci occupavano<br>con la mente<br>i pensieri<br>di chi chissà<br>chi l’ha detto<br>chi l’ha fatto<br>non me lo chiedo<br>adesso<br>dopo i molti oggetti<br>composti<br>di allora<br>in cui mancava<br>un oggetto<br>un punto<br>una domanda<br>alcuni<br>ci spiegavano<br>a volte<br>giada prendeva appunti<br>camminava in giardino<br>in compagnia di questo<br>o di quello<br>o di me.<br><br>molti specchi<br>c’erano<br>li pulivamo con gli stracci<br>poi gli stracci li gettavamo nel buco<br>accendevamo le luci<br>il clima cambiava spesso<br>stavamo scalzi<br>avevamo il riscaldamento<br>una sola tv sempre accesa<br>ma nessuno la guardava<br>in camera di gregorio<br>un monitor che ronzava<br>all’infinito<br>con scritto<br>“a casa tua”<br>questo c’era scritto<br>molti lo leggevano<br>era casa nostra<br>niente c’era appeso ai muri<br>solo qualche chiodo<br>qua e là<br>un po’ di ruggine.<br><br>“cos’è come ti senti”<br>ci chiedevamo in continuazione.<br><br>prendevamo le parti<br>ora di chi<br>ora di qualcuno<br>ora di qualcosa<br>ci chiedevamo spesso<br>l’ora<br>discorrevamo<br>ore e ore<br>parlavamo<br>di cose diverse<br>svariati argomenti<br>con l’acqua nei bicchieri<br>il vino e il salato<br>le candele spesso finivano<br>quando c’erano<br>oppure la luce elettrica<br>i cavi scoperti nel muro.<br><br>“dovresti coprirli quei cavi”<br>gli dicevamo sempre<br>ma lui stava zitto<br>da tempo aveva smesso di sorridere.<br><br>“metterli a posto” gli dicevamo.<br><br>facevamo tutti<br>qualcosa<br>soprattutto<br>conoscevamo i dintorni<br>le facce<br>guardavamo bene tutti<br>li sapevamo distinguere<br>avevamo gli stessi occhi<br>eravamo già scappati<br>dopo la fuga<br>dopo il ritorno<br>conoscevamo i perimetri<br>le aree<br>i camminamenti<br>le barriere<br>il dietro degli edifici<br>“buildings”<br>diceva giada<br>prendeva appunti.<br><br>facevamo modifiche<br>lente<br>complesse<br>molteplici<br>proseguivamo lungo i fili<br>ci tenevamo stretti<br>tessevamo in continuazione<br>il cucito<br>la lana<br>i punti esclamativi.<br><br>la donna di samuele<br>l’altra<br>vedeva tutto giallo<br>specie il contorno occhi<br>miriam si chiamava.<br><br>“terzo su ottavo giù, nove e tre quarti”<br>disse quella sera<br>perché si esprimeva in gradi<br>era più che matematica<br>era superba<br>le rispondemmo tutti<br>ci fu un segnale<br>un’esplosione<br>che fece a metà la finestra<br>le ante dell’armadio<br>le persiane<br>le veneziane<br>l’ombra del nostro salotto<br>ci fece aprire gli occhi<br>in uno unico senza pupilla<br>di un altro colore.<br><br>“che è stato” mormorò<br>“calma l’attesa” disse un altro<br>forse io<br>non ricordavo<br>pensavo a un’altra epoca.<br><br>“quella di prima”<br>fece giada guardandomi fisso<br>leggendomi nel pensiero<br>mi prese le mani<br>mi portò giù<br>in strada<br>disse “il pane”<br>e tremante<br>mi mostrò il fornaio<br>la baguette<br>mi morsicò il collo<br>mi strappò l’orecchio sinistro.<br><br>capisci<br>pensai di dire<br>perché tutto questo finisce<br>le sorrisi<br>così sistemai tutto<br>per il momento<br>per il natale.<br><br>roberto faceva il robivecchi<br>trovava cose ovunque<br>riempiva le casse<br>montava sedie e tavoli<br>mangiava le viti<br>si forava coi chiodi<br>la pelle degli avambracci<br>rideva spesso<br>aveva studiato danza e circo<br>correva più veloce di tutti<br>amava lo sport<br>portava un vetro al collo<br>con un laccio di cuoio<br>stava spesso nudo<br>faceva lunghi monologhi allo specchio<br>lo ammiravamo tutti<br>era dentro di noi<br>“non importa quello che dici<br>importa come lo dico”<br>soleva ripeterci<br>era un po’ antiquato.<br><br>altrove<br>in mezzo alle scale<br>fiorivano vecchi fiori<br>vecchie piante colorate<br>sbocciavano vecchie gemme<br>vecchi alberi<br>crescevano<br>si abbarbicavano<br>alle strutture<br>si dovevano innaffiare<br>qualche volta<br>ogni tanto<br>lo faceva nicola<br>di solito<br>usava l’acqua per i suoi scopi<br>per il bene di tutti<br>nutriva molte speranze.<br><br>così quella sera<br>giada tornò<br>si fermò tra le piante<br>fu lì che la trovammo<br>la trovai accanto al melo<br>senza cappotto<br>furba e sapiente<br>e decorosa<br>e silenziosa<br>non mi disse niente<br>mi fece provare la camicetta<br>mi disse che aveva mangiato troppo<br>che non sapeva più dove sbattere la testa<br>“prova sul muro” le consigliai io<br>ma c’era la carta da parati<br>coi fiori che si staccavano continuamente<br>pendevano molli tra i gatti<br>gli avanzi<br>il resto<br>ma vetro non ce n’era<br>non volevamo schegge nei piedi<br>sangue<br>questo lo sapevamo bene.<br><br>“cosa evidenzi” mi chiese<br>seduti al tavolo notturno<br>“questo” le dissi<br>fummo contenti<br>facemmo un principio<br>ci mettemmo alla ricerca di una lama<br>poi stanchi e arruffati<br>ci demmo fuoco<br>bruciammo un po’.<br><br>“che c’è da dire” diceva giacomo<br>“da vedere che c’è, sei ferito” diceva corrucciato<br>non andava bene<br>aveva paura che finisse l’effetto<br>“se l’effetto finisce” diceva<br>“l’effetto sta per finire” ripeteva<br>mentre noi continuavamo<br>a scambiarci le personalità<br>finivamo la partita<br>ci davamo dentro col beach volley<br>il minigolf<br>la corsa campestre<br>se nella stagione giusta<br>fiorivano quegli stessi fiori<br>o si piangeva per gli stessi motivi<br>dunque ci escludevamo<br>eravamo soli<br>questo le ripetevo spesso<br>per molti mesi<br>a partire da quel momento<br>quella sera<br>quei materiali<br>le dissi<br>circa e più e meno<br>e quasi e per cui<br>“con chi parli” disse lei<br>scoprii che si nutriva di lenzuola<br>erano tutte mordicchiate<br>come fazzoletti mordicchiati<br>le lenzuola<br>così grandi<br>questo mi faceva paura.<br><br>“hai visto il film”<br>diceva diego<br>si dava un tono<br>correva su e giù<br>di base non credeva nel progetto<br>“ho una fame una fame da lupi” cantilenava<br>e toccava le pareti<br>con le mani<br>spostava le forbici<br>da qui a lì<br>usava un mucchio di cose<br>aveva il pallino del ciclismo<br>di solito puzzava<br>dava fastidio a tutti<br>ma giada non diceva niente.<br><br>per esempio<br>cambiava le etichette delle bottiglie<br>scarabocchiava i libri<br>fumava troppo<br>non sapeva niente<br>non parlava mai<br>rubava i soldi dalle tasche dei vestiti<br>era un personaggio negativo<br>noi lo amavamo tutti<br>non ho mai saputo<br>il suo vero nome<br>quando le fontane si ghiacciavano<br>lui rompeva il ghiaccio con le scarpe<br>gli stivali<br>si inzuppava i calzoni<br>in quelle occasioni rideva<br>ridevamo tutti.<br><br>un mese dopo<br>giada mi fece copiare<br>“puoi” disse<br>mi permise<br>di rubarle le battute<br>la scena<br>i flash dei fotografi<br>stava ferma<br>giada<br>era bellissima<br>era la migliore amica<br>di nessuno<br>aveva non pochi privilegi<br>nel complesso<br>eravamo ben assortiti<br>tutti quanti<br>noi insieme<br>non eravamo male<br>funzionavamo quasi.<br><br>sicché roberto<br>venne fuori<br>si mise a parlare di pesce<br>pescatori<br>nel suo modo così serioso<br>altezzoso<br>pieno di vanità<br>tutti pensavamo<br>cose diverse<br>lui non era<br>chi diceva di essere<br>oppure<br>aveva un altro senso<br>bisognava prenderlo per com’era<br>ad ogni modo<br>era l’anima della festa<br>benvoluto a tutti i party<br>alcuni si arrabbiavano con lui.<br><br>“cambia frequenza”<br>gli dicevano<br>lo minacciavano pacatamente<br>lui se ne infischiava<br>cantava a bocca chiusa<br>“mmm” faceva<br>disegnava sui muri<br>tutto<br>tranne rettili.<br><br>“scene di guerra”<br>cantava giada<br>e ballava per sempre.<br><br>“vai vai vai”<br>persino diego si rilassava<br>decideva di chiudere gli occhi<br>ma solo nelle sere più tranquille<br>o qualche notte a parte.<br><br>viaggiavamo poco<br>o in altri periodi.<br><br>difficile che commettessimo<br>qualche errore<br>nel senso stretto del termine.<br><br>invece sbagliavamo parecchio<br>anche se ricordavamo molte usanze.<br><br>ci sfuggivano<br>certi particolari<br>certe trame<br>certi tipi di tessuto<br>certe gradazioni di colore<br>indaco cobalto<br>cose così.<br><br>vivevamo forse<br>lo posso dire<br>vivevamo di sfumature<br>di doppi sensi<br>cercavamo di usare parole<br>con poche vocali<br>portavamo a spasso<br>i cani degli altri<br>ma solo in casi estremi.<br><br>guardavamo documentari sui palmizi<br>sui tifoni<br>seguivamo le informazioni.<br><br>ad ogni modo<br>la settimana dopo<br>giacomo disse<br>che ora<br>che stava per finire l’effetto<br>non voleva più lavare i piatti<br>avrebbe smesso di fumare<br>si sarebbe messo a dieta<br>“ti perderemo” gli dissi<br>ero preoccupato<br>“l’effetto non sta finendo” gli disse giada<br>“rilassati non ci pensare” gli disse samuele<br>“basta che ti ricordi” gli disse miriam<br>fu l’unica che gli sorrise<br>“tutto fila liscio” gli disse roberto<br>demodé<br>conforme al resto<br>adeguato<br>pronto a tutto<br>“non hai fame io ho molta fame” gli disse diego<br>inespressivo<br>solido e lucido<br>ma giacomo<br>con poche obiezioni<br>aveva già finito<br>tutti avevano detto la verità<br>eravamo intoccabili<br>molto profumati.<br><br>gli echi delle nostre voci<br>rimbombavano nel palazzo<br>sui muri<br>tra un angolo e il precedente.<br><br>palline da golf<br>non ce n’erano più<br>ma un giorno di quell’autunno<br>samuele trovò un biglietto dell’autobus<br>lo incorniciò<br>lo appese in bagno<br>ci rovesciò sopra mezza bottiglia di colluttorio<br>“vi serve un biglietto” ci scrisse sotto<br>era questo che ci faceva ridere<br>samuele era in gamba<br>se si impegnava<br>se voleva fare qualcosa<br>contribuiva<br>così lo amavamo molto<br>tutti lo adoravano<br>era molto intelligente<br>non lo frequentavo spesso<br>gli dicevo bugie.<br><br>era questo<br>il valore<br>le cose<br>in cui credevamo<br>tutto ciò<br>quello che dico<br>di cosa parlo<br>quando parlo<br>degli altri.<br><br>“e così giacomo”<br>dissi un giorno<br>al tramonto<br>ma avevo sbagliato persona<br>“cosa ci fai qui”<br>dissi all’estraneo<br>era in controluce<br>“non lo so” disse giacomo<br>era in forma<br>avrebbe potuto<br>attraversare qualche deserto<br>un po’ di canyon<br>gole<br>crepacci<br>trappole<br>anche se non era immune<br>parlava troppo<br>dipingeva<br>dentro e fuori dai quadri<br>compresa la cornice.<br><br>“non creare equivoci”<br>mi sussurrò giada<br>quella notte<br>nera<br>sul cuscino<br>“gusta questi sapori<br>non dire basta”<br>mi sussurrò<br>gelida nel buio<br>e fu come un ponte<br>che crolla<br>o un muro<br>che s’alza<br>o un mattone<br>che cede<br>o una puntina da disegno<br>quello che si vuole<br>fu quanto di più sicuro<br>eravamo tutti e due<br>così avvolti<br>la mattina infatti<br>non ci svegliammo<br>da ciò capimmo<br>la qualità del sogno<br>la sua densità<br>cercammo<br>di coinvolgere gli altri.<br><br>“spazzatura”<br>gridò infuriato giacomo<br>non stava bene.<br><br>dormendo<br>si sperimenta<br>pensai<br>ci si vuole bene.<br><br>giada però<br>sembrava infernale<br>aveva la testa<br>tutta diversa<br>parlava di animali grigi<br>una specie dimenticata<br>aveva strisce nere<br>sulle guance<br>era totale<br>mi spiazzava<br>ero confuso<br>non sapevo più<br>cosa fosse una finestra<br>per non parlare di aprirla<br>se ce n’era bisogno<br>d’altronde<br>non capivo più niente<br>stavamo tutti su un’isola<br>questo lo ricordo<br>la vegetazione lussureggiante<br>il sole che bruciava<br>e tutti gli altri pianeti<br>lo spazio<br>la spianata<br>la sabbia<br>la roccia<br>il paesaggio<br>nell’insieme<br>dall’alto<br>sullo sfondo<br>l’orizzonte<br>le onde<br>la riva<br>i granchi<br>la margarina<br>la mancanza di originalità<br>le definizioni<br>loro<br>che ci ordinavano di smetterla<br>le mani sui fianchi<br>le nostre mani<br>sto divagando.<br><br>“anni e anni passarono” dissi<br>e “scherzo”<br>e le presi la faccia tra le mani<br>mi stavo dividendo in tre<br>lei era ferma<br>tra sette e undicimila<br>eravamo<br>numericamente incompatibili<br>le calcolatrici<br>non funzionavano più.<br><br>“usa il computer”<br>diceva miriam<br>e si truccava<br>le labbra<br>coi colori<br>che vedeva<br>quello che trovava<br>spiluccava<br>qua e là.<br><br>ma la tecnologia<br>non ci interessava.<br><br>i tasti<br>i fili.<br><br>gli imballaggi<br>la carta da scoppiare<br>la plastica.<br><br>la gomma<br>il processore<br>i circuiti<br>cose<br>prive di significato<br>non portavano niente.<br><br>studiavamo ancora l’alfabeto<br>come i giapponesi.<br><br>nessuno<br>aveva mai<br>la gola secca.<br><br>questo fa parte del gioco<br>pensavamo.<br><br>cominciammo<br>a stare zitti.<br><br>non parlavamo più<br>neanche<br>davanti allo specchio.<br><br>eravamo<br>agitati.<br><br>giacomo andò non so dove<br>poi ritornò uguale.<br><br>samuele perse<br>ciglia e sopracciglia.<br><br>“vorrei dargli un figlio”<br>mi confidava miriam<br>poi riprendeva<br>a parlare<br>di lavoro<br>di cose pubbliche<br>aveva coraggio<br>si esponeva più di tutti.<br><br>io annuivo spesso<br>o tenevo il capo chino<br>o guardavo per aria<br>o compravo una lampada nuova<br>fissavo mensole<br>controllavo i ripiani<br>perdevo tempo<br>ero apprezzato da tutti<br>ero sicuro di me.<br><br>camminavo<br>facevo<br>lunghe passeggiate<br>toccavo i tronchi degli alberi<br>pisciavo sugli aghi di pino<br>una bella immagine<br>guardavo<br>le cose cadere.<br><br>un pomeriggio d’estate<br>finii in una buca<br>trovai un gattino<br>decisi di tenerlo<br>ma quando lo portai fuori dalla buca<br>era svanito<br>mi ero tagliato un ginocchio<br>ero perplesso.<br><br>“il gattino” raccontai a giada<br>lei mi guardò con ansia<br>sembrava preoccupata<br>mi guardava la fronte.<br><br>stava assottigliandosi<br>perdeva peso.<br><br>“dieta” mi disse<br>era diventata secca<br>lapidaria, concisa<br>diretta<br>esclusiva<br>trendy<br>molto alla moda<br>aveva gusto nel vestire<br>come si dice<br>stile.<br><br>piatti e vetrine<br>andavano di pari passo<br>ma le vetrine<br>erano<br>un altro paio di maniche.<br><br>diego faceva il manichino<br>partivano le risate<br>preregistrate<br>lui imitava<br>faceva il saltimbanco<br>catturava l’attenzione<br>si disperdeva in quel punto preciso<br>ci faceva divertire<br>poi saltava giù, saltava fuori<br>perdeva l’equilibrio<br>non stava zitto un attimo<br>“ho una fame una fame da lupi”<br>ripeteva.<br><br>“dammi un’informazione precisa”<br>sbottò giada una mattina<br>l’orario chissà<br>avercene di orologi<br>vuoi mettere<br>la bellezza degli ingranaggi<br>delle rotelle.<br><br>“sta’ zitta” urlai<br>era la prima volta<br>che aprivo la bocca<br>mi sentivo i denti<br>respiravo.<br><br>miriam anche lei<br>era andata via<br>tornata<br>era più nuova<br>più bella<br>era intercambiabile<br>assisteva a tutto ciò<br>con il viso liscio liscio<br>molto bianco<br>quasi pallido<br>venato di grigio<br>verde speranza<br>commentava in disparte<br>aveva le didascalie<br>le foto<br>i documenti<br>tutto sotto controllo<br>aspirava al meglio<br>aveva le mani molli<br>come frutti appesi<br>roba matura<br>quasi marcia<br>un po’ troppo viscidume<br>è anche perciò<br>che giada si cambiò gli occhi<br>se li mise a rovescio<br>chissà di che colore<br>non ce lo disse mai<br>non restò con noi a lungo<br>faceva impressione<br>“se ne può ricavare qualcosa”<br>diceva samuele<br>poco convinto<br>miriam ghignava<br>non fu un bel periodo<br>preferivo essere assente.<br><br>“dio che male”<br>pianse giada<br>cominciò<br>a dare la cera<br>tirava tutto a lucido<br>lustrava<br>i pavimenti<br>le superfici<br>puliva ogni cosa<br>scivolavo ovunque.<br><br>“non vai più in biblioteca”<br>cercavamo di distrarla<br>“le quinte sono sistemate<br>sei andata là<br>hai preso i costumi”<br>persino giacomo<br>la blandiva<br>questo dovette sembrarle strano<br>non si convinse più<br>qualcosa rimase in sospeso<br>a poco a poco<br>non la ricordai più<br>divenne un’altra faccia<br>con cui parlavo<br>“provo sofferenza”<br>dicevo a quegli occhi spaziosi<br>quella parrucca.<br><br>cercavo di toccarla sotto<br>di ricominciare.<br><br>“ma che cose, ma che cose”<br>bofonchiava roberto.<br><br>finalmente miriam<br>ruppe il silenzio<br>spezzò la tensione<br>recitò<br>le previsioni del tempo<br>non una grande affluenza di pubblico<br>ma tant’è<br>ci disse “ecco la situazione, la situazione è questa”<br>e fece una pausa e poi disse<br>“il lavoro non va bene<br>tu diego non credi nel progetto<br>tu giada non credi a quello che tocchi<br>tu giacomo ti perdi<br>sbagli le battute<br>perdi gli attacchi<br>le ultime sillabe<br>parli a voce troppo bassa<br>tu giacomo sei un problema<br>devi risolverti<br>roberto tu hai nostalgia della polvere<br>ti manca<br>lo sporco<br>il giallo<br>potessi vedere quello che vedo io<br>mi piaci<br>rimanga tra noi<br>tu samuele, che dire<br>sei bianco<br>sei mio<br>sei tu<br>soffro molto<br>e tu”<br>infine si rivolse a me<br>disse il mio nome<br>“tu devi uscire dalla stanza<br>devi parlare da solo”<br>lasciandomi di stucco, davvero<br>nuvole e nuvole, nuvole<br>chilometri di cielo<br>spiagge lunghe chilometri<br>io di stucco, davvero<br>non dissi niente<br>vuotai il sacco<br>“amen”<br>disse allora miriam<br>scese dalla sedia<br>e fummo tutti corretti<br>l’abbracciai<br>le dissi che l’amavo<br>perché giada guardava<br>lo sapevo<br>si guardava dentro<br>per cui ci vedeva<br>vedeva tutto benissimo<br>non ero certo innocente.<br><br>nessuno si intendeva di elettronica<br>non sapevamo dove comprare i componenti.<br><br>“certi collegamenti non mi piacciono”<br>si sentivano voci provenire dalla stanza di giacomo, cori femminili<br>forse si era comprato una tv<br>“abbiamo armi” si sentiva dire<br>tutti dimenticammo presto<br>la sua porta chiusa<br>non aveva affisso niente<br>ad ogni modo nessuno<br>aveva il coraggio di bussare<br>“forse sarebbe meglio” azzardavo io<br>ma lo tenevo per me<br>alcune parole<br>non le ricordavo<br>possedevo<br>un lessico limitato<br>faccio progressi<br>anche giada<br>non mangiava più le lenzuola<br>non so per quali soglie passasse<br>guardavo molto<br>l’esterno<br>le facciate dei palazzi<br>i riflessi nei vetri<br>le mie coperte erano macchiate<br>i lampioni, i telefoni che suonavano ininterrottamente<br>era bello guardarli<br>potevi farlo di nascosto<br>era una rarità.<br><br>“non so dove, non so dove”<br>canticchiavo per mimetizzarmi<br>nessuno sembrava<br>riconoscermi<br>ero così bello.<br><br>i vicini si lamentavano, però.<br><br>davamo un party ogni trimestre.<br><br>per l’occasione cambiavamo<br>la disposizione dei mobili<br>riempivamo la piscina<br>avevamo un certo contegno<br>una certa classe<br>questo bisogna riconoscerlo<br>servivamo i drink<br>nei bicchieri giusti<br>non rompevamo mai niente<br>eravamo molto tecnici<br>molto professionali<br>non ci notava nessuno<br>eravamo una cosa unica<br>facevamo parte di tutto<br>eravamo molto naturali<br>era un bel risultato<br>eravamo soddisfatti<br>ma miriam aveva smesso di sorridere<br>non la pensava così<br>si infuriava<br>diventava cattiva.<br><br>“recitavo, una volta”<br>sibilava tra i denti<br>artigliando l’aria con le mani<br>noi l’ascoltavamo<br>rispettosi a distanza<br>“una volta recitavo, stavo su<br>non avevo a che fare con simile merda<br>tutta questa merda<br>lavoravo con persone serie<br>mi circondavano altre cose<br>cose migliori<br>non è questa merda<br>tutta questa merda<br>la merda<br>sono stanca avete capito<br>non può funzionare<br>siete dei pazzi<br>non vi voglio più vedere<br>io lavoravo con persone serie<br>lavoravo a una cosa<br>un progetto<br>non una merda<br>è tutta questa merda che mi sfinisce<br>non la voglio più<br>questa merda<br>avete capito<br>voi non vi rendete conto<br>non capite niente<br>io ero da un’altra parte<br>io non ero qui<br>io non la voglio più<br>questa merda<br>avete capito<br>mi sono spiegata<br>voi la volete questa merda<br>fatemi capire<br>aiutatemi” e crollava sfinita<br>sul divano del soggiorno<br>restava immobile<br>per molti giorni<br>poi tornava in forma<br>tornava innocua<br>cioè collaboratrice<br>cioè bugiarda<br>come noi<br>com’era necessario<br>eravamo un bel team<br>vorrei che questo fosse chiaro<br>come la penso<br>le cose che dico<br>ci tengo<br>vorrei che si capisse<br>che eravamo proprio una bella squadra<br>uniti<br>ho ancora molta paura<br>ma c’è tempo<br>c’è speranza, mi dico<br>non pensarci.<br><br>“hai finito di studiare”<br>mi disse una volta un vecchio<br>e si strappò i baffi<br>aveva i baffi finti.<br><br>“perché ha i baffi finti”<br>gli dissi<br>e lui corse via<br>aveva un tandem<br>rideva in mezzo alla strada<br>in mezzo al traffico.<br><br>“ehi signore”<br>gridai allarmato<br>“ehi ma perché”<br>ma era sparito, dileguato<br>da solo su un tandem<br>ed erano queste le cose che mi turbavano<br>non ero molto coraggioso<br>“un vecchio”<br>dissi esitante a cena<br>timido, titubante<br>nessuno mi sentì<br>rinunciai con sollievo.<br><br>ma miriam lo sapeva<br>miriam leggeva il pensiero<br>sapeva le cose<br>mentiva più di tutti<br>aveva la stanza più bella<br>tutte le fortune.<br><br>con gli occhi le dicevo<br>aspetta aspetta<br>e smaniavo<br>guadagnavo terreno.<br><br>non la chiamavo mai per nome<br>era un comportamento saggio.<br><br>visitammo un capannone<br>soli io e lei<br>c’erano uccelli<br>grossi rapaci<br>sulle travi in alto<br>decine di metri più su<br>nell’ombra<br>c’era odore di metallo<br>gracchiavano.<br><br>“dove siete stati”<br>mi chiese pacifico samuele più tardi<br>“al mare” gli risposi<br>ed era tutto perfetto.<br><br>“perfetto”<br>disse samuele<br>sorrise<br>mi offrì da bere, mi diede una birra<br>la luce della cucina tremolava<br>“dovremmo cambiarla<br>quella luce”<br>disse lei, miriam<br>strizzandomi l’occhio<br>che spalle meravigliose<br>eravamo perfettamente sani<br>avevamo bei corpi.<br><br>acquistai delle cose<br>capii come parlare<br>fare dei discorsi.<br><br>“non è uno scherzo, andiamo bene”<br>dissi un giorno che fuori nevicava<br>“vi voglio molto bene a tutti<br>sono molti anni che non vedo un insetto<br>scusate”<br>m’imbarazzai<br>tutti applaudirono<br>mi vennero le lacrime agli occhi<br>ci abbracciammo<br>volevo dire altre cose<br>“che vergogna” dissi<br>mi vantai<br>presi la gloria<br>le mani<br>i baci<br>le carezze<br>le cose che volevo<br>l’ho detto che eravamo un bel gruppo<br>così affiatati.<br><br>potevamo usare<br>la macchina di giacomo<br>avevamo tutti<br>una copia della chiave<br>era una vecchia maserati verde metallizzata<br>tutta squadrata<br>tutta geometrica<br>una bella macchina.<br><br>ci portavo in giro la miriam<br>cambiavamo continuamente<br>frequenza.<br><br>“ma ti sei dimenticato”<br>mi chiedeva lei<br>ed era qualcun altro.<br><br>“no no”<br>dichiaravo io<br>mi rimescolavo tutto<br>mi si mischiava tutto<br>dentro<br>una certa acidità di stomaco<br>un fastidio.<br><br>tornando giada<br>la ragazza<br>mi lasciava un segno addosso<br>non vedevo spiragli<br>gli altri mi evitavano.<br><br>“lama di luce”<br>ripetevo incessantemente<br>“lama di luce, lama di luce<br>una lama di luce, lame di luce”<br>mi dava sicurezza<br>lo ripetei<br>per un certo tempo<br>funzionò<br>non era male<br>“devi crederci”<br>mi dicevo<br>tenevo duro<br>“fatti forza”<br>dicevo<br>lasciavo la porta socchiusa<br>anche di notte.<br><br>“ca pi sci”<br>sillabava diego<br>lo ricordavamo tutti<br>da quel punto di vista<br>eravamo perfetti<br>tanti cervelli uguali<br>c’era chi mangiava di più<br>di meno<br>i profumi<br>i colori<br>differenze così<br>quisquilie<br>aspetti secondari.<br><br>intonavamo dunque tutti in coro<br>il canto della direzione.<br><br>“direzione eccetera” faceva<br>ho scordato le parole<br>direzione come in:<br>vado in quella direzione<br>c’è sempre una prima volta<br>campa cavallo<br>aspetta e spera<br>il peggio è passato<br>dammi la mano<br>tutto ciò è di una chiarezza disarmante<br>me ne rendo conto<br>com’è piacevole.<br><br>ma ahimè ahimè<br>il gioco è bello<br>finché è corto<br>e ogni bel gioco<br>dura poco<br>e tira tira<br>che poi si spezza<br>e il bicchiere<br>mezzo vuoto<br>mezzo pieno<br>e il diavolo fa le pentole<br>ma non le cose<br>e rosso di sera<br>e tutti gli altri ne han trentuno<br>e via di questo passo<br>fatto sta che le scorte si esaurirono<br>giacomo gridava<br>da dietro la porta chiusa<br>non smetteva mai<br>ci faceva impazzire<br>non sapeva decidersi<br>che pesci pigliare<br>vattelapesca poveretto<br>di notte sbatteva a lungo<br>la testa contro il muro.<br><br>“l’effetto”<br>gridava<br>monotono<br>“l’effetto è finito<br>ho capito tutto”<br>ci rendeva nervosi<br>nessuno sapeva bene<br>con esattezza<br>in quanti fossimo in quella casa<br>c’era tutta una serie di dubbi<br>di cose irrisolte<br>varie cose<br>vari miscugli<br>cose nuove<br>non era male<br>in fin dei conti.<br><br>ho sempre voluto<br>aggiungere qualcosa.<br><br>il problema<br>è lasciare<br>invariati<br>i cambiamenti.<br><br>l’ascolto<br>gli apparecchi<br>sono essenziali.<br><br>annusare i libri<br>serve più che leggerli<br>aprirli<br>così pensavamo.<br><br>non avevamo<br>voglia<br>non avevamo<br>fine. <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Antonio Koch]]></author>
<pubDate>Wed, 02 Mar 2005 04:27:27 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Barcellona, di Guido Conforti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=530&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=530&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> si sguarda largo e quindi si osa l’inosato l’inusitato <br>si osa sciabordando la muleta sui tacchi alzati <br>tanto si prende tanto si cede ma bisogna avere fame e voglia <br>o voglia e fame di mare di frutti di costa bianca <br>scenderla o risalirla si addenta lo stesso vento largo <br>che se gira è per noi tutti abitanti stanchi <br>di questo lago insanguinato che ci siamo divorati perfino i padri gli eroi <br>quando ognuno è già un piccolo eroe di suo ma bisogna avere fame e voglia <br>di sbattere le vele e andare <br>e allungarle quelle mani benedette <br>intrecciarle nella nebbia ad altre dita inferme incredule e protese provarsi <br>a farne un nodo intorno a un mazzo misto di gerbere sollevate e sorridenti <br>puntando la posta intera su un indomito chefare <br>e infine fare magari strafare <br>immensi falli in vetrocemento anodizzato <br>visavis alla lauda arborea di palome incorrucciate <br>che a sfiorarle ti viene il capogiro e non sai <br>se è per le spire o per l’insostenibile leggerezza <br>del divenire ciò che già siamo o diverremo <br>quando deposta ogni arma ed armatura <br>non rimarrà che il buffo di una burla <br>e lo sguardo trillulo di una ragazza in fiore<br> <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Guido Conforti]]></author>
<pubDate>Fri, 25 Feb 2005 18:18:10 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Calligramme 2005, di Rossano Segalerba]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=19&tes=529&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=19&tes=529&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[[Grafica della disseminazione]<br><br><br><br> Ecco la versione abbastanza definitiva dell&#39;idea che avevo in mente per l&#39;immagine grafica della disseminazione (si può sempre usare per altro, intanto è qui).<br><br> <br><br>(Risorse - Arti visive)]]></description>
<author><![CDATA[Rossano Segalerba]]></author>
<pubDate>Wed, 23 Feb 2005 00:55:59 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Andrej Tarkowskij - Ultima Intervista -, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=17&tes=522&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=17&tes=522&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[[a cura di Donata de Bartolomeo]<br><br><br><br> <i>[i]Nel dicembre del 1986 moriva a Parigi, a soli 54 anni, Andrej Tarkovskij. Qui di seguito l&#39;ultima intervista da lui concessa a &quot;Le Figaro&quot;.</i><br><br><br><br>I miei due ultimi film si basano su impressioni personali, ma non hanno nulla a che fare ne con l&#39;infanzia ne col passato, essi riguardano piuttosto il presente. Richiamo l&#39;attenzione sulla parola &quot;impressioni&quot;. I ricordi dell&#39;infanzia non hanno mai fatto di un uomo un artista. Vi rimando ai racconti di Anna Achmatova sulla sua infanzia. Oppure a Marcel Proust. Noi attribuiamo un significato eccessivo al ruolo dell&#39;infanzia. Il metodo degli psicoanalisti di guardare alla vita attraverso l&#39;infanzia, di trovare in essa la spiegazione di tutto, e uno dei modi di infantilizzazione della personalità. Poco tempo addietro ho ricevuto una strana lettera da un famoso psicoanalista, il quale cerca di spiegarmi la mia attività creativa con i metodi della psicoanalisi. L&#39;approccio al processo artistico, alla creazione da questo punto di vista, se me lo consentite, rattrista addirittura. <br>Rattrista perché i motivi e l&#39;essenza della creazione sono molto più complessi, di gran lunga più impercettibili che i semplici ricordi sull&#39;infanzia e la loro spiegazione. Ritengo che le interpretazioni psicoanalitiche dell&#39;arte sono troppo semplicistiche, persino primitive.<br><br>Ogni artista nel corso della sua permanenza sulla terra trova e lascia dopo di se una particella di verità sulla civilizzazione, sull&#39;umanità. Il concetto stesso di ricerca e oltraggioso per un artista. <br>Assomiglia alla raccolta di funghi in un bosco. Forse ne troveremo o forse no. Picasso diceva addirittura: &quot;io non cerco, trovo&quot;. A mio parere, l&#39;artista non procede affatto come un ricercatore, egli non agisce empiricamente in nessuna maniera (&quot;proverò a fare questo, tenterò quest&#39;altro&quot;). <br>L&#39;artista da una testimonianza sulla verità, sulla sua verità del mondo. L&#39;artista deve essere certo che egli e la sua creazione rispondono alla verità. Io rifiuto il concetto di esperimento, di ricerca nella sfera dell&#39;arte. Qualsiasi ricerca in questo ambito, tutto ciò che chiamano pomposamente &quot;avanguardia&quot; e semplicemente menzogna.<br><br>Nessuno sa che cos&#39;è la bellezza. L&#39;idea che la gente si fa della bellezza, il concetto stesso di <br>bellezza, mutano nel corso della storia assieme alle pretese filosofiche e al semplice sviluppo dell&#39;uomo nel corso della sua vita personale. E questo mi spinge a pensare che, effettivamente, la bellezza e il simbolo di qualcos&#39;altro. Ma di cosa esattamente? La bellezza e simbolo della verità. <br>Non dico nel senso della contraddizione &quot;verità/menzogna&quot;, ma nel senso di cammino di verità, che l&#39;uomo sceglie. La bellezza (si intende quella relativa&#33;) ha nelle diverse epoche testimoniato del livello di consapevolezza, che gli uomini di una determinata epoca hanno della verità. Ci fu un tempo in cui questa verità aveva l&#39;aspetto della Venere di Milo. Ne consegue che l&#39;intera collezione di ritratti femminili, diciamo, di un Picasso non ha, a rigor di termini, la minima relazione con la verità. Ma qui non parliamo della capacita di attrazione ne di qualcosa di carino - parliamo della bellezza armonica, della bellezza nascosta, della bellezza in quanto tale. Picasso, invece di celebrare la bellezza, si e comportato come il suo distruttore, il suo detrattore, il suo sterminatore. <br>La verità, manifestata dalla bellezza, e enigmatica; essa non puo essere ne decifrata ne spiegata con le parole, ma quando un essere umano, una persona si trova accanto a questa bellezza, si imbatte in questa bellezza, sta di fronte a questa bellezza, essa fa sentire la sua presenza, almeno con quei brividi che corrono lungo la schiena. La bellezza e come un miracolo, del quale l&#39;uomo diventa involontariamente testimone. Tutto qua.<br><br>Mi sembra che l&#39;essere umano sia stato creato per vivere. Vivere nel cammino verso la verità. Ecco perché l&#39;uomo crea. In una certa misura l&#39;uomo crea nel cammino verso la verità. Questo e il suo modo di esistere, e l&#39;interrogativo sulla creazione (&quot;Per chi gli uomini creano? Perché essi creano?&quot;) e senza risposta. Effettivamente ogni artista non soltanto ha una sua concezione sulla creazione ma ha anche un suo modo personale di interrogarsi su cio&#39;. Questo si collega a quanto io adesso dico sulla verità, alla quale noi tendiamo, alla quale contribuiamo con le nostre piccole forze. Un ruolo fondamentale gioca qui l&#39;istinto, l&#39;istinto del creatore. L&#39;artista crea istintivamente, egli non sa perché proprio in quel momento fa una cosa oppure un&#39;altra, scrive proprio di questo, dipinge proprio questo. Soltanto dopo egli comincia ad analizzare, a trovare spiegazioni, a filosofeggiare e giunge alle risposte che non hanno nulla in comune con l&#39;istinto, col bisogno istintivo di fare, creare, esprimere se stesso. In un certo senso la creazione e rappresentazione dell&#39;essenza spirituale nell&#39;uomo ed è la contrapposizione all&#39;essenza fisica; la creazione è in un certo senso la dimostrazione dell&#39;esistenza di questa essenza spirituale. Nell&#39;ambito delle attività <br>umane non c&#39;è nulla che sarebbe più inutile, più senza scopo, non c&#39;e nulla che sarebbe più a se stante della creazione. Se si esclude dalle attività umane tutto quanto attiene al raggiungimento del profitto, rimarrà soltanto l&#39;arte.<br><br>Per contemplazione io intendo soltanto dire quello che origina l&#39;immagine artistica o l&#39;idea che noi ce ne facciamo. Questo è assolutamente individuale. L&#39;immagine artistica, il significato dell&#39;immagine artistica possono scaturire soltanto dall&#39;osservazione. Se non si basa sulla contemplazione, l&#39;immagine artistica si trasforma in simbolo, cioè in qualcosa che forse puo essere spiegato dalla ragione, e, allora, l&#39;immagine artistica non esiste: essa infatti non riflette più l&#39;umanità, il mondo. L&#39;autentica immagine artistica deve riflettere non soltanto la ricerca di un povero artista alle prese con i suoi problemi umani, con i suoi desideri e bisogni. Essa deve riflettere il mondo. Ma non il mondo dell&#39;artista ma il cammino dell&#39;umanità verso la verità. Della semplice sensazione del contatto con l&#39;anima, che qui, da qualche parte, al di sopra di noi, dinanzi a noi vive nell&#39;opera d&#39;arte in misura tale da stimarla geniale. In questo e l&#39;impronta originale del genio.<br><br>Ci fu un tempo in cui io potevo chiamare miei ex-maestri, le persone che hanno avuto un&#39;influenza su di me. Adesso, nella mia coscienza, si conservano soltanto dei “personaggi&quot;, per meta santi, per meta folli. Questi &quot;personaggi&quot; sono forse un po&#39; invasati ma non dal diavolo; si potrebbe dire che sono &quot;i pazzi di dio&quot;. Tra i vivi cito Robert Bresson. Tra i morti, Lev Tolstoj, Bach, Leonardo da Vinci... In fin dei conti, tutti costoro erano pazzi. Perché non hanno assolutamente cercato nulla nella loro testa. Hanno creato senza il concorso della testa... Essi mi spaventano e mi ispirano. Non e assolutamente possibile spiegare la loro creazione. Sono state scritte migliaia di pagine su Bach, Leonardo e Tolstoj ma, in conclusione, nessuno ha potuto spiegare nulla. Nessuno, grazie a dio, ha <br>potuto trovare, sfiorare la verità, toccare l&#39;essenza della loro creazione&#33; <br>Questo dimostra ancora una volta che il miracolo è inspiegabile...<br><br>Nel senso più alto di questo concetto - la libertà, soprattutto nel senso artistico, nel senso della creazione, non esiste. Si, l&#39;idea della libertà esiste, e una realtà nella vita sociale e politica. In diverse regioni e paesi gli uomini vivono avendo più o meno libertà; ma vi sono note testimonianze che dimostrano che nelle più orribili circostanze ci sono stati uomini che hanno avuto una inaudita libertà interiore, un mondo interiore, nobiltà. Mi sembra che la libertà non consista nella qualità della scelta: la libertà è una condizione dello spirito. Per esempio, si può essere socialmente, politicamente, completamente &quot;liberi&quot; e non di meno morire per la sensazione di precarietà, di oppressione, di mancanza di futuro. Per cio che concerne la libertà della creazione, di questo non si puo assolutamente discutere. Senza di essa non puo esistere una sola arte. L&#39;assenza della libertà deprezza automaticamente l&#39;opera d&#39;arte, poiché questa assenza impedisce a chi viene per ultimo di rivelarsi nella forma migliore. L&#39;assenza di questa libertà porta a che l&#39;opera d&#39;arte, nonostante la sua esistenza fisica, non esista di fatto. Nella creazione dobbiamo vedere non soltanto la creazione. <br>Purtroppo, nel XX secolo appare predominante la tendenza secondo la quale l&#39;artista-individualista, invece di tendere alla creazione dell&#39;opera d&#39;arte, se ne serve per evidenziare il proprio &quot;io&quot;. L&#39;opera d&#39;arte diventa manifestazione dell&#39;io del suo creatore e si trasforma, possiamo dire, in megafono delle sue minime pretese. Questo vi e noto meglio che a me. Ne ha scritto molto Paul Valery. Al contrario, il vero artista, e a maggior ragione il genio, appaiono schiavi del dono che distribuiscono. Essi sono legati da questo dono agli uomini, al cui nutrimento spirituale e al cui servizio sono stati scelti. Ecco in cosa consiste per me la libertà. <br><br>(Risorse - Bibliografia)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Sat, 12 Feb 2005 04:52:47 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[QuicomeTar, di Rosamaria Caputi]]></title>
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<description><![CDATA[[Armonia Panica in due atti]<br><br><br><br> ... <br><br>(Arte - Sceneggiatura)]]></description>
<author><![CDATA[Rosamaria Caputi]]></author>
<pubDate>Fri, 11 Feb 2005 11:48:03 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Repubblica Slovacca, di Fabrizio Flores]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> <br><br><br><br>Promemoria<br>A:	Karpos<br>Da:	Fabrizio Flores<br>Data:	18/07/04<br>Ogg.:	Visita Slovacchia<br>Repubblica Slovacca (nome ufficiale Slovenská Republika), stato dell&#39;Europa centrale. Privo di sbocco al mare, confina a nord con la Polonia, a est con l&#39;Ucraina, a sud con l&#39;Ungheria, a sud-ovest con l&#39;Austria e a nord-ovest con la Repubblica Ceca. Insieme a quest&#39;ultima costituiva la Cecoslovacchia, suddivisasi in due repubbliche indipendenti il 1° gennaio 1993. Il paese ha una superficie di 49.035 km². La capitale è Bratislava.<br><br>2  TERRITORIO <br><br>Il territorio slovacco, perlopiù montuoso, è dominato dai Carpazi. I lembi settentrionali, a est del passo Jablunkov, sono compresi nei Beschidi Occidentali. Poco più a sud si estende la catena dei Carpazi Occidentali, che verso ovest si dirama nei Carpazi Bianchi e nei Piccoli Carpazi. Al centro del sistema si innalzano la catena degli Alti Tatra, che ospita la cima più elevata del paese, il monte Gerlach (2.655 m), e la catena dei Bassi Tatra (monte Dumbier, 2043 m). Nell’area centroccidentale vi sono le catene dei Grandi e Piccoli Fatra (con una elevazione massima di 1711 m). Nell’area sudorientale, poco elevati ma ricchi di giacimenti minerari, si stagliano, infine, i monti Metalliferi Slovacchi (monte Stolica, 1477 m), d’origine vulcanica. Estreme propaggini dell’Alföld ungherese, s’incontrano a sud-ovest la fertile pianura di Bratislava solcata dal Danubio e dal Váh, e a sud-est la piana di Michalovce solcata dell&#39;Ondava.<br><br>3  POPOLAZIONE <br><br>Nel 2002 la Slovacchia aveva una popolazione di 5.422.366 abitanti, con una densità media di 111 unità per km² e un tasso di urbanizzazione del 57% (2000). Le regioni occidentali del paese sono le più densamente popolate.<br><br>Il paese è abitato in prevalenza da slovacchi (85%), una popolazione di origine slava. Assorbiti all&#39;inizio del X secolo dai magiari d&#39;Ungheria, dai quali ottennero l&#39;indipendenza nel XIX secolo, essi furono a lungo dediti all&#39;agricoltura, caratteristica che creò nel corso della storia tensioni con i vicini cechi, divenuti l&#39;élite sociopolitica della regione. La Slovacchia ospita anche un gruppo minoritario di circa 570.000 ungheresi (che rappresentano il 10% della popolazione), circa 300.000 zingari ed esigue comunità di polacchi, tedeschi, russi e ucraini. Tra la maggioranza slovacca e le minoranze ungheresi si verificano talvolta tensioni di origine etnica.<br><br>Lingua e religione <br><br>La lingua ufficiale è lo slovacco, appartenente al gruppo delle lingue indoeuropee; vengono inoltre parlati correntemente il ceco, che presenta lievi differenze rispetto allo slovacco, e gli idiomi dei gruppi etnici minoritari come l&#39;ungherese, il polacco, il tedesco, l&#39;ucraino, il rumeno e il russo.<br><br>Il 60% della popolazione è di religione cattolica, ma il paese ospita anche minoranze appartenenti al protestantesimo, alle Chiese ortodosse e ad altre minoranze religiose. <br><br>Istruzione e cultura <br><br>L&#39;istruzione scolastica è gratuita e obbligatoria per i ragazzi dai 6 ai 14 anni d&#39;età. Tra le istituzioni deputate all&#39;istruzione superiore si possono citare l&#39;Università Comenius di Bratislava (1919) e l&#39;Università di Košice. I musei principali sono il Museo nazionale slovacco e la Galleria nazionale slovacca, entrambi a Bratislava. <br><br>4  DIVISIONI AMMINISTRATIVE E CITTÀ PRINCIPALI <br><br>Bratislava, Repubblica Slovacca Veduta del centro storico di Bratislava, capitale della Repubblica Slovacca. Tra i monumenti di maggior interesse della città vi è la cattedrale gotica di San Martino (XII-XIV secolo), dove un tempo venivano incoronati i re d&#39;Ungheria.Richard Mikala/Bruce Coleman, Inc.  <br> <br>La Slovacchia è amministrativamente suddivisa in quattro regioni, che includono anche il territorio autonomo della capitale, Bratislava. Le regioni, a loro volta suddivise in 38 distretti, non possiedono poteri definiti dall&#39;ordinamento costituzionale. Le quattro divisioni amministrative sono la Slovacchia Occidentale, la Slovacchia Centrale, la Slovacchia Orientale e Bratislava.<br><br>La città di Bratislava, capitale del paese, ha una popolazione di 449.547 abitanti (1999); altro centro di rilievo è Košice.<br><br>5  ECONOMIA <br><br>Rispetto alle confinanti regioni ceche, l&#39;economia slovacca è rimasta piuttosto arretrata e questa condizione fece sì che, con l&#39;ottenimento dell&#39;indipendenza (1993), la Slovacchia ereditasse anche i problemi economici della Cecoslovacchia. Il settore industriale, il cui sviluppo iniziò solo dopo il 1948, rimase a lungo vincolato all&#39;industria bellica e quasi interamente dipendente dall&#39;ex Unione Sovietica e dagli altri paesi dell&#39;Europa orientale. Lo stato ricevette un notevole impulso solo dopo lo scioglimento del Consiglio di mutua assistenza economica (vedi COMECON) e di altre strutture di cooperazione tra ex stati comunisti, tra gli anni Ottanta e Novanta. Per rendere meno traumatica dal punto di vista economico la divisione della Cecoslovacchia, i due governi decisero inizialmente di mantenere una medesima valuta, l&#39;unione commerciale e l&#39;apertura delle frontiere, ma dall&#39;8 febbraio 1993 le due repubbliche hanno posto in circolazione unità valutarie differenti, danneggiando gravemente le reciproche relazioni commerciali.<br><br>Subito dopo la separazione, la Slovacchia è divenuta membro del Fondo monetario internazionale (FMI) e della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo dai quali, nonostante la defiscalizzazione e le altre misure tese a incoraggiare gli investimenti stranieri, dipende tuttora. Verso la metà del 1994 la disoccupazione sfiorava il 15% e l&#39;inflazione raggiungeva il 14%.<br><br>Le critiche mosse a un&#39;economia slovacca ancora troppo controllata dallo Stato hanno causato la caduta del primo governo nazionale postcomunista all&#39;inizio del 1994 e la svolta che ha condotto la nuova amministrazione verso una più risoluta politica di riforme economiche. I settori economici più attivi del paese continuano a essere pertanto rappresentati dall&#39;industria e dall&#39;agricoltura; il prodotto interno lordo della Slovacchia ammontava nel 2000 a 19.121 milioni di dollari USA, corrispondenti a 3.540 dollari pro capite. <br><br>. <br><br>Risorse energetiche e minerarie <br><br>In Slovacchia, oltre a zinco, rame, ferro e magnesite, la risorsa più comune e redditizia è costituita dal carbone e dalla lignite, il cui impiego, oltre all&#39;attività estrattiva, ha prodotto gravi danni ambientali compromettendo altresì la salute della popolazione. All&#39;inizio del 1993 il governo ha reso operativa una legge destinata a ridurre l&#39;inquinamento presente nel paese ma, nonostante questi sforzi, i giacimenti carboniferi possiedono ancora una vitale priorità economica. <br><br>Industria <br><br>L&#39;industria pesante e i grandi impianti per la produzione bellica, retaggio del regime comunista, hanno parzialmente impedito l&#39;aumento della produzione industriale slovacca, che tra il 1991 e il 1992 è calata di quasi il 50%, riprendendo a crescere solo dopo il 1994. I principali impianti comprendono industrie siderurgiche, meccaniche, alimentari, tessili, chimiche, cementifici, cartiere, fabbriche di vetro e di gomma. Nel 2000 il comparto industriale ha fornito il 31% del PIL.<br><br>Primarie fonti di energia sono quella idroelettrica e quella nucleare; quest&#39;ultima contribuisce infatti nella misura del 44,17% alla capacità energetica complessiva del paese. <br><br>Commercio e finanza <br><br>L&#39;unità monetaria corrente è la corona slovacca (koruna), suddivisa in 100 halura, fortemente svalutata in seguito all&#39;autonomia dalla moneta ceca, ma in netta ripresa in questi ultimi anni. La Banca nazionale slovacca, che è contemporaneamente l&#39;istituto di emissione e la banca centrale, gode di autonomia costituzionale, come la Bundesbank tedesca. Dopo l&#39;introduzione delle riforme, negli ultimi anni di vita della federazione cecoslovacca, hanno iniziato a operare anche alcune banche private.<br><br>Per incentivare l&#39;economia, il paese continua a intrattenere rapporti commerciali con la Repubblica Ceca che, tuttavia, si stanno gradualmente allentando. Nel marzo 1993 il governo slovacco ha aderito all&#39;Accordo generale sulle tariffe e il commercio (vedi GATT); principali partner commerciali del paese sono la Russia, la Germania, la Polonia, l&#39;Ungheria, l&#39;Austria e la Repubblica Ceca. Le esportazioni di maggior rilievo sono costituite da prodotti industriali finiti e semilavorati, macchinari, prodotti chimici e alimentari, mentre vengono importati soprattutto petrolio, materie prime, attrezzature e mezzi di trasporto. <br><br>Trasporti e vie di comunicazione <br><br>Le infrastrutture per il trasporto, perlopiù di recente costruzione, sono poco diffuse; la rete ferroviaria si estende per 3.662 km, un terzo dei quali è stato elettrificato, mentre la rete stradale copre 42.717 km (2000). La compagnia aerea nazionale è la Slov-Air e l&#39;aeroporto internazionale ha sede a Bratislava. <br><br>6  ORDINAMENTO DELLO STATO <br><br>Nata nel gennaio 1993 in seguito alla divisione della Cecoslovacchia in due repubbliche indipendenti, la Repubblica Slovacca è una repubblica parlamentare, basata sulla Costituzione ratificata nel dicembre 1992 ed entrata in vigore nel 1993; l’ultimo significativo emendamento (1998) ha introdotto l’elezione diretta del presidente della Repubblica.<br><br>Potere esecutivo <br><br>Il presidente, eletto a suffragio universale per cinque anni, nomina il primo ministro e, su indicazione di questi, il consiglio dei ministri. Il primo ministro viene scelto nella persona del leader del partito o della coalizione di maggioranza.<br><br>Potere legislativo <br><br>Il sistema legislativo compete a un Parlamento unicamerale, il Consiglio nazionale (Národná rada), formato da 150 membri eletti a suffragio universale con sistema proporzionale per quattro anni. Hanno diritto al voto tutti i cittadini al di sopra dei 18 anni di età.<br>Potere giudiziario <br><br>L’ordinamento giudiziario è basato sul sistema continentale europeo; prevede una Corte suprema, i cui giudici sono eletti dal Parlamento, e una Corte costituzionale, i cui giudici sono nominati direttamente dal presidente. Non è in vigore la pena di morte.<br><br>Istituzioni periferiche <br><br>La suddivisione amministrativa della Repubblica Slovacca prevede quattro regioni.<br><br>Forze politiche <br><br>I maggiori schieramenti politici del paese sono il Movimento per una Slovacchia democratica (Hnutie za demokratické slovensko, HZDS; populisti); l’Unione democratico-cristiana slovacca (Slovenská demokratická a kres’tanská Únia, SDKU); la Direzione-Terza Via (Smer-Tretia cesta, conservatori); il Partito della coalizione magiara (Strana maïarskej koalície-Magyar koalíció pártja, SMK); il Movimento cristiano-democratico (Krest&#39;ansko-demokratické hnutie, KDH); la Nuova alleanza civile (Alianca nového ob&#269;ana, ANO, conservatori); e il Partito comunista slovacco (Komunistická strana slovenska, KSS).<br> <br>Instabilità politica e crisi economica <br><br>La politica autocratica di Me&#269;iar si rifletté sia sulla vita politica del paese, rendendola fortemente instabile, sia su quella economica, scoraggiando gli investimenti stranieri. Dal marzo 1998, allo scadere del mandato di Kovác, la carica di capo dello stato rimase vacante per l’impossibilità di raggiungere un accordo tra i deputati. Lo scontro tra opposizione e maggioranza e gli stessi dissensi interni al governo si acuirono quando Me&#269;iar si arrogò una parte dei poteri del presidente. <br><br>Dopo le elezioni legislative di settembre il partito di Me&#269;iar – che aveva ottenuto un solo seggio in più della coalizione di opposizione – non riuscì a formare un governo; l’incarico venne allora affidato al capo dell’opposizione Mikulas Dzurinda, che costituì un governo di coalizione sostenuto da quattro partiti, assumendone la guida. Per superare gli ostacoli che impedivano l’attribuzione della carica presidenziale, il Parlamento slovacco approvò infine una modifica della Costituzione, introducendo l’elezione diretta del presidente. Le successive elezioni presidenziali del maggio 1999 videro la vittoria del candidato delle opposizioni Rudolf Schuster sullo stesso Me&#269;iar.<br>In questo quadro si muove il nostro Agente xxx definibile più un commerciante che un Agente (è a capo di una struttura di nome x che gestisce 7 Sale mostra in Slovacchia ), ho avuto modo di appurare personalmente che il Signor xxx non ha né tempo né voglia di seguire lo sviluppo x sui mercati di sua competenza (Slovacchia e Repubblica Ceca) delegandone la gestione ai suoi agenti sul territorio (in tutto 10 in parte stipendiati mensilmente ed in parte a provvigioni).<br>La negatività di xxx nonché la sua boria sulla gestione dei mercati mi porta a consigliare un veloce cambio della guardia per quanto riguarda la Repubblica Ceca adoperandomi fin da ora ad una sicura e valida alternativa e per quanto riguarda la Slovacchia ridimensionare la figura di xxx da Agente a semplice cliente che eventualmente potrà garantirci sul mercato Slovacco un discreto fatturato.<br><br>In Fede<br>Fabrizio Flores<br> <br><br>(Arte - Narrativa)]]></description>
<author><![CDATA[Fabrizio Flores]]></author>
<pubDate>Mon, 31 Jan 2005 19:34:18 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Significa, amore mio, mio oggetto, che servi tu, di Antonio Koch]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=517&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=517&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> (cominciamo qualcos’altro? chiede lei che si sveglia<br>e si curva sulla porta e nella stanza s’attorciglia<br>vorticosa prende quel che mi serve lo usa per altro<br>e d’incanto riappare altrove come i buchi nel muro)<br><br>Non c’è bisogno di niente.<br>C’è bisogno d’aria, di sentimento.<br>Servono gatti, soprusi: negozi.<br>Parlatori, stanze. O, se mancano, sogni.<br><br>Cambio carattere, metto su il fuoco, voglio fare<br>il ministro, l’assente, il cinematografico, voglio che<br>tu dica “sono stanca/o del passato”, o lo dico io, e<br>voglio che i fiori che mangio non finiscano mai. Fine.<br><br>(potere? chiedeva e parlava scherzava col grillo il<br>birillo il mandrillo il cazzillo di chi non c’era o<br>se c’era rubava o moriva d’amore o di cuore e dolore<br>e di carne e di sangue e nell’aria il torero volava)<br><br>Le mie mani come vedi sono d’oro.<br>Le mie bugie, quelle che dico, come vedi, sono mani d’oro.<br>E’ perciò che servono estetisti e parabrezza.<br>Immenso amore, e poi àncore, e parafanghi nuovi.<br><br>Cambio carattere e argomento e m’organizzo per<br>avere sulle spalle file e file di cose, di scarpe, di oggetti<br>strani, pendenti, fiches, filamenti, e soffiarmi il naso<br>o parlarci: soffiami, naso, perditi, o perdi il senso<br><br>del colore, del muco, fatti spuntare gli accessori<br>intanto che dal tavolo della colazione m’alzo veloce<br>e strappo la tovaglia senza darti tempo (non tu, lei)<br>di visualizzarmi, di tenermi; eccoti spazzata via<br><br>mia cara, il mio delitto preferito, mia voce, mia<br>millesima perdita, mia bruttezza preferita che mi rubi<br>tutte le parole, “anzi” compresa, e mangi e ti ripeti<br>e ti annoi perché invece di sola sei tenebrosa, stanca<br><br>e non sai niente, non credi, non acquisti: non spendi:<br>alzi i volumi. E io voglio farmi bello, voglio essere potente<br>vocale, voglio alzarmi per sempre, voglio vedere i rossetti<br>luccicare e le piume, voglio gli animali, i presepi, voglio<br><br>continuare a fare che? a domandare niente (rispondo)<br>come per esempio: perché le foglie non cadono? perché<br>cadono? perché sono possibili, loro, sono bastarde:<br>se ne fottono. E io penso che basta pensare che non ci sei<br><br>(tu/lei). E allora? allora quello che dicevo (quando? prima)<br>s’è perso nel soffiato delle trombe, nel rumore del suono, nel<br>durante, nel dopo, nell’aria di tutti ubriachi che dal sonno<br>cascavano per le scale, sui gradini, tutti piegati, quasi morti<br><br>quasi vivi, quasi negati, in una parola: bugie. O spogliati<br>o vivi, e basta. E’ in questi momenti che mi torni comoda<br>come quando sei muta e t’imbarchi in queste cose accorate,<br>questi lamenti scenografici che neanche la banda dell’orchestra<br><br>soffre, teme: digitano, loro, tutti i membri, tutte le squadre.<br>Ma piove ed eccoti spalmata sul vetro, eccoti qua piatta, felice<br>ferita, tutta bella e insanguinata di quel colore lì, con quell’aspetto<br>quella falce in mano che chissà cosa ti dice all’orecchio. “Non credere”<br><br>forse, “non partire”. Ma io continuo a sentire odore di cioccolato<br>e tu sei ancora qui, e io lascio le chiavi sul tavolo e ti vengo sopra<br>ti smonto, ti tiro le diagonali e godo nella geometria, nella materia<br>prima: usare tutti i materiali: mi sono amici, mi avvisano: non mi<br><br>conoscono: mi amano: non vogliono niente. Tutto questo, tutto ciò<br>dura un giorno, un giorno solo. Il resto, quello che avanza o manca<br>ce lo metti tu riempiendo le stanze, gli hotel, le isole con le tue arie<br>di vacanze e le tue frasi pedanti, scomode, che appendi al soffitto<br><br>delle camere precedenti e le lasci lì a vibrare, a perdere peso mentre<br>ci ubriachiamo al cocktail (credi che io sia il barman e mi parli in inglese<br>mi vuoi per la notte, usando spesso la parola “certo” ti barrichi davanti<br>al mare, sopra il cielo stellato, in fondo al buco, e non sai niente, non vuoi<br><br>saperne di caramelle o dolcetti, non vuoi niente, vuoi solo me e lo ripeti<br>“me” dici, “me me me”, e saltelli, danzi, brilli ovunque, ti apri le calze<br>ti spogli dentro, esisti; e io non voglio più parlarne, o parlarti) e perdiamo<br>consistenza, ci facciamo solidi nella nostra unica fragilità: il mascarpone<br><br>il liquore, il liquido troppo solido. Contenta? Fumo distante, e non voglio<br>farlo, non voglio più. Invece: cosa canto? mi chiedo pigro. Mi suggerisci<br>sette battute al minuto, tieni il tempo, t’ingozzi di spille da balia, metti su<br>il teatrino, ci tieni tutti allegri (me/lui), ti perdi per strada, diventi roca<br><br>e mi fai chiedere perdono, mi fai cadere le ali, mi fai perdere un po’<br>d’equilibrio (quanto? non so), mi fai guardare tutti i film, mi fai mentire<br>mi fai più importante dell’intorno, mi dici che hai sonno, mi parli del dormire<br>del sogno, del turbamento, dell’ignoto: tutta roba mia. Hai la faccia sporca.<br><br>(volare oh oh ripeteva e gridava scherzava col vino con<br>Dino il catino il pattino il panino e mangiava la faccia<br>di altrui conoscenze o parenti distanti e campane sonanti<br>e i pianti dirotti dei suoi vecchi genitori e bovini)<br><br>Adesso, amore mio, mia cosa, voglio raccontarti una storia.<br>C’ero una volta: mi offrivo volontario e dicevo basta.<br>Mi facevo tagliare le dita e non la smettevo mai di parlare.<br>T’è piaciuta? Significa, amore mio, mio oggetto, che servi tu.<br><br>“Hai la faccia sporca” mi suggerisci e continui, continuo (ne ho abbastanza<br>sono furioso, sono acceso, sono di qua e di là, da tutte le parti, sono<br>sciolto, sono squamoso, ecco cosa sono: lucido, limpido, torbido, sono<br>grosso modo come una pozzanghera, un chiaroscuro, un contrasto)<br><br>continuo: “I know” dico e ti accarezzo i capelli, ti strappo la pelle. Audace<br>mi faccio, mi faccio tentatrice, sì, e t’invito al ballo, a un’altra serata: nessuno<br>sa cosa pensare e tutti hanno strade dove perdono le cose, si perdono le cose<br>per strada, si usa così, così si fa: tutti ne hanno bisogno e tu ti stupisci<br><br>è per questo che t’amo e ti raccolgo col cucchiaino, dopo, ti ricordi?<br>ti chiamavo con altri nomi e tu stavi aspettando l’autobus, il prossimo<br>il primo, l’unico, e l’autista con la barba, il bambino ricco, il passeggero<br>l’altro, il secondo, in altre parole: io. E il mio nome non era Jack.<br><br>(l’occhio pallato dell’occhio di pesce la zuppa di pesce<br>la carne la palla la pialla la vanga la zappa la cappa che<br>scappa il consiglio del figlio il coniglio due miglia di<br>mare salato bollito servito mangiato finito in catene)<br><br>Una volta dunque andavo per mare e non servivo a niente.<br>Per fare il mare, invece, lo scenario, servivano polipi e calamaretti.<br>Io allora mi attribuivo numeri progressivi e continuavo a calare.<br>Nessuno mi notava perché non pescavo mai niente e stavo zitto.<br><br>E aspettammo, primi e unici, l’arrivo del terrore, ti ricordi? così insieme<br>aspettammo la consegna, l’allestimento del palcoscenico, le cerimonie<br>i microfoni, i bottoni o le camicie slacciate o le bandane, i fazzoletti<br>e tutte le varie nostre stanchezze (c’eravamo dimenticati, eravamo persi<br><br>non trovavamo più il marciapiede e anzi i piedi non sapevamo più cos’erano<br>se c’erano, se li avevamo, se ce n’erano in più, se eravamo in difficoltà, se<br>eravamo bianchi o neri o di quale colore, se c’erano i colori, l’arcobaleno<br>e se sì da quale finestra, e la macchina fotografica, lo scatto, il clic)<br><br>(bene ti voglio ma meglio t’incontro se solo mi scontro<br>col tir del bisogno nel sogno mi sfianco di vita in bottega<br>e la strega che nega il malocchio della verdura<br>il finocchio il prezzemolo il rosmarino segato in più punti)<br><br>Niente d’altronde si poteva tirare su: era tutto vuoto, zincato: molto bello.<br>E quella perdita noi la chiamavamo oceano.<br>Servono ora quindi le lacrime, le virtù, un refrain, un apribottiglie.<br>Mi capisci? Significa, amore mio, mia valigia, che servono da bere.<br><br>Adesso parlando chiaro voglio che tu mi apra e ti serva da sola<br>e voglio che mi prendi da dentro tutte le cose, le asperità, e voglio<br>che mi parli dentro e mi dici le cattiverie, me le metti negli organi<br>nell’intestino, nello stomaco: voglio che ce ne sia bisogno<br><br>così dopo che avrai digerito potremo parlare, stare attenti.<br>Se ce ne fosse bisogno, se servisse, potresti addirittura morire.<br>E allora da cadaveri potremo andare in pizzeria accompagnati.<br>Potremo metterci da parte, mettere da parte le carezze, e vivere di baci.<br> <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Antonio Koch]]></author>
<pubDate>Mon, 31 Jan 2005 04:02:16 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Matteo Fantuzzi su &quot;Smog&quot; Ed. Smith &amp; Laforgue, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=29&tes=507&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <b>Smog<br>di Alessandro Ansuini<br>Recensione di Matteo Fantuzzi<br>Edizioni Smith &amp; Laforgue Indipendent Press<br><br> <br><br><br>Dall&#39;officina alla fabbrica. Alessandro Ansuini.</b><br>&quot;Smog&quot;, è un libro piccolo, di 48 pagine, delle edizioni Smith &amp; Laforgue Indipendent Press scritto da Alessandro Ansuini. In libreria non lo troverete, perché è una produzione indipendente, cosa che forse nella vorticosa corsa all&#39;editoria istituzionale di oggi sembrerà a molti stonare. Eppure così è, eppure esiste un movimento che da internet a queste operazioni permette spesso di porre alla ribalta qualità interessanti come appunto in questo libro di Ansuini, che riesce a proporre una densità di immagini, un&#39;ironia e una corporeità nel contempo davvero degne di nota: <i>nella semantica di un&#39;implacabile / continuum era il sole tutto / che avvolgeva e bruciava di colmo contrasto / le bare in viso e i tre uomini / che male interpretarono / il vangelo secondo marco e a risposta sbagliata / furono fuori a issare una croce per me / e per il mio elegantissimo sapere / sono porte che rimangono socchiuse un filo / di vento di luce che passa come una lama / e porta altrove poiché denso è il vano / esserci ma la basculla del tempo / ti prende e ti porta / ti porta e ti prende e nel movimento / t&#39;eclissa il pensarci</i>. Ansuini cerca molto il contatto con la parola, sembra rifarsi con fedeltà nelle intenzioni a quelle linee che vedevano nel linguaggio la necessità fondamentale attraverso la quale fare passare il senso. Ben venga allora questa pubblicazione che scarta l&#39;editoria consacrata, una buona prova coadiuvata dalla giusta decisione di farla conoscere, anche senza folli investimenti.<br><br><br> <br><a href='http://www.paginazero.info/SOMMARIO/Recensioni/Smog.htm' target='_blank'>http://www.paginazero.info/SOMMARIO/Recensioni/Smog.htm</a><br> <br><br>(Teorie - Critica &amp; recensioni)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Wed, 26 Jan 2005 16:36:38 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Un capro, una capra, una carpa., di Silvia Molesini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=19&tes=503&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[quando non scrivo disegno]<br><br><br><br> ---- <br><br>(Risorse - Arti visive)]]></description>
<author><![CDATA[Silvia Molesini]]></author>
<pubDate>Mon, 24 Jan 2005 01:23:09 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[ANTONIN ARTAUD - PER GLI ANALFABETI, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=17&tes=502&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[HIERETICUS RIDENS]<br><br><br><br> <br><br><b>Prefazione di M.D.<br><br>Stampa Alternativa</b><br><br>Quel che è rimasto di un Artaud fatto a pezzetti<br>Antonin Artaud (1896-1948), scrive Roland Barthes, «è ciò che, in filologia, si definisce hapax, una forma o un errore che si incontra una sola volta in tutto il testo». La sua singolarità «non è quella del &quot;genio&quot;, e neppure quella dell&#39;eccesso, non ha niente d&#39;ineffabile, e si può esprimere in una maniera molto razionale: Artaud scrive nella distruzione del díscorso».<br>Artaud è folle, Artaud è fuoco, ma un fuoco oscuro, antigrammaticale. In apertura delle sue Oeuvres complètes Artaud ci mette in guardia: «Io scrivo per gli analfabeti». Ci si chiede come sia possibile... «Al giorno d&#39;oggi, quando si parla di cultura», sostiene Artaud, i governi pensano ad aprire scuole, a far lavorare le tipografie, a far colare l&#39;inchiostro delle stamperie, mentre per farla crescere, la cultura, bisognerebbe chiudere le scuole, bruciare i musei, distruggere i libri, frantumare le rotative delle tipografie. Scrivere è danzare, danzare alla rovescia &quot;, per mangiare il proprio destino e assimilarlo con la conoscenza». Essere  colti «significa capire che i libri mentono quando parlano di dio, della natura, dell&#39;uomo,della morte e del destino». Distruggere la Ragion (culturale) di Stato nel nome di un&#39;altra conoscenza: la conoscenza ebbra. Quella dei folli, la sola che resti<br>dopo il disastro &quot;ragionevole&quot; e &quot;democratico&quot; della guerra e della fame (e non è certo un problema sorto in questi giorni... ). Danzare contro l&#39;esprit de géométrie, contro la motivazione politica, le leggi di gravità... Danzare nella sarabanda della rivoluzione, quella degli umiliati, dei barbari e degli analfabeti. Il pensiero è un essere - cattivo», e le cose «si formano nell&#39;ignoranza e nel silenzio con<br>una ricerca paziente e minuziosa dei corpi». E lo stile? «Lo stile è l&#39;uomo, l&#39;uomo e il suo corpo. »<br>Analfabeta è chi non sa né leggere, né scrivere, ma è anche il bambino (l&#39;infante, il &quot;petit fou&quot;) che non sa nemmeno parlare.<br>L&#39;Accademia preferisce un&#39;altra parola, illetterato, ossia &quot;omo sanza lettere&quot;. Ovvero il figlio bastardo, il criminale che non si pente, il bruto esiliato dal regno della parola data. Per il medico, analfabeta è il folle che si perde nei suoi deliri linguistici turor o stuiltiloquium?. Per lo Stato è il clandestino, per il fisco, il miserabile. Si discute del &quot;tasso di analfabetismo&quot;, della &quot;percentuale di<br>analfabeti nella popolazione&quot;, delle leggi contro l&#39;imbarbarimento della cultura. In nome del complesso di Edipo, o della competitive intelligence, si spartiscono la libertà e la dignità di parola...<br>La ragione letteraria è solo l&#39;altro volto della farneticazione medica e della dialettica dell&#39;esclusione, parole chiave della visione borghese della vita pubblica. Derivato dal latino follis (mantice per il fuoco), folle è lo stupido, l&#39;idiota senza ragione: insipiens, mente captus, stultus. Di chi nutre folti speranze si dice che è matto, matto furíoso. Questo libretto non è adatto all&#39;uomo di cultura, o<br>allo spacciatore di libri, richiede gente di un&#39;altra razza, esige matti furiosi. Per meglio dire: se ne fotte del lettore. Per leggerlo, bisogna gridare con  Artaud, «avere un corpo, dire &quot;io sono&quot;». Bisogna diventare matti, matti da legare. Bisogna diventare fuoco, ignescere, tomare selvatici e analfabeti per trovarne la chiave. Eccentrica, eccessiva, piena di intensità, la lettura, come la libertà, è il gesto di un folle analfabeta, una sovversione di fatto, lo stridere di un ferro rovente».<br>M.D.<br><br><br><b>PER GLI ANALFABETI</b><br><br>Un&#39;anarchia, senza ordine né legge, le leggi e i comandamenti non esistono senza il disordine della<br>realtà, il tempo è la sola legge. Continuerò a disarticolare ogni cosa, nella vita degli universi, perché<br>il tempo sono io.<br>La rivolta generale degli esseri è stata un sogno che ho osservato come un albero, nel mio angolo,<br>con l&#39;epidermide delle mie mani, e non ero morto né distrutto, ma nel corpo da qualche parte.<br>Sono una macchina che funziona benissimo e parte al primo colpo e sono gli esseri che, con la<br>dialettica, fanno sorgere falsi problemi per comprendere esplicitamente quello che dico: che la mia<br>testa funziona.<br>Seguo la mia strada nell&#39;onestà, nel contegno, l&#39;onore, la forza, la brutalità, la crudeltà, l&#39;amore,<br>l&#39;acredine, la collera, l&#39;avarizia, la miseria, la morte, lo stupro, l&#39;infamia, la merda, il sudore, il<br>sangue,l&#39;urina, il dolore.<br>Non sono l&#39;intelligenza o la coscienza ad aver fatto nascere le cose ma il dolore mistero del mio<br>utero, dei mio ano, della mia enterocolite, che non è un senso, caro signor Freud, ma una massa<br>ottenuta solo soffrendo senza accettare il dolore, senza rivendicarlo, senza imporselo, senza starselo<br>a cercare ...<br>Non c&#39;è scienza, c&#39;è solo il niente, e non la supereranno la loro scienza se credono. Non si può<br>vivere con tutti questi parassiti mentali attorno. Io sono colui che ha voluto rendere inutile il segno<br>della croce.<br>Il dubbio, l&#39;incostanza, l&#39;ignoranza, l&#39;inconseguenza non costituiscono uno stato alterato, ma il solo<br>stato possibile, non esiste l&#39;essere innato che avrebbe infusa la luce, la luce si fa vivendo, ma la sua<br>natura reale è tenebrosa, non riempie mai lo spirito di consapevolezza, ma della necessità di<br>accatastare il suo essere, di raccoglierlo al centro delle tenebre, affermazione consistente di un<br>essere, di una forma che con la sua misura e i suoi appetiti si affermerà, l&#39;essere, non dio, nessun<br>principio innato.<br>lo non sono mai andato a dire agli intellettuali: che cosa volete? Neppure li ho mai biasimati, li ho<br>solo scandalizzati con la lingua e i colpi. L&#39;idea che ho di me è che non so nulla e sento sempre<br>qualcosa dì diverso ìn merìto a un&#39;ìdea del dolore e dell&#39;amore che non può non uscirne.<br>Non ho mai amato l&#39;atmosfera delle case di correzione e non accetto che me la sì applichi.<br>Lo ripeto, a guidarmi non è l&#39;orgoglio letterario dello scrittore che vuole piazzare e veder pubblicato<br>il suo prodotto. Sono i fatti che racconto che voglio che nessuno ignori, i gridi di dolore che lancio e<br>che voglio siano sentiti.<br>No, io, Antonin Artaud, no e poi ancora no, io, Antonin Artaud, non voglio scrivere se non quando<br>non ho più niente da pensare. Come chi divori il proprio ventre, l&#39;aria del suo ventre, da dentro.<br>Sotto la grammatica si nasconde il pensiero che è un obbrobrio più difficile da battere, una vergine<br>molto più renitente, molto più difficile da superare quando lo si prende per un fatto innato. Perché il<br>pensiero è una matrona che non è sempre esistita. E che le parole gonfie della mia vita si gonfino<br>nel vivere dei bla bla dello scritto.<br>Io scrivo per gli analfabeti.<br>P.S. Bisogna pagare degli ignoranti assoluti con denaro e buone parole per trasportare oppio, e<br>fucilare i soldati, per vestirsi con abiti civili e assassinarli tutti, i soldati.<br>Liberare l&#39;oppio dell&#39;Afghanistan ...<br><br><br><b>UN&#39;ANARCHIA SOCIALE DELL&#39;ARTE</b><br><br>L&#39;arte ha il dovere sociale di dare sfogo alle angosce della propria epoca. Un&#39;artista che non ha<br>accolto nel fondo del suo cuore il cuore della propria epoca, l&#39;artista che ignora d&#39;essere un capro<br>espiatorio, e che il suo dovere è di calamitare, di attirare, di far ricadere su di sé le collere erranti<br>dell&#39;epoca per scaricarla del suo malessere psicologico, non è un artista.<br>Come gli uomini, anche le epoche hanno un inconscio. E quelle oscure parti dell&#39;ombra di cui parla<br>Shakespeare hanno una vita, una propria vita che bisogna estinguere.<br>A questo servono le opere d&#39;arte.<br>Il materialismo dei nostri giorni è in realtà un atteggiamento spiritualista poiché, per meglio<br>distruggerli, ci impedisce di raggiungere l&#39;essenza di quei valori che sfuggono ai sensi. Questi<br>valori, il materialismo li chiama &quot;spirituali&quot; e li disdegna: e cosi avvelenano l&#39;inconscio dell&#39;epoca.<br>Ora, nulla di ciò che la ragione o l&#39;intelligenza possono raggiungere è spirituale.<br>Abbiamo i mezzi per lottare, ma la nostra epoca sta morendo, dimenticando di usarli.<br>Agli inizi, la Rivoluzione Russa ha fatto una vera carneficina di artisti, e dappertutto si èlevato il<br>grido contro questo sprezzo dei valori spir ituali che le esecuzioni della. Rivoluzione Russa<br>sembravano rappresentare.<br>Ma, a ben vedere, qual era il valore spirituale degli artisti che la Rivoluzione Russa ha mandato al<br>muro? In che cosa le loro opere, scritte o dipinte, testimoniavano dello spirito catastrofico dei<br>tempi?<br>Gli artisti, al giorno d&#39;oggi più che mai, sono responsabili del disordine sociale dell&#39;epoca, e la<br>Rivoluzione Russa non li avrebbe colpiti se avessero avuto il sentimento reale della propria epoca.<br>Perché in ogni sentimento umano autentico c&#39;è una forza rara che impone a tutti il rispetto.<br>Nel corso della prima Rivoluzione Francese è stato commesso il crimine di ghigliottinare André<br>Chénier. Ma in un tempo di sparatorie, di fame, di morte, di disperazione, di sangue, nel mome nto<br>in cui si decideva nientemeno che dell&#39;equilibrio del mondo, André Chénier, smarrito in un percorso<br>inutile e reazionario, ha potuto scomparire senza danno alcuno né per la poesia, né per la sua epoca.<br>E i sentimenti universali, eterni, di André Chénier, se li ha provati, non erano né cosi universali, né<br>così eterni da giustificare la sua esistenza in un&#39;epoca in cui l&#39;eterno si celava dietro un particolare<br>dalle preoccupazioni innumerevoli. Un&#39;arte, appunto, deve impadronirsi delle preoccupazioni<br>specifiche, e innalzarle al livello di un&#39;emozione capace di dominare i tempi.<br>Non tutti gli artisti sono in grado di giungere a questa identificazione magica dei propri sentimenti<br>con i furori collettivi dell&#39;uomo.<br>E non tutte le epoche sono in grado di apprezzare l&#39;importanza dell&#39;artista e questa funzione di<br>salvaguardia che esercita nei confronti del bene collettivo.<br>Lo sprezzo dei valori intellettuali è alla radice dei mondo moderno. In realtà, questo disprezzo<br>dissimula una profonda ignoranza della natura di questi valori. Ma non possiamo perdere le forze<br>nel tentativo di farlo capire ad un&#39;epoca che, tra gli intellettuali e gli artisti, ha prodotto traditori in<br>gran numero, e, nel popolo, ha generato una collettività, una massa che non vuole capire che lo<br>spirito, cioè l&#39;intelligenza, deve guidare il corso dei tempo.<br>Il liberalismo capitalista dei tempi moderni ha relegato all&#39;ultimo posto i valori dell&#39;intelligenza, e<br>l&#39;uomo moderno, di fronte a queste poche verità elementari che ho elencato, si muove come una<br>bestia o come l&#39;uomo spaventato dei tempi primitivi. Per preoccuparsene, aspetta che queste verità<br>diventino atti, e che si manifestino attraverso terremoti, epidemie, carestie, guerre, ossia col tuono<br>dei cannone.<br><br><br><b>NON SOPPORTO L&#39;ANATOMIA UMANA</b><br><br>Non sopporto l&#39;anatomia umana e soprattutto non sopporto le scissioni dell&#39;anatomia.<br>Costretto nella camicia di forza, sbattuto in cella, fermato con tutti i mezzi, avvelenato, paralizzato<br>con l&#39;elettricità, non dirò di aver conservato un vecchio fondo di pietà umana, ma dirò di averla vista<br>sovraeccitata, la mia sensibilità umana, in un modo tale che non posso più veder passare un mutilato<br>senza sentire dentro di me non so quale antica criniera elettrica drizzarsi dalla testa ai piedi.<br>Troppe guerre in questi ultimi anni hanno fatto saltare via troppe braccia e troppe gambe dai corpi<br>che le tenevano. Perché l&#39;uomo si batte fuori?<br>Perché dentro è la sua anatomia a fargli guerra, e da secoli non ci si chiede più di sapere perché, nel<br>mezzo della peste, della carestia, della guerra, della sifilide, dell&#39;epilessia, dei mercato nero,<br>dell&#39;elettroshock e dell&#39;insulinoterapia, l&#39;uomo, corpo su corpo di trincea, ne muore uomo, e da<br>Vercingetorige ad Attila, quanti lo sono ma chi sa la bara della gamba di Vercingetorige o Attila,<br>ecc., ecc.,<br>l&#39;uomo, dico, non ha smesso di sragionare perché i veri malati mentali non sono nei manicomi, ma<br>sono fuori, tra di noi, tra i conquistatori, principalmente, Signor Carlo Magno, Signor Napoleone,<br>Signor Carlo V, ecc.<br>Quanto ai vivi, non sono io, ma è la storia che prossimamente li nominerà, non è vero, Signor<br>Mussolini (anche se lei è morto), non è vero, Signor Churchil, ma lei è ancora vivo, non è vero,<br>Signor Dalai Lama, ma dov&#39;è lei adesso? Dico che sono i folli al potere che hanno mantenuto<br>l&#39;anatomia attuale di un uomo che non smette di perdere gambe e braccia nel corso di tutte le guerre<br>che gli vengono e gli verranno mosse, perché quest&#39;anatomia è falsa e chi gliela farà? Tutti e<br>nessuno, si risponde, il caso, lo spirito malvagio e il niente, ebbene no, né tutti né nessuno né il caso<br>né lo spirito malvagio e neppure il niente ma questi sempiterni profittatori del potere e questi ricchi,<br>ricchi di denaro e ricchi anche della coscienza dei potere, ma non è mai la loro scienza che gli ha<br>fatto guadagnare potere, ma quella del Signor mutilato, Signor squartato, Signor amputato, Signor<br>decapitato nei reticolati e nelle ghigliottine del potere discrezionale della guerra che fa la guerra, ed<br>evita la pace, tra le mani di chissà quali eterni miliardari della potenza e del comando. Poiché sono<br>sempre gli stessi che danno e ricevono il resto di 30 denari. Guerra, pace, poesia, libertà, ordine,<br>disordine, anarchia, ribellione prigione, manicomi, libertà, alienazioni e alienati sono e furono<br>sempre idee, stati, convenzioni e nozioni che non hanno mai avuto valore se non per la lingua che<br>per la prima volta le ha farfugliate o leccate, prese, sorprese, attaccate o abbandonate, difese ed<br>enunciate.<br>Voglio dire che questa lingua, la lingua, che la lingua è una massa di carne che vale nella e per<br>l&#39;anatomia generale e che l&#39;anatomia generale dell&#39;uomo è da secoli monca perché è stata<br>improvvisata, improvvisata da quei sobillatori smaniosi d&#39;esseri, che si chiamarono Jeova, Carlo<br>Magno, Gesù-cristo, Copernico, Giamblico, Proteo, Prometeo, il buddha, Mosè, di León e<br>Maometto. Oh, signor Artaud, tutto questo è superficiale e lei stesso è troppo precipitoso&#33; No,<br>l&#39;anatomia umana è falsa, è falsa e io lo so per averlo provato dalla testa ai piedi durante i miei 9<br>anni passati in 5 manicomi e i responsabili non sono quelli che ho appena elencato, ma un tempo si<br>nascondevano sotto quei nomi, e sono loro che hanno sviato la scienza, e hanno imposto all&#39;uomo<br>oppresso quella cosa che si è voluta chiamare scienza<br><br><b>LA FAME NON ASPETTA...</b><br><br>Decongestionare l&#39;Economia vuoi dire semplificarla, filtrare il superfluo perché la fame non aspetta.<br>Così poco inclini come siamo ad occuparci d&#39;Economia, è sotto il suo aspetto Economico ed<br>esclusivamente Economico che la situazione attuale ci colpisce, e lo fa in maniera pressante,<br>angosciante, richiedendo soluzioni immediate, se non vogliamo che siano gli avvenimenti a imporci<br>le loro soluzioni, che sarebbero disastrose, ma probabilmente decisive. E la questione che si pone è<br>quella di sapere se bisogna provare a orientarli, gli avvenimenti, accelerandone il ritmo nel loro<br>verso, o se per caso non valga la pena di lasciarli correre, fino a che l&#39;ascesso si svuoti da sé, una<br>volta per tutte, e per davvero.<br>Possiamo affidare al caso, certo, il compito di giungere a soluzioni estreme; ma non è affatto certo<br>che il caso non guidato faccia bene e completamente quanto deve, ma un intervento, poiché un<br>intervento è inevitabile e necessario, potrebbe darsi, per essere al contempo efficace e decisivo, solo<br>nel senso di un certo numero di necessità naturali e fiutando gli avvenimenti.<br>Che la situazione sia grave, angosciante, e ancor più che angosciante, minacciosa, nessuno lo<br>negherà e forse non dipende ormai più da noi il fatto che diventi, dall&#39;oggi al domani, catastrofica.<br>Qualunque cosa avvenga, c&#39;è un certo numero di fatti elementari che è indispensabile che siano da<br>tutti compresi, per contenere o precedere il disastro, e in tal caso farlo evolvere in un corso<br>vantaggioso e comunque efficace perché se ne tragga il maggior vantaggio.<br>Si sa che quest&#39;anno, come &quot;tredicesima&quot;, i salari sono stati ridotti qui dei 10, altrove dei 20%, e<br>questo in modo unanime, in tutta la Francia.<br>In questa notte di fine d&#39;anno, prima dell&#39;anno nuovo che non osiamo più sperare si conduca meno<br>fiaccamente e meno ... dei precedente, sappiamo che la maggior parte dei teatri di Parigi ha<br>registrato incassi che si possono considerare i peggiori dell&#39;anno, e per i cinema gli incassi sono<br>diminuiti, in rapporto alla vigilia di Natale, di un sesto.<br>Otto giorni fa, il maggior industriale serico di Lione, Gillet, la cui azienda era vecchia di oltre un<br>secolo, è fallito, accusando una perdita di capitale di un miliardo, e lasciando sul lastrico più di<br>tremila operai.<br>Lo Stato non concede sussidi di disoccupazione, ma le autorità locali, che non vogliono lasciar<br>morire di fame i trecentomila disoccupati della regione parigina, prendono, da casse di mutuo<br>soccorso frettolosamente messe in piedi, da sei a otto franchi al giorno che distribuiscono a ogni<br>disoccupato, che per poco che tenga famiglia ha a mala pena di che conservare forza sufficiente per<br>vedersi lucidamente morire di fame.<br>Questa è la soluzione come si mostra ai non prevenuti e agli ignoranti. Ma questi elementi sono<br>insufficienti per sbattere, davanti agli occhi di chi non ha paura di affrontare la verità, il quadro<br>premonitore di immense, inevitabili e indubbiamente salutari, perché necessarie, rivoluzioni.<br>Capitalizzare la fame.<br><br><br><b>LETTERA Al RETTORI DELLE UNIVERSITA EUROPEE</b><br><br>I bambini sanno qualcosa fino al giorno in cui li si manda a scuola.<br>A partire dal giorno in cui sono affidati alle mani di un professore,dimenticano.<br>Le scuole sono un fascismo della coscienza, questa vecchia dittatura fossilizzata sulla puttana<br>dell&#39;innato pedagogo.<br>Il bambino di sei anni che per la prima volta entra in una scuola avrebbe molto da insegnare al suo<br>presunto maestro, se solo questi avesse la saggezza e l&#39;onestà di credere che c&#39;è qualcosa [da]<br>imparare dalla coscienza di un nuovo nato.<br>Ma qual è il maestro che avrà lo spirito di riporre la chiave sulla porta mettendosi lui stesso a scuola<br>delle future natalità?<br>La disgrazia, signori rettori delle Università Europee, è che non ci sarà più alcuna nascita, perché a<br>forza di tirare la corda ...<br>E non è alla scuola delle nascite che vorrei mettervi, io, magnifici rettori, poiché per la scienza<br>imbecille che rappresentate non è più tempo di nascere, è tempo di morire.<br><br><br><b>LETTERA AL SINDACO DI PERUGIA</b><br><br>Signor Sindaco, mi chiede di partecipare a una manifestazione da Lei organizzata e di darLe, in<br>ogni caso, la mia risposta.<br>Eccola:<br>Non vedo, del resto, che cosa abbia da spartire il teatro con il romanzo, che sia realista o no, anche<br>se presumo di intuire il particolarissimo significato che Lei attribuisce, in questo contesto, al<br>termine.<br>Ciò significa continuare ad assimilare il teatro a un genere, letterario o no, ma pur sempre<br>canonizzato, mentre sono vent&#39;anni che io lotto per la dissoluzione assoluta del teatro da ogni<br>genere d&#39;arte ...<br>E per il suo reinserimento nel trambusto dell&#39;attività quotidiana, quella dei carri di bestiame, di una<br>Transiberiana, della bomba atomica o di un equipaggio d&#39;alto bordo.<br>Quanto al romanzo esistenzialista, non sapevo nemmeno che esistesse uno, e significa attribuire<br>troppo valore e troppo peso a delle cazzate letterarie cominciate con bassi trucchetti da bettola e<br>arrivate, di colpo, a prendere un premio che ci si stupisce abbiano ricevuto.<br>Le confesserò, Signor Sindaco, che tutto quel che riguarda Jean Paul Sartre, più che l&#39;impressione di<br>una porcheria, mi dà l&#39;impressione di una passeggiata su una vipera particolarmente avvelenata.<br>Per giudicare l&#39;opera di un uomo non mi basta averla in mano, la sua opera, voglio averne in mano<br>anche la vita, e anche quando lo scrittore è morto, essa continua a trasudare nella sua opera. E<br>l&#39;opera di Jean-Paul Sartre è, moralmente parlando, quella di un pezzente, di un&#39;intelligenza fragile e<br>manipolabile.<br>E senza scrupoli, e si vede da dove ... la vita di tutta una parte del mondo dello spirito (e che cosa<br>devo farci io col mondo dello spirito e degli spiriti intorno alle produzioni e manifestazioni di una<br>intelligenza come quella?).<br>La città di Perugia ha un sacrario celebre di cui lei farebbe bene a mostrare l&#39;articolazione dei<br>segreti canoni a certi scrittori europei piuttosto che riprendere sempre gli stessi piagnistei poetici,<br>laddove si tratta sempre del medesimo insulso puzzo erotico attorno allo stesso &quot;capolavoro&quot;<br>malriuscito.<br>Per arrivare a questo sacrario bisogna scendere lungo irti cunicoli dove non si passa che ad uno ad<br>uno, cunicoli che danno, a chi li attraversa, il brivido nero dell&#39;orgasmo.<br><br><br><b>INGIUNZIONE</b><br><br>Del corpo attraverso il corpo con il corpo dal corpo e fino al corpo. La vita, l&#39;anima non nascono<br>che dopo. Non nasceranno più. Tra il corpo e il corpo non c&#39;è nulla ...<br>Un corpo, niente spirito, niente anima, niente cuore, niente famiglia, niente famiglie d&#39;esseri, niente<br>legioni, niente confraternite, niente partecipazione, niente comunione dei santi, niente angeli, niente<br>esseri, nessuna dialettica, nessuna logica, nessuna sillogistica, nessuna ontologia, nessuna regola,<br>nessun regolamento, nessuna legge, nessun universo, nessuna concezione, nessuna nozione, niente<br>concetti, niente lingua, niente ugola, niente glottide, niente ghiandole, niente corpi tiroidei, nessun<br>organo, niente nervi, niente vene, niente ossa, niente fango, niente cervello, niente midollo, nessuna<br>sessualità, nessun cristo, niente croce, nessuna tomba, niente resurrezioni, niente morte, niente<br>inconscio, niente subconscio, niente sonno, niente sogni, nessuna razza, nessun genere maschile o<br>femminile, nessuna facoltà, nessun principio, nessun atto, nessun fatto. Nessun avvenire, nessun<br>infinito, nessun problema, nessuna questione, nessuna soluzione, niente cosmo, niente genesi,<br>nessuna credenza, nessuna fede, nessun&#39;idea, nessuna unità. Niente anarchia, niente borghesia,<br>niente partiti, niente classe, niente rivoluzione, niente comunismo, la Rivoluzione, l&#39;anarchia, la<br>notte, la logomachia, lo ketenor dui / bezui buibela / orbubela/ topeltra, niente analisi, niente sintesi,<br>niente &quot;di dentro&quot;, niente riserve, niente essudato, niente sudore, niente ispirazione, niente sospiri,<br>nessun ghetto, nessuna irradiazione, nessuna fisiologia, nessuna classe, nessuna lotta di classe, la<br>Rivoluzione...<br>lo rinnego il battesimo, la patria, la scienza, il verbo, la letteratura, i rituali, la liturgia, le esperienze,<br>la pedagogia, l&#39;insegnamento, la legge, le leggi, la prova, la salvezza. Non credo al valore della<br>salvezza. Non rinnego la poesia, la musica, la pittura, il teatro, la danza, il canto, la muratura, la<br>falegnameria, l&#39;arte dei fabbro, il lavoro, lo sforzo, il dolore, i fatti, le prove.<br>Non voglio più vedere i corpi degli uomini mutilarsi nelle guerre e nei massacri, non voglio più<br>vedere corpi di esseri umani imprigionati nei feretri.<br><br><br><br><br><br><br> <br><br>(Risorse - Bibliografia)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Fri, 21 Jan 2005 05:33:54 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Milano, di Guido Conforti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=498&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> trantran milan si va si va in tram o metropolitana <br>cadorna cordusio famagosta prende basso alle gambe il contagio <br>qui si va non si passeggia né si sosta <br>ci si trasferisce alla veloce <br>da un buco all’altro con gli occhi fendinebbia <br>ai lati dei monatti a paracarro <br>l’euro è stata una grazia inaspettata <br>una gratifica sulla vita anticipata peccato il bigliettame a cifra tonda<br>sarà per un retaggio asburgico che stan perbene in fila <br>ma senza amarle tempo perso <br>denaro perso il piccionazzo grasso che al giapponese ridens <br>becchetta sulla nikon stacca alla cinque <br>e se ne vola dai parenti alla bovisa <br>abituati loro a far la posta agli sfridi dei fastfood <br>ehi se va si mangia insieme una cosa <br>una michetta col caprino una mineralenongassata <br>il ticket passa pure un caffè decaffeinato dolcificato <br>surrogato di un surrogato di benessere perduto <br>uelfèa si dice adesso la pronuncia <br>la pronuncia si ripassa sullo spinning <br>sul cardiofrequenzimetro le newswires del dowjones <br>tamtam milan si può vivere obbligandosi al futuro <br>meglio se anteriore si può viveresopra <br>alla minima un po’ altina combattendola col colesterolo <br>quello buono si può soprassedere e sottostare ogni mattina <br>alla lauda in digitale in anticipo sei minuti esatti <br>sui tempi programmati si può vivere in qualche similmodo <br>sebbene si viva assai meglio il venerdì <br>la zampata di un gigantesco formichiere <br>e chi può si schizza fuori <br>sparato alla tangente <br>diretto ovunque <br>purché altrove      <br><br> <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Guido Conforti]]></author>
<pubDate>Wed, 19 Jan 2005 15:58:15 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Roma, di Guido Conforti]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> roma degli agri scannarsi e riscannarsi per quattro croci da tirar su a segale e frumento <br>mors tua vita mea che vita sarà mai stata sottecchi un gregge immoto chiedendosi <br>che cosa sarà mai che casa che domani semmai dopodomani come le pecore figliare <br>andar per transumanze per barbare mattanze a rovescio un padre prodigo e un figlio buono <br>a spasso col vitello grasso che i plinti dei prefabbricati ancor oggi ne frantumano <br>di ossi bianchi come fossero grissini stanchi sfioriti i tombaroli <br>i capomastri se ne tornano a borgata con la scheggia di uno stinco <br>che pare una fionda al pupo giù in cortile da andarci per marane <br>ad inculare i tordi le rane i gatti quelli col cimurro e un occhio solo <br>quelli cattivi quelli incrociati col malocchio quelli padroni loro sì dei loro passi <br>passi la borgata passi la storia il ponentino nel filtro resta la gente <br>da scucchiaiare via dopo il programma delicati gente <br>annodata a gruppi a falangi a truppe orfane perfino dei cammelli stufi <br>di fare il carico di parole che si svendono nei palazzi delle parole insane <br>una lingua loro hanno creato ridotti morsomorso a rinculare e grazietante <br>oltre ai portoni bugnati borchiati sagomati tra carte a mucchi a covoni a palizzate <br>portacenere intasati telefoni inini cessi graffitati <br>un trascinarsi in pausa fino alla campanella <br>facsimile di vetturino che zoppica sui fori <br>lo sbircio in travertino di un sole rosso <br>mai stato così rosso che stancamente inclina <br>come tutto d’altronde purché domani <br>semmai dopodomani  <br> <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Guido Conforti]]></author>
<pubDate>Fri, 14 Jan 2005 15:53:59 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Wislawa Szymborska, di Guido Conforti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=44&tes=495&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <br>La stazione<br><br><br><br>Il mio non arrivo nella città di N.<br>è avvenuto puntualmente. <br><br>Eri stato avvertito<br>con una lettera non spedita.<br><br>Hai fatto in tempo a non venire<br>all&#39;ora prevista.<br><br>Il treno è arrivato sul terzo binario.<br>E&#39; scesa molta gente.<br><br>L&#39;assenza della mia persona<br>si è avviata verso l&#39;uscita tra la folla.<br><br>Alcune donne mi hanno sostituito<br>frettolosamente<br>in quella fretta.<br><br>A una è corso incontro<br>qualcuno che non conoscevo,<br>ma lei lo ha riconosciuto<br>immediatamente.<br><br>Si sono scambiati<br>un bacio non nostro,<br>intanto si è perduta<br>una valigia non mia.<br><br>La stazione della città di N.<br>ha superato bene la prova<br>di esistenza oggettiva.<br><br>L&#39;insieme restava al suo posto.<br>I particolari si muovevano<br>sui binari designati.<br><br>E&#39; avvenuto perfino<br>l&#39;incontro fissato.<br><br>Fuori dalla portata<br>della nostra presenza.<br><br>Nel paradiso perduto<br>della probabilità.<br><br>Altrove.<br>Altrove.<br>Come risuonano queste piccole parole<br> <br><br><br><br><br><br><br><br><br><i>Per una volta ben meritato il Nobel 96, no?</i> <br><br>(Arte - Voci straniere contemporanee)]]></description>
<author><![CDATA[Guido Conforti]]></author>
<pubDate>Wed, 12 Jan 2005 12:50:30 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[A dialogare se stesso con cuore incompiuto, di Fabrizio Pittalis]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=484&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=484&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> <i>(  Entra<br>   e in  un secondo è solo <br>   senz’annuncio <br>   sguardo assente di contegno   )</i><br><br><br>&lt;&lt;La mia giornata non è mai un disastro,<br>     la mia giornata è una prospettiva in cui regolarmente svengo <br>     come un televisore interrotto<br>     faccia china sulla tavola imbandita<br>     ronzinando contro i miei  mulini a vento <br>     bollicine e vino bianco<br>     orde intere di pollame fatto freddo <br>     calze asciutte come paste <br>     i contrasti di mutande<br>     fuselli che danzano come panini nelle forchette<br>     film bianco<br>     film nero in fondo alla notte<br>     cascate di note su note di sonno<br>     completamente inventate.<br>    <br>     Non sono mai stato un esteta<br>     Non sono mai stato un asceta<br>     Ma son  tetto di campagna.<br>     Mai stato fiero<br><br>     ( per dirla tutta non me ne vanto…)<br> <br>     Avrei voluto esser cielo d’ossa<br>     per tutto quel che mi riguarda <br>     ma una donna senza polpa non mi ha mai attirato<br>     ho un  senso dell’amore decisamente pornografico<br>     mi ritrovo dentro a un letto nel disperdersi del dramma di un sospiro<br>     mi ritrovo dentro a un letto a elemosinare un pezzetto di me stesso <br>     che non sia di secco pane azzimo<br>     non ho mai avuto fretta<br>     d’esser crociato di sangue e d’agnello<br>     pieno fino alle orecchie del mio dolermi <br>     bello da tagliarmi il collo<br>     ma del resto sono un bugiardo<br>     sono arbusto disinteressato <br>     schiavo di una  prospettiva<br>     fughe di strade le mie catene,<br>     simboli<br>     alberi a dipingere il mondo<br>     serie su serie di<br>	-Torna  al tuo posto &#33;-<br>	-Torna al tuo posto &#33;-<br><br><br>              -Torna al tuo posto &#33; -<br><br>      Atomi fin dentro il naso…<br><br> <br>      La pazzia <br>      è del resto rimasta fino ad oggi un’utopia<br>      probabilmente morta <br>      nella luce trasversale d’uno sguardo <br>      tutto è stato già detto come taciuto      <br>      <br>      la mia giornata è naturale scontatezza delle cose appena nate                                                                                               <br>      naturale istinto di rifugio e simbolo<br>      è ripiego di non detto <br>      la mia giornata è un ragazzo che parla da solo  <br>      distratto.<br>      È un qualcosa che non mi ricordo…&gt;&gt;<br><br><br><br><i>(  si rannicchia tondo nello stomaco e traviato in un sospiro si rialliscia svelto,<br>   entra in campo l’altra voce interno corpo<br>  sullo sfondo un cielo storto<br>  un sole piatto  ) </i>       <br><br><br><br>                                                               <br>E allora io qui mi chiedo ma che vuole questo?<br>Che diavolo richiede il giovinotto caramelle vino e Lexotan  camomilla caffè Seropram aspirina stricnina  dritta al fegato di topo, figlia di sapori e  sguardo di lupo come cagna spudorata che si gratta malamente il culo in terra…<br><br>E abbozzato mi rispondo:<br><br>&lt;&lt;Da  sempre hai sognato la gente che sanguina vermi<br>                                           non hai mai sopportato il compulsivo dirti<br> il tuo unico ascoltare è l’ascoltarti<br>vedo i bruchi salutarmi di pupille tue <br>mentre<br>raramente ghiotto<br> in silenzio<br> fingo circumnavigazioni del tuo occhio &gt;&gt;<br><br>ma lui sordo riprendendo:<br><br>&lt;&lt; Mi ricordo che in un sogno riconobbi Magellano…<br>     Fu pur sempre sfortunata nel suo vano  farlo fuori l’isoletta  dell’oceano <br>     la sua gente nata morta di sprofondo dentr’agl’occhi <br>     di quei strani nuovi bipedi <br>     ricaduti all’orizzonte come il mare giù dal cielo<br><br>     io conobbi  un galeone ammutinato<br>     e gli dissi che a tribordo<br>     sarei  stato quello stronzo, <br>     col coltello<br><br><br>     …ma  ora penso  che sia inutile deviare<br><br>         infiocchettare l’argomento <br><br>         interessarci fintamente del discorso…<br><br><br>      la mia giornata è una cosa confermata senza senso<br>      un’inquieta evanescente lamentela<br>      è quel senso di insoddisfazione in cui cadi come un bimbo in bicicletta<br>      è una smorfia di bambina sulla faccia<br>      un triciclo senza ruota<br>      una macchina distrutta dietro a un muro di campagna<br>      è un pastore ottocentesco che passeggia <br>      lacrimando<br>      per Time Square <br>      una sfilza di parole senza senso<br>      una pagina trascritta in nonsocchè…&gt;&gt;<br><br><br>Lo sapevo &#33;<br><br><span style='font-size:14pt;line-height:100%'>lo sapevo &#33; </span>  <br><br><span style='font-size:21pt;line-height:100%'>lo sapevo &#33;</span> <br><br>(si graffiava la mia voce allora<br>urlando)<br><br><br>E lui avrebbe continuato<br>nel girare sempre intorno a quel discorso già trascorso,<br><br>risentito<br>e sarebbe irrimediabilmente stato vano ogni intento e tentativo d’ordinarlo,quando d’amplesso m’avrebbe risposto ( parlando di ragione e del suo dire)<br><br><br>&lt;&lt;Non ho mai cercato un retro-occhio,<br><br>io<br><br>l’ ho sempre posseduto.&gt;&gt;<br><br>…….<br>…<br>. <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Fabrizio Pittalis]]></author>
<pubDate>Mon, 20 Dec 2004 16:56:31 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[NOTE SU &quot;VI TIRAVAMO I SASSI&quot; DI FLAVIO TOCCAFONDI, di Andrea Rossetti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=29&tes=482&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=29&tes=482&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Riflettevo ieri sera in modo entusiastico sull&#39;invenzione di <b>Flavio Toccafondi</b>, che allega al suo romanzo <b>&quot;Vi tiravamo i sassi&quot;</b> delle lettere chiuse e apparentemente reali, in tutto e per tutto. <br>Non so, mi è parso il capovolgimento della prospettiva kafkiana di &quot;Lettera al padre&quot; passata attraverso l&#39;occhio di D&#39;Annunzio che volle delle acqueforti firmate Andrea Sperelli allegate alla prima edizione de &quot;Il piacere&quot; (nel romanzo, Sperelli si diletta di grafica d&#39;arte). <br>Nella modernità la letteratura prende possesso della vita e la trasforma, ne fa apogeo, la comunica ma non come altro da sé, non ha altro oggetto che se stessa, e questo avviene come atto autorevole e autoritario in un mondo in cui lo scrittore è prima di tutto &quot;autore&quot;. Oggi, nel minimo gesto di Toccafondi, atto appunto, devoluzione dell&#39;autore in &quot;attore&quot;, quel margine, quella differenza, vengono ripristinati e la forzatura diventa, in modo più saggiamente etico, oltraggio ermeneutico codificato. <br>La letteratura discende nel suo ipogeo. <br>E&#39; come se, nella scrittura, qualcosa di misterioso, di inattingibile, si rivelasse senza giustificarsi. <br>La letteratura è come il ceffone imprevedibile e apparentemente immotivato di un pazzo. Ti arriva in faccia e basta, non saprai mai perché. <br>L&#39;autore, divenuto attore, si limita a teatralizzare, a predisporre la deliberata violazione di quella zona d&#39;ombra, che il lettore consumerà poi come prescritto. <br>Lì il romanzo si chiude, diventa davvero romanzo, entra a pieno titolo nell&#39;entropia dei significati. Tuttavia lo fa dopo aver consumato uno stupro, un subdolo tradimento della traduzione, e con lo scorno non da poco di veder tacciati di nudità adamitica - l&#39;originaria colpa del metaforico parlar zerbino - i suoi celebrati panni imperiali. Magra consolazione per l&#39;onanismo sodomita della volontà di potenza: stuprare il simulacro di una vergine (una bambola gonfiabile, una Pandor-a Bauli) che, al di là delle proprie sembianze, conserva intatto, anzi sempre più forte, l&#39;imene. Autore e lettore vengono messi in mostra nei panni grotteschi di un Bell&#39;Antonio della parola.<br>Questo fa Toccafondi, mostrando come tragiche possano essere anche grazia, leggerezza e ironia e realizzando un lavoro che conforta anche la <i>nouvelle tragédie</i>, vicino in modo stupefacente e naturale alla mia idea di arte, di letteratura, di teatro. Tragico non è l&#39;oggetto ma la mancanza, dolorosa e irrevocabile, del soggetto. In fondo, nel linguaggio universale delle arti noi tutti manchiamo soltanto l&#39;appuntamento con noi stessi. &quot;Edipo sono io&quot;, faccio dire al protagonista in apertura del &quot;TransOedipus&quot;: uno scarto di significazione minimo ma determinante come pochi altri rispetto alla variante &quot;io sono Edipo&quot; della quale, in fondo, costituisce il tramonto. <br><br>(Teorie - Critica &amp; recensioni)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Sun, 19 Dec 2004 10:08:28 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[LE ILLUMINAZIONI, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=38&tes=480&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=38&tes=480&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> <u>“Per pensare alla ghianda bisogna diventarne l’albero.” <br>Djuna Barnes </u><br> <br><br><br><b>KLEENEX</b><br><br><br>Un albergo di una piccola cittadina della pianura padana, inverno. Esterno dell’albergo: nebbia. Interno dell’albergo: un portiere seduto dietro alla reception, un uomo dall’altra parte del banco, che beve un bicchiere d’acqua. <br><br>Silenzio <br><br>UOMO – Stai lavorando. <br>PORTIERE – Già. <br>UOMO – Io non riesco a dormire. Così sono sceso a fare due chiacchiere. Ti faccio compagnia. <br>PORTIERE – Sto lavorando. <br>UOMO – Viaggio molto, mai lo stesso letto due notti di fila. Non riesco a dormire. <br><br>Pausa <br><br>UOMO – Fumi? <br>PORTIERE – No. <br>UOMO – Io fumo, ti dispiace? Che ore saranno? <br>PORTIERE – Le tre di notte. <br>UOMO – Non riesco a dormire. Mi giro e mi giro e mi giro. <br><br>Pausa <br><br>UOMO – E’ tranquillo qui. <br>PORTIERE – Già. <br>UOMO – C’è silenzio. Sarà la nebbia ad attutire i suoni. <br><br><br><br>Pausa <br><br>PORTIERE – E’ che non c’è nessuno in giro. Le persone dormono. Io sto lavorando. <br>UOMO – Ti piace il tuo lavoro? <br>PORTIERE – E’ un lavoro. Mi piace che si fa di notte, che è silenzioso. <br><br>Pausa <br><br>PORTIERE – Di solito. <br><br>Pausa <br><br>UOMO – Già. <br>PORTIERE – Già. <br><br>Pausa <br><br>UOMO – Viaggio molto io. Tu sei di queste parti? Dall’accento non mi sembra. <br>PORTIERE – Sono di queste parti. <br><br>Pausa <br><br>UOMO – Sarà meglio che provi a dormire un pò, domani devo alzarmi presto. <br>PORTIERE – Già. <br>UOMO – Non posso restarti a fare compagnia. Mi sa che ti annoi qui, tutta la notte. E’ silenzioso. Non ti annoi a stare qui tutta la notte? <br>PORTIERE – Lavoro. <br><br><br><br>Pausa <br><br>UOMO – A che ora finisci? <br>PORTIERE – Alle sette. <br><br>Pausa <br><br>UOMO – E a che ora cominci? <br>PORTIERE – Alle undici. <br><br>Pausa <br><br>UOMO – Otto ore. <br>PORTIERE – Già. <br>UOMO – Devono essere lunghe. <br>PORTIERE – Come otto ore di lavoro. <br>UOMO – Io però non posso rimanere a farti compagnia. Devo provare a dormire un po’. <br>PORTIERE – Capisco. <br>UOMO – E’ che viaggio molto. <br><br>Pausa <br><br>UOMO – Donne, da queste parti? <br>PORTIERE – Poche. E quelle poche tutte a letto. <br>UOMO – Ne ho vista una verso le nove, un gran pezzo di donna. E’ qui in albergo? <br>PORTIERE – Non lo so, io arrivo alle undici. <br>UOMO – Ah. <br><br>Pausa <br><br><br><br>UOMO – Io vengo spesso in quest’albergo, tu sei nuovo? <br>PORTIERE – Lavoro qui da due anni. <br>UOMO – E ti piace? <br>PORTIERE – E’ un lavoro. <br>UOMO – Io una volta lavoravo di notte. <br><br>Pausa <br><br>UOMO – Non lavora più qui, come si chiama. Quello moro, con i baffi. <br>PORTIERE – Non so, non c’è nessuno coi baffi. <br>UOMO – Magari li ha tagliati, lavora qui uno moro, alto, carnagione olivastra. <br>PORTIERE – Si. <br>UOMO – Mi pare si chiami Franco. <br>PORTIERE – Sì, lavora ancora qui. Non ha i baffi però. <br>UOMO – Mi pareva. <br><br>Pausa<br><br>UOMO – Non dimentico mai un volto io. Mai. Nonostante viaggi molto. <br><br>Pausa <br><br>UOMO – Come hai detto che ti chiami? <br>PORTIERE – Non l’ho detto. Franco. <br><br>Pausa <br><br>UOMO – Ma non sei il Franco che conosco io, a te non ti avevo mai visto prima. Sei un altro Franco? <br>PORTIERE - Probabilmente. <br>UOMO – Non portavi i baffi? <br>PORTIERE – No, mai portati i baffi. <br><br>Pausa <br><br>UOMO – D’accordo Franco, io vado a dormire. <br>PORTIERE – Buonanotte. <br>UOMO – Non ti annoiare troppo. <br>PORTIERE – Lavoro. <br>UOMO – Mi spiace non poter rimanere a farti compagnia. <br>PORTIERE – Già, buonanotte. <br><br>Pausa <br><br>UOMO – Salutami Franco, comunque. <br>PORTIERE – Certamente. <br><br>Pausa <br><br>UOMO – Buonanotte allora. <br>PORTIERE – Buonanotte. <br>UOMO – Anzi buon lavoro. <br>PORTIERE - Già. <br>UOMO – Buonanotte. <br>PORTIERE – Buonanotte.<br><br><br> <br><b>SPOSTAMENTO DI LUCE AD EST</b><br><br><br>Piazza di una cittadina della pianura padana. Bar centrale, con i tavolini fuori. Estate. Due uomini seduti vicini, uno col cappello, l’altro no. Bevono vino bianco. <br><br><br>UOMO COL CAPPELLO: Fatti la scena, oggi pomeriggio, in centro, vedo un capannello di persone, tante. <br>UOMO: Tante quante? <br>UOMO COL CAPPELLO: cinquanta. Sessanta. Tante. Che si accalcavano. Mi sono avvicinato, e avevano tirato giù uno di quei cassonetti che servono per la carta, quelli blu. <br>UOMO: Blu, sì. <br>UOMO COL CAPPELLO: E la domanda, per fare che? <br>UOMO: Già, per fare che? <br>UOMO COL CAPPELLO: Si era sparsa una voce in giro che una libreria avesse gettato via pile di libri. Nuovi. E le persone erano lì che si sceglievano i libri. <br>UOMO: Ma pensa. <br>UOMO COL CAPPELLO: Incredibile. <br>UOMO: Già. <br>UOMO COL CAPPELLO: Uno s’era messo per la strada e diceva, “Vendo libri&#33; Vendo libri&#33;” <br>UOMO: Ma pensa te. Incredibile. <br>UOMO COL CAPPELLO: Già. <br><br>Pausa <br><br>UOMO: Ti ricordi Enri? <br>UOMO COL CAPPELLO: Chi? <br>UOMO: Enri. Quello che era finito paralizzato. <br>UOMO COL CAPPELLO: Paralizzato? Quando? <br>UOMO: Allora te lo ricordi. Sei mesi fa. <br>UOMO COL CAPPELLO: Ma pensa. E come è successo? <br>UOMO: Non è questo il punto. Gli era caduto un ramo sulla schiena. Ma non è questo. <br>UOMO COL CAPPELLO: E cosa. <br>UOMO: E’ morto. <br>UOMO COL CAPPELLO: Morto, e quando? <br>UOMO: Due giorni fà. L’hanno trovato dietro alla cartiera. Era nudo, dentro ad uno scatolone. <br>UOMO COL CAPPELLO: Strano. <br>UOMO: Con il collo spezzato. <br>UOMO COL CAPPELLO: Stranissimo. <br><br>Pausa <br><br>UOMO COL CAPPELLO: Mi sa che viene a piovere. <br>UOMO: Può essere. <br><br>Pausa <br><br>UOMO COL CAPPELLO: C’era gente prima, verso le sette. <br>UOMO: Sì? <br>UOMO COL CAPPELLO: Molta. Verso le sette, all’incirca. Adesso che ore sono? <br>UOMO: Le otto. <br>UOMO COL CAPPELLO: E’ un’ora morta questa, la gente mangia. <br>UOMO: Già. <br>UOMO COL CAPPELLO: Esce più tardi la gente, verso le dieci. <br>UOMO: Anche le undici, è estate. <br>UOMO COL CAPPELLO: Già. <br>UOMO: Facile che venga a piovere però. <br>UOMO COL CAPPELLO: Facile. <br>UOMO: Guarda laggiù come è scuro. <br><br>Pausa <br><br>UOMO COL CAPPELLO: Lavori domani? <br>UOMO: No, domani no. <br>UOMO COL CAPPELLO: Sei a riposo. <br>UOMO: Già. <br><br>Pausa <br><br>UOMO: Tu? <br>UOMO COL CAPPELLO: Cosa. <br>UOMO: Lavori domani? <br>UOMO COL CAPPELLO: Sì, alle otto. <br>UOMO: Capisco. <br><br>Pausa<br><br>UOMO COL CAPPELLO: Mi sa che vado a casa a mangiare. <br>UOMO: Non prendiamo un altro bicchiere? <br>UOMO COL CAPPELLO: Un altro? <br>UOMO: Perchè no? <br>UOMO COL CAPPELLO: Va bene. <br><br>Pausa <br><br>UOMO COL CAPPELLO: Mi sa che domani non ci vado a lavorare, mi metto in malattia. <br>UOMO: Dai. <br>UOMO COL CAPPELLO: Alzarsi, andare lì, otto ore, con questo caldo. Come no. <br>UOMO: Dai. <br>UOMO COL CAPPELLO: Mi sa che non ci vado. <br>UOMO: Fai bene. <br><br>Pausa <br><br>UOMO COL CAPPELLO: L’hai più vista Brigida? <br>UOMO: No, è da un po’ che non la vedo. <br>UOMO COL CAPPELLO: Neanche io. <br>UOMO: Chissà. <br><br>Pausa <br><br>UOMO: Lo sai tu quante specie di tigri sono rimaste, intendo oggi, nel duemilaequattro. E lo sai quante tigri di ogni specie? <br>UOMO COL CAPPELLO: Non lo so, tre specie. <br>UOMO: No. <br>UOMO COL CAPPELLO: Quattro. <br>UOMO: No. <br>UOMO COL CAPPELLO: E quante? <br>UOMO: Sei specie. <br>UOMO COL CAPPELLO: Però. Bisognerebbe farne fuori un po’ allora. Chissà che credevo io. <br>UOMO: Di una specie però ce ne sono solo venti. <br>UOMO COL CAPPELLO: Cos’è questa storia delle tigri? <br>UOMO: La specie che vive in manciuria credo, non la tigre bianca. <br>UOMO COL CAPPELLO: Sai anche quante specie di canguri ci sono? <br>UOMO: No, ma vorrei saperlo. <br><br>Pausa <br><br>UOMO COL CAPPELLO: Che ora abbiamo fatto? <br>UOMO: Le otto. <br>UOMO COL CAPPELLO: Ma non erano prima le otto? <br>UOMO: Ho mentito, erano dieci minuti alle otto. <br>UOMO COL CAPPELLO: Misa che vado a casa a mangiare. Domani lavoro. Magari ci vediamo domani sera. <br>UOMO: Dai. <br><br>Pausa <br><br>UOMO COL CAPPELLO: Allora vado. <br>UOMO: Ci si vede più vecchi. <br>UOMO COL CAPPELLO: Già. <br>UOMO: Sta cominciando a piovere. <br>UOMO COL CAPPELLO: Lo dicevo io. <br>UOMO: Già. <br>UOMO COL CAPPELLO: Ciao allora. A domani. <br>UOMO: Ciao. <br>UOMO COL CAPPELLO: Ci si vede. Ciao. <br>UOMO: Ciao.<br><br><br><br> <br><br><b>RONZIO</b><br><br><br><br>Nell’appartamento di Federico Blo. Lui è seduto in una poltrona in ombra. Sul divano un uomo. Vicino all’uomo un tronco umano. <br><br><br>UOMO – Quanti anni hai, Blo. <br>BLO – Millesettecento. <br>UOMO – Non scherzare. <br>BLO – Ma lui chi è? <br>TRONCO UMANO - Sono le nove e un quarto. <br>BLO – Ma di sera o di mattina? <br>TRONCO UMANO - Sono le nove e un quarto. <br>UOMO – Lui dice l’ora. <br>BLO – Ma di sera o di mattina? <br>TRONCO UMANO - Sono le nove e un quarto. <br>UOMO – Di sera. <br>BLO – Ma lo porti con te per farti dire l’ora? <br>UOMO – Cos’altro potrei fargli fare? <br>BLO – In effetti. <br>UOMO – Almeno il tempo gli passa più velocemente. <br>BLO – Già. <br>UOMO – Buono questo cocktail, cos’è? <br>BLO – Non lo so. <br>UOMO – Buono. <br>BLO – Già. <br><br>Pausa <br><br><br><br>TRONCO UMANO - Sono le nove e mezza. <br>BLO – Hai mangiato? Vuoi mangiare qualcosa? <br>UOMO – Bè, un pò di fame ce l’ho. <br>BLO – Vai in cucina, preparati qualcosa. Nutriti. <br>UOMO – Tu vuoi qualcosa? <br>BLO – No. <br><br>Pausa <br><br>UOMO – Blo, c’è una donna nella tua cucina. <br>BLO – Dove? <br>UOMO – In cucina. <br>BLO – Esattamente. <br>UOMO – Sdraiata sul tavolo. Nuda. <br>BLO – E allora? Tu ti sei presentato con un tronco umano. <br>TRONCO UMANO: Sono le nove e quarantacinque. <br>UOMO – Lascialo stare. Ha sofferto molto. <br>BLO – Ma dove la vede l’ora? <br>UOMO – Conta i secondi. <br><br>Pausa <br><br>UOMO – E’ che non ha molto da fare, capisci. <br>BLO – Capisco. Ma cosa gli è successo? <br>UOMO – L’hanno rapito da piccolo, che aveva dieci anni. Un chirurgo pazzo. Voleva sperimentare quanto si potesse amputare di un essere umano tenendolo in vita. <br>BLO – Però. <br>UOMO – Gli tagliò le gambe, appena sopra gli inguini. Poi le braccia. <br>BLO – Ma come ha fatto a non morire? <br>UOMO – Perché il chirurgo cicatrizzava, cuciva, bruciava. Poi gli dava della morfina. <br>BLO – Capisco. <br>UOMO – Poi cominciò a tagliarli ogni altra parte sporgente. Il pene. Le orecchie. <br>BLO – Il naso. <br>UOMO – Esattamente. Liscio come un uovo. <br>BLO – Chissà che pensa, tutto il tempo. <br>UOMO – Conta i secondi. Così si distrae. <br><br>Pausa <br><br>La ragazza entra nella stanza e si siede vicino al tronco umano, sul divano. È nuda. <br><br><br>UOMO – Blo, ma il tuo nome è un acronimo? <br>BLO – Certamente, significa, Bianche Levigate Ossa. <br>UOMO – Ma allora è puntato. <br>BLO – Infatti. <br>UOMO – E senza accento. <br>BLO – Federico Blo, puntato e senza accento. <br>UOMO – Ma in alcuni tuoi libri c’è l’accento. <br>BLO – Refusi di stampa. Fanno come gli pare. Ognuno fa come gli pare. <br>TRONCO UMANO – Sono le dieci. <br>BLO – Tranne lui. <br>RAGAZZA – Ma chi è? <br>TRONCO UMANO – Sono le dieci. <br>RAGAZZA – Di mattina o di sera? <br>BLO – Di sera. Pare. <br>UOMO – Lui dice l’ora. Gli serve per passare il tempo, per distrarsi. <br>BLO – Si annoia tutto il giorno, è un ragazzo sfortunato. <br>RAGAZZA – Blo quanti anni hai? <br>BLO – Novecentodiciassette a maggio. <br><br><br>Pausa <br><br>TRONCO UMANO – Sono le dieci e un quarto. <br><br>Pausa <br><br>TRONCO UMANO – Sono le dieci e mezza. <br><br>Pausa <br><br>RAGAZZA – Ma lui chi è? <br>TRONCO UMANO – Sono le dieci e mezza. <br>UOMO – Lui dice l’ora. <br>BLO – E’ un ragazzo sfortunato. Molto sfortunato. <br>RAGAZZA – E lo porti con te per farti dire l’ora? <br>UOMO – Cos’altro potrei fargli fare. <br>BLO – Già cos’altro. Almeno si rende utile, passa il tempo. <br>UOMO – L’ha rapito un chirurgo pazzo, da piccolo. L’ha completamente mutilato, ogni estemità. <br>BLO – Liscio come un uovo. <br>RAGAZZA – Ma dove vede l’ora? <br>UOMO – Conta. <br><br>Pausa <br><br>RAGAZZA – Torno in cucina, buonanotte. <br>UOMO – Buonanotte. <br>BLO – Buonanotte. <br>TRONCO UMANO – Sono le dieci e quarantacinque. <br><br>Pausa <br><br><br>La ragazza esce. Rimangono Blo, sempre seduto in penombra, un uomo e un tronco umano. <br><br><br>UOMO – Bella la cosa dell’acronimo. <br>BLO – Già. <br>UOMO – Cos’è che significa? <br>BLO – Bionde Lesbiche Olandesi. <br>UOMO – Ma prima non avevi detto un’altra cosa? <br>TRONCO UMANO – Sono le undici. <br>BLO – No. <br><br>Pausa <br><br>UOMO – Stanno trapanando al piano di sopra. <br>BLO – Non mi sembra. Hai fame? <br>UOMO – No, sto bene. Ma stanno trapanando di sopra. <br>BLO – E lui? Non mangia? <br>UOMO – Non cose che si trovano in questo appartamento. <br>BLO – Non stanno trapanando. <br>UOMO – Sento un ronzio allora, un rumore, nella testa. Non lo senti? <br>BLO – Non sento niente. <br><br>Pausa <br><br>UOMO – Sento un maledetto ronzio. <br><br>Pausa <br><br><br>TRONCO UMANO – Sono le undici e un quarto.<br><br><br><br><br><br><b>LARS  VON TRIER</b><br><br><br><br>La fine di una festa, appartamento all’ultimo piano di una grande metropoli. Poche persone rimaste, sul divano, due donne, una mora e una bionda, lì vicino, mezza addormentata su una poltrona, una ragazza. <br><br><br>DONNA BIONDA – Che noia questa festa. <br>DONNA MORA – Già. <br>DONNA BIONDA – Ehi ma. Quello chi è? Non sarà mica... <br>DONNA MORA – No, non è lui. Lui è a Parigi. <br>DONNA BIONDA – Mi sembrava, infatti. Coma facevi a sapere che intendevo proprio... <br>DONNA MORA – Ti conosco da quindici anni. <br>DONNA BIONDA – Già. <br><br>Pausa <br><br>DONNA MORA – Che noia questa festa. <br>DONNA BIONDA – Ti prendo un ultimo drink? <br>DONNA MORA – Finisco questo, non preoccuparti. <br>DONNA BIONDA – Ma quella ragazza sta dormendo? <br>DONNA MORA – Sarà ubriaca. <br>DONNA BIONDA – Beata lei. La seguo. Vado a prendere un altro drink. Lo prendo anche per te? <br>DONNA MORA – Prendilo anche per me. <br><br>Pausa <br><br>La donna Bionda si allontana. Quindi torna con due drink in mano. <br><br><br>DONNA BIONDA – Sai cosa pensavo? <br>DONNA MORA – Cosa. <br>DONNA BIONDA – Sai usare una telecamera? <br>DONNA MORA – Da sobria forse. Ora come ora verrebbe fuori uno spontaneo effetto Lars Von trier. <br>DONNA BIONDA – Effetto cosa? <br>DONNA MORA – Lascia stare. <br>DONNA BIONDA – E’ un make up? <br>DONNA MORA – La telecamera per fare cosa? <br>DONNA BIONDA – Secondo te quella ragazza quanti anni ha? <br>DONNA MORA – Quale ragazza. <br>DONNA BIONDA – Quella che dorme. <br>DONNA MORA – Quella ubriaca vorrai dire. <br>DONNA BIONDA – Entrambe. <br>DONNA MORA – Non lo so. Ventidue? <br><br>Pausa <br><br>DONNA BIONDA – Che noia questa festa. <br>DONNA MORA – Tanto è finita. <br>DONNA BIONDA – una volta sono stata a letto con un nano. <br>DONNA MORA – Eh? <br><br>Pausa <br><br>La ragazza sulla poltrona apre gli occhi. Si alza. Torna con qualcosa da bere. Si siede di nuovo sulla poltrona. Accavalla una gamba. Guarda le due donne. <br><br><br>DONNA BIONDA – Almeno ventisei. <br>DONNA MORA – Ventisei cosa? <br>RAGAZZA – Parlate di me? <br>DONNA BIONDA – Ti piacerebbe cara. <br>DONNA MORA – Parliamo di lifting. <br>DONNA BIONDA – Parliamo di nani. <br>DONNA MORA – Parliamo di case. <br>DONNA BIONDA – Già. <br>DONNA MORA – Gia. <br><br>Pausa <br><br>RAGAZZA – Sapete l’ora? <br>DONNA BIONDA – E’ fuori moda portare orologi, interessarsi. <br>DONNA MORA – Fuori moda. Ho sentito dire che qualcuno usa dei tronchi umani. <br>RAGAZZA – Tronchi umani? <br>DONNA BIONDA – Sono precisissimi. <br>DONNA MORA – Non sbagliano mai. <br>DONNA BIONDA – D’altronde non hanno nient’altro da fare. <br><br>Pausa <br><br>DONNA MORA – Tronchi umani svizzeri. Inarrivabili. <br><br>Pausa <br><br>RAGAZZA – Questa festa è una noia mortale. Avete una sigaretta? <br>DONNA BIONDA – Non si può fumare. <br>RAGAZZA – Un tempo questa città era folle, folle. Ora se vuoi una sigaretta devi andartene in balcone. <br>DONNA BIONDA - Se la trovi. <br>RAGAZZA - Nessuno si diverte più, non c’è più pazzia. <br><br>Pausa <br><br>RAGAZZA – Voi vi divertite? <br>DONNA BIONDA – Non siamo qui per questo. <br>DONNA MORA – Già. <br>RAGAZZA – E perché siete qui allora? <br>DONNA BIONDA – Per lo stesso motivo per cui ci sei tu. <br>DONNA MORA – Presenzialismo. <br>DONNA BIONDA – Se non ci sei non esisti. <br>DONNA MORA – Se non ti vedono non esisiti. <br><br>Pausa <br><br>RAGAZZA – Non è che ce l’avete lo stesso una sigaretta? <br>DONNA BIONDA – Prendi. <br>DONNA MORA – Però vai a fumare vicino alla finestra. Il fumo passivo rovina la pelle. <br>DONNA BIONDA – Il fumo passivo nuoce gravemente alla salute. <br>DONNA MORA – Il tuo medico o il tuo farmacista possono aiutarti a smettere di fumare. <br>DONNA BIONDA – Sono utili anche ad altro. <br>RAGAZZA – Grazie. <br><br>La ragazza si alza. Ha scarpe coi tacchi a spillo, altissime. Caracolla fino ad una finestra che occupa un’intera parete. La apre. Si accende la sigaretta. Fuori nevica. <br><br><br>DONNA MORA – Una volta me la sono fatta leccare da Tom. <br>DONNA BIONDA – Il tuo cane? <br>DONNA MORA – Il gatto ha la lingua ruvida, ma non si riesce a farlo stare fermo. <br>DONNA BIONDA – Ah. E com’è stato? <br>DONNA MORA – Immagino meglio del nano. <br><br>Pausa <br><br>RAGAZZA – Questa città è morta. Morta. E voi siete fantasmi. Nessuno si diverte, nessuno va da nessuna parte. Qualcuno vi veste, qualcuno vi sveste, qualcuno vi scopa. Questa città è la quintessenza della noia. Il cimitero dei morti. Ecco, mezzanotte, e cosa? Nulla. Vecchi sui divani, vecchie sui divani. Luci. Il tempo passa e voi nemmeno ve ne accorgete. Non vi accorgete di nulla. Qualcuno di voi si accorge di respirare? <br><br>VOCE FUORI CAMPO – Io ho l’asma. <br><br>RAGAZZA – La vostre facce sono le facce della morte. Siete già seppelliti, dimenticati. Siete noiosi. Un’intera serata a bere e a dimenare il culo e cosa ho ottenuto? Cosa? L’ho preso in bocca a quel vecchio laggiù, ha capito bene signora, ma non si preoccupi, non è nemmeno venuto. Questa città è un cimitero e le vostre facce tirate sono le lapidi che... <br><br><br>La ragazza piega male una caviglia, lancia un urlo, tenta di aggrapparsi alla tenda ma cade giù dalla finestra. Qualcuno urla. La signora il cui marito era stato indicato gli da uno schiaffo. <br><br>DONNA BIONDA – Poi si dice che non succede mai niente. <br>DONNA MORA – Già. <br><br>Pausa <br><br>DONNA BIONDA – Comunque almeno trenta. <br>DONNA MORA – Dici? <br>DONNA BIONDA – Tanto ora non fa differenza. <br>DONNA MORA –E’ maleducazione lasciare una festa prima della fine. <br><br>Pausa <br><br>DONNA BIONDA – Se solo avessimo avuto una telecamera.<br><br><br><br> <br><b>VOGUE</b><br><br><br>Uno studio televisivo. Da una parte, seduti, tre uomini. Dall’altra tre donne. In mezzo una conduttrice. Donna. Spettatori seduti tutto intorno, per applaudire, o intervenire.<br><br><br>PRIMO UOMO – Mi dici come fai a perdonare una che ti ha tradito con il tuo migliore amico? È inaccettabile&#33;<br><br>Applausi<br><br>SECONDO UOMO – E che bisogna vedere cosa l’ha portata a farlo, forse.<br>TERZO UOMO – Perché voi fate così&#33; Voi siete la rovina della società&#33;<br><br>PRIMA DONNA – Ma cosa dovremmo fare, noi, allora? Quando siamo trascurate, cosa dovremmo fare?<br>SECONDA DONNA – Ma lo sai che ti dico, che ha fatto bene a tradirti&#33;<br><br>Applausi<br><br>TERZA DONNA – Perché voi siete inferiori, l’uomo è inferiore, riesce a fare solo una cosa per volta&#33;<br><br><br>Applausi e fischi.<br><br><br>CONDUTTRICE – Proviamo a tornare al tema principale.<br><br>PRIMO UOMO – Perchè l’apparenza al giorno d’oggi è tutto. Questi pantaloni che porto costano 200 euro.<br><br>CONDUTTRICE – Quei pantaloni costano duecento euro&#33;<br><br>SECONDO UOMO – Non è come dici, dipende dal contesto, l’altezza si misura dal collo in su, signori si nasce, mica si diventa.<br>TERZO UOMO – Perchè voi non siete mai soddisfatte di niente&#33; Quando un uomo torna a casa stanco dal lavoro vuole trovare una moglie che ha accudito la casa, che ha preparato da mangiare, non una donna che sta tutto il giorno fuori casa e cucina i i cibi surgelati&#33; I c-i-b-i-s-u-r-g-e-l-a-t-i &#33;<br><br>Grida e applausi<br><br>PRIMA DONNA – Noi donne dobbiamo essere belle, dobbiamo essere effecienti, dobbiamo accudire la casa e i figli, ma il tempo per noi, il tempo per noi quando lo troviamo?<br>SECONDA DONNA – Ma lo sai che ti dico, che state bene lì&#33; State bene lì e ri-ma-ne-te-ci&#33;<br><br>Applausi, fischi, grida.<br><br>TERZA DONNA – Perché siete voi, e non noi, siete voi, voi che fate così&#33;<br><br>CONDUTTRICE – Adesso proviamo a tornare al tema principale.<br><br>PRIMO UOMO – No, è che ci sono diverse sfumature, il tradimento non è uno. Si può tradire con la mente, si può tradire con il corpo.<br><br><br>CONDUTTRICE – Con il pensiero. Si può tradire con il pensiero.<br><br>SECONDO UOMO – Perchè non hai mai conosciuto l’amore&#33; Un uomo veramente innamorato n-o-n-t-r-a-d-i-s-c-e&#33;<br>PRIMA DONNA – E’ tutta una questione d’empatia, dipende tutto dal livello empatico.<br>TERZO UOMO – Ma siete voi che prima volete una cosa, e quando l’avete non la volete più&#33; E che pretendete da noi? Cosa deve fare l’uomo?<br>SECONDA DONNA – E’ colpa della tecnologia, da quando ci sono i cellulari, internet, tutto è diventato più facile. È più facile tradire&#33;<br><br>CONDUTTRICE – Lei dice che è più facile tradire&#33;<br><br>TERZA DONNA – E’ l’uomo che deve starsene al suo posto, perchè noi stiamo al nostro&#33; E secondo poi, se tu fai una cosa, non sono io a doverti dire che sbagli, e secondo poi, se sei tu che non ti muovi, per me stai bene lì&#33; Vuoi stare lì? E r-e-s-t-a-c-i&#33;<br><br>Applausi e grida.<br><br>VOCE DAL PUBBLICO: Ettore&#33;<br><br>PRIMO UOMO – E’ che l’uomo non è fatto per essere monogamo&#33; Lo volete capire&#33;<br><br>CONDUTTRICE – Lui ha detto che l’uomo non è fatto per essere monogamo.<br><br>SECONDO UOMO – E i figli? Chi si occupa di guardare i figli? Abbandonati davanti ad una televisione, anzi, dimenticati davanti ad una televisione&#33;<br><br>CONDUTTRICE – Un momento, un momento, dipende da cosa si guarda, la televisione è un mezzo, cerchiamo di tornare al tema principale.<br><br>TERZO UOMO – Perchè siete voi che avete vouluto, questo&#33; Voi, non noi&#33; E ora? E adesso?<br>PRIMA DONNA – Ci somo molti programmi culturali alla televisione, basta scegliere, b-a-s-t-a-c-a-m-b-i-a-r-e-c-o-l-t-e-l-e-c-o-m-a-n-d-o&#33;<br>SECONDA DONNA – Io voglio dire che il telecomando a casa lo gestisco io, la partita? Non esiste&#33; Guardiamo qualcosa che piace a tutta la famiglia&#33; E io e mio marito siamo sposati da v-e—n-t-i-c-i-n-q-u-e-a-n-n-i&#33;<br><br>CONDUTTRICE – Sono sposati da venticinque anni&#33; Complimenti&#33;<br><br>TERZA DONNA – Ma se siete voi che pretendevate che riuscissmo ad essere mamme ed amanti al tempo stesso, e poi avete preteso che contribuissimo al, al, familiare, per poi fare cosa? Chi è che poi lascia tutto per andarsene con ragazze più giovani di vent’anni? Chi è? Siamo noi o siete voi?<br><br>CONDUTTRICE – Il dibattito si fa quanto mai interessante, ma ora dobbiamo mandare la pubblicità. A fra poco&#33;<br><br><br><br><br><br><br><br><br><br><br><br><br><br>PUBBLICITA’:<br><br>1)	Se la vita ti sorride, tranquillo, è Licia.<br>2)	Mamma, che buon odore che hai&#33; Ma che dici, è Dixan&#33;<br>3)	Scarica le nuove suonerie polifoniche. Chiama subito. Chiama. Subito. Adesso. Ora. Chiama.<br> <br><br><br><br>CONDUTTRICE – Allora, dove eravamo rimasti?<br><br>UNA VOCE NEL PUBBLICO – Deficienti&#33;<br><br>PRIMO UOMO – Volevo rispondere alla cosa che ha detto lei prima.<br>SECONDO UOMO – Non sono molto d’accordo con quello che diceva lui.<br>TERZO UOMO – Ma allora che ci state a fare qua in televisione? Dovreste essere a casa ad occuparvi dei vostri figli&#33;<br><br>Applausi, grida e fischi.<br><br>UNA VOCE NEL PUBBLICO – Bravo&#33;<br><br>PRIMA DONNA – Riguardo a quello che diceva lui prima sono d’accordo con la cosa che ha detto lei, l’ultima.<br>SECONDA DONNA – Secondo me hanno ragione tutti e due.<br>TERZA DONNA – Noi? Noi? Ma siete stati voi i primi a farlo&#33; Voi, non noi. E stai buono. Stai buono. Stai buono. Stai. Stai buono. Stai buono.<br><br>UNA VOCE NEL PUBBLICO – Ma fatela stare zitta&#33; Zitta&#33; Basta&#33;<br><br>CONDUTTRICE – Ma chi è che grida fra il pubblico? Dategli un microfono, almeno capiamo tutti. E cerchiamo di tornare al tema principale. Allora. È giusto o no proibire in tv tutti i film in cui gli attori si accendono la sigaretta?<br><br><b><br>TITANIC</b><br><br><br>Un aereo in volo, sopra una distesa di nuvole. In una fila sono seduti un uomo, una donna, una bambina e Federico Blo. L’uomo è vicino al finestrino, Blo nella parte interna.<br><br><br><br>UOMO – Ho un po&#39; di nausea.<br>DONNA – Hai preso la pillola?<br>UOMO – Ho preso la pillola.<br>DONNA – Non aver paura.<br>UOMO – Non ho paura, ho solo un po’ di nausea. Sarà stato quel succo d&#39;arancia.<br>DONNA - Ti avevo detto di prendere il the.<br>BAMBINA – Mi sento che questo aereo non atterrerà.<br><br>Pausa<br><br>DONNA – Fa caldo, non senti caldo?<br>UOMO – No, anzi. Togliti il maglione.<br>DONNA – Ho paura di prendere una freddo. Con quest’aria condizionata.<br>UOMO – Fai come vuoi.<br>DONNA – Non trattarmi con sufficienza.<br>UOMO – Non ti sto trattando con sufficienza.<br>DONNA – Lo stai facendo invece. E sai che non lo sopporto.<br><br>Pausa<br><br>DONNA – E non startene zitto.<br>UOMO – Cosa dovrei fare. Parlare?<br>DONNA – Dillo che non mi sopporti più. Che ti danno fastidio le cose che faccio.<br>UOMO – Non essere melodrammatica.<br>DONNA – Non cambiare discorso. <br>UOMO – Cara, stai calma.<br>DONNA – Non dirmi di stare calma.<br>UOMO – Cara.<br>BAMBINA – Quest’aereo non arriverà a destinazione.<br>DONNA – Signore, la prego, può far smettere sua figlia di dire queste orribili?<br>BLO – Non è mia figlia.<br>DONNA – E chi è?<br>BLO – Non ne ho idea.<br>BAMBINA – Non parlate di me come se non ci fossi.<br>DONNA – Bambina, dove sono i tuoi genitori?<br>BAMBINA - Sono morti in un incidente aereo.<br>DONNA - Ma è orribile&#33;<br>BLO - Sta mentendo.<br>BAMBINA – Sono due file dietro. Papà ha comprato i biglietti su internet. Ma non ha molta importanza.<br>BLO – Perché questo aereo non atterrerà.<br>DONNA  – La smetta&#33; Ci si mette anche lei?<br>BLO – Lo dice la bambina, non io.<br>BAMBINA – Me lo sento. Quando mi sento una cosa, quella accade. Chiedetelo ai miei genitori.<br>DONNA – Puoi dire a questa bambina di smetterla? Mi sta mettendo ansia.<br>UOMO – E’ solo una bambina, lasciala stare.<br>BAMBINA – Non sopravviverà nessuno. C’è un uomo morto che cammina. Uomo morto che cammina.<br>UOMO – Ignorala.<br><br>Pausa<br><br>DONNA – (sussurrando) Mi ha fatto rivenire in mente il funerale. Che tragedia.<br>UOMO – Una disgrazia.<br>DONNA – Una ragazza così giovane.<br>UOMO – Volata giù.<br>DONNA – Una tacco che cede, la caviglia che si piega, ma ci pensi?<br>UOMO – La vita è appesa a un filo.<br>DONNA – Già. <br>BLO – La vita è camminare in una stanza vuota verso l’uscita.<br>BAMBINA – Nessuno uscirà vivo di qui. Uomo morto che cammina.<br>DONNA – Bambina, se non la smetti chiamo i tuoi genitori. Devi smetterla.<br>UOMO – Ignorala, è solo una bambina.<br>BLO – Ho bisogno di bere qualcosa.<br>DONNA – Ma possibile che non ti preoccupi mai di quello che sento? Mi sta spaventando&#33;<br>UOMO – Piantala di fare la tragedia. Smettila.<br>DONNA – (sussurrando) Ti odio.<br>UOMO – Almeno provi un sentimento. Beata te.<br>DONNA – Sei... Sei...<br><br>L’aereo entra in un vuoto d’aria, sobbalzando. Grida sull’aereo. La donna abbraccia l’uomo. Blo stringe le mani sui braccioli della sua poltrona. La bambina è impassibile.<br>L’aereo riprende quota.<br><br>DONNA – Dio mio, che paura.<br>UOMO – Abbracciami.<br>DONNA – Sono qui.<br>UOMO – Ti amo.<br>DONNA – Anche io ti amo.<br>UOMO – Stai qui, stringimi. È tutto finito.<br>DONNA – Ho avuto paura di perderti.<br>BAMBINA – Uomo morto che cammina. Non avete ancora visto niente.<br>DONNA – Adesso basta&#33; Falla smettere&#33;<br>UOMO – Ignorala. Abbracciami. Tienimi abbracciato. Chiudi gli occhi. Non ascoltarla.<br><br>Pausa<br><br>BAMBINA – Questo aereo è il Titanic.<br>BLO – Qui non ci sono scialuppe ragazzina.<br><br>Pausa<br><br>BAMBINA - Lei è un poliziotto?<br>BLO - Cosa te lo fa pensare?<br>BAMBINA - Ha lo sguardo da poliziotto.<br>BLO - Sì, sono un poliziotto. Hai indovinato. Sei una bambina molto sveglia. Sai che ore sono?<br>BAMBINA - Sono le dieci.<br>BLO - Ma di sera o di mattina?<br>BAMBINA - Uomo morto che cammina.<br>BLO - Ma di sera o di mattina?<br>BAMBINA - Uomo morto che cammina.<br>BLO - Ma di sera o di mattina?<br>BAMBINA - Uomo morto che cammina.<br>BLO - Ma di sera o di mattina?<br>BAMBINA - Uomo morto che cammina.<br>DONNA - Di sera&#33;<br>UOMO - Non ti agitare cara. Rimani abbracciata a me.<br>DONNA - Non dirmi di non agitarmi, che poi comincio a pensarci e mi agito sul serio. Non sono agitata. Non lo so sono. È questa bambina.<br>UOMO - Cara.<br>BLO - La mia era solo una battuta.<br>UOMO - Che?<br><br>L&#39;aereo entra in un altro vuoto d&#39;aria, e comincia a tremare. Perde quota velocemente.<br><br>BAMBINA - Uomo morto che cammina.<br><br>I passeggeri sono presi dal panico. Urla e grida. L&#39;uomo e la donna sono abbracciati. La bambina è impassibile. Blo stringe le mani sui bracciali della poltrona.<br><br>BLO - Non sono un poliziotto&#33; <br><br><br><br><br><br><b><br>LAPSUS</b><br><br><br>Appartamento di Federico Blo. Una donna è seduta sul divano. Federico Blo è seduto su una poltrona, in penombra.<br><br>BLO - Nacqui distante da me, col labbro già in punto di morte. Spesi la mia giovinezza a cercare di trovarla e invecchiai immalinconendomi come una candela che spegnendosi ricorda quando era alta, e magra, lei. <br><br>Pausa<br><br>BLO - In me, sotto l’ombra delle mie palpebre, una tragedia inesplicata si celava, indicibile come il vero senso dell’Amleto di Shakespeare, il quale fa uccidere Ofelia, l’assassino del padre e se stesso pur di non compiere l’unico atto che avrebbe potuto ricompensarlo: copulare con la madre per espiare peccato, peccatrice e osservatore. <br><br>Pausa<br><br>BLO - Nel nome del padre, del figlio e dello spirito santo.<br><br>Pausa<br><br>DONNA- Cosa la spinge a scrivere?<br>BLO - Mia cara signora, dia retta a me, possediamo di tutta una vita un enorme disgusto e di questo tendiamo a riferire una parola, mai la sua alchimia. <br><br>Pausa<br><br>BLO - Lei si diletta nella scrittura? <br>DONNA- Certamente<br>BLO - Cominci a dimenticarsi allora, a stornare dall’elenco ogni frase che assembla. <br>Un mio amico centurione, fumando un sigaro danese, (ne conservo ancora l’involucro a forma di missile pynchoniano) mi rivelò che tutta la scrittura si riduce ad una scelta minuziosa delle metafore e che il linguaggio, una volta disposto sul tavolo operatorio, è fatto di organi - un tempo vivi - ora allineati sopra un lenzuolo bianco. <br><br>Pausa<br><br>BLO - Il morto elenco disassemblato un tempo chiamavamo “una persona”, e di esso avevamo rispetto, lui stesso osava preoccuparsi del suo modo d’essere. <br>Ora nessuno si occupa più di lui, noi stessi lo stiamo dividendo e chiamiamo lui cuore, fegato, polmoni. <br>Quando una persona ride lei immagina i muscoli contrarsi, immagina i suoi intestini, oppure si concentra su ciò che ha provocato la risata? <br>Di questo stiamo parlando, della funzione del gesto, non della sua risibile operosità, del suo marchingegno. <br><br>Pausa<br><br>BLO - Di dio, gli impauriti o i fedeli rispettano il risposo e l’assenza, non l’attribuzione del dolore fornito in maniera uguale ad ogni uomo. <br>Risalendo verso le iridi anche l’atto sessuale riproduce un lamento, un lento lamento che tende a esaurirsi in un piagnisteo. Signora, mi sta ascoltando? <br><br>Pausa<br><br>DONNA- Mi chiedevo cosa significasse il suo nome, so che è un acronimo.<br>BLO - Infatti. Si metta comoda, le verso da bere. <br>DONNA- Grazie. E significa?<br><br>Federico Blo si alza e versa da bere in due bicchieri, uno lo porta alla donna sul divano, l&#39;altro lo tiene con sé. Si risiede sulla poltrona, in penombra.<br><br>BLO - Buone Luci Osservano, ma non è questo l&#39;importante. Fra breve le parlerò della notte, del sogno, della vaghezza di questo intento e di quest’altro. <br>DONNA- Dovrei rincasare.<br>BLO - Deve rincasare? <br>DONNA- Devo rincasare<br>BLO - Dimentichi tutto, suo marito, la sua famiglia, saranno morti anche domani, e magari adesso la stanno sognando reale come non è stata mai. <br>DONNA- Mio marito, la mia famiglia.<br>BLO - Lei qui dinanzi a me non ha neppure un nome. <br><br>Pausa<br>DONNA- A proposito, mi chiamo…<br>BLO - Per favore, non mi interessano queste contrattazioni di vocali, lasciamo perdere. Diceva di voler leggere le mie poesie, le ha lette, e ora s’accalca alla mia porta in cerca di spiegazioni, di formule. <br>DONNA - Ma io ero venuta solamente per farle delle domande.<br>BLO - Non fissi il dito per favore, il dito sta indicando. <br><br>Pausa<br><br>DONNA- Lo confesso: vorrei imparare  a scrivere come lei<br>BLO - Vuole imparare a scrivere come me? <br>Pausa<br><br>BLO -Vuole imparare a scrivere come me? L’affermazione stessa contiene già due assunti sbagliati: l’assenza di soggettività e la pretesa della ripetizione, che vanno contro ogni atto creativo, inutile o futile che sia. <br>DONNA- Deve aiutarmi.<br>BLO - Aiutare aiutare aiutare.<br><br>Pausa<br><br>BLO - Potrei dirle questo: cominci col farsi morire a carattere retroattivo entrambi i genitori e poi mi dica, le piace la cioccolata? <br>DONNA- Sì, mi piace molto.<br>BLO - Non se la faccia piacere, poiché a me disgusta. <br>Potrei dirle questo? Come stanno suo padre e sua madre?<br>DONNA- Bene, mio padre si è ripreso da una polmonite<br>BLO - Lo immaginavo.<br><br>Pausa<br><br>BLO - Cosa vuole che le dica? <br>DONNA- Quanti anni ha, per esempio.<br>BLO - Ne compio 229 dopodomani. Alzi quel bicchiere, e ascolti. Un amante non cerca la propria amata, cerca la sua assenza. Vuole che lei vada verso una notte che non potrà condividere e vuole desiderare, magari immaginarla a letto con qualcun altro e con quel qualcun altro entrare in un’improbabile competizione che assottigli le sua mancanze, le sue imperfezioni. <br><br>Pausa<br><br>BLO - Chi desidera non tocca. <br>Pausa<br><br>BLO - Chi tocca ha cessato di desiderare ed è già in cerca. <br>Lei, distesa su un letto, è posseduta da legioni di sconosciuti che sognando le si accalcano attorno alle cosce.  <br>Il sonno stesso non ci appartiene, ci esclude. <br>Nostra è l’attesa del sonno, (nostra è la resa) la sua porta è celata. <br>DONNA- Come fate a vivere se questa vostra saggezza non è solo la verità ma ne è anche il prezzo?<br>BLO - Aspetti un attimo, non faccia domande insolenti, sto arrivando al senso della notte. <br>Roma bruciò di notte, crede che di giorno avrebbe avuto lo stesso potere evocativo? <br>Poiché di suggestioni stiamo parlando signora cara, di null’altro. <br>Lei leggendomi crede d’avermi compreso? <br>DONNA- Mai avuto questa presunzione, per fortuna<br>BLO - Le mie poesie vogliono litigare con lei, lo fanno anche con me, tutto il tempo. <br><br>Pausa<br><br>BLO - Glielo confesso: le mie poesie hanno detto che voluto leggerla, e così hanno fatto. <br><br>Pausa<br><br>BLO - Ora le parlerò di lei, se così desidera, del suo desiderio d’asportazione. <br>Mi pare di aver letto nei suoi versi un certo gusto per la dissoluzione e l’oltraggio, lei vuole apparire trasgressiva perché presumo che fondamentalmente non lo sia e forse neppure lo desidera. <br>Lei cerca l’amore e il suo amore è nella confutazione che viene dall’altro, chiunque altro si trovi di fronte. <br>Lei è il soldato che senza la guerra cessa di avere ragion d’essere e parte in cerca di nuove perdite. <br>Il suo stesso rivolgersi ad un altro è già un procurar battaglia. <br>Come la giovinezza si rimpiange nell’assenza, così la sua felicità ha necessità di essere oltrepassata per mantenere perlomeno un’eco di nostalgia, di dolce dolore. <br><br>Pausa<br><br>BLO - La vita tutta, mi perdoni il sofismo, è nascere in una stanza vuota e camminare verso l’uscita. <br><br>Pausa<br><br>BLO - Parvenze di quest’uscita ci sono fornite dalla notte e dal sonno: il secondo non ha bisogno di noi, la prima ci nasconde, ci altera il volto mentre noi non ci siamo, ci mette in disordine i pensieri, li violenta. <br>DONNA- Ma allora la notte è…<br>BLO - No aspetti. È troppo facile considerare, dopo questa affermazione, l’immagine dello specchio dove ora si sta guardando come l’unica nostra reale, nonostante ci siano tutti i miei occhi a confutarla. <br><br>Pausa<br><br>DONNA- Lei mi confonde. Mi viene voglia di baciarla.<br>BLO - Non incroci gli occhi e non si lasci distrarre dal dito. <br>Non le sto insegnando a scrivere, le sto spiegando come evadere dalla propria scrittura, cosicché anche lei, quando qualcuno verrà a bussarle alla porta, potrà comprendere come egli stia parlando di qualcuno che non è già più presente. <br><br>Pausa<br><br>DONNA- Mi dica: c&#39;è un modo per scrivere? O un segreto?<br><br>Pausa<br><br>DONNA- Me lo dica<br><br>Pausa<br><br>DONNA- Esiste un modo?<br><br>Pausa<br><br>La donna si alza, fa per andarsene<br><br>BLO - Una volta sono intervenuto in una trasmissione televisiva, nascosto fra il pubblico. Urlavo parole come &quot;Deficienti&#33;&quot; &quot;Bravo&#33;&quot; &quot;Ettore&#33;&quot;. Alla fine mi passarono il microfono.<br>DONNA- E cosa ha detto?<br><br>Pausa<br><br>BLO - Non mi ricordo, nulla di particolarmente originale, comunque<br><br>Pausa<br><br>DONNA- Allora addio.<br><br>Pausa<br><br>BLO - C’è solo un modo per scrivere. <br>DONNA- Me lo dica me lo dica me lo dica maledica. Ops. Un lapsus. <br><br>Pausa<br><br>BLO - Deve farlo come se nessuno dovesse leggere mai. Solo questo. Tenera è la notte.<br>							<br> <br><br><br><br><br><b>ILLUMINAZIONE</b><br><br><br>Appartamento di Federico Blo. Una ragazza è seduta sul divano. Una lampadina è nel mezzo, che pendola luminosa. Blo in una poltrona, in ombra.<br><br><br><br>BLO – Mi piaci ragazza, hai stile.<br>LAMPADINA – (fa luce)<br>BLO – Hai classe, possiedi i modi.<br>LAMPADINA – (fa luce)<br>BLO – Ma sai cosa mi piace più di tutto, cosa mi fa impazzire?<br>LAMPADINA – (fa luce)<br>BLO – Aspetta.<br><br>Pausa<br><br><br>BLO – Sai per caso l’ora?<br>RAGAZZA – Sono le otto.<br>BLO – Ah, bene.<br>LAMPADINA – (fa luce)<br>BLO – Ma di sera o di  mattina?<br>RAGAZZA – Di sera.<br>LAMPADINA – (fa luce)<br>BLO – Non parli molto.<br>RAGAZZA – Mi piace ascoltare.<br>BLO – Non ascolti molto.<br>RAGAZZA – Ascolto la voce della luce. <br><br>Pausa<br><br>RAGAZZA – Della lampadina.<br>BLO – Mi piace. Sei ecelttica, sai cosa conta nella vita. Vuoi da bere?<br>RAGAZZA – Perché no.<br><br>Blo si alza e prepara due drink. Uno lo da alla ragazza, uno lo tiene per sé. Quindi si risiede sulla poltrona.<br><br>RAGAZZA – Hai una bellezza mistica, antica.<br>BLO – Sono tragico.<br>RAGAZZA – Poi sai venderti. Sei la persona giusta al momento giusto.<br>BLO – Sono solubile. Ecco il mio segreto.<br>RAGAZZA – Posso chiederti una cosa?<br>BLO – Non lo so, devo pensarci.<br><br>Pausa<br><br>BLO – Tu non muoverti, sto per dirti cosa mi piace di te.<br>LAMPADINA – (fa luce)<br>RAGAZZA – Dici a me?<br>BLO – Non sempre.<br><br>Pausa<br><br>BLO – Fammi pure la domanda.<br>RAGAZZA – Quanti anni hai?<br>BLO – 821, compiuti ieri. <br>RAGAZZA – Auguri.<br>BLO – Grazie.<br><br>Pausa<br><br>BLO – Tu mi piaci molto, sei inquietante.<br>LAMPADINA – (fa luce)<br>RAGAZZA – Dici a me?<br>BLO – Dico proprio a te. Sai cosa mi piace di te?<br>RAGAZZA – Cosa.<br>BLO – Le mani, hai delle mani molto belle. Le muovi con grazia, con eleganza.<br><br>Pausa<br><br>BLO – Ma nascondi qualcosa. E io non voglio sapere cosa. Questo mi affascina. Crea ambiguità.<br>RAGAZZA – Vorrei solo sapere di cosa hai bisogno realmente.<br>BLO – Di cosa ho bisogno?<br>RAGAZZA – Esattamente.<br><br>Pausa<br><br>BLO – Brave ragazze. Ho bisogno solo di queste. Brave ragazze.<br>RAGAZZA – E la tua arte, il tuo mondo?<br>BLO – Il vostro mondo, la vostra arte vorrai dire.<br>RAGAZZA – Ma sei l’artista più celebrato del secolo, ogni rivista ha parlato di te. Il mondo tutto pende dalle tue labbra. L’ultima volta che sei stato fotografato con le dita nel naso le azioni delle società di fazzoletti quotate in borsa sono salite alle stelle. Hai un peso, tu. Sei influente.<br>BLO – Sai quando ho capito di avere un peso?<br>RAGAZZA – Quando?<br>BLO – Una volta ero su un aereo. C’ era una bambina vicino a me, che continuava a ripetere in continuazione che l’aereo sarebbe caduto. Bè, quel volo ebbe dei problemi, puoi credermi.<br><br>Pausa<br><br>BLO – Ma quell’aereo non cadde.<br><br>Pausa<br><br>RAGAZZA – E dunque?<br>BLO – La bambina morì appena scesa dall’aereo, un infarto.<br>RAGAZZA – Un infarto? Ma quanti anni aveva?<br>BLO – L’età che hanno i bambini. Il cuore spaccato in due. Aereo sulla pista d’atterraggio.<br>Lì, in quel preciso momento, ho capito di avere un peso. Ma non sei male nemmeno tu, sai il fatto tuo, ti muovi con destrezza. Hai studiato teatro?<br>RAGAZZA – No, faccio la pasticciera.<br>BLO – Molto strano. Perché se c’è una cosa che so riconscere, quando la vedo, è la classe.<br><br>Pausa<br><br>BLO – Classe, come no.<br><br>Pausa<br><br>RAGAZZA – E’ ora che io vada.<br>BLO – Ma non puoi, non ora, non così.<br>RAGAZZA – Mi spiace, non posso più restare. Devo proprio andare.<br>BLO – Hurry up, please, it’s time&#33; Hurry up, pelase, it’s time&#33;<br>RAGAZZA – Come?<br>BLO – Niente, era solo una battuta. E tu buona lì, che arrivo.<br>LAMPADINA – (fa luce)<br>RAGAZZA – Dici a me?<br>BLO – Non sempre.<br>RAGAZZA – E’ meglio che vada.<br>BLO – Non farlo. <br>RAGAZZA – Perché.<br>BLO – Perché non voglio che tu vada. Non costringermi a fare il necessario per temerti qui. Ho bisgono dite.<br>RAGAZZA – Non capisco. Devo andare.<br>Pausa<br><br>BLO – Non obbligarmi, hai classe tu. Hai intelligenza. Devi capire che c’è un momento per dire una bugia e un momento per non dire la verità.<br>RAGAZZA – In tutti e due i casi devo andare. Addio.<br>BLO – Non farlo. Ti amo.<br><br>Pausa<br><br>La ragazza fa per andarsene. Blo si alza e la colpisce con una bottiglia dietro alla nuca. Quindi le chiude la bocca con uno straccio. La porta in bagno,  le taglia le gambe e le cicatrizza con una fiamma ossidrica. Riporta la ragazza in soggiorno, e la mette in terra, con la schiena appoggiata sul divano.<br><br>BLO – Ecco, ora cominciamo a ragionare.<br>RAGAZZA – Tu sei pazzo, sei un mostro, un criminale&#33;<br>BLO – Ancora un dettaglio.<br><br>Blo si alza, chiude di nuovo la bocca della ragazza con uno straccio.<br><br>BLO – Ragazza mia, veniamo a noi.<br>LAMPADINA –  (fa luce)<br>BLO – Come ti spiegavo, hai dei particolari impotanti tu, hai stile, e sai cosa mi piace di te?<br>LAMPADINA – (fa luce)<br>BLO – Vuoi sentirtelo dire?<br>LAMPADINA –  (fa luce)<br>BLO – Che sei silenziosa. Mi piacciono le persone silenziose, sono consapevoli, enciclopediche.<br>LAMPADINA – (fa luce)<br>BLO – Sei d’accordo?<br>LAMPADINA – (fa luce)<br>BLO – Alla tua.<br>LAMPADINA – (fa luce)<br><br>Pausa<br><br>RAGAZZA – (richiama l’attenzione mugolando e gemendo)<br>BLO – Cosa c’è? Vuoi che venga lì? Sei una brava ragazza tu.<br>RAGAZZA – (continua a mugolare)<br><br>Blo si alza, arriva vicino alla ragazza, che lo graffia.<br><br>BLO – Maledizione, lo sapevo. Non si curano mai abbastanza i dettagli. Tu la sai lunga, ma hai bisogno ancora di una rifinitura, sei d’accordo? Stai lì.<br><br>Blo si alza, prende la ragazza e la porta in bagno. Le taglia anche le  braccia, le cicatrizza con la fiamma ossidrica, quindi la riporta indietro e la mette sopra un capitello romano. Non si siede.<br><br>BLO – Ecco, ora sei perfetta, magnifica.<br>LAMPADINA – (fa luce)<br>BLO – Lo dicevo che avevi stile, che sapevi muoverti con disinvoltura.<br>LAMPADINA – (fa luce)<br>BLO – E ora renditi utile, prendi questo in bocca.<br>RAGAZZA – (urla con la bocca soffocata dallo straccio)<br>LAMPADINA – (fa luce)<br>BLO – Forse ancora non è il momento, non sei pronta. Se rendi inutilizzabile anchje la bocca sarò costretto ad utilizzarti solamente per dire l’ora, vista la situazione in cui ti sei messa. E io odio gli sprechi.<br><br>Blo torna a sedersi sulla poltrona, in penombra.<br><br>BLO – Brave ragazze silenziose, ecco di cosa ho bisogno. Di ragazze sveglie, che abbiano classe. Proprio come te.<br>LAMPADINA – (fa luce)<br>BLO – Volevo dire, proprio come voi.<br><br>Pausa<br><br>BLO – Ora vado a dormire. Voi non spettegolate. <br>LAMPADINA – (fa luce)<br>RAGAZZA – (suoni indistini da dietro lo straccio)<br><br>Pausa<br><br>BLO – Buonanotte, ragazze. Siete magnifiche.  Brave. Lisce. Ordinate. Proprio delle brave ragazze.<br>Buonanotte. <br><br><br><br><br><br><b>MODEM</b><br><br><br>Appartamento di Federico Blo. Un ragazzo è seduto sul divano, con dei fogli in mano. Blo è seduto in una poltrona in penombra. Fumano un sigaro. <br><br><br><br>BLO - Diminuita è la scena ragazzo, assottigliata. Una notte che fagocita se stessa è pronta ad attendere un giorno che farà altrettanto. È curioso come si immagini, in questo giardino di meraviglie che è la mente, addirittura di crescere. È decisamente evidente come si assomigli a una gomma da cancellare, con la testa di bachelite tutta presa a disegnare azioni e il corpo gomma che si logora di volta in volta. Eppure nella mente un particolare relè impone alla coscienza, ogni qualvolta si affacci nel salone della verità, di trovare una scusa buona per tutti gli ospiti e tornarsene indietro; e questo invariabilmente, ogni giorno della nostra vita.<br>Anche tu, quanti anni hai?<br> <br>RAGAZZO- Ventinove signore<br>BLO - Non chiamarmi signore. Anzi chiamamici pure, ma dai un tono più solenne a quella parola, dilla col mento alto, sono un martire io.<br>RAGAZZO- Va bene, (mento alto) Signore.<br>BLO - Ecco. Mi piace se fai sentire la maiuscola. Ventinove anni. E cosa hai fatto? <br><br>Pausa<br><br>BLO - Hai un figlio? <br><br>Pausa<br><br>BLO - Costruisci navi? <br><br>Pausa<br><br>BLO - Sei stato nello spazio?<br>RAGAZZO- Nessuna di queste tre cose Signore.<br>BLO - Male. Molto male. Non hai ancora concluso niente ragazzo.<br>RAGAZZO- Ed è grave?<br>BLO - Grave? Gesù di Nazareth aveva già allestito il suo spettacolo, alla tua età, o quantomeno lo pianificava. Ma perdona queste insolenze. Tu sicuramente non hai a mente come metro di misura un eroe romantico come Cristo, tu scrivi, immagino.<br>RAGAZZO- In effetti sì.<br>BLO - E vuoi farti leggere immagino, vendere libri, vuoi che il tuo pensiero circoli.<br>RAGAZZO- Suppongo di sì Signore, come ogni essere umano che si impegni nell’arte della scrittura.<br>BLO - Arte della scrittura.<br>RAGAZZO- Esattamente signore.<br> <br>Pausa<br><br>BLO - Sai perché si fanno i figli?<br>RAGAZZO- Me lo dica.<br>BLO - Non sto per dirti proprio niente ragazzo. Non supporre con me. Ti ho chiesto se sai perchè si fanno i figli<br>RAGAZZO- Credo per riprodursi, per continuare la specie.<br>BLO - E perché si scrive?<br>RAGAZZO- Non saprei dare una risposta a questo, Signore.<br>BLO -  Detesto l’umiltà. Tipica dei caratteri servili. Fai una cosa e non sai nemmeno perchè. Nella stessa maniera in cui vivi, suppongo.<br>RAGAZZO- Perché, lei ha una risposta all’esistenza, Signore?<br>BLO - Cerca un perché e troverai un perchè. È semplice.<br>RAGAZZO- Mi sembra una frase fatta. Un luogo comune.<br>BLO - Allora non cercare un perché, nessuno te lo impone. Hai portato qualcosa di tuo da farmi leggere?<br>RAGAZZO- In effetti sì, avrei delle poesie.<br>BLO - Ah. Delle poesie. E leggile, avanti.<br>RAGAZZO- Io Signore? Non credo sia il caso. La mia opera non è prodotta per esser letta, ma nasce dalla mente e alla mente si rivolge, è una secrezione spontanea della mia solitudine e a una sola persona è rivolta. <br>BLO - Alla volta.<br><br>Pausa<br><br>BLO - è rivolta.<br>RAGAZZO- La mia voce inquinerebbe il passaggio.<br>BLO - Mi piace il tuo discorso. Hai classe. Ma qui ci sono solo io, e la tua voce è il tuo suono originario, quindi se la riproducessi qui, ora, davanti a me, non tradiresti il tuo, come dire, nobile intento. <br><br>Pausa<br><br>BLO - E non dimostreresti di avere paura.<br><br>Pausa<br><br>RAGAZZO- Paura?<br>BLO - Paura.<br><br>Pausa<br><br>RAGAZZO - Ma io non ho paura.<br>BLO - Ricordala bene questa parola, scrittore. Ricordatela perché  è quella che dovrai affrontare ogni giorno, di fronte ad ogni pagina bianca. E dunque leggi, se non ne hai. Il mondo ha assistito a sconcezze maggiori, e anch’io suppongo.<br><br>Il ragazzo legge le sue poesie. Blo ascolta in silenzio nella penombra della poltrona. <br><br>BLO - Sai che ore sono?<br>RAGAZZO- Le sei.<br>BLO - Ma di mattina o di sera?<br>RAGAZZO- Di sera<br>BLO - Perché non hai un tronco umano con te?<br>RAGAZZO- Preferisco l&#39;orologio.<br><br>Pausa<br><br>RAGAZZO- Signor Blo?<br>BLO - Cosa?<br>RAGAZZO- Allora?<br>BLO - Allora cosa.<br>RAGAZZO- Le mie poesie.<br>BLO - Ho assistito a sconcezze peggiori. Onestamente avrei preferito tu fossi una donna, ma questa è la messe di cui siamo parte. <br>RAGAZZO- Le sue parole sono cariche di saggezza, Signore.<br>BLO - Le parole sono la pula dell&#39;esistenza.<br><br>Pausa<br><br>RAGAZZO- Possa farle un&#39;ultima domanda, Signore?<br>BLO - Domandare è lecito, rispondere è cortesia.<br>RAGAZZO- Cosa significa il suo acronimo? Ogni volta ne sento uno diverso.<br>BLO - Tu quale ritieni più attendibile?<br>RAGAZZO- Bottega Letteraria Onesta.<br>BLO - Infatti è quello.<br>RAGAZZO- Veramente?<br>BLO - Certo.<br><br>Pausa<br><br>RAGAZZO- Credo sia ora che vada.<br>BLO - Anch&#39;io lo credo.<br><br>Pausa<br><br>BLO - Non prendertela, niente di personale, è che avrei preferito tu fossi una donna, ma questa è la messe di cui siamo parte<br><br>Pausa<br><br>RAGAZZO- Cos&#39;è questo rumore, lo sente?<br>BLO - Addio.<br>RAGAZZO- Come una radio, lo sente?<br>BLO - Non sento nessun rumore, nessuna radio.<br><br>Pausa<br><br>RAGAZZO- Sento un maledetto rumore, come un modem.<br><br>Pausa<br><br>RAGAZZO- Come avessi un modem nella testa che tenta di connettersi<br><br>Pausa<br><br>BLO - Non sento nessun modem.<br><br><br> <br><br><br><br><b>CHI PARLA?</b><br><br><br>Un albergo di una piccola cittadina della pianura padana, inverno. Esterno dell’albergo: nebbia. Interno dell’albergo: un portiere seduto dietro alla reception, Blo dall’altra parte del banco, che beve un bicchiere d’acqua. <br><br><br>Silenzio <br><br><br>BLO – Stai lavorando. <br>PORTIERE – Già. <br>BLO – Io non riesco a dormire. Così sono sceso a fare due chiacchiere. Ti faccio compagnia. <br>PORTIERE – Sto lavorando. <br>BLO – Viaggio molto, mai lo stesso letto due notti di fila. Non riesco a dormire. Ci siamo già visti da qualche parte, io e te.<br><br>Pausa <br><br>BLO – O sbaglio? Non dimentico mai una faccia io. Viaggio molto.<br>PORTIERE – Non saprei signore. Può essere. Tutto può essere.<br>BLO – Già, tutto, puo essere. Fumi? <br>PORTIERE – No. <br>BLO – Io fumo, ti dispiace? Che ore saranno? <br>PORTIERE – Le quattro. <br>BLO – Ma di sera o di mattina?<br>PORTIERE – Secondo lei? Fuori è buio.<br>BLO – E che significa? Per ché non sei mai stato in Finlandia. Lì c’è è buio anche di giorno, o il contrario. Dipende dalla stagione.<br>PORTIERE – qui siamo in Italia.<br>BLO – Ma in che stagione?<br>PORTIERE – Autunno.<br>BLO – Ecco perché non riesco a dormire. Mi giro e mi giro e mi giro. Odio l’autunno, le foglie. Quando cammino sopra una foglia penso sempre che possa esplodere.<br><br>Pausa <br><br>BLO – E’ tranquillo qui. <br>PORTIERE – Già. <br>BLO – C’è silenzio. Mi piace il silenzio. <br><br>Pausa <br><br>PORTIERE – E’ che non c’è nessuno in giro. Le persone dormono. Io sto lavorando. <br>BLO – Ti piace il tuo lavoro? <br>PORTIERE – E’ un lavoro. Mi piace che si fa di notte, che è silenzioso. <br><br>Pausa <br><br>PORTIERE – Di solito. <br><br>Pausa <br><br>BLO – Già. <br>PORTIERE – Già. <br><br><br><br>Pausa <br><br>BLO – Eppure mi sembra di conoscerti. Tu sei di queste parti? Dall’accento non mi sembra. <br>PORTIERE – Sono di queste parti. <br><br>Pausa <br><br>BLO – Sarà meglio che provi a dormire un pò, domani devo alzarmi presto. <br>PORTIERE – Già. <br>BLO – Non posso restarti a fare compagnia. Mi sa che ti annoi qui, tutta la notte. E’ silenzioso. Non ti annoi a stare qui tutta la notte? <br>PORTIERE – Lavoro. <br><br>Pausa <br><br>BLO – A che ora finisci? <br>PORTIERE – Alle sette. <br><br>Pausa <br><br>BLO – E a che ora cominci? <br>PORTIERE – Alle undici. <br><br>Pausa <br><br>UOMO – Otto ore. <br>PORTIERE – Già. <br>BLO – Devono essere lunghe. <br>PORTIERE – Come otto ore di lavoro. <br>BLO – Io però non posso rimanere a farti compagnia. Devo provare a dormire un po’. <br>PORTIERE – Capisco. <br>BLO – E’ che viaggio molto. Non mi riconosci?<br><br>Pausa<br><br>PORTIERE – No. Direi di no. È quel poliziotto finito sul telegiornale ieri?<br>BLO – No, non sono un poliziotto. Ti dice niente: Bianche Ossa Levigate?<br>PORTIERE – No.<br>BLO – E’ un acronimo. Il mio acronimo. <br>PORTIERE – Capisco.<br><br>Pausa <br><br>BLO – Donne, da queste parti? <br>PORTIERE – Poche. E quelle poche tutte a letto. <br>BLO – Ne ho vista una verso le nove, un gran pezzo di donna. Immagino sia qui in albergo. L’ho vista verso le nove, ma forse tu non ne sai niente, visto che arrivi alle undici.<br>PORTIERE – Infatti. <br><br>Pausa <br><br>Blo improvvisamente tira fuori una pistola, che appoggia sul banco della reception.<br><br>PORTIERE – Cos’è quella? Non mi pacciono questi scherzi. <br>BLO – E’ una rivoltella.  <br>PORTIERE – Lo vedo che è una rivoltella. Vuole rapinarmi? <br>BLO – Io una volta lavoravo di notte. <br>PORTIERE – Cosa vuole farci con quella pistola?<br><br><br>Pausa <br><br>BLO – Stai calmo. Questa pistola è per me, per te, per tutti. <br>PORTIERE – Ho cinquecento euro con me. Li prenda. <br>BLO – Lavora per caso qui uno che si chiama Franco? moro, alto, carnagione olivastra. Baffi.<br>PORTIERE – Io mi chiamo franco. Prenda questi soldi. Mi lasci stare. Non dirò niente a nessuno. <br>BLO – Tu non hai i baffi. <br>PORTIERE – La prego. Non mi faccia del male. <br>UOMO – Strano. <br><br>Pausa<br><br>BLO  – Non dimentico mai un volto io. Mai. Nonostante viaggi molto. <br><br>Pausa <br><br>BLO – Secondo te, questa pistola è carica? Non rispondere subito, riflettici. <br>PORTIERE – Non ne ho idea signore. <br>BLO – Tutto può essere, giusto?<br>PORTIERE – Infatti.<br><br>Pausa <br><br>BLO – Ma se non sei il Franco che conosco io, e dici di non avermi mai visto prima,  sei un altro Franco? <br>PORTIERE - Probabilmente. <br>BLO – Non portavi i baffi? <br>PORTIERE – No, mai portati i baffi. <br><br><br><br>Pausa <br><br>BLO – Strano, molto strano. Non dimentico mai una faccia io. <br>PORTIERE – Ci credo signore. Ma metta via quella pistola. Mi spaventano le armi.<br><br>UOMO – Ti spaventano? <br>PORTIERE – Moltissimo signore. <br>UOMO – Non dovresti avere paura mentre una pistola è poggiata su un tavolo.. <br><br>Blo prende la pistola in mano. Se la punta alla tempia. Poi verso l’uomo. Poi alla tempia. Poi ancor verso l’uomo.<br><br>Pausa <br><br>BLO – Ora dovresti avere paura. Ora dovrei averne. Vedi? È semplice. <br><br>L’uomo si accuccia sotto al bancone, si copre la testa con le mani. <br><br>Pausa <br><br><br>PORTIERE – Mi lasci stare la prego, ho famiglia. Non mi faccia del male. La prego. <br>Blo continua a portare la pistola dalla sua tempia alla sagoma del portiere, svariate volte, lentamente.<br><br><br><br>BLO – Le prospettive, capisci? L’attenzione. Presti attenzione alle cose che ti vengono dette? Credi che i tuoi occhi vedano qualcosa? Sai perché vedi la luna enorme, delle volte, e altre la vedi minuscola? <br>PORTIERE – No signore.<br>BLO – Sono scherzi ottici. Dipende da cosa hai davanti. Prospettive, come ti dicevo. E non puoi fare affidamento agli occhi. Lo capisci, che situazione?<br>PORTIERE – La capisco, la situazione.<br>BLO – Se solo fosse possibile che qualcuno riesca a conoscere qualcun’altro, ci pensi? Se solo fosse possibile. Mi capisci?<br>PORTIERE – Non lo so signore. <br><br>Pausa<br><br>BLO – Se solo fosse possibile.<br><br>Pausa<br><br>BLO -  Comunicare.<br>PORTIERE – Non lo so signore. Non capisco. Ho paura.<br>BLO – Paura. Bravo. Fai bene ad averne.<br><br>Blo alza la pistola e la punta verso il portiere. La luce va via imrpvvisamente, lasciando la scena avvolta dal buio. <br><br>Pausa<br><br>E quindi uno sparo.<br> <br><br><br><br><br><br><br><br><br><br><br><br><br><br><br><br><br><br> <br><b>ALESSANDRO ANSUINI<br><br>LE ILLUMINAZIONI<br><br><br><br> <br>KLEENEX<br>SPOSTAMENTO DI LUCE AD EST<br>IL RONZIO<br>LARS VON TRIER<br>VOGUE<br>TITANIC<br>LAPSUS<br>ILLUMINAZIONE<br>MODEM<br>CHI PARLA ?</b> <br><br>(Arte - Sceneggiatura)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Thu, 16 Dec 2004 07:26:53 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[INVIDIA DEL PENE, di Fabrizio Pittalis]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=34&tes=478&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <b>INVIDIA DEL PENE </b><br><br><i><b>( allegoricronaca d’una sconfitta - fognatura a cielo aperto d’ altra roba decaduta)</b></i><br><br>Non rimase altra speranza a schizzar via un’introduzione…<br><br>Dove niente andava bene tutto era assolutamente normale, niente andava male, orde di uomini nudi s’infiltravano svelti sotto le porte, cercando di morire, con le madri sulle spalle. Tante scimmie con faccina decadente, tumefatti, occhi a punte di siringhe. Una vera e propria immagine da caduta degli dei che sanguinava in un bicchiere contenente vino che si chiamava “niente da dire” o “tutto da discolpare” e lo guardava in parte inespressivo nella stessa misura in cui pensava fosse  - vuoto  - in fin dei conti  <br> – vuoto  - <br><br>&lt;&lt;E’ decisamente meglio accarezzare una voce da eroe piuttosto che ascoltare le parole da spirato e ovoviviparo d’una cosa senza capo e senza fine.&gt;&gt; Disse a un tratto e certo a torto, scomparendo, un tipo tutto da guardare. <br><br>Era tutto il giorno che parlava internamente di poeti e di poesia, d’immaginarie stanze in cui stavano pappagalli di paglia e sedie d’ottone, tutto un servizio di ceramiche e posate sporche, qualche vecchio carillon, un Sahara sconfinato fatto di polvere, un odore diffuso e spento di cicche di cui non trovava tracce e vecchie ceste, vaghe facce in fotografie sparse. <br>Nelle immagini interne d’infanzia erano gatti contro gatti a nutrirsi di mondezze, veri e propri gran banchetti, di cui bimbo ritrovava solo latta e plastica e certe dune, sconfinabili anch’esse, fatte in mamma di caffè sulle piastrelle sporche, piene zeppe di formiche. <br>Filavano via in fretta i gatti, simultanei nel latrare simultaneo dei setter, sporchi selvaggi dentro alle gabbie, mentre onesti continuavano svagati nell’aria violenti passaggi d’uccelli: come a tuffo a capofitto e poi su, come a rimbalzo. Vere e proprie parate s’allestivano per tutto il giorno lungo il cielo nudo e fisso.<br>Riviveva quello slancio, il rimanere iperattivo, l’eloquenza del perenne traffico d’insetti e parassiti, in file varie sulle gerbere, sopra la calle, sui gerani e le altre piante. Gli era parso, a volte, di poterne percepire il chiacchiericcio: un idioma ubriacante, sconosciuto, somigliante a un inspirare, a un lungo fischio. <br>L’inutilità latente, rugginosa, dei pezzi per l’impalcatura ed il ponteggio, vecchi secchi per l’intonaco e lo stucco, l’arsenale di cazzuole sporche ed i sacchi mezzi vuoti di cemento messi insieme a far mucchietto… Certe volte, in primavera, era proprio un bel far west di luci ed ombre, di presenze inesistenti e arnesi strani e una volta aveva visto, in solitudine, il duello forsennato di due topi, pelo grigio, nasi rosa bisticciando una poltiglia dietro il ferro della grata dello scolo. Fu un feroce nobile uno contro uno, sotto il viola velenoso d’oleandro. <br><br>&lt;&lt;E pensare che la vita è sempre stata solo un suono disegnato, un lungo andare singolo e scordato, un accordo poco importante lasciato fuori dallo spartito…&gt;&gt;<br><br>Si ripensò infinito, nell’atto di sparare su quel mondo con la pompa, e parlare, certe volte, in gioco, con i muri e con le piante. Era proprio un bel piacere il mondo pregno, era un tempo per chi non è stato più -<br><br><br>- Tutta quest’infanzia, gli veniva dentro mentre il tipo stravaccato sullo stomaco gli parlava sempre troppo vicino all’orecchio. <br>Ripensava quei ricordi al cloroformio, intanto, e non poteva non sentirselo ficcato dentro, come il nonno, che osservava, burbero nella sua fotografia d’avvenente soldato, ubriaco e ridente sul camion. Era stato muratore e contadino il nonno, arrestato da soldato per aver colpito un caporale con un pugno. Don Giovanni del suo tempo, il migliore a bere il vino tutt’a un sorso e sopportarlo; sempre svelto col cazzotto, era spesso molto brusco.<br>L’esistenza valorosa di quell’uomo per lui, in fondo,  era nient’altro che la parte smozzicata d’un racconto, il narrato delle varie utilità d’un macchinario rotto. Se lo ricordava molto meglio da ammalato, affossato sul divano a fumarsi le sue trenta sigarette al giorno: Nazionali senza filtro, “Le migliori che ci sono”, un giorno aveva detto.    <br>Avrebbe voluto accarezzare quelle braccia da camicie strette, umettare di dolcezza la sua dichiarata forza, assaporarne il petto per pensare di volerlo mordere fino allo stomaco, se non fosse stato nitido il terrore d’addentargli un ingranaggio, di tagliarsi il labbro fino al mento, e perfettamente rilevabile la salivazione, al pensiero dello zinco.<br>Non esprimeva, in ogni modo, mai un bel niente con suo nonno, che era forte, ma pur sempre moribondo e ancora più importante, per fattori innati di rispetto, sempre in grado di picchiarlo. <br>Non sapeva per davvero come dirlo, non poteva più sottrarsi, evitando di pensare: <br>&lt;&lt;Nonnononno tu sei morto, nonnononno sulla faccia tu sei giallo, nonno io ti riterrei innocente, ma sei il cancro, nonno, certi giorni non mi sento molto vivo e manco morto, tutto è come un ballo tondo, nonno non sarò mai come te…nonno non ne posso più.&gt;&gt;<br>Gli rimanevano comunque un frigo vuoto; qualche foglio di giornale vecchio; un calendario stropicciato a suonargli di continuo un’impressione di campane e di ritorno; mezzo fischio nell’orecchio destro; l’orologio con le cinque meno un quarto; un forte odore di sudore e la voglia malcelata d’una donna…<br><br><br>&lt;&lt;Il cucù delle ore che canta, le sedie parate a damasco <br>chermisi…rinasco, rinasco del mille ottocento cinquanta.&gt;&gt;<br><br><br>Sfotteva la stanza della casa vecchia come una cosa morta, con la stessa freddezza. Il soffitto s’inchinava, forse come per uno strano marchingegno, si spargeva sciolto col suo animo il cervello, macchiato d’olio e vino col suo odore di gassosa rancida ed il petto a cielo aperto…<br>Prese in mano il cuore, fece tra sé e sé qualche palleggio : <br>&lt;&lt;Non sei mai stato bravo…Non hai la mentalità…&gt;&gt; si disse.<br><br><br>Si riprese un’era dopo, abbacinato sul divano mentre, solo, riassumeva la sua piccola vertigine.<br><br><br>Senza storia, stava sempre fermo lì al suo posto il suo quartiere pronto a prenderlo e schiacciarlo. S’appoggiavano le case l’una all’altra sostenendosi e spiando, respirandogli sul collo, ridacchiando, dimostrando un impressione familiare di coperta della nonna fatta in tre generazioni - grigio-bianco – blu-  melone-giallo – spugne rozze pennellate varie striature - balconcini vecchi  e nuovi col muretto impalcature arrampicate anno per anno, che strisciavano apparentemente innocue, falsamente silenziose sui colori pastello. Lottava la vita, svanendo: tutto un solido raggiante cimitero armato di strutture, un abbraccio spesse volte soffocante irridente di passato, di presente, polvere e metallo. Ciò che sarebbe rimasto. Per niente pulsante, riso paralizzato tagliente su frantumi d’ ossa, livide carni pestate…Ciò che aveva sul mignolo…Un più semplice quadro geometrico. <br><br>Sentì, uscendo per strada, il sole come un calcio sulla faccia e non pensava più al nonno e non aveva alcuna voglia di lavorare al suo trasloco. Non si sentiva per niente deciso e non fu il ricordo, ma un’emozione generale, indefinita, che lo portò a fuggire, rallentando il passo svelto. <br>La luce, troppo calda, si riassunse in un battere di denti in terra e si guardò le mani per pensarsi ancora tutt’intero.<br><br>Le sue mani. <br><br>Un altro deserto. <br> <br>- E le carovane di beduini che perseguivano i fiumi secchi delle impronte ed allegri salutavano, non erano altro che i figli involontari della sua sporcizia adombrata bell’e meglio sotto il cielo del suo volto. Li poteva cancellare con un morso quegli eroi d’inesistenti principesse, quei ruspanti sognatori sdolcinati di mille e una notte, ma in realtà sapeva bene d’esser solo, che con lui oramai non c’era più nessuno e vide soltanto, macabro, distogliendo lo sguardo all’uscita ormai quasi totalmente secca del suo giardinetto, un melograno caduto, schiacciato, e per giunta quasi marcio.<br><br>&lt;&lt;La Nature est un temple où de vivants piliers laissent parfois sortir de confuses paroles; L’homme y passe à travers des forets de symboles qui l’observent avec des regards familiers. &gt;&gt;<br><br>Il suo mondo era scolastico e scontato. Era un foglio ritagliato. Quel ch’è peggio, non poteva stare zitto.<br> <br>Se la rise fortemente il quadro generale.	<br><br><br>&lt;&lt;Ciao Paolo&gt;&gt; <br><br>                            &lt;&lt;Buongiorno signora&gt;&gt;<br><br>&lt;&lt; Buongiorno&gt;&gt;<br><br><br>                             &lt;&lt;Buongiorno&gt;&gt;<br><br><br><br>La donna aveva sbagliato. Non si chiamava Paolo, ma a dire il vero a lui non importava proprio: nel teatrino di provincia d’una conoscenza superficiale non riteneva affatto necessaria quell’informazione. Trovava sempre inutile correggere l’errore ed un po’ s’appesantiva quando gli altri, eventualmente, lo facevano per lui. <br>Paolo era comunque un nome che non gli sarebbe dispiaciuto, avrebbe avuto almeno, in questo modo, un santo in calendario.<br><br><br><br>L’affollarsi. L’incastrarsi delle cose. <br>Lo sconquasso che ammalava il mondo…<br>Vide come un vecchio panda, a un tratto, preoccupato nel tentativo di attraversare la strada. Se ne stava lì indeciso su un’isola pedonale, bello grosso pittoresco col suo corpo arrotondato, fermo al centro fra corsia e corsia e nessuno che accennasse d’aspettare un solo attimo. Forse dava l’impressione d’esser lento, forse era per qualche solido motivo legato al calcio o alla superiorità di Dio su tutto il resto. <br>Era stato un bravo panda, si vedeva. Mica poco, un animale quasi estinto&#33; Era un essere a suo modo di successo e gli ammiccava <br>(o così gli pareva) col suo occhio d’orsacchiotto d’animale triste e grasso ad areale limitato.…Probabilmente era rimasto tutta la vita al suo posto, incantato ad inebriarsi tra le erbette ed i bambù e forse, pensò, adesso per la prima volta s’era smarrito. <br>Ad un tratto sembrò dirgli forse con lo sguardo: <br><br>&lt;&lt;Guardami&#33; Guardami babbo&#33;&gt;&gt;.<br><br>Strana interna sensazione lo svanire all’improvviso di quell’isola pedonale, lo stradone unificante le corsie, il povero panda come un uomo investito, un gatto spiaccicato,  davanti a lui, dentro di lui, praticamente dappertutto. Era solo un adesivo appiccicato  sulla macchina d’un altro, un documentario visto chissà quando, era nient’altro, era nient’altro&#33; Ma l’avevano investito, avevano calpestato il suo asiatico amico muto che somigliava tanto a un cane di nome Marlowe, un bel cane, che aveva avuto tempo fa’. <br><br>La violenza nella morte, fosse anche d’un signore addormentato, era certo il prodotto d’un demonio solitario, lunatico e marcio che non voleva rinunciare al sopruso.  Era lui, il Dio dal volto standard, il poeta banalmente maledetto artista dell’astratto che godeva e faceva godere nel vedersi bestemmiato, oltraggiato, ma agognato nel contempo, benvoluto, tristemente ricordato come fosse cosa morta, nell’innata necrofilia dell’essere umano con generale, sorprendente, affascinante masochismo.<br>Che terrore la città che sale&#33; Sale e sta sempre per cadere giù, la spietata sparatoria delle macchine, l’affollarsi polveroso delle scarpe, delle gambe della gente quando si è prostrati o troppo piccoli anche solo per approssimarsi allo svettare. <br>Sulle cime delle case, furibonde, insormontabili paure urlavano continuamente contro durissime stoffe di nuvole grigie, e all’orizzonte manco un mezzo cavaliere fiammeggiante, manco un reale spaccarsi o vociare, all’orizzonte niente di niente è cambiato, mai più. <br> <br>Ricordo dopo ricordo, ogni giorno, anche lui - uomo - si trovava comunque sazio, completamente esausto, rimpinzato di andato, pancia a tamburo di vissuto sbrindellato e già successo. Si ritrovava vagare ogni momento tra le ebbrezze, le disgrazie, le insignificanze, del suo personale cimitero. <br>Ogni tanto, si sdraiava in una buca, per morire. <br>Presto o tardi, sulla faccia, si sarebbe in ogni caso rovesciato il suo presente come pioggia o brina… Aria fredda, profumata di bosco era già troppo romantico…Più che altro, tumultuose, ma apollinee sensazioni gli sarebbero strisciate addosso, prima o poi, come vermi o lumachine. <br><br>&lt;&lt;Verrai, vero, al mio funerale….&gt;&gt;	<br>                                            <br>                                      &lt;&lt;…Ricordati, stasera, del mio funerale&#33;&gt;&gt;<br><br>Doveva avere il timpano sfondato dopo quell’urlo… Ma sentiva ancora i clacson e leggeva soddisfatte palpitanti rimostranze, masticate, nel labiale automobilistico. Il semaforo era rosso, verde appena il quel momento.  <br>Non le guardava se non di striscio le automobili col fuoco dentro che ruggivano e fumavano selvagge, le automobili moderne e barbare, che si urlavano contro. Con quegl’occhi, le trovava un poco rane, un poco insetti, di sicuro deficienti, ma imponenti, dolorose e un po’ importanti. E il grigio della strada era privo, ora, di banalità perché il petto gli si gonfiò al profumo ancora fuori stagione delle caldarroste, per un attimo, facendolo sentire male e quasi si mise a piangere mormorando da solo il suo discorso, cercando di tenere fermo il labbro per non farsi notare da chi gli passava a fianco, tanto che quelle parole trattenute gli marcirono in bocca.<br><br>Niente di nuovo mentre passeggiava svelto lungo il muro del carcere, attorniato dai palazzi dalle cose eventuali in eterno comizio. Fosse Natale, Pasqua oppure Ferragosto era come un male cronico la festa che si presentava tutto l’anno ad assillarlo nella sua industriosità d’insetto. Proprio come aveva detto Lucio, al circolo, flagellante stravaccato su una sedia e troppo cotto: lui doveva sempre andare, sempre fare questo e quello, non poteva mai stare seduto, abbracciare con amore il suo cuscino, visitare gentilmente un materasso, indugiare in un momento di riposo preso in prestito dal giorno. <br><br>&lt;&lt; Non ti viene il torcicollo a guardarti sempre intorno? E pensare che fai sempre così tardi che a volte mi ricordi il mostro d’un film vecchio o un uccello notturno…&gt;&gt;<br><br>Sempre a orari stabiliti si tuffava dentro a qualche posto a rannicchiarsi tra la folla su se stesso, alla ricerca, poco disperata in verità, d’un suo personale nido. <br><br>La finzione d’interesse in uno sguardo sul giornale, un vinello scaricato svelto in fondo al petto, uno scoppio di risata nel bel mezzo d’un racconto, un resoconto d’esperienze come un altro, una pisciata fuori dal vaso in bagno per dispetto ed  ancora altro vinello ed infine ancora un ultimo, trangugiato quasi con disgusto, voglia matta di restituirlo trattenuta sulla punta dell’esofago schiacciato. Un classico… Ma poi nuovamente fuori, perché fondamentalmente lui grand’uomo era occupato e interessato, organismo sempre in movimento, senza pensieri, eppure pieno, quantunque brillo. E sarebbe anche stato bello riuscire a affermarlo quell’eterno movimento, essere realmente un tipo interessato, ben voluto, soddisfatto, uno che al di là del detto con un salto arriva sempre svelto fino al fatto... Aveva visto, il giorno prima, sul giornale, raccontare un omicidio, un nuovo atto di violenza e di sopruso avvenuto ventisette chilometri lontano.<br><br>Immediata la partenza della caccia all’uomo. Pochi o molti, alcuni tasselli ancora mancavano agli inquirenti per dare una svolta alle indagini sulla vicenda.  Si batteva forsennata ogni strada e la campagna, si stendeva inferocita la ricerca del signore tormentato e senza volto che qualche sera prima, approfittando, aveva prelevato la ventisettenne che, in un primo momento, doveva aver riposto in lui cieca fiducia. <br>Tutto il fatto stava dentro all’ossessivo e minimo ruotare intorno a quell’apparizione bionda trasparente birra frizzantina d’angelo e in quell’ampia sparizione in nulla, ma ben poco metafisica di essere diabolico e perverso.  <br>Con chi stava la ragazza dalle 19:40 circa alle ore 22:00, ora esatta del decesso?  <br>Era stata massacrata a colpi di pietra, mollata morta in periferia nel freddo fradicio delle campagne come una vecchia cagna stecchita. <br>Il fatto che la ragazza fosse quasi una geologa era quasi una casualità bizzarra del destino, manco troppo strampalata come contrappasso.   <br>La notizia del troncarsi d’una vita buona e allegra si sarebbe presto liquidata nelle lacrime bevute svelte, spezzate sulle gote rosse alla celebrazione degli uomini di buona volontà. <br>La poesia s’era sforzata fino a farsi mormorio di fondo al lutto cittadino. Si sentiva un gran bisogno di solennità. <br>Polizia e carabinieri in collaborazione rovistavano il passato più recente della giovane e di tutte le persone che poco o molto abitualmente frequentava. In paese, forse, qualche nome era già stato fatto.<br>Tutti estranei in ogni caso alla vicenda quegli uomini dall’alibi di ferro. Uno, addirittura, si trovava al caldo, in ospedale, con un femore troncato. <br>La ragazza, cosa fredda, se ne stava bella ferma all’obitorio con il corpo nuovamente vuoto, esaminato, ricucito. <br>Era tutta di sicuro un fascino scontato ed un mondo in controsenso l’annegava tutt’intorno ostinando, eppure, quella nobile empatia di vivo e morto e poi risorto e ancora perso che non è una novità neppure quello, anzi è scontato a dire il vero e quel corpo lì sospeso fermo incorruttibile come di santo era il trionfo del congelatore. <br>Immanenti seni freddi, duri e dolci come sassi, mani grigie senza guizzi o pulsazioni, una fine indefinita d’interiora e organi interni. Tutte cose col sapore un po’ pettegolo degli angoli segreti, di vergogna, rifiuto speciale e anche stavolta, anche stavolta, di divinità. <br>In ogni caso, tutti avevano negato d’aver visto qualche cosa fino a quel momento. S’erano fatte alcune perquisizioni negli ovili, nelle stalle e perfino in alcuni appartamenti e in certe case addirittura rispettabili delle quali si  criptava il nome. Tutte in ogni modo senza esito, tutte basate sulla più avvilente ed avvincente serie di mozzate congetture, tra le facce soddisfatte un po’ scazzate di quei burberi innocenti, pregiudicati alcuni, i più tipici con vecchi tatuaggi. <br>Forse, diceva il giornale con voce di carta frusciante, sinuosa, con   alfabeto sonante come di campana a morto: forse qualcuno sentiva di avere le ore contate. S’aggirava tra la gente con il fiato degli investigatori sopra il collo, sprecava sui vestiti litri interi di profumo o dopobarba o forse preso dal terrore come un lupo burattino destinato a sfigurare, s’occultava dietro agli alberi d’ un bosco di cartone rosicchiato dal rimorso, mentre il cerchio blasonato arrugginito di quell’epoca civile gli si restringeva addosso, lo afferrava forse per il collo nel pressante, combattuto desiderio d’ammazzarlo. S’ era messo a ridere di gusto a questo punto. Non rinunziava mai, sarà ormai chiaro, al condire la lettura con le proprie congetture.<br><br>Niente, comunque, era definitivamente detto.  <br><br>Era probabilmente una questione di ore. Il puzzle, in un modo o nell’altro, si sarebbe chiuso. <br>Dopo il primo delitto, strillavano, si doveva compiere il secondo: la legge funziona così. <br>Non era accertato, oltretutto e non sembrava inutile precisarlo, il fatto che l’aggressore fosse solo: forse qualcuno aveva collaborato o magari assistito da lontano alla violenza. Si era chiesto fra alcuni guardoni. Per tutto il paese erano state delle ore imbarazzanti. <br>Era certa una lotta disperata tra la donna e l’aggressore. <br>La sua sciarpa con la giacca stropicciata era stata ritrovata cinque metri più lontano. Di sicuro la ragazza, terrorizzata, aveva probabilmente cercato di scappare, ma l’agilità dell’uomo - uomo, in quanto con ogni probabilità c’era stato, su quel corpo esanime di donna, un tentativo di violenza sessuale - aveva prevalso, seppure prima di venir colpita la vittima era probabilmente scivolata dalla presa, ma caduta aveva stampato la faccia urlante nel fango graffiandosi, oltretutto, dalla guancia fino quasi al sopracciglio. <br>Fu probabilmente in quel momento che quel sasso maledetto la raggiunse, sfondandole il retro del cranio.<br>Forse era stato il classico raptus. Forse il gesto disperato d’un amante respinto. Sicuramente un bel brutto delitto, teatrale, tragico al punto giusto, sale e aceto, pepe e olio per ben più di qualche giorno. <br>Restava, per esempio, il fatto che l’assassino aveva poi infierito, denudando e straziando parzialmente il corpo. <br>Probabilmente nell’onnipotenza del delirio aveva solo tentato, forse mimato, ma di certo non compiuto, l’infamante accoppiamento (e sfumava così, nel ridicolo arrancare d’un nevrotico solito ometto vagamente moderno, l‘omaggio alla furia virile, classica, d’un Polifonie irsuto solo qualsiasi.)  <br>Come al solito, si ribadiva in fine, il nome del cattivo sarebbe arrivato molto presto, anche se nel contempo si cercava l’ago pungente in fondo al buio perso surreale d’un pagliaio solo a tratti manifesto e già scomparso. <br>Le voci continuavano ad infuriare, tra verità non  assolute e stralci di supposizioni monche, sempre più infondate, e cresceva a dismisura la tensione. Un terribile maniaco si aggirava senza pausa per le piazze, dentro ai bar, sinistro nella faccia degli sconosciuti. Aumentava il timore delle mamme per gli angoli di strada e s’infuriava a dismisura l’immaginazione dei bambini. Il paese tutt’a un colpo aveva aspetto acuto e si mostrava tollerante verso i pochi minorati che, come provato, con il fatto  non c’entravan proprio, ma ci mancherebbe altro… Ma comunque dopo tutto ciò… dopo  tutto ciò non si sa mai... <br>Il clima, sorprendentemente teso d’allarmismi, ne risultò presto spezzato. Se qualcuno sapeva qualcosa doveva parlare. Si pensava ad un probabile straniero, si sognava un forestiero, ancora meglio un figlio di nessuno…<br>Forse era solo questione di ore, si doveva consumare un certo tempo naturale e magari l’assassino si sarebbe redento e tutti avrebbero sputato sul suo volto di scovato verme da formaggio ormai costituito - riso in faccia, addirittura, al buco vuoto d’un cranio sparato. Le famiglie in questo modo si sarebbero sentite certamente più tranquille, continuando allegramente a rompersi la testa contro tutto il resto, Teresine vispe allegre girando girando la manovella colorata arcobaleno e sangue per nutrire la solita giostra cascante del mondo, <br>amen.<br><br>A distanza di un giorno dall’uscita dell’articolo non l’avevano comunque ancora preso; la moderna civiltà restava al buio e il maniaco in nessun modo si era costituito. <br>Erano questi ed altri i fatti che sovente lo facevano riflettere sul sapore ubriacante turbinoso della vita comune, sull’assurda sudditanza d’un uomo di fronte al suo riflesso. Immaginava spesso un immenso convento di frati in preghiera di fronte  a uno specchio in un eterno ritorno dello stesso concetto uguale. Come al solito non si dava torto, ma in quel caso in ogni modo non l’avrebbe fatto con nessun’altro. Già da tempo, avrebbe ucciso i primogeniti e piovuto grosse rane nel giardino dei vicini per sorriderne con gli angeli se lui almeno per un poco fosse stato onnipotente. <br>Gli sovvenne il vanto eterno dei cugini più grandi da parte di quelli più piccoli. Si interruppe…Tutto ciò era troppo naturale per interessarlo. <br><br>Furono decine di minuti vacui, che lo videro aggirarsi per vie e vie vuote di tutto, quasi a perdersi in un posto che al contrario conosceva benissimo. Si finse febbricitante sfocando la visuale, fece finta di star male da morire, di non avere più memoria di nessuno. Salutò velocemente un conoscente con un cenno della mano.<br>Dopo pochi minuti si era quindi già tradito. Non sapeva più giocare, questo fatto era ormai certo. <br>Decise allora di conoscerlo a memoria quel posto, dirigendosi vigliacco e un poco allegro verso il centro: “la città”. <br>Pensò, illuminandosi d’un tratto, che in fin dei conti l’assassino poteva essere lui stesso, dopo tutte le risate che leggendo, il giorno prima, mentalmente e veramente s’era fatto.  Pensò di essere lui stesso l’assassino di qualcosa, e finì automatico a pensare al tempo dilatandosi al contrario, proliferando, soffocandosi nella tangenza del niente e del tutto con il tempo che lo calpestava a salti deridendo ogni suo sforzo. Si sorrise, disperando ormai di soddisfare il suo più minimo sfacciato desiderio di protagonismo, si sorrise ormai stanco dello scherzo: ciò, come molte altre cose, era davvero troppo scontato per accontentare la pretenziosità bastarda del suo genio.         <br><br>Non ne aveva di queste ed altre assurde pretese, forse un’eternità dopo, annegato spiedino infilzato per bene o per male lontanissimo dal genio come da qualsiasi cosa. Una bimba con il leccalecca rotto strillava sirena sul marciapiede opposto all’angolo di Via Vittorio Pascoli, figlio del fu Giovanni, poeta, e diceva un continuato masticato “non è vero&#33;”.<br>In una piazzetta grigia, linda, squallida nei muri ridipinti, un gruppetto mezzo stinto di ragazzi s’apprestava ad avviare uno spettacolino. Si fermò per aspettarlo, rosicchiando tra sé un dubbio e poi calciandolo.  Che delizia i saltimbanchi&#33; Rosa, come quelli di Picasso, rossi, furenti come un Gassman fuori tempo che erutta di corsa la bomba di Gregory Corso e saltando e sbagliando e ridendo&#33; Ah&#33; Ah&#33; Ah&#33; Lo spiritello d’aria già schizzava fuori dall’organetto poetico perso a Parigi il tredici luglio, s’ingoiava e risputava sulla folla muta il mondo, rivoltandolo, rendendolo inverso. <br>Non indossano solitamente altro che la loro ombra, questi semi-folletti tarchiati, slanciati di biglie volanti in numeri assurdi, con pazzi funamboli colorano l’aria del cerchio, che presto confondon  con santi schiamazzi. Poveri, poveri saltimbanchi affamati, sempre derelitti&#33; La notte li avrebbe voluti ubriachi privi di risparmio a gustarsi un poco di minestra gialla e pane secco e tossire via l’ignobile rosa dai mezzi polmoni: neri, fieri, perché la colpa era tutta del re e le strade nutrite di polvere non conoscevano ancora nessuna finzione d’asfalto, nessun vapore asettico di luci al neon e anche allora, anche allora, era tutto un abbaglio e non c’era pietà.<br><br>La tragedia, l’aspettò casuale ed impietosa come sempre. <br><br>Fin da prima del suo arrivo il chiacchiericcio delle mamme s’era già bell’e ammucchiato. Continuava lì sul fianco, il promuoversi indisposto dei bambini, bionde, more bocche strette di passaggio, mentre a caso, con il naso rosso e il trucco, una ragazza cominciava storta la sua animazione. <br>Forse un antro troppo aperto la cornice degli alberi bassi, sostituiti da poco: troppo giovani per offrir ristoro, troppo alberi per non tornargli dritti in testa come immagine di crescita sofferta, dolor d’ossa, impalato lì nel perdifiato d’aria e di passanti: un pullover troppo stretto attorno al collo tutto invaso di formiche o forse solo ancora il nero del suo sguardo, lo sgomento suo di cuculo pulcino, affamato, distruttore rifugiato in altrui nido, per sempre orfano, completamente solo.<br><br>&lt;&lt;Giovannino Perdigiorno era un grande viaggiatore…&gt;&gt;<br><br>Come un pugno fiammeggiante col suo lucere cromato, nuovo nuovo gli saltò  fin dentro l’occhio un costoso monociclo. Gli saltarono all’orecchio i lamenti vergognosi dello stomaco, ricordandogli il digiuno continuo. Criticò fra sé l’assenza d’una vera  musica; l’inutilità del cane; criticò persino il ridere  sforzato e scomodante, ben tagliente dei bambini. Si sentì inevitabilmente ridicolo. Lui che si era immaginato svelto tenebroso baronetto avvolto in bel mantello seicentesco appena uscito dal castello non riuscì a fingere cieco il suonatore che a dire il vero, sua fortuna, ci vedeva benissimo: portachiavi, pantalone, tazza d’acciaio, chitarrina strimpellante tutt’allegra d’adesivi e occhi grandi soprattutto, finestroni belli grossi poco svegli, occhi giovani e marroni. <br>Si sarebbe finto morta mantide marrone, nuovamente si sarebbe finto… Nuovamente…Finto…<br>Fu un noiosissimo numero affettato, un disastro elementare di palline, palloncini, manuali di chitarre vagamente spagnole, come ormai tutto il mondo e pure lui del resto. <br><br>Se ne andò via nel bel mezzo dell’inizio il pretenzioso, irritato, disgustato da tanto buon dilettantismo mentre un ragazzetto, forse nuovo del mestiere, annodava un po’ accademico un “bel fiore” o un “cagnolino”, inchinandosi, ricevendo un calcio in culo. <br>Si sentì uno stupido a non apprezzarlo. <br>Cercò di giustificarsi, pensando che se i dilettanti erano tali dovevano essere brocchi totali o non se ne faceva nulla non si rideva salvando la ciurma, tenendola a galla. Cercò di giustificarsi parlottando con se stesso di cattivo professionismo, riflettendo alla rinfusa mentre gli bruciava il petto. Si ritrovò anche lui a scontrarsi col suo cattivo estro, la sua invidia, la sua mancanza, il suo bisogno d’altro a oltranza…<br><br>&lt;&lt;Il mare rode rosa ma il cielo sei tu, tra le righe bianche e blu di segatura e gli animali al valium. Bevi un po’ di limonata viola amore surreale nell’odore del bel circocerchio dove il nano non si prende mai per buono e canta insieme all’elefante sgonfio: Ahi-trick-track-Zum-Patum-Bam-blam&#33; Ahi- trick- track-Zum-Patum-Bam-blam&#33;&gt;&gt;<br><br>In un ritmo vorticoso d’afa andava avanti il vivere in maniera orribilmente liscia e naturale e quel poco che restava s’ammalò dell’asma cronica della città. Solite rassicuranti sagome snodate d’esseri di nylon s’affrettavano a infilare buste colme di prodotti sorridenti dentro ai cofani, nei parcheggi, non poi grandi, dei supermercati. Da lontano intimidiva il cielo, si faceva tutto rosa il suo commiato, in quell’oggi ancora un poco prima, rispetto al giorno precedente. <br>Sarebbero arrivati giorni migliori. <br>Sarebbe ritornata prima o poi l’estate, col suo odore spesso di carogne morte di sete ed allora, per davvero, sarebbero impazziti in molti. <br>Era tutto a fin di bene. <br>S’abbassavano prive di ritmo un po’ dappertutto le persiane, le serrande dei palazzi e delle case basse. Faceva un po’ più fresco rispetto al giorno prima. <br>La stagione per un po’ sarebbe stata marcia. <br>Pensavano all’amore i solitari, o non pensavano a niente, e per lui  sarebbe stato in ogni caso uguale a ben vedere.<br>Allo specchio l’uomo-frate traballava il suo scoprirsi calvo, rivelava lo sfiorire della fede in quelle liturgie e in quel momento tutto si riassunse in un sommesso, eclettico suono vocale, come un lieve rantolare ripetuto, un grosso aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa dalla tonalità poco cangiante in un andare vagamente cinematografico.<br>Una ragazza passò bella al suo fianco, profumata da lasciarti inebetire, annullato e benedetto, fluttuante all’ondeggiare del didietro…<br>Decise, proprio in quel momento, di tornare a casa. <br><br>(Arte - Narrativa)]]></description>
<author><![CDATA[Fabrizio Pittalis]]></author>
<pubDate>Mon, 13 Dec 2004 14:46:41 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[IL QUADRO - Prefazione di Paolo Gentili, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=29&tes=476&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> &quot;IL QUADRO&quot; di Rossella Dimichina - Prefazione di Paolo Gentili<br><br>La lettura di questo testo richiede da parte del lettore uno strenuo sforzo di cooperazione interpretativa, sforzo del resto sempre doveroso di fronte ad una scrittura di tipo complesso, e qui subito compensato dal godimento di un linguaggio di tipo &quot;decostruttivo&quot;, che gia&#39; in primissimo livello di approccio, cortocircuita in sequenza continua, come scariche elettriche folgoranti e allucinanti, immagini-tracce dell&#39;essere in senso derridiano.<br><br><br>Le parole che, sanno ben rappresentare la vertigine del delirio, scoccano istantanee intermittenze di luce sulle misteriose regioni del discorso ai confini dell&#39;archiscrittura (in senso derridiano, appunto).<br><br><br>Le pagine che abbiamo visionato infatti sono caratterizzate da un violento antirealismo e da una continua vertigine verbale propria di un viaggio delirante da allucinogeni psichedelici, o, come appunto nell&#39;esile ed ambigua trama narrativa sottesa alla &quot;prosa&quot; oggetto della nostra disamina, dal precipitare di un soggetto nel baratro visionario del coma, sia pure non irreversibile, ma certo ai limiti della vita biopsichica del soggetto stesso.<br><br><br>Forse proprio da questo collocarsi dello spirito narrante ai limite del per-se&#39;, a dirla sartrianamente, e al limite, quindi, di un in-se&#39; che da un momento all&#39;altro minaccia la nullificazioine totale dell&#39;io-coscienza, da questo collocarsi del soggetto narrante al limite, dicevo, della propria mineralizzazione , al limite del proprio farsi oggetto, deriva il dilatarsi dell&#39;occhio sugli oggetti che minacciano di divorarlo.<br><br><br>L&#39;attenzione-intenzione parossistica dell&#39;io sugli oggetti divoranti ne determina l&#39;introiettazione da parte del soggetto, dopo un attimo di iperrealismo da &quot;école du regard&quot;: tale iperrealismo immediato, immediatammente si risolve nel suo contrario: un&#39;irrealismo assoluto, autoreferenziale e solipsistico: l&#39;oggetto si spiritualizza, in spirito si risolve divenendo parte della coscienza che lo contempla, parte del suo vissuto: ecco: la creatura femminile di un piccolo quadro posto di fronte al letto dell&#39;infermo -che rappresenta una delicatissima nuca di giovane donna forse danzante - questa immagine diventa viva. Ella diventa una fanciulla, Lucille, che conduce il giovane infermo -il quale non comunica col mondo cosiddetto reale se non in forma assolutamente distorta- in un mondo visionario (che e&#39; dentro di lui naturalmente) dove un deragliamento dei sensi di tipo rimbaudiano e una raffinatissima sensibilita&#39; erotica si fondono -anche attraverso l&#39;uso sorprendente di tecniche di cut up degne di W. Burrough- ad un&#39;ansia di liberazione dalla pesantezza del reale, e quindi di anelito all&#39;Assoluto che sfocia in una visionarieta&#39; simbolistica di tipo altamente spirituale.<br><br><br>Ma qui, come dicevo all&#39;inizio, e&#39; il linguaggio il vero protagonista della narrazione: e&#39; il linguaggio dell&#39;io narrante che attraverso l&#39;uso sapiente di stravolgenti figure retoriche e vere e proprie distorsioni verbali fa saltare i parametri logici e quelli spaziotemporali per farci entrare nel quadro come Alice balza nel paese delle meraviglie, paese delle meraviglie che per noi e&#39; quello della vita profonda di un giovane spirito umano, nel quale vibrano fortemente le corde della ribellione alla bruttezza del mondo, alle sue regole ipocrite e convenzioni sclerotizzate, e le corde dal suono purissimo della Bellezza e dell&#39;Amore.<br><br><br>Un Amore, quello del giovane e della sua Lucille -la danzatrice dalla delicatissima nuca ritratta nel quadro- che, sia pur vissuto nel totale e anarchico deragliamento non solo della sensualita&#39;, ma persino dell&#39;intelligenza che si approssima creativamente e starei per dire edonisticamente alla follia, un Amore, dicevo, che convoglia l&#39;ansia di Assoluto verso le regioni piu&#39; remote dell&#39;Essere: e l&#39;Essere si disvela nel sogno attraverso figure e simboli di una suprema ambiguita&#39;. <br><br>Il re, la regina , la torre sono archetipi della lotta per la vita e per l&#39;amore. Lucille ha le sue rivali, e saranno le creature del potere (la regina) o della santa tradizione (Claire-Silvie) ma alla fine lei sara&#39; la <br><br>vincitrice: e tuttavia la sua vittoria non sara&#39; che la vittoria di un addio.<br><br><br>Il giovane narratore esce dal coma, esce dalla sua visionarieta&#39;? vince l&#39;Amore? vince la Morte?<br><br><br>Tutto rimane perfettamente ambiguo, quasi per l&#39;impossibilita&#39; che hanno le cose e gli esseri umani di esistere davvero, quasi che il loro ciclo vitale non sia che una fantasmagoria di immagini sempre risolventisi nel loro contrario: mentre l&#39;io rimane costantemente scisso, diviso tra ansie contrapposte, condannato al vuoto del suo nulla e al sospiro eterno verso l&#39;irraggiungibile Bellezza dell&#39;Essere.<br><br><br>Qualche parola ancora sul linguaggio di r.d., la quale certamente non e&#39; scrittrice buona per chi cerca nella lettura gradevolezza e piacevolezza e rassicurazioni esistenziali.<br><br><br>&quot;Nella giostra trasposta di cuscini e lenzuola, era irrimediabilmente lunedì quando iniziò la mia ultima settimana. Le vedevo il bianco degli occhi e lo confusi con la parete che rifletteva il suo profilo come uno specchio cieco, mentre io consideravo il mio sangue un&#39;impuntura irrazionale che imbastiva letto e pavimento in un abito per il mio cadavere ostentatamente ancora vivo.L&#39;orma delle sue braccia si dipanava nei miei occhi chiusi e sapevo le avrebbe mosse con asimmetrica solennità braccando gli ultimi soldati della luce, e del resto, il buio era da sempre il mio bunker.&quot;<br><br><br>Questo inizio di narrazione contiene in nuce tutti i molti pregi e i pochi difetti del testo da noi letto: i pregi consistono nella forza di una parola che scaturisce nuova, libera da significati sclerotizzati e rigenerata quanto a significazioni connotative: si veda il termine apparentemente illogico &quot;trasposta&quot; e si consideri la sua forza creativa: e si vada avanti nel colloquio mentale con questo narratore assolutamente folle, che si esprime parlando del suo sangue come di &quot;un&#39;impuntura irrazionale&quot; che &quot;imbastisce&quot; letto e pavimento: un folle che genera improvvisa bellezza luminosa-tenebrosa allorche&#39;, parlando dell&#39;&quot;orma delle sue braccia&quot; (si riferisce alla figura del quadro, ma ambiguamente anche alla cornice dello stesso) evoca &quot;gli ultimi soldati della luce&quot; da lei &quot;braccati&quot;&#33; ed il buio, che costituisce il bunker, l&#39;estremo rifugio dell&#39;io minacciato dalla fine, dalla mineralizzazione, dal suo mutarsi da per-se in in-se&#39;.<br><br><br>Ma grande e&#39; la forza dello spirito umano, specie se giovane come quello del ventinovenne io narrante inchiodato in un letto di dolore: e&#39; la forza creativa di questo io che crea la Bellezza di Lucille, che la fa quasi pigmalionicamente vivere, che se la rende amante e sa unirsi a lei simboleggiando in modo supremamente erotico e vitale il proprio accostarsi alla Morte.<br><br><br>Quanto ai difetti essi consistono solo nel fottersene, mi si passi il termine plateale, da parte della scrittrice di blandire in qualsiasi modo il lettore.<br><br><br>Il che vuol dire pero&#39; anche rispettarlo: non prenderlo in giro cioe&#39;.<br><br><br>Ed e&#39; quanto certamente fa &quot;Il quadro&quot; che potra&#39; apparire ostico, ermetico, gelido e difficoltoso: ma che certamente mai e&#39; neppur sfiorato dal cattivo gusto ne&#39; dalla faciloneria scopiazzante dei campioni oggi di moda. <br><br>(Teorie - Critica &amp; recensioni)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Sun, 12 Dec 2004 00:47:44 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[TAGLI AL TEATRO SPERIMENTALE, di Andrea Rossetti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=18&tes=472&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=18&tes=472&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Da <i>&quot;La Repubblica&quot;</i> (08/11/04):<br><br>Disagio e allarme in alcuni dei gruppi più innovativi della scena italiana dopo le comunicazioni ufficiose giunte a una trentina di compagnie di ricerca e dì teatro per la gioventù che, a quanto annunciato (telefonicamente) dagli uffici del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, starebbero per subire decurtazioni o depennamenti di sostegni finanziari già concessi secondo progetti triennali.<br>I gruppi oggetto di abbattimenti o cancellazioni sono, tra gli altri, Masque Teatro, Libera Mente, Fortebraccio Teatro, Teatrino Clandestino, Accademia degli Artefatti, Teatro Nuove Edizioni, Vasilicò, Teatro inAria, Laminarie, I Teatrini di Napoli, Teatro Tascabile di Bergamo, Stalker, Uno Teatro, Stravagario Maschere.<br>A ciascun gruppo è stato comunicato il taglio senza una presa di posizione ufficiale del ministero, e la reazione non s&#39;è fatta attendere. <br>Pur non essendoci da noi la forza di mobilitazione del teatro francese, ci sono varie iniziative in corso: una lettera aperta al ministro Urbani dell&#39;associazione Teatri d&#39;Arte Contemporanea, un appello al centrosinistra a firma di 200 artisti, e un documento dei gruppi &quot; danneggiati&quot; che cerca solidarietà tra operatori, teatranti e intellettuali. Si studia un ricorso collettivo al Tar, o una forma d&#39;adesione allo sciopero generale del 30 novembre. E intanto a Roma e a Milano si programmano altri appuntamenti pubblici sul tema.<br><br><b>Il Bel Paese...</b> <br><br>(Risorse - Film &amp; teatro)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Sat, 04 Dec 2004 14:14:10 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Venezia, di Guido Conforti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=471&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> sgroppata via l’ultima capriata di luci fatue ultima tule ultimo dente di drago <br>confitto su pianure azzannate trangugiate ruminate è mare <br>e mare un mare fermo in coma vigile quanto un mitridate ingenuo oppure scellerato nel caso di questo <br>mare più vittima che carnefice un mare denso saturo di senso senza ritorni <br>come questo nostro ultimo treno che rulla piano a fine corsa fianco a fianco di <br>altre cellule di intima sopravvivenza con su i display toponomastiche residue di <br>limbi dove fermarsi accontentarsi purché si tratti di terra ferma magari rafferma <br>ma terraterra non è certo per una vile questione di prezzi di inflazione <br>di spicciola logistica di acque minerali e spazzatura ma è per paura <br>che ci si astiene si gira al largo un colpo e via <br>calipso che sfila debussy dietro una bifora orlata a giorno le luci basse i fiori stanchi <br>manco più l’ombra di un’ombra di prosecco di una bestemmia sana di <br>sabbia di deserto della barba sudata di un nocchero fiero di un solitario avventuriero di <br>battaglie in campo aperto vien da girar le calli e svelare i cartongessi scovare <br>gli architetti i croupier i vigilantes e chiedere di essere inseriti nelle loro mailinglist ricevere <br>le offerte di stagione anche lastminute anche sconti famiglia o comitiva <br>le novità del cartellone l’ultima attrazione che attragga sì ma per un momento o due <br>il tempo giusto di un torcicollo di un nuovo callo di un sospiro e ancora via <br>finito il parkimetro il plafond la distrazione ciò che rimane <br>in fondo è solo la gran paura di un’overdose fatale <br>d’indolenza smessa la maschera di arlecchino e pantalone <br>specchiarsi infine in canalgrande e <br>rimandarsi il contorno esatto <br>di un melmoso e lento defluire <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Guido Conforti]]></author>
<pubDate>Fri, 03 Dec 2004 17:34:06 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[COOKBOOK, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=470&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <br> <br><br> <br><br> <br><br> <br><br>Testo in parte ricavato dalla traduzione simutanea di google alle pagine scritte in inglese delle T.A.Z. di Hakim Bey, Shake Edizioni, successivamente rimanipolate.<br><br>L&#39;autore e la Shake Edizioni ne sono informati.<br><br>Questo testo in ogni caso non è protetto da alcun copyright per volontà dell&#39;autore, quindi può essere riprodotto, copiato, proiettato, abusato e rimanipolato.<br> <br><br> <br><br> <br><br> <br><br><br><br><b> COOKBOOK</b><br><br> <br><br> <br><br>--- il chaos non è morto mai. Primordiale uncarved il blocco, solo monster worshipful, inerte &amp; spontaneo, più ultravioletto di tutta la mitologia (come le ombre prima di Babylon), l&#39;originale undifferentiated oneness-de-essere ancora irradia il sereno come gli stendardi neri degli assassins, i casuali &amp; intoxicated perpetuo ---<br><br> <br><br> <br><br> <br><br>--- il chaos viene prima di tutti i principi ordine &amp; entropia, esso è né di un dio né di una larva, i relativi desideri idiotic comprende &amp; definisce ogni choreography possibile, tutti gli aethers insignificanti &amp; i phlogistons: le relative mascherine sono cristallizzazioni del relativo proprio facelessness, come le nubi ---<br><br> <br><br> <br><br> <br><br>--- tutto in natura è perfettamente reale compreso la coscienza - là - non c’è assolutamente niente di cui preoccuparsi. Le catene della legge sono state non soltanto rotte, non sono mai esistite; i demons non hanno custodito mai le stelle, l&#39;impero mai non ottengono cominciati, eros mai ha sviluppato una barba, ruda la nube come uno schiavo, ossesso e primordiale ---<br><br> <br><br> <br><br> <br><br>  <br><br>--- non c’è un divenire, nessun giro, nessuna lotta, nessun percorso; già siete il monarca della vostra propria pelle -- le vostre attese inviolable di libertà da completare soltanto dall&#39;amore di altri monarchi: una politica del sogno, urgente come il blueness del cielo/ <br><br> <br><br> <br><br> <br><br>--- liberarsi di tutti i diritti &amp; esitazioni illusori di storia richiede l&#39;economia di una certa età di pietra leggendaria -- i priests degli shamans non, i signori dei bards non, la polizia dei cacciatori non, sentinelle rigide come l’acqua, addolcisce come anima, andante nuda per un segno o verniciata come uccelli, poised sull&#39;onda di presenza esplicita, il nowever clockless/<br><br> <br><br> <br><br> <br><br>1. La camminata area di servizio del cliente nel calcolatore di Chembank o di Citibank durante il periodo d&#39;attività, lascia una merda sul pavimento, &amp; va. <br><br>2. organizzi una processione in forma religiosa con donne crocifissi su carri trainati da uomini svestiti -- bandiere enormi con i portraits sentimental, deragliamenti in fiori &amp; nel flusso continuo con la canutiglia &amp; il nastro, sopportati dai penitenti in abiti KKKatholic-stile nero --  una TV con incenso &amp; acqua santa spruzza sulla folla – gli anarchici che si schiaffeggiano con cannucce o piccole fruste -- &quot;un papa&quot; in abiti neri benedice le bare simboliche molto piccole reverently trasportate al cimitero piangendo i punks &amp; i porks not dead: Un tal spettacolo deve offendere quasi tutto . <br><br> <br><br>3. incolla in un luogo pubblico la foto di un ragazzo di dodici anni, bello, nudo, che si sta masturbando, nominato chiaramente: LA FACCIA DEL DIO---<br><br> <br><br> <br><br> <br><br>---Avatars dell&#39;atto di caos come spie, saboteurs, criminali del fou del amour, né selfless né egoista, accessibile come bambini, inodore come i barbari, logorati con le ossessioni, disoccupati, sensually deranged, figlie della luna avvolte in placenta pallida, specchi per la contemplazione, occhi come i fiori, pirati di tutti i segni &amp; significati ---<br><br> <br><br> <br> <br><br>--- Qui stiamo strisciando fra le crepe delle pareti della scuola di condizione della chiesa &amp; della fabbrica, tutti i monoliths paranoid saranno scandagliati e numerati, come figli di matusalem, battarie alcaline ina una dura cella tagliati dalle tribù nostalgia selvaggi scaviamo una galleria dopo le parole perse, bombe immaginarie/<br><br> <br><br> <br><br>--- l&#39;ultimo atto possibile è quello che definisce la percezione in sé, un cavo dorato invisibile che li collega: ballare illegale nei corridoi del courthouse. Se dovessi baciarlo qui lo denominerebbero un atto di terrorismo – in un modo come prendiamo le nostre pistole alla base &amp; svegliamo la città a mezzanotte come i banditi drunken che celebrano con un fusillade, il messaggio del gusto del chaos ---<br><br> <br><br> <br><br>  <br><br>BALLARE BIZZARRO negli ingressi di calcolatore-operazioni bancarie di yutto-notte. Esposizioni pyrotechnic non autorizzate. Terra-arte, sterri come manufatti stranieri bizzarri sparsi nei parchi di condizione. Svaligia le case ma invece di rubare, lascia gli oggetti del plant poet. Rapina qualcuno &amp; rendilo felice---<br><br> <br><br><br><br>---seleziona qualcuno a caso &amp; convincilo che è l&#39;erede di una fortuna enorme, inutile &amp; stupefacente -- dica 5000 miglia quadrate dell&#39;Antartide, o un elefante del circus di invecchiamento, o un orphanage a Bombay. Alchemical più successivamente verranno a rendersi conto che per alcuni momenti hanno creduto in qualche cosa di straordinario &amp; forse saranno guidati di conseguenza a cercare un modo più intenso d’esistenza/ <br><br> <br><br>  <br><br>---applicate sorrisi sulle piastre commemorative d&#39;ottone nei posti (pubblici o riservati) dove avete avvertito una rivelazione o avete avuto un&#39;esperienza sessuale particolarmente soddisfacente, ecc. <br><br> <br><br>/vada nudo per un segno/<br><br> <br><br> <br><br> <br><br> <br><br><br>---l’arte dei graffiti ha prestato una certa tolleranza ai sottopassaggi ugly &amp; ai momuments pubblici rigidi – la Plantwritings-arte può anche essere generata per i posti pubblici: i poems hanno scarabocchiato nei lavabi del courthouse, nei piccoli fetishes abbandonati in parchi &amp; in ristoranti, plantwritings sui mattatoi, sopra i vivai, sotto i parabrezza-pulitori delle automobili parcheggiate sotto alle fabbriche, slogan grandi del carattere incollati sulle pareti del campo da gioco, lettere anonime spedite a destinatari casuali, trasmissioni radiofoniche del pirata, cemento bagnato/<br><br> <br><br> <br><br> <br><br>/non svegliare gli svegli/<br><br> <br><br> <br><br> <br><br>/ la reazione del pubblico non pagante deve essere almeno forte quanto l&#39;emozione del terrore -- repulsione potente, risveglio sessuale, awe superstitious, innovazione intuitiva improvvisa, angst del dada-esque -- nessuna rivolta se la parola è puntata su una persona o molte, nessuna rivolta se &quot;è firmata&quot; o anonimo, se non cambia la vita di qualcuno (oltre all&#39;artista) tutto viene a mancare---<br><br> <br><br><br>/ Plantwritings-arte è un atto in un teatro di crudeltà che non ha fase, file delle sedi, biglietti &amp; pareti. Per funzionare, la PW deve categoricamente essere divorziata da tutte le strutture convenzionali per il consumo di arte (gallerie, pubblicazioni, mezzi). Anche le tattiche di Situationist del guerilla del teatro della via sono forse troppo ben note &amp; ora previste ---<br><br> <br><br> <br><br>4. invadere la casa della sfilata e copulare con le magre, sbandierare ossessioni &amp; distribuire petali ovunque, vaporizzare profumi per l’ambiente, urina di sedicenne giapponese acquistata via internet a Tokyo, situazionista nell’effetto, lama nella flesh ambulante nle percorso dell’autobus, mai invidiosa &amp; imperante e comunque perduta o sacrificata/ bambola di pezza impiccata che dondola in un armadio di dark/<br><br> <br><br>---una seduction squisita effettuata non soltanto nella ricerca della soddisfazione reciproca ma anche come atto cosciente in una vita deliberatamente bella -- può essere l&#39;ultima PW. Il Pw terrorist si comporta come una riservatezza-trickster di cui lo scopo è non soldi ma CAMBIAMENTO---<br><br> <br><br>insutile suonare il tamburo in una cerchio di tamburi, ma dove le acque sono salde e placide come tazzi di latte, ovvero persone che non realizzeranno (almeno per alcuni momenti) che quello che state facendo è arte. Evita le arti-categorie riconoscibili, evita la politica, non disperdere la parola per discutere, not to be sentimental; che tua sia ruthless, si assumano le responsabilità, vandalize soltanto cose o necessità che devono essere deturpate, fate qualcosache  i bambini si ricorderanno lungo tutto il tracciato delle loro vite – che sia inerte &amp; spontaneo; Lascia un nome falso/<br><br>sii leggendario/<br><br>plant poetry kills the poetry stars/<br><br>arte come crimine; crimine come arte---<br><br> <br><br>  <br><br>---ballare bizzaro non è una democrazia sociale, esso non è nemmeno un parlamento di due. I minuti delle relative riunioni segrete si occupano dei significati di per sé enormi ma si rendono particolare anche per prosa o posa. Non questo, non che -- il relativo libro degli emblemi trema in vostra mano--- livre de cousin/<br><br> <br><br>  <br><br>---caca naturalmente sugli schoolmasters &amp; sulla polizia, ma sorridi agli animalisti &amp; ai ideologues pure -- non è una stanza ben illuminata pulita. Un charlatan topologico ha presentato i relativi corridoi &amp; ha abbandonato i parchi, la relativa ambush-decorazione di colore rosso maniacal nero &amp; membranous luminoso, libera l’iguana, la vacca è continua/<br><br> <br><br> <br> <br><br>/ciascuno di noi possiede la metà del programma -- come due metà che di rinascita definiamo una nuova cultura con il nostro opposto, la mescolanza dei corpi, fusione dei liquidi -- le giunture imaginal della nostra sfocatura della <br><br> <br><br>/sacrocittà-condizione del nostro sudore/<br><br> <br><br>l&#39;anarchismo di Ontological non è ritornato mai dal relativo ultimo viaggio di pesca. Il chaos non si preoccupa del futuro della civilizzazione. Il ballare bizzarro si alleva soltanto dall&#39;incidente -- il relativo obiettivo primario è ingestione della galassia. Una cospirazione della trasmutazione/ <br><br> <br><br>---la relativa preoccupazione per la famiglia si trova nella possibilità di incest (&quot;sviluppa te stesso&#33;&quot; &quot;ogni essere umano un Pharoah&#33;&quot;) -- O più sincera dei lettori, il mio semblance, il mio brother/sister&#33; -- &amp; nel masturbation di un bambino che trova e poi nasconde ai genitori (come una giapponese-carta-fiore-pillola) l&#39;immagine della sbriciolatura della condizione---<br><br> <br> <br><br>/le parole appartengono a coloro che le usano soltanto finché qualcun altro le ruba indietro. Il Surrealists disgraced vendendo il fou del amour alla fantasma-macchina dell&#39;astrazione /automatizazione della parola, fabbrica del verbo-- ha cercato nella loro alimentazione di unconsciousness soltanto sopra altre, &amp; in questo ha seguito de Sade (chi ha desiderato &quot;la libertà&quot; soltanto per il grown-up whitemen per sviscerare le donne &amp; i bambini); il fou di Amour è saturato con il relativo proprio estetico, si riempie ai bordi di sè, in traiettoria dei relativi propri gestures, funziona sugli orologi degli angeli, non è un destino adatto per i commissars &amp; i commercianti. Il relativo ego si volatilizza nel mutability di desiderio, il relativo garrese comunale di spirito nel selfishness del obsession/<br><br> <br><br>/ il PW non desidera unire un esercito, non prende parte nelle guerre di genere, è sollevato da occupazione di occasione uguale (in effetti rifiuta di funzionare per una vita), esso non protesta, non spiega, mai vota &amp; mai paga le tasse ---<br><br> <br><br>/il PW ammira il tropicalismo, il sabotaggio, la rottura che danza, Anais &amp; Hnry, gli odori di polvere nera &amp; di sperma, i bakunin con le infradito/ <br><br> <br><br> <br><br> <br><br>---tutto piatto in un disordine senza spine, <br><br>come d’ombra di rami frastagliati su un marciapiede <br><br>di una città qualsiasi – “Vivo in un posto/dove non puoi vedere niente/ <br><br>ti fissi la punta dei piedi (e il di loro silenzio) e le crepe nel pavimento” <br><br>Roma, Sacramento, Uppsala, niente di importante, <br><br>tutto una (ridicola) nota a margine, ma belle etoile du chaos , gocciola sangue dalle <br><br>punte delle tue dita - stella marina, nous sommes toujour stupefaits <br><br>e non chiediamo altro che una cura infanitile, sabotaggi, <br><br>clandestinità, dita nelle cose – <br><br>guardavamo la morte (nostra madre) cospargere falangi di bambina rosa, <br><br>le staccava dalle mani delle margherite bambine e li gettava per la strada – <br><br>(rosa) petali di dita e gli uccelli percorrono grandi distanze <br><br>anche se non riconcorrono una (metamorfosi) <br><br>e il mondo implodeva come un pianoforte che crollasse dall’ultimo piano <br><br>di un grattacielo sommerso – deflagrazione subacquea, my underwater love, <br><br>cosmetica da fanciulle sboccate, una teoria incisa nelle caverne dice <br><br>che quando tutti gli uomini dormiranno insieme il mondo così (come love di) <br><br>cesserà di esistere e tutta l’importanza d’un parto spontaneo e continuo <br><br>che ci passiamo di occhio in occhio – sequenza ragnatela diffusa e primordiale – <br><br>il silenzio che non tocchi, i fiocchi, della neve, che cade, nella neve, che accade <br><br>nei tuoi occhi, suonavano minuetti di chopin i polacchi nelle strade <br><br>ricordando i topi sotto la catasta i fumi alti e densi le montagne di denti <br><br>le parrucche, acquistabile in internet, 199 dollari previo invio carta di credito: <br><br>una abajour in pelle umana con tatuaggio numerato <br><br>del 1947, Dachau souvenir, profumo di fabbrica, nuda stilografica del senso <br><br>perdura nella memoria sbafando una tragedia inscrivibile, the london bridge <br><br>is falling down my fair lady mistress of the satellites ma è caduto nell’acqua <br><br>e toccando il suolo non ha prodotto rumore alcuno, nemmeno un (piagnisteo) <br><br>piccolo tonfo piccolo, il cuore di tenebra dell’umanità (il mio cuore ha <br><br>la forma di un suono – ja) si disegna un fiocco bislacco <br><br>sul ventre si sorride in uno specchio – tutto è vecchio, la sequenza, l’importanza, <br><br>il fabbisogno, tutto è spofondato in una meccanica del sogno indolore e pagana, <br><br>giornali per il catechismo, teste di musulmani sbraitanti <br><br>salam aleikum dai fumi della pipa, dalle incisioni del corano, l’edera di stirner <br><br>ci ha bloccato le caviglie resi gassosi gli indumenti - propaganda <br><br> <br><br> <br><br> <br><br> <br><br>dell’assenza di dio, presa di coscenza del proprio stato di abbandono, <br><br>i genitori non sono mai pervenuti ci hanno commesso in anticipo, qualcuno (è affogato) ma nessuno può portarne testimonianza, (controllate pure <br><br>gli scontrini per favore) in ogni caso, quale problema? <br><br>Ci stanno già dimenticando, questa terra non ha memoria per le cose umane e (rose) le spose al tritacarne, le spose (cose) alla ghigliottina, i manifesti anti famiglia, <br><br>le bambine hanno ereditato il pianeta e ne hanno fatto una caverna, le bambine <br><br>sono appese a testa in giù e non hanno gli occhi, danno aureole come mance <br><br>e sussurrano da bocche vuote come chiese/ <br><br> <br><br> <br><br>---vicino a me, mia stella, pesce novembrino d’acque basse, solitudine, <br><br>meccanica propedeutica al disgelo delle mani, le nostre mani, <br><br>siamo in un buio accatastati come cerini in una scatola chiusa <br><br>teste di fosforo all’accensione assunti, sfregaci il capo, bruceremo il nostro corpo, tienici lontano dalle cose umide e dalle mani insolenti dei bambini/<br><br> <br><br> <br><br><br> <br><br>--- i  nomadi psichici ed i corsari neurali stanno partorendo, cancellando gli items, e il canefabbrica che moltiplica i libri negli scaffali delle vostre librerie, ecco che &quot;una rete di informazioni&quot; sta misurando il globo: primitivo e dedicato soprattutto al commercio lascivo, prodighi scambisti di lussuria, non abbiamo bisogno di questo? La rete tuttavia sta funzionando ammirevolmente. Sono stati sparsi lungo il meriggio e il perimetro dei vostri regni della carne tutte le istruzioni per sabotare le correnti d’aria, il libro del cuoco anarchico vi è stato iniettato tramite spore foloreali per costruire bombe emozionali che sappiano deflagrare senza detriti, gli hideouts a distanza in cui le navi potrebbero essere innaffiate e disperse, il booty commerciato con i lussi e le necessità di un libero corpo. Vivere coscientemente fuori dalla legge per una vita corta ma allegra, virus del lavoro disseminati lungo i barrens, tutti i mezzi di trasporto fermi, solo una musica associata a delle parole con uno sfondo d’immagini languidamente erotiche per tutto il tempo che serve fino al raggiungimento del nowever clockless/<br><br> <br><br> <br><br> <br><br>--- quest’infanzia è coperta dal cellophane degli assassins che diffondono paura attraverso i tubi catodici,  hanno fondato &quot;una condizione&quot; che consiste nella mercificazione dei vostri regni e nell’abdicazione alla numeralia, piccoli elenchi di numeri partoriti da impianti telematici e nutriti con gli zero e le claustrofobie psichiche, eccovi nell’ade, state camminando attraverso le fauci dell’inferno, strategico invulnerable all&#39;invasione, tu non domandi di entrare, tu sei collegato, batteriafiscale, collegato tramite il flusso delle informazioni degli agenti virali pubblici, alla guerra con tutti i governi e col mandato della banca/nota, dedicato soltanto a chi ha la premura di rimettere ad altri la loro stessa coscienza, come quella di altri peccatori. La tecnologia moderna, culminante nel satellite spia e nel ghiacciolo che non si scioglie, rende questo genere di autonomia un sogno romantico, e nudo. Necessitiamo di liberare i nostri territori, considerando ognuno il proprio corpo come un tempio, vedere i direttori dei telegiornali nudi ----<br><br> <br><br> <br><br> <br><br>--- le donne nelle capanne arrugginite hanno i piedi sporchi di fango, offorno i loro ventri per il desìo dei cacciatori che tornano trascinando cervi e otri piene d’acqua, offrono i loro ombelichi ed attorno vi viene stesa una riga di droga estratta dal pianto purissimo, disposta in cerchio attorno al posto dove esse vennero nutrite, e tirata grugnendo fra i chip sottopelle che friggono per l’intensità --- siamo in tensione nel presente nessuno ha mai condannato l’avvenire dell&#39;autonomia, ridotti  a una nostalgia per il passato o a una nostalgia per il futuro, oscillando cloudy in una melanconia televisiva, terrore da cecchino, bibbie acide nelle parole delle canzoni di protesta (O.G.M.)  vendute al mercato come galline a testa in giù – mosche che compiono rapide volture attorno ad esse, simili a pensieri di morte o titoli di coda dei film, toccare un tappeto di api con le dita, inventare qualcosa che ci renda liquidi con possibilità di essere chiusi in una bottiglia, omoetilia applicata alla forma --- dobbiamo attendere fino a che l&#39;intero mondo si liberi di ogni controllo politico e di ogni legge prima che qualcuno di noi, persino tu, chip in ascolto, nuda fabbrica occupata, regno confinato al regno della mente, possa sostenere di conoscere la libertà? Il ragionamento e l&#39;emozione si uniscono per condannare una tale supposizione blasfema come di suore che si masturbano nei confessionali mentre il padre le assolve. Non si può lottare per una cosa che non si desidera nemmeno; il pensiero del nonlavoro vi germoglia dentro ad ognuno, come il disperdere il seme o lo stupore nel fissare improvvisamente la propria ombra; la filosofia ci insegue, mentre diveniamo un bambino che sgrana la bocca nello stupore; la filosofia vuole renderci simili a lei – essa non si assume il compito della risposta accomodandosi nella profusione della creazione della domanda; essere prima della domanda vuol dire ignorare che si abbia necessità di una risposta; discorsi da paludi del mirtillo mentre qualcuno innesta dna di pesce nelle fragole --- fra breve avremo bisogno di proteggerci, e puri come un americano compreremo le pistole e le terremo in casa come sale<br><br>zucchero ---<br><br> <br><br> <br><br> <br><br>--- la morbida macchina gracida in movimento, avanza bizzarro e ostenta di essere trés paleoliticues, nuvelle vogue dell’anticonformista, dissociata neuralmente, volgare come lei, che a cavallo della corrente d’aria vaga nuda per un segno, ansiosa, estenuata, aperta, cosmopolita, nullafacente ed ossessiva come un punto interrogativo che venga posseduto dallo spirito di un cane che tenti di azzannarsi la coda --- <br><br> <br><br> <br><br> <br><br> <br><br>uprising, insurrezione, rivoluzione, clonazione o crocifissione, parole usate dagli storici per identificare i gironi guasti, le macchine impazzite, sieroelettricità del movimento caotico e perpetuo -- movimenti che non si abbinano alla curva prevista, la traiettoria del consenso, approvata, santificata, fatta pane o vino e consacrata nella reazione, tradimenti al bacio, fondamenti di una condizione ancora pià oppressiva e aliena – l’animale cammina sulle rotelle, il ritorno della storia nella sua relativa, oneness, più alta forma: dolce paralisi sulla faccia dell’umanità per sempre --- perditi d’importanza, vestito d’organza, vestito d’ordinanza, questa stupida solida danza/<br><br> <br><br> <br><br> <br><br> <br><br>--- non riuscendo più a seguire questa curva, coloro che persero l’onda stanno raschiando per caso nei fondali marini? Ne senti i ruvidi artigli? Verranno sulla schiuma bianca e nera dopo essersi accoppiati con le sirene del mare? Il sollevarsi dall’interno del proprio corpo come un uomo che si sieda dentro la propria ombra o che spronfondi nella poltrona di casa  suggerisce possibilità di movimento fuori di (questo?) ed oltre la spirale hegelian di quel &quot;progresso&quot; che è segretamente nient&#39;altro che un circolo vizioso. Sollevarsi come il malfunzionamento di una leva a cui non è stata impostata la sicura, crostate di arrivederci a quella parodia del tuttotondo karmico, contro l’ignoranza di tutto il piacere che risede dentro ognuno di noi --- è ritrovata ---- che? Che? Ogni tabula rasa di eternità è regolata tuttavia da un angelo più diabolico del precendente --- do the evolution, of course/<br><br> <br><br> <br><br> <br><br> <br><br>/vibrando eccessivamente sul palo e dallo smokehole, una manovra degli shaman effettuata ad un angolo impossibile all&#39;universo, pirati aerei nelle filovie e aereopsazi, coperta di ozono bucata da una sigaretta - la storia dice che la rivoluzione raggiunge il suo stato di intransigente permanenza, o almeno la durata, mentre la rivolta è provvisoria --- come le letture di poesie accompagnate da danze e proiezioni lussuriose, le rivolte non possono accadere ogni giorno e necessitano d’un’esperienza comune? tali momenti di intensità danno la figura ed il significato all&#39;interezza di una vita, sposano e celebrano il corpo musica dell’uomo mischiandolo con le vibrazioni --- comunque, intoxicated, non potete rimanere in sul tetto per sempre ---le cose stanno compiendo una differenza, non si ha necessità d’aggrezione, tutta la vanità punita, le cose stanno componendo una differenza --- crocifissi --- questo è un consulente legale della disperazione<br><br> <br><br>che sogno dell&#39;anarchico /<br><br> <br><br>la condizione apolide/<br><br> <br><br> il comune senso del proprio autonomo pudore/ <br><br>einturzende/<br><br> <br><br>una società libera /<br><br> <br><br>vasi di pandora spalancati /<br><br> <br><br> <br><br>le malattie dell’interno/<br><br> <br><br>Accetto questo come critica giusta, non ti disperdo in spari/<br><br> <br><br>Diffida dalla rivoluzione di parola --- centrifuga/<br><br> <br><br>Cresce spontanemane te il cactus anarchico --- learn to forget/<br><br> <br><br>Babylon prende le relative astrazioni per le realtà / <br><br> <br><br>sperimentando alcuni dei relativi benefici qui ed ora/ <br><br> <br><br>colpo e funzionamento assente --- relativo desiderio d’occupazione/rivoluzione <br><br> <br><br>sposta l&#39;intera tribù/<br><br> <br><br>essere incapace di difesa, renditi flessibile nel sistema/<br><br> <br><br>un&#39;arte &quot;occulta&quot; all&#39;interno delle arti/<br><br> <br><br>la morbida nomade macchina insurrezionale/<br><br> <br><br>download unzip file/<br><br> <br><br>  <br><br> <br><br>---affettando fuori delle teste ci guadagna - gli scrittori, i poeti e i ploghistons <br><br>sono fatti di niente e al niente sono volti, solo l’aumento dell’alimentazione <br><br>della bestia finché essa sprofonderà in noi, liquido jazz/simboli morti/smembrati <br><br>uccellini come passaporti di turisti ---[fu allora che i ciclamini s’armarono <br><br>per invadere la polonia <br><br>e le correnti d&#39;aria fuorono favorevoli] <br><br>un hitler bambina prodigio con un pezzo di carta di riso in mano disse <br><br>in primo luogo (assassina) l&#39;idea – <br><br>in secondo luogo assassina (la pornografia) dell’idea <br><br>quindi lasciale accopiare, lasciale formare un monumento <br><br>allora forse, l’equilibrio di forze sposterà --- forse persino il paesaggio intorno a noi <br><br>comincerà a cambiare, il terrorismo delle piante propone <br><br>questo sabotaggio degli archetipi come l&#39;unica tattica insurrezionale <br><br>pratica per il presente – [fu allora che i ciclamini discriminarono <br><br>e chiusero le ortensie, le belle di notte e i gigli bianchi dentro un recinto <br><br>all’aperto, sotto il sole, e con i petali presero a nutrirsi, fare francobolli <br><br>o vasi---degaulais] l&#39;unico labirinto dove far convergere il nemico <br><br>un momento di esaltazione può superare un corso della vita in peso <br><br>della noia e del lavoro - così <br><br>mescoliamo la nostra venerazione per l’ironia con una sorta <br><br>di martirio terapeutico al fine del raggiungimento di piaceri <br><br>criminali e illegali <br><br>dissertando su tutto <br><br>sabotando le confezioni famiglia poiché <br><br>l’unico posto dove i poeti terroristi delle piante sono diretti non è <br><br>né una libreria, né un supermercato, né una sala affollata ma <br><br>una sedia vuota/<br><br>uno schermo bianco/<br><br> <br><br>endless   nameless<br><br> <br><br> <br><br>--- nutrendo un ossessione per i rimorchi della corrente d&#39;aria -- quelle miniature di dirigibili classici sulle rotelle -- paludi del mirtillo &amp; città del fantasma, popolazione intorno ai giardini e alle altalene, strade della sporcizia invase dal catrame, da pini incastrati nel catrame, baracche di paglia e fango e sedie a dondolo arrugginite isolate come le automobili bruciate fuori, nelle stanze anteriori, come altri paesaggi monotoni (deserto, mare, palude), il Barrens sembra infuso con alimentazione erotica -- non aperto e innocente così come il disordine del languido, quasi un sorriso della natura, come se la terra e l&#39;acqua stesse siano state formate da carne sessuale, membrane, tessuto spugnoso. Desideriamo accovacciarci là, forse una casetta abbandonata -- o baracche decadenti di vacanza su una certa strada principale in disuso della contea -- o appena un lotto di terreno boschivo dove parcheggiamo 2 o 3 correnti d&#39;aria nascoste dietro i pini vicino all&#39; insenatura o al foro di vento modulato nella nuda roccia. <br><br>La corrente d&#39;aria è coperta con le coperte persiane, il prato è abbondante con le erbacce soddisfatte, la camera si trasforma in una tela di legno nel nudo di luglio e della mezzanotte, metà-si apre alle stelle, calde con sudore epicureo, scorso veloce dalla respirazione dei pini. <br><br>Ragazze di instabilità, messe e disordine, ecstasy e infanzia poiché l&#39;insurrezione personale è permanente -- collezioni di rane, lumache, vanno -- orinanti nella luce lunare -- 11, 12, 13 volte -- abbastanza vecchie a sedici anni da rigettare indietro il controllo della loro propria storia dai genitori, la scuola, il benessere, la TV -- in tensione venute con me nel quadro -- disse &quot;coltiveremo una marca locale della corda senza semi per finanziare i nostri lussi e contemplazioni dell&#39;alchimia estiva&quot; -- e per non produrre al contrario niente se non i manufatti di terrorismo poetico dei nostri corpi, divoratori di uva -- questa è la nostra economia. Il succo delle cose quando è svincolato dalla legge, ogni molecola un&#39;orchidea, ogni atomo una perla a coscienza attenta -- questo è il nostro mito pagano. <br><br> <br><br>---signal interrotto---<br><br> <br><br>[plant poetry kills the poetry stars]<br><br> <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Thu, 02 Dec 2004 03:06:25 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[NO A M.G. ELMI DIRETTRICE DEL TEATRO &quot;ROSSETTI&quot;, di Andrea Rossetti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=18&tes=444&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <b>KARPòS SI UNISCE AL CORO DI PROTESTE PER LA NOMINA DI <span style='color:red'>MARIA GIOVANNA ELMI</span> A <span style='color:blue'>PRESIDENTE</span> DEL TEATRO STABILE &quot;ROSSETTI&quot; (ahimè&#33;) DEL FRIULI VENEZIA GIULIA.<br>SI TRATTA DI UNA NOMINA RIDICOLA, DI UNO SCHIAFFO INFLITTO ALLE TANTE PERSONE CHE IN ITALIA SI OCCUPANO DI TEATRO CON COMPETENZA, CULTURA, PASSIONE, ATTENZIONE ALLE REALTA&#39; INTERNAZIONALI.<br>BASTA CON QUESTE LOGICHE DA MERCATI GENERALI, BASTA CON GLI ASSESSORI PRONI ALLA PIU&#39; BECERA POPOLARITA&#39; TELEVISIVA, BASTA CON LA MANCANZA DI CORAGGIO: IL COMPITO DI COLORO CHE FANNO CULTURA E&#39; ANCHE QUELLO DI CREARE LA DOMANDA SENZA LIMITARSI A SUBIRLA SEMPRE COL CULO ALL&#39;ARIA.<br>LA CULTURA NON PUO&#39; ESSERE RIDOTTA A UNA QUESTIONE DI MARKETING&#33;<br><span style='color:blue'>INVITO TUTTI A SCRIVERE ALL&#39;ASSESSORE PARIS LIPPI PER PROTESTARE CONTRO QUESTA NOMINA INDECENTE.</span><br>LA ELMI, INTERVISTATA DALLA TRASMISSIONE TELEVISIVA &quot;LE IENE&quot;, HA AFFERMATO CHE GOLDONI E&#39; UN AUTORE TEATRALE MORTO AI PRIMI DEL &#39;900, PER TACERE DELLA SCENA MUTA OSTENTATA ALLA DOMANDA &quot;CHI E&#39; DESDEMONA?&quot;<br>L&#39;ASSESSORE PARIS HA DICHIARATO: <span style='color:green'>&quot;Abbiamo puntato a una persona di fama nazionale che possa aiutare il Rossetti anche sul fronte promozionale dal momento che le future sorti finanziarie dei teatri non godono di ottima salute&quot;.</span><br><span style='color:blue'>VERGOGNA&#33;</b></span> <br><br>(Risorse - Film &amp; teatro)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Thu, 21 Oct 2004 15:33:42 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Ipotesi maieutica, di Alessandro Cinelli]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=34&tes=443&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[tanto qui metto tutti i primi capitoli]<br><br><br><br> Altro primo capitolo di altro ponderoso lavoro. E&#39; ancora in bozza, abbisogna di lavoro di lima e pialla. Ma mi farebbe comodo un po&#39; di feedback a livello di impatto e comprensione. Quindi se non avete niente di meglio da fare, leggetelo e ditemi qualcosa.<br><br><b>Ipotesi maieutica</b><br><br>Il 16 aprile JHV entrò nel labirinto degli specchi. Un normalissimo labirinto degli specchi. Dopo un primo girovagare curioso la noia tornò a impossessarsi delle sue lunghe, sottili membra. Si soffermò davanti a quello che sembrava uno specchio (poteva essere un vetro?) e rimirò la sua immagine riflessa. Senza un motivo alzò lo sguardo alla destra dell’immagine, dove un’altra immagine, sempre un suo riflesso, lo osservava con lo sguardo che lui sapeva essere il suo. L’animo razionale riprese il sopravvento. Fissò il pavimento, si concentrò, spostò il piede destro indietro di una trentina di centimetri. Il sinistro raggiunse il destro. Poi compì il tragitto inverso. Finché fu sicuro: il pavimento, in legno consunto, aveva una leggera inclinazione (non più del  due per cento calcolò). La corona esterna degli specchi si trovava così più in basso di pochi centimetri rispetto a quella interna. Questo spiegava il perché le immagini dietro il primo riflesso si trovassero più in alto di quella primaria. Inoltre il labirinto era stato costruito in modo che gli specchi non fossero fra loro paralleli, aprendo la via, dentro ogni specchio, a migliaia di altri specchi più piccoli, generando migliaia, forse milioni di riflessi identici. Il percorso di queste immagini si biforcava e biforcava e biforcava a ogni incrocio correndo verso l’alto e verso destra (o sinistra). Compiendo curve ben oltre la cornice degli stessi specchi, ben oltre il luna park che conteneva il dedalo, ben oltre la città che lo ospitava, il pianeta su cui si trovava, l’universo. Strano posto per riflettere sul mondo, pensò. O forse il miglior posto: un posto che riflette, in fondo. Guardando nuovamente le immagini che continuavano ad aumentare (non aumentavano, era la sua percezione a rintracciarne di nuove a ogni nuova ricerca, in questa corsa senza fine che stava effettuando) gli sembrò di avvertire il precipuo rumore di ogni immagine, qualcosa che sta in mezzo al suono del respiro, del battito cardiaco, del formarsi delle gocce di sudore sulla fronte, del ritmico crescere, lentissimo della peluria sul volto. In quella cacofonia si trovò a rimirare il suo volto riflesso. Il volto di un uomo un milionesimo di secondo più giovane (e quindi più inconsapevole) di lui, di quello che era adesso. Un adesso superato nel momento che lo sguardo si posò sulla seconda rappresentazione di sé stesso. E ancora più remoto quando raggiunse la terza, la quarta, la quinta e così via fino a perderne il conto e il significato. Si trovò a pensare quali infinite possibilità si prospetterebbero a un uomo che potesse scegliere liberamente tra le sue infinite rappresentazioni. Ricercò il suo essere migliore in mezzo alla moltitudine che restava immobile pur continuando a moltiplicarsi. Credette di intravederlo tra la quarantesima e la cinquantesima replica ma, immediatamente, quell’uomo migliore annegò in mezzo ad altri quarantamila, cinquantamila volti tutti uguali e contemporaneamente tutti dissimili. Di quanto era invecchiato davanti a quello specchio? Quanto più giovane era l’immagine in fondo alla fila, che continuava ad allontanarsi dall’origine a una velocità incalcolabile, inconcepibile? Era ancora lui? Oppure ogni immagine era un lui diverso che stava generando? Milioni e milioni di altri sé, ognuno con la propria storia, impercettibilmente diversa, che esistevano a tutti gli effetti. Almeno finché fossero stati sorretti dalla sua volontà di farli esistere. Aveva il diritto adesso di andarsene e di esaurirli, estinguerli, farli sparire? Non avrebbe forse dovuto aspettare finché l’ultima immagine non avesse percorso tutto il suo tragitto fin oltre l’ultima immagine percepibile, finalmente affrancandosi dall’esistenza dell’originale e potendo, per la prima volta totalmente libera, scegliere se scomparire o continuare la sua vita oltre le pastoie che lui, in quanto partenza, gli aveva imposto? Magari in un universo diverso che le sue limitate capacità non riuscivano a percepire ma che per quelle immagini era la fine del percorso. O l’inizio.<br>Le immagini continuavano a generarsi, l’ultima diversa dalla precedente, riproducendo da principio un quasi inesistente gesto, un pulsare nervoso di una vena sull’avambraccio, un movimento orripilatorio della peluria sulla mano sinistra. Movimenti, gesti, palpiti che erano già superati nel momento in cui ne aveva percezione. La prima immagine aveva ormai dieci, forse venti anni meno di lui adesso. E ammesso che esistesse la fine del percorso ne mancavano altrettanti (come minimo) perché si liberasse e iniziasse a invecchiare autonomamente. E come percepivano loro il tempo? Anche per loro si dilatava o restringeva e perdeva di significato come accadeva adesso a lui?<br>Fu così che JHV si perse.<br> <br><br>(Arte - Narrativa)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Cinelli]]></author>
<pubDate>Wed, 20 Oct 2004 13:50:36 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[INODORE, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=440&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=440&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Barbari <br>i barbari hanno calpestato <br>la quiete <br>e la sete non trova consolazione <br><br>non una goccia d’acqua <br><br><br><br>* <br><br><br><br>Fu alla vigilia di un’apocalisse, o di un&#39;esecuzione <br>che un cane bianco, lungo una strada nera <br>(qualcuno vi riconobbe la fessura della mente umana) <br>s’afferrò con le mascelle alla caviglia del bambino <br><br><br>la mia caviglia è un fiore, e cani alle luci <br>domestici e abbondanti <br>cani ai cani, e sia fatta una volontà <br><br><br>e così prese inizio, venuto per tutt’altro <br>finì per osservare <br>e come ogni osservatore <br>si fece premuroso nell’acquisizione dei fatti <br>maturò prospettive e convinzioni, lui: <br><br>non scrisse nulla <br>uccise il domestico <br>affettando il pacifico <br>fu giudicato anestetico <br><br><br><br>* <br><br><br><br>è morto un fiore <br>era inodore <br><br><br><br>* <br><br><br><br>di dentro sei entrata <br>sei entrata e hai esaurito <br>ti sei nutrita <br>e poi hai saputo <br><br><br><br>* <br><br><br><br>le mani bianche sul muro <br>e dietro le mie <br>i paesaggi sono morti per te <br>hanno pianto per te <br>e tu li hai ignorati <br><br><br>non basterebbe il pianto di sedici milioni di neonati <br>per farti considerare la luna una mammella oscena <br><br><br><br><br><br>* <br><br><br><br>la chiesa era fresca e i mosaici del lucernario <br>ci ritornavano il cristo in una luce irreale <br>silenzioso come una scolopendra <br>stava la sua croce come il viso di che guevara <br>sulle magliette rosse e il prete <br>teneva il braccio teso e alla fine del braccio una mano <br>e alla fine della mano un dito che disegnava <br>l’intonazione dell’omelia <br>vecchie accartocciate come buste del pane <br>sgranocchiavano qualcosa di invisibile e annuivano <br>il cristo continuava a tacere e a osservare <br>ancora avvolto nell’inverno della sua fraintesa <br>rivoluzione personale <br><br><br><br>* <br><br><br><br>toccami sono il digiuno <br><br><br><br>* <br><br><br><br>Hegel e i muezzin erano un’idea e io <br>chiesi scusa a tutti, soprattutto alle tue mani <br>alle tue mani che tieni chiuse durante il sonno chiesi scusa <br>poiché non solo non sapevo la risposta <br>ma non avevo nemmeno mai ipotizzato <br>che ci fosse una domanda - <br>interpreta te interpreta me, micanopia del post notes <br>struggendo canti insicuri, monosillabici, <br>i panamericani soffiavano e ondulavano fra le rivoluzioni – <br>tessevano documentari ed essi tutti lo confesseranno: <br>&quot;Il futuro non accade mai&quot; ma c&#39;è un sentimento sicuro <br>una cerniera - interpreta te interpreta me - incontrollabile <br>violento verde e la pressioni delle mani sulle caviglie chiuse <br>come stupide canzoni e sì, la tua coperta minuscola scatola <br>era autunno, voli d&#39;uccelli a mezzanotte, queste sono pallottole professionali <br>era dunque un sentimento certo, c&#39;era una fila per metterlo dentro, <br>confondevamo il nemico per paura che si accorgesse delle nostre debolezze <br>melodrammatici in flute di prosecco scadente, calze rosse da monsignore <br>chiesi dove tenevamo le diciotto casse di dinamite, stupido come un&#39;idea dimenticata <br>frasi fatte, case fatte, accuse fatte, piedi d&#39;argilla, il regalo della bocca d&#39;un cavallo <br>stupide canzoni allineate come formiche, &quot;Dio non parla attraverso le canzoni rock&quot; <br>era scritto su un muro - dio non parla, monocolo balbuziente, <br>ha vergogna di te, di me, del gregge di pecore <br>dell&#39;elio e delle diciotto casse di dinamite buone a stipare i sorrisi <br>in cumuli di lana, in matasse, a mantenere vivo l’interesse - i sorrisi del plenilunio e delle correnti - <br>tu indicasti, con un dito, in alto, verso un pachiderma leggero verso <br>il dirigibile e dicesti: <br>&quot;Guarda, è dio&quot; e infinita fu la discussione con i fiori <br>e le matite e le penne tutte, logorroiche <br>i muri delle case si piegavano verso di me, una panchina parlò solo francese <br>tutto il tempo del mio ricovero, e le spiegazioni fornite all’orologio <br>non potevano bastare così sussurrai <br>“Smetti di essere così poco originale, sii glorioso, fermati” <br>e la micanpia ci coinvolse tutti, micanopia da post notes, tipo: <br><br><br><br>1) ore 19 e 30: lezione di dottrina dal tiglio <br><br><br><br>2) ricordare l’ assemblea di foglie gialle come zampe d’anatra mozzate <br>e ricordarsi di dire a loro, a voi, a te e al tuo dirigibile: <br>“Ragazze, è un destino comune da morti si nutre la terra” <br><br><br><br>3) ricordare a te che dio non è un dirigibile <br>e comunque un dirigibile non può avere figli <br><br><br><br>* <br><br><br><br>e dunque, riuniamoci tutti nel tempio <br>che le donne formino un cerchio <br>e preghiamo: <br><br><br><br>Cancellami, devastami, polverizza le nostre ossa <br>madre gestazionale senza orologi <br>per gli occhi di Bush che legge una storia di caprette <br>(presidente stanno attacando l’america) <br>per gli occhi vuoti di bush che continua a leggere una storia di caprette <br>(presidente ci siamo attaccati?) <br>per la bandana di Berlusconi <br>(qualcuno dice che è stata una medicazione per circoncisione) <br>per tutte le parole scritte e non dette, per i vestiti e le macchine <br>per le strade e le coltivazioni in serra <br>per le scimmie che scalano montagne e che vi fanno buchi <br>per gli allevamenti di mucche e per i fermacapelli d’osso <br>redimici la pelle abbronzata e strappaci le corde vocali <br>affettaci, nebulizzaci, ritornaci al silenzio e digerendo <br>dimentica che siamo avvenuti, resetta ogni azione, ogni gesto <br>brucia ogni icona e seppellisci la terra di gelo, di sabbia, di fuoco <br>fa che dell’uomo non restino nemmeno le ossa da esporre <br>nei musei degli alieni, e infine chiedi perdono anche tu <br>madre silenziosa, per ogni proteina che nel corso del tempo <br>ha prodotto il virus umano e l’invenzione della ruota <br>e infine scegli un coltello, fra le stelle <br>che sia affilato e incandescente, e alzando gli occhi al nulla <br>pronuncia tre volte la parola <br><br><br><br>perdono <br><br><br><br>perdono <br><br><br><br>perdono <br><br><br><br><br><br>e ucciditi anche tu <br>e infine dimenticati <br><br><br><br>e che lieto ti sia il vuoto. <br> <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Wed, 20 Oct 2004 04:00:24 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[RICORDO DI JACQUES DERRIDA, di Andrea Rossetti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=28&tes=439&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=28&tes=439&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> <b>Jacques Derrida</b> è stato uno degli intellettuali che più hanno segnato, anzi che più hanno identificato, la seconda metà del ‘900. <br>Fu il protagonista della grande rivincita heideggeriana proprio in quella Francia che era stata dominata per oltre un decennio dall’esistenzialismo volontaristico, etico, di <b>Jean Paul Sartre</b>. Derrida comprese l’importanza di contrapporre a quella teologia dell’atto puro, gratuito, un’ontologia presentata nel solco di quella che <b>Heidegger</b> aveva chiamato la <i>“fuoriuscita”</i> dalla metafisica, ovvero dal razionalismo integralista e velleitario che aveva caratterizzato il pensiero occidentale, da <b>Platone</b> in poi. Non esistenzialismo contro esistenzialismo, quindi, ma ontologia contro fenomenologia negativa dell’etica.<br>Grazie a Derrida – ma anche a <b>Lyotard, Deleuze, Gadamer</b> – alla sua morte Martin Heidegger poteva ben dirsi il pensatore più determinante dell’ultimo mezzo secolo: una rivincita non da poco per colui che era stato ostracizzato per la sua adesione al nazismo nonostante l’appassionata difesa di una grande intellettuale ebrea, <b>Anne Arendt</b>. <br>Non a caso Derrida colse nel pensiero di Heidegger un aspetto a lungo considerato come la radice della svolta a destra del maestro (è questa ancora oggi l’opinione di <b>Gianni Vattimo</b>, per esempio) e cioè la dissoluzione del rigore logico in una sorta di rifondazione del linguaggio che molto doveva all’ermeneutica auratica dei presocratici e dei poeti (Hölderlin, Georg) che aveva caratterizzato il pensiero heideggeriano dopo l’incompiuta analitica esistenziale di <i>“Sein und Zeit”</i>. L’attenzione di Heidegger per il frammento, necessitato a rappresentare un pensiero corrotto, incompleto, un inciso per qualcosa che manca e che va quindi integrato (ma cos’è l’ermeneutica tutta se non una perenne integrazione e un’ospitalità accordata dal linguaggio a se stesso?), la centralità riconosciuta all’opera d’arte e, soprattutto, alla poesia nello sforzo di circoscrivere, se non concettualizzare, un’ontologia non metafisica, segnarono profondamente il pensiero di Derrida che, non a caso, divenne il punto di riferimento per una generazione di grandi critici letterari americani come <b>Hartman</b> e <b>De Man</b>.<br>La poesia prima e più della scrittura, protagonista di una sua opera famosa, <i>“La scrittura e la differenza”</i>, e destinata nel corso degli anni a perdere quella rotondità, quell’impellenza (che Derrida non poteva non riconoscere come i pericolosi segnali di una nuova metafisica) che avevano caratterizzato la sua prima, entusiastica elaborazione. Così come il concetto stesso di <i>essere</i>, d’altra parte, che, in uno degli scarti più significativi rispetto ad Heidegger, Derrida sente di non dover più utilizzare. Derrida fu il filosofo delle scoperte nate per essere raffreddate da progressive e inesorabili prese di distanza.<br>Se Heidegger si scoprì asistematico e, come un mistico, giunse al termine della vita a descrivere l’<i>abbandono</i> all’essere, Derrida si concepì asistematico, come se quella fosse l’unica forma accettabile di pensiero non rassegnato a una prospettiva kantiana: al sistema del fenomenico fondato dal pensiero logico egli contrappose consapevolmente una fenomenologia asistematica di quel pensiero stesso, affinché quel varco, quell’assenza di chiusura si configurasse come un passaggio per la fuoriuscita dalla metafisica, praticabile, però, senza soluzione di continuità.<br>Veri capolavori erano le conferenze di Derrida, allorché egli, rispondendo alle domande dei presenti, iniziava spesso a parlare ricorrendo a formule come <i>“mi avete frainteso”</i>, come se il fraintendimento, ovvero l’inattingibilità dell’idea chiara e distinta, fosse una condizione strutturale del suo pensiero non solo nella sua trasmissione oggettiva, quale conseguenza di una debolezza sistematica, ma anche a monte, presso quel nodo gordiano che dal suo punto di vista rendeva la filosofia un inesauribile e appassionato fraintendimento della verità.  <br><br>(Teorie - Filosofia &amp; scienze umane)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Fri, 15 Oct 2004 15:22:13 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[I diari della &quot;maglietta&quot;, di Rosamaria Caputi]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=18&tes=431&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> Fiori e lodi a Walter Salles, che ha brillato nel ridurre a un minimo comune multiplo la presa di coscienza di un individuo. <br>La maggior parte della critica ha osannato il film, leggo, ribadendo più volte (più che recensioni arringhe  in favore di chi ti lascia un vuoto e lo sa) che non è un film sul Che che è diventato storia<br>Quindi, mi metto comoda e voglio vedere come Salles toglierà i vestiti al mito.<br>Macché&#33;<br>Ecco la bugia. <br>In realtà nel film non va proprio così. Si procede estrapolando dal diario –di un ventitreenne- frasi a effetto, paragonabili ai drappi e alle magliette o agli aforismi di J. Morrison, incontri strappalacrime e citazioni, anch’esse a effetto (che brutto effetto), di <b>“Lorca, Neruda, non ricordo</b>”. Dietro c’è il libro di Ernesto, non nutro alcun dubbio. Figuriamoci se Minà, che ha una parte dei diritti, si metta ad appoggiare la produzione di “lestofanterie” sul suo eroe.<br>A questo punto, però, dando per certo che è tutta sacra farina di Ernesto, che non c’è la pretesa di mostrare la figura del grande rivoluzionario, continuo domandarmi, ma non trovo risposta, perché scegliere questa storia e non <b>il diario del pullman di Laura Neri?</b>Privo di messaggio, se non quello di mostrarti un laureando che “guarda per la prima volta”, come tanti. <br>Penso che il signor Salles per coprire questa scelta lacunosa, perché a mio parere la falla più grossa è proprio la scelta, avrebbe fatto bene a impegnarsi almeno nella ricerca decente di uno stile, giusto per imprimersi in qualche modo nella memoria.<br><br>Dei dialoghi non dico neppure.<br><br> <br><br>(Risorse - Film &amp; teatro)]]></description>
<author><![CDATA[Rosamaria Caputi]]></author>
<pubDate>Mon, 04 Oct 2004 10:57:16 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Non é importante, di Alessandro Cinelli]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=34&tes=425&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[Trailer]<br><br><br><br> <b>Filastrocca</b>, sf. (ant. <i>Filastròca, filistròcca, filostròcca</i>). Discorso prolisso, sconclusionato e poco costruttivo; chiacchierata o racconto particolarmente lungo sugli argomenti più disparati, senza una struttura unitaria; sproloquio; discorso ripetuto con monotona insistenza; tiritera. Din don, campanòn / le campane del Masòn / le sonava dì e note / le bateva zò le porte /Ma le porte xera de fero / volta la carta ghe xe un capèlo / un capèlo pien de piova / La pioggerellina dona al quartiere, periferico nel disegno più che nella sostanza, rimanenza fuori tempo di quando la città era molto più piccola di così, un aspetto brutto. Di quel brutto tutto urbano così facilmente rintracciabile nelle città non antiche: vecchie. Le facciate dei palazzi, costruiti nello stesso periodo, tutti imputabili allo stesso architetto, si distinguono per sfumatura di colore: giallo, ocra, crema, cacchina, senape, marroncino. In mezzo a tutto, la camera mortuaria, unica costruzione individuabile. Pur contando lo stesso numero di anni dei palazzi è molto più gradevole. Forse a causa di quel pensiero secondo il quale un giorno anche lui ne avrebbe avuto bisogno, l’ingegnere ci ha lavorato di più. E meglio. Incassata in un piccolo parco di pini, in fondo a un vialetto in terra rossa lungo trenta metri. Successivamente altri ingegneri hanno avuto meno rispetto, addossandoci due caseggiati popolari. Il primo, sulla destra, separato da una viuzza non più larga di due metri. Il secondo direttamente contiguo alla parete posteriore della camera. Lungo il viale, come abbandonata nel fosso di scolo, c’è una manichetta di gomma nera. L’attacco rapido, in metallo, sta appoggiato, fuori dal cancello di ingresso, sul marciapiede dissestato. Dalla parte opposta la manichetta è ingoiata da una finestrella a livello terra della camera mortuaria. Dal capo lasciato sul marciapiede cola una fanghiglia nera, oleosa all’aspetto. Arriva un’autobotte che parcheggia con tutte e quattro le ruote sul marciapiede. Due uomini in tuta arancione scendono dalla cabina e raggiungono la manichetta. Il primo, un uomo grasso e peloso, la collega alla bocchetta dell’autobotte. “Metti in moto”. Il collega armeggia a un piccolo quadro comandi sul lato opposto e un rumore fastidioso, penetrante invade l’aria. La manichetta ha un sussulto e qualcosa inizia a scorrerci attraverso. Molto probabilmente la materia nera e oleosa. “Ultimo carico per oggi”. “E’ già buio. – risponde il secondo uomo come per confermare – Ma quanto è grande quella cisterna?” “Cinquantamila litri. Siamo oltre la metà.” “Che ci faceva ancora qui quella roba?” “Quando passarono al metano si scordarono di svuotarla. Adesso vogliono bonificarla e smantellare tutto: serbatoio, vecchia caldaia.” L’uomo grasso si accende una sigaretta. “Attento. E’ roba infiammabile.” “Non c’è pericolo. Casomai è il serbatoio che è pericoloso. Se la temperatura salisse potrebbe esplodere. Che so, in caso di incendio.” “E allora?” “E allora domani finiamo di svuotarla e la riempiamo di sabbia. Poi, la smantelliamo” La sigaretta è al termine. Il rumore cui ormai l’orecchio si è abituato cambia improvvisamente tono. Sembra diventi più acuto, che si fermi e riparta in continuazione. “Spegni. E’ pieno.” La sigaretta vola via dalle dita dell’uomo grasso mentre il secondo muove una leva. Il rumore cessa. L’attacco rapido viene liberato e liquido nero cola sul marciapiede. Due stracci vengono infilati nella manichetta a tamponare l’emorragia. Poi la manichetta viene adagiata nuovamente per terra, i due salgono in cabina, mettono in moto l’autobotte e partono. Adesso le ombre si allungano. Le finestre degli appartamenti cominciano a mostrare il festival naturale di luci azzurre. Il caldo insolito di questa tarda stagione le costringe a restare aperte. Soltanto una, nel palazzo confinante con la camera mortuaria, è chiusa. Dietro la finestra c’è un uomo seduto su un divano a tre posti, a motivi floreali, con colori accesi. Un capèlo pien de piova / volta la carta ghe xe &#39;na rosa / na rosa che sà de bòn / volta la carta ghe xe un limon / un limon massa fato / volta la carta ghe xe un màto / Non ho mai sopportato il dolore. Fin da bambino ne ho avuto un sacro terrore. Mi ricordo di quando mi ruppi un braccio, intorno ai sei anni, credo. Non è importante. Non ho mai sopportato il dolore. Sono solo in casa, questo è importante. Se qualcuno fosse stato qui non avrei trovato il coraggio di farlo. Nemmeno in un altro modo. L’odore del gas è già percettibile. Non mi lacrimano ancora gli occhi. Non è il momento. Allora me ne resto qui, al buio. Mi è sempre piaciuto il buio. Sublima le sensazioni il buio. Sei più triste al buio. O più felice. C’è silenzio in questo buio. Un bel silenzio pieno di pace. Si sente appena il sibilo del gas. Mi alzo dal divano e raggiungo le manopole. Ne chiudo tre. Fate troppo rumore. Così ci metterò di più. Ma non ho tutta questa fretta. La mano corre automaticamente alla quarta manopola. La ritraggo quasi scottasse. Mi volto di scatto e torno al divano. Nel buio inciampo in qualcosa di duro. Che ci fa un pattino per terra in mezzo al salotto? Non sono mai riuscito ad insegnarle a rimetterli a posto. Non è importante. Fuori dalla finestra la vita continua con il solito passo, come ha sempre fatto. Volta la carta ghe xe un màto / un mato da ligare / volta la carta ghe xe un mare / un mare con il sol / volta la carta ghe xe un fiol / Simone sale sull’albero. Oltre il frutteto il diradare dei meli aprie l’orizzonte sulla città. Strappa un frutto dal picciolo e lo addenta avidamente. Brividi lungo la schiena ricordano che la stagione é solo iniziata. Due gatti si rincorrono gridandosi contro. Suono lontano della sirena. Le otto. I grandi cancelli della raffineria sono stati aperti. Suo padre sta entrando. Strani giorni, quelli. Finita la malattia mamma concede sempre tre giorni prima di rientrare a scuola. Per guarire bene. Il resto del mondo prosegue nel consueto. Brevi parentesi fuori dall’usuale. Rarità da assaporare, come la mela che sta addentando. Sono i giorni ignavi. Solo nel mondo, mamma a fare le pulizie dal Conte, babbo in raffineria, la grande casa abitata da gatti e mostri negli interstizi delle pareti. Unica possibilità di fuga il frutteto. Dove galoppano i cavalli degli eroi e infuria la battaglia. Dove i pirati si ritrovano dopo le scorribande a Mompracem. Ma é attività di breve durata. Oltre i primi assalti, baionetta alla mano, c’é la spossatezza derivata dalla febbre. E l’assoluta svogliatezza. Le ore a guardare la città. Da sopra l’albero. E’ il melo grande. Non produce molte mele. L’altro bambino é sdraiato in una posizione strana. Le gambe allargate, le braccia piegate e le dita nelle orecchie. Sta immobile nel campo oltre il frutteto. Da quel punto privilegiato di osservazione Simone ne studia i movimenti. Pochissimi. Cerca una posizione comoda e si sposta a scatti facendo forza sul bacino. Tre o quattro scatti dopo raggiunge l’obiettivo e si ferma. Apre gli occhi. Fissa il cielo. Simone guarda in alto cercando di trovare il punto di arrivo di quello sguardo. Nuvole. Di tutte le dimensioni. Sembrano disporsi su più livelli. Si accavallano. Si trasformano. Mostri con due teste. Cavalli in corsa. Torna a guardare in basso. L’altro bambino é sparito. Resta l’impronta del corpo sull’erba. In altri momenti sarebbe sceso dal melo e avrebbe cercato di ritrovarlo. La curiosità dei sette anni gli avrebbe imposto di scoprire i perché di quello strano comportamento. Ma sono i giorni ignavi. Rimane sull’albero. La città, lontana oltre il frutteto, sa di fumo e sudore. La raffineria, nel mezzo di tutto, sembra un formicaio. Vede, senza distinguerli, uomini in tuta salire sulle scale dei serbatoi. Raggiunti i tetti si fermano a compiere qualche operazione in prossimità di un tubo che sembra penetrare nel serbatoio stesso. Discendono e ripetono l’operazione sul serbatoio seguente. Aveva provato a contarli una volta. Aveva perso il conto dopo il sessanta. Non c’è niente da fare, quindi ritenta. Uno, due. Il bambino é adesso sotto il melo. Lo guarda storto. Sette, otto. “Perché mi spiavi?” gli grida contro. I due gatti tornano indietro soffiandosi contro. Tredici, quattordici, qundici. “Perché mi spiavi?” ripete. “Shhh&#33;” dice portandosi un dito davanti al naso. Ventisette, ventotto, ventinove, trenta. La prima riga é completa. Avrebbe ripreso dalla seconda. Abbassa lo sguardo e incontra quello del bambino che resta immobile sotto al melo. “Non ti spiavo. Ero qui.” “Non è vero. Ti ho visto che mi guardavi.” “Non ti guardavo. Guardavo la raffineria. Poi sei arrivato, con le dita nelle orecchie…” “Cosa te ne frega di cosa facevo. – lo interrompe – Pensa ai fatti tuoi.” Prima che Simone possa replicare, si volta e si allontana. Sembrava piangere. La cosa lo convince che é il caso di raggiungerlo. Scende dal melo veloce come un gatto, scivola lungo il tronco. Nel momento del contatto con il terreno, il piede incontra una radice esposta o un sasso, la caviglia si piega e Simone ha la percezione nitida dell’osso che esce dall’articolazione, colpisce il suolo e ritorna al suo posto. Il dolore e la sorpresa gli tolgono le forze. Cade pesantemente a terra. Rimane fermo in quel punto per due ore. Sua madre lo ritrova per terra, in lacrime. Distorsione della caviglia sentenzia il dottore, in ospedale. Gli fanno una fasciatura stretta e dicono alla mamma che ci vorranno una quindicina di giorni di riposo. I giorni ignavi sono all’inizio. Volta la carta ghe xe un fiol / un fiol ghe fa perché / volta la carta ghe xe un re / un rea, un rearo / volta la carta ghe xe un omo / un omo ghe fa tanti giri / Il cacciatore si piega cercando d’appoggiare un ginocchio per terra. Nel farlo avverte la solita fitta alla coscia. Sono anni che piegarsi é diventato difficile: prima le giunture hanno cominciato a dolergli, poi ha iniziato ad avvertire un nuovo dolore, più intenso, sulla parte interna della gamba, vicino all’inguine. Un dolore caldo, umido. Una sensazione sgradevole che ogni tanto lo visita anche se non sta facendo nessun particolare sforzo. Non riuscendo a terminare il movimento s’aiuta appoggiandosi al fucile. Quando il ginocchio sinistro é finalmente appoggiato a terra, il dolore l’abbandona. Chiude gli occhi provandone un immediato sollievo. E’ stanco. Se ne rende improvvisamente conto. Ma non può riposare, non ancora. Tira un respiro profondo e riapre gli occhi. La penombra rende le immagini indistinte. Attende pazientemente che le pupille si abituino all’oscurità per frugare con lo sguardo attorno. Espira emettendo una nuvoletta di vapore, bianca come la neve che si vede sulle cime poco lontane. Il freddo intenso di questa stagione lo fa sentire bene. Aveva sempre amato il freddo. Non aveva nessuna spiegazione per questo. Semplicemente lo preferiva al caldo di certe giornate afose o di certe stanze chiuse. Inoltre conserva. E a questa età ne ho bisogno, pensò ridacchiando fra sé. Il verso di qualche animale lontano interrompe il silenzio. Si volta verso il punto da cui proviene il suono. Non c’é nessun tipo di scatto nel suo movimento. Ogni passo, mossa, gesto pare in qualche modo arrotondato, levigato dalla pratica e dagli anni. Quasi una danza aggraziata, silenziosa. Non che non sia veloce. Anzi, la rapidità del gesto si fonde nell’armonia di quello strano modo di muoversi. Fissa il punto da cui ha sentito originarsi il richiamo. Sembra che cerchi di ricordare qualcosa. Per un attimo sembra titubante. Poi, con un sorriso, riporta la sua attenzione sulla valle davanti a sé. E’ molto buio, ma, adesso comincia a distinguere bene il paesaggio: cespugli spinosi s’alternano ad alberi, senza soluzione di continuità. Qua e là degli spuntoni di roccia fanno capolino spezzando la monotonia del panorama. Come una specie di conca, la valle é circondata da rilievi alti che la cingono completamente. Un vento leggero agita le cime degli alberi, creando l’effetto delle onde. Probabilmente a causa dell’oscurità della notte la valle sembra un enorme lago oscuro. E le rocce rade sembrano isolotti sperduti. Le montagne che torreggiano sul lato a sud, scure e spaventose, sono l’unico particolare immobile nel paesaggio. E proprio la loro fissità conferisce loro un che di sacro. La valle sembra messa lì apposta per rendere più maestoso l’effetto. Necessaria per glorificare le montagne. Sotto la luna, la valle sembra più vasta di come l’aveva giudicata il giorno precedente. Sulla sinistra s’intravedono le luci del paese. Sono piuttosto lontane. Pensa che con un paio d’ore di marcia potrà facilmente raggiungerle una volta terminato il suo lavoro. Dovrà abbandonare l’attrezzatura. Non può certo portare tanto peso in una scarpinata del genere. Si rende conto di non ricordare più come sia arrivato lì. Forse qualcuno l’ha portato e lui si é addormentato durante il viaggio. Certamente é così. Sa di dover fare il proprio lavoro con discrezione. E’ vietato sparare a quegli animali. La presenza di un’auto in quella zona insospettirebbe le guardie forestali. Forse é arrivato a piedi. Non riesce a ricordarlo. Archivia la cosa senza darci grosso peso. Infila i guanti. L’interno in pelliccia gli solletica le palme. Ma le mani gli sembrano grate di quell’attenzione: iniziano a formicolargli. Non si era accorto che erano quasi gelate finché non le ha riscaldate. Le strofina l’una contro l’altra. Dopo pochissimo ritrova la sensibilità. Adesso avverte le cuciture interne dei guanti. In particolare una che risulta decisamente fastidiosa, tra l’indice e il medio della mano sinistra. Cerca di appiattirla tra le dita senza grandi risultati. Pensa di sfilarsi il guanto per poterlo fare con maggior cura. Poi lascia perdere. Non é poi così importante. Ispeziona con lo sguardo il terreno di fronte. Nota che é accidentato e ricco d’avvallamenti e zone buie. Un posto ideale per le tane, pensa. Rimane fermo per diversi minuti, quasi a fondersi con l’ambiente che lo circonda, cercando di scorgere qualche movimento. Tutto appare congelato e la brina, ghiacciando sull’erba, forma disegni irreali. Il cacciatore si rialza. E’ un uomo alto, oltre il metro e ottanta, dalle spalle robuste. Sotto il cappuccio, una chioma, ormai completamente bianca, fa bella mostra di sé. La barba, fin troppo curata per un uomo del genere, conserva ancora qualche filo di quel nero corvino che era stato il suo colore anni prima. Ma la cosa che colpisce maggiormente in lui sono gli occhi. Azzurri, certo, ma in qualche modo pallidi, quasi annacquati. Sembrano gli occhi di un uomo fortemente miope. Ma così non é. A volte sembrano sul punto di sciogliersi o quantomeno di aprire la via al pianto. Lo strano effetto di quel colore é temperato dalla forza dello sguardo deciso. E dalla gestualità contenuta, dalle mani grandi, dal naso, dritto come una squadra da disegno. L’incarnato é invece molto chiaro, quasi malato. Muove un passo verso la valle. Il terreno accidentato lo fa scivolare più volte. Appoggiandosi al fucile riesce in ogni caso a raggiungere il sentiero. Si siede su una roccia per riprendere fiato. Sotto l’imbottitura del cappuccio che gli ricopre completamente la testa e il collo, le rughe, profondamente scavate nella sua faccia, si stirano per il freddo. Le labbra screpolate si aprono quando un colpo di tosse lo scuote in un tremito. Porta l’indice alla bocca e, allontanandolo di nuovo, osserva il suo sangue. Si succhia il labbro ferito con forza. Attende pazientemente che il sangue smetta di uscire dalla piccola ferita. Sente il vento che ci batte contro. L’aumentata sensibilità dovuta al dolore gli permette di avvertire distintamente il formarsi di una leggera crosticina. Dopo pochi minuti tasta nuovamente con le dita il labbro inferiore. Il sangue si é seccato formando un leggero rilievo. Avverte ancora il sapore dolciastro in bocca. Non é poi spiacevole. Si passa la mano sulla bocca per ripulire la barba dalle tracce di sangue. Alza il bavero del giaccone e prosegue lungo il sentiero. Nell’oscurità inciampa più volte, ma riesce a mantenersi in piedi senza cadere. Un omo ghe fa tanti giri / volta la carta ghe xe dù sbiri / du sbiri che trà de cao / volta la carta ghe xe un pao / un pao col colo corvino / volta la carta ghe xe un assassino / Deve avere sui tredici, quattordici anni. Se ne sta addossata al muro. La testa reclinata in modo innaturale, osceno. Per quanto abusata gli riporta alla mente l’immagine della marionetta cui abbiano tagliato i fili. Un braccio pende inerte lungo il corpo. L’altro, piegato dietro la schiena, pare non avere più alcun collegamento con l’articolazione della spalla. LE LUCI DALLA STRADA ATTRAVERSANO IMPROVVISAMENTE LE PERSIANE DISEGNANDO GRIGLIE SUL SOFFITTO. Sobbalza. Si ferma come un gatto ad ascoltare i rumori che provengono dall’esterno: la macchina si sta allontanando. Torna a osservare la bambina. C’é sangue dappertutto. Ma non su di lei. E’ stato molto attento. Non vuole in alcun modo sciupare la scena che deve costruire. INFILA UN NUOVO PAIO DI GUANTI DI LATTICE E METTE NELLA TASCA DELLA TUTA DA LAVORO IL VECCHIO PAIO. Afferra la bambina per la spalla. E’ effettivamente disarticolata. Cerca di ricostruire mentalmente quale colpo abbia causato quel trauma. E’ convinto di averla colpita sulla testa tutte le volte. Evidentemente si sbaglia. Male. Non ci si può permettere alcun errore. Verifica freddamente l’assenza di battito. Soddisfatto se la carica sulle spalle con un movimento fluido. A vederlo non si sarebbe mai detto avesse la forza di farlo con quella facilità. Deve fare in fretta. Non può permettere che passi troppo tempo fra le due cose. Arriva in cucina e la depone sul tavolo con una delicatezza che stride al confronto della violenza di poco prima. Aveva rotto la finestra, dall’esterno. Poi era salito al piano superiore. Entrato nella camera in silenzio si era avvicinato al letto. L’uomo non aveva avuto neanche il tempo di emettere un sospiro: la mazza, calata con violenza, gli aveva spezzato il collo. Estrae da una delle tasche della tuta una serie di pezzi di corda tagliati in precedenza. Distende la bambina sul tavolo e le lega i polsi e le caviglie alle zampe. Poi, seguendo un rituale studiato a lungo, inizia a strapparle i vestiti. Si aiuta con un coltello a serramanico e, velocemente, porta il tutto a termine. AVEVA LASCIATO ALLA DONNA IL TEMPO DI GRIDARE. POCHI SECONDI. NON C’ERA IL PERICOLO CHE QUALCUNO LA SENTISSE, A PARTE LA BAMBINA. LA CASA ERA ISOLATA. POI L’AVEVA COLPITA CON IL COLTELLO. UNA, DUE, TRE, QUATTRO VOLTE. TUTTE ALLA GOLA, MENTRE ANCORA SI TROVAVA NEL LETTO. Strappa le mutandine, trascurando il reggiseno. Si sveste. Come si era immaginato fatica a raggiungere un’erezione. Sapeva che sarebbe successo. Si concentra sulle sue immagini preferite. Ci vuole più tempo di quanto aveva sperato. Ma il sangue affluisce. Quindi salì sul tavolo e, in un secondo, le é dentro. Comincia a muoversi ritmicamente mentre controlla con lo sguardo che tutte le cose nella stanza siano disposte in modo soddisfacente. LA BAMBINA, SENTITO IL GRIDO, SI ERA PRECIPITATA NELLA STANZA IN TEMPO PER VEDERE L’ULTIMO COLPO DI COLTELLO ALLA GOLA DELLA MADRE. PARALIZZATA ERA RIMASTA NELLA LUCE DELLA PORTA FINO A QUANDO LA MAZZA NON L’AVEVA COLPITA. IL COLPO L’AVEVA RAGGIUNTA ALLA FRONTE. LUI L’AVEVA VIBRATO STANDOLE DI FIANCO. ERA IMPORTANTE. GLI ALTRI COLPI LI AVEVA INFERTI DOPO, QUANDO LEI ERA GIA’ A TERRA. TUTTI NELLO STESSO PUNTO. TUTTI NELLO STESSO MODO. Mentre continua a muoversi le tocca una guancia. E’ ancora calda. Perfetto. Questo pensiero gli causa una reazione che non aveva previsto: sta per venire. Si getta indietro, cade dal tavolo battendo l’osso sacro per terra e viene. La cosa lo sconvolge. Strappa un pezzo della manica della tuta e comincia a pulire dappertutto. Apre una scansia in basso, sotto il lavello e prende un detergente qualsiasi. Ne versa un po’ sul pavimento e prende a pulire nuovamente. Pochi minuti dopo, soddisfatto si rialza. Torna in camera a prendere la mazza. Arrivato in cucina si porta vicino al tavolo, la alza, e la cala violentemente. Stavolta la testa si apre e roba scura schizza sulle pareti. Raccoglie la tuta, rimette a posto il detergente e abbandona la stanza. Arrivato in corridoio si toglie le scarpe da lavoro che ha indossato fino a quel momento. Infila tutto in una busta di carta doppia e la richiude con cura. Su una sedia del salotto recupera i vestiti che aveva lasciato prima di iniziare il suo lavoro. Si riveste con calma. Esce dalla porta principale con la busta di carta in mano. Apre il bloccasterzo del motorino, mette in moto e si allontana lungo la strada. Guarda l’orologio: ci ha messo troppo. Comincia a preoccuparsi. Se qualcuno dei ragazzi in discoteca si fosse accorto che non c’era? Simonetta era in gamba, ma non poteva coprirlo all’infinito. La trova dove l’ha lasciata, fuori dall’uscita di sicurezza. “Tutto bene?” le chiede. “Tutto bene.” Rientrano abbracciati. Al vederli Marco esordisce con un: “Io in tutto questo tempo ne facevo due.” Lui sorride e gli indirizza un indice teso. Poi si fanno prendere dalla musica e non parlano più. Due ore dopo Simonetta rientra a casa e, come da copione, comincia ad urlare.<br><br><br>prosegue su Inutile blog <br><br>(Arte - Narrativa)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Cinelli]]></author>
<pubDate>Thu, 23 Sep 2004 18:21:18 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[L&#39;angelo sterminatore, di Silvia Molesini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=18&tes=424&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[di Luis Bunuel, 1962]<br><br><br><br> ---- <br><br>(Risorse - Film &amp; teatro)]]></description>
<author><![CDATA[Silvia Molesini]]></author>
<pubDate>Wed, 22 Sep 2004 18:42:50 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[ANDREA ROSSETTI: &quot;LECTURA DANTIS&quot;, di Andrea Rossetti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=39&tes=415&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> Il <b>15 settembre 2004</b> alle ore 21,00, a <b>Bazzano (BO)</b>, nella splendida cornice della <b>Rocca dei Bentivoglio</b>, affacciata sulla valle e da questa a sua volta circondata, Andrea Rossetti, poeta, autore e attore teatrale, teorico della <i>nouvelle tragédie</i> e della <i>&quot;lettura di scena&quot;</i>, artista visivo noto in Italia - a Bologna collabora da anni con la galleria Neon - e soprattutto negli Stati Uniti - ha appena ultimato le riprese del video-film &quot;The Gospel According to No One&quot; (Il Vangelo secondo Nessuno), da lui scritto, diretto e interpretato in inglese, che sarà proiettato in anteprima assoluta a Los Angeles -, è stato interprete di <b>&quot;LECTURA DANTIS&quot; </b>, uno spettacolo che prevede la tessitura di canti tratti soprattutto dall&#39;Inferno ma anche dal Purgatorio e dal Paradiso (tra i quali il celebre XXXIII, l&#39;ultimo, oggetto anche di una nota esibizione televisiva di Roberto Benigni) proposti secondo una tecnica a metà strada tra l&#39;assolo &quot;grandattoriale&quot; di tradizione ottocentesca e la performance d&#39;arte concettuale, secondo il principio, più volte espresso da Rossetti nei suoi saggi, per cui &quot;essendo impossibile una creazione, perché solo dal nulla si crea, artistica davvero è l&#39;intenzione, meglio se irrealizzabile.&quot;<br><br>La recitazione di Rossetti, che lui stesso definisce &quot;lettura di scena&quot;, cioè rinnovamento della tradizione orale e oltrepassamento della scrittura, intesa in senso letterale come segno e metaforicamente come limite sistematico, mediante il teatro, un teatro spoglio, che rinuncia alla rappresentazione in favore dell&#39;azione unica e irripetibile (Rossetti non ripete mai lo stesso spettacolo per due volte e si definisce un artista &quot;luterano&quot;, affermando che l&#39;arte dovrebbe smettere di produrre &quot;opere&quot; preoccupandosi invece di &quot;avere grazia&quot;), tende infatti a decostruire il rapporto fra testo e parola scritta nella solitudine circoscritta di un&#39;interpretazione orale che lo discioglie in quello che lui chiama &quot;il fallimento santo dell&#39;attore&quot; dal momento che &quot;in ontologia non si danno che fallimenti e la virtù, se è veramente tale, non può che mancare se stessa&quot;. Secondo Andrea Rossetti, infatti, l&#39;arte, se vuole sopravvivere alla &quot;la-trinità&quot; - intrattenimento, informazione, sociologia - leggendo correttamente la parabola del linguaggio nel mondo contemporaneo, non può che essere ontologica: &quot;nulla precede e nulla segue l&#39;ontologia, perché non è data un&#39;ontologia dell&#39;ontologia e perché a seguire ci sono la teologia (che è il racconto dell&#39;ontologia) e la fenomenologia (che è un&#39;ontologia del racconto). Dell&#39;ontologia si può solo pensare l&#39;assurdità, il vuoto sospeso sul vuoto.&quot;<br>Le provocazioni intellettuali di Andrea Rossetti, spesso molto aggressive, sono parte integrante del suo percorso artistico e, a dispetto dei toni, offrono sempre motivi di profonda riflessione come quando sostiene che i tempi sono maturi per &quot;smetterla di scimmiottare gli umanisti e passare finalmente al disumanesimo&quot; oppure, polemizzando con l&#39;arte dell&#39;etica e dei sentimenti, che &quot;l&#39;uomo esiste quindi non è, e la sua anima è una tastata di culo alla psicologia&quot; e che &quot;l&#39;interiorità è il meteorismo dell&#39;agiografia&quot; o, ancora, &quot;che io abbia un cuore lo dicono i cardiologi, quindi mi fido; che io abbia un&#39;anima l&#39;hanno scritto Agostino, Tommaso, Alano, Ugo e Riccardo, e io ci credo in nome del bene che voglio loro; ma che tutto questo abbia a che fare con l&#39;arte, ovvero con gli abusi demiurgici dei compassionevoli, dei patetici e dei lirici è solo de-cantazione della tradizione di un occidente spenglerianamente sempre sul punto di tramontare. Un abbaglio, dunque, una visione, e, in fondo, una presunzione. E&#39; bello solo ciò che rinuncia alla bellezza, ed è artista solo chi scorge nella dissoluzione di ogni attitudine consolatoria, nella tragedia che ci destina a una lingua codificata, al tempo stesso i vincoli (come San Pietro in) di un martirio e l&#39;apertura di una confessione. Ci faccio la birra io delle cronache esistentive, dell&#39;oleografia sentimentale e del forse virtuosistico e limato parlar confidenziale contando sillabe e sodomizzando fonemi. Io cerco virtù, non virtuosismo. Quale oggettività quindi per l&#39;arte? Io dico quella terribile e minacciosa di una nuova tragedia e della coscienza che la sola cosa che un poeta non deve fare, mai e per nessuna ragione, è scrivere poesie. Io mi sono umiliato fino a scrivere versi perché ho un animo nobile e generoso, un po&#39; come il Dalai Lama che rinuncia all&#39;illuminazione per il bene dell&#39;umanità, ma so bene che la poesia è là dove nessuno l&#39;ha mai scritta.&quot;<br>Bazzano e la sua Rocca si preparano quindi a vivere questa performance che, secondo la sua stessa teoria, Andrea Rossetti non ripeterà mai più con le stesse caratteristiche, e attendono di &quot;sentire&quot; e &quot;vedere&quot; i versi di Dante in uno spettacolo dedicato dall&#39;artista a due grandi &quot;voci&quot; del teatro italiano: Vittorio Gassman e Carmelo Bene.<br><br> <br><b><i>La Redazione di Teatro.Org</i></b><br> <br><br>(Arte - Disseminazioni)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Thu, 16 Sep 2004 10:47:26 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[quato sei Conci o Labile, di Fabrizio Flores]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=410&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=410&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> <br><br><br><br><br><br><br>oggi che la verità non mi limita<br>tra quattro lettere di deterso<br>l’ambiente mi estrania la bora<br>è una gola di mattina<br>che mi fa fumare di più<br>è un certo stimolo primordiale<br>che mi fa sdraiare ossa alle rose<br><br>non cedermi mai<br>io non verito ma vegeto<br>alla soglia di un duemila e qualcosa<br>che sinceramente<br>non ho ancora carpito<br><br>mite oreste o il birsa<br>nella cena la sera<br>che parlano confabulando<br>cose che non capisco<br>magari un pupazzo dai quattro volti<br>io devo essere vedrai ma io ce la farò<br><br>sono eroe<br>eroe di un nulla che fa parlar di loro<br>tutti tranne il caffè<br>che in montagna non bolle mai<br><br>ho l’australiano in un teatro dentro una scuola<br>che mi dice di sfottermene<br>che mi dice di essere<br>che mi prepara a decidere<br><br>o me o l’oro<br><br>l’oro<br>senza dubbio l’oro<br>ma una Casa Blanca mi colpisce<br>era l’integro e il Mariott<br>hotel da diciassette<br><br>mi sento solo<br>e britannico ad un ebreo ebbro<br>era ora che scoppiassi<br>temo l’odio che mi possa uccidere <br><br>cazzo che male al culo<br><br><br><br><br> <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Fabrizio Flores]]></author>
<pubDate>Mon, 13 Sep 2004 00:08:45 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[PaganAnima, di Rosamaria Caputi]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=409&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <br>Vecchio tentativo di costruzione in abisso per poesia<br><br><br><b><span style='font-size:14pt;line-height:100%'>PaganAnima</span></b><br><br><br><b>POESIA GRANDE AV_poesiagrande_VOLGE</b><br><br>i traumi bambini muoiono svegli<br>-è un pensiero-<br>non hai bisogno di serrarli<br>innervàti nell&#39;odore si propagano<br>a piccoli passi su carta a righe <br>disegna un tavolo quadrato dove seduta<br>mia madre ha vista verde <br>tu hai vista verde come tua madre <br>Poet_Essa scrivi a mano (sgretola)<br>a<br>|—| i piedi della sedia che fa rumore<br><br><br><b>piccola poesia (in)catena</b><br><br>mi sveglia questo strano sogno <br>di piante a croce greca<br>nelle chiese dove spirito e nausea <br>sono colore rosso arancio freddo<br>mai luce oggi nasce se<br>solo ieri era nebbia ma tu<br>al bozzolo assonnato confida solitaria<br>di un sottopelle così e Non così<br>come Non più si urlano Avventi <br>del genio del barbaro<br>(e il tamburo batte per le segrete lingue)<br><br><br><b>gu-arD-AIN-ALTO POESIA AVVOLGE</b><br><br>incrocio braccia e coscienza a spugna<br>soffocandomi in moduli tardo saggi<br>stringendo lo stomaco di un corpo dissodato<br>e serpeggio tra le parole mucose<br>Poet_Essa rileggi ad alta voce (bistratta)<br>i<br>|<br>| n verticale<br><br><br><b>irreale poesia piccola (in)catena</b><br><br>se il bozzolo è un figlio al pettotumulto<br>raccontagli le sbornie capricciose dei miti<br>quando mescolavano l&#39;acqua all&#39;aria in un silenzio finto<br>di quell&#39;eroe teofago pieno di fobie<br>e come gli spergiuri hanno cortine di ferro<br>poi uccidigli con un martello l&#39;alba delle idee<br>nel respiro veloce ritmo degli uccelli <br>(e il tamburo batte di teatropanico)<br><br><b>SOf-fOCA POESIA AVVOLGE</b><br><br>sillabando di lettura veloce<br>con la mano accarezza<br>l&#39;onnipotente pianto sulle tue carte<br>ora spoglie di una chiusa<br>Poet_Essa mostra denti e gola (destruttura)<br>qu<br>) i ridi nel tuo alito origine<br><br><br><br><br><br><br> <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Rosamaria Caputi]]></author>
<pubDate>Sun, 12 Sep 2004 17:48:49 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[TO LOSE THE EARTH - Anne Sexton (1967), di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=42&tes=406&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <b>TO LOSE THE EARTH</b><br><br><br><i>&quot;To lose the earth you know, for greater knowing; to lose the life you have, for greater life; to live the friends you loved, for greater loving; to find a land more kind than home, more large than  earth…&quot;Thomas Wolfe</i><br><br>The wreckage of Europe or the birth of Africa,<br>The old palaces, the wallets of the tourists,<br>The Common Market or the smart cafés,<br>The boulevards in the graceful evening,<br>The cliff-hangers, the scientist,<br>And the little shops raising their prices<br>Mean nothing to me.<br>Each day I think only<br>Of this place, only this place<br>Where the musician works.<br>He plays his flute in a cave<br>That a pharaoh built by the sea.<br>He his blowing on light,<br>Each time for the first time.<br>His fingers cover the mouths of all the sopranos,<br>Each a princess in an exact position.<br><br>If you can find it,<br>The music takes place in a grotto,<br>A great hole in the earth.<br>You must wait outside the mouth hole for hours<br>While the Egyptian boatman howls the password <br>and the sea keeps booming and booming.<br>At that point you will be in a state of terror<br>Moaning, &quot;How can we?&quot;<br>For you will see only the unreliable chain<br>That is meant to drag you in.<br>It is called Waiting on the Edge.<br>At the moment of entry<br>Your head will below the gunwales,<br>Your shoulders will rock and struggle<br>As you ship hogsheads of water.<br>&quot;Here?&quot; you will ask,<br>looking around for your camera and shoes<br>and then you will not need to ask<br>for the flutist is playing.<br>This is the music that you waited for<br>In the great concert halls,<br>Season after season,<br>And never found.<br>It is called Being Inside.<br><br>It is close to being dead.<br>Although you had expected pain<br>There will be no pain,<br>Only that piper, that midwife<br>With is unforgettable woman&#39;s face.<br>The left side of the flute cannot be seen<br>.It grows into the wall like something human.<br>It is driven into the wall like a pipe<br>That extends, some say, <br>Into the sun.<br>The flutist sucks and blows.<br>He is both a woman<br>And a man,<br>Abandoned to that great force<br>And spilling it back out.<br>He is the undefiled.<br>The eternal listener<br>Who has cried back into the earth.<br><br>In the distance other travellers,<br>Others like you who came out of simple curiosity,<br>Remain for generations.<br>From all sides of the cave<br>You will notice the protruding fingernails<br>of the dead.<br>From their coffins<br>As stale as cheap cigars,<br>Through the tons of suffocating dirt,<br>They heard<br>And dug down immediately and persistently.<br>They scratched down for centuries<br>In order to enter.<br><br>At the far right,<br>Rising from an underground sea,<br>His toes curled on a black wave,<br>Stands the dwarf;<br>His instruments is an extension of his tongue.<br>He holds it fast<br>As if it would get away,<br>Wet and cold and slippery as it is.<br>He is the other half.<br>The one you hadn&#39;t expected.<br>You will jump up and point at him<br>Shouting, <br>&quot;It is you&#33;&quot;<br>But he will not listen.<br>He plays his own song, cursing the wind<br>With his enormous misshapen mouth.<br><br>And you, having heard,<br>You will never leave.<br>At the moment of entry<br>You were fed – <br>- and then you knew.<br><br><br><br><br><b><br>PERDERE LA TERRA</b><br><br><i>&quot;Perdere la terra che conosci, per una più grande conoscenza; perdere la vita che hai, per una più grande; lasciare gli amici che ami, per amare di più; trovare un posto più gentile che casa, più grande della terra…&quot;Thomas Wolfe</i><br><br><br>Il naufragio d&#39;Europa o la nascita dell&#39;Africa,<br>gli antichi palazzi, i portafogli dei turisti,<br>il Mercato Comunale o i caffè eleganti,<br>i viali nelle sere deliziose,<br>gli scalatori, gli scienziati,<br>e i piccoli negozi che alzavano i loro prezzi<br>non significano niente per me.<br>Ogni giorno io penso a quel posto,<br>solo quel posto,<br>dove il musicista suonava.<br>Lui suonava il suo flauto in una grotta<br>Che un faraone costruì nel mare.<br>Lui soffia sulla luce, ogni volta come fosse la prima.<br>Le sue dita coprono le bocche di tutte le soprano, <br>ogni principessa nell&#39;esatta posizione. <br><br>Se riesci a trovarlo,<br>la musica accade in una grotta<br>un grande buco nella terra.<br>Tu devi attendere fuori dalla bocca del buco per ore<br>Mentre il barcaiolo Egiziano urla la formula <br>E il mare rimbomba ancora e ancora.<br><br>A questo punto tu sarai in uno stato di terrore<br>Gemendo:&quot;Come possiamo?&quot;<br>Per te che vedrai solo l&#39;inaffidabile catena<br>Ansiosa di assumerti.<br>Questo si chiama Attendendo sul limitare<br>All&#39;entrata<br>La tua testa sarà sotto il parapetto,<br>le tue spalle si sfasceranno e lotteranno<br>come imbarcassi barili d&#39;acqua.<br>&quot;Qui?&quot; chiederai<br>guardandoti intorno alla ricerca della tua<br>macchina fotografica e delle tue scarpe<br>e poi non avrai più bisogno di chiedere<br>affinché il flautista suoni.<br>Questa è la musica che stavi aspettando<br>Nelle grandi sale da concerto<br>Stagione dopo stagione<br>Senza trovarla mai.<br>Questo si chiama Essere dentro. <br><br>È qualcosa di simile all&#39;essere morti.<br>Nonostante ti aspettassi il dolore<br>Lì non c&#39;è dolore,<br>solo quel pifferaio, quell&#39;ostetrica<br>con la sua indimenticabile faccia umana.<br><br>Il lato sinistro del flauto non può essere visto.<br>Cresce nel muro simile a qualcosa di umano.<br>È infilato nel muro come un tubo che si estenda , dicono, <br>fino al sole.<br>Il flautista aspira e soffia.<br>Lui è al tempo stesso una donna<br>E un uomo<br>Posseduto da quell&#39;enorme forza<br>Che gli fuoriesce da dentro.<br>Lui è l&#39;incorrotto,<br>l&#39;eterno ascoltatore<br>che ricacciò il suo urlo nella terra.<br><br>A distanza altri viaggiatori,<br>altri come te, venuti per semplice curiosità,<br>rimasti per generazioni.<br>Da tutti i lati della grotta<br>Noterai le unghie dei morti protendersi.<br>Dalle loro bare,<br>stantii come sigari a buon mercato<br>attraverso tonnellate di soffocante sporcizia,<br>loro ascoltarono<br>e subito cominciarono a scavare con perseveranza.<br>Hanno grattato per secoli per riuscire ad entrare.<br><br>All&#39;estrema destra,<br>emerso da un mare sotterraneo,<br>i suoi passi attorcigliati su un&#39;onda nera,<br>sta il nano;<br>il suo strumento è un estensione della sua lingua.<br>Lo tiene stretto,<br>come se volesse scappargli via,<br>bagnato e freddo e viscido com&#39;è.<br>Lui è l&#39;altra metà.<br>Colui che non ti saresti aspettato.<br>Tu salterai e punterai  il dito verso di lui<br>Gridando, &quot;Sei tu&#33;&quot;<br>Ma lui non ascolterà.<br>Lui suona la sua stessa canzone, maledicendo il vento con la sua enorme<br>Bocca deforme.<br><br>E tu, avendo ascoltato,<br>non andrai più via.<br>All&#39;entrata,<br>sei stato nutrito -<br>- e poi hai saputo.<br><br> <br><br>(Arte - Traduzioni)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Fri, 10 Sep 2004 01:41:56 +0000</pubDate>
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<item>
<title><![CDATA[Con Clave, di Fabrizio Flores]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=398&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=398&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> <br><br><br><br>o verme sazio se mastio<br>che del ventre l’ozio <br>azoto<br>humus in favelas <br>chi parla<br><br>mi racconta nei sensi l’orto<br><br>bottanica prostata<br>al medio oriente l’ano<br>che verrà è passo<br><br>se il nulla m’aspra<br>analgesico al centro<br>mister ricorda<br><br>eravamo tre uova<br>nell’antica olanda<br>papi pappi e povere<br><br>banale banale banale<br>solo treni e cacca<br>concime l’aria <br><br>con crema l’osso<br>portami il mucchio<br>sono buchi o pori<br><br>punto<br> <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Fabrizio Flores]]></author>
<pubDate>Sat, 04 Sep 2004 21:56:06 +0000</pubDate>
</item>
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<title><![CDATA[THE COMEDY, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=396&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=396&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> <br>INFERNO<br>o<br>ALBA<br><br><br><br><br><br><br><br><br><br><br><br><br><br><br> <br>IL VERBO.<br><br><br>Una nervosa assenza di sfumature<br>Inaridiva la stanza<br>Satura d’autunno.<br><br>La madre<br>Simile a un cespuglio di rose<br>Con dita contratte prese in prestito da un quadro di<br>Schiele<br>Cuciva il silenzio<br>Su un centrino bianco.<br><br>Il padre masticava la lingua<br>La cenere della sigaretta stretta<br>Tra le dita ingiallite<br>Ricurva verso il basso.<br><br>Cominciava l’estate e quella stanza esatta<br>Priva di sfumature<br>Aveva l’autunno<br>Che ingialliva le pareti<br>Con un feroce silenzio<br>Che sapeva di cose perdute per sempre.<br><br>Isabella invase la stanza<br>Di ritorno dall’ultimo giorno di scuola<br>Di ritorno dall’ultimo giorno d’adolescenza.<br><br>Davanti a sé<br>Una profondità di sensazioni<br>Inespresse.<br><br>Dentro l’anima<br>Il lucore di un cerino acceso<br>A illuminare.<br><br>Loro dall’altra parte dell’assedio.<br><br>Lei come un fiore<br>Il cui andamento<br>Pronuncia il verbo<br>Come un giuramento:<br>sbocciare.<br><br><br><br>AMPUTAZIONI.<br><br><br>Assediata <br>La notte <br>Sfoderavo <br>Artigli di tenerezza. <br><br>Fissavo <br>Il sarto distratto del cielo <br>E i suoi punti scoperti <br>Recintando la notte <br>Con una mediocre <br>Calligrafia. <br><br>Per infrangere le mie difese <br>Sarebbe bastato pugnalarmi <br>Con lo stelo di un fiore. <br><br>Adoperarono <br>Invece <br>Assenze. <br><br>E le mutilazioni silenziose <br>Non producono <br>Rumore alcuno. <br><br>Quando cade l’innocenza <br>Cade dentro <br>Quando cade la speranza <br>Cade dentro <br>In un pozzo di silenziosa paura <br>Che non si vede il fondo. <br><br>Ero una bambina allora. <br><br>Le parti tagliate <br>Da adulta <br>Non si notano nemmeno.<br><br><br><br>IL MALE DEI FIORI<br><br><br>La curva pura della luna <br>Sogna <br>Il ghigno scuro <br>Dell’eclissi. <br><br>L’esatta tensione del desiderio indicibile. <br><br>Contratta <br>Nella smorfia <br>Più dolce <br>Che non ne tocchi <br>La fioritura <br>Labile. <br><br>Una nuvola sulla tua lingua <br>E il temporale <br>Desiderato <br>Fuori <br>Nella tua smorfia <br>più dolce. <br><br>Le giovani <br>Pallide gambe <br>Spalancate <br>Sui deserti <br>Dell’amore. <br><br>Una lacrima <br>Appesa <br>All’ombra dell’anima <br>Per ricordare <br>Di non essere appartenuta <br>A nessuno. <br><br>Esitanti alle soglie <br>Del tuo cancello e oltre <br>La gravidanza di luna <br>E la pelle lasciata <br>Sulle lenzuola bagnate <br>I miei sospiri <br>Svaniscono <br>Nella tua ombra <br>Aperta. <br><br>E il pianto. <br><br>Albeggiare di gemiti <br>A coprire l’urlo cremisi <br>Del tramonto dell’innocenza.<br><br><br><br>THE GLOAMING<br><br><br>In realtà volevamo solo apparire<br>Schermati dall’oblio ci chiedevamo<br>Del perché non somigliavamo mai<br>Ai ragazzi nelle pubblicità dei profumi<br>Le gambe incrociate in un trapezio al monossido<br>Io e te pigri<br>Come giugno e luglio<br>E la nostra ottusa convinzione<br>Di essere uno<br>A chiederci il perché<br>Durante i documentari storici o scientifici<br>Quando la persona autorevole parla è sempre<br>Un mezzo busto calvo<br>O un uomo coi baffi tradotto da una voce pacata<br>Con dietro lo sfondo scuro di uno studio<br>O un’enorme mappa geografica<br><br>(Sono un uomo ragionevole<br>Vi prego<br>Analizzate<br>Analizzate il mio caso)<br><br>Ci sono così<br>Innumerevoli cose<br>Di cui parlare<br>E io<br>Potrei giurarlo<br>Vidi una luce venirmi incontro<br><br>Venirmi incontro<br><br>*<br><br>Un saluto al ladro e uno a<br>Datta. Dayadhvam.Damyata<br>Shantih shantih shantih a voi<br>E sciampi per le mani della ragazza<br>Che sono lisce e pigre<br>E non valgono le mani<br>Della principessa Labirintine<br>Persa fra le caverne<br><br>Che dio ce ne scampi<br>…<br><br>Vuota specie d’azalee quotidiane<br>Le sue infradito cinesi fatte di paglia<br>Come muovevo una mano elegante io<br>Avvolto nella mia unica pelle<br>Mi fissavo l’indice e il medio<br>La sigaretta a tremare<br>Come una freccia appena conficcata in un tronco<br>Verremmo giù come angeli pensavo<br>Nudi e con le ali e uccideremo<br>Tutti i sicuri e i calvi<br>E gli uomini con la cravatta chiara<br>E tutti gli scrittori di brutte poesie<br>E tutti gli scrittori di pieces teatrali<br>Cortometraggi<br>Spezzerò tutte le braccia e ai bambini<br>Dirò la verità<br>Dirò la vanità<br>Dirò la vacuità<br>Chiunque fosse rimasto più di un minuto<br>A rimirare la propria opera<br>Stiamo camminando in questo circo<br>Dove<br>Suono la grancassa nella terra dei morti<br>Dove<br>Sono una mosca che ronza in un frigorifero<br>Stiamo camminando attraverso<br>Le fauci dell’inferno<br>Tu giuravi che avresti fatto<br>Un corto in tre lingue<br>E poi avresti disfatto la bobina<br>Sulla scala di Trinità dei Monti<br>In inverno<br>Poi<br>D’un tratto<br>Finisce sempre<br>Con  uno che dice qualcosa<br>L’altro che magari si sta alzando<br>O è in un’altra camera<br>Che sbuccia una mela o apre l’acqua<br>Del rubinetto e<br>Non sente.<br><br>E tutto perde di significato improvvisamente<br><br>(Sono un uomo ragionevole<br>Considerate<br>Considerate il mio caso)<br><br>Tu non vivi<br>In un mondo d’affari<br>Spento qualsiasi grafico<br>Tu non te ne vai e non resti<br>Siamo tutti bocche<br>Nella ragnatela liberale<br>Tutte bocche<br>Da sfamare<br>A tempo determinato<br>Conoscevo una ragazza che aveva paura<br>Che un giorno ci saremmo persi<br>Evidentemente distratta dai banner<br>Sopra la propria casella postale elettronica<br>Incapace di rendersi conto che<br>Siamo come satelliti<br>Ci si gira intorno per un po’<br>Orbite ruotanti in miele dolceporno<br>A filo di coscienza a filo<br>Di desiderio<br><br>E non ci si trova mai<br>Non ci si incontra mai<br><br>Cosa vuoi perdere?<br><br>Vuoi essere dolce?<br><br>Vuoi essere?<br><br>[ I AM ]<br><br>Ai conigli degli occhi<br>Dona rapidi flash<br>Luci<br>Stroboscopiche a tagliare il cielo<br>Dell’ennesima buona notte<br><br>*<br><br>Ascolta questo:<br>Fluttuavo lungo i viali<br><br>Dove hai parcheggiato la macchina?<br><br>Cercando carne per sfamare<br>I leoni della bocca<br>Una goccia<br>Una goccia<br>Una goccia<br>Una goccia<br>Una goccia<br><br><br>No, quello non sono io<br>Quello<br>[schiaffeggiavi il culo della ragazza]<br>Non è successo<br><br>Smetti di parlare della prostituta<br>Le mosche ronzano attorno<br>Accerchiano la morte in rapide<br>Volture<br>E il pesce grande<br>Mangia il pesce piccolo<br>Ma tu puoi tentare<br>Di fare del tuo meglio<br>Il tentare<br>È già abbastanza<br><br>Lasciala venire<br><br>*<br><br>Testa di vetro<br>La tua schiena ponte verso babilonia<br>La vampa nel cielo<br>Su un&#39;autostrada arcuata<br><br>Del divino e incerto<br>Dell&#39;ultimo divino e incerto<br>Queste mani innamorate dei martedì<br>june ha un volto e un guinzaglio<br>E sotto la lingua nuvole d&#39;anfetamina<br><br>È ora di arrivare canta june mentre<br>Cavalca un corvo che va schiantandosi<br>Contro le vetrate della luce-pagina-bianca<br>june e il cane angelo sanno che i martedì<br>Vanno e vengono<br><br>Lei mi ha strappato da me<br>Io piango la ferita di lei<br>Che ride<br>Le rose<br>Oltre i suoi percorsi estivi<br><br>Infradito rotte e fontanelle gocciolanti<br>Pance da percuotere con la frusta della lingua<br>E tutti i<br>- perché non ti manco<br>tutti i perché <br>- non mi desidero abbastanza<br>portarono freddamente il respiro finale di lei<br><br>così sereni così privi di fede<br>lontano sotto losanghe di nuvole<br>l&#39;antico e amaro terrore d&#39;appartenersi<br><br>ordinarie file di catacombe i nostri padri<br><br>le nostre madri lacrime di cicatrici arrugginite<br><br>divenni il linguaggio del disastro e dell&#39;amore<br><br>la tua schiena ponte di babilonia<br>il mio ponte levatoio tutta <br>quell&#39;acqua intorno erano lacrime?<br><br>Il cane angelo pettina e doma i salmi<br>june anfetamina sotto la lingua occhi come sprechi<br>che le mie braccia confessino la perdita<br>che le tue si soffermino a idolatrare<br>poiché tu sei venere<br>poiché tu sei lotta<br>e volto e guinzaglio<br><br>all&#39;ombra di questi smorti volts<br>diapason di cuori lungo le kasba sbavanti di neon<br>non comprammo niente<br>coltelli da intagliare<br>teste calamita<br>vendemmo collanine d&#39;argilla <br>trascinandoci per le strade senza varchi<br>prezzi rovinati dalla pioggia afferrata<br>con le mani finì semplice<br>come un elefante che si allontana dondolando<br>lei finì via a cercare qualcuno<br>che le garantisse iniezioni per i denti<br><br>l&#39;amore è buono l&#39;amore è cieco l&#39;amore è bucato<br>io uomo semplice testa di pesce<br>nella scena cruda e volgare<br>june anfetamina il vento soffia<br>e io lo capisco<br>dove i salici non piangono più<br>e i vortici rallentano<br>nell&#39;ora della riscossione<br>fra una gran massa di gente io solleverò il volto<br>e riconoscerò te sola che starai dicendo<br>non aspettarmi<br>non aspettarmi<br>non aspettare<br>me.<br><br>*<br><br>Questa è una difesa<br>Questa va al supermercato<br>Questa è appena uscita dal fango<br>E asciuga le fette di carne al sole<br>Questa offre fieno<br>Agli animali<br><br>*<br><br>Ho un coniglio senza fretta<br>Che mi corre per i corridoi della testa<br>Canali di luce tubolari<br><br>*<br><br>Piatto sporco e una tempesta<br>Dal libro di prospero non ho realizzato<br>Nemmeno i miei desideri culinari<br>Confondendo ariel con ariel<br>Spiriti e poesie con tutti<br>I miei bambini prediletti<br>Uccisi dal gas<br>Mentre fuori suonano le sirene<br><br>Tutti i miei bambini prediletti<br>I silenziosi<br>Uccisi dal gas<br><br>*<br><br>Camminavo attraverso il disastro<br>Con tutte le mie pressioni e divisioni<br>Nelle tasche e le luci davanti<br>Un tedesco che grida schnell schnell<br>Ad una ragazzina con le spalle rosse<br>I capelli lunghi e spettinati dalla mano del mare<br><br>*<br><br>Alla televisione i presidenti ustionati dalle lampade alogene<br><br>*<br><br>Ho una scatola di musica piccola ed essenziale<br>Sotto al letto tengo una scatola<br>Di notte scendo di sotto<br>E metto la testa nella scatola<br>Di notte scendo di sotto<br>Grumo d’ombra lontano dai miei piedi<br>Senza guardare la fine del letto<br><br>*<br><br>Dal finestrino dell’autobus salutavo la figlia della maestra<br>Parlava inglese benissimo<br>Una sera al crepuscolo mi disse<br>Che il sole sarebbe esploso<br><br>*<br><br>[in june]<br><br>*<br><br>Il ragno nella mia camera<br>Ha costruito una vela d’argento<br>Nell’angolo in alto a destra<br>Il ragno è il mio cercatore di sentieri<br>Lui deve essere gay poiché<br>È innamorato di me<br><br>La notte cala sulle mie labbra a baciare il disastro<br><br>…<br><br>A me e june ci colava la musica degli smashing pumpkins dai fianchi<br>Portavamo un vestito da sposa vuoto<br>Tenendolo per i polsi<br>Nostra piccola sposa senza testa<br>Poi june dentro al vestito<br>Io dentro a june<br><br>*<br><br>La strappasti dal barattolo di marmellata<br>La carta sporca<br>Su cui hai scritto il mio nome<br><br>*<br><br>Ho visto gli uccelli senza occhi<br>Tenere in gabbia le famiglie<br>Il papà si dondola e non fa<br>Nemmeno un’evacuazione<br>La mamma si pulisce le piume<br>La bambina viene verso<br>Cammina piano mi dice<br>Negli occhi<br>Ma questo è l’inferno?<br><br>…<br><br>Volgevo gli occhi appresso a un incerto divino<br>Le nuvole ruotano a spirale<br>Mio figlio il cane non deve mai passare per primo<br>Altrimenti perde l’identità del branco<br>Mia figlia la gatta non scende dal divano<br>Non scende dal divano<br><br>…<br><br>Pallottole in regalo per il compleanno del nonno<br><br>…<br><br>Vuoi terminare vuoi<br>Essere dolce vuoi vederti<br>Incompleto vuoi essere l’occhio<br>Che riceve la nudità sai<br>Mangiare un cancro con la mani<br>Puoi<br>Immaginarti senza denti<br><br>(saluta)<br><br>Incentivi &amp; alternative<br><br>(il ladro dei denti)<br><br>Voglio comprare una falena a vapore<br>Voglio un uomo che abbia passione<br>Che mi sappia descrivere<br><br>(il crepuscolo)<br><br>Ciprie &amp; pioli<br><br>(è già accaduto)<br><br>Devo dimagrire un po’<br>Dall’ora di pranzo<br>Ho preso solo tre caffè<br>E siamo al crepuscolo<br><br>…<br><br>Ma questo è l’inferno?<br><br>…<br><br>Non serve andare in un posto basta pensare<br>Di esserci stati basta<br>Sentire<br><br>Mi hai mai sentito come un’emozione<br>Simile a quando arrivi in aeroporto e ti guardi intorno?<br><br>Se non serve sentire<br>Non capisco più il senso<br>Della regola dio<br><br>Da quando i passi hanno cominciato<br>A camminarmi dentro ho scoperto<br>Di essere un labirinto<br><br>…<br><br>Il tuo petto monolite<br>Sopra di me somiglia<br>A una tomba di cui<br>Compongo con queste cosce<br>Le labbra di terra<br>Da bambina mi svegliai<br>Nel cuore della notte<br>E con la mano sotto al cuscino<br>Carezzai i miei bianchi<br>Dentini morti<br><br>Al mattino<br>Ancora oggi<br>Me li sostituiranno<br>Con delle monete<br><br>*<br><br>Oh sì da qualche parte anche noi<br>Stiamo per accadere<br><br>*<br><br>Tu puoi tentare di fare del tuo meglio<br>Il tuo meglio<br>Sarà abbastanza<br>Anche se dopo<br>Anni di attesa<br><br>Realizzi<br><br>Di aver fissato a lungo<br>Il punto sbagliato<br><br>*<br><br>(Sono un uomo ragionevole<br>considera<br>considera il mio caso)<br><br><br><br><br><br><br><br>PURGATORIO<br>o<br>TRAMONTO<br><br><br><br><br><br><br><br><br><br><br><br><br><br><br><br><br><br><br><br><br><br> <br><br>- La Procedura Della Polvere - <br><br><br>Se ti cogliessi <br>All’uscita dell’alba <br>Fiore scarlatto <br>Sorrideresti per me? <br><br>Ascolto i cani <br>Divorare i sogni. <br><br>A volte <br>Non siamo altro che <br>Carne. <br><br>Ascolto <br>La procedura della polvere. <br><br>E in tutto questo grigio <br>Colgo all’uscita dell’alba <br>La macchia del tuo sorriso <br>Tu che non hai carne <br>Fiore scarlatto <br>Avresti un po’ di colore per me? <br><br><br>II <br><br>« Ah, ça m’embeterait de mourir <br>J’ai un tas des choses à dire » <br>Prèvert <br><br><br>Due lampadine <br>Nude <br>Ondeggiano <br>Scuotendo piano <br>La notte <br>Che cospira <br>Con un tremore <br>Di luci <br><br>Il movimento <br>Cauto <br>Compone <br>Un respiro <br><br>E quando mi fissi <br>In silenzio e io <br>Fisso te <br><br>Trattenendo la voce <br>Il pensiero <br><br>Un respiro solo <br>Colmo <br>Di distanze <br>Adeguate <br>Un solo suono <br><br>I piedi sporchi tenuti sulla gonna <br><br>Un fiore nero aperto sul pavimento <br><br>Fissando il cuore <br>Della caduta <br>Piano <br><br>E io non ho le parole <br>Per darti un contorno <br>Pittura <br><br>Vorrei <br><br>Vivo vicino a te <br>Come un grido <br><br>E non riesco a colmare <br><br><br><br><br><br><br><br>Le distanze. <br><br><br># # # <br><br><br>Sfinita la luce <br>La voce rotta dal pianto <br>Raccoglie l’odore <br>Della frattura di immagini <br>Evidente <br>E d’improvviso <br>Tossisce piano. <br><br>Non riesco a decifrarle <br>I labirinti di parole <br>Gli occhi <br>Così accuratamente nascosti <br>Dentro i miei. <br><br>Ce ne stiamo sui gradini della Chiesa <br>A guardare un bambino <br>Che pensa <br>In sfumature <br>Mentre noi lasciamo sfumature <br>A pensare. <br><br>Dovremmo costruire <br>Armi maggiormente <br>Pazienti <br>Con cui assassinarci. <br><br>Tu <br>Continui a piangere <br>Piano. <br><br>I nostri occhi compongono <br>Un&#39;unica discesa <br>A sfumare. <br><br><br># # # <br><br><br>Io non posso nemmeno <br>Respirare <br>Senza passare <br>Prima <br>Da te. <br><br>Adesso che esisti <br>Lontano <br>Dove non sono io <br>Adesso <br>Il tuo sguardo <br>Che riempie la scena come <br>Il tuo sguardo <br>Che riempie la scena <br>Come se <br><br>(le regard de la nuit) <br><br>Lontano <br><br>(fisso la notte) <br><br>E la quantità di cose <br>Che riesci a muovere <br>In ogni luogo. <br><br>(fisso la notte ed è come se) <br><br>Alcune <br>Senza neanche <br>Toccarle. <br><br>(fissassi te) <br><br><br># # # <br><br><br>Fissavi <br>La nudità <br>Di una lampadina. <br><br>(Come puoi essere così) <br><br>Non avere il tuo sguardo addosso <br>Mi faceva sentire <br>Improvvisamente <br>Solo <br>Nella stanza. <br><br>(Immobile nella tua ombra) <br><br>Cercavo una via di fuga <br>Per gli occhi <br>Per i miei occhi <br>Ma la consuetudine degli oggetti <br>Della mia cucina <br>Non dava sostegno alcuno. <br><br>(Il tempo trascorso è come non fosse mai esistito) <br><br>Tu seduta <br>Con le ginocchia sotto al mento <br>I piedi nudi nelle mani. <br><br>(Ho freddo) <br><br>Dondolavi. <br><br>(Una volta eravamo un unico respiro) <br><br>E tutto quel silenzio intorno. <br><br>(E ora tutto questo silenzio dentro) <br><br>Cos’altro avrei potuto <br>Aggiungere? <br><br>(Non sai tornare indietro) <br><br>Tutte le parole che avevo pronunciato <br>Non si possono ritirare. <br><br>(Non mi hai salvata nemmeno una volta) <br><br>Tutte le parole che avevo usato come una fuga <br>Non sono quelle delle mie poesie. <br><br>(Non salverai nemmeno te) <br><br>Fissavi <br>La nudità <br>Di una lampadina. <br><br>(Dondoli) <br><br>Io attendevo lo schianto <br>La caduta <br>Ti guardavo <br>Nella speranza di vederti <br>Di un colore diverso <br>Come i mattoni nei cartoni animati <br>Prima di muoversi. <br><br>(Avresti voluto uccidere senza dolore) <br><br>Cercavo di anticipare <br>I movimenti <br>Ma forse <br>Li desideravo <br>Solamente. <br><br>(Non ti sento) <br><br>Movimenti <br>Che non vennero. <br><br>(Non ti sei mosso) <br><br>Sei caduta piano <br>Tu <br>O forse <br>Cadendo dentro <br>Non hai mai smesso. <br><br>(Mai) <br><br>Fissavi la lampadina <br>Nuda. <br><br>(Nemmeno mentre) <br><br>Dondolavi. <br><br>(Morivo) <br><br>Io sono uscito senza dire una parola. <br><br><br><br><br>III <br><br>- Buckley Theatre - <br><br><br>Un arpeggio con il silenzio dentro. <br><br>Un silenzio che indugia. <br><br>La coperta è calda. <br><br>Il buio intorno. <br><br>Oh si, l’immagine della ragazza. <br><br>Nastri neri color carbone. <br><br>Comincia così. <br><br>(ageless.....ageless.....) <br><br>Avevo finestre intorno <br>Che urlavano di purezza <br>Attendevo <br>Nel fuoco <br>Di essere assunto <br>Dalla grazia <br>Presso il tuo cuore <br>Ancora sconosciuto. <br><br>(where’s my love?......I feel.....unsteady.......) <br><br>e il tuo cuore venne <br><br>(listen to me......) <br><br>Agitando le ombre <br>Nel mezzo della notte <br>Il tuo cuore venne <br>E così questo nostro esilio. <br><br>(Ho sempre bisogno di mandarti via.....per poterti riprendere ancora......) <br><br>Un arpeggio con il silenzio <br>Dentro. <br><br>Un incubo <br>Sull’acqua. <br><br>Attraverso il cortile della ragazza. <br><br>Attende <br>Nel fuoco. <br><br><br><br><br>IV <br><br>- Stelle A Bruciare - <br><br><br>Venite distanze <br>Accorrete a insegnarmi l’amore <br><br>In un minuto possono succedere cose <br><br>E in una casa silenziosa <br>Dove non c’è parola o televisione <br>Lo squillo del telefono è un rumore diverso. <br><br>(Vieni a spiarmi <br>All’ombra del cerchio <br>Della mia pupilla dilatata <br>Io lascerò stelle a bruciare.) <br><br>Venite stelle <br>Accorrete a compatirmi <br>Ho pensieri necessari <br>Un bicchiere frantumato di codardia. <br><br>La notte verrei <br>Sotto il tuo letto silenzioso <br>Solo per sentirti respirare <br><br>In un minuto possono succedere cose. <br><br>Il tuo respiro nel sonno mi dirà di te <br>Una formula matematica <br>Per disegnare una piramide emozionale. <br><br>Accorrete distanze <br>A misurare l’ampiezza del mio amore. <br><br>(Vieni a spiarmi <br>All’ombra del cerchio <br>Della mia pupilla dilatata <br>Lascerò nella tua pancia stelle a bruciare.) <br><br><br><br><br>V <br><br>- A Dream’s Song - <br><br><br>Polena la vergine sulla prua della nave <br>Il volto a tagliare il vento <br>L’anima nascosta all’ombra di questa roccia grigia. <br><br>La vertigine nell’ora propria <br>Quando mezzi e consapevolezza <br>Si incrociano nel mio cortile spazzato dal vento. <br><br>Il terzo sogno è costituito <br>Da corpi e sensazioni <br>Che si troveranno in un posto incerto, in un&#39;incerta ora. <br><br>Questo è il regno del crepuscolo <br>L’ombra del cancello <br><br><br><br><br><br><br><br><br>PARADISO<br>o<br>IL CREPUSCOLO<br><br><br><br><br><br><br><br><br>I <br><br>Desiderando <br>In questa sera di cupa calma <br>D’essere qualcosa d’altro <br>Un crepuscolo <br>Una morte <br>Desiderando dell’una il talento <br>E dell’altra lo scopo <br>Essere qualcosa di diverso <br>Qualsiasi cosa <br>Che non sia questo pensiero desolato <br>Questa traiettoria spenta priva d’occhi. <br><br>Immortalato nella gelida compostezza di un andatura <br>Sfiorando appena le altrui mercanzie e i respiri <br>Non potendo avere lo stesso sguardo <br>Di una saponetta con un coltello <br>Piantato in un fianco <br>Deposta in un bagno cieco rallegrato <br>Dal rumore di una ventola che gira <br>A tratti. <br><br>Quando il pensiero mi restituisce al mio corpo <br>Di confini e implacabili distanze e inequivocabile <br>Solitudine <br>Allora <br>Le ombre si assopiscono e le bambine <br>Che danzano intorno sorridenti <br>Perdono luce dai capelli <br>Le orbite mute di circoli che non mi appartengono <br>Deflagrano nella dissoluzione di un abitudine forzata <br>Vedo strisciare il sole all’orizzonte annunciando <br>Massacri <br>E alla mia destra una quantità di gentilezza depravata <br>Alla mia sinistra un metodo sfiancato per assorbire <br>La paura <br>Dinanzi a me una scopa <br>Intenta a pettinare una veranda chiamata <br>Tempo. <br><br>Solo in quella precisa trafittura di circostanze <br>E conservando quella metodica andatura <br>I miei sensi udirono le corrispondenze <br>E le corrispondenze dissero: <br>Questa è la terra. <br>Questo è ciò che abbiamo. <br><br>Questa è la nostra terra. <br><br><br><br><br>II <br><br>E di lei detesto <br>Persino l’odore <br>Quando tenta di toccarmi con una mano <br>Quando chiede amore dalla cucitura del ventre. <br><br>La vedo <br>Chiedermi se il vestito <br>Le cade bene <br>Con un gomito ad angolo retto <br>Mentre ciò che realmente cade <br>È uno schianto d’amore che produce <br>Un suono simile al pianto d’un neonato. <br>Sgambetta in una porzione di pavimento agitando <br>Una palma di capelli e sfiorisce <br>Insieme al pomeriggio lasciandomi <br>Con una finestra inondata di luce. <br><br>Rimango con di lei il ricordo <br>Di un toast con un morso <br>Dalla forma triangolare <br>E il tappo succhiato <br>Di una penna viola. <br><br>Mi chiedo se ho amato <br>Assolvendomi ad un tempo <br>Per mancanza <br>D’esperienza accumulata <br>Al momento della <br>Decisione. <br><br>D’estate andiamo dai suoi. <br><br>La sera mi leggo un libro già letto <br>E osservo la sua figura distesa di fianco <br>Le mani adeguate a una morsa feroce <br>I capelli sfasciati sul cuscino in una cupa rassegnazione. <br><br><br>III <br><br>È passato troppo tempo da quando <br>Dissi a mia madre che non sarei tornato <br>Da quando dissi a mia madre <br>Che era una pallottola <br>Non ricordo nemmeno l’odore di casa <br>E non compro un vestito da quella volta <br>Che ridemmo <br>Io e te. <br><br>Una rosa mi guarda promettendo <br>Apertura e <br>Profumi <br>(quando il colore è una trappola e l’olfatto un’emozione scheletrica) <br>Considero la testa china d’un girasole <br>Un momento di comprensibile <br>Depressione <br>Ho una tenda macchiata di varecchina <br>Che perde fili dalla traccia lasciata <br>Dalle unghie del gatto <br>Sto smettendo di fumare <br>E riesco a non considerare un certo numero di cose <br>Fastidiose <br>Tra cui <br>La cura di me stesso <br>E della mia anima. <br><br>Nel trascorrere delle giornate <br>Ho assunto un assassino per il nervosismo <br>Un cannibale per il tedio <br>E un alchimista per l’odio <br>Guadagnando con una procedura introspettiva <br>Un atteggiamento di distanza inalterabile <br>Una tetra benevolenza nello sguardo. <br><br>Riesco a non curare <br>Il riepilogarsi delle giornate <br>Nella stessa maniera <br>In cui non mi rendo conto di respirare. <br><br><br>IV <br><br>La pallida impotenza del regno della carne <br>Sorride alla curva <br>Dell’arcobaleno dei sensi. <br><br>(Non fissare dalla seconda rampa della scala <br>il buio che s’apre come la bocca dentata d’uno squalo) <br><br>La giovinezza nello sguardo che desidera <br>E trova se stessa in un’immagine sempre diversa <br>Al di fuori di sé. <br><br>(In fondo <br>Perdersi dentro qualcun’altro <br>È l’esperienza più dolce <br>Che possa capitare <br>Di dover sopportare.) <br><br>Sappiamo dove inizia <br>Sappiamo dove finirà <br>Comprendiamo lo sfiorarsi <br>La dissolutezza e il distacco <br>Ma le elevate schiere dei sensi <br>Ci impongono una disciplina scostante. <br><br>(Nel buio che si raggomitola fissato <br>Dalla seconda rampa della scala <br>Le cose su cui ancora <br>Troppo mi soffermo e troppo tento <br>Di spiegare a me stesso <br>Ma basta un altra tornata) <br><br>Nonostante debba cessare <br>Non c’è motivo per non farla essere <br>Seppure per un tempo definito <br>Non c’è motivo <br>Per non farla sembrare <br>Anche dopo che essa è passata <br>E non ci appartiene più. <br><br>(Giunto alla terza rampa <br>Della scala confondendo <br>Ciò che è desiderio e ciò <br>Che non è condivisibile <br>Frena <br>Considera <br>Adeguati al <br>Martirio oppure <br>Dispera) <br><br>La vita è un sogno negli occhi di chi sta di fronte. <br><br>Non esisti esistendo <br>E sparisci persino nel ricordo. <br><br><br><br><br><br><br><br><br><br><br>V <br><br>Quando mia madre morì <br>Dopo un silenzio durato <br>Trent’anni <br>Mio padre tenne una condotta <br>Irreprensibile. <br><br>Durante il matrimonio <br>Gliene aveva fatte passare. <br><br>In casa <br>Fissandoci a vicenda <br>La punta delle scarpe <br>Sotto la pulizia accurata <br>Lasciata dalle mani indaffarate di mia madre <br>Solo due giorni prima <br>Mio padre mi disse <br>Che non si perdonava di quella volta <br>In cui l’offese <br>Strappandogli il rosario <br>Dalle mani che <br>Curavano <br>Urlandogli <br>Che non poteva adescare il Signore <br>Con la preghiera. <br><br>Di quella scena <br>Ricordo i grani del rosario <br>Scivolare sul pavimento <br>E il crocifisso sospeso <br>Che ci assolveva dalla sua distanza inalterabile. <br><br>La nonna stava morendo, allora. <br><br>Dissi: <br>“Papà, erano solo due modi diversi <br>di affrontare la morte <br>solo due modi <br>diversi.” <br><br>Mio padre annuì <br>Riprendendo a fissare <br>La punta delle scarpe. <br><br>Durò un mese <br>Nemmeno <br>Come la fioritura <br>Delle rose. <br><br>Si spense un mercoledì d’estate. <br><br>Io mi apprestavo a conoscere <br>Quella ragazza che sarebbe divenuta mia moglie <br>All’epoca <br>Ci frequentavamo da un pò <br>Quelle sere l’andavo a prendere <br>Senza ombrello <br>Nonostante gli improvvisi acquazzoni. <br><br>Lei rideva della direzione dei miei piedi <br>E passavamo tre ore intere <br>A bere seduti <br>Fuori da un bar <br>Fra zanzare e ombre buone. <br><br>Fu una cerimonia breve <br>Il funerale di mio padre <br>Con il prete che disse <br>Ciò che doveva dire <br>E nessuno ebbe nulla da aggiungere. <br><br>Nonostante i diversi <br>Modi di affrontare la morte <br>C’era qualcosa di ineccepibile <br>Di pulito <br>Che non aveva bisogno di comprensione<br>non la richiedeva <br>Affatto. <br><br>Ed è per tutti lo stesso desolato stupore. <br><br>Due mesi dopo <br>Convolavo a giuste <br>E preordinate <br>E quiete <br>Rassicuranti <br>Nozze. <br><br><br><br><br><br>VI<br>Ancora un momento<br>Ancora uno<br><br>(musica)<br><br>(il rumore di un tuono)<br><br>non ho mai detto che sarei<br>non ho mai<br>non ho mai detto che sarei rimasto<br>fino alla fine dei nostri giorni<br><br>(musica)<br><br>non sappiamo che dire<br>non sappiamo<br>non sappiamo cosa dirci<br>per allontanare solo un momento<br>solo un momento questo silenzio<br>e guardandoti ancora una volta<br>ancora una<br>ispiri in me<br>inietti in me<br>il desiderio di<br>non tornare mai più<br><br>(musica)<br><br>ma sono mai veramente<br>sono mai veramente<br>stato qui?<br><br>(musica)<br><br>La nostra unica colpa<br>Il non sapere il giorno<br>In cui è stato affittato<br>Un assassino<br>Per domani mattina<br><br>Hai detto<br>Sento che sta piovendo<br>Tutto ciò che hai detto è stato<br>Sento<br>Che sta<br>Piovendo<br><br>Io dissi<br>Nessuno ci insegna<br>A rassegnarci<br><br>(musica)<br><br>E non sappiamo sottrarci<br>Diveniamo carta da parati<br>Fissandoci<br>Non sappiamo<br>Non sappiamo sottrarci<br>E fissandoti<br>Ispiri in me<br>Il desiderio in me<br>Di non esserci mai stato<br><br>(musica)<br><br>ancora un momento<br>ancora uno<br>credevo la pioggia<br>avrebbe lavato<br>restituito<br>all’antica armonia<br><br>(musica)<br><br>perché non io<br><br>(musica)<br><br>perché non te<br><br>(musica)<br><br>non ho mai detto che sarei<br>non ho mai<br>non ho mai detto che sarei rimasto<br>fino alla fine dei nostri giorni<br><br>(come il rumore di<br>un tuono)<br><br>desidero la mia casa<br>che non c’è più<br><br>(musica)<br><br>È rimasta solo la pioggia.<br>È rimasta solo la pioggia.<br>È rimasta solo la pioggia.<br><br><br>VII<br><br>Ora conosco <br>L’ora di mezzo conosco <br>L’incedere inquieto <br>Ho quel talento crepuscolare <br>Che lascia le cose in sospeso <br>Fra una nascita e una morte. <br><br>Ho avuto la mia incertezza <br>E ho sostato nel mio quarto d’ora positivo <br>Trattenendone la gloria <br>Non c’è pace nel regno del giorno e della notte <br>Non c’è certezza che possa lenire <br>Voglia che una volta curata non diventi <br>Incurabile <br>Non c’è tentazione che una volta resa <br>Non divenga intentata. <br><br>Gli uomini di fede <br>Vivono d’una morte più dolce <br>Se solo avessi saputo arrendermi <br>Se solo avessi compreso il limite <br>Cosa rimane nelle ultime ore <br>Quando il tempo trascorso è tempo restituito <br>E il tempo da trascorrere <br>E come fosse già passato <br>Cosa rimane quando la cera tocca la fiamma? <br><br>Solo una cupa calma <br>O un&#39;attesa che atterrisce <br>Ma è consueta. <br><br>Si è inghiottiti dal tempo <br>Non riuscendo a considerare <br>Che le sue fauci <br>Sono mosse dal tuo movimento. <br><br>Questa è la terra. <br><br>Questo è ciò che abbiamo preso in eredità <br>E ciò che consegniamo. <br><br>Questo è ciò che rimane. <br><br><br><br><br>							<br> <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Fri, 03 Sep 2004 04:15:50 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Bagattella. invano incompatibili., di Rosamaria Caputi]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=393&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <br>Bagattella. invano incompatibili.<br><br><br><br><br>ULTIMA SERA DEL GRANDE PIACERE*****<br><br><br>QUALCUNO dice:  Voce<br> <br><br>Te la racconterei a ritroso<br>della lei e dell&#39;altra<br>della quella stessa e della che non c’era<br>quella prima ma anche l&#39;altra <br>per confondere i vicini muri <br>farei il diavolo nei cassetti<br><br>ma ho riso e avuto pena<br><br>poi pena e ho riso ancora<br><br>e ho baciato le mani agli attori<br><br>le mani a tutti <br><br>e mi sono baciata le mani<br><br><br><br>QUALCUNO dice: Canto<br><br><br>MASCHERA in gessato azzurro si chiama Utopia<br>a gesti da istrione sinistro e tirannico<br>tra le seggiole muove<br><br><br>-I signori siedano                               castigatevi signore <br>la ragazza    non   sia  brusca <br>non prosegua il giovane                                          la bambina scivoli avanti <br>dietro la donna    il politico            i soldati alla porta<br>la zoppa all&#39;angolo <br>il personaggio albino si scosti-<br><br><br>(incolonnati nella stanza dei delusi con i fiori all&#39;occhiello sono io inanellata)<br><br><br><br>BANDITORE si chiama Mistero avvolto in un sacco <br>colore carta da zucchero contro l&#39;aria agli zigomi<br>grida<br><br>-Il pane è servito<br> <br>il pesce è asociale<br><br>la cultura ai marescialli<br><br>la cultura ai festaioli<br><br>evviva evviva evviva la commedia-<br><br><br>(SPETTATORI<br>evviva evviva evviva pure io evviva evviva evviva)<br><br><br>CLEMENTINA in abito da novizia sola su legno<br>si chiama Sogno <br>composta in preghiera va e viene e torna e parte<br><br>-Io non conosco le locomotive<br>corro stralunata sui binari<br>e sbuco sempre nelle anticamere<br>vivo in questa commedia itinerante<br>ho lo sguardo all&#39;UOMO CHE PIANGE<br>che guarda e                                che piange<br>mi guarda           e mi piange<br>fissi gli occhi suoi ai miei fissi al cielo-<br><br>(la riconosco Clementina il suo alito benedetto i capelli in attesa )<br><br>PROSTITUTA MAGRA le bende dalle caviglie agli occhi<br>si chiama Mezzamorta<br>stesa tra lattine d&#39;olio per l&#39;ultimo gioco perverso<br><br>Soffro d&#39;amnesia e chiedo perdono<br>ho in serbo le prossime macchie<br>e l&#39;ultima nota acuta laaaaaaaaaaa<br>vivo in questa commedia itinerante<br>ho lo sguardo all&#39;UOMO CHE PIANGE<br>che tocca                    e che piange<br>mi tocca         e mi piange<br>fisso il suo cazzo nella mia fissa al cielo-<br><br>a caso silenzio a caso<br><br>QUALCUNO -ho perso un pezzo d&#39;onore-<br>BANDITORE -evviva evviva evviva-<br>MASCHERA -alzatevi eccitati o battezzati-<br>CLEMENTINA (inchino)<br>PROSTITUTA MAGRA (inchino)<br><br>UOMO CHE PIANGE piange<br><br><br><br><br><br> <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Rosamaria Caputi]]></author>
<pubDate>Tue, 31 Aug 2004 17:51:57 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Francesco De Leoni su &quot;Ricreazione&quot;, di Guido Conforti]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> “Un mattino, al risveglio da sogni inquieti, Gregor Samsa si ritrovò trasformato in un enorme insetto”.<br>Inizia così La metamorfosi di Franz Kafka, scritta nel novembre del 1912 alla vigilia dei fatti che squassarono il mondo, in quella fucina di sogni infranti che fu il Novecento. “Favola chiave della modernità” secondo George Steiner, che ha ravvisato nella parabola allucinata e razionale dell’uomo-bestia il riferimento più limpido di un universo che si ripiega su se stesso, per spegnersi lentamente. <br>Sono, in fondo, “le ore di chiusura dei giardini d’Occidente” in cui l’orizzonte non appare più un sapere da raggiungere, ma semplicemente come il limite di un abisso verso il quale non si può che scivolare, nell’inerzia delle cose. <br>Una dimensione apocalittica e crepuscolare in cui il massimo della ragionevolezza appare nelle parole di Camus, laddove “la sola questione filosofica seria è quella del suicidio”. Un mondo (e in esso un’arte) in cui non si può che constatare la totale mancanza di un senso, sia esso ultimo o quotidiano, e nel quale semplicemente “si è come si è”; con l’ulteriore postilla che non essendo conoscibile l’intima entità dell’essere ovvero apparendo tutto ciò come un esercizio assolutamente  artificioso, quanto di più umano rimane all’uomo sta nel riconoscersi “come non si è”, nell’assenza da se stesso.<br>Rispetto a questa dimensione, che appartiene più alla sfera della storia che a quella dell’ontologia, il piccolo romanzo di Guido Conforti si pone con apparente incoscienza al centro della corrente per proporre un ribaltamento di prospettiva, l’azzardo di un percorso a ritroso per uscire dalla voragine.  <br>Per quanto il titolo faccia presumere il contrario (ma anche qui, come diremo, concedendosi ad un gioco dell’equivoco) Ricreazione non contiene alcuna mappa di paradisi perduti o di terre promesse. Tutto è saldamente incatenato alla nostra esperienza che lungi dall’essere rinnegata viene assunta per essere articolata, declinata, posposta.<br>Non a caso Ricreazione inizia laddove Kafka aveva terminato, o un poco più in là, con la morte di Grete e le vicende di suo figlio Pavel, anch’egli insetto come lo zio Gregor e come la generalità degli abitanti di un mondo che dell’eccezione ha fatto la regola; tuttavia si è in presenza di un vortice dal quale è ammessa una via di fuga, in cui si concretizzano i presupposti per una risalita o almeno per l’inizio di una “nuova storia”. <br>Qui, come nel proseguo del romanzo dove altrettanto capita con autori come Perec, Borges o Calvino, Conforti rifugge con attenzione dai subdoli richiami di un piatto manierismo, dichiarando esplicitamente una relazione che viene sviluppata autonomamente e con uno stile riconoscibilissimo in quanto originale ed al tempo eclettico; una narrazione data a pennellate veloci, distillata, che fugge lasciando quanto basta.<br>E’, in fondo, l’eredità della scuola dei grandi oulipien (dagli stessi Perec e Calvino a Queneau, Roubaud, Mathews, Bénabou) per cui la letteratura è un soggetto vivo, in grado di suddividersi, riprodursi, evolversi secondo lo sterminato bagaglio delle proprie “potenzialità” in uno sviluppo che può essere anche plurale, per fasi successive, per successive mutazioni. Ciò che caratterizza l’entità delle cose e che costituisce uno dei leitmotiv di Ricreazione, ossia la carica potenziale intrinseca nelle cose stesse, appartiene anche all’arte e alla letteratura nello specifico. Non c’è da stupirsene né da vergognarsene ed è con palese devota passione che Conforti “prosegue” La metamorfosi o i Je me souviens di Georges Perec, 479 (uno in meno di Perec&#33;) micro-ricordi dimenticati, inessenziali, banali che costituiscono una base di comuni legami con un passato prossimo per quanto non recente e al tempo stesso l’ordito che sostiene, in qualche modo sottinteso giustificandolo, l’intero romanzo. <br>In questa trama sottilissima e continua c’è tutto un universo di mondi concentrici che ricostruiscono un humus condiviso di desinenza, se non di appartenenza. Un gigantesco macramè in cui ogni singolo nodo aggruma un insieme variabile di percezioni sopite ed ora rideste. Un filo rosso in cui se non tutti molti si ritroveranno avvinti, grazie alla neutra oggettività della soggettiva con cui Conforti ripensa alle cose, dove solo qua e là si concede una chiosa d’autore (v. ad esempio il fulminante e caustico ricordo n. 858 “Mi ricordo che Ambrogio Fogar era un ottimo divulgatore di disavventure”).<br>Ma il corpus del romanzo è costituito dalle due parti, l’una funzionale allo sviluppo dell’altra, in cui si tracciano i confini di un’esperienza in divenire e di una possibile.<br>La prima, costituita da ventiquattro brevissimi racconti di un minuto, si esaurisce in quell’ unico minuto ribattuto in contemporanea in ventiquattro luoghi distribuiti uno per fuso orario, anticipati correndo innanzi al sole che avanza. <br>In una dimensione del mondo nei fatti globale, in cui rimbalzano gli echi delle grandi domande, i temi della donna, dell’ambiente, della solitudine, del lavoro, della violenza, dell’arte, dell’urbanesimo, della tecnologia, del potere, dell’amore, del mistero, della vita e della morte si dispongono su coppie opposte di meridiani, traducendosi nell’anticipo di una risposta che non si conosce, che non è data, ma che il tempo, scivolando oltre quell’unico “59” fatalmente richiederà.<br>L’ultima parte non formula alcuna tesi, non distribuisce alcuna certezza, ma partendo da quanto esiste ri-crea un florilegio di mondi possibili, tuttora esistenti in quanto possibili. <br>Col medesimo incipit di un costante “può essere” Conforti affolla il suo (e il nostro) mondo di evoluzioni magari nemmeno desiderabili, ma appunto possibili rispetto a quei temi inevasi, che hanno in comune uno scarto di lato, un mettersi altrove, un ruotarsi indietro verso l’orizzonte che sorge. Come accenna nel penultimo quadro, è un Ulisse che ancora una volta trova in sé il coraggio di riprendere il mare, a cui non basta attendere il tramonto dalla sua Itaca boscosa.<br>In fondo il nucleo più autentico del romanzo sta proprio in questo movimento, che corrisponde ad una manifestazione di volontà e quindi a un principio fortemente etico, conseguente al discernimento rispetto a ciò che è  possibile.<br>Un movimento, infine, che di fronte al buio che incalza può ragionevolmente essere fatto solo per gioco, staccandosi dalla macina del tempo che ruota e provando per gioco a immaginarsi un mondo diverso; con un sorriso che affiora traslucido per allargarsi sul volto del doppio che gioca un’eterna partita agli scacchi.<br>Una ricreazione non meno seria delle cose serie, se serve a cambiare scenario.<br><br><br>Francesco De Leoni <br><br>(Teorie - Critica &amp; recensioni)]]></description>
<author><![CDATA[Guido Conforti]]></author>
<pubDate>Tue, 31 Aug 2004 08:46:53 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Quando Didascalico è Bello, di Rosamaria Caputi]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=16&tes=389&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <span style='font-size:8pt;line-height:100%'>Incantevole e Incantatorio</span><br><br><span style='font-size:8pt;line-height:100%'>Umilmente Ripetitivo ti dà Altero</span><br><br><b><br>Funerale dell’agitatore nella cassa di zinco (B.Brecht)</b><br><br><br><br>Qui, in questo zinco<br>sta un uomo morto,<br>o le sue gambe o la sua testa,<br>o di lui anche qualcosa di meno,<br>o nulla, perché era<br>un agitatore.<br><br>Fu riconosciuto fondamento del male.<br>Sotterratelo. E’ meglio<br>che solo la moglie vada con lui allo scorticatoio<br>chi altri ci vada<br>è segnato.<br><br>Quelche è lì dentro a tante cose vi ha aizzati:<br>a saziarvi<br>e a dormire all’asciutto<br>e a dar da mangiare ai figlioli<br>e a non mollare d’una lira<br>e alla solidarietà con tutti<br>gli oppressi simili a voi e<br>a pensare.<br><br>Quel che è lì dentro vi ha detto<br>che ci vuole un altro sistema nella produzione<br>e che voi, le masse del lavoro, milioni<br>dovete prendere il potere.<br>per voi, prima, non andrà mai meglio.<br><br>E siccome quel che è lì dentro ha parlato così,<br>l’hanno messo lì dentro e dev’essere sotterrato,<br>l’agitatore che vi ha aizzati.<br>e chi parlerà di saziarsi<br>e chi di voi vorrà dormire all’asciutto<br>e chi di voi non mollerà d’una lira<br>e chi di voi vorrà dar da mangiare ai figlioli<br>e chi pensa e si dice solidale<br>con tutti coloro che sono oppressi,<br>quello, da ora fino all’eternità,<br>dovrà essere chiuso nella cassa di zinco<br>come questo che è qui,<br>perché agitatore, e sarà sotterrato.[/SIZE][/b] <br><br>(Risorse - Testi)]]></description>
<author><![CDATA[Rosamaria Caputi]]></author>
<pubDate>Fri, 27 Aug 2004 13:49:10 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Bowling for Columbine, di Rosamaria Caputi]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=18&tes=385&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <br>Opera straordinaria, &quot;indefinibilmente&quot; film o documentario, del genio M. Moore, da vedere o rivedere prima o dopo Elephant, fate voi.<br><br>Nell&#39;attesa del suo Nuovo <br><br>(Risorse - Film &amp; teatro)]]></description>
<author><![CDATA[Rosamaria Caputi]]></author>
<pubDate>Fri, 20 Aug 2004 17:46:49 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Re: Se vedi li occhi miei, di Rosamaria Caputi]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=16&tes=382&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> Qua purtroppo non si può rispondere. Mi sono inventata un modo.<br><br><b>Chiaretta bella </b>continua, te ne prego.<br><br>Già che siamo in argomento: vi sconsiglio vivamente di leggere &quot;l&#39;esoterismo di Dante&quot; di Guénon. A volte la mia curiosità è tossica.<br><br><br> <br><br>(Risorse - Testi)]]></description>
<author><![CDATA[Rosamaria Caputi]]></author>
<pubDate>Thu, 19 Aug 2004 11:16:50 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Voyage à l&#39;envers, di Guido Conforti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=42&tes=380&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> Adieu Lillebonne, adieu Maison de l’Abbay, dans quelques jours ta paix ne sera q’un vague souvenir. <br>Mon père Marius t’avait choisie comme bon abri dans lequel passer les années de la retraite et il avait placé la plus part de son indemnité de départ des Chantiers La Rochelle pour l’achat de ta ruine et son reaménagement.<br>Il avait erré pendant des mois dans les environs du Havre à la recherche d’un endroit facile à rejoindre et en même temps isolé, loin du stress de la ville : Lillebonne c’était le bon village, la Maison de l’Abbay la maison parfaite.<br>Son propriétaire, un professeur de lettres américain, un certain Dennis Borrade, l’avait mise en vente à un prix intéressant après la mort de son père et de sa tante, Denis et Virginie Hélène Borrade. Pour les deux frères ça avait été la maison qui avait assisté à leur naissance et qu’ils avaient quitté en circonstances orageuses après la dernière guerre : Denis à bout de nerfs, résultat des années passées avec les maquis et couronnées par un séjour à Buchenwald auquel il survit par un miracle ; Virginie Hélène, restée sans famille et sans maison (éliminées toutes les deux par les événements de la guerre), mariée a un pilote australien de la RAF.<br>Pour le jeune Dennis ce tas de pierres perdu au cœur de la Normandie n’avait plus aucun lien d’affection et pouvait seulement être changé en liquide pour quelque emploi plus rentable. Pour sa part Marius jugea la demande équitable et le marché fut vite conclu avec les bons offices d’une agence immobilière.<br>Grâce au travail patient et assidu de papa la Maison de l’Abbay et tout son terrain environnant revint à l’austère efficience d’antan et ce fut là que Marius vécut les meilleures années de sa vieillesse. Le jour il travaillait dans les champs ou bien il se promenait longuement, le soir il jouait le piano ou il lisait.<br>En octobre 1993, en fouillant comme d’habitude parmi les étals d’une librairie, il tomba sur un livret édité par les Editions du Soleil, &quot; Voyage d’hiver &quot; de Georges Perec. Intrigué par le titre jusqu’à ce moment là inconnu de son Auteur préféré, le sublime architecte de &quot; La Vie mode d’emploi &quot;, Marius n’employa pas une demie heure a en dévorer les trente pages demeurant abasourdi et non pas seulement à cause du petit bijoux jailli de l’esprit jongleur de Perec, mais aussi parce que le récit commençait dans une propriété aux environs du Havre dont les propriétaires étaient les parents d’un collègue du protagoniste Vincent Degrael, nommé Dennis Borrade.<br>C’était l’histoire de la recherche de plus en plus passionnée d’un jeune professeur de lettres, Vincent Degrael justement, à propos de la vraie existence d’un certain Hugo Vernier et d’un mince volume &quot; Voyage d’hiver &quot; contenant des rimes et des vers que les grands poètes du symbolisme français du dix neuvième siècle avaient par la suite employés. Selon Vincent Degrael, alors, Rimbaud, Mallarmé, Verlaine, Kahn et Lautréamont n’étaient que des plagiaires, ayant puisé à pleines mains dans le florilège de &quot; Voyage d’hiver &quot;, irréfutablement édité en 1864 à Valenciennes par Hervé Frères.<br>Malheureusement la seule copie de &quot; Voyage d’hiver &quot;, celle qu’il avait lu chez Borrade, alla perdue sous le bombardement du Havre avec la maison (tout de suite Marius comprit qu’il s’agissait de la maison de l’Abbay) et Degrael passa toute sa vie non pas seulement à en chercher des autres, mais aussi en tachant de récupérer des indices à propos de la biographie incertaine d’Hugo Vernier. Jusqu’au point où le récit aboutissait dramatiquement dans un hôpital psychiatrique de Verrière où le désormais vieux Vincent Degrael abandonnait un épais registre relié de toile noire dont l’étiquette portait, calligraphiée, la légende &quot; Voyage d’hiver &quot; : à l’intérieur le registre reportait dans les premières huit pages le compte-rendu fidèle des recherches de Vincent Degrael ; les autres trois cent quatre vingt douze  autres étaient blanches. <br>Lorsqu’il se remit de la naturelle stupéfaction pour avoir été catapulté sur la scène d’un récit (d’un récit de Georges Perec en plus &#33;), Marius commença à se demander si dans cet admirable artifice ne pouvait-il y avoir quelque chose de véritable et, d’abord, pourquoi Perec avait-il situé une partie de son histoire chez Borrade, au juste.<br>Il y réfléchit pendant une semaine et finalement, en tachant de s’en faire une raison, persuada l’agence immobilière à lui donner l’adresse de Borrade et lui écrit.<br>Il attendit la réponse pendant quarante jours, mais au bout d’une aussi grande carême il reçut une lettre affranchie au Colorado par laquelle le Professeur Borrade expliquait que lui-même et Georges Perec s’étaient amusés à inventer les tristes vicissitudes de Vincent Degrael à l’occasion de l’intense amitié qu’ils avaient nouée dans les bistrots de Brisbane, en Australie, où le jeune Dennis fréquentait un séminaire &quot; informel &quot; offert par l’écrivain aux étudiants de l’université.<br>Marius lit la lettre de Dennis Borrade avec une certaine inquiétude et enfin avec un sentiment de large soulagement aussi que de vrai plaisir pour avoir, de quelque façon, pris part à un fragment de haute littérature. Sentiment qu’il garda jusqu’à son serein départ l’année dernière.<br>Pendant ces mois j’ai taché, tant que ma famille et mon travail me permettaient, de consacrer mes forces à conserver en bon état la Maison de l’Abbay. Entre autres choses j’ai commencé à travailler au verger que Marius avait transformé dans un jardin où il greffait dizaines de diverses sortes de roses, mais que sans lui risquait de se transformer bientôt dans une inextricable ronceraie.<br>Et ç’a été justement là que, piochant avec entrain pendant un lourd après-midi de ce faux commencement de printemps, j’ai trouvé une anonyme boîte en bois que j’ai ouvert, le cœur battant, en y découvrant à l’intérieur dix copies d’un ancien petit livre jauni : &quot; Voyage à l’envers- parcours familiers dans le vide intérieur.&quot; <br><br><br><br>On remercie, à l’occasion, Jacques Roubaud, auteur de &quot;Le voyage d’hier &quot;, Francesca Musso Piantelli et Silvia Molesini <br><br>(Arte - Traduzioni)]]></description>
<author><![CDATA[Guido Conforti]]></author>
<pubDate>Mon, 26 Jul 2004 15:21:20 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Su &quot;La Francia non esiste&quot; di Alessandro Ansuini, di Fabrizio Pittalis]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=29&tes=378&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[Semplici prime impressioni di lettura]<br><br><br><br> <br><br>“Questo poeta inesistente e inconsolabile, a documentare come un pazzo tutto ciò che non sa”<br><br> <br>Questa breve frase (tratta da: “Non molestare la rosa” passo contenuto nella sezione #3 intitolata &quot;Kafka e la ronda notturna&quot;) basta da sola per descrivere l’intero lavoro di Alessandro Ansuini.<br>Piccole cose, fiori, cani, cazzi di gomma, telefoni cellulari che squillano e ancora fiori, fiori, le persone che si cercano non sempre ritrovandosi davvero, i personaggi che si domandano e si rispondono, spesso soli, ancora fiori, piccole verissime constatazioni svelte e ancora molto altro. <br>Il fatto è però che il mondo non esiste: la Francia non esiste, non esiste il Giappone, Amsterdam diventa un laboratorio di piccole cose, colorate ed inutili, in una poesia che offre il suo meglio quando risulta affollata.<br>Alessandro Ansuini con gente come noi non gioca né in casa né fuori: abbastanza più giovani di lui siamo figli dello stesso tempo, ma quel tempo come questo stesso istante noi lo uccideremmo a morsi ed è per questo che dai dialoghi distilliamo un diffuso sentimento d’orticaria.<br>La buon’educazione vorrebbe che si tracciassero genealogie, ma è dolce come al solito ritrovarsi a pensare: “Che vale?” In casi come questo, dove tutto si ha da dire, perché l’autore dei suoi amori letterari non ha mai fatto mistero a nessuno e propone un bel listino in Oraè. <br>Trovo che quella sia la parte più debole e meno interessante del libro, anche perché tutto ciò che c’è scritto è già stato detto dallo stesso Alessandro Ansuini altrove: trasuda dai suoi racconti e dalle sue poesie e scommetteremmo tutti sul fatto che se ne sia accorto, ma a lui i giochi piacciono così. <br>Se vedi Rimbaud lo vedi in dormiveglia se trovi Elliot noti che ha sbagliato gli occhiali. <br>Non è trascurabile un certo gusto ludico della poesia che finalmente sfatua se stessa, del poeta che si rovescia addosso il vino o il caffè mentre compone, del poeta che ride mentre scrive, perché è quando smette di scrivere, proprio nel momento in cui lo fa e si assapora la bocca, che non ride più.<br>“Oraè” è una citazione influenzale che starebbe meglio senza manco un nome, senza manco un volto, perché tutto è già definito così tra le pieghe e perché tutti quei nomi ci hanno stufato sebbene non si vogliano bruciare i musei e sgonfiare tutte le notti miliardi di lune.<br>Rispetto ad “Appena” che mi è capitato di leggere precedentemente con alterne convinzioni (forse un poco ingiuste mi vien da pensare col senno di poi e il lavoro nuovamente sotto gli occhi) non possiamo che notare una maggiore sicurezza ed efficacia nell’uso degli aggettivi decisamente meno invadente rispetto al passato, ma sempre di fondamentale importanza per l’economia stilistica ansuiniana.In “La Francia non esiste” c’è una grande unità, ci sono gli anni novanta e quelli che vengono dopo che in pratica sono il perno attitudinale dove si sente ruotare l’autore. <br>C’è tutto il nostro tempo rosa di gelato scaduto, completamente guasto. E fiori, fumi, sigarette, luci, ombre, ancora gli squilli di qualche cellulare.<br>E’ una continua reificazione del sentimento correlata a una forte emotività della cosa a caratterizzare tutta l’opera. Anche i personaggi di quei dialoghi sospesi tra televisione e realtà non sono altro che cose, prodotti dell’industria mondiale e leggendo lo si può sentire pienamente perché a modo nostro è così che ci si trova a vivere (lo si voglia o no) tra un fotogramma e l’altro.<br>L’obliquità della visione coltivata in maniera ossessivamente intensiva è da sempre stata una caratteristica di Ansuini che anche qui ce la propone, ma in quest’occasione il tutto ci è parso più profondo, di maggiore peso. In questo caso non s’avverte l’ingombrante odore dei cioccolatini estivi, non ci si sente mentre si legge come delle ragazzine bionde. <br>Confesserò di provare fastidio per tutto anche per i dialoghi proposti dall’autore, talmente reali da farmi fermare a pensare, per desiderare un fucile; abbastanza trasfigurati per guadagnarne in esattezza.<br>Fossero anche di legno i fucili li useremmo per perseguitare questi bravi ragazzi che si passano l’hashish davanti a un film tedesco di rai due che rispondono al cellulare ogni due righe nel gretto realismo dei dialoghi. <br>Tante piccole banali ossessioni comuni.<br>Le analisi palombaristiche le lasciamo per adesso a chi ci si vorrà impegnare, questo vuol essere un rapido bollettino di lettura un resoconto di ciò che succede quando l’operetta si rovescia sulla nostra testa.<br>Il piacere del testo deriva spesso da una lettura partecipata al di là di tutto: “La Francia non esiste”, almeno con chi scrive, ha subito creato un’intesa, non sempre amichevole, ma comunque continuamente presente. Inutile sottolineare quanto tutto ciò sia importante. <br>Ho trovato, in definitiva, piuttosto dolce il capofitto lungo quella che a tratti sembra la tana del Bianconiglio con la sola differenza che alla fine del salto il mondo resta lo stesso, non c’è nessun nuovo paese di meraviglie che non sia il nostro.<br>Se implicitamente era da sempre stato chiaro che Ansuini se ne infischiasse della norma johnsoniana ora con quest’ulteriore tassello il tutto diventa decisamente esplicito.<br>Il perno su cui ruota l’opera, l’io che traspare dalla poesia, l’aspetto del mondo proposto agli occhi del lettore somiglia molto a quel humeiano fascio di sensazioni che tutt’oggi tanto fa ammattire i filosofi antiscettici, ma in questo caso le preoccupazioni di fornire alla realtà giustificazioni di sorta restano ben lontane. Restano scorci di mondo moderno narrati in maniera poco pretenziosa e perciò efficacissima. Ansuini ha il merito di non ricercare la sua novità in una sperimentazione fine a se stessa e se il risultato sul lettore ha l’effetto di un qualcosa di fresco, di nuovo e assolutamente moderno è merito della coltura della visione personale portata avanti a oltranza da un autore che se non cambierà la vostra vita avrà, il merito di aver gettato forse anche per un attimo una maggiore luce o magari semplicemente un colore sulle cose. <br>Nel migliore dei casi la nostra visione mondo (o una delle tante) guadagnerà almeno per qualche minuto e magari nel corso di una frase isolata, qualcosa in chiarezza. Ovvio che se così non fosse sarà solo peggio per noi.<br><br><br><br><br><br><br><br> <br><br>(Teorie - Critica &amp; recensioni)]]></description>
<author><![CDATA[Fabrizio Pittalis]]></author>
<pubDate>Sat, 24 Jul 2004 16:54:28 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Se vedi li occhi miei, di Chiara Yorke]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=16&tes=374&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> Riporto il testo del celebre sonetto di Dante.<br>Lo studio accurato dei linguisti ha fatto emergere una quantità spropositata di giochi e rimandi di simmetria tra le varie strofe, addirittura tra le parti interne di singoli versi. Si è riscontrata una complessa ossatura nella composizione, operante su una pluralità di piani: grammaticale, strutturale, semantico. <br>La stupefacente cesellatura dell&#39;opera ha indotto molti ad accostarla ad un vero e proprio monumento , legando tale poesia indissolubilmente all&#39;arte di Giotto, Arnolfo  di Cambio, Giovanni Pisano.<br>Parrebbe essere assente un&#39;eroina, eppure non manca ed è la Vertù.<br>Gli ultimi due versi della seconda quartina conservano una certa oscurità di significato.<br>Mi riservo di riportare l&#39;analisi approfondita del sonetto, ove possa risultare d&#39;interesse. Per ora lascio qui il testo, tanto per darvi un motivo per splendidamente piangere. (Leggere attentamente le avvertenze. Non somministrare senza consiglio del medico. Non somministrare al di sotto dei tre anni.)<br><br><br><br><br><br><br>Se vedi li occhi miei di pianger vaghi<br>per novella pietà che &#8216;l cor mi strugge,<br>per lei ti priego che da te non fugge,<br>Signor, che tu di tal piacere i svaghi:<br><br>con la tua dritta man, ciò è, che paghi<br>chi la giustizia uccide e poi rifugge<br>al gran tiranno del cui tosco sugge<br>ch&#8217;elli ha già sparto e vuol che l&#8217;mondo allaghi,<br><br>e messo ha di paura tanto gelo <br>nel cor de&#8217; tuo&#8217; fedei che ciascun tace;<br>ma tu, foco d&#8217;amor, lume del cielo,<br><br>questa vertù che nuda e fredda giace,<br>levala su vestita del tuo velo,<br>ché sanza lei non è in terra pace.<br><br><br> <br><br>(Risorse - Testi)]]></description>
<author><![CDATA[Chiara Yorke]]></author>
<pubDate>Wed, 21 Jul 2004 16:47:42 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[LA TRAPPOLA, di Antonio Koch]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=372&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=372&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[[200 quartine]<br><br><br><br> 1<br>questo nel sogno precedente: a chi mi diceva<br>“ahimé solo ossa di dinosauri siamo, siamo<br>solo ossa di dinosauri” gli prendevo il fiato<br>dai capelli, cercavo di farlo se era maschile<br><br>2<br>se femminile lo/la definivo senza genere,<br>ma dove poi, e che ne so, nessuno sa mai<br>niente, e concludevo inserendo nelle mie<br>frasi a casaccio la parola “frustrante”<br><br>3<br>ma poi luce fu: sbarazzate angosce e femmine<br>fisiche di specie sconosciute, benvenute invece,<br>welcome, auto-occhiate in quella paradossale<br>sguaiata indecenza che è lo specchio: ma tutti<br><br>4<br>ci sta il mare nel non-vetro sottile? ma magari&#33;<br>ma ci fosse una bella baia con tizi che pescano<br>e altri due benissimo identificati che estraggono<br>ferro e lo mischiano alla sabbia, preparano<br><br>5<br>(ad esser feriti ci entra dentro, la sabbia,<br>a voler essere gentili ci stuzzica come fossimo<br>senza capo ma con due code - noi, e lei la sbiadita<br>proprietaria di diecimila paia d’occhi azzurrissimi<br> <br>6<br>o, come dicevamo affascinati: la rena, i deserti,<br>i prismi, tutti i colori sfaccettati - guarda qua:<br>ancora adesso ci riempiamo le fauci di bei suoni<br>che ci costringono in dolcissime prigionìe)<br><br>7<br>e vanno sul caldo, i due di prima, vanno a cuocere<br>piedi, salsicce e altra carne, vanno a fare il fumo<br>nero e l’altro che pesca è lo zio, è il parente, è una<br>cosa che non c’entra nulla: la pecora nera<br><br>8<br>“autostrada”: ed ecco che tutti si spiazzano, si<br>disorientano, perdono fili, crune e aghi, addio<br>ai cammelli e alle grondaie, non parliamo poi della<br>pioggia per la quale siamo meno che inesistenti<br><br>9<br>risparmiando le parentesi cerco quindi di tacere,<br>mento cioè dico balle, dico le poche verità, divago:<br>cerco cocktails serviti in bicchieri scuri per poi<br>vederci attraverso tutti gli inizi che voglio<br><br>10<br>perché quando si ritorna (parliamo di navi,<br>s’intende) è come se si fosse stati sempre al mare,<br>tutti belli bruniti, scolorati all’inverso, senza<br>civiltà né segni sul corpo, senza mancanze<br> <br>11<br>e impreco, perché sono una persona: sbadiglio<br>e bestemmio, maledicendomi non per essere<br>andato fuori tema ma per aver sfondato il muro<br>sbagliato, quello che dietro non c’era niente<br><br>12<br>neanche nessuno che rideva, grassa consolazione;<br>davvero, consolato posso alzarmi sulle punte dei<br>piedi e trasformarmi in vasca da bagno, riempirmi<br>d’acqua minerale o latte e accogliere vittime<br><br>13<br>e le domande? chi le fa? svìrgolano come fossero<br>morti ragnetti negli acquedotti del pensiero,<br>molti ragnetti cadaveri vittime del nostro esser<br>fieri, cattivi, ingenuotti, precari: poco equilibrati<br><br><br><br><br><br>14<br>per associazione d’idee poi vengono gli<br>equilibristi, i trapezisti, tutta gente geometrica,<br>poco seria, circensi della malora che non salvano<br>nessuno, non mangiano nulla, svivacchiano<br><br>15<br>(ci fu, è chiaro, il vino, che mi riempì la testa<br>di vermi; mi fece sentire scollato e riattaccato;<br>mi fa spezzare le frasi a posteriori, ma nello<br>stesso momento posso vedere di qui a un anno<br> <br>16<br>ma non volevo dir questo, volevo dire che<br>ho gli spaghetti nel collo ancora adesso, mi<br>cola il burro sulle scapole, inciampo nelle<br>vongole e sono andato a pranzo: fine)<br><br>17<br>non la finiremmo più d’aprir parentesi,<br>di svolazzare da una mareggiata a un’altra,<br>di fare il contrario di ciò che non facciamo,<br>perché siamo, dopottuto, un’usanza anche noi<br><br>18<br>si diceva il risveglio, lo si mostrava sotto teche<br>di cristallo lui che è il diamante a valore zero,<br>lo si esibiva in pubblico con una sfacciataggine<br>pari solo a quella di chi muore per primo<br><br>19<br>e la lama sul corpo, che ignobile verità&#33;<br>che castroneria, recapitare urli in busta<br>chiusa a chi l’indirizzo ce l’ha solo nella testa,<br>cioè è colui a cui non serve alcuna spedizione<br><br>20<br>ma si è lungi dall’essere pronti, si è buoni<br>solo a vacillare, ci si diverte a cascar dalle scale,<br>dalle cascate, buttarsi a pesce in abissi<br>che sono le bocche banali di ciò che ci aspetta<br> <br>21<br>ho notato come cambio persona? come<br>gli abiti mi si intrecciano addosso? su quanti<br>capelli perdo non ci farei niente di commestibile -<br>che so una canzone, una ballata, una pubblicità<br><br>22<br>insomma perdo il filo in continuazione ma è<br>che non esiste, non c’è gomitolo, siamo nel<br>futuro, i gatti sono estinti da secoli, quasi da<br>un paio d’ore, non ho motivo di tessere niente<br><br>23<br>per il puzzle tutti i momenti sono sbagliati,<br>senonché ci offre l’occasione di usare vocaboli<br>d’un erotismo disarmante, “tassello” per esempio:<br>pare che si schiuda la fessura della fantasia<br><br>24<br>volontariamente mi ripeto, me ne sbatto,<br>scappo scappo veloce, le ali me le tolgo dalle<br>spalle che sono d’impaccio, mica sono un<br>angelo, non mangio gratis nei ristoranti<br><br>25<br>la prima morale è che uso troppo tutto e<br>rifiuto d’incolonnarmi rendendo la mia persona<br>un’immagine che è l’opposto tuo che sei donna,<br>sei una favola, sei un esplosivo guazzabuglio<br> <br>26<br>rosso, se proprio devo dire un colore, ché<br>gli altri non li vedo; rosso più degli occhi<br>dei padri di guerra; così rosso che chi guarda<br>(ci fosse qualcuno) non perde niente, anzi<br><br><br><br><br><br>27<br>non si pensi però che sto parlando a qualcuno,<br>non sto parlando con te, questo non è un<br>dialogo, non siamo su un’isola né in vacanza<br>e io posso dire solo “io”, sono una creazione<br><br>28<br>come i boschetti pallidi, te li ricordi?<br>ti ricordi i mirtilli? le arachidi? di come noi<br>(non più due, né mai successi) arrancavamo<br>fra taglietti e porcospini a cercar pazienza<br><br>29<br>è un ritorno, ecco, un posticipo; uno sbatter<br>d’ali, di ciglia o di quello che si vuole; una strage<br>di pupille, una tesi che sta a quattro gambe<br>sul vuoto; io non dimentico, ma sono il solo<br><br>30<br>così ecco, fa lo stesso, il tutto che si è perso<br>è come se l’avesse guadagnato qualcun altro;<br>a ciò non voglio risposte, né spiego nulla;<br>ostento unghie perfette come tante crocifissioni<br> <br>31<br>invece della punteggiatura proprio non posso<br>fare a meno, le virgole mi stuzzicano, i puntini<br>di sospensione li strapazzo e pretendo da loro<br>risultati, statistiche, rapporti d’altri tempi<br><br>32<br>tornare appunto vorrei - non al discorso<br>ma agli anni cinquanta in altri paesi,<br>in altre botteghe di ferramenta, con i chiodi<br>che ci appendi cose astratte, i concetti<br><br>33<br>“serve un muro” dirà qualcuno, con comodi<br>insetti da schiacciare con palette pure rosse<br>(neanche a farlo apposta&#33;), un muro bianco,<br>com’è ovvio, tutto pauroso, precisamente nitido<br><br>34<br>attenzione, sibila il corridoio; si sibila nei<br>corridoi, stanno lì per questo, sussurrano<br>sconcezze alle orecchie dei fantasmi, mormorano<br>fiumi di volgarità nel mentre che l’hotel chiude<br><br>35<br>dio, l’orrore&#33; l’ansia dei cinema&#33; gli spazi<br>collettivi neri, fumosi, chiusi, neri, angusti o<br>spaziosi, gremiti o svuotati, neri, ripieni o<br>svuotati, senza un’anima che sussulta<br> <br>36<br>risultato: non ricordare più, infatti non mi<br>ricordo; non so se devo aprire o richiudere,<br>o riaprire o chiudere; o una delle due, chissà,<br>sono trionfante, godo a non poter parlare<br><br>37<br>ma davvero niente eh&#33; niente niente, del tutto<br>senza imbottitura, senza niente dentro, senza<br>mare né montagna, senza ferie, senza occhi<br>ma con un gomito sbruffone, da far tremare<br><br>38<br>e indietro indietro, daccapo: le cataratte;<br>chi distrae sta al telefono e parla assorto<br>col cane come fosse normale, come fosse una<br>voce; tutti gli altri io compreso non spariscono<br><br>39<br>un po’ d’ordine: abbiamo detto: non parliamo<br>con te, non parliamo da soli - non parliamo,<br>insomma, ma non parliamo chi? finché il dove<br>e il quando saranno nemici ci sarà sangue<br><br><br><br><br><br>40<br>c’è qualcosa in verità che mi accomuna a cose<br>mai viste, mette in relazione la mia faccia col<br>dietro ingrandito di un quadro con la firma<br>nell’angolo, un ritratto, niente di automatico<br> <br>41<br>e c’ero rimasto, a quel punto, a un punto x<br>che da ora in poi si chiamerà “decisione” (non<br>per il significato), un qualcosa da cui continuare<br>non fosse che a parte inizi non c’è niente<br><br>42<br>o non c’è più niente o non c’è mai stato, crediamo<br>che le parole siano importanti ma è solo voce,<br>è solo un’apparenza che nasconde brutti gonfiori,<br>i teschi nell’armadio di chi non ha più fiato<br><br>43<br>finalmente infine arriviamo (si arriva) alla<br>colazione, il pane imburrato, il pane tostato,<br>la marmellata nell’ombelico (gastronomicamente<br>parlando sono peggio di un uovo fritto)<br><br>44<br>se ci si alza si fa finta d’essere ante, si scherza,<br>ci si apre con le varie aperture a soffietto, a molla,<br>a gancio, a fisarmonica, a vetri, a rotelle -<br>nascondiamo d’estate la roba per tutti gli inverni<br><br>45<br>siamo guardaroba e ci prendiamo i vestiti da<br>dentro tranne i guanti, nessuno ha le mani,<br>nessuno ha freddo, ci potrebbe essere in giro<br>una perfezione che strabilia, che addormenta<br> <br>46<br>figuriamoci i treni&#33; o sui treni&#33; a bordo, nei<br>vagoni&#33; nel vagone ristorante&#33; qui per la prima<br>volta si sente nominare la parola “morte”, che<br>non è in realtà una parola ma un rifiuto<br><br>47<br>(si badi che non è dicendo no che ci si salva -<br>non dalla morte la morte è un’invenzione, non<br>si parla più di morte - non è piegando un po’ la<br>testa che si salgono le scale)<br><br>48<br>ebbene sì, ingrasso, sono un capretto tutt’altro<br>che invisibile che con l’aria non ha nulla a che<br>fare, se potessi parlare parlerei sempre delle<br>stesse cose, se potessi respirare non lo farei<br><br>49<br>un che di positivo lo si trova nei viaggi, nelle<br>compresse, nelle salviette, nei portamonete,<br>nelle graffette, nelle carpette, nelle segretarie<br>con cinture furiose e magri orecchini, graziose<br><br>50<br>e crollo, mi sfaccio, mi sfaldo, piombo giù<br>da un ciglio che per essere metaforico ha un<br>effetto hollywoodiano, un cornicione sul<br>bàratro che al mio confronto è tutto<br> <br>51<br>ciò detto salto a pié pari tutto il resto e passo<br>alla sera, al vecchio che col bastone percuote<br>i sassi vivi, liriche pietre da avanspettacolo,<br>roba vegetale senza radice alcuna, senza me<br><br>52<br>(era una finta: ho da ripassare, ho da studiare;<br>il soffitto mi casca addosso, mi maciulla, mi<br>sterilizza, mi disinfetta; divento rettangolare e<br>sottile sottile, con gli angoli come una pagina)<br><br><br><br><br><br>53<br>c’è solo l’intervallo, ciò che sembra interrotto<br>è quello che gli altri non dicono, fra sé e sé<br>il croupier mischia carte e consapevolezze,<br>nessuno scopre nulla anche se lo scoprono<br><br>54<br>ma esistesse, la serata adatta&#33; siamo a cento<br>contro una, cento perdite di tempo e una<br>vincita persa, una strage di jolly come persone,<br>un “pochi ma buoni” che stringe stupidaggini<br><br>55<br>e tutto ciò è fatto per riempire il tempo,<br>versarci dentro miscugli in forma di<br>sottigliezze, usarlo come contenitore che<br>non rompi, tutti fanno economia<br> <br>56<br>eccola qua, la divisione del capitolo:<br>l’insonnia di qualche ora notturna, manciate<br>di definizioni, cose ferme, ottuse (ma mica<br>morte&#33;), incolonnnate: l’ho già detto?<br><br>57<br>le ossa sicuramente no; spiazzano, le ossa,<br>collaborano facendo finta di, si piegano e<br>si spezzano, s’inalberano: questo l’ho già<br>detto, sicuro come loro, come i materiali<br><br>58<br>cambio carattere, mi rifornisco altrove di<br>maciullamenti e smargiassate varie, faccio<br>spese e rasature, mi trasferisco armi e<br>bagagli sulla punta della famosa collina di<br><br>59<br>e persino io, io in persona, proprio io che<br>dico e dico sono il primo a dimenticare che<br>non si può più svoltare, l’attività del cambiare<br>direzione mettendo o no la freccia, l’asta<br><br>60<br>tutti non capiscono nulla che è sempre lo<br>stesso bidone, recipiente a visuale zero,<br>che ci contiene e contiene fluidi<br>smaterializzati, cioè essenze d’anime perse<br> <br>61<br>la canzone, e la canzone? note d’altri,<br>altri tempi del pensiero, spensierati disertori<br>in forma di bicchieri traditi, trasportatori<br>di qualunquismi altrui, esseri indifferenti<br><br>62<br>gli indifferenti, l’indifferenza, la differenza<br>che passa volgarmente a scheggia, il sopra<br>e il sotto di tutte le cose che sbalinati<br>patteggiano (si può dire?), fanno pari e patta<br><br>63<br>perché a parte svuotare taniche di benzina<br>spargendo odio nero su svariati tipi d’asfalto<br>e appicciare strizzatine al ritmo impazzito di<br>ninne nanne caraibiche non c’è molto da fare<br><br>64<br>qua, dove i treni partono puntuali, la terra di<br>nessuno del sangue sparso, ancora le ossa<br>di cui parlavano, cantavano i seguaci del piffero,<br>gli adoratori delle candele spente, fulminate<br><br>65<br>PERDERE è la parola d’ordine, parola d’ordine:<br>PERDERE; in tal modo si creano le premesse<br>per tutti i modi, ci si prepara all’arringa e alle<br>doppie, agli accostamenti di vocali: “ciao”<br> <br><br><br><br><br>66<br>chi è che chiede cosa? io, naturalmente, sempre<br>io, il solo munito di bocca, il deficiente impalato<br>cronologicamente sbagliatissimo - ma tant’è, il<br>tempo è passato e con il tempo l’appetito<br><br>67<br>il che è l’ennesima bugia: crepo di fame, chiedo<br>a tutti d’installarmi un imbuto nel fegato, nello<br>stomaco le viscere, a chi è che ascolta glielo<br>faccio capire che quello che non sente è tutto<br><br>68<br>è finito tutto ciò che è finto o è finto tutto ciò<br>che è finito? perché distinguere tra acidissimo<br>e poco dolce è fondamentale, di un’importanza<br>orribile a vedersi, una tragedia panoramica<br><br>69<br>una storia, una cosa di proporzioni sessuali,<br>fattori e coefficienti di abilità, introduzioni titaniche,<br>fraintendimenti che affondano in ogni dove,<br>in ogni che di molliccio (di ciò sono quasi sicurissimo)<br><br>70<br>ma in poesia sta male, non si usa, non si sopporta;<br>si fa soffrire il pensiero, è maleducazione, è<br>proprio non voler capire, essere ostinati, duri<br>di testa, ci si rende scartabili e ben poco predisposti<br> <br>71<br>a raffigurare verità difficoltose; meglio cambiare<br>bandiera e origine, meglio farsi essenziali, crudi,<br>necessari come una diffusione di cose private,<br>come una cosa che si riflette, qualsiasi cosa<br><br>72<br>troppo tardi per riprendere il discorso, parleremo<br>domani d’amore e vita morte e miracoli, di<br>somiglianze e attrezzi meccanici, affari a motore,<br>giunture e porcospini e precipizi, automatismi<br><br>73<br>anzi burroni automatici, cadute a pompa,<br>disgustose ripetizioni tipo “drugstore” e va beh,<br>amen, c’ha beccato la religione c’ha fatto<br>venire la voglia, c’ha riempito tutti di fregola<br><br>74<br>c’ha fregato la religione come guardie e ladri,<br>non ha fatto la conta e c’ha fregato, siamo i<br>coltelli che tengono per il manico gli specchi<br>sbagliati, e c’è un bel da imprecare<br><br>75<br>bestemmiando s’impara, sbagliando si sfugge;<br>e chi supervisiona controlla gli evasi già morti,<br>chi non ha un tantinello d’intelligenza, i collari<br>dell’invisibilità si rivelano tristemente inutili<br> <br>76<br>(ma è l’ora: il corpo sale, aumenta l’estate, vibra<br>il metallo di tutto, ogni parte freme e frulla, tutte<br>le cose femminili sono femmine, sono accoppiate,<br>chiunque ha troppo da fare, troppo da dubitare)<br><br>77<br>rammento, mi ricordo, distinguo: era una mattina<br>placida, era un continuo, era era e i verbi saltano<br>da soli, sono vivi, ammettono di non servire a nulla<br>e soddisfano ogni nostra infantile depravazione<br><br>78<br>poi non so mai se metterle o no, se distinguerle, se<br>ripeterle, se allettarle, se prendere soddisfazione o<br>carte in tavola mollare tutto, titillarle, abusare della<br>loro versatile semplicità: le virgolette: “esempio”<br><br><br><br><br><br>79<br>come anche i “basta”, i tempi giusti, le riconoscenze,<br>l’essere grati di riconoscere qualunque cosa che<br>al momento giusto si disfa, o disfiamo noi prima<br>di spersonalizzarci, d’essere qualcosa di vero<br><br>80<br>le risate&#33; era ora&#33; anche se non si sa da che<br>parte voltarsi c’è sempre un richiamo che non è<br>l’ultimo, una dolcezza da dedicare a chi estraneo<br>lo è e lo diventerà, sempre la stessa personcina<br> <br>81<br>come cambia&#33; come si diverte&#33; arrivano avvertimenti<br>ciechi, bislacchi in un modo lussuoso, brillanti,<br>lucidi di sostanze proibite; sbruffoncelli indivisibili<br>da piccole speranze già pagate, tutto a posto<br><br>82<br>a proposito - è ora di chiedere il conto e questo<br>è un sorpasso bello e buono, addirittura registrato,<br>messo agli atti, archiviato e chi più ne ha più si<br>distragga, si faccia avanti l’ultimo scampato<br><br>83<br>(ci sono parole che non si possono usare,<br>proprietà di nessuno, tracce da non seguire,<br>chilometri che diventano cose vive, misure<br>rantolanti; chi ansima non muore mai)<br><br>84<br>(le malattie sono infantili, tutt’altro che dannose;<br>servono all’estinzione, allo smistamento;<br>producono parentesi tonde quadre e graffe;<br>sono matematici conforti per chi la paura la vuole)<br><br>85<br>insaporiti così, così insaporiti, veleggiamo verso<br>aperte gastronomie, sicuri nel vento in poppa,<br>abili a costruire rassicuranti problematiche per<br>evitare i dirottamenti, le rotture di scatole<br> <br>86<br>i piatti da lavare, precisi surrogati della perfezione;<br>sì perché non c’è nessuno che protesta, che<br>evita volutamente le cattiverie, i diverbi, gli<br>smottamenti; sappiamo preferire chi ci uccide<br><br>87<br>com’era quel vecchio adagio? era la persona<br>da dimenticare, il palazzo che ospita chissà chi;<br>infatti ho scordato tutto, ho dimenticato chi<br>mi ha teso, chi mi ha tutto elasticizzato, chi è<br><br>88<br>il guidatore che spezzetta abitudini da un<br>autogrill a un altro, la donna insolita: questi i<br>personaggi di un gioco mortale ch’è una<br>menzogna, una cosa nata bugiarda<br><br>89<br>un che di cibo da prendere, carne calda, pane<br>onomatopeico per i tuoi denti da proprietario,<br>l’eterno sbocconcellare dell’animale da salotto,<br>il chi che attende in eterno, che sottintende<br><br>90<br>non si capisce dove stia il divertimento o il senso,<br>ma il bello è questo: dubitare d’esser sani, le<br>false credenze, tutte le convinzioni, i miti, i riti,<br>le sette, l’ora di cena, tutti i pasti<br> <br>91<br>tutto è bello ed è questo: fine (ripetersi è ovvio,<br>quasi fisico); evitare le lame è un’attività che<br>solo apparentemente è scollegata e isolante,<br>sembra femminile invece è un principio<br><br><br><br><br><br>92<br>il bello il bello, il bello è questo, è questo il bello:<br>trovare giustificazioni a cose che non si<br>ricordano compresa questa, snocciolare<br>ematomi uno via l’altro, ferirsi e ricominciare<br><br>93<br>(diranno poi “vèstiti&#33;”, “calunnia&#33;”, “questo e<br>quest’altro&#33;”, “eccetera” eccetera, questo e<br>quest’altro e così via - ma nessuno si divertirà<br>o forse solo io, solo chi è già morto pensa)<br><br>94<br>e insomma in una notte impervia scintilleranno<br>rocce sotto i piedi dei bagnati, tre di tutto,<br>bruceranno lampi d’eternità cascando su alberi<br>pensanti, incredibili vittime di altre incredulità<br><br>95<br>chi lo dice? chi lo sa, chi sa, chissà, chissà<br>chi lo sa o chi sa di esserlo, o di non sapere;<br>tuttavia il tempo passa per tutti ma poi delle<br>differenze non ne vuol sapere, sta muto<br> <br>96<br>sta divelto al massimo del menefreghismo e<br>succhia giornate al sapore di cannella (diranno<br>“no&#33;”) col ciuffo in testa e fra le gambe un solo<br>nuovo neologismo, due iniziali: T.R.<br><br>97<br>ecco, m’è sfuggito e mi sono sfuggite le<br>parentesi&#33; mi sono cascate le mani&#33; ho la<br>comprensione che mi cola dalle palpebre, ai<br>piedi i macelli gli schifi dei momenti intensi<br><br>98<br>(torture bancarie che sono mancanze di cervello,<br>inquinamenti economici, fantasticherie splatter<br>adatte a un pubblico ingenuo, abituato all’esile,<br>rigido come una molla scolpita, messa in mostra)<br><br>99<br>il plurale maiestatis che avevo già usato è tutt’altra<br>questione: è volgarità che sfocia nell’altra anima,<br>corredo vezzoso come i baffetti, i cappelli a cilindro,<br>il voler fare di tutta l’erba un niente<br><br>100<br>ch’è poi la verità sacrosanta perché esiste una sola<br>cosa: la vegetazione; fiori e polline spadroneggiano<br>(e anche qui…) mentre insetti disillusi attendono<br>invano ciò che li trasformerà in simboli, in praticità<br> <br>101<br>(in pratica si passano vite e vite a far andar d’accordo<br>cavatappi e colli di bottiglia, a storcer la bocca<br>assaggiando lumache e calabroni, a pensar male<br>di questo e quello, a rovesciare il dritto, a mancare)<br><br>102<br>(ah, la divagazione pornografica impone cambiamenti<br>di registro, schiavizzarla la monotonia farla diventare<br>secca secca e che produca ribrezzo in chi gli occhi<br>li usa solo per vedere ogni cosa, se li limita)<br><br>103<br>le spiagge d’altronde sono tutte uguali, non ce<br>n’è una che sia l’ultima, nel ricordo sono cose sacre<br>e anche se ci portavano sensazioni carnali,<br>feelings, nessuno ce lo dice, ce lo nascondono<br><br>104<br>ci stava la mora il lettino (nel senso che c’era), l’età<br>dello smarrimento, l’era del poi e delle lettere<br>minuscole, degli a capo, dei palmi delle mani<br>espressivi, colpevoli uccellacci rosa, cornacchie<br><br><br><br><br><br>105<br>gli ascensori decontestualizzati, le ansie di sognar<br>dromedari (ho detto bene: dromedari), quel<br>compiacersi di veder pieno il vuoto, quell’ignoranza<br>così succhiata via come fuoco da tutti i bicchieri<br> <br>106<br>(pochi); il parentado costellava salotti bollenti dal<br>quinto piano in su, o anche il terzo e il quarto, e<br>chi aveva gatti li vedeva cadere in strada, tornare<br>sciancati a far l’imitazione dei leoncini<br><br>107<br>e insegne a miriadi, a sciami: AL CAVALLINO<br>BIANCO, LOCANDA NOTTE (bugia), OSTERIA<br>DEL SOLDO BUCATO, PENSIONE LUCE: chi<br>ha scritto tutto ciò non ha testimoni, è vivo<br><br>108<br>tutti possedevano molte vernici, spruzzatori,<br>bombolette, carismatiche pennellesse (dio che<br>fascino, che storia&#33;) e associazioni di idee<br>tutt’altro che pericolose: linde, trasparenti<br><br>109<br>si sporcavano panni e muri li si disegnava,<br>si riproduceva la realtà di chi non possiede una<br>lavatrice un elettrodomestico: i più svegli<br>anelavano a qualcuno che gli lavasse le finestre<br><br>110<br>cercavano un operaio balbuziente: i difetti di<br>pronuncia rendevano tutti più squillanti, incapaci<br>di provare vergogna liberi tutti dalla sofferenza<br>di espellere parole e parole come sputi solidi<br> <br>111<br>li si cercava al di là di nessun muro trovandoli<br>non scoppiati ma sfilacciati come dire,<br>comodamente ridotti in romantici tocchetti<br>da condirci serate già finite, da farci ispezioni<br><br>112<br>e ricordi amore mio la musica, le canzoni? lì noi<br>eravamo sassi canterini - anzi no, eravamo tutto<br>l’opposto, cose molli tutti avvoltolati l’uno nell’altra<br>o tu in me, viscidi d’unto, senza nessuno che<br><br>113<br>ma te le ricordi le note, le chitarre? adesso sì, lo<br>dico, sto parlando con te, proprio a te, come<br>quando l’ultima volta si discorreva di padelle, di<br>aceti balsamici e su come sconfiggere chissà che<br><br>114<br>te le ricordi le arie amore mio, rammenti i fiati,<br>i bussolotti? fantastica ad aprir parentesi non lo<br>sei mai stata e io ora t’assomiglio e mi viene tanto<br>da ridere, mi viene da piegarmi a portafoglio, curvare<br><br>115<br>ti ricordi del futuro, di quando dicevo “farò finta” e<br>lo facevo e tu pure, e adesso no? e ti ricordi di me<br>adesso? tu amore mio sei una chiusura, una cerniera,<br>un qualcosa di banalissimo che gli altri non hanno<br> <br>116<br>ma ti ricordi delle facezie, dei gironi, delle rane, dei<br>topi eccetera, degli sconti dei supermercati? so che<br>sai tutto ma ti mancano le mani che sono essenziali<br>(non è vero, ma a volte servono solo quelle)<br><br>117<br>mi hai appena interrotto - ma che sei, un’opera<br>d’arte? un astro? fai confusione, fai squillare tutti<br>i telefoni, sintonizzi male ogni tipo di radio: mi fai<br>sfracellare in generale, mi fai sembrare un’arma<br><br><br><br><br><br>118<br>ti ripeterò tutto questo e l’ho già fatto, ho scambiato<br>e basta; ho creato per te intervalli nel passato/futuro,<br>li ho schiacciati tutti quegli animaletti, ti ho spostata<br>da qui a nessun posto, ma c’eri già<br><br>119<br>e sempre e mai sono due parole che dovresti sempre<br>ricordare di non usare mai, dovresti demolire ogni<br>risolino, tutte le risatine, gli scherzetti, le cosucce; le<br>carinerie che contraddistinguono chi non vuole nulla<br><br>120<br>(aspiro io alla vetta, alla camminata finale; smetto<br>di chiedere chi è, a mia volta scampanello mascherando<br>implorazioni, le faccio sembrare dondolii, aspettative,<br>esigenze; dico ciò che succede non com’è<br> <br>121<br>ma come non sarà mai - in ultima analisi sono il<br>peggio bugiardo così, il sommo maestro di sto cazzo;<br>mi si perdona tutto in quanto non credo di essere<br>niente, a mia volta ripiego convenzioni come salviette<br><br>122<br>e odio la canapa la detesto, me la mangio per<br>colazione tra un paio d’anni; rivolgo a ciò che è<br>trapassato sguardi che sono somme d’errori di<br>calcolo, scivoloni inconvenienti matematici)<br><br>123<br>adesso però ti prego, rifilami ti prego una stilettata<br>al centro del cuore, fammi sanguinare dalle orecchie<br>prima che le torture finiscano, il piacere carnoso<br>di chi passa interi minuti a inventarsi dolore<br><br>124<br>dolorante attendo godereccio che si rendano conto<br>d’esser solo dolorini, puerili acciacchi che alacremente<br>condizionano esistenze e passioncelle distratte,<br>furbate che sfuggono dalle dita, si appuntiscono da sole<br><br>125<br>ma dimmi, dimmi dimmi: voli? saltelli? impallidisci?<br>sei mai stata in ferie? lo so lo so, so di essere l’unico<br>testimone dei tuoi capelli che cadono, mi cascano<br>davanti facendoti sembrare ancora più sottile<br> <br>126<br>cascano ognuno come un siparietto senza flash<br>o nessuno che si scompone, ciascuno la fine di<br>quello precedente, il rimorso, l’ambiguità che ridicolizza<br>se stessa, si prende in giro, ti fa piccola piccola<br><br>127<br>oh dico a te, al tuo occhio sinistro: fremi&#33; non<br>fermarti, non fermare niente; sei un’ellisse piena<br>di tutti i sensi, un paradosso biologico, un prodigio<br>della natura che si sfalda in strati molto erotici<br><br>128<br>assottìgliati (come prima) dimodoché possa pensare<br>di provare a credere di cercare di tentare di allungarti<br>le mani, le tue, ricalcarle a pennarello sul parabrezza<br>della mia prossima macchina (il veicolo nero)<br><br>129<br>su cui scorrevano i titoli di coda, le code le file di<br>simbolici scaricatori di porto, simpatici poco di buono<br>dalla mente gravida di scintillii, tu che sei tutta<br>esteriore, sei gravitazionale<br><br>130<br>e tutto sommato m’incolli bene i cerotti alla mano,<br>poni rimedi ad altre cure (decotti, tisane, atti<br>vandalici); solo le infezioni che hai fatto crescere tu<br>sono loro che risanano i difetti monetari del fisico<br> <br><br><br><br><br>131<br>mai mi griderai di piantarla: da morta saresti troppo<br>educata; e finché in te vivranno unite congiunzioni<br>e stelle non potrai distinguere fra differenze simili,<br>fra kiwi al sapore di mela e dolci al gusto di banana<br><br>132<br>perché è l’estro il chiavistello che t’impedisce di<br>accedere al tempio dell’enologia, questa incosciente<br>assenza di realtà sonora, questo silenzio che<br>disturba tutti, l’impossibilità di assaggiare alcunché<br><br>133<br>(ne avrei dovute aprire all’infinito, di parentesi; lasciarle<br>aperte con gli spifferi del dubbio a insinuarsi ovunque,<br>per giù e su e le scale, gli androni della casa perduta<br>e la vincita all’asta, i dobloni di chi possiede ciò)<br><br>134<br>cambia lato, cambia disco metti i muretti col sole,<br>la spruzzata di aria di mare; racchiudi nelle coppe<br>delle mani i preistorici trofei di quando non sapevi<br>nulla, potevi solo vincere perché non aveva senso<br><br>135<br>le medaglie i riconoscimenti; gli sminuzzati premi<br>nobel che la paletta dell’oblìo raccoglie con sussiego,<br>superba; gli oscar le statuette di gesso che a quantità<br>di polvere stanno bene, stanno inviolate<br> <br>136<br>e non rompere le palle&#33; sei sempre lucidissima fai<br>impressione, fai riverbero; sminuisci quello che non<br>hai prima che le sensazioni che hai provato quindici<br>giorni fa ti scuotano tutta, in particolare il collo<br><br>137<br>(resto sempre qua con tutto un ambaradàn di<br>disagi, di proprietà private cose non mie, ché indietro<br>non si torna è difficile per non parlar dell’avanti, c’è<br>solo qualche vana direzione, un po’ di bivi<br><br>138<br>l’altra, la precedente, è invece priva di discorsi diretti<br>innocente tal quale a una lacrima di coccodrillo,<br>terrorizzata dalle molecole dalla fisica degli oggetti;<br>le particelle sono loro che la disgregano, lei<br><br>139<br>la neutralizzano ci fanno teoremi assiomi geometrie,<br>di conseguenza prolungano le mie assenze, danno<br>forma a ciò che mi sfugge al che mi fanno invidioso<br>senza soldi, a cercar di raggiungere un’impossibilità)<br><br>140<br>come da copione, perdo: da qui tutta la serie di<br>vanterie di ignoranti sconosciuti, estranei di testa,<br>spacconi con niente in mano che mi vengono a<br>predicare le lettere dell’alfabeto, i numeri osceni<br> <br>141<br>spero che tu l’abbia notato (tu quella di prima), spero<br>che hai notato l’osservanza scrupolosa dei miei ruoli,<br>le mie sceneggiature campate per aria dense di noccioli<br>di pesche e pere o nocciole artistiche, capolavori secchi<br><br>142<br>ché la via maestra è smarrita, diventiamo aulici, arcaici,<br>antichi, antidiluviani - facciamo parte di ogni esercito alla<br>mercé della salvezza, combattiamo come se invece dei<br>fucili avessimo in mano negazioni, spiegazioni del cavolo<br><br>143<br>infatti non si esplica uno straccio di niente, non è il<br>castello di carte che va giù ma il refolo stesso, l’alito<br>di una vita scritta autobiografica solo nel titolo, negli<br>sprazzi di menzogna che tutti perdiamo per strada<br><br><br><br><br><br>144<br>si fanno tutti gli altri portavoce di inutili memorie che<br>da un arco all’altro lasciano bave come mostriciattoli,<br>gli omini verdi le nostre riflessioni, si rendono falsi da soli<br>quindi più che veri, splendenti di reali possibilità<br><br>145<br>ma tranquille entrambe: non paragono niente non ho<br>amanti né architetture, niente più che qualche taglietto<br>poco profondo; sono lontanissimo dalle stanze che certi<br>ammiragli frequentano in cerca di interrogatori, bufale<br> <br>146<br>scempiaggini che sono verdure saporite; domandano a<br>ripetizione quand’è che è pronto il mangiare, quanto si<br>paga, dov’è che si va e con chi ma soprattutto quando,<br>senza l’unica vera risposta a tutto che è un bianco perché<br><br>147<br>una domandina inamidata, sciacquata perbene e linda linda,<br>quasi un nome proprio, un lume; indifferente a schiaccianoci<br>e schizzi di sangue, periferie bidimensionalità cittadine (chi<br>vuol intendere dorma, gli altri chiedano più a fondo)<br><br>148<br>e d’altro, di me che ti parlo, io non so o non posso, non voglio<br>mai la stessa cosa: capire i verbi; così sommo metafore le<br>pongo verticali l’una sull’altra e sto a vedere chi distrugge<br>per primo, chi s’allontana di più dalla verità; sono solo salotti<br><br>149<br>esistono davvero solo salotti solo rivestimenti per divani,<br>non c’è cucina non c’è spazio; io stesso faccio faccio ma mi<br>rendo conto di non essere stato comprato - magari fossi<br>un letto, un mobile qualsiasi, un sogno da arredatore<br><br>150<br>che tutti poi sono sprecati i mobili e chi li compra, chi si arreda<br>l’intestino il dentro non visto per far combaciare giustizia<br>e costanza, vita insomma, chi non s’arrende a capirla bene<br>questa enorme stanza da bagno, questa grossa manifestazione<br> <br>151<br>lo so che vuoi che ritorni lo so cosa vuoi, mi esci rimpicciolita<br>da ogni buco trovi tutto tu, anche le banconote per terra;<br>sei tu stessa una piscina ma è troppo facile, t’aspetti ora<br>che parlo di tuffi di cloro non sai che niente è fatto apposta<br><br>152<br>neanche ciò: questo non mi garba ma sono rassegnato,<br>non faccio il difficile anche se preferisco sputare che<br>digerire; lascio in sospeso quello che ha importanza per<br>dare apparenza a pacchetti di convenzioni, nascite inutili<br><br>153<br>(guardate a proposito come il singolo s’allunga, perde<br>consistenza acquista una più nuova e orripilante<br>consapevolezza, non va a capo non si spezza, non è<br>provvisto di voce né lamenta dolori alla testa, non ha)<br><br>154<br>così spersi nella notte stiamo tutti su una barca diversa,<br>rematori della malora, scapigliati marinai sotto le coperte<br>provvisoriamente ubriachi o privi d’una coscienza talmente<br>tumefatta da non provvedere neanche ai ritrovamenti delle<br><br>155<br>che l’archeologia ha come tutto un suo perché, certi suoi<br>bizzarri paradossi non sono altro che braccia conserte,<br>tumide labbra sotto baffoni di chi scava per inerzia, non<br>fa altro che toccare fondi scovare resti di avanzi<br> <br>156<br>paccottiglia buona per essere dimenticata, lasciata lì<br>nell’ignoranza per tutti i secoli dei secoli amen, chiuso,<br>finito; le vanghe le pialle, le mani nude che scorticano<br>smemoratezze potenti in quanto vane, scoraggianti<br><br><br><br><br><br>157<br>bigiotteria con tutti i valori del mondo con gli occhi di<br>chi la guarda fa tutto un mix un polpettone immangiabile<br>troppo condito; vien voglia di dolciumi e macchie<br>indelebili sui tessuti e aloni simpatici, furbacchioni<br><br>158<br>il divertimento è frullar tutto insieme: aggiungerci latte<br>e un po’ di imbarazzi di scherni, tre stelle alpine e voilà<br>il gioco è fatto, fatta la frittata pronta la ricettina, la<br>squisita prelibatezza che analizza le trachee, le spiana<br><br>159<br>e poi si può andare in montagna anche essendo partiti<br>dal mare, da un lido a scelta cioè a caso, da una baia<br>un golfo del corpo, un’insenatura privata sessuale (non<br>mi riferisco a niente, parlo per dar aria alle caviglie)<br><br>160<br>ma non sei al pronto soccorso sei lontanissima adesso,<br>mi ricevi? ti ricordi io che ricomincio? come questo<br>stesso momento voglio vederti piegare il cranio<br>flettere la nuca gli arti, tutte le membra a rispondere<br> <br>161<br>sei al porto, sulla nave? viaggiatrice per vocazione e<br>invisibile per obbligo per incoscienza, per distrazione;<br>sempre attenta a non vedere ciò che manca e a credere<br>che chi sta ascoltando sei tu che devi fare qualcosa<br><br>162<br>sei sul ponte magari, sulla costa? sei salita? come<br>ancora ricordando quando t’aspettavo correndo sul<br>posto facendo saltelli a piedi uniti, a pié pari, senza<br>mani; quando la tua voce m’arrivava precisa, asciutta<br><br>163<br>sei magari parlante? sprechi? era la tua parlata<br>invertita, unta come l’olio ma né liscia né appetibile,<br>non un’unghia sulla lavagna ma una lima per unghie<br>sul gesso che si frantumava, si sbriciolava in brandelli<br><br>164<br>sei ancora una coda? ancora non fai parte di niente?<br>o ce l’hai la fila dietro, la srotoli? tentasti di farmi<br>dire cose in altre lingue ma dietro settantadue veli<br>riuscisti solo ad amarmi in italiano, cioè come l’odio<br><br>165<br>ahimè adesso l’acqua bolle di nuovo, evaporiamo<br>tutti come tante brutte bollicine senza alcun ritegno<br>senza ordine informazione; nessuno ci butta da<br>nessuna parte non ci possono afferrare; vivono<br> <br>166<br>era il film che guardavo poi da solo pensando al vivo<br>tremolio dei passanti esterni, non osservando ma<br>cianciando di citofoni e davanzali coi gerani e le<br>gerbere, le campanule, i fiordalisi, le cicorie i sogni<br><br>167<br>con anche la canzone abbinata, te la ricordi? ma ti<br>ricordi il quando, le preposizioni, il clima? l’ansia<br>te la ricordi? almeno potresti fare la carina adesso,<br>toglierti i vestiti che traspaiono sotto la pelle<br><br>168<br>farti operare ridere, annuire almeno quando ti rivolgi<br>la parola, quando scalzi frasi da non so dove, inventi<br>e te le appiccichi alla fronte; che c’ho scritto io lì,<br>“giocondo”? niente da fare non ci sono più spazzini<br><br>169<br>non c’è più pulizia non c’è più autorità, tutto è di<br>nuovo lontanissimo confortevole finalmente, era ora,<br>era tempo che si ripensasse ad altre vegetazioni,<br>schiume di onde rivoluzionarie che infrangono età<br><br><br><br><br><br>170<br>e mentre la mente ti si sintonizza su torri ciclopiche<br>che franano in polvere si disintegrano non trovi di<br>meglio da fare che arricciarti i capelli metterti le<br>mani addosso, ancora toglierti via il modo d’essere<br> <br>171<br>le torri di Marte di vecchie civiltà tutte sciocchezze,<br>l’hai sempre detestata la fantascienza; davanti a un<br>simile sfacelo ti gonfi uno sbadiglio dopo l’altro, fai<br>le bolle con l’aria, resti lì e aspetti di piangere sola<br><br>172<br>(siamo prossimi eh, resisti, convèrtiti, aziona se ce<br>l’hai il tuo ultimo interruttore fallo scattare; diamo<br>il via a questa cosa finale che deve sfuggirci, ridiamo<br>mascherati per non dire “così è scritto, così sia”)<br><br>173<br>ma tu guarda ma che belle telefonate che belle<br>conversazioni, la stanchezza che come un’arpa uno<br>strumento effeminato costruisce armonie d’una<br>delicatezza urticante, sfrigola sul dorso delle mani<br><br>174<br>fa un altro genere di schiumetta una roba rosa; i<br>colori certo sono importanti sono tutti triangolini<br>cobalto che schizzano nei cieli nei laghetti nei<br>meandri, non si catturano neanche per scherzo<br><br>175<br>manco per idea nemmeno per sogno insomma: certo<br>che li puoi afferrare li puoi fare tuoi, li puoi fare<br>incubi ancora più spaventati; puoi vestirti d’indaco<br>e assumere pose oscene a cavallo dell’arcobaleno<br> <br>176<br>facendomi ridere facendo sì che io non ci sia mai;<br>così tornerei a ingrassare al pascolo a pasticciare,<br>passami quella salsina l’intruglio il mischione, dammi<br>qua fai veloce allungami quell’anatra colpevole, lei<br><br>177<br>ha perso come te di nuovo la visuale ma vedere<br>davvero tu non hai mai visto, non potresti essere<br>cieca: troppo scontato star senza occhi, le tue<br>pupille sono due sottili regine che bevono latte denso<br><br>178<br>per questo sei così attratta dai troni, gli scettri delle<br>altrui prese in giro, le incoronazioni a teatro vuoto, le<br>ambasce, le regali minacce, le feste in maschera e tu<br>ti esalti corri avanti a balzelli, a gai passettini<br><br>179<br>fai sgocciolare tutti i rubinetti e inevitabilmente al<br>termine della notte e di tutti i viaggi un’ombra ti scende<br>sugli avambracci, ti oscuri ti drappeggi t’immalinconisci,<br>provi tutta questa smania di strappare, lacerarti<br><br>180<br>non chiami mai all’estero e sfidi tutto restando sola;<br>ti arrotoli nastrini attorno a tutte le dita poi con la<br>punta della lingua li fai diventare lucidi lucidi,<br>smerigliati, lo fai guizzare il pesciolino lo glorifichi<br> <br>181<br>come dire slabbri l’impazienza, la fai contornata di<br>bordini umidicci, la sfrutti la getti nel pattume, la fai<br>marcire ci metti sopra nugoli di moscerini e la porti<br>al pascolo rovinata e mezza morta; te ne vanti<br><br>182<br>non duri a lungo sei già finita; la cosa più vera di te<br>è stata quello che hai fatto, le affermazioni che ti<br>sono sfuggite come realtà indipendenti come niente<br>di inventato; hai eretto muri dal nulla hai fatto ostacoli<br><br><br><br><br><br>183<br>e c’hai spinto uno in mezzo un uomo a far la gara a<br>disperarsi per vincere la corsa campestre che serpeggia<br>per vialetti e interiora, il tutto circondato da queste<br>chiome frondose colorate con gli stessi pennarelli tuoi<br><br>184<br>te che sei esperta in ritratti poco somiglianti ma per i<br>paesaggi niente da fare ti sono proibiti (landscape),<br>li fai uguali li fotografi per dimenticarli meglio (views);<br>dimentichi di mettere le mani di premere il pulsante<br><br>185<br>(sei comunque cresciuta che diamine ti ricordo<br>assolutamente uguale ad ora, ovunque siamo; mica<br>hai mangiato carta stampata, non avrai mica buttato<br>via dei soldi per quattro fototessere bianche?<br> <br>186<br>chissà se mi rispondi, chissà se sono passati dei giorni;<br>forse due, chissà se m’hanno scritto se qualcuno mi ha<br>trasferito sulla carta dandomi un po’ di vita supplementare,<br>un alito di qualcosa anche solo un raschino della gola)<br><br>187<br>mancano oltre a tutto il resto pure le caramelle, i dolcetti,<br>i lecca-lecca le raffinerie di petrolio, ciò che i denti li illumina<br>li abbraccia a tradimento, questo manca e se ne sente<br>vagamente il profumo l’odore la puzza; aleggia discreto<br><br>188<br>niente da fare i nomi degli autori eh, non ricordi nulla l’ho<br>capito, amen pazienza, lascia che ti misuri le falangi della<br>mano sinistra o se vuoi la destra lasciami fare lascia che<br>continui, è la tua ultima occasione per ascoltare bugie<br><br>189<br>ma così andando di nuovo sopra andando dall’altra<br>parte m’accorgo di quanto l’ho rotto lo specchio di quanti<br>danni ho realmente fatto con la coscienza ammorbidita,<br>m’accorgo che non mi sfuggì all’epoca nessuna lotta<br><br>190<br>neanche una guerra una battaglia un insignificante vano<br>scontro a fuoco una piccola baruffa ho combattuto tutto<br>davvero, non credevo non pensavo niente sapevo ogni<br>cosa, anche come ricaricare un immaginario fucile<br> <br>191<br>bei tempi quelli&#33; si stava appollaiati su tomi polverosi, si<br>giaceva su una quantità di metallo fumando tabacco<br>straniero e bevendo whisky, e ogni tanto qualcuno si<br>faceva diafano fino a scomparire, era tempo di brindare<br><br>192<br>gran bei tempi quelli&#33; ricordo i nomi di tutti anche quelli<br>che dimenticavo c’ho la testa piena di liste di elenchi,<br>s’era sempre tutti lì ogni tanto uno di meno ogni tanto<br>s’aggiungeva un vetturino, uno alto smilzo poco vestito<br><br>193<br>gran bella vita allora&#33; tu sei fuori non ti chiedo niente,<br>non c’eri non c’eravamo non c’era nessuno siamo solo<br>arrivati fin qui come smemorati gonfi di anestetico, tipi<br>loschi a seguirci da presso coi cappelli buffi, poche dita<br><br>194<br>lunghe le dita appendici vivissime autonome; ne eravamo<br>terrorizzati ricordi? ci facevamo sconnessi prima di dormire<br>e cercavamo scampo negli errori di sbaglio, nelle false<br>espressioni nei calcoli fatti coi piedi; ci negavamo tutto<br><br>195<br>(oltre, oltre davvero ma oltre siamo adesso, adesso che<br>ci penso: chissà che fine abbiamo fatto me lo domando<br>spesso chissà a quanto procediamo quanto manca<br>ancora m’interrogo spesso mi calunnio da solo)<br> <br><br><br><br><br>196<br>queste sono solo le aggiunte alle mie impossibilità, la<br>mia scarsa coordinazione, la mancanza d’attenzione quando<br>si guardano i combattenti, il duello con le spade il lungo<br>viaggio per arrivare alla ferita mai mortale, buffa<br><br>197<br>questo è l’epilogo dei sassi l’apice il culmine dell’attività<br>preistorica del mangiar scarti, cacciare selvaggina gettarsi<br>all’inseguimento di interruzioni; disgraziatamente infatti<br>s’inciampa sempre non si fa che cadere e buttar via serenità<br><br>198<br>tutto ciò è quello che le scritte non dicono, dico le scritte<br>sui muri le oscenità; la barbarie s’addormenta dietro l’angolo<br>aspettando prede che non arrivano mentre l’altro armato<br>di mazza plastificata ci aspetta tutti a quale varco non si sa<br><br>199<br>tacere è il vantaggio più grande la più grossa fregatura; sì<br>perché l’abbiamo detto che non si può vincere non ci si può<br>permettere di superare se stessi, è meglio rassegnarsi fare<br>indigestione di pettini così da avere lo stomaco in ordine<br><br>200<br>e, chiusura per chiusura, mi viene il ghiribizzo di non lasciar<br>nulla, sbattermene pure delle porte aperte ma sarebbe una<br>vigliaccata anche se perdonabile in quanto artisticamente<br>piena di brio, ma sono solo uno che ha perso tutto il tempo<br> <br><br> <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Antonio Koch]]></author>
<pubDate>Mon, 19 Jul 2004 21:16:39 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[COLLOQUI - da K (work in progress), di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=34&tes=369&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=34&tes=369&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> <i>I colloqui, generalmente, mi servivano per ottenere materiale sul quale avrei, successivamente, studiato allegorie e metafore utilizzabili in seduta. Avrei potuto tranquillamente indurre un leggero stato di trance, anche parlando, e avere risposte più precise o confidenziali, ma non era questo lo scopo dei colloqui, bensì solamente quello di creare un ponte, un contatto, con le ragazze, oltre a sapere in che contesto muovermi con la creazione dei miei paesaggi psichici successivi. Riporto, dalle mie schede private, i quattro dialoghi individuali, otto in tutto, avuti con le ragazze, sincopati da alcune mie osservazioni generiche e didascaliche, volte a far comprendere la natura dell&#8217;ipnosi, i suoi molteplici utilizzi e finalità, oltre alla delicatezza che un ipnotista deve avere, poiché ciò di cui vi parlo è terra sconosciuta, immateriale, meccanica della psiche.</i><br><br><br><br><b>SARA</b><br><br><br><b>Sara Blaumen #1</b><br><br>Cosa volevi fare da bambina, cosa desideravi.<br>Che qualcuno si uccidesse per me.<br>Hai un colore preferito?<br>Il rosso.<br>Hai interessi particolari, ti piace disegnare, passeggiare, collezionare qualcosa?<br>Lumache e rane.<br>Lumache e rane cosa?<br>Mi piace disegnare lumache e rane, mi piace collezionarle, e passeggiare per ottenere il mio scopo. Adoro passeggiare.<br>Molto acuta. Ti riconosco di essere acuta. La cosa ti da un qualche piacere particolare?<br>Dovrebbe darmene?<br>Allora possiamo continuare. Hai qualche interesse particolare?<br>Mi piace scrivere.<br>E cosa scrivi?<br>Non lo so, frasi. Pensieri. <br>Altro?<br>Mi piace tagliare i gambi delle rose, tagliarne le teste.<br>Non ti piacciono i fiori?<br>Mi piacciono moltissimo i fiori, ma così come a volte mi viene quell&#8217;istinto irrefrenabile a scrivere così a volte mi capita di desiderare di tagliare. Gambi di rose. Solo rose. Non lo so perchè. Lei sa spiegarmelo?<br>Hai paura di diventare vecchia.<br>Ma se ho diciassette anni.<br>E hai paura di diventare grande.<br>Non ho mai pensato alla vecchiaia.<br>E hai paura di essere da sola, per questo uccidi i fiori.<br>I fiori non sono vivi.<br>Non parli la lingua dei fiori evidentemente.<br>Dottore, lei ha bisogno di un dottore.<br>Perchè non riesci a staccarti da tua sorella?<br><i><br>Ero fermamente convinto di alcune antiche procedure di guarigione come l&#8217;uso delle metafore, poiché esse aiutano a indurre uno stato ipnotico e a curare il malato. Se, sentendo una storia, il paziente manifesta improvvisamente i segni di una trance, significa che si è raggiunto il cuore del problema. La storia, per essere ipnotica, deve avere rapporti metaforici con il problema in questione, ma soprattutto non deve avere con quello un rapporto razionale evidente, altrimenti la mente conscia se ne approprierebbe per dissertare. Le metafore consentono di aggirare le resistenze che il paziente oppone al cambiamento: sono un modo indiretto di suggerire delle piste di soluzione all&#8217;inconscio.<br>Anche l&#8217;uso di prescrizioni paradossali, di compiti a casa, di rituali, di corvée, possono aiutare nello scopo. Questi compiti impartiti al paziente da una parte impegnano la mente conscia, mentre dall&#8217;altra evocano un cambiamento e sono carichi di significati simbolici.</i><br><br><br><b>Sara Blaumen #2</b><br><br>Perchè stai sorridendo?<br>Non sto sorridendo.<br>Lo stai facendo invece. C&#8217;è qualcosa che dovrei sapere, cosicché possa divertirmi anch&#8217;io?<br>Non sono qui per intrattenerla, dottore, ma per aiutarla.<br>Aiutare me? A fare cosa?<br>A fare il dottore. Se non ci fossimo noi, lei non sarebbe qui.<br>Non è la mia professione ufficiale, questa, Sara, starei impiegando il tempo in una maniera più costruttiva, sicuramente, visto che tu non mi sembri molto disponibile al dialogo.<br>Lo sono invece. Quale maniera costruttiva?<br>Sono il direttore di una rivista, Die Aktion, la conosci? È una rivista che si occupa d&#8217;arte.<br>Non mi interessa l&#8217;arte umana, la trovo noiosa.<br>Non ti piacciono i quadri, la musica?<br>Non mi emozionano, no.<br>E cosa ti emoziona?<br>La nascita di un bambino, le metamorfosi.<br>Che tipo di metamorfosi?<br>Ha presente il bruco che diventa farfalla? <br>Sì, ho presente. Questa frase si presta ad una chiara interpretazione psicologica.<br>Non esistono chiare interpretazione psicologiche, esistono opinioni attribuite a fatti.<br>In parte, Sara.<br>E quale sarebbe questa connotazione psicologica che intravede nella mia fascinazione per le metamorfosi?<br>Se tu stai dicendo il vero, e non ne sono certo, si potrebbe dedurre che il tuo stato attuale non ti piaccia, e che tu voglia, inconsciamente, cambiare.<br>Affascinante.<br>Non è così?<br>Vuole sapere perchè stavo sorridendo?<br>Certo.<br>Ha la patta dei pantaloni aperta dottore, psicologicamente come dovrei interpretarlo?<br><br><i>Bisogna sempre considerare che mentalmente non si deve agire in maniera invasiva, anzi, la forzatura risulterà sempre negativa. Gli individui dotati di maggior flessibilità sono quelli che in un sistema prevalgono sempre. Innanzitutto, la persona agisce secondo la propria mappa interna, e non secondo la propria esperienza sensoriale. L&#8217;inconscio, dunque, associa immagini, sensazioni, idee e simboli secondo rapporti di analogia e somiglianza che hanno fra loro, operando in un presente permanente. Queste catene di associazioni si spezzano e si intersecano, si allacciano e si sciolgono in una complessità che sfida qualsiasi analisi razionale. Tentare una mappatura dell&#39;inconscio che non sia soggettiva appare dunque un&#8217;impresa prometeica, irrealistica e inefficace. La complessità dell&#8217;inconscio e la povertà dei mezzi del conscio sono tali che è meglio lasciare che sia l&#8217;inconscio a disfare ciò che ha fatto. La terapia deve solo fornirgli il contesto in cui farlo. </i><br><br><br><b>Sara Blaumen #3</b><br><br>Hai pianto?<br>No, deve essermi entrato qualcosa nell&#8217;occhio.<br>Vuoi che ci dia un&#8217;occhiata?<br>No, non fa niente. Ora va meglio.<br>Hai delle scarpe molto belle. Porti sempre i tacchi?<br>Quando non cammino scalza. Una questione di eleganza.<br>Non le trovi scomode?<br>No, per niente.<br>In effetti sembri a tuo agio, cammini bene con i tacchi.<br>Grazie.<br>Scusa la parentesi. Ora vorrei che tu mi raccontassi la prima immagine che riesci a ricordare.<br>Un lago, ricordo un lago. Alberi che si muovono nel vento. Mia madre e mio padre.<br>Quanti anni potevi avere?<br>Non so, forse due, tre.<br>Sforzandoti ancora, riesci a ricordare qualcos&#8217;altro?<br>Forse. Ricordo il seno di mia madre. Ricordo la sensazione di tirare il latte con la bocca. Ma forse mi confondo.<br>In effetti è quasi impossibile ricordare i primi mesi di vita. Però ne hai la sensazione, giusto?<br>Sì. Come con i colori.<br>Cioè?<br>Ho una strana malattia, si chiama diosincrasia. Vedo le lettere a colori. Ma non è una cosa provata scientificamente.<br>Ciò, tu riesci ad attribuire un colore ad una lettera? Sempre lo stesso?<br>Si, per esempio, la A è color avorio. La B è rosa pallido. <br>E anche mentre leggi, ti si palesa un arcobaleno di lettere davanti agli occhi?<br>Mentre leggo no, o meglio, se le lettere sono piccole è più difficile. Funziona meglio con le lettere grandi. La mente a volte usa gli occhi per fare strani scherzi, non trova?<br>Non capisco a cosa ti riferisci.<br>L&#8217;altra sera, per esempio, stavo leggendo un libro di poesie. Ne termino una, e faccio per spostare lo sguardo all&#8217;inizio della pagina successiva, e leggo il titolo. Per qualche secondo non sono riuscita a mettere a fuoco l&#8217;immagine, era come se le lettere dondolassero, finché ho capito.<br>Cosa hai capito?<br>Il titolo era composto di due righe ma, inconsciamente, io credevo fosse composto di una riga soltanto, e così i miei occhi forzavano le due righe sovrapposte tentando di far collimare l&#8217;immagine con ciò che la mia mente s&#8217;aspettava. Quando ho capito l&#8217;inganno, sono riuscita a distinguere il titolo completo.<br>Capisco. Interessante. Che libro stavi leggendo?<br><br><i>In un qualsiasi dato momento, la scelta che la persona compie è quella per lei migliore<br>La spiegazione, la teoria o la metafora cui si ricorre per dire qualcosa su una persona non esauriscono la totalità della persona. Bisogna rispettare tutti i messaggi che la persona fornisce, e soprattutto bisogna insegnare a scegliere, senza mai tentare di limitare la scelta.<br>Le risorse di cui la persona ha bisogno risiedono tutte nella sua storia personale, e bisogna recarsi all&#39;interno del suo modello del mondo, ed è qui, che l&#8217;elemento più forte di un sistema è la persona che dispone della maggiore flessibilità o possibilità di scelta.<br>Non è possibile non comunicare. Se una cosa è troppo difficile, basta suddividerla in pezzi.<br>Il risultato è determinato a livello inconscio.</i><br><br><br><b>Sara Blaumen #4</b><br><br>Posso essere schietto Sara?<br>Certamente.<br>Credo che la morte di vostra madre e le ferite che vi provocate siano strettamente connessi, a livello psicologico.<br>E in che modo?<br>Questo devi dirmelo tu.<br>Io non credo che siano correlati.<br>Vuoi parlarmi allora del perché vi ferite?<br>Preferirei di no.<br>Vuoi parlarmi di tua madre?<br>No.<br>Ecco la correlazione Sara. Non hai piacere di parlare di entrambe le cose.<br>Non mi piace parlare nemmeno di letteratura, dottore, né di cucina, né di giardinaggio. Vuole dirmi che è tutto collegato?<br>Hai un modo divertente di far convergere cose assolutamente estranee al discorso mettendole sullo stesso piano. <br>Lei ha un modo assolutamente divertente di prendere cose a caso e trovarvi coincidenze del tutto opinabili.<br>Tu dici? Io vedo nella tua negazione verso questi due argomenti una connivenza molto più che opinabile.<br>Vuole illuminarmi?<br>Le ferite autoinferte, o inferte vicendevolmente e subito curate, psicologicamente mi fanno pensare ad un dolore volutamente provocato e quindi immediatamente assolto, avendo cura che la cicatrice rimanga il meno visibile possibile. Una sorta di catarsi della morte di vostre madre, in cui voi non avevate possibilità d&#8217;intervenire, ricreata in un contesto minore e subito sedata.<br>Mi scusi, dottore, che interesse avremmo a ricreare le condizioni della morte di nostra madre? E come può, un piccolo taglio, essere paragonato alla morte di un genitore?<br>In maniera minore voi quel dolore lo tenete vivo, e lo curate, giorno dopo giorno.<br>Dottore, vuole sapere davvero perché io e Wu ci provochiamo i tagli?<br>Chi è Wu? <br><br><br>___________________________________________________________________<br><br><br><br><b>VALENTINA</b><br><br><b>Valentina Blaumen #1</b><br><br><br>Cosa volevi fare da bambina, cosa desideravi.<br>Di non separarmi mai da mia sorella.<br>Hai un colore preferito?<br>Il nero.<br>Hai interessi particolari, ti piace disegnare, passeggiare, collezionare qualcosa?<br>Mi piace scrivere i miei sogni. Tengo un quaderno dal mio sesto compleanno. Si chiama quaderno dei sogni. Posso farle una domanda dottore?<br>Certo.<br>Lei si occupa di ipnosi giusto?<br>Giusto. Da Ypnos. Il dio del sonno. Questa parola fu coniata da James Braid, nel...<br>L&#8217;ipnotista è una persona con poteri straordinari? <br>Ipnoterapeuta, direi. E certamente no. Non sono io ad avere la capacità di provocare uno stato di trance nelle persone, ma sono le persone stesse che acconsentono di entrare in questo particolare stato di coscienza. Io rappresento solo un aiuto, un supporto e tutti possono essere ipnotizzati, purché lo vogliano.<br>Quando si è in stato di trance si dorme? <br>Lo stato di trance è cosa diversa dal sonno fisiologico. Infatti, quando si è in stato di ipnosi si è comunque consapevoli, presenti a sé stessi, anche se lo stato di coscienza è diverso dall&#39;usuale. La maggior parte delle persone che si sottopone a sedute ipnotiche ricorda esattamente quanto è avvenuto durante la trance.<br>Crede che siamo malate?<br>Voi pensate di esserlo?<br>Non più delle persone normali. Mio padre va in Inghilterra per cacciare le volpi.<br>E in cosa consiste la vostra stranezza, secondo te?<br>Immagino nel fatto che non ci separiamo mai.<br>Vuoi parlarmi dei tagli che vi provocate voi stesse?<br>No, preferirei di no. Le tolgo il sale dalla ricerca, altrimenti. E&#39; possibile che durante una trance si porti una persona a fare cose che non vorrebbe? <br>Assolutamente no. Se l&#39;ipnoterapeuta chiedesse al suo paziente di fare cose contrarie ai suoi principi ed ai suoi voleri, egli uscirebbe immediatamente dal suo stato di trance.<br>Mi piace andare a cavallo e mi piacciono i laghi. E adoro suonare il pianoforte mentre piove.<br>Perchè non riesci a staccarti da tua sorella?<br><br><i>L&#39;uso di tecniche suggestive è certamente antichissimo. <br>La storia dell&#8217;ipnosi può essere suddivisa in tre periodi, o evoluzioni: inizialmente si pensava che l&#8217;ipnosi avesse origini magiche e religiose, credenza questa che si estingue nel 1700: lo stato di trance, allora, veniva ritenuto un dono divino. Successivamente si sviluppò una teoria che volle l&#8217;ipnosi attinente a campi magnetici, o meglio, al magnetismo animale o mesmerismo, periodo questo nel quale si affermava che il corpo umano emanasse un fluido in grado di far addormentare le persone. Pochi anni fa, finalmente, l&#8217;ipnosi esce dal mistero e comincia a disvelarsi, il conduttore non possiede più alcun potere magico o occulto, ma si comprende che si tratta di una tecnica atta a creare stati diversificati di coscienza.<br>Secondo &quot;il papiro di Eber&quot;, già 3500 anni prima in Egitto si adoperavano tecniche di suggestione per curare delle malattie. E&#39; però nel corso dei periodi storici successivi, e in particolare in Europa, che questa tecnica comincia a manifestare i contorni che noi conosciamo e che per certi versi sono ancora in fase di sviluppo.<br>Il termine ipnosi fu coniato dal medico scozzese J. Braid e comparve in un suo scritto attorno all&#39;anno 1842 e fu la &quot;parola&quot; che dettò il passaggio dal periodo pseudo-scientifico di Mesmer, che adoperava la tecnica facendo riferimento al magnetismo animale, a un analisi più scientifica.<br>Mesmer era un medico formato alla scuola di Vienna che nel 1766 scrisse un volume intitolato &quot;L&#39;influenza dei Pianeti sul corpo umano&quot;. Le sue tesi si rifacevano a quelle già precedentemente espresse nell&#39;opera di un gesuita, Padre Hehl, che era professore e studioso di astronomia a Vienna. Questi era noto per la sua tesi sull&#39;influenza dei campi magnetici o, più precisamente, dei Magneti (calamite) sul corpo umano. </i><br><br><br><b>Valentina Blaumen #2</b><br><br>C&#39;è qualcosa che ti infastidisce?<br>La città, innervosita lungo le sue stesse arterie, il rumore dei capelli nel vuoto d&#39;un ascensore.<br>Che sensibilità. Immagino non avrai imbarazzo se ti faccio un paio di domande su tua madre.<br>Dipende da che tipo di domande. Se vuole sapere se li abbiamo mai visti accoppiarsi preferirei di no dottore. I miei genitori dormivano in camere separate.<br>La sogni mai?<br>Sì, mi è capitato. Purtroppo non mi succede molto spesso.<br>Provi piacere immagino, riesci a stabilire una sorta di, come dire.<br>Ponte.<br>Contatto, sì.<br>Non faccio distinguo fra le realtà onirica e quella in cui io e lei adesso ci stiamo parlando. Ho sognato anche lei la scorsa notte, e non diffido che lei nemmeno se lo ricordi.<br>In effetti.<br>Come vede non posso accontentare tutti, se non siete d&#39;accordo nemmeno fra di voi.<br>Mi vuoi dire che secondo te un esperienza onirica equivale ad un&#39;esperienza reale?<br>Lo è, a tutti gli effetti. la mia famiglia custodisce dei libri di storia del sogno, li teneva mia madre, e prima di lei mia nonna, e prima di la madre di mia nonna. Nessuna di noi è mai riuscita a discernere che, rileggendo i libri di storia del sogno, tutto ciò non sia accaduto realmente. Cosa sta scrivendo? Non creda a una parola di quello che le dico.<br>Grazie, avevo già avuto la premura.<br><br><i>Va tenuto conto che Mesmer opera in un periodo storico dove scienza e fede vivono in simbiosi, non ancora scisse, e dove era facile, elaborando e presentando fumose e spesso tautologiche teorie, influenzare i più ingenui e creduloni.<br>Mesmer, rifacendosi alla teoria del magnetismo e della sua influenza sui liquidi umorali, adoperò la sua tecnica ottenendo grande successo, in particolare in Francia, e soprattutto nell&#8217;alta società. La sua fama era tale che aveva anche aperto una scuola dove insegnava il suo metodo.<br>Ma dopo un iniziale successo, la medicina francese cominciò a trattare Mesmer con una certa ostilità che portò alla formazione di una commissione di indagine che verificasse la validità del mesmerismo. Il risultato fu il disconoscimento delle tesi di Mesmer e il conseguente declino delle sue teorie.<br>Il fenomeno ipnotico, comunque, non era completamente ignoto nel 1700. In un testo pubblicato nel 1785 l&#39;autore parla di sonnambulismo magnetico e traccia una descrizione corretta di uno stato che oggi si definirebbe ipnotico.<br>Nonostante la caduta di Mesmer e la messa in discussione del suo operato, la tecnica Mesmerica venne comunque utilizzata in Inghilterra, soprattutto in anestesia, prima che venissero utilizzati gli &quot;anestetici chimici&quot;.<br>Per fare degli esempi, in quel periodo il dott. J. Ellioson eseguiva operazioni chirurgiche indolori presso l&#39;University College Hospital a Londra, mentre il dott. J. Esdaile nel 1852 pubblicò un testo su operazioni chirurgiche (come le amputazioni) compiute utilizzando il Mesmerismo. In Francia, nel 1837, fu presentato uno studio sull&#39;estrazione indolore dei denti.</i><br><br><br><br><b>Valentina Blaumen #3</b><br><br>Ho fatto uno strano sogno stanotte, dottore. <br>Vuoi parlarmene?<br>Fango alle scarpe e avevo una sottana e camminavo scalza, lungo un corridoio che pareva fatto di luce melmosa. Arrancavo.<br>E fuori cosa c&#39;era.<br>Fuori da cosa.<br>Fuori dal corridoio.<br>Ci stavo arrivando. Tenebra. Il corridoio non finiva e così ho mosso un passo verso l&#39;esterno. Poi come dentro ad un bosco, ha presente, con gli alberi allineati, tendenzialmente sono faggi, faggi allineati che formano corridoio e incroci, diagonali, che se cammini svaniscono e ne formano di nuovi con uno strano passo sghembo, you know, che pare di guardare i raggi delle ruote della bicicletta quando girano, hanno un movimento incantato, you know, e poi ero nella fabbrica e c&#39;era una bambina.<br>Dove hai preso l&#39;intercalare you know.<br>Casa mia è frequentata dagli americani dottore. Non mi interrompa. Non le interessa sapere il sogno?<br>Certo scusami. Sai per caso l&#39;ora?<br>Le sei.<br>Ma di mattina, o di sera?<br>Dottore si sente bene?<br>Era una battuta. Solo una battuta sciocca.<br>Posso proseguire?<br>Con cosa?<br>Con il sogno dottore.<br>Sì. Certo. Cosa faceva la bambina? <br>Lei è pallida, è cosmopolita, non ha nulla a che vedere con noi. Non è gentile, e quando sorride fa venire da piangere. Fa spavento.<br>Perché fa venire da piangere?<br>Non lo so. Poi tutto brucia, una bandiera, io sono in un campo enorme, intorno colline.<br>L&#39;unica cosa che si vede è una croce, che si staglia nitida, lontano. Mi avvicino.<br>E cosa vedi.<br>Crocifiggono una donna. Stanno crocifiggendo una donna ma poi da sotto le vedo...due peni.<br>Come i serpenti.<br>Come dice?<br>I serpenti hanno due peni.<br>Poi ricompare la bambina, è vicina, mi parla. Sussurra.<br>trattieni candela stringimi<br>nella luce assorbimi e lasciami<br>ad annegare.<br>E mi sveglio. Cosa significa dottore?<br><br><i>Attorno alla metta dell&#8217;800, dunque, la modalità di esecuzione dell&#39;atto ipnotico aveva perso i connotati folcloristici che Mesmer utilizzava (scenografia, rito ecc.). Il metodo privo dei fronzoli suggestivi dava comunque i suoi interessanti frutti, ma non venne mai studiato approfonditamente e appare perciò strano come mai la disciplina medica del tempo non avesse approfondito l&#39;argomento.<br>L&#39;ipnosi diviene &quot;scientificamente&quot; accettata verso la fine del 1800 grazie a James Braid, un medico scozzese che aveva compreso che l&#39;elemento importante non era il supposto magnetismo ma bensì la suggestionabilità, ovvero la capacità di una persona di &quot;accettare un&#39;idea che un altro individuo propone e di accettarla acriticamente&quot;.<br>Braid legò però il fenomeno ad un fatto neurologico elaborando una teoria in grado di dare una credibilità scientifica necessaria al mondo accademico. La prima teoria di Braid sosteneva che il sistema nervoso aveva la possibilità di essere &quot;stancato&quot; mediante tecniche verbali o visive per cui la conseguenza era lo stato ipnotico.</i><br><br><b>Valentina Blaumen #4</b><br><br><br>Posso essere sincero, con te, Wu?<br>Come mi ha chiamato?<br>Wu. Me lo ha detto...<br>Sara. Mi chiami Valentina per favore. Se non le dispiace.<br>Come preferisci. Posso essere sincero, dunque, posso farti una domanda diretta?<br>Se non sono obbligata a rispondere sì.<br>Ti ho mai obbligata?<br>Faccia la domanda.<br>Credo che la morte di vostra madre e le ferite che vi provocate siano strettamente connessi, a livello psicologico.<br>Questa non è una domanda, è un affermazione.<br>Hai ragione.<br>Ma lei ha detto domanda, quindi non è sicuro che la sua affermazione sia corretta. In ogni caso cosa vuole che le dica, siamo malate. Ci difendiamo a modo nostro.<br>A me pare chi vi feriate, piuttosto non vi difendiate.<br>Punti d&#8217;osservazione diversi, dottore.<br>Vuoi parlarmi del perché vi ferite, allora?<br>Le ho già detto che preferirei di no.<br>Vuoi parlarmi di tua madre?<br>No. A lei il compito di collegare le due cose dottore.<br>L&#8217;ho già fatto, Valentina, e l&#8217;hai già fatto anche tu, a quanto sembra. È tua l&#8217;idea dei tagli?<br>È una cosa spontanea, dottore. Non c&#8217;è un punto di nascita di un&#8217;idea, le cose si formano spontanee. Le vede quelle calle, sul davanzale? Qualcuno ha per caso chiesto a quei fiori di sbocciare?<br>Voi non state sbocciando Valentina, voi vi fate del male.<br>Punti d&#8217;osservazione diversi, dottore.<br>Allora, Valentina, tu sei d&#8217;accordo con me se asserisco che il vostro provocarvi ferite e poi rimarginarle è una sorta di rievocazione della morte di vostra madre, con la differenza che il dolore è contenuto, dapprima, e quindi rimarginato? Sbaglio, se affermo questo? No, affatto. Sceglie solamente la strada più ovvia.<br>Che potrebbe essere quella che avete scelto voi. <br>Dottore, se facessimo quello che lei dice con consapevolezza, tutta la sua teoria non reggerebbe. E io sono consapevole delle cose che faccio, sempre. Anche di respirare, sono consapevole. Ha delle belle mani dottore.<br>Vuoi dire che se tu ricreassi, in una sorta di miniatura emozionale il dolore per la morte di tua madre ,vorrebbe dire che hai superato il problema?<br>Quale problema?<br>Non uscite mai di casa Valentina. Non riuscite a separarvi. Vi fate del male. Questi non sono problemi secondo te?<br>Dipende. Potrebbero essere soluzioni a dei problemi.<br>Cosa volete farvi perdonare?<br>Perdonare? Questo intenderebbe anche che abbiamo commesso qualcosa. E non l&#8217;abbiamo fatto.<br>Semmai è il contrario giusto?<br>...<br>giusto?<br>Dottore, vuole veramente sapere quello che facciamo dietro alla porta?<br><br><i>A volte mi domando. <br>È questo mio agire un deragliamento? Mi rendo conto di quello che faccio?<br>Considerate questo, prima di giudicarmi. È lo stesso giorno per ognuno di noi. Se ho compiuto mille crimini, mi rammarico di non averne potuti compiere altri mille. Non ho la vostra morale, sono uno strano ibrido che dondola fra la scienza e l&#39;arte. Del vostro dio mi preoccuperò quando sarà il momento, e lui viene sempre per ultimo. Respiriamo via la nostra morte come un contagocce sin dal primo respiro. Siamo strani quadri translucidi di immagini, voi, tutti quanti, io stesso, non significhiamo nulla. E il sogno di Valentina Blaumen, colloquio numero tre, pensate potesse interessarmi in qualche maniera? Non guardo i disegni fatti dagli altri, quando essi sono impegnati nel mio, Quando ne fanno solo parte.<br><br>Un&#39;idea di come procedere mi venne ricordando il modo in cui, quand&#39;ero più giovane, a volte correggevo in sogno dei problemi di aritmetica.</i> <br><br>(Arte - Narrativa)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Sun, 18 Jul 2004 20:22:09 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Samizdat e Karpòs (o Karpòs samizdat), di Guido Conforti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=27&tes=364&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> Letta con grande piacere e curiosità all&#39;interno di &quot;Chiacchiere di bottega&quot; (Einuaudi tascabili) l&#39;intervista di Philip Roth a Ivan Klima sul senso della letteratura ceca durante e dopo il regime.<br>In particolare, pur nella totale per quanto in parte solo apparente diversità dalla situazione nostra, mi ha interessato la parte relativa alla cd. samizdat, cioè alla stampa clandestina extra prima ancora che contro la letteratura di stato.<br><br>Dice Klima &quot;il samizdat si è sviluppato a poco a poco. Nei primi anni settanta i miei amici e colleghi scrittori a cui era proibito pubblicare presero l&#39;abitudine di ritrovarsi una volta al mese a casa mia. Tra loro c&#39;erano i principali creatori della letteratura ceca: Vaclav Havel, Jiri Grusa, Ludvìk Vakulìk, Pavel Kohout, Alexandr Trefulka, Milan Uhde e decine di altri. Durante quelle riunioni ci leggevamo l&#39;un l&#39;altro ad alta voce le nostre opere...... Le opere venivano stampate in edizioni che andavano dalle dieci alle venti copie; il costo di una copia era all&#39;incirca tre volte il prezzo di un libro normale. Presto si venne a sapere quello che stavamo facendo. La gente cominciò a cercare quei libri. Vennero aperti nuovi &quot;laboratori&quot; che spesso copiavano le copie non autorizzate. Nello stesso tempo l&#39;impostazione grafica andava migliorando.... Molti di questi libri saranno, o già sono, il pezzo forte delle collezioni dei blibliofili&quot;. <br><br>Questo in un Paese di grande cultura, diffusa in larghissimi strati della popolazione per cui è cosa normale leggere o ascoltare musica, tanto quanto scrivere o suonare.<br>In un&#39;epoca storica diversissima dalla nostra, ma paradossalmente forse non meno ostile nei confronti dell&#39;autonomia e della &quot;eccentricità&quot; dell&#39;arte.<br>Tanto che lo stesso Roth, parlando della sua esperienza nell&#39;occidente democratico e del kitsch elevato a sistema in rapporto alla Cecoslovacchia degli anni &#39;70-&#39;80, si trova a constatare che &quot;Là niente è permesso e tutto conta; qui tutto è permesso, ma niente conta&quot;.<br><br>Ecco, trovo molti punti di contatto con quello che ci spinge ad andare avanti come Karpòs. <br>La volontà di gettare un seme di significato intorno al quale coagulare una rete di pensieri comuni,o almeno affini.    <br><br>(Teorie - Sull&#39;espressione artistica)]]></description>
<author><![CDATA[Guido Conforti]]></author>
<pubDate>Tue, 13 Jul 2004 09:46:22 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[FAVOLA NERA, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=362&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> Coprimmo con le mani e coperte bucate le teste di chi ci nuitriva – le bocche e <br>le pallide lune degli occhi dell’albina e sua madre – e tornammo, io e Tea, a scavare le buche in giardino, buche con le mani, unghie con la terra, i feeders al riparo nella casa, nella casa dentro al giardino, scavavamo buche per sotterrarci le parole, pezzetti di carta con sopra scarabocchiate parole come “atlantide” o “torre eiffel” e poi ci orinavamo sopra <br>e aspettavamo che qualcosa crescesse. <br>Si recitava un notturno di supplichevoli voglie ma finivamo sempre sotto al tavolo <br>di legno a mangiare il pane e a guardare le corse delle formiche, immaginavamo <br>i loro corridoi arredati, gli assemblaggi e le regine, le regine nelle stanze segrete, <br>come l’albina e sua madre che vivevano di sopra, scalze e speziate di sopra, “mi annoio”, disse Tea e “Anche il figlio di Zoe continua a ripetere sempre la parola “decisamente” e questo non va bene, lo sai anche tu.” e aspettavamo il maestro che venisse ad aprirci la porta – la porta col sonno possibile dentro, mentre Tea si tira un mazzolino di fiori timido al petto e il maestro è nelle stanze coi bambini io - in tre parole vorrei <br>volgere al termine. <br><br>* <br><br>Non era quello che cercavamo ma queste pieghe voluttuose e sessuali si rigenerano al cambio della stagione, e non hanno le asperità adatte a far incastrare le critiche, o le maldicenze, noi uscivamo all&#39;alba e andavamo davanti alle scuole a prendere i bambini <br>sottobraccio, oppure alle volte degli adolescenti che adescavamo con semplici frasi col solo suono della voce &quot;voglio che tu scelga un momento nel passato in cui eri una bambina piccola piccola, la mia voce ti accompagnerà,la mia voce si modulerà e si muterà in quelle dei tuoi genitori, dei tuoi vicini, dei tuoi amici, dei tuoi compagni di scuola e di giochi, dei tuoi maestri - e voglio che ti ritrovi seduta in casa, bambina piccolina che si sente felice di qualcosa, qualcosa avvenuto tanto tempo fa, qualcosa che tanto tempo fa fu dimenticato.&quot; <br>o li stupivamo facendoci accompagnare da file sterminate di topi e o con quattro paia di cornacchie artigliate sulle braccia distese a spaventapassero potevamo tenere qualcosa per noi, le mie mammelle sporgenti e bianche, strette dai lacci, nuvolose e feroci, mentre fiamme ravvivate e pregne s’estinguevano alla base delle candele lacrimevoli – una supplica discreta – gli metto la mano fra le cosce, subito la bocca, l’estate marciva come frutta matura alla carogna del sole mentre noi <br>divenivamo una noce. <br><br>* <br><br>Non volevamo comprometterci, la camera del riposo e del sonno, <br>e la toletta ora assassinata di smalto e quaderni e una lampada (a forma di piede), <br>proprio dove da qualche ora scrivo, portano ovunque pieghe molli di prostituta (intenerita o di madonna) adolescente, nelle tende, nelle calze a fisarmonica e nei piedi dondolanti, e perfino in Tea, adesso in posa da ostrica con le mani dure come un divaricatore, <br>mia consanguinea, ha una familiarità disgustosa, (con me) e altre cose <br>meno bianche in questa casa - le fratture di silenzio e di anonimato in cui mi riverso quando smetto di scrivere e mi guardo intorno (le sento) <br>vibrose e operaie come squilli di fronde come intollerabili inadeguatezze estetiche. <br>Dimagrivamo nella casa e ci tenevamo (pulite e ci tenevamo) al guinzaglio, <br>io avevo da poco deciso di essere un cimitero e avevo messo un angelo (di marmo) <br>alla porta che Tea sfiorava e agghindava, neanche fosse una bambola, tutta gonne con drappi e smancerie infantili per adescare il maestro che comunque ci ignorava. <br>Fingevamo le pose dei fiori <br>- da fuori mi disse da fuori ci guardaremo sparire e la pioggia (in effetti) disegnava <br>contorni di polipi e bocche (che se ne andavano sgambettando) nel prato tutte scatti <br>fra le foglie secche e la carrucola, la carrucola nel pozzo con l’arco di ferro, i mattoni infestati da rampicanti e piante di quart’ordine, cercavo una forcina, una sinfonia o qualcosa di primordiale da chiamare osso – è quell’ansia, quella torbida corrente <br>di ciò che non potrebbe mai comprometterci, come succede con le cose perse e poi ritrovate per caso, o con le persone morte, in un disagio di diversa essenzialità (spirituale). <br>La stanza del sonno e del riposo è troppo purgata da polvere (io, per l’occasione) <br>e abissi (Tea divina bambola, cenerentola della tristezza nostra fatina dei sogni) <br>e invece dovrebbe essere un rifugio che mi accoglie, una caverna di anime pendule, <br>magari a testa in giù penzolanti come calze stese o (pipistrelli) un’ambra solida con dentro il fossile di insetto (e i suoi mordicchiati polpastrelli) che io mi sento divenire d’improvviso. <br>Deve essere la stanza del sonno e oltre il sonno toglierò tutti rumori e i colori, dipingerò le pareti di lilla, tutto dovrà essere parte della mia fierezza, teatro di bufere e tragedie, senza <br>l’intervento di alcuno a sbarrare la strada, nemmeno i feeders di sopra, poiché: io, da oggi, cospiro. <br><br>* <br><br>Ciò che mi arde nella mente, all’infierire delle meraviglie, mentre mi infarcisco (il corpo) con piccole bruciature a forma di stella o piramide o tagli la cui cicatrice <br>produrrà margherite sbilenche, sono le mani di Tea, (curve) sulla tazza di porcellana color sangue di drago – l’unica vera cosa francese che si vanti di possedere, <br>e un’estate di qualche anno fa a Nizza, seminuda tutto il tempo - con due miei cugini <br>prodotto di qualche riproduzione familiare, magri e nervosi, che si sfiancavano <br>fino allo stremo delle forze, mi risalivano ora dalla risacca della mente come cuccioli morti, ricordi dall’acqua, e in effetti avevo preso a bere molto e Tea m’ignorava, <br>anche vicino alla stampa con la frutta e all’ombra della sedia - si “porcellanava”, diceva, <br>(la porcellina) s’imbellettava di cipria bianca il viso (di suo) pallido e reso solo <br>più oleoso (e diafano) e indossava un enorme paio d’occhiali da sole (neri ) <br>che le copriva metà del viso e faceva le pose, negli specchi le pose con una gamba in avanti, seria di tre quarti, disinvolta mano su un fianco - come se la stanza dove eravamo contenesse gli occhi degli invitati ad un ricevimento dove, vogliamo dirlo <br>(non eravamo state invitate) lei primeggeva essenziale e certa o nemmeno volontaria, solo dolce e curva, parsimoniosa (e accogliente) <br>come un adolescenziale e abbondate decolltè. <br>Ninfa mammella, mia sposa gemella, un tempo gemmavamo negli edifici e le fabbriche - <br>eravamo violette eravamo studiate come un dirottamento aereo, prima che passasse il carro con l’albina e sua madre, in una notte di maggio di cui gli alberi portano memoria, <br>una giuria di platani assistette e concesse che i piedi dell’albina scendessero dal carro e producessero un piccolo sentiero sul bordo del marciapede e c’invitassero, tenero veleno, a seguirla fin dentro (tre gradini cigolanti d’una scaletta arrugginita) dove ci consegnò <br>con le manine bianche e ossute e leggermente odorose di latte cagliato e di resina <br>due piccole sfere nere, (perfette) calde che ingoiammo senza pensare, un vago capogiro, qualcosa di speziato, con fondo di cacao amaro e calore, che ci introdussero, <br>senza alcuna volontà o rimpianto (da opporre) <br>sul sentiero che conduceva alla metamorfosi. <br><br>* <br><br>mi svegliavo ed ero circondata dalle piume, la stanza che pareva esplosa da dentro <br>e le sue viscere di calze e maglioni grondanti dai mobili, le piume si muovevano <br>di loro spontanea volontà come le foglie degli alberi (tutti sanno che le foglie <br>si muovono anche in assenza di vento) e io mi destai alla luce nella stanza che ora <br>c&#39;apparteneva e c&#39;ospitava come il ventre calmo d&#39;una balena, stropicciandomi gli occhi, <br>e m&#39;accorsi che la magia era venuta che qualcosa era accaduto e d&#39;improvviso scomparve <br>la punteggiatura e io potevo con la bocca muovere correnti d&#39;aria balsamiche per la stanza o abbassare con insolenza le mutandine della mia amata congiunta (o dovrei dire <br>defunta) oppure far danzare le piume o allinearle come battaglioni e quindi sollevata la federe del cuscino farvi rientrare le piume come una bocca di cetaceo che ingoia plancton <br>di neve e il mio corpo era di una forma nuova, meno associata agli umani canoni ma slegata nei punti in dissolvenza, ospitante caverne e strani tentacoli e più d&#39;una bocca <br>per sentire mangiare baciare lettera e testamento potevo cambiarmi il colore degli <br>occhi come un arcobaleno in divenire e Tea si bagnava le dita nel latte e poi si proclamava <br>prospettiva di suora vista dall&#39;alto liscio serpente nero che tratteggiava scarabocchi <br>sulla tela del mondo &quot;Sei patetica&quot; dissi scegliendo un vestito &quot;E non ti lavi da giorni&quot; e d&#39;improvviso la punteggiatura tornò, (noi sospirammo) e l&#39;albina accese le guance del maestro di rosso porpora e lui disse &quot;dovete portarmi dei bambini se volete restare qui&quot; e noi avvolte l&#39;una nell&#39;altra come un nodo ci guardammo e mentre io facevo crescere delle piante di mora <br>sulla cornice in ferro dello specchio ovale Tea camminava sul soffitto e i capelli le dondolavano a mezz&#39;aria, lei, candela rovesciata alla nascita nel nostro parto simultaneo ogni notte - ogni notte piangeva. <br><br>* <br><br>Smussa l&#39;odore della scimmia, nella gabbia dondola e (pigra) si maschera <br>(nella nuvola) si cura e amputa tutto ciò che non è mostrabile, poiché <br>(me lo ripete come un mantra) non la rappresenta - <br>la scena la morde (in continuazione) da mille denti di bocche e lei (s&#39;aggrappa) <br>s&#39;accende una sigaretta, poi smette, è leggera, dice Tea, come un aperitivo <br>(delle sette) di sera due scarpe coi tacchi la cura in tutto (capisci) la cura <br>le pinzette le creme le rinunce s&#39;agghinda (si sistema i capelli con denti di dita) <br>si vede di trequarti allo specchio (si guarda) come fosse (osservata) – <br>e in una scia di profumo infesta ogni panorama possibile, inconsolabile a sé stessa. <br>Stabat mater (il disgusto) il giardino con la pietra circolare, crescevano <br>lente le violaciocche ma la notte schiudevano le piccole (trombe delle) bocche e <br>cantavano (in profumo) un suono giallo fra i suini della mia testa e <br>muovevano i gambi col bacino delle radici noi – streghe apprendiste, <br>fungevamo da altare per il maestro e una volta da tavolo per l’albina dai denti aguzzi e seghettati come quelli degli squali, ma non ci davamo molta cura delle finalità, <br>qualcuno scriveva che ogni speranza non ha un senso come <br>annunciando chissà quale variazione (di verità) sull&#39;ormai assodata cognizione sonnambulistica a cui l&#39;uomo (dolcemente) si è rassegnato, <br>perpetrando una morbida eco di ciò che stava a significare possedere (un mondo) <br>o avere la coscienza <br>d&#39;abitarlo noi siamo i sogni di qualcuno che sogna di vivere, flebili e mute <br>(come spighe del grano) ondeggiamo compiaciute alla nostra fabbrica, <br>garante della buona notte. <br><br><br>* <br><br>Che cade dal cielo che afferra l&#39;offesa, se odiare è un crimine io mi costituisco <br>all&#39;interno di te, Tea, della tua circonferenza, mia pietra gemella, <br>che ogni giorno calco e prego di non smetterci - vengo dentro di te e ti conto <br>le anime (strappandole) <br>come petali (di margherita) e trovo l&#39;ultima e in fondo le rumino la verità - <br>annulla le paure, nulla è uguale, le unghie vanno e vengono, come le castità o le mestruazioni maschili, bambini siete stati cattivi, le fughe da acrobata <br>sulle mattonelle evitando di toccare le righe, ricordi? <br>nonchalance, nulla a che vedere con la capacità di renderci vive <br>i capelli, insegnamento del maestro, prima del mosto di bambino, ma non era <br>il momento di sospettare e l’albina camminava e d’imprivviso ha perso il controllo, <br>noi dopotutto non avevamo fretta - cominciava a piovere, un nutrito (bagnato) selciato <br>che piagnucolava con noi, gettavamo le ancore nelle molecole della decomposizione, <br>“Voglio esser una foglia o un fiore (che marcia) contro il vento da ferma, <br>contro di te e (marcisce) contro ogni qualsiasi tua essenza, ferma nel vento, <br>importante e radioattiva come una stilista che cosparge petali di magnolia <br>sulla passerella o rami, foglie secche fra le cose denutrite” così plateale, <br>aussi degoulais, femmina seduta, fragile convoglio composto questo tuo corpo, <br>sempre così ordinata, così (geometricamente) lineare nelle forme, i gomiti, <br>le mani, e i rami delle mani sulle tazze o i polpacci dei bambini, <br>il viso e le tue scarpe, sei di linee ed emani simultaneità, parti scomposte assemblate <br>in tutta fretta e con poco gusto, stralci di copione e dimenticanze, <br>e cosa vorresti fare, “Recuperare tutto con la bocca” dici, o (più nettamente) <br>con le labbra, “Nelle scelte” dici “è uguale, non cambia niente, <br>e per te è lo stesso” e cammini sempre davanti e il maestro ti accarezza <br>l’ensellure della schiena, come ti piace chiamarla, aborto francese sulla lingua. <br><br>* <br><br>Sono distesa sulla linea, sono piegata nella coperta, consegnata come un arbusto <br>sono ferma e sono pronta a farmi violentare dal sonno, nella stanza del riposo (piegata) rannicchiata come un ventaglio, confutando un non-so-come-aspettarlo, <br>ho imparato a cercare di pensare ad altro, a un buio, e di entrare nel buio <br>e pensarne un altro, e infine: lasciargli spazio, contando qualcosa di cumulabile. <br>Il sonno non viene (il sonno) ristagna (il sonno dei sogni) è liscio e <br>non commette nulla di più compromettente di un cellophane e (tutte) le cose <br>fuggono alla condensa, il giorno si piange dentro (il cuore) e ti viene fuori nella sveglia - (allora) dormi qualcosa in più, vergognati di altro, (non pensare ai bambini agnelli) <br>e capovolgiti su un fianco. <br>Loro sono sempre lucidi ma non comprendono la comicità dell&#39;orrore scenico, e se (si)spaventano e rattrappiscono è per difesa. <br>Anche se lo fanno urlando. <br><br>* <br><br>La mia pelle questa mattina ha cambiato colore, la tua soffoca (come una) <br>rivoluzione della cenere, caverne negli edifici, a volte si cambia la pelle lasciandola <br>dentro agli sgabuzzini o nel fienile, come umidi veli da sposa <br>abbandonati, continuamente, l&#39;ordine diffuso fa allineare conchiglie sugli scaffali, <br>carie e candele, l&#39;ansia divora e compaiono le voci, quando Tea piange la muffa <br>della (nostra) anima in sottoveste. <br>Il maestro mi spaventa e il demone della fabbrica, quell’albina vorace <br>mi cade dentro come la gonna che si sfila una donna, e nessuno tocca niente. <br>&quot;Ama il tuo lavoro e lui si prenderà cura di te&quot; <br>Il maestro me lo diceva mentre stava cambiando la pelle (anche lui) e aveva <br>(i denti marci) e una bambina, poco più in là, soffiava bolle di sapone e diceva faccio bolle di sapone sono proprio io, le faccio io le bolle di sapone e le sto facendo adesso e <br>io la vedevo ma come dire, ci sono cose che non si sono più prese cura di noi <br>che è meglio non ricordare – ci sono cose che pesano e vanno lasciate affondare (dentro) <br>come la scena del naufragio, quando invasi le stanze superiori nella notte, i feeders <br>erano saliti come (vapore) tutte le notti ed io avevo deciso di andare a vedere – <br>cosa facevano nelle stanze volevo sapere quello che noi (sapevamo) ignoravamo <br>e strisciai a quattro zampe su per scale marce con Tea relitto insiuro che mi tirava <br>per la gonna e arrivai dinanzi all’uscio sprangato, e fissai dal buco: sul pavimento era l’albina stravaccata con le bambe larghe che mordicchiava e la stanza era buia la madre <br>s’era fatta oscurità intorno e il maestro sedeva su una sedia a dondolo e cullava <br>la bambina bolle di sapone la cullava e gli accarezzava i capelli e col bacino la inforcava, <br>e la bambina era rigida e il busto assorbiva i colpi, assorbiva e inghiottiva i colpi vivi e la porta si spalancò, e il maestro si voltò verso di me mentre l’albina sghignazzava - <br>un afrore violento di carne dolce al macero mi riempì la gola e la bocca, <br>mentre il maestro si voltava verso di me e diceva <br>“Lezione della Carne, questa è una metafora dell’arte”,e rideva <br>con i denti marci e l’albina continuava a sghignazzare noi tutti (nel ventre) <br>della madre (noi tutti) a guardare. <br>Ci sono cose che non si sono prese più cura di noi, che è meglio non ricordare. <br><br>* <br><br>Creature senza forma mi si afferrano alle mani nel buio. Nella volgarità della notte, <br>nella selva degli alberi del pane io ho paura. Chi verrà a prendersi cura di me nel giardino appeso del buio? Tea è una ginestra che pronuncia un cruciverba in giallo ed è lì che m&#39;assopisco, nella tenebra dove pullulano i ragli degli squilli di luce i prismi – <br>e nell’anticamera del sonno “Ci verranno a prendere ci vuoteranno le tasche” <br>sussurrò Tea in un buco del buio “Ci sorprenderanno nel sonno” <br>dissi io e la stessa immagine <br>mi perseguita nella venuta di loro prima di me e di te - <br>cose che non vale la pena annotare, in questo quaderno, <br>cose di cui non ci si pulisce più, punite. <br>“Sento che mi sparirai” come la luce rossa lo dissi, eravamo alla divisione del <br>corpo assunte, per un&#39;ora? Adesso? E cos’è ieri? Il tempo che gli ci vuole ad ogni cosa per cadere, una scusa. <br>“Non ho mai commesso la mia scelta” disse Tea, “Ma l’ho fatto da dietro.” <br>&quot;Imparerai che il mondo scompare come un angelo.&quot; <br>&quot;Allora vorrà dire che non è mai esistito&quot; <br>e infine le figure che s&#39;assorbono nella grana buia degli occhi svanendo <br>(in fosforescenze che camminano all’indietro) <br>prendono le forme che ci hanno a quest’indencenza attirato <br>l’albina e il maestro e sento di perdere ogni cosa (la madre) ma la purezza <br>vecchia logora bambola piegata sulle ginocchia canta – <br>“muori presto significhi niente <br>significhi presto muori e niente” <br>così coprimmo con le mani e coperte bucate le teste di chi ci nuitriva – <br>le bocche e le pallide lune degli occhi dell’albina e sua madre – <br>e tornammo, io e Tea, a scavare le buche in giardino, buche con le mani, <br>unghie con la terra, i feeders al riparo nella casa, nella casa dentro al giardino, <br>scavavamo buche per sotterrarci le parole, pezzetti di carta con sopra scarabocchiate parole come “clitoride” o “best seller” e poi ci orinavamo sopra <br>e aspettavamo che qualcosa crescesse - vaghezza <br>Tea si tira un mazzolino di fiori timido al petto e il maestro è nelle stanze <br>coi bambini – io, come dicevo - in tre parole vorrei <br>volgere al termine <br>non guardavamo e così non potevamo sapere - geniale timidezza. <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Thu, 08 Jul 2004 00:54:20 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[SHAKELETER &amp; PARIS LITERARY COMPANY MMIII, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=34&tes=355&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=34&tes=355&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> <u>A Renato</u><br> <br><br><br><b>Schekleter &amp; Paris vol. I</b><br><br>Quadri d’interno, (capovolti) e fiori come stampelle<br>siamo quasi invernali, (innestati alla) stagione che si rinnova<br>nell’uccisione delle dita, come ti guardo (negli occhi e) intravedo<br>la fine della strada, un soffitto che crolla, nubi che ti portano via<br><br>se i minuti non saranno particolari, e le voci (sonore) cadranno<br>se il sentiero in una curva che racchiude un’idea da cerchio<br>mi restituirà all’affittuario che (mi) consegnò<br>il condominio della carne e le chiavi del regno<br>se rimarrò nel (tuo) passo, segugio d’ombra<br>a scendermi le scale (da dentro) a partire dalle ciglia<br>sul sagrato di quest’intenzione che chiamiamo <br><br>la nostra chiesa orale<br><br>un bacio con una pupilla, questa labbra di ciglia,<br><br>noi saremo tornati al posto che ci appartiene<br><br>che se anche ci ha dimenticati.<br><br> *<br><br>acqua e caduta – desiderio di pioggia, le preghiere del suolo assetato<br>schekleter che entra dalla porta come un cappio, (dondolando)<br>i contorni delle foglie (come le) lingue seghettate dei coltelli –<br>sfondano la porcellana grigia del cielo, (decisamente inglese)<br>sapevamo disfarci dei corpi come può cadere una pelliccia, un anello<br>mormorii sotto la catasta di legno – le stelle sono spugnose presunzioni<br>che ansimano sotto i cuscini – cinnomomo e calendula, la signorina Paris <br>e le sue gambe di ceralacca (buone) a chiudere le buste, oleose<br>dalla televisione intermittenze (di deserti e carri armati) – le proteste<br>dei cittadini a cui è stato rubato il desiderio (di protestare)  – <br>i presidenti dovrebbero restituirci (la sete) – Paris abbraccia una colonna <br>-	sono le mie ultime parole, (le intima) poi me ne andrò, <br>e nessuno mi seguirà – (lo disse) con gli occhi spalancati<br>fummo curiosi, (come negarlo)<br>ci adoperammo nelle mansioni, (sul treno) le gocce di pioggia<br>allineate come costellazioni e (lo sbadiglio della cicatrice di) Paris<br>il neon divenne liquido ed occhieggiante – baciami e vattene<br>entrami nel sonno<br>innesca le tue deflagrazioni (e vattene) senza guardare<br>la devastazione che lascerai – buche nel terreno (come fiori di terra)<br>che imprecano al cielo - labbra (e fili tenui) da tagliare con le dita<br>-	che strana smorfia, disse schekleter, sembra una nevicata, guardala<br>lo specchio dolce che ride di noi tre, annodati come una caverna<br><br>una fotografia capovolta in terra, in una giornata di (preghiera per la)  pioggia<br><br>baciami e vattene, desideravo fossi morta<br>l’inedia copula con gli aquiloni orientali dei miei sentimenti<br>rimpicciolisci nei miei occhi (come se stessi) cadendo<br>un’altra vita nel petto a cui volgere le spalle – i chiodi delle scapole<br>Paris (come una goccia prima di cadere) si gonfia, le labbra formulano<br>le labbra simulano, premono sui confini e (irradiano) il palcoscenico<br>mi morì nel muro – mi morì dentro come un regno<br>inebetita nel muro – schekleter in osmosi con un cero, cola tutto<br>stana buchi e s’ignora per catarsi – come dondolano le caviglie<br>della signorina Paris, (che adesso) di nuovo setacciano il marciapiede<br><br>e di nuovo a digiuno<br><br>*<br><br>e al mattino ne piansi – ricordavo una donna che mi fissava<br>da una finestra (rossa) il volto irradiato da una luce (posteriore)<br>svanì vorticosa, odore di mughetto, un medico (forse) asserì<br>che saremmo tutti morti ma<br>aveva (poi) molta importanza?  <br>verrà un angelo di neve a serrarci le oscurità con braccia<br>morbide come velluto e gli occhi (come) colonne in fiamme<br>le figure alte che danzano – bambole di pezza, visioni (infernali d’autunno)<br>volevo fare la ballerina (volevo) cucire le distanze<br>fra il palcoscenico e l’osceno (spettatore)<br>la purezza, l’innocenza, la pelliccia, come ti dicevo<br>sono cadute (ci penseremo domani) dentro<br>una mosca morta (schiacciata) sul vetro<br>non significo niente, non significa niente<br>il diapason dei sentimenti ripete (e ripete) e ripete<br>lo stesso identico suono (simile) di perfezione (nel)<br>perdermi in ogni arte cinese o comunque, esplosione cremisi<br>i tuoi carboni ardenti – qualcuno (ascolterà) – nastrini per capelli<br>il pavimento della cucina dove (lasciavi rotolare) le biglie<br>e i bambini felici (non esistono) gridavano da sotto<br>la finestra, tutte quei segreti, sii brava - fallo bene (stanotte)<br>un lavoro (pulito) in sequenza (lo ricordo) nella disperazione della notte<br>papà sarò di nuovo (pulita)?<br>toccami l’ombelico da dentro<br>sono una preghiera per la pioggia, una canzone senza titolo<br>(fischietta) la bambina di papà<br>non sarà mai più tenera<br><br>trallallero trallallà<br><br>*<br><br>a me (mostrati e) vieni (dentro) come una pillola come una fata<br>candore di libellula (s)venuta è la luna<br><br>dimostralo<br><br>:dunque<br><br>chi verrà a consolar(mi) questi tagli, l’asino è legato al palo<br>nel giardino lo sciroppo per la tosse, disse Paris<br>contiene l’inganno della pittura, (poi) ti spiegherò<br>oppure no, l’acqua non (mi) volle, dolce e disabitata, occupante<br>di sedili sui treni, vicino ai finestrini<br>(il più possibile) vicino alla morte (interna) dei fiori<br>la velocità, questa sedia elettrica che ci succhia dentro il respiro<br>fiori spinti fiori estinti i petali (della) camomilla dormono<br>la pace illesa delle eco – sapone e toletta, sposa perfetta<br>con la gonna aperta ti ispiro fiducia (immagino)<br>il suono della mattanza, è troppo tardi<br>pornografia o geografia è la stessa cosa<br>si tratta di dirmi (dov’è) questo (dov’è) quello e dove<br>(vogliamo) andare – è troppo tardi disse schekleter all’uomo<br>che vendeva le spille da balia per tenere (su i pantaloni durante) le giornate<br>interminabili di pioggia, tutte queste nubi affogate (nella doccia) saranno grigie<br>(saranno) il nostro occhio prima-di-morire il tuo<br>trovare (una cura per non dimenticarti di) me<br>per esserci (condivisi) decidemmo di unirci, in un posto caldo<br>e sacro un (forno) convento, per esempio<br>io sarà una lanterna, se l’acqua rimarrà calma<br>se il guardiano (del faro) lo permetterà<br><br>basterà una luce e limarmi la pancia<br>tu ci poggerai una mano<br>sarò nuda e prediletta<br>tua pillola avvelenata<br>tua sposa perfetta<br><br>:<br><br>così va bene?<br><br>trallallero trallallà<br>puoi chiamarla (nudità)<br><br>*<br><br>apprenderai, mia serva dell’ombra, come la strada del fascino<br>disponga di una bellissima bocca, guarda le labbra, tagliate con le forbici<br>con cui ti sei fatta la diagonale sulla frangetta<br>con cui (io) sfrangio queste parole, o (dovrei dire?) prole<br>questi piccoli eserciti (di formiche) vibranti (operose) e caparbie - <br>batte l’ultimo chiodo sul pavimento infine (inchiodato)<br>muto dio accecato da uno specchio eccomi, <br>ho (inventato) il tramonto (ho) inventato il digiuno e il riposo<br>per riposare e digiunare (e credimi) sono il vuoto che ti ospita<br>sono colui che satura le fessure o le ombre <br>un tempo, disse schekleter ero il custode di un albergo nella Parigi bene<br>proprio dove trovai questa ragazza che ora non distinguo più<br>se sia l’intera città, forse ho portato con me l’intera città?  o (forse)<br>è la città che è ancora intorno (ma comunque) che differenza fa? <br>è poi così (importante)?<br>un tempo ero il custode in un albergo della Parigi bene e, <br>una mattina (di pioggia) come tante, e come potrebbe essere altrimenti<br>dissi: “Signora del pane, il mattino è devastato” così intimai o almeno <br>(mi parve) in quel momento, qualcosa accadde<br>-	sguardo mussoliniano mani sui fianchi mento alto<br>ero risoluto, deciso, (come se) le parole avessero una destinazione (reale)<br>una reale intonazione, con delle angolazioni (proprie)<br>in quei tempi (le ginocchia della nostra) Paris s’agitavano<br>dentro il vagone d’un treno di seconda classe (dove un ragazzino)<br>francese con un fiore artico all’occhiello (non esiste) disse:<br>che si lasci deflagrare il suo bouqet innescato, pirico (come) <br>il rintocco d’una campana (di fuoco) fra le nubi<br>in fondo ha seminato mine per tutta la casa e non s’è degnata<br>nemmeno di voltarsi a guardare cosa aveva lasciato dietro di sé<br>una preghiera di pioggia – noblesse oblige<br>cannibali (pornomani affondati) su un divano come in un buco<br>(eccoci, me e te o chi per noi) davanti agli specchi ora, <br>ad affilarci (i profili con) gli sguardi, <br>incappucciati di profilattici alle dita, per non disperderei il seme<br>che le nostre mani produrranno, (lei) la graziosa, (lei) la deliziosa<br>come muore d’un improvviso stupore, (io) medicinale<br>con le garze e la cura che ha nel muovere le dita e se si tende<br>fra un quadro di papaveri e la felce in vaso (ecco che)<br>nell’oscillazione di due apparenze (non solo) accavalla una gamba <br>come fosse una personalità (ricordi di stanze e distanze insegnate <br>dal ragazzino francese) ma sbuffa, nonostante quello senza radici <br>sia io, adesso, invaso nel vaso, se esistessero i ricordi, <br>ma la signora del pane entrò in ciabatte<br>io ero il custode di un albergo nella Parigi bene lei aveva<br>la bocca (fumante) di freddo e rubò una caramella, e al mio<br>“signora del pane, il mattino è devastato” aveva già<br>donato una prospettiva posteriore (di sé) e mentre l’immagine<br>spariva affondando (dentro al mattino) io rimasi cupo e angelico<br>le braccia lungo i fianchi, lo ricordo bene, (balbettante) in attesa<br>di un godot, di una primavera, o di una contingenza d’attimi di nuovo gravida<br><br>lei, la dondolante<br><br>Paris cadrebbe in ginocchia se esistesse il pavimento<br>lo dice schekleter parlando (di lei) come se non ci fosse<br>è così piacevole ricordare sono così contento che (anche) lei si ricordi<br>(com’era) quando sembravamo confezionati<br><br>*<br><br>poiché siamo al di qua delle a(l)pi, il mattino, se è vero,<br>deciderà una sequenza, tipo: valicare il (confine del) lenzuolo<br>immaginarmi sedicenne, (per te) scoprirmi la pancia<br>e spiegarti la seduzione del neo che fa da stella polare<br>mi amerai, (io) avrò il cuore come una scatola (a forma di cuore)<br>così che tu potrai riempirlo ogni volta<br>e poi andarmi a comprare quel tabacco alla mela<br>che mi fa sentire (così) esclusiva, berremmo thè,<br>tintinneremo sulle tazzine, mi ascolti? Con le forbici<br>da cucina taglierò questa gonna, questa gamba, il tuo freddo silenzio<br>una julienne di silenzi (serviti) fra il mio seno che odora d’infante<br>questa (non è una) presunzione, sono divina io sono di ghiaccio (purissimo)<br>fatta (in pianto) e bollita, non ho più (nemmeno) le ali<br>e ho smesso di allineare (pillole e) profumi sul comodino<br>da quando mi hanno cancellato l’utero (da quando) il dottore<br>mi ha confessato la sua adulazione per le metamorfosi, sono divenuta<br>uno splendido vestito da sposa verde, poiché è dalla natura che vengo<br>e alla natura che vado, e tu sei nel mezzo<br>solo uno scenario di pini o cedri, comunque (solo una parte)<br>sarai calpestato dal mio piede (divino e) volgare<br>senza smalto, stringilo e ridammelo<br>canticchiamo una canzone insieme, una canzone senza titolo<br>trallalero trallalà, eccomi, sono (apparecchiata e pronta) per te<br><br>posate le posate, entrambi<br>si mangia (con) le mani<br><br>oggi, se esistesse (il tempo o il pavimento)<br> <br><br><br><br><br><b><br>Verso il sentiero che porta al profumo di magnolia</b><br><br>Voglio essere dentro a questa notte spalancato e denso – fili di bava fra le fauci di un cane che annusa gli angoli sui ponti del Tevere – fili di miele e saliva fra i tuoi che annusi il sentiero che porta al profumo di magnolia e indichi di là – dove ogni cosa finisce, dove tutto finisce – australiane che tirano fuori dalla borsa visite guidate e un negro di Roma con la barba che indicando una collanina afferma che è biuttiful, tutto è biuttiful, le scale di trinità dei monti, i gladiatori, i gladioli e questa narrazione che comincerebbe così: la tua pancia la tua pancia la tua pancia. Giulietta dal seno miracoloso come questi guanti d’arcobaleno ti rendono simile alla Venere Di Milo – prendevano a calci un uomo per la strada, sotto il semaforo che apriva e chiudeva la bocca in giallo ci siamo chiesti cosa stesse accadendo mentre il Tevere portava topi e cianfrusaglie e foglie sporche di sangue e tu hai detto: “Una ragazza sta piangendo” e per partito preso in difesa delle sofferenze hai cominciato a piangere anche tu – ciglia appiccicate, pierrot allucinato svolazzante in ventagli di gonne, ti pulisco lo schifo con la lingua in ginocchio, ti lascio nocche luccicanti e dunque: la tua pancia anima mia la tua pancia anima ho rotto una bottiglia di vino sbattendola sul Colosseo e bevevamo tagliandoci la bocca e fumando, tagliandoci e fumando e mischiando il nostro sangue, lingua contro lingua e la tua saliva rosa come il succo di certi fiori e sporchi di sangue presentarci alla lettura, presentarci di nuovo come non ci fossimo visti mai - io e te: “Io sono Giovanna D’arco Teso” hai detto “Guarda che schiena che ho” e io Magellano truccato cominciavo a circumnavigare i nei sulla tua schiena, aprivo rotte, inseguivo i delfini che rinascono dalle anche, morivo sul monte Ararat della tua scapola sinistra dicendo ”Qui costruirò la mia arca, io sono Gesù di Charleville che ha scoperto l’amore infallibile” così seduti ad una tavolino nero su due sedie nere con una mano da serpente scivolavo fra le tue calze a righe - tu ridevi in un fazzoletto, io scivolavo con le mie dita ad allietarti la serata dicevo stai zitta adesso stai zitta e subisci e fai finta di niente mentre finiscono di leggere poesie brutte con una brutta aria, fra poco spalancheremo questa stanza, lo vedrai da te, lo vedrai. <br><br>Ora lasciami immergere le dita di te nel vino di questo bicchiere, poiché questo è il mio sangue e questa è la tua ultima cena, e io sono Gesù di Charleville e dopo questo ripeterete questa scena in memoria di me. <br><br>Nudo al microfono, le persone che sghignazzano, le persone che ridono, le persone che chiamano la polizia, recito a memoria e mi masturbo, recito e accarezzo e quando vengo per terra davanti a tutti pronuncio: è finita la poesia. <br><br>A quattro zampe dal fondo della sala, a quattro zampe fra le persone e le rose indiane e i bicchieri capovolti giungi a me e lecchi il seme in memoria di me, con la lingua ancora sporca di sangue – mezzelune sotto ai tuoi occhi cenerentola immacolata che pronunci ora – ora è finita, ora possiamo andare, la lettura è compiuta.<br> <br><br><br><br><br><br><b>Amen</b><br> <br>Scrivi semplice scrivi come un disadattato - sulla linea del fuorigioco dio lascia tutti i bambini in posizione irregolare e gli altri a considerarlo zucchero filato nero dentro cui affondare il momento in cui saremo occhi sputati fuori dal corpo come noccioli di pesca – nuovamente una mattina composta da un fragrante bouquet di considerazioni: non superare i trentacinque anni, uccidere tutta l’umanità o al limite riuscire a non farsi toccare da nessuno mentre avanzi obliquo lungo i marciapiedi.<br>Colazione: un tuo piede da pulire come una lisca di pesce, nudo su nudo, specchio chiama specchio, adesso mi condenso sul soffitto e poi ti piovo addosso da tutte le parti, vuoi?<br>”Parli con una che al mattino non risponde prima di aver ucciso una sigaretta con la bocca e il calore di una tazzina  nei palmi delle mani.” <br>Scrivi semplice scrivi sempre strappa i fogli e cancella il tuo nome da sopra – vanità delle vanità, tutto è vanità, i nomi cesellati dorati sulle costole dei libri, ci facciamo un the? Mi tagli le unghie? Non ti vestirò oggi, non prima di aver scelto per te una punizione adeguata ma ecco, una mano (la mia) cerca un piede (il tuo) mentre le signore s’appendono tutte lungo la passerella dell’inverno proprio sotto questa finestra, sussurranti sabot - e voglio lasciarti una cicatrice voglio essere la tua cicatrice fredda e piangente come (abolire metafora) - tempo di foglie gialle come zampe d’anatra mozzate tempo di figlie come volersi innocenti col coltello in mano a difendere la propria concezione di drogata sicurezza - casa madre forbice fenice nessuno cambia se consideri la radice dell’essere questa prosa nata impiccata nata per dimenticarsi di essere prosa per farsi sposa d’una vergogna caduta, il regno della mosca avrà il sopravvento su quest’armata di ragni fascinosi, abiuriamoci, ragazza colpo di tosse calze a righe e scaldamuscoli, ragazza pantaloni lunghi sotto le scarpe bagnate che si masturba col neon e col neon si trucca le guance arrossate di febbre arrossate di non-so-star-senza-di-te, mano scivola mano gocciola voglia di fili di saliva tra dente e dente e piedi luccicanti nel tormento cosa mi fai come mi vuoi nuda e spogliata come una lama risoluta come uno sputo <br> <br>“E’appena mattina è dove sei stato?”<br> <br>Cuscino su cuscino su cuscino e sopra te e dunque io e sedici respiri come spilli allineati e tutto il tempo che si gonfia come una bolla d’acido con la stessa acuta perseveranza nello stomaco – cada dolce casa acquoso riposo fra le costole fino a che la sera non giunga coi suoi rami d’alabastro a incuterci il terrore a confessarci che seppelliti vivi moriremmo meglio, e usciamo. <br>“Ho voglia di strada ho voglia di vederti cinematograficamente proiettata su questo sfondo epico.”<br> <br>Sera pirica, fuochi di lampioni fluttuanti, porte che ci lasciano entrare ci lasciano uscire con le bottiglie sotto i cappotti, questa sera evangelica di prose e funamboli, di spiriti essiccati e digeriti come funghi allucinogeni - e una bambina dolce apina avanza canticchiando paffuta in un cappotto zigzagando e arriva a noi e non sorride nemmeno solo fissa e apre e chiude le mani, apre e chiude le mani. Ferma. Braccia lungo i fianchi.<br>“Chi siete voi?”<br>“Noi siamo il giorno della tua nascita e il giorno della tua morte, piacere piccina, come ti chiami?”<br>“Voi come mi chiamereste?”<br>“Io ti chiamerei Djuna.”<br>“Io ti chiamerei Bambina”<br>“E infatti”<br>“Infatti che?”<br>“Sono Djuna La Bambina”<br>“E quanti anni hai, Djuna La Bambina?”<br>“Ne ho zero”<br>“Non dare risposte stupide”<br>“E tu non fare domande stupide, se sei il giorno della mia morte e lei il giorno della mia nascita io sono il tempo che dondola come un’amaca fra di voi. Vi piacciono le amache?”<br> <br>Ed ecco, che piove, che lieve ride e pare non curarsi di noi, di nulla, di nessuno.<br>Eccola che se ne va, giù lungo il ponte, frusciante rosso ansante fra le foglie sulla riva del fiume a camminare sopra il pelo dell’acqua da parte a parte mentre la luce viene morendo sull’attonita epica città, con un coltello di luce che dilania il sipario del cielo, gonfio come il ventre d’una madre in attesa.<br> <br>“Quanto abbiamo bevuto?”<br>“Non abbastanza da vederla camminare sull’acqua”<br> <br>E la sera di rose e di viola sgravò la notte.<br>*<br>Interno notte. Interno cosce. Inferno cosce. Non dovremmo mostrarci così atrocemente, fra queste vie allampanate. Tutte truccate di luce e straniere vestite di biondo. La bambina ci segue ancora? Non lo so, sono fuori dal corpo, ora rientro e ti dico. Chiudi la lampo, che t’esce l’anima. Non c’è. Forse sì. Ci sei Djuna La Bambina? Non c’è. Vieni qui. Apri le gambe. No? <br>“Lei è tra noi, non ha detto così?”<br>M’annerisco di smog e m’appendo al muro come un manifesto, voglio leggerti una poesia fra le gambe, voglio scriverla fra le gambe, voglio prenderla da dove proviene e restituirtela, mi sono vestito da notte per te e questo momento non vedi il momento? Mentre dormivamo sei caduta dal letto. Guarda, ho gli occhi da notte, questa è la luna, queste sono le maree, questo significa attrazione. Orbite. Occhi. Luce. Fammi fare pace dentro di te. Voglio imparare il tuo alfabeto. Fammi fare pace. <br><br>(dentro come un violento morbido atroce stalin con lo sguardo fisso, sul muro a cancellare, sul muro a sfregare come un cerino senza possibilità d’accensione)<br><br>C’era un gatto che ti camminava fra le gambe mentre facevi la pace dentro di me.<br>C’era un gatto che mi camminava fra le gambe mente facevo la pace dentro di te.<br>Raccogliamo questo profilattico? Può venirci buono per il P. A. Lo metteremo in testa a uno dei magi, come un cappuccio. <br>C’era un gatto grigio che cantava una canzone di Edith Piaf.<br>Lungotevere braccia di bambola, prende le curve come una poesia di Baudelaire, con cautela con cautela con cautela, tutti i tuoi vestiti strappati sulle braccia perché dovevi sempre essere quella che cammina vicino al muro, e allora sfreghi, e dunque le tue cicatrici a forma di vento disegnato da un bambino sulle tue spalle, e allora non voglio scrivere una poesia, le poesie sono stampelle con le ossa di farfalla e sono servite a portarti fin qui, dove un gatto canta una canzone dei Radiohead, dove c’è questa bambina che mi allunga un nido, un vero nido di aghi di pino intrecciati da becchi sicuri e precisi, da becchi di esseri che non sono inchiodati al suolo come gli uomini, come gli alberi, gli uccelli non cercano un messia ma questa è un’altra storia, questa storia è Djuna La Bambina che mi allunga un nido con dentro un uccellino morto e mi dice <br><br>“Questo puoi usarlo per il tuo P. A. potrebbe essere la culla, ma devi togliere da dentro”<br><br>Non finisce la frase.<br>Non finisce la notte.<br>Non finisce mai niente ma semplicemente si moltiplica o si sceglie una legge a mischiare.<br><br><br><br><br><br><b> <br>Le ampie mani di Tito Fuentes</b><br><br><br>Touchè ma mort – sono un drogato con la cravatta, pelle lucida, cupa diagnostica essenziale, ubriaco a Cracovia e ubriaco in flanella e così pensato – se è vero che le poesie belle sono le poesie tristi non venirmi a chiedere perché (non chiedo, te lo lascio dire) mi piacciono le ragazze con le tragedie negli occhi – i presidenti coi tacchi a spillo e le ingombranti sfumature - sono sicuro di essere morto in epoche migliori di questa, nessuna parola portava questa meticolosità da angostura, la poesia è morta e ci hanno pisciato sopra quelli senza scarpe e ci hanno costruito sopra una casa discografica e un parrucchiere e una ditta di software, quest’epoca è il golgota della poesia, qui c’è via delle sette chiese elettriche e le sette cadute della borsa, qui in questa terra di acqua e di suono la sera è un grigio e giallo pastello, immobile, fumoso, e ogni singolo paradiso ha il suo angelo infelice che cammina a piedi scalzi, e disubbidisce, ridendo, ogni colore è intrappolato nella sua definizione, ogni espressione contenuta da un unico volto, tutte le finestre sembrano incorniciare vecchie affacciate come tetri quadri di natura morta e l’apparenza ha smesso da tempo di ingannare, convincendo al primo sguardo.<br>Qui la poesia è morta, e il poeta sopravvive come quelle rare orchidee che crescono attaccate agli alberi senza esserne parassite, nutrendosi di acqua e vento.<br>Bisognerebbe dimenticare la buona educazione del chiedere le cose e al tempo stesso essere più gentili. La sensazione di qualcosa di confuso e crudele che divora, senza sosta, uomini di tutte le forme e grandezze, città e fiumi, albe e sentimenti. <br>mentre adesso dicembre è iniettato su per gli avambracci fin nella punta delle dita<br>a deragliare musiche precoci<br><br>*<br><br>Paris fanatica Lavinia schiava della vista amputata ballerina quali mani ti hanno messo i rami negli occhi? Ora che nei pomeriggi bevi resina dalle bordature di eleganti tazze da thé, ora che riesci a usare la bocca come un miracolo e a moltiplicare i pani e i pesci dimmi, quali mani hanno osato saccheggiare?<br><br>“Ricordo solo una canzone con le mani bianche”<br><br>“Devi rifarti le unghie, preparare un tiramisù”<br><br>questo duplice piagnucolante casché<br><br>*<br><br>Mio popolo, cosa ti hanno fatto.<br>Guardali.<br>S’appiattiscono, sotto gli sgabelli dei bar all’aperto (A Roma, ottocentesco, il mio amico K per fare un esempio)  tutti questi bassi strati di sottocultura –  garza su garza nutriti dai prodighi becchi virtuali, giornaletti, pagine vecchie di quotidiani, internet annoiato surfing, ossessioni per alcuni periodi letterari (imagismo, qualunquismo, dadaismo, surrealismo, tutti riuniti sotto l’icona sacra della Madonna dalle Gambe Aperte) (il fighismo direbbe K) <br>“Le donne sono tutte puttane” (esclusa mia madre e la tua) non si capisce allora il modo di dire, qui e a Valencia la stessa cosa, sempre contraddetto, queste cose basse, in effetti, appiattite sotto gli sgabelli, e dove altro se no, si parte tutti da una terra desolata, in fondo cominciamo tutti col dire “TsE” noi, chi per un modo chi per un nodo, volevamo fare i pirati nella parola, silenti e tragicamente calmi a spiare calze di maestrine e pose, come nevrotici Bertolucci a rappresentare un bacio con i capelli che vanno in fiamme (l’odio si protende tutto verso la divinità più temibile: Metafora) (post it: abbattere la metafora) ricorda: nella notte della gelata le ampie mani di Tito Fuentes sostennero, dalla fierezza di un cd che rispettasti per il dono dicendo:  (come saluti gli alberi, e ringrazi per i pinoli che mangi,  e non riesci a camminare sopra le foglie zampe gialle d’anatra mozzate per non sentirle piagnucolare – ) “La primavera non esiste, e i miei capelli non sono lunghi, sono rilassati e pigri” ascolta: una sigaretta che porta via un pezzo di pelle dalle labbra, il ricordo di una spagnola coi capelli neri in piedi a Piazza di Spagna in un mercoledì di sole abbacinante con le calze a rete nere adolescente pelle d’oliva, o te e quello che ti pare non importa o io, stranamente presente ad una mia lettura e leggere in italiano le parole in francese per un’improvvisa assenza di musicalità nei versi - i miei.<br><br>(noi poeti non possiamo essere tragici, non potremmo dire padre, padre, perché mi hai abbandonato?)<br><br>*<br><br>Nabokov con pochi capelli, spettinati vicino alle orecchie,  ha costruito la torre di Ada inseguendo le farfalle (non è un modo di dire) e dunque mi sintonizzo su mediashopping, dove posso soddisfare la mia voglia di rivoluzione acquistando attrezzi per la guerriglia urbana, poiché l’era glaciale si sta avvicinando e noi non sappiamo.<br><br>*<br><br>Lande, desolate lande, terre di silenzio e polvere, terre scenario di insetti e locuste, di fiori e gocce di rugiada che cadono lentamente dalle foglie, terre prive di qualsiasi carne e di qualsiasi orrendo gusto, terre come pelle nuda e dalle curve dolci come forme, terre di disordinata perfezione nei campi arati, simmetrie di contorni nelle cime abbarbicate sulle alture, terre aride e silenziose, terre di bestie dal battito lento che chiudono le palpebre una volta l’anno, terre conficcate come chiodi nella pianura di cemento, terre di foreste e fiumi dalla carne nera e morbida, terre disabitate e mai calpestate, porzioni di mondo incorrotto e immacolato, questo è il vostro canto.<br>Di un uomo che non conosce e non capisce, ma che non è così stupido da non considerarvi.<br>Nello stonare dell’unico suono della terra  rammento una scelta fatta molto tempo fa, da gente che non ho conosciuto.<br>Non ne condivido gli intenti, e, di conseguenza, ambisco il diluvio. <br>Quasi dimora, a dipingere tutto<br><br>Ho le dita che colano miele come leggere passeggiate notturne - le ninfe hanno gambe di ragno e picchiettano sull’acqua aprendo cerchi radiali - le nubi mi si gonfiano nel seno asettico, rispettoso della profilassi dell’arcobaleno<br><br>immagine su immagine su immagine a degradare<br><br>i piedi sporchi per il continuo camminare nudi<br><br>*<br><br>Stavo nel buio al buio affidato come sprofondato dentro un buco, che un raggio di luce – cavalcando una tenue forza - venne a muovermi le antenne sottili del senso (una lumaca che lascia una scia di luce bagnata, succhiando il cristallino del giorno da una distanza profondissima.)<br>Nella spuma dei pensieri che giungevano con corpi smembrati di cuccioli immaginavo di cavalcare una balena, questa difficoltà d’espressione, catapultarsi fuori dal corpo o rinunciare. <br>I nostri antenati cavalcavano leopardi, e tigri con la sciabola, e giraffe.<br><br>*<br><br>Azzurro d’uccelli, d’infilata, nella mattina gelida una sigaretta, come un bosco mi muore dentro così io t’aspetto, orchidea insanguinata<br>*<br>Quale parallelo potrà mostrarti? provo con un’anfora, o a diluire le curve in ampolla,<br>ma tutto si recide, non dicevi che siamo rose a testa in giù? così le tue anche non hanno nome, ma tatto, come certi angoli non si pronunciano, ma si annusano, e di quell’attrito taccio il possibile, trattengo il superstite, sussurrabile contatto.<br><br>*<br><br>Non v’è condivisione, ma fame, e bocche che cercano bocche incapaci di passarsi il dolore di bocca in bocca, ognuno come una candela, a portare a passeggio questa fiamma esile ed esposta come una guida turistica di gruppo che tiene in alto un ombrello, o un cappello, e dunque ecco l’anima, realizzazione che vi lascia liberi di disegnare una religione, o adattarvi a quelle che danno in dotazione.<br><br>*<br><br>Le falangi misurate nella riproduzione, non un quadro né un atto sessuale, ma la mostra illecita dei tuoi archi illesi a me - abbacinanti - lisci come pupille di gatto, poi come di smorfie o per un minuto di freddo - andarsene, distanti, occhi sullo steccato, <br>parlando di sassi e acqua e di come decidersi l’immobilità, poiché siamo antiproiettile <br>nella casa, alla fine del corridoio calpestando pavoni macchiati sotto la coperta, <br>nel buio che ha la certezza di un respiro - affatto trascurabili <br><br>incisi <br><br>*<br><br>“Ho fame” disse infatti K, ottocentesco, col busto leggermente all’indietro e con i mocassini nel terzo millennio, camicia aperta e braccio ciondolante. “Oppure ho sete ma non è questo, mi capisci, è il bisogno primario, che mi affascina, quello che non è indotto capisci? Non ti viene detto di. Ma semplicemente il tuo corpo richiede. E già nell’attesa vibra.”<br><br>*<br><br>Quasi nella dimora, a dipingere tutto, compresi i rettili e l’abbondanza di medicinali, <br>non mi curavo dei cavi scoperti né delle grucce depositate nel vuoto a sorreggere un vuoto, ma come un cuore si mastica e l’inevitabile te, inaspettata come entrare in una stazione e mangiarsi le unghie <br><br>il treno è sul binario morto <br><br>ofelia galleggia sull’acqua di me<br><br>*<br><br>Al mio amico K andrebbe fatto un calco di gesso in miniatura, magari inciso da uno di quei bravi artigiani napoletani piegati in botteghe scure e fitte di oggetti dappertutto, che lo ripetesse così com’è, sarebbe un Giuseppe perfetto in un immaginario P.A., con l’aria di chi vuole farti credere qualcosa ma in realtà lui è già fuori dalla questione – pare che la Vergine Maria sia rimasta inviolata ma io non ho mai sentito l’opinione di Giuseppe, e nemmeno quella del mio amico K.<br><br>*<br><br>Prospettive di strade laterali e vigneti inauditi, sterrati che mirano una collina, qui ci si perde, e confonde, poiché il nettare resta sospeso e la tua lingua lo brama a morirne, <br>l’attimo è il chiodo, la resa è il segno, io mi lascio crescere l’interno degli occhi <br>a toccarti nell’oscurità di dentro, dove m’aspetti con dita tese come forbici, mia muta e feroce <br><br>*<br><br>“Io penso che si sia fatta una gran confusione con questi bisogni primari. Adesso ognuno sceglie il suo, e dice ho un bisogno fisico di uomini, di scarpe, di gonne, di bambine, di macchine o di fiori secchi.”<br>“Ma i fiori secchi non danno dipendenza.”<br>“Le scarpe si però”<br><br>*<br>Nell’estasi che non ripete i simboli incantarsi, come fingere il carnevale, mentre alla fine dei tuoi passi un’apocalisse si trascina come il velo d’una sposa bambina, con le mani piene di cicatrici che non trattengono i minuscoli pesci che furono i tuoi desideri:<br>ora sei svelata.<br>“L’ho voluto lungo e che si notasse, e che nessuno possa starmi alle spalle mentre vengo a te come una vergine”<br><br>*<br><br>Oppure discutevamo della recitazione, di come sia, in effetti, per un uomo, impossibile recitare, poiché l’essere umano è, non recita, s’intende una certa femminilità in ogni condizione d’attore, una resa, un farsi violentare da qualcosa – il personaggio – con un’arrendevolezza disarmante, e davanti ad altre persone.<br>Dissentivi su questo, con una gamba accavallata d’altronde, la possibilità di metterti lo smalto, a te pare che il recitare come qualsiasi forma d’arte sia condivisione, una reincarnazione autentica e magnifica d’un cristo dionisiaco e generoso.<br><br>*<br><br>Se mi hai già conosciuto in altre carni dimenticami, se mi hai già visto in altre scene <br>inventami, io sono un sagrato e alla fine di me la tua bocca come una chiesa silenziosa e sacra a fissarmi per l’eterno<br>chiunque giunga a te dovrà calpestarmi <br><br>* <br><br>recitavamo, tu con una marsina rosa e piedi scalzi, io con uno spolverino legato sulla nuca, una collana di fiori e fragole e una vistosa catena con lucchetto per cinta.<br>OFELIA: Piove fuori. <br><br>AMLETO: Moto perpetuo e disordine<br>Scavando gallerie nella piana di Marzo<br>Oblungo caotico neon tubolare<br>Questo scompartimento di cielo<br>Dove piove piano mentre reggo<br>Un fiore sotto la pioggia io <br>Solo una solida stupida danza<br><br>OFELIA: Acqua lenta che viene giù <br>Dalle gengive delle grondaie <br>Coma bava di cane.<br>Smetterà mai?<br>Smetterà?<br><br>AMLETO: Parlavamo bene<br>Poi come uno spiffero<br>I cavilli di un umido silenzio<br>Hanno preso dimora fra<br>Fra te e me<br><br>OFELIA: Respiro gli strati del pomeriggio <br>Allineando livelli incorporei di colore<br>In una scala grigioverde la cui unica <br>Eccezione è composta da te<br>Mio amato <br>Dalla tua urgenza di venirmi a misurare <br>La circonferenza degli occhi.<br><br>AMLETO: Il calore scuro pulsa<br>Il sudore dello stupido nuota<br>Le luci soffocate<br>Amore mio<br>Un tempo io e te da soli<br>Eravamo una nazione<br><br>OFELIA: Devi essere paziente.<br><br>AMLETO: Come i bambini adoro<br>La ripetitività<br>Come i bambini non cosa sia<br>La pazienza<br><br>OFELIA: Adesso ti tocco la fronte<br>La spalla sinistra<br>La spalla destra<br>Il sesso.<br><br>AMLETO: Di a te stessa che domani riprenderemo<br>Di a te stessa che non doveva accadere<br>Non oggi<br>Non così<br><br>OFELIA: E in questa crocifissione immaginaria<br>continuo a dirmi benedetta <br>dalla tua assenza.<br><br>Recitavamo per giorni il ruolo dei divisi, degli assassinati che si visitano in sogno, o nella pazzia, tessendo una preghiera di grani di pane che compongono un’attesa, la sua venuta, luce di speranza che vive nella tensione prodotta, di cui non importa il compimento, né il significante, né il significato.<br><br>*<br><br>Ti avevo nelle righe della mano, mentre da bambina soffiavo sui capelli dei sogni e desideravo, mentre qualcuno s’interrogava sulla seghettatura della mia lingua, di poter morire d’un altro canto che fosse inascoltato, o dimenticato, durante il minuto particolare <br><br>che io divenga cenere che cade dal tuo corpo, io ti asciugherò <br><br>* <br><br>Ai palmi chiusi delle mani irresponsabili tieni la saliva che ho lasciato a traccia <br>di un esserci nonostante, di un esserci e trascendere, questo gesto o l’infamia, se mi perderò nella circumnavigazione del tuo ombelico in fiamme terrò il tuo neo come stella polare, e al prodigio verrò a bere <br><br>tu non chiamarmi <br><br>mia è la strada <br><br>* <br><br>“Ho fame”, disse il mio K, ovviamente ottocentesco, “e ti confido un segreto: Shakespeare è il Vanzina del ‘600.”<br>Lo disse invadendo la stanza in vestaglia, e annuendo mentre lo diceva, per scomparire, e accomodarsi da ora e definitivamente nel P.A., vicino al nido che componeva la culla del messia che tutti noi stavamo aspettando, possessore di segreti che solo lui conosceva, e che noi ignoravamo.<br><br>*<br><br>Questa è una celebrazione, questa è una funzione funebre, sono mani che si cercano per la preghiera, ginocchia che baciano il suolo, questo è l’attimo teso che va al desìo quando stanchi, in una deposizione annunciata, come acqua e ofelia dimentichi <br>della mano che ci donò la pazzia ci lasceremo alle acque che non tremano <br>vergine folle <br>sposa infernale <br><br>quest’orchidea è insanguinata:<br>i nostri antenati cavalcavano i dinosauri.<br> <br><br><br><b>Schekleter &amp; Paris vol. II<br><br>Royal soap Ltd</b><br><br>Fu così che ci ricongiungemmo (o almeno) ci parve d’esserci<br>schiusi come un’unica primavera, insieme e in boccio<br>quel tragico regno mattutino dove ti sorpresi<br>di nuovo in lacrime sconvolta dall’esserti scoperta<br>inesistente o qualcuno lo fece per te<br>qualcuno entrò sulla scena del delitto (con dei fiori al sapore) di dio<br>in mano e lo fece: disse: voi non esistete<br><br>cinepresa: (lato sinistro)<br><br>cinque scalini il portico la luce gialla sui muri a sinistra la strada nastro nero bagnato a destra<br><br>portone citofono targhe d’argento scooter campana per la spazzatura verde speranza<br>ragazza la guardo mi guarda ritorna a seguire la sua miracolosa scena nascosta in basso davanti ai piedi lei (evidentemente) o forse<br><br>bottega dell’arte - manifesto della marijuana parade - negozio che vende telefonate a poco prezzo con indiani appoggiati al bancone - caviglie precise e nette come una doccia - venditore greco di kebab - sagomate allucinazioni di piscio esplose e collose alla base lebbrosa di ogni colonna - altarino alla madonna con gerbere con gli occhi come la ragazza – altro indiano venditore di rose (l’assassino)<br><br>una voce fuori campo: il 13 (un autobus) ci salverà<br>stop<br><br>se accendi gli occhi e guardi tutto sei dio se<br>riesci ad applicarlo come una preghiera e a ricordarlo<br>sei shekleter che cammina ubriaco dondolando<br>con una bottiglia di vino cinese in mano (3 euro) osservando<br>due ragazzi seduti su un divano in mezzo alla strada<br>un altro con un cappotto nero fino ai piedi che ordina <br>vino rosso urlando in un cassonetto della spazzatura <br>“esigo il servizio in camera hai capito cinese?”<br>(ridono tutti)<br>qui ci hanno girato un film qui <br>paris-da bar mi sembra qui<br>ti chiedono cento centesimi e le cose non dormono mai<br><br>Paris come una folata di vento si scortica le braccia<br>lungo i muri arancione lei deve tenere una parte coperta<br>la mostra dei suoi elementi le nuvole che porta al collo<br>l’odio con gambe di bambina che gioca a campana <br>sui suoi indumenti strappati - una mattina dicembre<br>l’ho trovata nuda sul letto – raggomitolata e voltata  -<br>una mattina le ho trovate poiché uno specchio<br>ne mostrava due voltate e raggomitolate<br>come un feto le ginocchia sul mento le mani sul petto<br>nessuno può entrare in un cerchio perfetto<br><br>poi presi a fumare d’infilata come per togliermi da un impaccio<br>fumavo e seguitavo a gesticolare e nel fumo questi ricami, queste piroette<br>se vogliamo presero il nome di discorsi di Parigi poiché<br>dovevamo distinguere il superfluo dal plumbeo e così<br>mi dichiarai pleonasta e iconoclasta<br>lo autografai su un suo piede nudo con la lingua, eravamo sofisticati <br>e pieni di buone intenzioni tanto da riuscire a fare l’amore<br>nel bagno di una stazione Paris con le mani piccole e bianche sulle <br>piastrelle piccole e bianche tratteneva il respiro io sudavo<br>le signore andavano e venivano<br>andavano e venivano tirando lo sciacquone<br>mordendole il collo come un gatto<br>fu così che inventammo un sapone, dapprima<br>e quindi una fabbrica, la Royal Soap Ltd<br>con cui sbarcavamo il lunario sulla riviera<br><br>(ci chiamavamo i figli di medea, i dondolanti)<br><br>non so come finimmo a parlare di von trier sul ponte<br>con le luci e le chiatte che ci scorrevano lente sotto<br>mosse dalle nostre caviglie dondolanti (parevano)<br>forse si finirà sempre a parlare di lars von trier per un motivo<br>o per un altro, così poco, dura tutto così poco, non trovi?<br>Foglie di limone deboli, e tu curiosa di farti scartabellare<br>il ventre da una ragazzina col nome dantesco, <br>beatrice, nei libri, in televisione, in cielo e in terra<br>tutto è in movimento circolare<br>Ahuri – tutte uova col guscio sottile<br>baciavamo il disastro del tempo con la lingua<br>gli abissi che ci si aprivano davanti, infiniti crepacci<br>che graffiano il minuto in ogni circostanza<br>ora e sempre<br>( e benedetto sii)<br>diciamo una cosa stupida e banale<br>come una preghiera ripetiamola<br>come un mantra<br>ora e sempre come in quel film<br>di von trier (idioti)<br><br>il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste il tempo non esiste<br><br>ti ho perdonata per quella volta<br>puoi ricominciare a sorridere.<br><br>*<br><br>nei giorni Djuna La Bambina compariva con un paio di forbici in mano, tagliava i gambi delle rose, si preparava in pentolini ribollenti tisane e infusi nella cucina rossastra, con funghi e bacche e petali di fiori, petali che riempivano l’aria con un essenza che non avevo mai sentito, “ una volta era un gatto che mi guardava corrucciato, un’altra un ape sul barattolo della marmellata”  disse Paris -<br>compariva sgambettando, semplicemente, apportatrice di strani regali, piccole manine bianche sacrificali, o la trovavi accucciata al fondo del letto, caldo sonno dei piedi, che mugolava sognando chissà quali inquietudini.<br><br><br><br><br><b> <br>Giù dal letto</b><br><br>Le cose andarono (più o meno) così: aveva queste calze al ginocchio <br>lei, ora nere ora a righe orizzontali colorate, e non (ci) riusciva<br>di scendere dal tavolo, (o meglio) se anche scendevamo dal tavolo<br>c’era il muro e noi ci siamo sempre sentiti un quadro, insomma,<br>quando eravamo (incastrati) ci guardavamo a lungo (e pensavamo):<br>forse siamo nati così, qualcuno ci ha separato per sbaglio<br>sparato per sbaglio, (o per sbaglio) siamo spariti, spuntati come erba<br>nelle fessure (del marmo) della città, e nel corridoio c’era uno specchio<br>che ci duplicava mentre decidevamo che quadro dovevamo essere<br>non riuscendo ad accordarci nemmeno sul pittore, troppo oro in klimt <br>troppe mani rattrappite in toulouse lautrec, che non ci donavano, <br>e (comunque) è eccitante, <br>(hai detto) lo sguardo di lei, (nello specchio) e anch’io lo trovavo eccitante,<br>lo sguardo di lei, era lo sguardo di lui che mi metteva a disagio<br>e poi finimmo sul pianoforte e io riuscivo (a fare le scale) finché d’improvviso<br>divenni tu (un piano più sensibile) e le mie mani accordavano i do fra le tue gambe<br>e la tua lingua era un metronomo così dicemmo (o lo pensammo?): <br>questa è un ouverture<br>ma non possiamo continuare così<br><br>(il tipo nello specchio chiedevi) <br><br>tu annuivi e poi ridevi e poi non so <br><br>(avrà un odore?)<br><br>Mi confondevi (in ogni caso) e nelle tende ti chiedevo scusa<br>e nella notte (fissavamo) le corone del buio e la luce<br>a formare stalattiti gocciolanti e poi cademmo nell’acquario<br>non il segno zodiacale, (no) cademmo dentro l’acquario<br>coi pesci tropicali di quelli che al ristorante cinese<br>fissi con una mano sul mento io mi sentivo tranquillo<br>poiché so che tu parli sedici tipi di silenzi diversi<br>compreso l’inglese e dentro l’acqua cominciai<br>a seguirti dondolando e muovendo i piedi cercavo<br>i tuoi di piedi poi ti sei nascosta in una grotta io<br>ebbi una discussione con un pesce nero con una banda rossa,<br>(sulla divisa) ci guardavamo male, male e basta finché<br>il pianto venne a bussarmi sulla spalla dicendo: siamo le lacrime<br>avresti una guancia per noi?<br><br>Tutto era dischiuso, in quel momento, (come spiegarti)<br>le cose si aprivano e alla fine delle strade aperte<br>nessun funerale ma solo una specie di cappio,<br>e io e te nel mezzo, di nuovo nell’incastro, di nuovo<br>nel disastro fissandoci negli occhi e pensando:<br><br>cose che non hanno suono.<br><br>Andarono più o meno così (le cose o rose), finché<br>tu cominciasti a desiderare veramente di entrare<br>nell’acquario ma io non sapevo i nomi delle stelle<br>che componevano la costellazione così optammo (inizialmente)<br>per un piumone, scivolando su un tappeto e ritrovandoci<br>tu (di spalle) io (sulle tue spalle) che ti facevo un bidet<br>e tu sorridevi o sorrideva quella nello specchio che<br>(comunque) mi piace molto e alla fine qualcuno<br>ci intimò di superare le nostre distanze, comunque,<br>uniti sempre non si poteva stare (ecco il problema)<br>avevo un dolore che masticavo da anni (anche tu)<br>e non mi riusciva di passartelo come riesco con <br>l’acqua (del supermercato non dell’acquario) e la strada<br>e il freddo e quella cosa luminosa che si chiamava<br>natale apriva sorrisi di lumi fra balcone e balcone,<br>le persone con i guanti, i caffè coi vetri appannati,<br>io che attraverso la strada in diagonale e ti aspetto<br>con le braccia aperte come una parentesi, questa<br><br>(<br><br>e dentro alla parentesi il miracolo<br>di essere riusciti a scendere da casa<br>era vero e solenne<br><br>e così chiudemmo la parentesi, in questo modo:<br><br>)<br><br>ci guardammo intorno e Djuna La Bambina<br>era lì sotto all’insegna che recitava: Via Dulcis:<br>“Venite con me?”<br>“Per andare dove?”<br>Sbuffò sdegnata.<br>“Per tornare dove, avresti dovuto dire,<br>vedi che fai sempre domande stupide?”<br><br><br><br><b>Splendide hotel</b><br><br>Esce dai fornelli della cucina, sussurrata, in curve<br>e pieghe sinuose o digiuno, non sono pulito, o non<br>me lo hanno comunicato, come spiegarvi, nessuno ha<br>mai visto le onde magnetiche o l’elettricità eppure<br>qualcosa si muove e in questo sistema circolatorio di strade<br>e vene qualcosa ostruisce, piramidi e dighe, glutine e ristoranti<br>cinesi, o una Paris che adesso mi elenca i colori come una maestrina<br>con la camicia aperta  – “Succhia l’amore mio unico e raro <br>scegli una scatola conosciuta e riempila, la teoria delle ombre <br>dice che ogni giorno il dolore di un’ombra che si deforma <br>rimpicciolendosi e stirandosi finisce nell’assunzione della tenebra, <br>le ombre si riuniscono alle ombre in silenziose processioni<br>e se tu mi chiedi di dipingere un cielo io devo chiederti di specificare<br>quale cielo vuoi che dipinga poiché il sole ha molta influenza sull’intonazione<br>delle nubi.”<br>Scegli una scatola e riempila, questa è un’assunzione di colpa disse Djuna<br>La Bambina o forse furono le tende a sussurrare nella stanza 411, dove <br>immaginai di dare forma ai miei quaderni di Parigi impostandoli come fossi<br>improvvisamente sicuro di ciò che andavo a comporre ecco, comporre, cominciai<br>a dirigere i flussi come singoli strumenti, e mi battezzai orchestra, cominciando<br>a dipanare i fili di ciò che qualcuno mi aveva dettato in quelle ansiose settimane<br>dove avevo cominciato a trovarmi o a perdermi, in una rara angolazione dello specchio era impossibile distinguere, la luce divide tutto, diceva Paris che mi andava spiegando<br>la difficoltà di riprodurre un cielo, o più esattamente andava descrivendo l’impossibilità, la resa del pittore dinanzi all’impronunciabile, ciò che andava a morire, ciò che le parole ancora non si davano pace di non poter sussurrare, la pittura si assumeva la responsabilità dei propri limiti e fissava un quadro, ordinatamente, studiava i colori, i toni, i contrasti, mentre la parola ancora non aveva trovato una via per raggiungere l’impossibile, l’attimo che sfuma, il riflesso, e si contorceva in un’angosciosa ricerca che agiva per sottrazione, come l’infanzia, e l’adolescenza, la poesia è qualcosa che possiedi e perdi via via, dolcemente, nell’attimo stesso in cui è – così entrambi, conficcandoci cose in corpo cercavamo, estraendo e osservando, <br><br>arte pazienza notturna incoerenza recitare salomè<br><br><br> ho ondeggiato fra i dilettanti, essendo uno di loro<br>ho infilato dolcemente il pene in bocche molli e calde lentamente<br>e per tutto il tempo che desiderassi<br>ho capito che la mia ombra andava a morire singolarmente, ogni giorno<br>prima che me lo confessasse Paris, (con quell’aria triste non poteva<br>essere diversamente) ci sono così tante cose e così tanti modi di vederle<br>e io non le ho mai chiesto di dipingere un cielo.<br>mangiava con le mani, con le mani che spogliava<br>nessuna figlia di divorziati è felice ma nessuno pensa<br>al terrore delle famiglie, dove i semi rachitici crescono<br>nell’autorizzata fabbrica silenziosa dove nessuno<br>può mettere il naso se mia madre è una pazza<br>e mio padre è un pazzo se mia madre è infelice se mio padre<br>desidera ciò che non può avere e si diverte<br>a mettere e togliere gli angeli dagli occhi alla bambina di papà<br>nessuno può venire a sapere se mio padre e mia madre<br>mia hanno trattato come una pianta grassa evitandomi<br>dimenticandomi<br>sembrava che nessuno mi volesse toccare mi disse<br>sembrava piovere dentro casa tutti i giorni tutto il giorno<br>gocciolante stillicidio<br>minuzioso chirurgo, come un ossesso che si gira in un letto<br>nervoso nel chiodo <br><br>*<br><br>Disse: “Verrà la morte e avrà la sottana di p.j.harvey” e disse: desidererei non essere toccata da essere umano alcuno” e l’albergo adesso non era proprio in un posto che si sarebbe potuto definire la Parigi bene, ma pioveva e la strada era romantica e bagnata come una (metafora soppressa) e c’era una bottega vicino che vendeva il pane dalle due di notte e ci dissero che se n’erano andati tutti, dall’albergo se n’erano andati tutti era arrivata una bambina in un giorno di neve e nell’albergo avevano cominciato a tremare e non avevano più smesso diceva quello che vendeva il latte, - e poi se n’erano andati tutti e infatti la fontana era spenta, muta bocca di pesce che adesso gridava al cielo senza voce, rugginosa, nell’asfalto davanti all’albergo erano cresciuti ciuffi d’erba -  i vasi erano sbrecciati e vuoti, una busta di plastica (dovremmo mettere le tue labbra su ogni busta di plastica dei supermercati, diceva) ci dava la schiena raggomitolata in un angolo della porta d’ingresso che aveva una fessura aperta come labbra di una (metafora soppressa) le porte erano leggermente spalancate come in uno stupore sognante e dentro era tutto spento, lì dentro tremavano, e se n’erano andati tutti e Djuna La Bambina, commovente nel suo vestitino a fiori porpora ci chiamava da dentro. Paris dondolante teneva le braccia aperte come un’esca, le mani della bambina comparvero portandole qualcosa di simile a un grosso libro con la copertina cinabro, (colore solido, ha però il difetto di annerire se mescolato col bianco d’argento o di piombo e i gialli di cromo preparati male) senza scritte, - vienilo a sfogliare dentro disse la bambina è un album di foto, a tutti piace guardare le foto – <br>(e forse vi parlerò del giorno in cui venni toccato dall’angelo, forse vi parlerò della metamorfosi che mi occorse e di come nulla fu più come prima, ma questo è già il futuro e non è ancora il momento dunque, non posso parlarvi del futuro per non spaventarvi)<br><br>era un album di foto al contrario, nel senso che gli album di foto sono pieni di momenti felici – matrimoni compleanni vacanze bambini natali maschere, mentre la prima foto che Paris osservò la riprendeva accucciata in terra, solo una bambina con una grossa gonna nera che le si apriva intorno come una chiazza d’ombra, le mani sulla faccia e sugli occhi a coprire un pianto dirotto, la volta che quel ragazzino le aveva dato un calcio in pancia e le aveva sputato mi disse - ma come può averla fatta? <br><br>Djuna La Bambina sorrideva ci chiamava da dentro, venite a sedervi sul divano diceva è da scemi rimanersene all’aperto con un freddo del genere e tempo di osservare la fiamma della mia sigaretta e della sigaretta di Paris dondolare una strana danza eravamo sul divano, sopra ad un tappeto rosso inglese (colore solidissimo, ma bisogna essere parchi nell’adoperarlo, poiché tinge fortemente) con un calice di vino in mano, con calde luci rosso carminio, soffuse sopra le ciglia  -  sfogliavamo l’album di fotografia che riprendeva Paris in tutti i suoi momenti di sconforto, immagine tragiche, orribili, come una fogna della vergogna che improvvisamente fosse venuta a galla, un fiume sotterraneo che attraversa ognuno e da ognuno è dimenticato, spinto con le mani interne dove l’occhio e il cuore non possano vederli, né ricordarli.<br><br>C’era Paris capovolta come un calzino nudo che leggeva il Libro D’Ombra nella hall di quest’albergo abbandonato e io fumavo e pensavo che forse ci saremmo potuti fermare un po’qui, forse avremmo potuto dare un’occhiata in giro.<br>(In una foto si vedeva la sagoma scura di un uomo che se ne andava ma era tutto buio e non si capiva granché solo che Paris rimase a dondolarci davanti con gli occhi e  non parlò per due giorni alla fine dei quali entrò con un mazzo di fiori dicendo non mi piacciono i fiori e quello era mio padre.)<br>Ma questo è già futuro nonostante mentre nell’albergo, lì, accadde.<br><br>*<br><br>L’origine del mio P.A., o Presepe Apocalittico, che ora spiegherò (si spiega da sé) – è in una condizione di specchio, che riproduce e modifica, come un adattamento, il male deforme che trova il suo spazio lungo la schiena del bene, in una pacifica obbligatoria resa di convivenza.<br>Ci sono orchidee che crescono sugli alberi senza esserne parassiti, nutrendosi di acqua e aria in maniera indipendente.<br>Avevo deciso di riprodurre il presepe nella zona del bar, un angolo cupo sul quale ero riuscito a ricreare, cambiando la disposizione dei faretti e la loro intonazione con dei filtri di carta, l’atmosfera di un tramonto irreale posto in un tempo indefinibile, un violetto di Marte si andava ad intersecare con un rosso indiano e si modulava in una tinta aliena che potevo modificare inserendo la luce di una faretto diviso in due che teneva giallo di camnio e giallo Napoli che muovevo (le luci funzionavano tutte) usando il lungo bancone curvo come una strada che conducesse al messia, la strada dei magi, con i preservativi come cappello. Avevo usato vero muschio per ricreare una dolce pianura attorno alla grotta e, con i riscaldamenti accesi, l’avevo fatto seccare. Lunghe crepe zigzaganti s’allargavano dividendo i vari brandelli di muschio, rendendo l’idea di un panorama in decadenza. La madonna, una barbie  bionda in giarrettiera, assisteva il falegname ingannato impersonato dal mio celebre amico K, aspirante sceneggiatore, riprodotto in un calco perfetto, al posto del bue e dell’asinello stavano due angeli fatti con la stagnola e le gocce di cera e sperma (originale) che Paris aveva costruita in un giorno di pioggia, uno con una tromba sottile in mano somigliante a una (metafora uccisa)<br>Nel nido che Djuna La Bambina mi aveva regalato un vuoto in attesa attendeva la deposizione del messia.<br>Con la farina avevamo fatto nevicare sopra.<br>E aspettavamo.<br><br>*<br><br>Questo è dunque il modo in cui Djuna La Bambina ci si mise attorno (oppure)<br>noi ci entrammo dentro in maniera del tutto innocente, (o casuale) in ogni caso l’albergo (pareva) essere in buone condizioni come se il personale <br>e i clienti si fossero d’improvviso volatilizzati lasciando le cose <br>così come avrebbero volute ritrovarle, in (alcune) delle stanze erano valigie aperte e quadri ti seguivano con lo sguardo lungo i corridoi tappezzati di rosso (non esistono) noi mangiavamo nelle stanze e lasciavamo tutto sul letto – le strane funzioni del vetro<br>e l’anta di quell’armadio che ti tenne le mani per me -<br>molliche e consonanti e avanzi e c’era un pianoforte nella hall e (c’era)<br>Paris che la notte piangeva (o tutto il resto piangeva da fuori le finestre) stringendo una fotografia oppure semplicemente <br>raggomitolata in un angolo (non) voleva essere toccata (non) voleva chiedere perdono (non) voleva diventare una ragnatela sul muro – <br>interminabili giorni tutti uguali ad entrarci e ad uscirci dal corpo <br>ad allinearci e ad ansimare la notte a nutrirci gli occhi a voce a eco a silenzio a note piano sussurrate le tue dita sfumavano luccicavano mi sparivano in gola, (come dire)<br>finalizzati, ci eravamo mostrati nelle nostre piramidali debolezze e per qualche strana ragione, forse colpa di quel vino riserva 1997 o di quella poesia che mi ostinavo a dimenticare dentro Paris ogni volta che facevamo la pace dentro e che poi,<br>(ovviamente) bisognava qualcuno andasse a riprendere e in ogni caso, (ecco, lo confessiamo) ci volevamo moltiplicare, estendere,<br>molle muffa che non cresceva ma ristagnava dimenticata, forma di vita primitiva<br>io e Paris e La Bambina in un quadro in sogno in un delirio –<br>orchidee molli sul muro, che non è vero poi che orchidea deriva<br>da orchis che significa testicolo?<br>il mondo pareva essersi arreso da fuori non veniva nessuno la porta si apriva<br>ogni tanto da sola per colpa di qualche busta di un gatto non si vedeva bene fuori<br>-	di giorno c’era una gran luce e non scendevamo dal letto –<br>la notte la notte non si racconta si (metafora uccisa)<br>noi ciondolavamo fra l’attesa e la curiosità fra i marmi levigati e le tende damascate<br>stavamo aspettando qualcuno ma non ne parlavamo mai – piuttosto componevamo<br>minuetti ouvertures promenades lungo i pomeriggi della pigrizia<br>eravamo stati dannati? Nulla di significante o significativo, qui, in questa<br>nuova forma di semantica giocavamo a campana con i significati,<br>nulla è reale oltre ciò che si stende da me nulla <br>è reale oltre ciò che si stende da me<br>nulla è reale<br>oltre ciò che si stende, un minuto o un progresso, o un’idea di movimento<br>aspettiamo natale disse un giorno Djuna La Bambina<br>come uno spreco come un bambino vissuto nel millecinquecento, <br>dimenticato, Paris nuova nuvola (s’arrampica) in ogni dove, si semina dice <br>vuole vedersi fiorire in primavera piedi neri ombra in danza (la classica)<br>disinvoltura da francese, smaniosa e furba, nella biblioteca o nella sala degli specchi<br>(la sua) preferita dove un esercito di piccole deliziose dondolanti si sorridono muovendo le braccia come ombrelli che si aprono in una strada del centro al primo scroscio di pioggia – proprio dove Djuna La bambina entrò come una farfalla e si posò<br>su una sedia e come un velo come una caduta disse:<br><br>-	Aspettiamo natale.<br>-	E cosa succede a natale?<br>-	Ti piace il teatro?<br>-	Cosa succede a natale, si aprono i regali?<br>-	Ti sei mai considerato come un’idea?<br>-	Troviamo qualcosa da mettere come Gesù?<br>-	Considera la tua vita finora, quella di cui porti memoria, come una serie d’accadimenti simbolici tesi a esprimere un concetto, mi segui?<br>-	Cosa diavolo succede a natale?<br>-	Tu sei fatto di parole, non esisti nel reale, i tuoi movimenti sono proiezioni d’una mente che ti legge, nel pensiero o a voce, tu sei di carta e inchiostro. Una metafora.<br>-	Ho ucciso la metafora. Tu stai mentendo. Cosa vuoi venirmi a dire, che sono una poesia? Un racconto? Un romanzo?<br>-	Mh mh. Qualcosa di simile. E pieno di metafore.<br>-	E Paris?<br>-	Un contenitore, una scenografia, un palcoscenico.<br>-	Paris.<br>-	Una città.<br>-	Io un libro Paris una città.<br>-	Ti piace il teatro?<br>-	E tu?<br>-	Io cosa?<br>-	Tu cosa sei?<br><br>Inclina la testa stringe gli occhi fa una smorfia. <br>Se ne va via inseguendo un pallone bianco sbucato da un armadio.<br>Lungo il corridoio.<br>L’anta dell’armadio sbadiglia.<br>Lei si ferma d’improvviso e dice.<br><br>-	Io ho le scale dentro agli occhi. E vi amo come nevica.<br>-	Sporadicamente? Chiese Paris dentro ai miei occhi, dove non c’era nessuna scala, e nessuna risposta.<br><br><br><br><br><br><br><b> <br>Vigilia</b><br><br><br>-	E se non venisse?<br>-	Verrà<br>-	Voglio dire, e se non venisse?<br>-	Ti dico che verrà.<br>-	...<br>-	In ogni caso dovremmo cominciare a considerare di essere i suoi figli indesiderati<br><br>*<br><br>Specchio d’acqua circolare dove galleggiano come alghe come ninfee<br>in moti d’onda immobile i capelli della signorina Paris che lenta, lenta<br>tira fuori i capelli che gocciolano dentro al catino con un rumore di pioggia estiva e indietreggia, passo dopo passo dopo passo con i capelli davanti al viso<br>- la dondolante, finché<br><br>li tira indietro con una mossa rapida e dal soffitto come i suoi capelli vengono giù colanti<br>comincia il diluvio (o l’idea che ne ricavammo) e<br><br>(appena l’idea di diluvio si fu placata nessuna lepre si fermò fra le lupinelle e le mobili campanule e nessuno di noi, ragni fascinosi o insetti in decolté, disse nessuna preghiera attraverso la tela del ragno)<br><br>venne giù l’intonaco molle in ampie pozze aperte dentro al pavimento come denti di una monnalisa cadente e la signorina Paris si diresse verso lo specchio, ora cerchio d’acqua immobile che disse di lei una vecchia, una bugia o pittura<br><br>la dondolante che cola dal soffitto e il ciano e il blu oltremare e il sangue carminio e il giallo cromo si separano<br><br>nella sua venuta<br><br>*<br><br>agita le lettere Shakeletter, o le lettere si agitano in lui come epilettici che muovono<br>la testa avanti e indietro in preda al delirio divino in una stanza bianca e circolare -<br>si persuase, si diffuse talmente nell’ambiente che lo cercarono in sette, provenienti da sette città diverse, ma ognuno di loro trovò solamente una certa abilità nel non descrivere nulla, capacità di manipolazione della fessura, minuziosa gestione dello spiraglio, e un vaso pieno di furiosi dettagli in fiore.<br><br>Gemmavano nella luce primordiale, nel silenzio che non si conosce come tale e pronunciandosi, s’interrompe.<br><br>Le sue ultime parole: “Ci rincarneremo in capezzoli, e sapremo nutrire quando sarà il momento, saremo da succhiare per il resto del tempo, e nessuno si ricorderà di noi.”<br><br>*<br><br>Invece: i pesci testimoniarono ogni cosa, chiedete a loro<br><br>*<br><br>Nella grana malata della hall invasa da una sottile nebbia bassa al pavimento nessuno a ciondolare.<br><br>La fontana con la muta bocca di pesce, fuori, genuflessa nel grido.<br><br>Più a destra, appena sotto il declivio del giardino, il gelo ha sbiancato le curve delle colline che appaiono come nocche diafane di una mano, immobile nella presa.<br><br>In alto, dal campanile, rosari sottilissimi di parole compongono un pianto invisibile, e piccoli fiori violetti assistono annuendo alla parata.<br><br>Dalla fessura della porta dell’abergo solo il ricordo di qualcuno a tremare.<br><br>Poi dentro, lungo il bancone del bar, la polvere che percuote con naturale compostezza le forme e gli interni in penombra.<br><br>Davanti al bancone, appeso, obliquo, questo quadro descritto da una posto lontanissimo, chilometri sottoterra, o in alto, lungo la chioma di berenice.<br><br>Sopra al bancone questo manoscritto.<br><br>Da tutt’intorno, Djuna La Bambina, immobile nella elegante compostezza di un albergo abbandonato, dorme e sogna compiaciuta. <br><br>(Arte - Narrativa)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Tue, 22 Jun 2004 01:06:51 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Polilogue 02 - non definitivo, di Valerio Schuster]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=34&tes=354&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[(Dio)]<br><br><br><br> <br><br>Me lo sono sempre immaginato gran lavoratore: affaccendato come un capo-cantiere, a coordinare il lavoro dei suoi operai. Come dopo un violento temporale estivo, quando provvede puntuale a ridipingere il cielo di un azzurro acrilinato, col permesso, s’intende,  di lord Rayleigh.<br><br>Ti dedico la mia domenica, Dio, fanne buon uso. Così forse avverrà che il Dio si plachi.<br>..Dio che godi trattar l&#39;arco d&#39;argento.<br><br>Ora tolgo la pianeta e smetto l’abito. Fuori della parrocchia, la folla vociante si sperde per la piazza. Alzo finalmente gli occhi. Santo cielo. Dio, prega per noi.<br><br><br>Una calcolatrice meccanica di piccole dimensioni, capace di addizionare e sottrarre, di moltiplicare e dividere. Solo venti esemplari di Pascalina, ma l’ottone non poteva andar bene. Meglio l’arseniuro drogato, direi, anche se ci son voluti trecento anni.<br><br>Saber determinar, analítica y gráficamente la posición de una recta respecto a una circunferencia...<br><br>Ti dico cosa è necessario sapere sui lunghi pomeriggi domenicali (durano lo spazio di un’eternità e, quando muore il giorno, ti scopri sovente canuto e stanco)<br><br>Saber efectuar las operaciones de suma, resta, multiplicación por un escalar, producto escalar y producto vectorial entre vectores.<br><br>Hallar las ecuaciones paramétrica y cartesiana de cónicas y cuádricas.<br><br>Il pensiero debole potrebbe essere l‘ancora che aspettavi, non credi? Se è vero che il cuore conosce cose che la ragione non conosce, chied al tuo cuore come la pensa. Chiedi al fegato, le vie biliari ed il pancreas? A sua immagine e somiglianza, recita. A sua immagine e somiglianza.<br><br>L&#39;esagono inscritto in una conica qualsiasi è la scoperta di una canna cardiopensante, insomma. Una debole canna con problemi epatici.<br><br>Forse, con un rombo a centrocampo, si risolverebbero tutti i problemi.<br><br>La punta evita il fuorigioco e va in percussione, poi scarica il destro, ma il tiro è senza precisione e non impegna eccessivamente l’estremo difensore.Gli avanti delle due squadre sono ingabbiati dai rispettivi centrali difensivi. Le due formazioni, modulo speculare 4-4-2, sembrano neutralizzarsi: non arrivano i necessari rifornimenti ai centravanti.<br><br>I lanci lunghi, a scavalcare il centrocampo, non sono una soluzione: il gioco latita e, con esso, lo spettacolo. <br><br>Sai, ho fatto le Olimpiadi della Matematica, e mi sono classificata tra le prime dieci. Toglimi le mani da lì, uffa&#33; La via più breve fra due punti è un pene eretto dici? Fai piano con la mia biancheria nuova, per favore. Va bene, va bene, ma falle togliere a me le mutandine...Mi piace il tuo torace glabro. Ti chiami Carl, hai detto? Piacere: Elena.<br><br>Lettino trentasette. La bambina col pagliaccetto giallo, dottore, si ricorda? Sono la madre. Mi faccia star tranquilla, dottore. La prego. Io oggi la vedo molto meglio, sa?<br><br><br>Contribuir  al desarrollo en los estudiantes de una sensibilidad estética enseñando a apreciar la armonía y belleza inherente a las matemáticas.<br><br><br>Il libro che stai scarabocchiando, Mr President USA (e getta), è il grande  libro della Natura, &quot;che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi (io dico l&#39;universo)”.ed “è scritto in lingua matematica, e i caratteri sono triangoli, cerchi e altre figure geometriche”. Perchè i Grandi del mondo pisciano sul protocollo di Kyoto? Dio c’è. Accidiosamente defilato oltre il buco dell’ozono, si gode la latitanza. <br><br>Accade che il grasso s’accumuli e si rischi la  steatosi. Vescicole ricche di fosfolipidi e colesterolo possono provocare flogosi e conseguente alterazione della funzionalità, anche motoria, con predisposizione all’incremento progressivo di cristalli di colesterolo e formazione di fango biliare e calcoli endoluminali.	<br><br>Ma un nuovo fegato per l’Uomo Nuovo quando arriverà? Qui, si rischia la cirrosi.<br><br>La partita termina a reti bianche: si va ai supplementari. Solo qualche minuto di pubblicità. <br><br><br>El estudiante deberá:<br>alzarsi presto che domani c’è scuola, tenendo bene a mente uno degli insegnamenti galileiani: la stragrande maggioranza dei cerchi tracciati dall’uomo è pura mistificazione. <br><br>L’ultimo tiri lo sciacquone del bagno e spenga le luci.<br> <br><br>(Arte - Narrativa)]]></description>
<author><![CDATA[Valerio Schuster]]></author>
<pubDate>Thu, 17 Jun 2004 18:13:26 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Polilogue 01 - non definitivo, di Valerio Schuster]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=34&tes=352&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[dedicato a Alice]<br><br><br><br> Hab acht&#33;  Diceva sempre il nonno. Che ora non c’è più. <br>E’ più facile beccarsi la degenerazione maculare in tarda età per non aver mangiato abbastanza frutta da bambini, che convincere il classico cammello a preferire la cruna di un ago.<br><br>Canta il gallo, canta la gallina, <br>adesso c’è la mamma però manca la rima. <br><br>Cento, duecento, Mattia è contento.<br>Mi pulisco da sola, mamma. Sì...ma dove? Dove esce pipì o dove esce cacca?<br><br>I miei piedi bambini han dormito fuori. <br><br>Hab acht&#33; Ripeteva il nonno nella lingua di suo padre. Ci potevi contare sempre, era una certezza. Ora non c’è più: non ha fatto abbastanza attenzione all’alcool.<br><br>Velocidad de la luz, su constancia, resultados de los experimentos de Michelsson and Morley…Cosa ci faccio con una Licenciatura en Física en el mundo contemporáneo?<br>	<br>Adoro quel culo acerbo di bambina di mezz’età, sai? Dimmi se ho una possibilità, dimmi se ho una possibilità. Ti dico come la penso. Io penso che il sole sia un gran maleducato quando scende obliquo sul tuo viso e ti spoglia senza pietà. Quelle non sono rughe, solo i tuoi occhi contano. E la linea che disegnano i tuoi fianchi. E quelle spalle strette.<br><br>Balbettare suoni e parole, inventare nuove lingue, dire il mondo senza dirlo. <br>Sei la mia bimba, potresti essere mia madre. <br><br>Leyes de conservación aplicada a los fluidos: ecuaciones de continuidad y de Bernoulli...<br><br>Hai le labbra sporche di gesso.<br><br>Mi manca la “Madonna col bambino” ed “Enrico Fermi con la pila atomica” per chiudere il duemilauno. Ma ti  sto annoiando con  i miei francobolli, vero?	 Aiutami con i compiti, dài.<br><br><br>Que el estudiante sea capaz de aplicar los conceptos y leyes de conservación de la energía, el momento lineal y angular  en la caracterización y previsión del movimiento de traslación de los cuerpos...<br><br>Mettiamola così: tu mi piaci, ma ti devi decidere. Se mi sposi, diventi cittadina italiana. Ti pare poco?<br><br>Describir matemáticamente las oscilaciones armónicas simples, amortiguadas y forzadas…<br><br>Cancro allo stomaco, mi pare. Morì a cinquantatrè anni. <br><br>Nel dipartimento di Fisica, a pianterreno, proprio di fronte alle scale,  il suo busto marmoreo aveva la stessa serenità e semplicità  della quale parlano amici e parenti. Metteva ordine e semplicità nella confusione, scopriva connessioni tra fenomeni apparentemente non collegati...<br><br>Alunni e  colleghi ne ricordano le labbra sempre sporche di gesso.<br><br>Neonatologia.<br>Episodi di rallentamento del battito.<br>Morte per arresto cardiaco.<br>Ora del decesso?<br><br>La prima pila atomica.<br><br>La famiglia è una mistificazione del Papa, ma.<br>Un paese con crescita zero è un paese senza poesia, guarda.<br>Il tarassaco ai lati del sentiero, nessuno più ci. <br>Soffia per contare le bugie, piccola palla.<br>Piumata, fiore bugiardo.<br><br>Piccole o grandi, sempre tumide. Dalle tue labbra è nato il mondo, signora mia. Guelfi e ghibellini, capetingi ed albigesi, cavalieri con armature a piastra e truppe cammellate,  yankees e vietcong, coreani del sud e del nord, fedeli e fondamentalisti.		<br><br>La prima pila atomica.<br><br>Adesso l’elastico si è rotto, il sipario s’è alzato  e tu sei rimasta nuda, piccola madonna senza dio. Lasci un trovatello, seminato un mattino di primavera in un prato di periferia, fra ranuncoli ed equiseti.<br><br>Non importa se non sei un buon padre, l’importante è che tu ci sia quando il gelato cade dalla cialda e si spalma sul marciapiedi.<br><br><br>Verranno gli alieni, dopo aver attraversato la galassia intera a bordo di favolose vele solari, e chiederanno di parlare con Loro.<br> <br><br>(Arte - Narrativa)]]></description>
<author><![CDATA[Valerio Schuster]]></author>
<pubDate>Thu, 17 Jun 2004 17:38:20 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Traduzioni di un metalmeccanico cubano, di Valerio Schuster]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=42&tes=348&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=42&tes=348&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[[(il testo di Pittalis)]<br><br><br><br> <br><br>Un mio collega cubano, esperto di reti e telecomunicazioni, con moglie italiana ed un bimbo di due anni  che è una poesia vivente, avrebbe così tradotto il bel testo di Pittalis.<br><br><br><br>Irreparable<br><br>Tu me llevabas a la campaña por un día<br>vacío <br>rápido y rustico <br>propio lo que necesitamos <br>has dicho. <br><br>Intenté <br>a pesar de las promesas de estar parado <br>y con la cabeza sobre el cuello <br>en las piedras un canguro hermoso <br>una forma de notar de leopardo <br>me sentía como recién nacido <br>visto y revisto.<br><br>extraordinario viejo <br><br>dentro de los átomos en el aire <br>me miraba secretamente. <br><br>Gozabamos de las salpicaduras de las bromas<br>ambos<br>solitarios, hermosos y cristos <br>dermatológicamente casi mudos :<br><br>en la frente <br>no tenías nada màs que una pequeña<br>erupción. <br><br>Si no hubiera estado para la prosa de los ojos <br>nunca me habrías descubierto. <br><br>Quizas lo hubiera  logrado<br>con el bluastro de un cielo de tinta <br>un actuar de leche y bizcocho <br>entre memorias de la escuela <br>tan romantico <br>con un par de muletas sentimentales <br>adelantando<br>entre un quiproquò repetido de falsas alarmas<br>humoristicas <br>ocultando muy dentro del abrigo <br>mi cuerpo de musgo <br>mi cabeza a cascabel <br>detrás de un rostro de barbapapà <br>con un corazón <br>que al machacarlo hace <br>piii-Pò<br><br><br> <!--emo&:)--><img src='http://forum.karpos.org/html/emoticons/smile.gif' border='0' style='vertical-align:middle' alt='smile.gif' /><!--endemo-->  <br><br>(Arte - Traduzioni)]]></description>
<author><![CDATA[Valerio Schuster]]></author>
<pubDate>Fri, 11 Jun 2004 14:54:32 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Irreparable (F.Pittalis), di Alessandro Cinelli]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=42&tes=347&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=42&tes=347&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[[traduzione in lingua spagnola]<br><br><br><br> <span style='font-size:14pt;line-height:100%'><b>Irreparable</b></span> <br><br><span style='font-size:10pt;line-height:100%'>Usted me llevó a la campaña por un día<br>vacío <br>rápido y rustico <br>proprio qué le desea a nosotros <br>ha dicho. <br><br>Intenté <br>a pesar de las promesas de estar parado  <br>y con la cabeza sobre el cuello <br>en piedras un canguro hermoso <br>una forma que hacerse ver del leopardo <br>me sentía como recién alumbrato <br>visado y re-visado<br> <br>extraordinario viejo <br><br>adentro de los átomos en el aire <br>me miré secretamente. <br><br>Gozamos de resoplidos de las bromas<br>ambos<br>solitarios, hermosos y cristi <br>casi mudos dermatológicos:<br><br>en la frente <br>usted no tenía nada otro que una pequeña<br>erupción. <br><br>Si no hubiera estado para la prosa de los ojos <br>nunca usted habría tenido éxito descubrirme. <br><br>Yo quizás tendría arrenglarsata <br>con el bluastro de un cielo de tinta <br>un actuar de leche y bizcocho <br>entre memorias de la escuela <br>por lo tanto romantico <br>con un par de muletas sentimental <br>adelantando<br>entre un quiproquò repitió de falsas alarmas<br>humoristicos <br>ocultando muy dentro lo abrigo <br>mi cuerpo de almizcie <br>mi cabeza a cascabel <br>detrás de un rostro de barbapapà <br>con un corazón <br>que machacarlo hace <br>piii-Pò</span><br><br><br><!--QuoteBegin--></div><table border='0' align='center' width='95%' cellpadding='3' cellspacing='1'><tr><td><b>QUOTE</b> </td></tr><tr><td id='QUOTE'><!--QuoteEBegin--><br><br><span style='font-size:14pt;line-height:100%'><b>Irreparabile</b></span> <br> <br><span style='font-size:10pt;line-height:100%'>Mi portavi alla campagna per un giorno vuoto<br>veloce e rustico<br>proprio quello che ci vuole<br>hai detto.<br> <br>Io cercavo <br>nonostante le promesse di star fermo<br>e con la testa sopra il collo<br>nelle pietre un bel canguro<br>una forma da notare di leopardo<br>mi sentivo come fossi appena partorito<br>visto e rivisto<br> <br>&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; straordinariamente vecchio<br> <br>dentro agli atomi nell’aria <br>mi guardavo di nascosto.<br> <br>Godevamo degli sbuffi degli scherzi entrambi<br>solitari, belli e cristi<br>dermatologicamente quasi muti: <br><br>sulla fronte <br>non avevi niente altro che una piccola eruzione.<br> <br>Se non fosse stato per la prosa degli occhi<br>non saresti mai riuscita a scovarmi. <br><br>Me l’ avrei forse cavata <br>col bluastro d’un cielo d’inchiostro <br>un agire da latte e biscotto<br>tra i ricordi delle elementari<br>così romantico<br>con un paio di stampelle sentimentali<br>avanzando<br>tra un quiproquò ripetuto di falsi allarmi umoristici<br>nascondendo ben dentro il cappotto<br>il mio corpo di muschio<br>la mia testa a sonagli<br>dietro a un viso da barbapapà<br>con un cuore <br>che a schiacciarlo fa<br>piii-po’</span><br> <br><!--QuoteEnd--></td></tr></table><div class='postcolor'><!--QuoteEEnd-->  <br><br>(Arte - Traduzioni)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Cinelli]]></author>
<pubDate>Fri, 11 Jun 2004 10:38:46 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Etere corrotto, di Alessandro Cinelli]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=34&tes=346&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=34&tes=346&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[[Ancora un inizio]<br><br><br><br> <b>Etere corrotto</b><br><br><br><i>La cosmologia moderna si appoggia <br>sul principio d’omogeneità dell’universo,<br>il principio cosmologico, formulato da Milne.<br>Dire che l’universo è omogeneo<br>vuol dire che nessuna delle sue parti è <br>eccezionale.</i><br><br>Un giorno vale un altro. Sono le manifestazioni a differenziare. Iniziare un racconto è scegliere fra le manifestazioni e, quindi, scegliere un giorno.<br><br><u>12 ottobre 1957</u><br><br>La sala delle conferenze ha un’aria eccessiva che mette soggezione. Gli imponenti tendaggi bordeaux che coprono completamente le finestre danno l’impressione agli osservatori di essere più bassi, più piccoli. Tappeti di stupenda fattura coprono la parte centrale del pavimento, formando un corridoio in mezzo a due ali di sedie. Le sedute sono dello stesso bordeaux dei tendaggi, cosa che aumenta la “gravità” dell’atmosfera. Il tavolo, ortogonale rispetto alla stanza, spropositato per la funzione da assolvere, troneggia sul fondo. Si trova sopra una pedana alta non più di quindici centimetri. Non abbastanza per considerarla un palco ma sufficiente per posizionare gli oratori più in alto del pubblico quel tanto che obbliga ad alzare la testa. Attorno al tavolo, sei sedie, identiche a quelle della sala e, accanto, un leggio in legno decorato. Gli arredi, rari nella sala, sono opulenti, in netto contrasto con lo stile funzionale e freddo del resto dell’edificio. Soltanto le porte di accesso, in noce piallato, ricordano che ci troviamo nello stesso palazzo, nella stessa ala appena percorsa.<br>Quadri tendenti al grigio adornano le pareti con linee dritte e invadenti. Niente di rotondo nella stanza. Ricorda i disegni tecnici di uno studente delle scuole superiori o uno studio sulla prospettiva. Tutto corre verso una fuga lontanissima, posta oltre la parete di fondo. Sembra di poter vedere i segni di matita, leggerissime incisioni su carta virtuale, ormai cancellati da un rapido passaggio di gomma.<br>Il presidente Krusciov entra nella sala affollata di uomini dagli sguardi indecifrabili e divise impeccabili, accompagnato da uno stuolo di uomini in tutto e per tutto simili a quelli che attendevano all’interno. Nessun rumore, eccettuato quello dei passi, accompagna il tragitto che il presidente compie per raggiungere il tavolo. <br>La foggia diversa degli abiti denuncia un piccolo gruppo di stranieri ammessi. Stanno assieme, seduti nelle prime file, alla destra del “palco”. <br>Volano le parole di circostanza. Soltanto due tra gli stranieri non conoscono il russo. Per questo motivo non è prevista traduzione. Viene annunciato che la trascrizione del discorso, tradotta, verrà consegnata al termine della conferenza. Ovviamente “purgata” di ogni possibile digressione. Questo non viene annunciato.<br>Krusciov parla della prossima messa in orbita di un oggetto volante “particolare”. <br>E’ passato meno di un mese dal lancio del Prost&#283;jšij Sputnik 1, letteralmente il “satellite più semplice”. <br>Con il secondo lancio si vogliono celebrare il 40° anniversario della Rivoluzione d&#39;Ottobre e la supremazia dell&#39;Unione Sovietica nel campo della corsa allo spazio. Ma questo secondo punto, ovviamente, nel discorso non viene menzionato. O se questo avviene, la traduzione trasmessa non ne riporta traccia.<br>Capo del programma spaziale dell’Unione Sovietica è Sergei Pavlovich Korolyov.<br>Il 20 Maggio 1954, più di tre anni prima della conferenza, l&#39;esecutivo sovietico aveva ordinato al dipartimento di Korolyov di sviluppare un missile intercontinentale balistico denominato R7. Sei giorni più tardi Korolyov aveva spedito la relazione finale sul NII 4, chiedendo l&#39;autorizzazione allo sviluppo di un satellite scientifico di ben 3 tonnellate da inviare nello spazio utilizzando un R7. Il governo aveva risposto &quot;tiepidamente&quot; alla richiesta di Korolyov.<br>A modificare l’atteggiamento del governo sovietico intervenne, a Roma, il 4 Ottobre 1954, una risoluzione firmata da scienziati americani che dava l&#39;inizio alla &quot;gara&quot; anche da parte degli USA.  <br>Appena un mese dopo, il 30 Agosto, la commissione sovietica dell&#39;industria militare approvava in via provvisoria il progetto di Korolyov, con l&#39;obbligo di ridurre il peso del satellite.<br>Il 12 Gennaio 1955 iniziarono i lavori di costruzione del cosmodromo &quot;Baikonur” a Tyuratam. In una landa sperduta furono costruite dal nulla 500 km di strade e 200 km di ferrovie in condizioni ambientali impossibili, con temperature di 50°C di giorno e -30°C di notte, senza collegamenti, case, ripari. <br>Il budget previsto dal governo era illimitato perché il cosmodromo avrebbe dovuto funzionare anche da base di lancio per i missili nucleari intercontinentali. <br>Il 9 Settembre 1955 partì ufficialmente l&#39;omologo programma americano &quot;Vanguard&quot;.<br>Dopo il discorso di Krusciov, Korolyov e la sua squadra hanno tempo fino al 7 Novembre, trentasei giorni, per costruire e lanciare un satellite più complesso e più pesante del precedente Sputnik 1. <br>Per rispettare l&#39;ordine vengono rapidamente riadattati l&#39;esistente progetto ed una navicella PS già pronta. <br>Il veicolo, terminato in tempi brevissimi, di forma vagamente conica, un&#39;altezza di 396 cm ed un diametro alla base di 213, pesa 507,6 kg, sei volte lo Sputnik 1. Fino all&#39;inserimento in orbita la navicella sarebbe stata coperta da una struttura conica di protezione: l’ogiva. <br>E’ divisa in tre parti: un&#39;unità cilindrica per studiare le radiazioni spaziali, un&#39;unità sferica, lo Sputnik 1 modificato, con il sistema radio telemetrico, che trasmetterà sui 20,005 e 40,002 MHz inviando la telemetria e i parametri vitali e, infine, una cabina pressurizzata per il &quot;carico biologico sperimentale&quot;.<br>I dati della telemetria vengono trasmessi alla nuova stazione di ascolto, la quattordicesima del programma: OKIK-14 di Schyolkovo, Mosca, dotata di un sistema di misurazione a distanza per i dati biologici.<br><br><u>13 ottobre 1957</u><br><br>Per le vie di Mosca migliaia di cani randagi scorrazzano in totale libertà e indifferenza. <br>L’uomo ha un aspetto gioviale e florido. Porta i baffi spioventi e il loro colore è troppo nero per essere credibile. La missione è tanto inusuale da risultargli divertente. Per questo motivo lui e il suo collega scherzano fin dal risveglio. <br>La temperatura è rigida e i cani si avvicinano volentieri, adescati con pezzi di carne e zucchero. <br>I più gracili vengono allontanati a calci e urla. Soltanto i più forti: questo è l’ordine. Devono essere femmine. Pare abbiano maggior capacità di adattamento.<br>Il branco, notevole in principio, viene velocemente e violentemente ridotto a una quindicina di esemplari.<br>Soltanto dodici si fanno convincere a salire sul furgone, nero come i baffi dell’uomo. I tre recalcitranti vengono fatti oggetto di urla e due colpi di pistola che, solo per caso, non li raggiungono. Poi torna la calma nella strada mentre il furgone si allontana.<br>Raggiunta Zvezdonoy Gorodok, la “città delle stelle”, i cani vengono liberati all’interno di un ampio cortile cintato da mura. <br>La nuova situazione innervosisce gli animali che iniziano ad azzuffarsi violentemente. Due di loro muoiono nella lotta e gli inservienti hanno un bel daffare a sedare gli animi a colpi di frusta.<br>Nei giorni seguenti alcuni cani vengono allontanati. Sono i malati e i più grandi. Servono animali di taglia medio-piccola. <br>Le bestie, abbandonate in un posto diverso dall’usuale città, nel freddo rigido della zona, hanno poche probabilità di sopravvivere alla prima settimana. Per istinto si costituiscono in branco e continuano a girare attorno al complesso.<br>Due sere dopo, del branco non c’è più traccia.<br>Solo cinque cagne restano nel recinto. L’ordine di reclutamento riguarda tre soli animali. Il gioviale uomo con i baffi neri risolve il problema con due colpi di pistola. La scelta cade sulle due senza segni di riconoscimento. Le tre superstiti, femmine, forti, sane e finora piuttosto fortunate bestie sono Mushka, Albina e Kudryavka, piccolo riccio. Nome decisamente poetico reso inutile dal nomignolo che, indifferenziatamente, contraddistinguerà le tre bestie a partire da questo momento: Laika, “animale che abbaia”.<br>Kudryavka è una meticcia di circa due anni del peso di 5,9 Kg. E’ la più leggera.<br>Nel complesso di Zvezdonoy Gorodok, le tre bestie, nelle quattro settimane seguenti la selezione, vengono sottoposte a vari test.<br>Provano la centrifuga, che spinge i loro cuori fino a tre volte il ritmo cardiaco normale. Proprio Kudryavka/Laika dimostra di soffrire particolarmente il panico e la mancanza di gravità. Infatti il suo cuore impiega il triplo del tempo, rispetto alle compagne, per tornare a livelli di pulsazioni normali. <br>Vengono rinchiuse in contenitori progressivamente più piccoli, legati a catene sempre più strette. Il trattamento &quot;graduale&quot; serve a ottenere un adattamento a condizioni claustrofobiche. <br>Il cibo viene fornito sotto forma di gelatina. <br>Al termine dell’addestramento Albina viene sparata su un razzo, due volte, e recuperata con un paracadute. Mushka collauda la strumentazione e i supporti vitali. Viene &quot;esentata&quot; dalla missione perchè non si adatta a mangiare la gelatina. Così, dato che é la più mansueta e la &quot;migliore&quot; delle tre, tocca a Kudryavka essere il &quot;carico biologico sperimentale&quot;. <br>Albina viene tenuta di riserva. Mushka si ritrova a cercare il branco disperso trentuno giorni prima.<br><br><u>IV secolo a.C.</u><br><br>Per i greci il cielo appare un mondo perfettamente regolato e immutabile. Al contrario, il mondo degli uomini è teatro di discordie, di corruzione, di perturbazioni. In questa cosmologia, l’universo è sferico, finito e formato da un sistema di sfere, con l’uomo al centro, che servono da supporto ai movimenti planetari attorno ad una terra immobile. Il cosmo è diviso in due parti: la regione sublunare e quella sovralunare. Nei cieli il movimento è circolare, nel sublunare il movimento è rettilineo; nel mondo in basso, ci sono quattro elementi: l’acqua, il fuoco, la terra e l’aria. La Terra è immobile al centro del cosmo. Per Aristotele i corpi celesti sono costituiti da una materia inalterabile: l’etere.<br><br>continua... <br><br>(Arte - Narrativa)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Cinelli]]></author>
<pubDate>Wed, 09 Jun 2004 23:26:20 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[LA FRANCIA NON ESISTE, di Alessandro Cinelli]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=29&tes=337&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[(NEANCHE LA BASILICATA, AGGIUNGEREI)]<br><br><br><br> LA FRANCIA NON ESISTE<br><br>”Che non esistesse la Francia era cosa provata, nessuno credeva alle anatre chiuse in gabbie piccolissime con i tubi in bocca, nessuno credeva alla camargue, incapaci di urlare, dubbiosi, in un teatro oppure con i gomiti su un tavolo, l’eclissi della sigaretta dissi, la vedi? Siamo soli, non nel senso di abbandonati, ma di cose grandi e gialle che si eclissano dietro a cose piccole e fumose: e Istanbul? Chiese lei, d’improvviso tutta mani e gambe da accavallare, un alcolico dietro l’altro: non esiste nemmeno quella, dissi, e presi a pensare ai camici dei dottori, comunque qualcosa di verde in uno spazio bianco e asettico, come la nostra natura poligama.”<br><br>Del lungo “LA FRANCIA NON ESISTE” di Alessandro Ansuini, estrapolo queste sette righe (più titolo), per usarle a modello nel tentativo di critica dell’intero lavoro.<br>Mi concedo una breve premessa per cercare goffamente di giustificare le mancanze che le mie scarse capacità critiche renderanno evidenti.<br>Conosco Ansuini e provo per lui una stima che non arriva all’adorazione ma che non mi vergogno a definire “discreta”. Ne amo invece le manifestazioni pubbliche, il suo essere personaggio-autore oltre al suo essere punto e basta. L’entusiasmo con cui vive le cose e il sano scetticismo, l’ironia e l’autoironia che riesce a esercitare. Questo inquina in maniera inequivocabile il mio giudizio sui suoi lavori. Temo quindi di essere eccessivamente indulgente talvolta, troppo critico in altre circostanze. <br>Ho scelto queste sette righe perché sono, in qualche modo emblematiche dell’intero lavoro, ma, in una certa misura,anche dell’intero lavoro di Alessandro come autore. Almeno di quello che ho modo di leggere ultimamente (Appena, S&amp;P etc.).<br>Fine della premessa.<br><br>“Che non esistesse la Francia era cosa provata (…)”<br>Il gusto particolare per le frasi a effetto e la necessità di inserire in modo repentino il lettore nel suo “tubo ottico” portano spesso Alessandro a scrivere incipit di notevole impatto. Non è un caso il fatto che altri si ispirino a suoi incipit (sappiamo di cosa sto parlando e questa non è la sede per tornarci sopra). In questo lavoro la cosa si ripete frequentemente.<br>“I tenui volti se ne stavano appoggiati pallidi ai bordi (delle strade)/l’uva passa/la parola resta” (ELIOT E LA FUNZIONE GAUSSIANA)<br>“Documenti, flebo, esecuzioni, in ordine sparso in ordine sparo ed elimino tutto ciò che preclude la mia immotivata freschezza nei venerdì” (SOMME PSICHEDELICHE)<br>“<br>Dov’è l’ingresso per la primavera? Quale porta, quale stanza, che inclinazione devo scegliere per uscire di casa, che ora?” (ANTIBIOTICI FIORI INDESIDERATI)<br>E altri.<br>Parlavo di tubo ottico. Non saprei come definirlo altrimenti. Solitamente Alessandro visualizza nei suoi scritti dei frammenti (non è casuale la quantità enorme di capitoli che compongono i suoi lavori) visionari che, mi spingo a credere, sono il suo modo di vedere le cose. E compie una duplice operazione che soltanto in apparenza è ossimorica (orribile lo so, ma non riuscivo a dirlo meglio): <br><br>1)	non fa alcuna concessione al lettore, proponendosi senza filtri né spiegazioni di sorta;<br>2)	invita e aiuta il lettore a “entrare” nella visione, fornendone la chiave.<br><br>Perché nella prima frase, spesso, è contenuto il segreto della lettura del frammento (e di interi lavori di frammenti si parla). Perché sta lì il modo di entrare e capire. Contemporaneamente passa al lettore il messaggio: “se non ci entri adesso non sono interessato a farmi leggere da te”.<br>Non è un caso che i brani di Alessandro abbiano estimatori al limite del fanatismo (ne conosco alcuni e posso affermarlo) e detrattori che amano esporre il loro dissenso con la frase: “Scrive benissimo. Ma io non riesco a finirlo.” (conosco alcuni anche di questi).<br>Ma proseguiamo ammettendo che l’incipit ci abbia permesso di “vedere” con gli occhi di Alessandro. Il nuovo problema che il lettore si trova davanti non è quello che sta scritto sulla pagina bianca, ma in quello che non c’é. Lo spazio lasciato al lettore è enorme. Inestinguibile mi troverei a dire. Il frammento, la scheggia che Alessandro lascia sul foglio è deprivata di innumerevoli passaggi. Il salto logico è talvolta imbarazzante. E il lettore è costretto a riempirlo con i propri passaggi logici. La differenza di questi processi logici (quelli dell’autore e quelli del lettore) rende ardua la cosa ma, intanto, colora differentemente il brano a seconda del lettore. E qui arriviamo a un vecchio pallino di Alessandro (come mio, poi): qualsiasi cosa finiamo per scrivere, essa sarà diversa alle orecchie di chi la riceve. Il concetto di comunicazione non può avere niente a che fare con il “senso”. Che sarà irrimediabilmente “diverso” a seconda di chi lo riceve. Il discorso del testo che non è più nostro nel momento in cui si stacca da noi.<br>Credo che per leggere queste cose ci sia bisogno di una certa affinità mentale con l’autore. Ma questo è tutto da dimostrare. E’ mia opinione che i “io non riesco a finirlo” non posseggano questa affinità. <br>“(…) nessuno credeva alle anatre chiuse in gabbie piccolissime con i tubi in bocca, nessuno credeva alla camargue, incapaci di urlare, dubbiosi, in un teatro oppure con i gomiti su un tavolo, l’eclissi della sigaretta dissi, la vedi?”<br>Cosa c’è fra le anatre, la Camargue e l’eclissi della sigaretta? Il “bianco” in mezzo lo riempiamo noi. Per l’autore è tutto chiaro, invece. Lui ha percorso, magari in una frazione di secondo, il tratto che conduce una cosa all’altra. Noi dobbiamo costruircelo.<br>Continuando devo introdurre un nuovo concetto: la scrittura oltre i confini. Molte delle cose che Ale scrive terminano oltre il confine visibile. Io vedo la pennellata che raggiunge il limite della tela e sono costretto a costruire quello che avviene oltre. In pittura (non a caso ho usato questa similitudine) il concetto è semplicemente “afferrabile”. In un brano scritto meno.<br>“(…)e presi a pensare ai camici dei dottori, comunque qualcosa di verde in uno spazio bianco e asettico, come la nostra natura poligama.”<br>In questo senso questa frase è emblematica. Il tratto raggiunge il limite della tela sul finale della frase. Perché “la nostra natura poligama” non è esaustivo. Richiede, al lettore, un’ulteriore approfondimento. Arrivati lì c’è ancora da capire perché dovrebbe essere qualcosa di verde in uno spazio bianco e asettico che ci si trova proiettati da un’altra parte.<br>E la mente macina ipotesi.<br>Ultima cosa che non si può evitare di notare è il gusto musicale che Alessandro esercita nella costruzione delle frasi (un imbastardimento gradevole fra prosa e poesia, penso). La scelta di alcuni termini, l’uso di cacofonie, allitterazioni. Al termine di quello che immagino sia un paziente lavoro di costruzione, i brani “sonano”.<br>“(…) e Istanbul? Chiese lei, d’improvviso tutta mani e gambe da accavallare, un alcolico dietro l’altro: non esiste nemmeno quella, dissi”<br>E poi, perché Istambul? Andando a spanna ci sono un sacco di altri posti che si prestano alla bisogna: la Basilicata, l’Australia, Antananarivo (questa forse ci sarebbe stata bene), Kabul, Casablanca etc.<br>Ma Istambul, oltre a richiamare un sacco di altre cose, suona perfettamente in quel posto e in quel momento.<br>Ma, perché un ma ci deve essere, c’è anche un limite nelle cose che Alessandro scrive. E’ possibile che sia un problema del lettore Alessandro Cinelli (lo ritengo anzi probabile): spesso, troppo vorrei dire, leggendo i suoi brani, vivo l’esperienza del Dejavù. Accade anche perché molte cose fra quelle che Alessandro scrive provengono effettivamente dal suo passato, che lui costantemente rielabora. Ma spesso mi sono trovato davanti a passaggi che mi risultavano già visti e che, a una seconda analisi e dopo lunghe ricerche, non avevo mai letto nella sua pur grande produzione. Questo mi porta a pensare che, a leggerlo a lungo, si finisca con l’assuefarsi ai suoi tubi ottici. Che, catturando saltuariamente il suo pensiero, si finisca per pensare, saltuariamente per fortuna, come lui. E di inciampare quindi, in modo del tutto casuale, in pensieri che abbiamo elaborato prima noi.<br>Questo porta a due conclusioni importanti: <br><br>1)	“LA FRANCIA NON ESISTE” è un lavoro da leggersi assolutamente;<br>2)	dopo, per un mesetto, predetevi una pausa da Alessandro Ansuini. Rischiate di finire per replicarlo. E uno ci basta. E avanza anche un po’.<br> <br><br>(Teorie - Critica &amp; recensioni)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Cinelli]]></author>
<pubDate>Sat, 29 May 2004 11:03:54 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[LA FRANCIA NON ESISTE - Vol. II, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=34&tes=334&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=34&tes=334&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> LA VITA SESSUALE DEI FIORI <br><br>E nella penombra odore lancinante di mughetto privo di volto, acuto e dolciastro, resinoso con nuance vaniglia, niente di erotico in ogni caso, la vita sessuale dei fiori ha sentimenti albini, senza peli e bianca come la pelle d’un uovo, un orologio da tasca che musica un lieder di schubert nella casta solitudine d’un appartamento in centro, o una televisione, ancora un politico dieci giorni prima delle erezioni amministrative, in cerca del tuo v(u)oto, tutto senza importanza come osservare il cofano d’una macchina parcheggiata un giovedì pomeriggio, tutto passa, una firma, un attentato, solo il dolore resta persuasivo, e il gelsomino spalanca la timida bocca e l’ape lo ignora, e la passiflora nelle crepe delle strade di città, e il Burkina faso? Chiese lei. <br><br>Cose minime, risposi, slogan, come un bambino che spalanca la bocca e intenerisce, mentre invece sta per vomitare. <br> <br>STOCKHAUSEN E LA CATAPULTA #sessione 7<br><br>Il mattino ha l’oro in bocca.<br>Mi desto e vado diritto in bagno, aprendo l’acqua calda nella doccia.<br>Il mattino ha l’oro in bocca.<br>Preparo la moka per il caffè.<br>Torno in bagno e mi infilo sotto la doccia, rapidamente.<br>Quando esco il vapore ha riportato fuori una scritta sul vetro.<br>TI ODIO<br>Doveva essere stata lei.<br>Dalla cucina il caffè brontolava e quando arrivai una macchia a forma di testa di gallo si apriva sul bianco immacolato della piastra del gas.<br>Mentre fumavo la sigaretta del dopo caffè mi sono reso conto di un particolare fondamentale.<br>Le chiavi della macchina non c’erano.<br>Chiamai Paolo.<br><br>“Paolo? Sei Paolo? <br>Ma che voce hai?<br>Dove cazzo sei?<br>Come non lo sai?<br>Che vuol dire che sono le sette di domenica mattina, e allora?<br>Come?<br>Non sai dove sei?<br>Paolo? Paolo?”<br><br>“Paolo?<br>Cazzo.”<br><br>È quando divento nervoso che mi viene da scrivere, e il mattino ha l’oro in bocca.<br>Ascolta:<br><br>“Sì, al mattino m’entri dentro silenziosa <br>come passi di moquette <br>i cadaveri degli ingressi, uccisi la sera prima <br>ancora sparpagliati fuori <br>con le braccia gelate e spigolose come ossa di pollo fredde <br>e sì, ho lasciato l’uscio aperto, quindi, accomodati. <br><br>Sarebbe buona educazione lasciare l’appartamento imbiancato <br>così come viene preso in consegna <br><br>Come scale a pioli, strette verso l’alto, dove immagini una mansarda <br>ma di lì, ascolta bene, devi cominciare a contare sulla tua immaginazione <br>così cerca di impilare questi versi di graffi, usa tutto, corrompi, <br>sii selvatica nell’annunciazione di un disastro e distraiti sempre <br>prima che il tuo sensa venga avvinto <br>da questa quantità di cose inutili: <br><br>ora, arrampicati. <br><br>Il senso di vertigine non è dovuto dall’altezza <br>ma dall’ampiezza del posto, ne convengo: <br>troppo bianco che non si capisce dove....”<br><br><br>Mi preparò un caffè. Mi accendo una sigaretta. Lo direste?<br>Mi arriva un messaggio sul telefono, di cui ignoro la provenienza.<br>Dice:<br><br>“Tu sei pazzo. Per cui voglio incotrarti. Al ganesh, stasera, alle nove. Non mancare”<br><br>riprendo il mio tovagliolo, dove sto scrivendo la poesia con cui<br>mi pulirò la bocca.<br><br>”se hai un paio di ali usale <br>se hai solo un paio di scapole <br>agita le mani veloce e non credere all’esistenza <br>di un pavimento dove schiantarti <br><br>*<br><br>Così, con quest’aria gassosa, invase i territori <br>dapprima rimanendo ad un metro da terra come <br>la nicotina, quindi, prodigiosa nella metamorfosi <br>eccola liquida, in pozze sul pavimento, o in gocce <br>che tendono a salire, gravitazionalmente dissociate, <br>pianto all’inverso di occhi senza pace. <br><br>Hai altri elementi? Chiesi. <br><br>Ma già pesante, con quella carne senza aggettivi, <br>era ovunque, aprendo tende e sorrisi, <br>che entrino dieci luci diverse, disse, le silenziose invadenti <br>che ti vengano a cercare loro, le mie ancelle <br>conoscono gli alfabeti della polvere e della vernice del sogno <br>con la quale hai dipinto questo posto <br>si impalmeranno i visi di soffice porcellana, le porcelline. <br><br>Quel rumore che ti sveglia alle tre di notte <br>quel ronzare di bolle <br>sono pavoni. <br><br>Viene dal cortile dietro alla casa. <br><br>Il pensiero che ti taglia la mente <br>mentre non riesci a riprendere sonno <br>è il suo diniego alla tua idea <br>di aprire un negozio di fiori. <br><br>Gli italiani non comprano fiori. <br><br>Gli orologi stanno cadendo dai muri <br>come i quadri di Bosch <br>sono porte sull’inferno in caduta anteriore. <br><br>I pavoni non tengono la testa sottoterra e alla luna <br>si scuotono i petali di certi fiori violetti <br>che non vede nessuno. <br><br>*<br><br>L’appartamento non era imbiancato, c’erano <br>impronte di piedi sui muri, e per entrare ho dovuto <br>scassinare la serratura <br><br>non sei omaggio, mon petit coeur <br>sei ostaggio <br><br>* <br><br>Così le frasi sull’amore, capite <br>questi bigliettini speciali, diversi per ognuno <br>le coppie di parrocchetti <br>le coppie di formiche <br>le coppie di rose appese a testa in giù <br>continuano nella loro passeggiata <br>le peripatetiche <br>e dei passi che compiono non immaginano <br>né la sostanza né la memoria <br>ma ciò che conta è questa vibrazione <br>diresti un sentire comune <br>o un sentire comunque <br>che oltre quest’addizione di uno più uno<br>non ottiene risultati <br>ma resta impigliata nel fascino della formula <br>e s’illumina.”<br><br>Prendo in mano il cellulare, e agile compongo questo messaggio<br><br>“Non ti conosco, non so chi sei, non verrò in nessun posto con te”<br><br>E mentre sto leggendo la conferma dell’invio del messaggio <br>mi cade l’occhio sulla tasca del mio cappotto, dal quale fuoriesce<br>il tovagliolo sul quale Federico Blò, ieri sera, ha composto qualcosa<br>su entrambi i lati.<br>E mentre mi accendo una sigaretta mi viene un’idea per uccidere<br>l’immacolato candore di Blò. <br><br>ORAE’<br><br>Silenzio<br>Silenzio<br>Sta arrivando<br>Silenzio<br>Silenzio<br>Candele<br>Tutti zitti<br>Silenzio<br>Sta entrando<br>Silenzio<br>Stupidi <br>Questa è una cerimonia<br><br><br>Mr bergman invade la scena tenendo i piedi larghi dicendo “Mettiamo una lampadina in mezzo” tutto in bianco e nero tutto vero come innocente, in contrasto, senziente, il bianco e il nero -  ma le parole nascono unite, catene nucleiche minuscoli codici legati stretti annodati eccoci: se non ci scomponi, siamo in movimento, e questo devi capire l’azione poiché nell’attimo dell’azione presenziano la scena: dio, te, e il per sempre, e tutto questo, se riuscito a catturare è<br><br>(  e  a)<br><br>Devo dirlo? I pesci coi pesci, le scimmie con le scimmie, tutti gli altri nascosti, ma nascosti bene.<br><br>Tutto nella domanda, tutto nella richiesta, voi non vi preoccupate di nulla noi comunque vi stiamo accerchiando, portiamo pezzo a pezzo attorno a voi l’intera città perduta, non prendete sonno e controllate i vostri bambini, chiudetegli le palpebre  con le tazze di girasoli e vegliateli perché nel sonno li soffocheremo, e verremo a prendere voi  sul posto di lavoro  - ci stai già immaginando, quel panico improvviso che ti prende e guardi un punto vago e lontano nel pavimento siamo lì, che veniamo nelle crepe nei muri, siamo già nelle tue case, tu rilegaci, sistemaci, lasciaci prendere la polvere dalle nostre costole, noi ti stiamo già osservando portando mattone dopo mattone la città, attorno a te.<br><br>Signor rimbaud, stia composto e smetta di passare quei bigliettini indecenti a tutti i presenti, il signor Spender ha qualcosa da dirci  in merito alla “cosa”, presumo, qualcosa che non sappiamo, come ad esempio la smorfia che fa Emily quando lo riceve ma che mr Spender non pronunci quelle tre regole che ha assunto a valore dell’opera d’arte, il signor wharol mi vomiterebbe sul divano con un gesto scomposto della nuca che farebbe volare in terra come un ermellino sventrato il suo orribile parrucchino, e questa stanza circolare ha già subito indecenze atroci, cerchiamo dunque di essere prudenti (non parleremo, non ricorderemo quella volta in cui dio, ucciso da nietzsche, gli girò sulla faccia e sui baffi da polacco tutto il suo margarita e disse “Una mano che non esiste può offenderti più del tuo essere tedesco, signor come ti chiami?”)<br><br>Ma ecco, mr spender balbetta, pronuncia la parola come un ritardato “po – po – po” balbetta e qui non si fuma, signor auden, non quella pipa, qualcuno di voi ha portato un teatro?<br>Che sia benedetta la sua assunzione, che sia dimostrata la sua incolumità, portate una forchetta all’attore, portategli del pane, fatelo sedere stirategli le camice, nessuno di voi ha con sé un teatro?<br>Nemmeno lei, signor schiele, nostro signore della depravazione? In segreto possiamo confessarlo, mr schiele, quei tratti nervosi, quei rossi fra le gambe, quelle ragazzine tutte contratte, le mani rachitiche immobilizzate nella posa, cosa stava cercando anche lei, nella posa, nella morte della posa, mr schiele, la danza della cosa, danza apocalittica senza dottrina, scomposta e disordinata, digerito il simbolo digerita l’idea del simbolo, siamo rissosi come cigni in un lago mr schiele, ne conviene?<br>Vendicativi. Il signor Pound annuisce, lui che ha avuto la presunzione di fare la frangetta alla terra desolata, lui che ha sforbiciato sapendo di sforbiciare, qualcuno porti un bicchiere d’acqua al poeta, qualcuno lo aiuti, gli insegni, lo scuota, qualcuno tolga le scarpe al poeta, Mr bergman è troppo impegnato con gli psicologi ma ecco, Mr eliot e il suo amico di penna, groucho, (si erano conosciuti ad una festa a Londra e  si erano trovati simpatici, dice quello coi baffi,  ma voi gli credete?) per poi solamente dire: “Aprile è il mese più crudele” come se non lo sapessi, come se noi tutti non lo sapessimo, guardate le montagne, a cui l’inverno aveva portato una calvizie incipiente guardatele ora, gravide, mentre si pasciono nel sorriso del demente, ennesima madre in attesa questa terra che sgrava fiori ed effluvi di profumi, ciclicamente -  l’occhio di dio, questo cielo sbilenco che lascia passare la stupida luce che accende le efelidi di quello sfacciato (solo gli stupidi lo chiamano prato) osserva, e scopre, e denuda con le gambe divaricate e molli chiuse dalla ceralacca di un’arancia rossa questo sole che scalda e nessuno che porge un crostata alle more al poeta, nessuno che se ne occupi, che lo vaccini, che lo faccia sentire, (qualcosa) qualcuno porti una sedia per il poeta, qualcuno lo assecondi per l’amor del cielo, è infastidito dalla primavera.<br><br>Non è con le sedie negli appartamenti vuoti e con le scale, breton che possiamo spiegare il surrealismo, che se ci pensi è una parola come due lo sono amor fou, e come tre lo sono, tu chi sei, breton le parole non ci servono, gli esempi nemmeno breton, indossiamo le canottiere, abbiamo la schiena a pezzi, sporchiamo le camice, ci fanno male i piedi breton, abbiamo bisogno di una pausa, di una nausea manifesta (in meno delle parole che ha usato lei, mr sartre, e si rimetta seduto che non ce la rifacciamo provare) e i manifesti servono per le pubblicità quando dovremmo essere virali, contagiosi, coraggiosi come un virus a macchia d’olio signor tzara, mi ascolta? Spenga quella sigaretta, uomo senza collo, a macchia di leopardo signor borges, e non fissi nel vuoto e non agiti quel bastone se la chiamo in causa perché lei c’entra sempre signor borges, guardasigilli della bibilioteca lei vede tutto, lei è stato sorpreso persino a spiare tiresia che guardava quella sgualdrina (si, sto parlando di lei mr eliot) lei è ovunque lo confessi, e dunque sarebbe così gentile da portare un cappello al poeta?<br>Detesta il sole. Qualcuno può accompagnare il poeta a casa? Qualcuno può sorreggerlo?<br><br>“E quando devi soffiarti il naso, o quando ti serve una penna non trovi mani niente, non trovi mai niente” depennate il signor kubrik, depennatelo, ha ucciso nabokov con la timidezza, andate e cercate tutti gli schermi, i teloni, e squarciateli e poi cercate tutte le bobine e trovate tutti i proiettori e tagliategli via le spine della corrente come togliereste spine a una rosa, rendete la parola liscia, senza specchi,  fatela suono, e distribuitela, arriverà il giorno in cui il verbo accendere non significherà più nulla, tenete le parole legate cucitele strette, qualcosa o qualcuno o il nucleare o la chirurgia estetica arriverà a toglierci l’elettricità dall’immaginazione (l’elettricità non esiste) e avremo candele e silenzio, silenzio, silenzio, nella cerimonia, come diceva Socrates, celebre filosofo brasiliano fate tutti silenzio, un minuto appena: parla un medico.<br><br>Qualcuno porti un bicchiere al poeta, che ha finito.<br><br>Qualcuno gli pettini i capelli, e gli dica che ora è.<br><br>E signori, voi potete andare.<br> <br>ORTENSIE CHRISTIAN DIOR<br><br>La genziana e la ginestra, oltre ad avere l’iniziale punto g in comune, sono affascinate dal giallo nylon, le orchidee con le loro labbra aperte in realtà non simulano nulla, i significati, così caricati, sono volgari e soggettivi come un collo di pelliccia di visone, particolari minuti di furia, nessun grido, e lo sventolio di piume dell’acacia è come un deserto, mare giallo privo di ossa e sperma, impossibile da navigare, nonostante le ombre e le onde in movimento, una mimesi accurata di cose di paglia, questo deserto, la cura dell’altro, la paura del diverso, il giorno che l’ortensia invase la tua casa e si andò ad appoggiare sul pianoforte, “cosa succede” chiedesti, ero stato io, non sapevo dove mettere la pianta, nonostante l’ortensia disse sono nuova, sono alla moda, sono vestita Christian dior, e cleptomane come Wynona Ryder o Jennifer Capriati, ma senza palle da tennis. <br> <br> <br>IN CASO DI NECESSITA’ ROMPERE IL VETRO #sessione 8<br>(Frammento di Federico Blò)<br><br>Suadente, prodigioso adagio, sistematico e vegetale assisteva all’esternazione di sé, coordinato ed educato nella sala, sbiancato fra le appliques e affatto romantico, con le persone che portavano i loro volti al guinzaglio, i bicchieri, tutti quei bicchieri, mi dicevo devi essere ciò che ami, non ciò che ama te, finché la sua pancia, atroce e dolorosa, e tutto questo parlare fra il fumo, e andò, andò per la sala per raggiungere un tavolo, il suo tavolo, andò per la sala, camminò, camminò spedito per raggiungere il suo tavolo, ma a metà della stanza, proprio sotto al lampadario, un grosso lampadario dorato con ventiquattro bracci, e alla fine di ciascun braccio tre bracci più piccoli, e alla fine di ciascun braccio più piccolo altri tre bracci ancora più piccoli, e su tutti questi bracci, i grandi, i medi e i piccoli, una candela bianca, e tutte le candele erano accese, e proprio sotto a questo lampadario, a metà della stanza, si svegliò, e si fermò, e sbatté gli occhi, e fu sveglio, fu fermo in piedi, sveglio, al centro del treno, nel vagone ristorante.<br><br><br>Desiderava un caffè, inesplorato fra le lampade alllineate a destra, una tossiva, fuori una radura brulla correva veloce e asociale, si voltò verso il bar, nessuno, come nessuno era nella sala ristorante, solo le lampadine furiosamente allineate, una con la tosse, la voglia di caffè, il ricordo delle candele e uno sbatter di ciglia, e ora questo treno. Evidentemente era in viaggio, ma non ricordava di essere partito, né di avere qualcosa di urgente da sbrigare tale da averlo messo su un treno con quelle tazzine di plastica che tremavano sui tavolini, e scivolavano, e d’improvviso sentì il bisogno di svuotarsi la vescica, camminò ondeggiando lungo la trachea della sala ristorante, una porta s’aprì sbuffando, e lo inghiottì.<br><br><br>Era un vagone, gli scompartimenti, era notte, i finestrini neri, c’era luce al neon, era tutto grigio, era un vagone tutto grigio, gli scompartimenti, era un treno, un treno nella notte, grigio, tutto grigio con i neon, la tappezzeria grigia, i cuscini grigi, i sedili, gli scompartimenti grigi, i corridoi, le porte a soffietto. Era un treno molto silenzioso, comunque, moderno, molto all’avanguardia, sembrava. Attraversava i vagoni, pensava di essere su un treno di notte, nella notte, e pensava di attraversare i vagoni del treno, di camminare nei corridoi grigi del treno, nella notte, pensava lentamente, camminava, avanzava spedito sul treno, tra i vagoni, le porte a soffietto, finché vide qualcosa, e si fermò a pensare a cosa aveva visto, e si fermò, smise di camminare, si fermò nel corridoio, aveva visto qualcuno in uno scompartimento, e tornò indietro, guardò, e vide qualcuno, lei, una ragazza, una donna, una persona in uno scompartimento. E si fermò sulla soglia, chiuse gli occhi, e la ragazza lo guardava, e sapeva delle cose, aveva capito delle cose, e aspettava.<br><br><br>Si sedette di fronte alla ragazza, ma non nella stessa fila, in diagonale, diede un colpo di tosse, la ragazza fece per sistemarsi la gonna, le dita sottili con la traccia lebbrosa e consumata d’uno smalto, mani mobili e tragiche, che presero a spiegazzare un risvolto della gonna. Doveva sapere. Chiese: dà noia se fumo? La ragazza rispose che non si poteva fumare, no, proprio non si poteva. Lui disse, quando arriveremo domattina non vedo l’ora di prendere un bel caffè, e fumarmi una sigaretta, e mentre lo disse pensò a Stalin, a cose ordinate e rigide, all’acciaio, lo disse pensando all’acciaio. La ragazza lo fissava, aveva la pelle chiara e gli occhi neri e mobili, fissava lui e fissava se stessa nel vetro e fissava lui e fissava se stessa e non parlava. S’improvvisò primavera e si fece sbocciare un sorriso e si fece d’improvviso autunno e ritrò il sorriso a sé, e non parlava. Evidentemente sapeva. Torceva la caviglia, le gambe accavallate, torceva e dondolava piano la caviglia e anche lui accavallò una gamba, ma poi si trovò scomodo, e lei sapeva, e lui disse: sai dove stiamo andando? Fuori un finestrino nero scorreva e scorreva fra le facce grigie dei sedili e le loro facce bianche e lei disse piano tre concetti, slegati: sono scomoda; non mi ricordo niente; hai una sigaretta?<br><br><br>“Questi sedili sono comodi” disse lui.<br>“Non capisco quello che dici” disse lei.<br>“Questi sedili sono comodi” ripeté lui.<br>“Non capisco quello che dici” ripeté lei.<br>“Mi dispiace, non ce l’ho, non fumo” disse lui.<br>“Non mi ricordo niente” disse lei.<br>“Anzi, fumo, ma non ce l’ho, non abbiamo sigarette” disse lui, come per.<br>“Sono scomoda” disse lei.<br>“Non capisco quello che dici” disse lui.<br>“Hai visto, sul treno non c’è nessuno” disse lei.<br>“Non ho visto tutto il treno” disse lui.<br>“Io ho visto tutto il treno, non c’è nessuno sul treno” disse lei.<br>“E’ un treno molto bello, è un treno moderno” disse lui.<br>“E’ un treno di quelli nuovi, un treno comodissimo” disse lei.<br>“Eppure tu sei scomoda, dici” disse lui.<br>“Scherzavo” disse lei.<br><br><br>E lui si fece cattivo, si adombrò, gli vennero pensieri brutti, voltò la testa, si alzò, si rimise seduto, la guardò, aprì la bocca, lei sorrideva, lei era perversa, lei sapeva delle cose, si sentì male, si alzò, la guardò da in piedi, in piedi nello scompartimento la guardava, uscì nel corridoio, guardò il nero fuori dal finestrino, guardò il finestrino nero, guardò il nero, poi guardò lo scompartimento da fuori, lei seduta tranquilla, che sorrideva, lo guardava, e rientrò, si rimise seduto, strizzò gli occhi, strinse i pugni, riaprì gli occhi, riaprì le mani, e la guardò, le sorrise, non era bella, non era strana, e le sorrise, e abbassò lo sguardo.<br>“Allora” disse lui.<br>“Eh” disse lei, e tirò fuori un pacchetto di Marlboro.<br><br>In ogni caso si deve arrivare, aveva detto lei, da qualche parte si arriva, ne convennero, e s’accesero una sigaretta per uno, lei con un polso maggiormente socievole, erano comodi nella prospettiva che da qualche parte sarebbero arrivati, fuori le luci andavano e venivano morbide e caute nell’oscurità, morbide che cominciò a piovere. Entrambi fissavano le righe che la pioggia allungava sul finestrino, righe lunghe e tristi, mille lacrime veloci e perdute, disse lei, le competizioni che ci hanno insegnato, disse lui, e annuivano e comunque c’era qualcosa che non andava bene, “qualcosa non va bene” disse lui, ed entrambi si trovarono avvolti e nutriti da un’aria irreale, ho paura, disse lei, e lui si fece rigido, e rimase fermo. Zitto. Passarono il tempo, o fu il tempo a passare loro, e dopo che entrambi erano rimasti incastrati nei rispettivi silenzi s’udirono i passi. Si voltarono entrambi e la porta dello scompartimento s’aprì. Ho paura, disse lei, e lui lo sapeva, e pensava a cose colorate, costumi fosforescenti su pelli bianche, lungo lo scompartimento avanzarono due ragazze giovani, entrambe in tailleur e con i tacchi, appoggiavano qualcosa sui sedili, qualcosa che non capiva, finché arrivarono da loro, una bionda e una mora, gli sorrisero, gli consegnarono un portachiavi in gommapiuma con su scritto “mr tamburino non ho voglia di scherzare” e una cartolina con un treno d’auguri per Natale, lui si immaginò d’improvviso coinvolto in una lunga tranquilla sinuosa orgia a quattro con lingue e mani e piedi e bocche e nel mentre del pensiero le seguirono con lo sguardo, sorridere e svanire, semplici come un atto mancato, come uno sparo in una via del centro. “Ho paura” disse lei, lui pensò a un’ora di ginnastica o di religione, una cosa vuota.<br><br><br>“Sono passate anche prima” disse lei, improvvisamente annoiata.<br>“Sei troppo geometrica” disse lui.<br>“Mi annoi” disse lei.<br>“Mi disgusti” disse lui.<br>“Non era di questo che stavamo parlando” disse lei.<br>“Io non ti conosco” disse lui.<br>“Non era di questo che stavamo parlando” ripeté lei.<br>“Sono un po’ confuso” disse lui.<br>“Sono passate anche prima” disse lei.<br>“Ho una brutta sensazione” disse lui.<br>“Ti ho detto che ho paura” disse lei.<br>“Non ti conosco” disse lui.<br>“Mi annoi” disse lei.<br>“Tutto questo è assurdo” disse lui.<br>“Non sai di cosa stai parlando” disse lei.<br>“Non so con chi sto parlando” disse lui.<br>“Puoi andare a sederti altrove” disse lei.<br>“No” disse lui.<br>“Sì” disse lei.<br>“No” ripeté lui.<br>“Puoi andare a sederti in un altro scompartimento” disse lei.<br>“No” ripeté lui, e non poteva.<br>“No” convenne lei.<br>“Abbracciami” disse lui.<br>“Sì” disse lei.<br>Erano entrambi terrorizzati. Non volevano dirsi delle cose, non volevano parlare. Era notte. Non si toccarono, si addormentarono, o furono svegli, e sognarono, quella o altre cose, cose che non cambiavano, che erano sicure.<br><br>Li sorprese la luce, avvinghiati, in certo modo privi, li sorprese con un tenue vagito, mosso da un’onda debole che terminava la sua risacca nel cristallino del suo occhio sinistro, per portarlo fuori dal sonno. Lui era sdraiato con i piedi allungati sul sedile, lei con la testa sulle sue gambe, come una foglia appena caduta. Fuori dal finestrino s’apriva una pianura sincopata da enormi buche nel terreno, come se una bestia si fosse abbattuta sul terreno in cerca di qualcosa, tutto procedeva e scorreva come su un nastro. “Arriveremo” le sussurrò all’orecchio mentre si svegliava, e le sistemò i capelli dietro un’orecchia. Passò una vecchia cinese con una busta di plastica colma di indumenti e un ombrello, che gli inveì contro in cinese. Lui pensava all’autista di un autobus che attendeva due minuti in più alla partenza per il gusto di guardare le persone che arrivavano in ritardo, ormai senza speranza, correre e ringraziare e lei gli chiese, a cosa stai pensando? all’autista di un autobus, disse lui, e passò l’uomo delle bevande brandendo un foulard giallo e inforcando un paio d’occhiali da sole per infittire il mistero, urlando caffè panini giornali caffè panini giornali, e lei disse voglio un panino, e lui disse voglio un caffè, e l’uomo delle bevande gli lasciò un giornale e lui chiese sa per caso qual è la prossima fermata, e l’uomo rispose caffè panini giornali e lei disse sul giornale non c’è scritto niente, e lui disse sul giornale non c’è mai scritto niente, e lei disse non fare l’idiota e lanciò il giornale lontano che svolazzò come una farfalla umida e grassa che s’afflosciò su un sedile e scivolò in terra. Lui s’alzò e prese la farfalla grassa e smembrata, prese il giornale, lo aprì e le pagine erano piene di scritte, file di parole e numeri, e alcune foto ma di parti del corpo, pance e occhi e cose così, e file di tautogrammi in C e numeri e asterischi, e lui si voltò e disse non c’è scritto niente sul giornale sembra una mostra della Biennale di Venezia senza spiegazioni e lei non c’era più, lui guardava le sue gambe che uscivano dallo scompartimento e così la sua ombra, e pensò: la detesto.<br><br> <br><br>MIMESI DELLA MIMOSA<br><br>Continuamente la gerbera, oscena e vigorosa, margherita abnorme, non esistono le rose blu, e i gambi dei girasoli sono pieni di minuscoli peli viscosi, orribili al tatto, “non è possibile” hai asserito, plasmata nella posa, adorabile nella presa della casa, bastava un paio di tacchi per farti credere migliore, slanciata, e se io lo confermavo in effetti lo eri, poi presi a scusarmi, proprio come fece la mimosa nel giorno di festa, disse sono un giallo capro espiatorio avvolto in carta cerata, così io, che asserivo che accadde d’improvviso, da cosa nacque cosa, il coso nella cosa, sono un bianco capro espiatorio avvolto nella carta oleosa, il pistillo, questa mimesi sessuale, l’ape stupratrice, il bulbo d’un tulipano è una donna incinta, questa terra marrone, sotto una luce gialla, una cosa dentro l’altra, calore, va così: la vita sessuale dei fiori è incompresa. <br>UNA SEDIA IN UNA CAMERA PIENA DI LUCE GIALLA<br><br>Lei nemmeno mi chiese come fossi arrivato fin lì, per quali divini o ruvidi percorsi mi fossi trovato lì, in un posto dove - avrei dovuto saperlo - le cose si reggono in piedi da sole, per vocazione. <br>Ma io avevo bisogno di qualcosa, si ha sempre bisogno di qualcosa che non saprei dire ma, è sempre esattamente la cosa che manca: nessuno è al cancello a lasciarsi coprire metà della faccia dall’ombra.<br>(adesso ti spiego le nuvole, disse: fermarsi temporaneamente, per poi andare, non consolatrici, ma apportatrici, e finisci di chiederti come dovrai comportarti perché ogni cosa che deve accadere inevitabilmente accadrà, e quindi è come fosse già accaduta)<br><br>E così anche tu non sopporti una quantità di cose certe quali le persone, i derivati delle persone, e i surrogati delle persone, compreso tutto quello che hanno addosso, oltre alle scontate mele cotte, anche tu affermi con lo sguardo (guardarti gli occhi è come vedere un uomo che si sbraccia in mare) che i minuti ti affollano la bocca e che nessuno è al cancello, a portarti la bellezza strappata dalla terra con le umide vene radici penzolanti.<br>Non ti piace la pietà, né la solidarietà.<br>“Sfuggire le parole con l’accento non ha mai ucciso nessuno”, ripetevi, e come darti torto, ma:<br><br>avremo un inverno se è questo che vogliamo avere.<br><br>O una pace diffusa in più punti, ma carente.<br><br>In mezzo fra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno c’è una sedia, una camera piena di luce gialla, un divano obliquo e, ascolta, tu: (un dito teso è una lama fra gli occhi) con le gambe stese e bianche e per qualche strana ragione io bevo una cosa fredda e rossa, e ho dei piacevoli capogiri apportatori di una strana (pioggia) euforia che mi permane attorno alla testa come un’aureola, e penso che dovresti smettere di scrivere le tue“Osservazioni sulla morte di una rosa”, credo dovresti toglierti le scarpe, a partire dalla testa, e unire la punta dei sensi con questa mano a uncino, e di spirituale, vedrai, ti mostrerò un interno diverso, inesplorato, di spirituale ti mostrerò una sedia:<br> <br>JULIAN SANDS ODIA CHIUNQUE #sessione 9<br><br>Ci odiavamo?<br>Ma in fondo, chi era veramente, lei?<br>Non ve l’ho detto?<br>Che sono un veicolo deviante però ve l’ho detto.<br>Sara ha la faccia imbronciata e i piedi minuscoli.<br>Dorme sedici ore al giorno quasi come i gatti.<br>Viviamo in due case separate ma collegate da un ponticello di ferro che fa un gran fracasso quando l’attraversi. <br>Le abbiamo scelte apposta.<br>Ognuno ha la sua tana ma dormiamo sempre o da uno o dall’altro.<br>A parte alcune notti in cui squilla il telefono.<br>Allora esco.<br>Quello che devo fare è andare in un posto, in una certa ora, e compiere un gesto.<br>A volte fra arrivare nel posto esatto e tornare a casa passano dei giorni.<br>Non sempre il posto è vicino.<br>Poi quando rincaso non ricordo più nulla.<br>So che ho compiuto il gesto, ma non saprei dire cosa.<br>È grave?<br>La cosa strana è che al compimento del gesto una cifra mi viene attribuita sul mio conto corrente.<br>Penso al gioco di ripley, magari vado ad uccidere qualcuno.<br>Ma no, in fondo sono un bravo ragazzo.<br>Così quando mi alzo vado da Sara, che mi dice: “Prendi le chiavi della macchina.”<br>Io le dico: “Dove erano finite Paolo mi aveva detto che le aveva prese Alessandro chi le ha riportate?”<br>“Chi sono Paolo e Alessandro?”<br>“Dai, Paolo e Alessandro, gli amici di Blò.”<br>“Di chi?”<br>“Di Federico Blò.”<br>“Ma dove li peschi ogni volta sti nomi? La macchina ce l’avevo io.”<br>“Ah, tu?”<br>“Quando sei fuori la prendo io, che c’è?”<br>“Non capisco, sono confuso.”<br>“Ti sta squillando il telefono, non rispondi?”<br>“Che telefono?”<br>“Il tuo cellulare?”<br>“No, non rispondo, niente telefono.”<br>“Sei strano, voglio vedere chi è.”<br>“Sono confuso, cazzo.”<br>“È un numero privato, dice lei.”<br>“Richiamerà.”<br>“Com’è andato il lavoro in albergo?”<br>“Direi bene. Canto e danzo.”<br>“Era buono il pescespada.”<br>“Ah si? Hai mangiato tu anche il pesce spada?”<br>“Bé, ne è rimasto un po’.”<br>“Ora non ho fame. Devo uscire.”<br>“Le chiavi sono sul capitello vicino alla porta.”<br>“Sapevo che non avevo dato le chiavi a nessuno, a capodanno.”<br>“Capodanno, che capodanno?”<br><br>mentre sto prendendo la macchina noto una scritta sul muro che dice<br>HO UCCISO L’OTTIMISMO e mi squilla il cellulare.<br>Numero privato.<br><br>Mobile Phone:<br>“Si. Ciao Blò. Se posso passare da te?<br>Certamente. Vuoi farmi vedere dio?<br>Ci sto, dai. Hai del caffè, le sigarette le hai?<br>Ok le compro. <br>Ok.<br>Ok.<br>Ciao Blò.”<br> <br><br>JOEY SILVERA E’ DIO #sessione 10<br><br>L’appartamento di Federico Blò è identico al mio.<br>Solo che nel mio non ci sono gatti.<br>L’appartamento di Blò ha la mia stessa vista.<br>Palazzi.<br>Quando mi apre ha una tuta dell’adidas nera, e un maglioncino con il collo a V. <br>Le ciabatte sono quelle giamaicane di cotone.<br><br>“Guarda e impara.” Dice Blò, e fa partire il DVD.<br>Ci sediamo sul divano dove ci aspettano due vodke lisce, e la bottiglia nel mezzo.<br>Ci accendiamo le sigarette.<br>“Adesso ti spiego la pornografia. Sai cosa eccita dio? <br>LE COSE VERE cazzo. <br>Ed ecco che il nostro Silvera ti dispone delle primopelo, <br>ancora abbastanza giovani per farti credere che i cazzi che gli propina, <br>maestosi cimeli che spuntano dagli addomi disegnati <br>di palestrati e sani giovani americani, siano una novità per loro. <br>La telecamera è in presa diretta. Sempre. <br>Le scene sono tagliate velocemente, e varie. <br>Non v’è necessità di lunghi piano sequenza sulla macchina sessuale, <br>questo pene e questa vagina messi a tutto schermo <br>simili a un essere mostruoso che si sta strozzando con qualcosa, <br>il dio Silvera è avanti, <br>le sue ragazze gridano e baciano<br>e scoppiano a piangere negli orgasmi e ascolta: <br>oltre alla divisione in capitoli sequenziali, <br>si può gestire un menu fetish dove puoi scegliere fra orgasmi, <br>sesso orale, <br>penetrazione anale, <br>doppie penetrazioni e così via, <br>sparartele in sequenza, <br>o passare velocemente dai preliminari all’orgasmo, <br>o tornare indietro.<br>Puoi fermare il tempo.<br>Dio si mette a disposizione la necessità di cambiare l’ordine degli eventi e il numero dei partecipanti, essendo in tutte le creature.”<br><br>Spengo malamente una sigaretta nel posacenere del mio albergo.<br>“Blò, tu mi preoccupi. Secondo me sei un genio, ma sono molto preoccupato per te.”<br><br>Qualcuno diceva che quando i bambini giocano, bisogna chiudere la porta, perché dio si sta mostrando loro, sta espletando le sue cose pulite.<br>Così guardavo Blò, incantato col suo giocattolo, e cominciai a guardare in che modo dio gli si stesse mostrando.<br>Alla fine del film, dopo quello che avevo visto, non un dubbio sfiorò la mia mente.<br>Joey Silvera era dio. Un dio.<br>Come per noi, anche per lui gli aggettivi sono schifosi, e così non esiste un dio senza un aggettivo possessivo davanti, e il dio di Blò era Silvera, il mio Dio lo stavo cercando, avevo ancora molte possibilità da vagliare, e poi mi stancavo presto di ogni cosa. Una volta mi piaceva Maradona, ma poi ha smesso di giocare.<br>“Beviamoci su Blò” dissi.<br>Facemmo tintinnare i bicchieri e bevemmo la vodka alla goccia.<br>“La prima sempre secca” disse Blò.<br>Versai altri due bicchieri.<br>Blò la buttò giù, guardandomi con faccia perplessa, come a dire che.<br>“La vodka va seccata” disse.<br>“Hai mica una sigaretta?” <br><br>Mi squillò il telefono cellulare.<br><br>“Si. Ciao. Sì, sono qui da Blò. Va bene.<br>Si è la nostra macchina quella sotto casa. Non ho preso la macchina poi.<br>Direi di si, possiamo stare a pranzo insieme, ho ancora un po’ da fare. Si sto scrivendo.<br>Va bene, vengo io.<br>Ci vediamo dopo.<br>Si, la pasta coi frutti di mare mi va bene.<br>A dopo.<br>Anch’io.<br>Si, anch’io.<br>Ciao.”<br><br>Scivola.<br><br> <br><br>(Arte - Narrativa)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Thu, 27 May 2004 20:02:04 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[ESCATHOLOGY OF TWO LOVERS IN FIVE PICTURES, di Chiara Yorke]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=42&tes=333&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <br><i>&quot;Escatologia di due amanti in cinque quadri &quot; di Rossella Valentino</i><br><br><br><br>Amore mio, non avere panico. Sono qui.<br><br> <br><br> <br><br> <br><br><b>ESCATOLOGIA DI DUE AMANTI IN CINQUE QUADRI </b><br><br> <br><br> <br><br>UNO (polittico) - Prima di me corsero gli dèi sotto questi archi minuti.<br><br> <br><br>I<br><br>Sullo sfondo di un letto la mano artiglia le pieghe cutanee del ventre di una donna rannicchiata. <br><br>Prima di te corsero gli dèi sotto questi archi minuti. <br><br>&#8220;Amami per la ferocia con cui ti amo <br><br>e raccontami ancora della maga che<br><br>ti regalò il tavolo su cui incise <br><br>le rune zodiacali. Je te remercie, I thank you<br><br>modeh ani lifonekhon, le avrai detto&#8221;. Grazie.<br><br>I gemelli sono intagliati durevoli nelle mie viscere,<br><br>gemelli alle falcate di un fauno. Grazie.<br><br> <br><br>Mi pare di vederti, sommesso nei tuoi capelli d&#39;acanto<br><br>angelo mio corinzio<br><br>mentre la primavera fuori<br><br>diafana e velenosa come una medusa<br><br>ci dà un leggerissimo ribrezzo. <br><br>Il vespro è una ceralacca rossa<br><br>a breve una luna mestruale siglerà i corpi già adusti.<br><br>Ti lascerò i sigilli delle mie unghie sul collo<br><br>stanotte<br><br>- quando tornai a casa coi tuoi colpi di reni dentro la bocca ancora aperta -<br><br>ti guarderai allo specchio e penserai che sono matrici di rogo<br><br>- o detriti di more. <br><br>Prima di me corsero gli dèi sotto quegli archi minuti.<br><br>Dopo di te solo gli dèi sveneranno di radici il mio parto,<br><br>ma stanchi di fatica precipiteranno in un fosso d&#8217;ortiche.<br><br> <br><br>II<br><br>Io penso sempre che i morituri contraggono la luce di venere<br><br>poi saranno colombe nuotanti in salsa di cenere<br>e so di ossa marine sepolte<br>e so che ogni mare è un insieme di tumuli. <br>Esistettero anche per me<br><br>erano liquori improbi ma ne bevvi ugualmente<br><br>erano fucine turchine di flutti<br><br>erano una querelle di verghe ronzanti.<br><br> <br><br>Ogni mentore uxorio<br>ha il suo equo trionfo<br>e tu<br><br> <br><br>III<br>ma tu hai tenere funi e adescamenti lontani<br>e sempre falcianti che stringo nelle mani;<br>saprò con queste stigmate nei palmi e nel talamo<br>plaudere ai tuoi gatti acrilici<br>e ungere uccelli di combattenti<br>senza che ti si macchi la sorte<br><br>senza che ti si imbratti la tela.<br><br>Che io possa menare ai tuoi nervi carmini<br>un ramo d&#39;olivo<br>odoroso delle mie vesti staminali<br><br>e immesse laudi<br><br>come pomice su tempere <br>possano raggrumarmi e<br>avere dominio della mia cervice superba<br><br>poiché ogni avvento discende dall&#8217;evento di te.<br><br> <br>IV<br>La spoliazione porta santi negli alvei delle vergini, dura anni<br>e partorii anni con viso molle di clematide.<br><br><br><br>Adesso è ingrediente puro, questo segreto<br>odierna linfa sonnolenta si versa in pacate colonne<br>la tua causa è un nerbo incenerito<br>uno iato tra femmina e armi<br>puoi tenermi, sii lieve,<br>come un piatto d&#8217;avena<br>un teatro d&#8217;arena<br>un letto di lana<br><br>mio ministro d&#8217;ombre<br>mio committente <br>io mordo ebano<br>io copulo coi naufraghi.<br><br> <br><br> <br><br>DUE - In nostra vece traslitterata (ovvero gli amanti quadrupedi)<br><br> <br><br>Alla vigilia di ogni tuo bacio procedo<br>al lume di una candela<br>alla ricerca in tutta la tua carne del possesso<br>di me.<br><br>Dopo il tramonto mi educo alla pulizia<br>del tuo corpo con precetti<br>di congiunzione. Considerandoti terra,<br>tu leviti di cibo e io ti mieto il grano<br>sgrasso lo sgombro e apparecchio il desco sul tuo<br>petto deterso di mio aceto.<br><br>L&#8217;ambiente è sano, abbiamo sparso<br>pezzi di pane per casa e pozze<br>di vino dentro piatti bianchi disseminati sul pavimento<br>e il vino evaporerà solo al mattino.<br><br>Il tuo seme insaporisce il sedano<br>interrato nel mio ventre d&#8217;argilla.<br>In segno di servitù bevo solo liquidi salati<br>e del vino annuso il colore.<br><br>Non lascio alla tua devozione il tempo di fermentare,<br>trotto precipitosa nella fornace del rapimento <br>mentre tu, mio amore azzimo,<br>affetti i germogli del sacrificio.<br><br>Mi inchino in ginocchio davanti alle tue ossa<br>insufflate di liriche nordeuropee<br>sei terra allontanata al mare e ora<br>nel lambirti ti sottraggo ai gomiti<br>su cui, libero, ti distendevi.<br><br>Ti si forma il seno<br>e lì peregrino fino a raggiungere<br>il tempio della redenzione dove<br>moltiplicherò per te il mio isolamento.<br><br>Gemo al piacere dell&#8217;afflizione,<br>io sono tua, io e non altre.<br>Davanti ai tuoi occhi mozzo le mie<br>zampe piagate, tu sanale con erbe amare <br>e liberami dai miei mali.<br><br>Alla terra prometto la separazione<br>tu monte ariete io collina agnello <br>usciamo dall&#8217;Egitto, balzando su spazi<br>di genia pura<br>e la discendenza è il mattino<br><br>illegittimo e innocente.<br><br> <br><br> <br><br>TRE - Non piangere<br><br> <br><br>Sento che stai per piangere<br><br>Un costa di febbri ti attraversa il ventre.<br><br>Bevi le gemme dell&#8217;acqua a te offerta.<br><br>Il primo ingrediente dei sacerdoti è l&#8217;acqua<br><br>la stessa acqua impura del principio<br><br>che porti dentro, nel tuo antro trionfante.<br><br>Temi ricorrenti in cui ci imbattiamo:<br><br>colori critica costruttiva semplicità. <br>Congiungiamoci le mani<br><br>lascia aperto il tuo palmo,<br><br>devoto, dedicato. Resta pallida<br><br>a propagare luce di illusione mattutina.<br><br>Mia promessa, torre bianca<br><br>chi scrive di noi ci sposa,<br><br>ci testimonia, ci unge. Non ci crea. <br>La nostra dottrina di carminio<br><br>è passione eviscerata dalle tue febbri<br><br>la nostra idea di colore<br><br>è lavare la terra da silicee critiche<br><br>la nostra idea di semplicità è Orgia. <br>Non fare che la semplicità succeda durante il nostro regno.<br><br>Mio Agnello mistico<br><br>poggia il tuo piccolo piede infiammato<br><br>su questo sepolcro inasprito.<br><br>Non siamo che diaconi, istituiti a raccogliere offerte,<br><br>tu della vita Io della morte. Mutismo?<br><br>No, eloquio di vigne laconiche, grinzose<br><br>schiuse all&#8217;effimero.<br><br>La nostra idea di costruzione è squamare carne azzurra<br><br>da scorze azzurre.<br>Chi ci ritrae non scuote i nostri drappi carnosi<br><br>ma la memoria del ragno che li ha tessuti<br><br>ma la memoria dello sguardo che ha plasmato il ragno<br><br>ma la memoria del buio su cui si è aperto lo sguardo. <br>Non abbiamo nemici<br><br>né ferri tratti in coro a difendere la nostra intimità.<br><br>Né un notaio che sigilla i nostri beni condivisi.<br><br>Abbiamo calici, cani accucciati ai nostri piedi,<br><br>sereni in questa cappella artefatta in cornice.<br><br>Questa è la nostra libertà<br><br>non essere figli di alcuno<br><br>ma imeni ingioiellati di specchi<br><br>convessi che ci comprimono<br><br>da dietro<br><br>nei desideri dello spettatore.<br><br> <br><br> <br><br>QUATTRO - Parusia in forma di fellatio<br><br> <br><br>Leccare aculei di roccia ed essere solo ciò che senti<br><br>un piccolo circolo di bocca che scorre lungo le tue invocazioni<br><br> <br><br>e avere atteso il tramonto che ti svestisse di luce<br><br>che ti rivelasse la carne<br><br>- il buio è una maschera<br><br>poi giungeranno le parole<br><br>che sono pulegge e veleggiare di ciglia.<br><br> <br><br>Divenire granchio, parafrasi di sopravvivenza<br><br>- qualcosa dentro è già risorto<br><br>e non è una teoria ottica, sei tu nel buio-<br><br>e inerpicarsi  sulla tua trepidazione <br><br>incagliarsi nell&#8217;armonia dell&#8217;impazienza<br><br> <br><br>chinarsi su un bozzolo di respiri districati<br><br>scavare dentro le scosse del mare<br><br>ammalarsi sotto le tue mani di vento<br><br>che scortano le labbra e le mostrano guglie di sangue.<br><br> <br><br>Divenire luna, filtro di immagini<br><br>- e dicevi che non t&#8217;intendi di pittura<br><br>baciare a lungo è già dipingere -<br><br>planare su novene aspirate<br><br>remigare alle ascensioni di un&#8217;orifiamma<br><br>che è come varcare recessi<br><br>e spiare inquietudini vaporose<br><br> <br><br>azzannare un circolo di mani e trovare un circolo di cibo<br><br>disposto a monte come un cucchiaio di misteri.<br><br> <br><br> <br><br>CINQUE - Funzione di me e di te* su una terrazza bianca con gabbie e uccelli.<br><br> <br><br>Così staccati dal suolo siamo un diadema<br><br>su macerie di guerra. E così,<br><br>occhi grigi negli occhi versati alla luce<br><br>pazienza dentro minimi petti, <br><br>guardiamo negli occhi uccelli divertiti con becchi<br><br>d&#8217;ogni foggia e strane grida acute, risalite.<br><br>Bizzarra familiarizzazione.<br><br> <br><br>Così poggiati su tensione di polpastrelli<br><br>toccheremo scimmie e seni, urina e febbre,<br><br>vagabondi e avvocati<br><br>una pancia guarita e un cuore ricreato<br><br>rotondo.  Soprannaturale è volere la vita<br><br>e le sue immense morti e le sue notti<br><br>con spade inique e assetate.<br><br>Volerla tutta. <br><br> <br><br>Soprannaturale è il costo per volerci<br><br>per vedere la luce dell&#8217;alba a gambe strette in questa terrazza<br><br>che è un bacino aperto, l&#8217;istmo del nostro incesto.<br><br> <br><br>*Tu, che hai addosso la mia stessa meravigliosa fatica dell&#39;accoppiarsi a distanza.<br><br> <br><br>Così mutati in urlo congiungeremo figli<br><br>a padri, e mariti a mogli<br><br>concederemo tempo d&#8217;approdo a uno spazio<br><br>che è stato finora &#8211; prima di noi due in calco -<br><br>solo romitaggio di irrappresentabili  totem.<br><br> <br><br>Da un uovo rotto con le nostre metà mani<br><br>cola giù il caldo sole del giorno. <br><br>Su sabbia di meridione il primo uccello muore nella sua gabbia.<br><br>Con suggestione carnale liberiamo i nostri, senza duelli né platee.<br><br>Volteggiano, gli uccelli, scavano il cielo<br><br>e le sue tempie pallide<br><br>e beccheggiano con monotona sonorità<br><br>la nostra unica solitudine sovrapposta.<br><br> <br><br><br><br><br><br><br><br>Traduzione in lingua inglese di C. Yorke[/i]<br><br><br><br>My love, don&#8217;t panick. I am here.<br><br><b>ESCATHOLOGY OF TWO LOVERS IN FIVE PICTURES</b><br><br>ONE (polyptych)- Before me ran the gods under these minute archs.<br><br>I<br>In the background of a bed the hand claws the skin creases of  a crouched woman&#8217;s<br>womb.<br>Before you ran the gods under these minute archs.<br>&#8220;love me for the fierceness with which I love you<br>and tell me once more about the witch your<br>donor of the table upon which she carved out<br>the zodiacal runes. Je te remercie, I thank you<br>modeh ani lofonekhon, you must have said to her&#8221;. Thank you.<br>The twins are engraved lasting in my bowels,<br>twins to one faun&#8217;s curvets. Thank you.<br><br>I believe to see you, meek in your achantus hair<br>my Corinthian angel<br>whilst spring outdoors<br>as pale and poisonous as a jellyfish<br>very slightly disgusts us.<br>The vespers are a red sealing wax <br>a menstrual moon will soon initial the already parched bodies.<br>I&#8217;ll leave my nail seals on your neck<br>tonite<br>-when I went back home with your kidney blows into my mouth still open<br>you&#8217;ll look at yourself in the mirror and will think they&#8217;re stake matrixes<br>-or blackberry rubble.<br>Before me ran the gods under those minute archs.<br>After you only the gods will bleed out of roots my delivery,<br>but weared out of fatigue they&#8217;re gonna fall in a nettle ditch.<br><br>II<br>I&#8217;ve always thought the dying do contract the light of venus<br>they&#8217;ll later become swimming doves in a sauce of ashes<br>and I know about buried marine bones<br>and I know that each sea is a collection of tombs.<br>They did exist for me, too,<br>they were toilsome liqueurs still I drank from them all the same<br>they were cobalt forges of waves<br>they were a querelle of buzzing rods.<br><br>Every uxorial mentor<br>had his right triumph<br>and you<br><br>III<br>But you have soft ropes and faraway enticements<br>and always mowing I hold them in my hands;<br>I&#8217;ll manage with such stigmata in the palms and in the bed<br>to praise your acrylic cats<br>and grease the fighters&#8217; birds<br>without your lot being stained<br>without your canvas being soiled.<br><br>May I lead to your carmine nerves<br>an olive branch<br>scented like my staminal clothes<br>and instilled laudi<br>like pumice upon tempera<br>may them clot me and<br>take hold of my superb cervix<br><br>For each advent descends from the event of you.<br><br>IV<br>The sacking brings saints in the virgins&#8217; wombs, lasts for years<br>and I delivered years with a meek clematis face.<br><br>It&#8217;s a pure ingredient now, this secret<br>the present sleepy lymph is poured in placid columns<br>your cause is a burnt-out nerve<br>a pause between female and weapons<br>you can keep me, be light,<br>like an oats serving,<br>an arena theatre<br>a woollen bed<br><br>my own shadow minister<br>my purchaser<br>I&#8217;m biting ebony<br>I&#8217;m coupling with the shipwrecked.<br><br>TWO-In a transliterated behalf of us (or the quadruped lovers)<br><br>On the eve of each one of your kisses I proceed<br>before a candlelight<br>In search of your whole flesh of the possession<br>of me.<br><br>After the sunset I train myself to the cleaning<br>of your body through rules<br>of conjunction. Since I esteem you as ground,<br>you leaven into food and I reap the wheat<br>skim the removal and lay the table upon your<br>chest deterged by my vinegar.<br><br>The room is sane, we have scattered<br>bread slices around the house and wine<br>pools in white plates spread onto the floor<br>and the wine will evaporate only at morning.<br><br>Your seed flavours the celery<br>buried in my clay womb.<br>As a sign of bondage I&#8217;m drinking only salted liquids<br>and I&#8217;m only smelling the color of wine.<br><br>I won&#8217;t leave for your devotion time enough to ferment,<br>I trot rushing into the rapture oven<br>whilst you, my azymous love,<br>slice up the sacrifice sprouts.<br><br>I take a bow on my knees before your bones<br>insufflated with northeuropean elegias<br>you are ground sent away to sea and now<br>in lapping you I&#8217;m stealing you to the elbows<br>down which you, free, would lie.<br><br>You get a shape of breast<br>and there I do wander till I reach<br>the temple of redemption where <br>I shall multiply my isolation for you.<br><br>I cry to the pleasure of affliction,<br>I am yours, I not anyone else.<br>Before your eyes I cut my plagued<br>paws off, do heal them with bitter herbs<br>do release me from my evil.<br><br>To the ground I promise the separation<br>you mountain ram I hill lamb<br>we abandon Egypt, jumping upon spaces<br>of pure set<br>and our offspring is the morning<br>illegitime and innocent.<br><br>THREE-Don&#8217;t&#8217; cry<br><br>I feel you&#8217;re about to cry<br>a shore of fevers is crossing your womb. <br>Drink the gems of the water offered to you.<br>The first ingredient of the priests is water<br>the same impure water of the beginning<br>you keep inside, in your triumphant cave.<br>Frequent issues that we come across:<br>colors critics constructive simplicity.<br>Let&#8217;s join our hands<br>leave your palm open,<br>devout, dedicated. Remains pale<br>to propagate a morning illusion light.<br>My promise, white tower<br>he who writes about us weds us,<br>witnesses of us, oils us. Doesn&#8217;t create us.<br>Our carmine doctrine<br>is passion dewombed out of your fevers<br>our idea of color<br>is washing the ground away from siliceous objections<br>our idea of simplicity is Orgy.<br>Don&#8217;t let the simplicity happen during our reign.<br>My mystic lamb<br>rest your small enflamed foot<br>on this embittered sepulchra.<br>We are but deacons, established to collect offers,<br>you of life I of death. Mutism?<br>No, praise of laconic vineyards, creasy<br>ajar to the transient.<br>Our idea of construction is peeling off azure flesh<br>from azure crusts.<br>He who portraits us does not shake our fleshy cloths<br>but the memory of the spider who embroidered them<br>but the memory of the glance who moulded the spider<br>but the memory of the darkness upon which the glance was opened.<br>We have no enemies<br>nor swords brandished in choir in defence of our intimacy.<br>Nor  a solicitor sealing our shared wealth.<br>We do have chalices, dogs curled up at our feet,<br>serene in this fake framed chapel.<br>This is our freedom<br>not to be anybody&#8217;s sons<br>but hymens bejewelled with convex<br>mirrors compressing us<br>aback<br>in the audience wishes.<br><br>FOUR- Parusia in the form of fellatio<br><br>To lick rock thorns and to be just what you feel<br>a small mouth circle flowing along your invocations<br><br>And to have waited for the sunset to undress you with the light<br>for it to reveal your flesh<br>-darkness is a mask<br>the words gonna come next<br>for they are pulleys and sailing eyelashes.<br><br>To become a crab, paraphrase of survival<br>-something inside is already resurrected<br>and it&#8217;s no optical theory, it&#8217;s you in the dark-<br>and to climb your flutter<br>to get clogged in the harmony of impatience<br><br>to bend down a lump of disentangled breaths<br>to dig inside the seashakes<br>to be sick under your windy hands<br>escorting the lips and showing them blood spires.<br><br>To become moon, filter of pictures<br>-and you used to say you were no judge in painting<br>long-kissing already is painting-<br>to glide down inhaled novena<br>to flap till the ascensions of an orifiamme<br>which is like crossing recesses<br>and spying steamy fears<br><br>to devour a hand circle and find a food circle<br>disposed at top as a spoon of misteries.<br><br>FIVE- Function of me and you* upon a white terrace with cages and birds.<br><br>So loosened from the ground we are a diadem<br>on war ruins. And so,<br>grey-eyed in the eyes poured to the light<br>patience within the least chests,<br>we look in the eyes the amused birds with beaks<br>of any shape and strange shrill cries, reemerged.<br>Bizarre acquaintance.<br><br>So leaning on fingertip tension<br>we will touch monkeys and breasts, urine and fever,<br>wanderers and attorneys<br>a healed belly and a recreated round<br>heart. Supernatural is wanting life<br>and its immense deaths and its nights<br>wicked-sworded and thirsty.<br>Wanting it all.<br><br>Supernatural is the price for wanting us<br>for seeing the light at dawn tight-legged on this terrace<br>that is an open pelvis, the isthmus of our incest.<br><br>&#8220;You who are wearing the same mesmerizing fatigue of mating from a distance <br>as I<br><br>So changed into a cry we will join children<br>to fathers, and husbands to wives<br>we will give them time enough to land on a space<br>which has so far been- before the two of us in cast-<br>mere hermitage of unrepresentable totems.<br><br>From an egg broken by half of our hands<br>drips the hot sun of the day.<br>Upon southern sands the first bird dies in its cage.<br>With carnal suggestion we release our owns, without duels nor audiences.<br>They go voulting, the birds, they dig the sky<br>and its pale temples<br>and they beak with monotone sonority<br>our unique laid upon loneliness. <br><br>(Arte - Traduzioni)]]></description>
<author><![CDATA[Chiara Yorke]]></author>
<pubDate>Thu, 27 May 2004 17:02:22 +0000</pubDate>
</item>
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<title><![CDATA[LA FRANCIA NON ESISTE, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=34&tes=331&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=34&tes=331&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> <u><b>INDICE</b></u><br><br><br><br><b>WHITMAN ERA UN BARO #sessione 1<br>STAGIONE<br>LABORATORIO AMSTERDAM <br>FINISTERRE<br>ANTIBIOTICI E FIORI INDESIDERATI<br>DARWIN E L&#39;INDIFFERENZA PRECOCE<br>NICOLE KIDMAN NON HA IL CANCRO #sessione 2<br>FEU LA CENDRE<br>E MORIVA<br>L’OSCENA FRAGILITA’ DEI FIORI<br>ROBERT SMITH E LA DIETA DEL MINESTRONE<br>KAFKA E LA RONDA NOTTURNA #sessione 3 <br>SOMME PSICHEDELICHE<br>OBITORIO MONACO<br>NON MOLESTARE LA ROSA<br>LA FRANCIA NON ESISTE<br>ELIOT E LA FUNZIONE GAUSSIANA<br>I CORNERSHOP E L’AUTOSTIMA #sessione 4<br>MADRE <br>LARGHI DIVANI ROSSI<br>JANIS JOPLIN E IL BISOLVON LINCTUS<br>LA VERGINITA’ DEI FIORI<br>ORIETTA BERTI E’ PAZZA #sessione 5<br>PADRE<br>BOLLE<br>EDITH SCHIELE AVEVA VESTITI ORRENDI<br>ELLIS NON HA INVENTATO LA PATAFISICA #sessione 6<br>ISTRUZIONI DELL’ADDETTO<br>LA VITA SESSUALE DEI FIORI <br>STOCKHAUSEN E LA CATAPULTA #sessione 7<br>ORAE’<br>ORTENSIE CHRISTIAN DIOR<br>IN CASO DI NECESSITA’ ROMPERE IL VETRO #sessione 8<br>MIMESI DELLA MIMOSA<br>UNA SEDIA IN UNA CAMERA PIENA DI LUCE GIALLA<br>JULIAN SANDS ODIA CHIUNQUE<br>JOEY SILVERA E’ DIO #sessione 10</b><br><br> <br><br><br> <br>“Odio i bambini”<br>Karen di Will &amp; Grace<br><br>“Le scene ancora riconoscibili<br> erano state ulteriormente rovinate <br>da qualche mano rozza e blasfema.”<br>Nick Cave – E l’asina Vide L’angelo.<br> <br><br><br><br>WHITMAN ERA UN BARO #sessione 1<br><br>Platealmente servito (navigando su ogni mio passo)<br>Perpetuamente indebolito (lievitando sopra la terra)<br>Veicolo deviante (la cosa che sono diventato)<br>Gli aggettivi sono tutti schifosi (le cose che ho causato)<br>Magia nera, alberi segnati di rosso (corridoi di occhi non smettono)<br>Si fanno crescere tutti i baffi una volta nella vita (di guardarmi crescere)<br>Lo confesserò: sono maestoso<br><br>Segreteria telefonica: <br>“Ehm, non so, che ora è? Mi sono svegliato <br>e non c’era più nessuno, nemmeno lei<br>cazzo credo che dormirò per sempre, e sognerò di voi, che non esistete<br>e fa un freddo cane cazzo, ce l’avete il caffè in casa?<br>Il thé?<br>Riuscite a portarmi qualcosa da fumare, anche un pacchetto di sigarette?<br>(tosse)<br>ok ok<br>comunque fatemi uno squillo quando rientrate<br>ciao”<br><br>poesia su foglio a quadretti macchiato di ?<br><br>“Le onde della marea non implorano perdono<br>si infrangono per proseguire il loro cammino<br>padre, hai gradito le loro collisioni?<br>Altri hanno preferito andarsene via<br>Nevica in maggio<br>E le porte sono aperte ora<br>Mentre le campane stanno frusciando<br>Fra le loro teste come grano<br>Che piangono e frusciano…”<br><br>Suonano alla porta.<br>Penso a uno sharpei.<br>Se troverò uno spazzolino.<br>Ho solo pochi centesimi in tasca.<br>Penso al telefono cellulare.<br>Non lo trovo.<br>Ho perso il telefono cellulare?<br>Ora mi chiamo.<br>Suonano alla porta.<br>Penso a Katmandu, tende rosse e pesanti.<br>Sul tavolo del Velvet c’era un volantino che diceva<br>Abbronzati in sedici minuti.<br>Un altro diceva RAVE.<br>Suonano.<br>Penso ai crostacei.<br>Al buio.<br>Filetto di grasso fra i denti. (fa solletico)<br>Ho le occhiaie.<br>Hanno smesso di suonare alla porta.<br>Continuo la poesia<br><br>“La natura ha il suo proprio credo<br>una buona novella proviene dalla terra<br>padre, hai governato con la grande divisione?<br>I giovani uomini fingono<br>Gli anziani comprendono<br>Ed il cielo irrompe all’alba<br>Diffondendo luce sopra questa città<br>Noi tutti ci raduniamo in cerchio”<br><br>Cosa c’è di meglio che essere abbracciato? (pensa al matrimonio)<br>Voglio essere onesto con dio (la prego mi includa nelle sue abitudini pulite)<br>Ha la capacità di farmi sentire un insetto (il 3 aprile non ho parlato con nessuno)<br>Mi madre mi ha ingannato o mi voleva proteggere? (io sbadigliavo)<br>I rampicanti sono così noiosi<br><br>Segreteria telefonica:<br>“Ascoltate, qualcuno deve passarmi a prendere<br>non c’è un cazzo qui, non riesco nemmeno a tirare su<br>la serranda e nel frigo c’è solo un barattolo di marmellata<br>che ha un colore che non dovrebbe avere e insomma<br>credo di essere chiuso dentro e in ogni caso non riesco<br>ad aprire la porta, avete preso voi la mia macchina?<br>Dove cazzo siete?<br>Fatemi uno squillo quando rientrate. Ok.<br>Ah. Non sul cellulare, che non lo trovo. Ok.<br>Fatevi sentire.<br>Ciao.”<br> <br><br>STAGIONE<br><br> <br>La parola è piovuta, ha nutrito la terra la parola ha ingravidato i semi e s’è presa tutto il tempo per comporre un albero, l’albero ha dato i frutti, tutti ci cibiamo alla tavola mentre le donne si radunano in cerchio, la parola è marcita sui rami, becchi duri e lisci come spalle di ragazze giapponesi hanno banchettato, e preso dimora, e guastato il guastabile.<br>Fili annodati in cerchio, cavi, come scarabocchi della mano d’un bambino.<br>Ogni trascorrere mi è insopportabile.<br>Il riepilogarsi dei giorni, le maschere e le libagioni, l’anestesia feriale.<br>Sono già morto ognuna di queste volte.<br>Lirico e impotente, debole e insopportabile, come chiunque altro, diverse vite prima di me.<br> <br><br>La parola ha cominciato di nuovo a rannuvolarsi, lassù.<br>Grosse e pompose e dense di curve come mammelle ammassate le nubi, nere e grigie.<br>La parola.<br>Si fa elettricità nell’aria.<br><br>E io sono stanco di questa fame.<br> <br>LABORATORIO AMSTERDAM <br><br>hanoi renaissance, dalle biciclette ai grattacieli di trenta piani che non tremano, disse, a respirare sopra le case coloniali –  bianco sbilenco, passami attraverso, vienimi dentro, l’angelo del tritolo e il pesco in furia, questa primavera ha partorito, dunque, i semi tellurici che aveva tenuto in grembo lungo il corso del gelo invernale – uno spasmo, la paura è una stampella che ti tiene su la poca rigidità degli occhi e aggiusti una calza “Ho i piedi lisci” dici – come un manichino, e dunque la fuga,  la sottrazione ai miei occhi di te, misura per misura e il tuo profumo cieco e senza te a nutrire l’aria, a ispessirla – un dolce e cauto profumo che io non vedevo – Laboratorio Amsterdam, canali circolari, nebbie di gaugain –  signore annerite che paiono tratteggiate dalla mano di schiele – magre  e contratte, tutte, tranne una, come una melodia, quasi adolescenziale, pigra come una matita, su un letto, in mutande, che tira su le ginocchia al mento e sostiene un piede in mano, commovente, come comprare un’opera di shakespeare in edizione economica, su un letto in una stanza vaga e umida, con gli angoli del soffitto che pendono come dita d’un morto a galla, carta da parati arancio, scritte sulla parete col rossetto tipo NUOVA ECONOMIA SESSUALE e il piede in mano, il piede e un dolce e acuto profumo, nell’idea che ho di questo, ora, bianco sbilenco,  vienimi verso, vienimi dentro, passami attraverso.<br><br>Piccolo principe, campana di vetro, questa è la rosa, questa è la volpe, e tutto quel che c&#39;è dietro.<br> <br>FINISTERRE<br><br>Finisterre, scenario artico della mia pazienza, mammiferi enormi che si aggirano pigri fra il disordine nevrotico della neve, nessun fiore, a finisterre, ci si irradia, fra poco una luna senza ciclo mestruale apporrà il suo sigillo di ceralacca sul tramonto della mia pazienza, pallido albume senza sangue, i colori dei fiori, non esistono, i colori di fuori, senza immaginazione, finisterre: da qui, da questo promontorio, m’innalzo, inauguro il mio panico.<br><br>Tu non avere paura amore mio.<br> <br>ANTIBIOTICI  FIORI INDESIDERATI<br><br>Dov’è l’ingresso per la primavera? Quale porta, quale stanza, che inclinazione devo scegliere per uscire di casa, che ora?<br><br>I fiori indesiderati, gli apostrofi, queste maniche che lasciano ancora uscire mani, ora destre ora sinistre, il giappone non esiste, tu entravi, uscivi, cambiavi abito, la predisposizione dei mobili, le tovaglie, tutto era diviso in quadrati e decidemmo di muoverci in diagonale, ma tu “io sono la regina e posso fare quello che mi pare”, e avevi ragione, sintonizzata nella cucina, tutta la tua schiera obbediente di gigli a darti ragione, “fine della scena” continuavo a ripetere, ma qualcosa ricominciava, una stagione, una cura antibiotica, nella cucina una mela rotolava piano su un tavolo e della tovaglia, restavano briciole, qualcuno di sotto a protestare in una lingua strana, quando la sbattevi. <br><br> Fu così che così anche gli uccelli mi rimproverarono.  <br><br>DARWIN E L’INDIFFERENZA PRECOCE<br><br><br>Ora, tutti sanno che non si può cominciare un racconto elencando le parole<br>“nella stanza aleggiava un fumo fitto come nebbia”<br>non si può, perché nella vita si può essere tutto ma bisogna assolutamente cercare<br>di non essere mai banali <br>“Absolut” diceva blò e dunque <br>lungo la pianura della stanza fluttuavano aerei canali di fumo, ora tubolari,<br>ora vagamente sinuosi, disegno di curve diafane prodotto da bambini fantasma, che andavano a sparire in capriole, sempre gravidi  ondeggiano vivi come primavere sempre in boccio, e si muovono quando io e blò ci alziamo per prendere dell’acqua, ad esempio, cuccioli sabbiosi.<br>Cosa vorrei dirvi, con questa narrazione.<br>Omar è seduto sul divano vicino a me, in pantofole.<br>“Quanto possiamo metterci ad arrivare ad Amsterdam in treno blò?”<br>“Figa, ci serve figa.”<br>“Quanto costerà l’affitto di un camper?”<br>“Non farla spegnere”<br>“Io non ho la patente, tu te la senti di guidare sempre?”<br>“Tienila lì, basta che non la fai spegnere”<br>“Dovremmo partire blò, andare.”<br>“Absolut” dice. “Passala che si spegne.”<br>Guardavamo un incontro di boxe.<br>Poi abbiamo visto la fine di un film tedesco, si riconoscono dalla pellicola i tedeschi.<br>Ora le presentatrici della rai si alzano in piedi ti vengono verso e: pliiin<br>Camminano.<br>Penso che sia giusto, che mi piacerebbe anche che so, veder annunciare i programmi dopo degli esercizi ginnici.<br>Vorrei che mi annunciassero i programmi ogni volta da una location diversa, che ne so, prima di andare a letto, mentre sono in vestaglia, su una parete dell’himalaya, o in una galleria.<br>“Vorrei che le presentatrici sudassero” dico.<br>“Hai ragione.”<br>“Ho letto sul giornale che vogliono mettere le tasse sui libri che prendi in biblioteca”<br>“Che tasse?”<br>“I diritti d’autore, dicono. L’hanno già fatto in olanda. Una corte europea ha sancito che così dev’essere e finché un’altra non difenderà i diritti di noi lettori poveri così sarà in tutta Europa”<br>“Mi piacciono le biblioteche”<br>“Percepisco di pagare un pizza otto euro.”<br>“Faccio su intanto.”<br>“Stanno tornando di moda le pellicce.”<br>“Già, dicono che va bene anche averne un dettaglio”<br>“Ho sete, prendo dell’acqua”<br>“Non guido fino in Olanda”<br>“Non ci voglio andare in olanda, fanno pagare i libri cazzo”<br>“Tanto tu non lo capisci l’olandese, che te ne fai dei libri.”<br>“Prendo dell’acqua”<br>Cosa vorrei dirvi.<br>Non c’era granché da fare, e tutto pareva insopportabile. <br>NICOLE KIDMAN NON HA IL CANCRO #sessione 2<br><br><br>LASCIATE OGNI SPERANZA VOI CHE ENTRATE<br>Recitava la scritta vicino al citofono proprio sopra un’altra<br>Che intimava ADAM TI AMO e io pensavo ad adam<br>Mentre salivo le scale lo immaginavo snello e biondo e<br>Ad aprirmi venne un bambino con la maglia della roma e un cane<br>Con un cono in testa e un fallo in bocca (di gomma)<br>Io chiesi: <br>“Gli avete messo l’antipulci?”<br><br>Valeria con una sottoveste rosa rispose no è stato morso<br>Da un gatto e continuava a fare qualche lavoro strano attorno<br>A qualcosa che somigliava alle lattine rettangolari dove si conservano<br>Le sardine norvegesi (non esistono) <br>Ma lei era lì che faceva a fette una barbie, una gamba, la testa,<br>un braccio, tagliò un orecchio e chiese: lo vuoi?<br><br>“Non è che hai del thè per caso?”<br><br>“Bè, allora lo spedisco a Ken e chiedo il riscatto”<br><br>mi ero dimenticato di chiamare qualcuno mentre abbattevo il pretesto<br>il peccato gioca e predica ancora ma davanti ad una casa vuota<br>piena di oggetti silenziosi, oggetti con bocche ma silenziosi<br>voglio venire illuminato così come voglio sapere come andrà a finire<br>e basta trovare un foglio, un foglio che mi aiuti a difendermi<br>da me stesso e mi faccia credere migliore, o semplicemente dire<br>ecco, io sono quello sulla carta, non questo corpo che mi porto dietro<br><br>non mi preoccupa rubare il pane (alle bocche della decadenza)<br>Ma posso continuare a dar da mangiare ai deboli(quando la tazza è piena)<br>E stanno allevando i bambini al bancomat (non vanno bene nemmeno quelli col megafono)<br>Il sangue è sul tavolo, tutti i giorni (ma sono affamato)<br>Non mi preoccupa rubare il pane<br>Io sono affamato<br><br>“E’ una poesia tua?”<br><br>“Aspetta che devo fare una chiamata, ce l’hai un telefono?”<br><br>trovo un telefono mentre il cane salta sul divano con un cazzo in bocca<br>e un cono attorno alla testa.<br><br>Mobile phone:<br>“Ehi, Ehi, sei paolo? Passami Paolo. Sono Edo.<br>Dove cazzo siete? Avete voi la mia macchina?<br>Stamattina sono uscito e non l’ho trovata cazzo<br>Almeno lasciatemi un biglietto, che ne so, qualcosa<br>Non ho il senso della proprietà ma cazzo se devo uscire,<br>e lo sapevi che dovevo uscire, lasciami almeno un cazzo<br>di biglietto no? Ci vuole tanto? Come dici? Non avete preso la macchina?<br>E dove cazzo sono le chiavi allora? Vuoi dire che non mi ricordo<br>Dove ho parcheggiato la macchina? Vabbè, è possibile, ma voi adesso<br>Dove cazzo siete? Ok ok fatemi uno squillo quando rientrate.<br>E comprate il caffè cazzo.<br>Ok.<br>Ciao.”<br><br>Quando la rabbia è di moda (non pensare di cercarmi, non sarò in casa)<br>Basta che mi lasci continuare ad incolparti (segui il chilometro irregolare)<br>La traccia di sangue lasciata dagli angeli (non è il mondo ad essere pesante)<br>Il paradiso non sa niente di me (è quello che dici tu ad esserlo)<br>Mio figlio è stato messo dietro alla lavagna anche all’inferno (mamma)<br><br>“Di un po’, hai chiamato un cellulare?”<br>“Non è che hai del caffè per caso?”<br>“Devo farle disattivare le maledette telefonate verso i cellulari, io nemmeno ce l’ho un cellulare, cazzo”<br>“Non dire le parolacce che non stanno bene in bocca a una signora. Dovresti avere in bocca quello che lasci al cane, piuttosto”<br><br>(smorfia: devo imparare a descrivere una smorfia)<br><br>quando esco faccio le scale ma forse scendo un piano più in basso<br>perché c’è una scritta su una porta verde arrugginita che dice<br>QUESTA NON E’ L’USCITA<br>E d’improvviso ricomincio a pensare ad adam e dove posso<br>Aver lasciato la macchina o perlomeno<br>Le maledette chiavi. <br>FEU LA CENDRE<br><br>Il pittore non ha camminato dal mare, non vi è tornato, immutato nella memoria – a sera, come le nubi sull’orlo lontano dell’acqua galleggiano, immagini di tempo, fumo, a scolorire nel fumo – <br>ancora il sogno, questa tela, vogliamo un segno, e una barca passa lenta e il pittore la prende con due dita, da casa, un graffio rosso, appena, che se chiedete risponderà: una vela, è solo un vela.<br> <br>E MORIVA<br><br>Le gambe pazienti erano dure, rigide sulla strada aprivano la forca di un’ombra nella luce di mezzo.<br>Era rimasto lui a significarsi fra gli schiamazzi d’un talento primitivo fatto di sedici colori, unghie corte e una nausea permanente tale da chiamarla sollievo (del tempo non concepiva la clemenza e nemmeno il suo esatto contrario)<br>Nella pianura aveva confidenza, quando cade più lieve fra le colline una cipria di nebbia e una fame si muore per mancanza di denti, lui sapeva: nella pianura più vasto è il silenzio, e si rimane ognuno perso uguale all’altro, portava dentro una pioggia contenuta, come un piccolo colpo di tosse, la copriva con una mano e ripeteva con la calma di chi sbuccia un arancio: “Vedremo.”<br><br>In tre parole, non si ama, in due parole si ama, in una amo e<br><br>“Tu non sarai mai indispensabile per me”<br><br>“Sono stato allevato da donne”<br><br>“Ferire senza intenzione è come parlare nel sonno.”<br><br>Diceva piano, nella luce di taglio, coprendosi la vergogna degli occhi nudi con la lama di una mano:<br>“E’ ora di andare.”<br><br>Nessuno è al cancello, cos’altro si può fare, tu cos’altro hai dai fare, all’infuori di morire?<br><br> <br>L’OSCENA FRAGILITA’ DEI FIORI<br><br>O nelle serate, e nei giorni seguenti, tirare le lenzuola, annodarsi, sciogliersi o sudare, toccare una pancia che un giorno partorirà cose minuscole, ma in tensione, la sigaretta che lascia andare il fumo solo da una parte, tutto questo fumo disse lei, queste mansarde, piena di concetti, di aghi, di creme, l’oscena fragilità dei fiori, così entusiasti, solo pochi minuti fa, e ora con le teste morbide e chine come una fila di operai, o il dito pulito d’un banchiere che scivola sulla carta termica spuntando numeri, ossessioni: la matematica della rosa: uno meno oggi uguale un domani da dividere, spartire, bisbigliare. <br> <br>ROBERT SMITH E LA DIETA DEL MINESTRONE<br><br>“Mi chiedo come mai questa società dal carattere pedagogicamente accentato che si preoccupa di prendersi cura di me consenta che le vetture possano raggiungere velocità che non sono consentite dai limiti, peraltro mortali già di per sé.<br>Immaginate gli aerei. È ovvio, che se qualcosa va storto si muore.<br>Ma è così per tutto. È ovvio che se qualcosa va storta quando fumi tu possa prendere il cancro.<br>Puoi anche morire soffocato mangiando il pesce.<br>Una volta un bambino ha mangiato una palla di biliardo.<br>“E’ curioso questo sforzo della scimmia parlante di trovare delle geometrie, delle architetture di logica che possano frenare quello che inevitabilmente tutto è, ossia: inevitabile.”<br>Omar ghigna con un angolo della bocca.<br>“Cosa mangiamo per pranzo? Attento che ti buchi la tuta.”<br>Erano le quattro del pomeriggio. Così diceva l’orologio tondo dell’Ikea con gelide lancette nere che parevano dure, e invece sono morbide.<br>Fuori non guardiamo mai, teniamo le imposte chiuse.<br>Viviamo alla luce artificiale, dentro casa, dove siamo la maggior parte del tempo.<br>“Potremmo fare degli spaghetti ai frutti di mare e rucola, o una piadina con la nutella, oppure una tagliata con i funghi porcini.”<br>“Se facciamo la tagliata che vino abbiamo?”<br>“Possiamo scegliere fra perlomeno quattro ottimi rossi sulle tonalità del Sangiovese, Merlot, Cabernet Sauvignon (lo suggerisco)  o Chianti. Decidi tu.”<br>“A me piacciono molto le scritte sul fumo. Mi danno consapevolezza della scelta, mi sento più ordinato, più autoritario.”<br>“E allora lancia il diktat per il pranzo. Pasta piada o ciccia?”<br>“Tagliata, senza dubbio, associata a un cabernet per me, tu scegli il vino che preferisci.”<br>Fuori nevicava, diceva il bollettino alla televisione, forse proprio anche nella nostra zona, proprio intorno a noi. Ma non avevamo voglia di guardare fuori per saperlo.<br>Il vento spacca la pelle.<br>Il sole fa venire i tumori.<br>L’acqua contiene dei batteri alieni catturati dalle nubi nell’atmosfera.<br>Il neon invece ti rende la pelle più sana come le melanzane esposte nei banconi degli ipermercati.<br>La scimmia parlante si dava un gran da fare per cose che, viste da una certa ottica, erano semplici punti di vista.<br>“Vorrei essere molto vivace in accelerazione” dissi.<br>“Vorresti essere un intercooler.” Disse blò.<br>“Immagina questo. Immagina un gioco da tavola, di società, come si usa dire. Considera che fra le regole del gioco, c’è quella insindacabile che il tuo personaggio interpretato sulla plancia può, di punto in bianco e ad insindacabile giudizio di un dado essere estromesso dalla scena, in ogni momento, sia che tu stia vincendo che il contrario. Il gioco si chiama Libero Arbitrio. Tu che faresti.”<br>“Dovrei sapere le altre regole del gioco”<br>“Lascia stare. Partendo da questo presupposto, sapendo che puoi perdere in qualsiasi momento, cosa fai fare al tuo personaggio, le cose più difficili e faticose o te la giochi un po’ così, con leggerezza?”<br>“La seconda che hai detto. Absolut.”<br>“Sai cosa voglio dirti?”<br>“Certo, non sono mica una scimmia parlante io. Mi stai facendo il giochino della metafora, vuoi simulare che il gioco sia la vita, e che ogni persona debba tentare di vivere ogni giorno come fosse l’ultimo.”<br>“Si ma.”<br>“Cose che ha già pensato qualcun altro, magari molto più in gamba di te, ed esiste ancora Sanremo. Le scimmie non si vogliono preoccupare, non vogliono essere libere. Rilassati. Non farla spegnere.”<br>Gliela passai e andai a preparare la carne.<br><br> <br>KAFKA E LA RONDA NOTTURNA #sessione 3 <br><br><br>All’eleganza della fattispecie, a tutti quelli che lo fanno in causa (poesia è fare)<br>A coloro che hanno ucciso la rima (recitare significa agire)<br>Alle scarpe di Rimbaud e alle scarpe di Dino Campana (nessuno ti ha discolpato)<br>Innalziamo i nostri prosit poiché voglio parlarvi di federico blò e dei manifesti, della Cartaigenica e di quella pianta curiosa che chiamiamo saper dimenticare.<br><br>Chiunque si neghi all’eccesso è perduto per sempre, diceva Blò, e io non capivo<br>E per questo lo chiamai<br><br>“Blò. Si può sapere dove cazzo sei. Sono tre giorni che ti cerco. Corso? Che corso? <br>Da quand’è che fai yoga? Ah li tiene Raoul. No non conosco raoul. Quale capodanno? Il primo capodanno che riesco a ricordare è quello dell’ 83. Ascolta.<br>Hai qualcosa da fumare tu? No eh?<br>Blò dimmi qualcosa di veramente brillante. È tutto il giorno che sono chiuso in casa, ne ho bisogno.<br>Nessuno uscirà vivo di qui? Questo  è Jim Morrison Blò.<br>Si lo so che i doors sono importanti, che facevano il teatro musicale.<br>Tu cosa stai facendo? Porno, che porno? Joey Silvera? <br>Chi cazzo è Joey Silvera? No, non può essere dio.  E poi non sarebbe nato in america.<br>Sei perplesso? Solo Bush non lo è.<br>Insomma non esci per rimanere in casa a guardare questi film porno di Silvera? Di dio di dio, come vuoi.<br>Magari ci  vediamo da Osvald più tardi per prendere un apertivo.<br>Dai.<br>Ci si sente.<br>Ah. Senti.<br>No, niente.<br>Ciao.”<br><br>Blò scrive haiku sugli angoli strappati dei manifesti (non si sa mai cosa c’è dietro)<br>Blò scrive racconti sui tovaglioli da Osvald (una fresca insalata di bellezza)<br>Blò è capace di perdere tutto persino un fratello.(abitano sere dirimpetto furiose sentinelle)<br> <br>I suoni integrali battevamo sugli incensi.<br>Otto del mattino.<br>Nessun funerale a cui partecipare.<br>Blò e Joey Silvera alle otto del mattino a scoparsi il sole.<br>Piatti sporchi.<br>Penso di caricare la batteria del cellulare.<br>Vorrei riuscire a mettere da parte un po’ di soldi per.<br>Dovevo riprendere il lavoro serale di cameriere e barman nell’albergo.<br>Non sopporto di lavarmi, ma ho la pelle profumata di mio.<br>Devo lavare gli asciugami – e la cosa mi preoccupa immensamente.<br>I suoni integrali continuavano a battere sugli incensi, alle banane, per l’esattezza, che mi stavano dando la nausea.<br>Pensai, improvvisamente, che dovevo chiamarla per spiegarle.<br>Mi chiamai sul cellulare che non trovavo da giorni.<br>Era infilato sotto le coperte del letto, al caldo.<br>Mi risposi.<br>Trovai uno strano messaggio a cui non sapevo dare spiegazione.<br>“Io sono bionda tinta e abito a Bologna e tu?”<br>Era firmato Ste.<br>Non sapevo chi fosse questa Ste, né come aveva ottenuto il mio numero di cellulare.<br>Pensai ad un complotto.<br>Mi sorvegliavano, perché avevo sempre poco credito.<br>Se hai poco credito nel cellulare per un periodo di tempo abbastanza lungo capita che ti fanno diventare una specie di cliente di seconda classe, un po’ come la posta ordinaria e la posta prioritaria, solo che non ti avverte nessuno, e improvvisamente i messaggi ti cominciano ad arrivare con uno o due giorni di ritardo.<br>Queste cose le so perché me lo dice Blò.(questa cosa fa molto fight club – sostituire)<br>“Innanzitutto chi sei, perdona la domanda esistenziale e impertinente ma credo sia un buon inizio per capire chi sono io”<br>Spedii il messaggio in tutta fretta e mi andai a fare una doccia.<br>Improvvisamente mi squillò il telefono di casa.<br><br>Phone:<br>“Pronto?<br>No.<br>No guardi.<br>Come?<br>No, ha sbagliato numero.”<br> <br>SOMME PSICHEDELICHE<br><br>Documenti, flebo, esecuzioni, in ordine sparso in ordine sparo ed elimino tutto ciò che preclude la mia immotivata freschezza nei venerdì, ed eccola, la scacchiera, osservate le piastrelle, come sono disposti tutti quanti, re e regina, matrimonio in cucina, torre e alfiere, impiegati nella causa, <br>c’è da tagliare un intera famiglia di orchidee e non è vero che orchis in greco significa testicolo?<br>C’è da far credere ai pedoni di essere intelligenti.<br>Alti silenzi dalla kasba, salgono, primordiale uncarved il blocco, papà è in love con il cashmere dove il chaos impera &amp; non è morto mai, maman ha le mani che le gocciolano aperitivi, e la bambina nuota al fango con le gambe divaricate simile a una fionda, nuota tonda nella vasca, le piastrelle a colare parti di rembrandt, somme psichedeliche (ve ne parlerò più avanti) il vapore nello specchio l’occhio cuoce come un uovo nel bollire della sera all’acetone, qualcuno si siede, qualun’altro pensa che è tardi, che bisogna andare a dormire.<br><br>(E io già ti sognavo, che dipingevi prospettive, ambivi alla conquista dell’espressione, dipingendo ossessivamente la città morta di Schiele coi colori della primavera, paesaggio di krumau, gli alberi smunti chiazzati contro il tramonto, incisi i girasoli esili e magri con le gialle palme nell&#39; acqua ferma del paesaggio, siamo piedi nudi – impronte, assorte in un muto silenzioso vagare che non lascia traccia.<br> <br>OBITORIO MONACO<br><br>Il motivo per cui sei lì è che le cose sono quadrate, ed è certo che stiano in piedi da sole, come è certo  che tu avresti dovuto saperlo, non la senti la terra che ti tira? <br>E poi dici che sono io quella che soffre di trafitture compulsive d’appartenenza, tu che pretendi un’eccentricità sghemba perché vivi di traverso come i colli di cigno dei lampioni, tu che mi accusi di aver perduto gli occhi da qualche parte nel mare, o di non averli mai posseduti, perdonami:  io vedo con la vista, e sono qui per descrivere un cerchio.<br> (il tempo più prezioso si sfalda sotto l’incuria di enormi mani che non sanno trattarlo) <br>E adesso sta zitto, e ascolta: (con la frangetta alla francese dimostro sedici anni) l’altro giorno ero su un treno diretto a Monaco, sai, quell’obitorio che sta fra Roma e Parigi (se cito la Plath è perché ho l’alibi della potenziale suicida) e fuori dal finestrini si stendeva un paesaggio apocalittico, con fabbriche fumanti e orrende rocce impiantate come denti in un mascella malata e capovolta, e grossi buchi erano aperti simili a bocche di pesce agonizzanti al cielo, (il vaso è un simbolo morto) come se una bestia enorme si fosse abbattuta su quella porzione di terra e l’avesse rovistata e stuprata alla ricerca di chissà quale preda, e in tutto questo, io ho visto un linguaggio, il linguaggio degli uomini reso attraverso le loro azioni e opere che tristemente assomiglia ormai a un borbottio senile di impotenza, e (il genio si dimostra nei risultati ottenuti il resto sono scale che non portano da nessuna parte) ho capito che ogni cosa è distrutta. (un linguaggio di carne e di rose) <br>Tu vuoi sapere perché ci sprechiamo e offri molli membra di mare dove io sarei questa terra arida, nuda come uno scoglio, (io non posso morire) e tu quest’onda a ritirare, (io sono qui per descrivere un cerchio) vattene, (è ora di andare) perditi fra le strade, (entra in ogni bocca) prova ad avere comunione (fuori di qui) e dimenticami. (io sarò al cancello a farmi coprire metà volto dall’ombra) perché del mondo dovrai vedere tutto, possedere tutto, e alla fine, solo alla fine<br><br>dovrai scegliere me <br>NON MOLESTARE LA ROSA<br><br>La pace nella casa, in attesa d’esser dispersa, germogliava in fragranze che si attorciagliavano agli oggetti, le candele e la loro posa esistenziale, l’innaturale compostezza delle piante che se osservavi bene, non esisteva: tutto un universo di gesti minuti, di danze acerbe e minimaliste dove le dita delle felce seguivano promenade con la punta delle dita, e un’immensità di parti silenziosi, di taciute morti, la tenerezza del non esser visti, sfinge che se compresa eleva al bello.<br>Fra le nebbie chimiche e volute della città, nel consolarsi dei fiori, gentili, fra loro, lungo le strade strette o diritte e nelle linee gnoseologiche della mano sinistra, misurando il perimetro di un’isola e al tempo stesso confermando la vastità dell’oceano fra i corridoi e le bilance, nelle pieghe morbide delle ginocchia di una gamba accavallata in un bar del centro, mediovale o sessuale, nell’incrocio fra lo spazio e il tempo è una crepa attraverso la quale filtra ciò che non è commutato, ciò che non ha luogo, la bellezza che non è in nessuna macchia umana, lasciata sola a vibrare come uno stelo d’erba non sapendo  e  non credendo nulla, nemmeno ciò che è: una fessura.<br>Questo poeta inesistente e incosolabile, a documentare come un pazzo tutto ciò che non sa - ma trascende -tutto ciò che non vuole - ma lo attraversa.<br><br>Piccolo principe, campana di vetro, non molestare la rosa, non toccarne il desiderio di sepoltura.<br> <br>LA FRANCIA NON ESISTE<br><br>Che non esistesse la Francia era cosa provata, nessuno credeva alle anatre chiuse in gabbie piccolissime con i tubi in bocca, nessuno credeva alla camargue, incapaci di urlare, dubbiosi, in un teatro oppure con i gomiti su un tavolo, l’eclissi della sigaretta dissi, la vedi? Siamo soli, non nel senso di abbandonati, ma di cose grandi e gialle che si eclissano dietro a cose piccole e fumose: e Istanbul? Chiese lei, d’improvviso tutta mani e gambe da accavallare, un alcolico dietro l’altro: non esiste nemmeno quella, dissi, e presi a pensare ai camici dei dottori, comunque qualcosa di verde in uno spazio bianco e asettico, come la nostra natura poligama. <br> <br>ELIOT E LA FUNZIONE GAUSSIANA<br><br><br>I tenui volti se ne stavano appoggiati pallidi ai bordi (delle strade)<br>l’uva passa<br>la parola resta<br>questo modo di ritirarsi, l’eclissi dietro la sigaretta che si svolge (continuamente)<br>io vado aprendo (corridoi di) calma fra le zampe dei tavolini simile al frusciare<br>d’un ventaglio di piuma mosso da uno schiavo in una polverosa stanza egiziana<br>(sono coloratissime) e invado liquido il bancone d’un bar, <br>dico miller scriveva racconti<br>pornografici di altissimo livello lei disse, lei la cameriera, lei nel corpo della cameriera<br>conficcata nel personaggio della cameriera disse<br>“il bicchiere di vino rosso viene un euro e cinquanta”<br>fuori rannuvolava io pensai che dovevo comprare urgentemente:<br><br># perlomeno una videocassetta di zero zero sette.<br># latte<br># cartine<br># lo zucchero<br># tutti gli album dei pink floyd<br># 7 confezioni di cotton fiocc (ricorda la formica)<br># e ? (mi manca sempre qualcosa)<br><br>Risi.<br>Dissi ridatevi ricopiamoci rilassatevi rilassiamoci.<br>Lungo il radioso autunno che rapinava la vista delle cose a cui tengo<br>vedevo lepri con le gonne rosa in fiamme (svolazzanti) per la pianura<br>il pensiero di fare l’operaio mi faceva immaginare un cocco, qualcosa di peloso fuori<br>e bianco dentro insomma, e la frase “Dobbiamo trovare parole nuove”<br>che non capivo cosa c’entrasse con il fare l’operaio<br>così che cominciai ad associarla alla parola amore<br>“Ha stufato la parola amore” dissi alla cameriera nella carne della cameriera<br>bisogna trovare una parola che sostituisca<br>la parola amore bisogna fare un sondaggio – un referendum, bisogna<br>ottenere il quorum della parola amore, andare diritto dentro al quorum, e carpire <br>una sola parola, che abbia una sola regola, che non faccia mai più rima con<br>cuore.<br>(muore)<br>(e suore)<br><br><br>“Lo paghi o no?” disse la cameriera radicata nella cameriera incastonata nella carne<br>dissi “Cosa non ti farei con un attaccapanni”<br>“Lo paghi o no?” disse la cameriera nella carne.<br><br>E mi divorò. <br>I CORNERSHOP E L’AUTOSTIMA #sessione 4<br><br><br>Ho sentito i topi passare sopra il tetto. (letto brutte poesie davvero)<br>I minuti al narciso, i narcotizzati benevoli istanti (in cui si concedeva a me)<br>Fogazzaro, urlai alla stanza vuota, (e gli orpelli delle francesine divaricarono)<br><br>L’acqua è importante.<br>Non puoi stare senza bere un bicchiere d’acqua.<br>Non c’è niente che ti dia quella soddisfazione esatta dell’acqua che riempie la bocca e irrora la lingua e accarezza la gola, quando hai sete.<br>Amanda aveva sempre sete, e gesticolava molto.<br>Chiudeva le dita facendole convergere distese verso un  unico punto immaginario, e si batteva sul petto.<br>Una volta l’ho vista venirmi incontro in via indipendenza alle Quattro del mattino, stava vicino ad uno che portava a spasso una bicicletta - lei vicino con le mani affondate nel cappotto con le piume immersa nella conversazione, ma silenziosa.<br>Una vita sui tacchi alti e perlomeno quattro continenti.<br>Girava, camminava, andava, improvvisamente, vorticosa, come una lama che schizzi sul pelo dell’acqua allontanandosi, e sorrideva sempre, e poi d’improvviso si rabbuiava morsa da chissà quale pensiero.<br>Una volta mi disse che stava pensando alle lenti a contatto usate che aveva visto sul lavandino la mattina, simili a piccoli preservativi di topi, o di uccelli.<br>Si mangiava le unghie e lo smalto e gli stivali e sempre un’aria diversa, come nuova.<br>Elegante finzione a se stessa, avvolta in se come un uovo, mi toccava sempre le mani e poi ci si copriva il viso.<br>Parlo in questo modo di Amanda perché io Amanda non la conosco, come quel suo amico che fece la recensione del cartaio senza averlo visto. Uno strano proverbio cinese diceva che le cose che ignoriamo ci conoscono. E i cinesi sono moltissimi.<br>Sto candeggiando una tenda, bevendo un caffè, fumando una sigaretta, tutto nello stesso istante, che mi squilla il telefono.<br><br>Phone: (nel frattempo sento il cinguettio di un messaggio ricevuto sul telefonino)<br>Pronto?<br>No, non c’è.<br>Dovrebbe rientrare più tardi.<br>Se puoi passare? Certo. Ah, ascolta.<br>Se riesci puoi prendere del caffè, o del thè?<br>Te ne sarei grato.<br>Vabbé se passi davanti a un supermercato.<br>Anche una sola scatola di uno dei due va bene, che lo stiamo finendo.<br>D’accordo.<br>Ciao.<br><br><br>Così mi lavo, mi vesto, mi pretendo.<br>Il messaggio di Paolo:<br>“Non vengo”<br>Pensai d’improvviso a Ste, che starà camminando a piedi a scalzi, dispettosa, adorabile.<br>Parlo così di Ste perché io Ste non la conosco.<br>Così le mando un messaggio.<br>“Non si abbandonano così gli sconosciuti”<br>Decido di creare una mela col pensiero.<br>Questa innaturale attitudine mentale fa si che mi scaturiscano dei versi<br>Penso a Blò, immacolato nella noncura, e a Joey Silvera, <br>padrone della presa in diretta, e scrivo sulla cartaigenica<br><br>“Le donne si stanno stancando, stancando<br>Io prendo in considerazione il modo in cui<br>Mi hanno educato (i pullover, è stato colpa dei pullover)<br>Le donne prendono le macchine, prendono le biciclette<br>Se ne vanno, con le gonne svolazzanti<br>Chiedo perdono per esser stato educato male<br>Le ragazze lasciano le città e si riuniscono in cerchio<br>Sono stanche, sono stufe, hanno l’inseminazione artificiale e controllata<br>Possono far crescere solo donne (è stata colpa delle maniche tagliate)<br>Io mi vergogno di come sono stato educato e chiedo<br>Il perdono<br>Ma le donne se ne vanno, sono stanche, con le biciclette<br>E sui treni e con le macchine e gli aerei<br>Sono organizzate, sono indipendenti, hanno le armi<br>La forza bruta non è mai stata una soluzione<br>Ogni spiaggia ha un tipo che pensa di sapere già tutto<br>Il sole ci guarda perplesso<br><br>Truccando amici sotto il mare eravamo esclusivi<br>Ora siamo esclusi…”<br><br>Squilla il telefono:<br><br>“Paolo? Dove cazzo siete?<br>Che donne nude? Voglio andare al cinema stasera.<br>Voglio una storia, con delle foglie, le foglie secche.<br>Voglio viali e foglie secche.<br>No, cantando sotto i paraventi è con Bud Spencer<br>Mi mette tristezza Bud Spencer, mi fa pensare a mio padre.<br>Come cosa gli è capitato?<br>È morto annegato no?<br>Devo smettere di avere amici drogati.<br>Si lo so, è una brutta morte, ma non è colpa tua.<br>Comunque Bud Spencer faceva il nuotatore, e poi c’è Terence Hill, <br>e l’infinita incolmabile quieta tristezza.<br>Sai dove potrebbero essere le chiavi della macchina?<br>Come Alessandro? Ce l’ha Alessandro? Non mi ricordo<br>Di quando è tornato a casa con la macchina, no, non me lo ricordo.<br>Gliele ho date io?<br>Senti devo andare.<br>Devo stendere gli asciugamani e devo andare al lavoro.<br>Si da stasera.<br>Sto uscendo ti dico.<br>Ok.<br>Ok.<br>Ok.<br>Ci vediamo.<br>Ciao.”<br><br>Dovevo finire la poesia.<br>Era venuta scritta su dodici strappi.<br>Una bella calligrafia.<br>Contemplai i versi.<br><br>“Perché le donne sono stanche, e se ne stanno andando.”<br><br>Finita?<br><br>“E sono organizzate come società per azioni.”<br><br>Collo alla coreana, bottoni dorati, mano dietro la schiena.<br><br>Sono pronto.<br><br>Lavoro.<br><br>Poesia nel water. (menzogna menzogna menzogna)<br><br>Fuori.<br> <br>MADRE <br><br>Madre:  che sia aperta un’istanza, che si istituisca una stanza da affidare al silenzio, io so che ghandi non parlava un giorno alla settimana, madre a cui non donai un nipote da dondolare sulle ginocchia, madre a cui non donai, madre della luce spenta, madre della cucina sola, ho il sangue sui denti ho brandelli di cordone ombelicale che mi scivolano dal mento, qui e ora, madre dei gesti madre della cura signora della febbre,  madre degli abbracci che mi lasci, parentesi aperta, nuda rivolta, lieta ti sia la fine.<br><br><br>[Mentre giaccio sotto la coperta, al caldo come un tubero<br>So che questo corpo non sarà mai al sicuro dal danno so<br>Che questo corpo non germoglierà<br>Mentre ti sfioro i capelli, spole senza vento<br>Tocco la mia pelle per sentirmi ancora intero<br>Per sentirmi ancora intatto o soltanto<br><br>(dentro)<br><br>Se solo tu tornassi da me<br>Se solo ritornassi nel tuo lato<br>Se solo mi contenessi ancora<br><br>I cavalli bianchi fluiscono, il fuoco delle memorie, la caduta lenta del ritmo<br>Nera e perduta madre di bellezza io<br>Ti amo così<br><br>Argento ed oro e preziosi e preziosi<br>E perle nella carne dell’ostrica<br>Ora il dio assopito qui sopra ha mandato giù tutto<br>Pioggia e fanali e archietetture e reietti ma<br>Ha dimenticato l’amore amniotico<br>E nel tessuto delle lenzuola sono solo un’ennesima<br>Morbida piega a dimenticare<br>Un calzino inosservato fra il materasso e le coperte<br>E ho pensato che danneggiassi mia madre<br>E ho temuto di non potermi risvegliare dall’incubo in cui l’ho succhiata dentro <br>E tirata a me come quando<br>Ero fra le cupole morbide della sua carne a nutrire<br><br>(pioggia fuori)<br><br>e nel sogno mi sono svegliato senz’acqua attorno<br><br>(pioggia dentro)<br><br>Io vado dove bruciano, poiché è esattamente come fu.<br><br>Non scriverò niente.<br><br>Sarò suono e pesce, e galleggerò]<br> <br>LARGHI DIVANI ROSSI<br><br>Tutto s’è arreso, la volontà è un tentativo, pittori che riproducono tramonti, scalette d’aria, figure sulle sabbia, nuvole che formano volti.<br><br>Questa è la sequenza d’un martirio, i fotogrammi che ci scandiscono, minuti proust asserragliati in stanze coibentate di sughero che tentano di riprodurci, tensioni vocali senza carne sulle corde di un’enorme paura, che conosci, che conosciamo.<br><br>Ma tutto è reso, il disgusto, la sopportazione, chi ci consolerà dimmi, chi si prenderà cura di noi, creature speciali?<br><br>“L’autunno mi macchia i denti” hai detto, questo è un decreto ministeriale pensai, e muovevo delle carte, mettevo a posto dei fogli, selezionavo codici di simboli che rimanevano lì, in una gravida attesa, assetati di una prospettiva oculare che gli ridesse importanza, mentre la luce delle cinque tesseva in pace il suo colore, la primavera fuori a esistere, a insistere, germogli, tutta la semplice struttura intelligente che mi osservava infilare le mie sequenze idiote, inutili.<br><br>“Sei angelico quando scrivi, come l’inverno che mi costringe a tenere le scarpe”<br><br>Immaginavo la luna che ignorava ogni parola che le era stata scritta, ed era divina per il nemmeno pensarti.<br><br>L’ignoranza è in tutte le cose divine, l’intelligenza è la tenue forza che si spinge all’attenzione, la saggezza sa che tutto è vano, e riposa come un vecchio sotto una veranda,  le mani salde sulle ginocchia.<br><br>Un dentifricio autunnale per i tuoi denti, proposi, un bel vaso per me, dove abbia la possibilità di seppellire i piedi fino alle caviglie, e vegetare.<br> <br>JANIS JOPLIN E IL BISOLVON LINCTUS<br><br>Il supermercato è ordinato.<br>Linee orizzontali, dappertutto.<br>Strisce del parcheggio.<br>Parallele corrimano delle scale mobili.<br>Vetri dei negozi.<br>Banconi.<br>Scatole che formano processioni.<br>Gente in fila.<br>Televisori allineati, ceste di pane, frutta traboccante da linee di cassette.<br>Carrelli rettangolari, ti viene naturale disporre le cose in ordine, risparmio spazio, pensi, e sei già lì, allineato in fila.<br>Anche le dita della cassiera sono dritte, lisce, ordinate.<br>Ha il nome semplice e pulito, si chiama Maria.<br>È grassa e suda e ha la faccia rovinata da una strana malattia ma pare felice, e sorride.<br>Sulla targhetta c’è scritto sono Maria, sono felice, lavoro.<br>Ha i pantaloni della danza, quelli che sulla pancia hanno una striscia elastica con scritto danza. Vuole fare la ballerina, si capisce, la televisione offre occasioni.<br>Sono Maria, asserisce la targhetta sbilenca sui seni diritti, orizzontali anch’essi: sono ordinata, sono orizzontale, allineata perfettamente.<br>Mi scosto un poco dal suo centro.<br>Questa è la caccia dell’uomo tecnologico.<br>Questa è la sua sopravvivenza, niente armi, niente uccisioni, qualcuno uccide per te, qualcuno prepara per te, qualcuno porta per te, qualcuno guida, qualcuno si preoccupa per te e dona la sua vita per intero giorno dopo giorno, anche Maria.<br>Niente più caccia.<br>Buste cariche di provviste.<br>Corridoi, dritti.<br>Strisce del parcheggio, strade, strisce pedonali, la casa, ordinata, dove accatasti, surgeli, mantieni.<br>Porti le provviste per le scale, o negli ascensori, sudi, sbuffi, cerchi le chiavi che aprano le serrature, e dentro, finalmente, spalanchi la bocca del tuo animale frigorifero, e lo nutri boccone a boccone.<br>Uomo tecnologico.<br>Il tuo animale frigorifero vomiterà il bolo per te, e tu ti nutrirai.<br>“Ma non riusciamo a ordinare le cose su internet?”<br>“Non funziona niente, non arriva niente, è tutta un’idea”<br>“Dici che bisogna fornire i dati di una carta di credito?”<br>“Non arriva niente, non funziona capisci, è tutto uno spot, chiamo da casa e arrivano,  credici, non ti arriva niente, non si muove nessuno, è tutto fermo”<br>“Dovremmo tenere i punti del supermercato, potremmo vincere”<br>“Orologi che non ci servono, piatti che non useremo, elettrodomestici infernali.<br>Faccio su?”<br>“Sai cosa. Dovremmo pagare un senegalese, ecco, prendiamo un senegalese e gli diciamo ti do cento euro al mese e tu ti preoccupi delle faccende di marketing, insomma, fai la spesa, paghi le bollette, le cose che riguardano l’uscir fuori da casa, e già che ci siamo, gli mettiamo una telecamera in mano, riprendici ventiquattro ore al giorno, gli diciamo.”<br>“Sono gente istruita quelli, gli facciamo fare da segretario, pagare le bollette. Sono intelligenti, hanno le lauree. Ma ventiquattro ore al giorno non ti ci sta, vuole gli euro poi”<br>“Poi facciamo un montaggio serio, veloce, cose brevi, dissolvenze.”<br>“Faccio su?”<br>“Dici che vuole gli euro?”<br>“Hanno le lauree”<br>“Faccio su?”<br>“Fai su.”<br><br>Nous somme toujour stupefaits <br>LA VERGINITA’ DEI FIORI<br><br>Ovviamente acquistare cose, sacchi, elastici, aiutava, la verginità dei fiori strappata ogni giorno da un’ape, da una macchina tagliaerba, questione di lame, di sere e di fumi di viola, nello specchio, e la calma e lo splendore del suo collo opalino,  lei aveva il seno gonfio di luce, le imposte semichiuse, o semiaperte, traffico nel mezzo di un qualcosa che non sapresti dire, una giornata? Un letto? Ancora nella sera, d’amore e di viola, nessuna stella, nessun dio, le cariatidi notturne stranamente in movimento, il rivo di cassis piegato in quattro e messo sotto un tavolo a togliere squilibri, signor Campana le sue musiche hanno subito altri fascini, signor Rimbaud, nessun divino ginocchio a sorreggere, niente membra nobili, e l’ora del caro corpo e della cara anima, tirannica, accesa in ogni casa come un elettrodomestico.<br>Si sente solo uno strano ronzio. <br> <br>ORIETTA BERTI E’ PAZZA #sessione 5<br><br><br><br>Quei momenti quando è così urgente la venuta del regno, il cuore di una balena<br>È grosso come una Panda, mi dicevo, e servii un carpaccio di pescespada <br>con rucola e grana spruzzato di vinegrette.<br>Pensavo alle balene nel mare, che cantano, pensavo che puoi ucciderle<br>E puoi dividerle e puoi darle liofilizzate ai giapponesi per farglielo drizzare.<br>Ma l’idea della balena, quella, restava<br>E io ero una balena che cantavo e nuotavo libero<br>Con una mano al centro del vassoio, tre piatti sul polso sinistro<br>Tre antipastini di salmone affumicato con aceto balsamico e melograno<br>E scivolavo<br><br>Lei mi chiamò al telefono nel mezzo del servizio dicendomi:<br>“Ti voglio vedere”<br>“Bè, guardati attorno. Sono ovunque”<br><br>Misi giù.<br>Quando ero insicuro diventavo poetico.<br>Mi sentivo ittico.<br>Fumavo sigarette al bagno.<br>Bevevo caffè.<br>Sambuca.<br>Caffè.<br>Sambuca.<br>Fra i piatti.<br>Cantavo.<br>Balena.<br>Sambuca.<br>Pensavo a Sartre.<br>A degli scaldamuscoli.<br>Fra le sigarette e i piatti.<br>Le porto subito l’olio signora.<br>Il vitello è crudo? Glielo faccio cambiare.<br>Sigaretta.<br>Jager.<br>Good evening sir, it’s all ok sir? have a nice evening sir.<br>Thank you.<br>Grazie.<br>Thank you so fucking much, sir.<br>Sambuca.<br>Sigaretta.<br>Sgranocchio la mosca di caffè.<br>Apparecchio per colazioni.<br>Tovagliolo.<br>Cucchiaino<br>Tazza.<br>Coltello.<br>Sotto tazza.<br>Cestino bianco con su scritto.<br>USAMI<br><br>Ecco.<br><br>Sul cellulare messaggio di Ste:<br>“Altri indizi?”<br><br>Che vuol dire altri indizi?<br>Mi bevo uno jagermeister, fra le onde.<br>In fondo sono una balena.<br>E canto e danzo.<br>Sigaretta.<br>Chiamo Paolo dall’albergo.<br><br>Segreteria:<br>“Paolo, sei in casa? Se sei in casa rispondi.<br>Porto a casa un po’ di carpaccio di pescespada<br>Ti piace il pescespada? Ci sono sigarette in casa?<br>Quando torni chiamami per darmi le informazioni. <br>Ne ho ancora per un’ora. I marinai norvegesi, secondo te<br>Hanno testato la crema per le mani, quei bastardi assassini?<br>Sono una balena Paolo.<br>Qualcuno mi sta cercando.<br>Ciao.”<br><br>L’accendino non accende.<br>Se trovi sulla sigarette IL FUMO UCCIDE hai vinto, altrimenti hai perso.<br>Scrivo un messaggio a Ste:<br><br>“sarò lì, domani a mezzogiorno, se tu non ci sarai non importa,<br>io sarò lì, sotto al lampione, fumerò in continuazione. Non snobarmi.”<br><br>Invio?<br><br>No.<br>Snobarmi. Che parola è?<br>Non sono uno snob.<br>Non sono un sub.<br>Non sono uno scienziato.<br>Non sono un esploratore.<br>Non sono un chirurgo.<br>Non sono un sacco di cose, e m’improvviso.<br>Sigaretta.<br>“Io domani sarò lì a mezzogiorno, fumerò, e mi guarderò la punta delle scarpe in continuazione. O vieni, o adieu.”<br><br>Adieu?<br>Adieu. Mi fiderei di uno che scrive adieu.<br>Non sono un serial killer.<br>Bundy era un duro, si difendeva da solo, diceva vi inchioderò il culo a tutti, lo diceva alla telecamera.<br>Dahmer era un surgelatore, un paziente.<br>Chikatilov era la madonna, se Joey Silvera è dio.<br>Unabomber italiano è incazzato perché è un genio, gli piazza le bombe sotto al culo da dodici anni, riempie uova, barattoli di maionese, evidenziatori, mai un impronta, fa saltare le mani hai bambini perché non gli trovano un cazzo di nome decente. Gli ne hanno dato<br>Uno già usato di un pivello che valeva la metà di lui.<br>Bene, unabomber italiano, da oggi un nome te lo do io.<br><br>Tu da oggi sei il BOMBAROLO e nessuno è come te.<br><br>Sambuca BOMBAROLO.<br>Sigaretta.<br>Ti faremo dedicare una puntata di C.S.I., cazzo.<br>Te lo dice una balena che scrive adieu nei messaggi, mica un serial killer.<br>Smetti di far saltare le mani hai bambini.<br>Io mi fiderei. <br>PADRE<br><br>Padre: esecuzioni, l’agnello pasquale per celebrare la resurrezione, ciò che noi non crediamo, padre, ciò che noi non crediamo, il tuo modello, il simbolo e l’idea, sono crocifissi sulla cima del monte, le esecuzioni e le flebo, figlio mangia padre che ha mangiato il nonno e attende di diventare carne da mangiare, padre cui non ti donai un nipote da guardare, padre a cui ho minato la strada per tornare, a cui ho minato il ponte che ti riporta alla tua giovinezza riflessa in me - padre delle ribellioni naufragate fra le onde d’una gonna, camminando attraverso i giardini di pietra, altalene vuote a cantilenare cigolanti filastrocche di vento, evocative, e le palpebre a rincorrere le palpebre nei muti autunni da masticare piano - lieve è il trascorrere comune il diventare, la regina lava i piatti in cucina, il re non ha più nemmeno un pedone a tenerlo sotto scacco e chiede solo da bere, livida è la quiete nei cuscini e le pieghe e io non so vedere non attraverso, l’utile il compassionevole e il maldestro modo, l’esausto, e il riprovevole, poiché nessuno sa, poiché tutto attende. <br> <br>BOLLE<br><br>Elemento di disturbo, mia estrema consolazione, labbra gonfie di pianto, mia assenza costante, dalla peluria sottile sul collo all’albume grasso che gocciola sotto l’orizzonte, fra queste tensioni ho imparato a misurarmi: un respiro con il passo della lumaca, uno sguardo con l’inedia di due amanti che si conficcano cose in corpo, un’intera quaresima di ascelle depilate e fianchi, su cui porgere fiori, o piangere.<br>Ha due nei vicini, come stelle doppie, fra i seni, e vicino al ginocchio, a cui ho dato il nome di Sorelle Maggiori, e Sorelle Minori, nella mappatura astrale che sto stilando del tuo corpo, nella costellazione del divano, dove vivi. <br>“Non metto i piedi in terra perché i tuoi gatti pungono”<br><br>*<br><br>Lei è evaporata, disintegrata, dimenticati i fiocchi di neve dimenticati i semafori rotti e le ascelle lei, vaga nuda per un segno, ragazza posacenere poggiata in grembo, paura di invecchiare lasciami ad annegare, paura di ascoltare lasciami ad immaginare, attorno alla tua fotografia un sabba di fantasmi, lei, l’evaporata lei e ancora lei, l’assassinata.<br><br>*<br><br>Notte d’estate, notte di angeliche torte alla mela, angoli mordicchiati di biscotti e le matite che rotolano piano, morbide come palpebre sui tavolini dimenticati, non sorvegliati, l’inusuale accomodarsi in angoli estranei perdendo gli occhi in un’istantanea di primavera (elogio della debolezza) gli occhi, persi, diversi, andati, non saldati, sui divani a cambiare posizione, immacolati nell’aura della televisione.<br><br>*<br><br>Tu dici il Tamigi, tu dici “camper” come niente fosse, io di mio già cammino lento, come una tartaruga, che l’idea di portarmi dietro una casa mi affascina, ma i ragni, prendi i ragni, loro la casa <br>la fabbricano, sono una specie evoluta i ragni,  ma poi te ne resti sbarellante sulla soglia della camera da letto, i pollici dei piedi puntati verso l’alto mentre le unghie al latte serale ti crescono<br>pigre, e sbuffi: “Non riesco a dormire con la notte incastrata nella schiena.”<br><br>*<br><br>Vaga nuda per un segno annusando le spezie del sonno, le piccole tregue alla morte non hanno condono alcuno, qualcuno soffia sugli occhi dei bambini per togliere la fiamma che ci si muove dentro?<br>Sinistri inebetiti Mahler, danzanti nella luce, i disegni della polvere sono osservati dagli occhi dei folli, e io non riesco a vivermi dentro ma esco, dagli occhi come da una soglia e resto a fissare l’esitante valico, incerto, gonfio e morbido come una nube ad innesco.<br> <br>EDITH SCHIELE AVEVA DEGLI ABITI ORRENDI<br><br><br>“Secondo te dio era omosessuale?”<br>“…”<br>“Questi angeli, queste vesti bianche, questi piedi scalzi, non so”<br>“…”<br>“E poi la barba”<br>“…”<br>Blò era intento a sporzionare una saponetta d’hascisc con il phon, fregato <br>com’era rimasto l’ultima volta con il forno a microonde, e disse:<br>“I venerdi sono sempre…”e s’interruppe.<br>“Cosa.”<br>“Giorni freschi” scandì.<br>“La mia situazione metereologica preferita è il tempo nuvoloso, mi tiene in allerta.”<br>“Figa, ci serve figa”<br>“Non c’è il sole, però c’è la luce, l’ideale è quando è nuvoloso ma non piove, l’acqua la trovo fastidiosa, bagna”<br>“Pensa chi ha inventato l’acqua, bell’affare.”<br>“Dici che ci serve figa?”<br>“Un bisnes. Ci serve il bisnes. Qualcosa con i cutter.”<br>“No, io non ci salto dietro i banconi. Scordatelo.”<br>“Allora importare, non so salvia divinorum, l’ho letto sull’espresso, la compriamo in internet con la carta di credito a cinque dollari la busta e la rivendiamo, facciamo percentuali, è tutta roba legale.”<br>“Ci sono già i negozi in centro che la vendono, l’ho visto da Costanzo.”<br>Avevamo preso un gatto. L’avevamo chiamato Nudo, perché era nudo.<br>Era un gatto magro, grigiastro, con la faccia triangolare, poco pelo.<br>Era nudo. Aveva le ascelle. Blò gliele solleticava con una piuma. O con una bic. Io facevo tartine, mi stavo facendo crescere i baffi.<br>“Il silenzio dovrebbe essere garantito.”dissi, non sapendo cosa.<br>“Mi sento come un posacenere alle volte, fermo, poggiato, a contenere cose sporche, curve e gialle, cose rotte, annerite, finite, cose puzzolenti, dentro, mi viene da vomitare, vorrei vomitarmi fuori l’anima, pisciarla, evacuarla, vorrei rimanere vuoto come un flauto, vorrei avere tre buchi per respirare, vorrei essere come una donna, emettere suoni, essere liscio e depilato a volte penso che deve essere terribile essere una ragazza e venire accoltellata nel ventre e gonfiarti come un tulipano e partorire, e avere tre buchi per fare altro, poi penso che essere maschio ti priva della possibilità di percepire il flusso il della vita, tu accoltelli e qualcuno ti dice che sei diventato papà ma tu quello fai, accoltelli, ed è ancora più terribile perché non capisci mai niente, non capisci mai niente, e ti vuoi mettere seduto da qualche parte.”<br>“Indubbiamente sì.”<br>“Cosa”<br>“Ci serve figa.” <br>ELLIS NON HA INVENTATO LA PATAFISICA #sessione 6<br><br><br>Di nuovo platealmente esposto,  ancora navigando su ogni mio passo<br>Continuo a lievitare sopra la terra, tutto ciò che resto: un veicolo deviante <br>Non esiste la parola vita senza un aggettivo possessivo e così bisogna distinguere<br>Sempre<br>La mia vita e la tua vita<br>E dunque lo confesso ancora: sono inquinato.<br><br>Segreteria telefonica: <br>“Ehi, dove cavolo siete? Mi sono svegliato e non c’era più nessuno,<br>nemmeno lei, ce l’avete il caffè in casa? <br>Dovete portarmi un pacchetto di sigarette ricordatevi.<br>Ok.<br>No.<br>Ok.<br>Cazzo credo che non dormirò mai più. Ora me ne torno a letto.<br>Fatemi uno squillo quando rientrate.<br>Ciao.”<br><br>Signori.<br>Quante cazzo di vite ci sarebbero dovute?<br>Ho fatto un sogno strano, mucche, erano mucche che camminavano dentro un percorso fatto con le stecche di legno verde, lentamente, traballanti, era notte, le mucche, schiocche, esitanti, che si fanno d’un tratto sospettose un attimo prima che cali la lama.<br>Il pensiero delle mucche.<br>Diverse vite ci sarebbero dovute, per noi che non esiste più una rivoluzione, un grande depressione, una guerra atomica, un olocausto.<br>Noi nuotiamo nel grande mare della depressione cronica, vuoti, vuoti<br>Da riempire con le tutte cose, nuotiamo e cantiamo e abbiamo cuori grandi come automobili e il fumo non ci uccide.<br><br>Messaggio di Ste:<br>“scusa, dov’è che era l’appuntamento?”<br><br>“Cazzo, sotto al lampione” risposi seccamente.<br><br>Capii d’improvviso che non era la donna per me.<br>Cancellai il suo numero.<br>Uscii.<br>Quando arrivai sotto al portone una scritta sul muro diceva<br>COSTANZO CI CONTROLLA<br>Mentre salivo le scale mi rendevo conto dell’importanza dei baffi, dunque<br>Alla fine delle cose, hitler freddie mercurie e ora costanzo,<br>capii che era pericoloso mentre Federico Blò mi apriva la porta di casa.<br>Portava un pigiama di flanella celeste, logoro, una vestaglia color marrone con una cinta pendula, e si trascinava i piedi in delle enormi ciabatte jamaicane di cotone.<br>“Cosa fai di bello Blò.”<br>“Guardo un documentario sui calamari giganti. Pare che siano intelligentissimi, un cervello grande così, sembra che riescano a comandare i muscoli suddivisi in milioni di filamenti e che riescano e fargli cambiare colore con una contrazione, ci mettono un giorno ad accoppiarsi. L’unico inconveniente è che per fare questo non hanno sviluppato armi di difesa”<br><br>“Però. Hai mica un telefono?”<br><br>segreteria telefonica.<br>“Paolo? Ti ho lasciato un biglietto sul frigorifero, sotto alla calamita<br>a forma di maglia dell’Italia, ci sono scritte le stesse identiche cose<br>che sto per dirti.<br>Ascolta bene.<br>Dove. Sono. Le. Chiavi. Della.Macchina. Cazzo.<br>Fammele trovare sul tavolo, che mi servono per domani mattina.<br>Ciao.”<br><br><br>“Non ti vesti?”<br>“Per andare dove? Non vuoi vedere l’ultimo di Nostro Signore Silvera?”<br>“Preferirei di no. Preferirei uscire e guardare le ragazze da vicino.”<br>“Per poi non farci nulla.”<br>“Per poi non farci nulla, andiamo”<br><br><br>E se fosse tutto un sogno come in mullholland drive insomma se stessi<br>Impersonando un sogno se fossi sognato da un altro<br>Io confuto la mia sola esistenza e non posso portarne testimonianza<br>Chi è sicuro di essere acceso? Chi mai sentito un altro?<br>Poi d’improvviso il fumo ti uccide.<br>Esiti sciocco e traballante un attimo prima che cali la lama, un attimo prima ti fai sospettoso?<br>Non voglio dire nulla (voglio grattarmi il collo)<br>Giuro di desiderare yogurt come ognuno di voi di consumare di sporcare<br>Non voglio mettere paura a nessuno ma c’è una signora che sta alzando una scopa verso di me con aria minacciosa.<br><br>“Blò” dico, mentre scendiamo le scale<br>“Perché non conservi quello che scrivi?”<br>“Perché ho paura di quella signora che alza la una scopa verso di te alle due di notte, con aria minacciosa. Io non scrivo. Io nemmeno esisto, illuso.”<br>“Mi spaventi” dico, mentre usciamo nella luce in formato A4, e nel muro di fronte<br>leggo la scritta ANDATI A CLARION che mi inquieta non poco.<br>Sintomo classico di questo stato di cose è, per l’appunto, grattarsi con il mignolo il sopracciglio destro.<br><br>“Brutto segno” dice Blò, mentre ci avviamo da Osvald “Hai una sigaretta?”<br><br> <br>ISTRUZIONI DELL’ADDETTO<br><br>I signori sono pregati di accomodarsi nella sala adiacente, lo spettacolo sta per iniziare, si informano i gentili viaggiatori che non esistono zone fumatori e zone non fumatori, ci dispiace, ma non ci siamo adeguati per tempo, avete fatto buon viaggio finora?<br>Did you enjoy your meal?<br><br>Le monoporzioni sono odiose come la monoclueosi, i fogli tendono ad impilarsi, lo capirete, qualcuno diceva che l’odore nuovo della carta fosse un’eccitante per le signore, me lo disse una testimone di geova, madame Claire Capone, strano cognome - in una Guesthouse a Dresda, quando la germania era ancora divisa - si incontrano persone strane in giro per il mondo, si stringono minuscole esistenze labili come nodi di bambini (fatti con le mani dei bambini, proprio quelle desinate al mattatoio) e sapreste spiegarmi perchè d’improvviso penso, Finnegan’s wake, devo passare dall’erborista, comprare del thè, avete mai visto le bestie che vanno a morire, le mucche, i maiali? Hanno una luce strana negli occhi, e sono nervose.<br>Muoiono della morte degli ebeti, ma un attimo prima, una frazione (di secondo) prendono coscienza e consapevolezza, e si fanno umane, illuminate.<br><br>Ci verranno a prendere in un giorno di pioggia e tutto avrà un significato particolare.<br>Un mio amico ragioniere ed ebreo mi elencò con una voce fredda e rinsecchita in una stanza gialla come i numeri potessero aumentare di peso e valore se considerati propri – le cifre acquisivano quella valenza illusoria tipica dei soggetti vacui di cui l’uomo tende ad innamorarsi, quali la bellezza o la poesia (tutte cose impossibili) si muoveva nei secoli, lungo la sinuosa contorsione rettile del pianeta, una razza umana inesistente, popolata di fantasmi, la cui vita regnava e procedeva su binari immaginari, nuvole e corridoi dove correva  il linguaggio del mondo, i suoi significati, tutta la comunicazione che viaggiava come una bolla d’aria inglobando epoche ed ere e mode pensieri di singoli che divenivano<br>trama di un corpo enorme che procedeva lento come un pachiderma - l’immaginazione della cultura e del pensiero, e l’ecologia tesa a preservarlo.<br><br>Non preoccupatevi signori, Tiresia vaga per il giardino con uno strofinaccio in mano assopito s’è il guardiano e cura è dolce a non vegliare, assentarsi sapersi far da mangiare, did you enjoy you meal?<br>Le monoporzioni sono odiose.<br>Che idea avrebbe Gesù delle vongole, della simmenthal? Fossi in lui sarei furioso che qualcuno avesse parlato per me poiché significherebbe non avermi reputato capace di dire da solo ciò che volevo dire, ma aver demandato qualcuno in mia vece, solida stupidità.<br><br>Ma non sono gesù, e nemmeno blò, e ciò che ho da dire lo scrivo.<br>E comunque i miei apostoli sono tutti morti.<br> <br> <br><br>(Arte - Narrativa)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Wed, 26 May 2004 20:19:37 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Bacon, pancetta, amore mio., di Silvia Molesini]]></title>
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<description><![CDATA[[Three Studies of the Human Head, 1953.]<br><br><br><br> ----- <br><br>(Risorse - Arti visive)]]></description>
<author><![CDATA[Silvia Molesini]]></author>
<pubDate>Tue, 25 May 2004 23:40:46 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[LA MIA IDEA SU &quot;RIFRAZIONI&quot;, di Andrea Rossetti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=29&tes=326&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> Ho letto con attenzione &#8220;Rifrazioni&#8221;, un testo coraggioso, a tratti estremamente brillante, capace di intrigare un lettore incline alla noia come il sottoscritto, che, tuttavia, mi lascia anche non poche perplessità.<br>L&#8217;accento posto sull&#8217;architettura, sulla strategia costruttiva quale momento qualificante dell&#8217;operare letterario, l&#8217;aver chiamato i singoli autori a un confronto serrato e denso di significato con un insieme al quale appartengono e che, nel complesso, non appartiene loro in quanto tale, l&#8217;affermazione di una sorta di autonomia supertestuale, sono intuizioni assolutamente degne di nota ma che non sempre, anzi a mio parere con una diffusa e costante fatica, sortiscono gli effetti strutturali desiderati. Gli elementi di sinapsi, che dovrebbero avere una funzione più o meno analoga a quella che nel linguaggio musicale hanno i &#8220;ponti&#8221;, inserti in cui si compie l&#8217;articolazione tra due parti, che possono essere tanto puramente tematiche quanto già contestualizzate nell&#8217;ambito di uno sviluppo operativo, a mio parere sono l&#8217;elemento più debole del lavoro perché, se si eccettua il bel dialogo, forse anche fin troppo esplicito, tra Alessandro Cinelli e Guido Conforti (fornisco nomi a caso, secondo la mia intuizione, sia chiaro), quasi mai nascono come concreta azione di raccordo sintagmatico e finiscono per somigliare più a delle pause vagamente affabulatorie, in alcuni casi ai limiti del gratuito, che a delle suture armoniche vere e proprie. <br>Trovo in effetti che la carenza più evidente del testo sia proprio l&#8217;armonia complessiva, una sorta di difetto originario al quale concorrono diversi elementi.<br>Innanzitutto il numero forse eccessivo degli autori dal quale discende un assembramento di registri difficile da tollerare per più di trecento pagine, soprattutto in assenza di una più che perfetta opera di assimilazione stilistica e, mi si consenta, di evidenti disparità di riuscita finale che vedono un magnifico testo come &#8220;Gli Altari&#8221;, di Rossella Valentino (avevo intuito fosse suo e mi è stato confermato), schiacciare in modo definitivo una sezione come &#8220;Ombra e luce&#8221;, a mio parere in assoluto uno dei passaggi più deboli della rete.<br>In secondo luogo, una scrittura nel complesso più vicina alla prosa d&#8217;arte (caratteristica accentuata dall&#8217;inserimento di veri e propri testi poetici che, se risultano pregevoli presi singolarmente, non favoriscono nel lettore la creazione di una, sia pur debole, coscienza contestuale), al virtuosismo circoscritto dei petit poèmes en prose, che al pieno respiro narrativo e che, collocata su una lunga distanza, impedisce al fruitore di gustare le qualità prime dell&#8217;illuminazione letteraria (si prenda, per esempio, un testo formidabile come &#8220;Le Spleen de Paris&#8221;): la sagace brevità e la straordinaria densità di una contrazione immaginifica. Questo difetto nasce, secondo me, da una prospettiva non bene assimilata che vede i singoli autori (non tutti, per la verità) agire, dal loro punto di vista anche giustamente, in considerazione di una misura limitata, priva però di quella visione d&#8217;insieme che l&#8217;appartenenza a un contesto come quello di &#8220;Rifrazioni&#8221; doveva prevedere.<br>In terzo luogo &#8211; e questa è forse quella che considero la carenza strutturale più grave &#8211; trovo non abbia alcun senso la frammentazione aprioristica dei singoli nuclei narrativi. E&#8217; estremamente fastidioso per il lettore affrontare una storia, magari in sé molto bella, sezionata in segmenti e dispersa all&#8217;interno di un corpo unico che, come dicevo, risulta anche difficile da identificare. Una prassi ideologicamente decostruttiva qual è quella alla quale allude un lavoro come &#8220;Rifrazioni&#8221; non richiedeva, a mio parere, una griglia così rigidamente definita, tanto più che questa finisce per risultare del tutto eteronoma rispetto ai singoli autori che, infatti, interagiscono con essa sempre per eccesso o per difetto, cioè imponendo a forza uno schema a una storia in sé compiuta o adeguandovisi senza misura, precipitando a dis-misura in un eccesso di rarefazione strutturale. In definitiva è come se i singoli autori non avessero pienamente compreso la portata innovativa dell&#8217;operazione rimanendo ancorati all&#8217;ottica di un contributo personale a quella che, così com&#8217;è, rimane più una raccolta di singole voci ordinate in un supertesto che non un coerente reticolato con ambizioni ipertestuali e decostruttive. Non a caso il pregio più evidente del libro &#8211; oltre che nell&#8217;oggettiva, strepitosa bellezza di alcuni suoi passaggi &#8211; sta proprio nell&#8217;ambizione, nell&#8217;aver posto il problema di un radicale oltrepassamento della forma-romanzo che sarebbe ingenuo risolvere mediante la definizione di un&#8217;altra specie di forma. In questo &#8220;Rifrazioni&#8221; mostra di essere assai più perentorio dei testi dei Wu Ming fu Luther Blissett che lavorano più che altro sulla costruzione di una soggettività collettiva da sostituire a quel soggetto ingoiato dalla fine della modernità. Quel che è mancato, secondo me, è un profondo studio dell&#8217;armonia testuale da parte di tutti, tanto più necessario dal momento che si vogliono valicare i limiti dell&#8217;armonia tonale in favore dell&#8217;atonalità e della politonalità (non per niente lo stesso Schönberg, che l&#8217;aveva coniata, ripudiò in seguito la definizione di &#8220;musica atonale&#8221; sostenendo che un pezzo musicale non avrebbe potuto non essere tonale dal momento che da suono a suono deve comunque sussistere una relazione mediante la quale le note possano formare una serie riconoscibile in quanto tale).<br>Una partecipazione più consapevole e meno estemporanea poteva, secondo me, essere ottenuta anche attraverso l&#8217;introduzione di un tema meno vago o, meglio, di una storia, di un canovaccio, sul quale operare, magari alternativamente, secondo il principio della variazione e quello della digressione, con una fitta trama di incisi e di scarti paratattici. Altra possibilità poteva essere quella di affidare gli elementi di sinapsi a un&#8217;unica mano che avrebbe dovuto anche astenersi dall&#8217;intervenire attivamente in altro modo all&#8217;interno dell&#8217;opera. Allo stato attuale delle cose, invece, c&#8217;è una profonda contraddizione tra le ambizioni dell&#8217;operazione e la sua strategia operativa. In altre parole, al momento lo schema appare troppo accentuato (fino a diventare addirittura un disegno) per risultare anche credibile e adeguato: l&#8217;impressione è che sia rimasto assai più un&#8217;astrazione, un disegno appunto, che non la forma tangibile di un progetto.  <br><br>(Teorie - Critica &amp; recensioni)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Sun, 23 May 2004 12:09:33 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Loquacità di Donne sulla Scala di Schlemmer, di Rosamaria Caputi]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=19&tes=324&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <br><br><br><i>Manifesto Torpor-è</i><br><br>in opera d&#39;arte total<i>(e)</i>litaria<br>si faccia<br>frustrante op<i>ERA</i> con batteria al seguito<br>pura /maldicente op<i>ERA</i> nell&#39;ora d&#39;aria -ah-<br>battona lirica op<i>ERA</i> al nostro <span style='color:red'>car</span><span style='color:green'>nevale</span><br><br><br><br><b>&#39;&#39;Loquacità Di Donne Sulla Scala Di Schlemmer&#39;&#39;</b><br><br>dimmi <b>RAGAZZA CAPELLI FRRRRR DI SPALLE A CHI L&#39;OSSERVA </b>dimmi dimmi è vero che quando ti rifletti lo specchio ti dice Sfrontata?<br><br><i>(primo colpo di tosse canina)</i><br><br>ti confesso sono io l&#39;amante del borgomastro<br>l&#39;ho incontrato davanti alla pala d&#39;altare <br>di un maestro antico e fissavamo lui<br>me io la pala fissavo la pala lui<br>lui credette di perdere la memoria per me<br><br><i>(secondo colpo di tosse canina)</i><br><br>io credetti di perdere il pudore per lui<br>lui bicchiere mezzo pieno<br>io bicchiere mezzo vuoto<br>lui mezzo vestito io mezza nuda<br><br><i>(terzo colpe di tosse canina)</i><br><br>mezze me-le mezza-notte mezza-dr(y) mezz-ucci ucci -<br><br>(fuori dalla porta) <b>UOMO CON GRAMMOFONO DORATO</b><br><br>-Giuriam giuriam fedeltà alla (Ester)nazione-<br><br>-ma <b>SIGNORA ESTER CON OCCHIO TAGLIENTE A CHI L&#39;OSSERVA </b>stia attenta dove mette i piedi e non scorrazzi avanti e indietro avant e indietr vanti e ndietro av e ind -<br><br><i>(prima tirata col naso)</i><br><br>-neppure l&#39;ultima sedia imbottita che gli ho regalato<br>neppure un bella brutta così così nulla<br>ha un fazzoletto? Grazie<br>ho fatto intonacare le pareti della casa di campagna<br>e nulla nulla neppure un bella brutta così così nulla<br><br><i>(seconda tirata col naso)</i><br><br>ho fallito mi creda io fallisco sempre<br>anche nel sogno di stanotte ho fallito<br>io Giselle in tutù bianchissimo à la seconde<br>e pas de bourrée e pas de chat e jeté jeté jetè<br>tronfia trionfante boriosa altissima <br>in attesa di clamore ovazione clamore<br><br><i>(terza tirata col naso)</i><br><br>nulla silenzio solo una scatola carillon<br>a divenire la mia bara ultima eterna chiusa-<br><br>(dalla tromba della scala al pianterreno) <b>RAGAZZO FORESTIERO</b><br>-dove possoooooo trovare misteeeeeeeer Gropius?<br><br>-che bello chignon <b>SIGNORINA GRAVIDA A CHI L&#39;OSSERVA </b><br>inizia la festa del rompiamo i palloncini ad aria venga salga con me-<br><br><i>(primo tocco di mano su rene)</i><br><br>-io mento sì<br>mento in ogni occasione mento sul digiuno<br>è un inferno sbirciare tra le mie menzogne<br>la mia pressione arteriosa mi mortifica<br>mi umilia davanti agli astanti<br><br><i>(secondo tocco di mano su rene)</i><br><br>ho scoperto d&#39;essere forma pura oh<br>tirannica e immobile mi crede?<br>Sono arguta sa? Lei pensa che io menta<br>i suoi occhi i suoi occhi mi dicono che mento<br>ho capito ma sì<br>lei vuol farmi abortire l&#39;opERA<br><br><i>(terzo tocco di mano su rene)</i><br><br>lei è una puttana lei<br>mi chiami un dottore subito-<br><br><b>DIRETTORE D&#39;ORCHESTRA CON FACCIA DA SECONDO ATTORE</b><br>-nessuno qui si ricorda dell&#39;Elettra?-<br><br><br><br> <br><br>(Risorse - Arti visive)]]></description>
<author><![CDATA[Rosamaria Caputi]]></author>
<pubDate>Tue, 18 May 2004 21:57:05 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[CURATE LA PESTE AL GRANDE CITAZIONISTA, di Rosamaria Caputi]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=18&tes=321&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[&quot;Il Disprezzo&quot; (?) Godard]<br><br><br><br> <i>Hanno rivisitato Il Pazzo<br>-un bel pezzo da museo-<br><br>l’hanno trovato e  fattogli autopsie<br>-povera mente Fenice -</i><br><i>Come aveva vissuto bene tra gli zii simoniaci<br>s’autonominava s’incaricava s’inarcava <br>con le sue pathos logie paternali ereditate<br>tramite lacrima rimbrotto<br>attraverso sale di lacrima predicata<br>-essiccandosi ai confini del setto nasale-</i>lo hanno trovato vicino a una mosca bionda di sole<br>mentre masticava la sua voce in toni muti<br>forse pregava il suo stesso alito<br>d’impietosirsi nel distacco<br>d’ascoltare la stessa musica<br><br>(oggi, guardando il genio da un copriletto a fiori di mezza estate, nella penombra perfetta, avrei potuto rimpiangere di non avere la copia originale di quel Disprezzo che però è “<b>Le mépris</b>” ma l’ho sudato nell’incertezza che solo un’incosciente come sono ed ero -qualche ora fa- fino alla sua conclusione)<br><br><br>Nel suo montaggio alternato, il <b>Godard che guarda a Griffith </b>citandolo oltretutto come egli usa, il film perderà in questa catastrofica versione italiana. Il Signor Ponti decide di cedere al vaticinio godardiano che ci narra neanche occultamente <i>dell’esaperato perenne astio tra regista </i>(nel caso il Lang fuggiasco) <i>e il produttore</i>.<br><br>Neppure futili gli errori come il bandire la presa diretta a favore di un doppiaggio discutibilissimo.<br><br>E quel monco finale?<br><br>Come poter godere a pieno,dunque, della <b>poco velata </b>critica al romanzo di Moravia.<br><br><i>se tutti si diventa studiosi di nuove panacee<br>all&#39;improvviso<br>da dare al Pazzo?</i><br><br><br><br> <br><br>(Risorse - Film &amp; teatro)]]></description>
<author><![CDATA[Rosamaria Caputi]]></author>
<pubDate>Sat, 15 May 2004 22:33:30 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Odio e Amore, ma Silvia Molesini, di Fabrizio Flores]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=320&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <br><br>Nella terra <br>la mia grande valigia<br>marrone <br>e con i segni di un mondo<br>ci rimetterò <br>tutto me stesso<br>senza acidi<br>riassumendo sparse<br>le pieghe alla rinfusa<br><br>lì il manico che non trolla<br>è una presa stile ottocento<br>che mi lascia alla stazione<br>con il bel biglietto viola<br>e sudore sotto ascelle d’aria<br>aperta è una sosta grande<br>alla luna del debito in viaggio<br><br>poi <br>ciuf ciuf<br>e ferro e rumori<br>i sobbalzi<br>nella lettura<br>una galleria<br>in avanti<br><br>Punto<br><br><br><br><br> <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Fabrizio Flores]]></author>
<pubDate>Sat, 15 May 2004 15:46:39 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[DELMORE SCHWARTZ, di Andrea Rossetti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=44&tes=305&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[Traduzioni di Andrea Rossetti]<br><br><br><br> <i><b>Philology Recapitulates Ontology, Poetry Is Ontology </b></i><br>by <i>Delmore Schwartz</i>, <i>1959</i><br><br>Faithful to your commandments, o consciousness, o <br><br>Holy bird of words soaring ever whether to nothingness or <br>to inconceivable fulfillment slowly:<br><br>And still I follow you, awkward as that dandy of ontology <br>and as awkward as his albatross and as <br><br>another dandy of ontology before him, another shepherd <br>and watchdog of being, the one who<br><br>Talked forever of forever as if forever of having been <br>and being an ancient mariner,<br><br>Hesitant forever as if forever were the albatross <br><br>Hung round his neck by the seven seas of the seven muses,<br><br>and with as little conclusion, since being never concludes,<br><br>Studying the sibilance and the splashing of the seas and of <br>seeing and of being&#39;s infinite seas,<br><br>Staring at the ever-blue and the far small stars and <br>the faint white endless curtain of the <br>twinkling play&#39;s endless seasons. <br><br><br><i><b>La filologia ricapitola l&#8217;ontologia, la poesia è ontologia </b></i><br><br>trad. <i>Andrea Rossetti</i><br><br>Fedele ai tuoi comandamenti, o cognizione, o <br><br>uccello santo delle parole che sempre sorvola la nullificazione <br>o lento l&#8217;assurdo appagamento: <br><br>e ancora ti seguo, goffo come quel dandy ontologico, <br>goffo quanto i suoi albatri e come <br><br>un altro ontologico dandy prima di lui, un altro pastore <br>e mastino dell&#8217;essere, colui che<br><br>sempre parlò da sempre come se sempre e tuttora fosse<br>stato un vecchio marinaio,<br><br>sempre esitante come se sempre avesse appesi al collo <br><br>gli albatri dei sette mari delle sette muse <br><br>e a conclusione breve, dato che mai concluse, <br><br>lo studio dell&#8217;urlo e dell&#8217;onda del mare <br>e del chiamare e dell&#8217;immenso mare dell&#39;essere, <br><br>l&#8217;osservare l&#8217;eterno oltremare e le piccole stelle lontane <br>e il vago bianco sipario infinito <br>d&#8217;infinite stagioni dal moto lucente.<br><br><br>Note - I riferimenti sono a C. Baudelaire, L&#39;Albatro, e a S. T. Coleridge, La ballata del vecchio marinaio.<br><br><br>___________________<br><br><br><i><b>I Am a Book I Neither Wrote nor Read</b></i><br>by <i>Delmore Schwartz</i><br><br>I am a book I neither wrote nor read,<br>a comic, tragic play in which new masquerades<br>astonishing as guns crackle like raids<br>newly each time, whatever one is prepared<br>to come upon, suddenly dismayed and afraid,<br>as in the dreams which make the fear of sleep,<br>the terror of love, the depth one cannot leap.<br><br>How the false truths of the years of youth have passed&#33;<br>Have passed at full speed like trains which never stopped<br>there where I stood and waited, hardly aware,<br>how little I knew, or which of them was the one<br>to mount and ride to hope or where true hope arrives.<br><br>I no more wrote than read that book which is<br>the self I am, half-hidden as it is<br>from one and all who see within a kiss<br>the lounging formless blackness of an abyss.<br><br>How could I think the brief years were enough<br>to prove the reality of endless love?<br><br><br><i><b>Sono un libro che non ho scritto o letto</b></i><br>trad. <i>Andrea Rossetti</i><br><br>Sono un libro che non ho scritto o letto, <br>un tragicomico dramma in cui novelle <br>carnevalate, come inaspettate <br>detonazioni d&#8217;arma od incursioni, <br>ogni volta di nuovo può trovare<br>chi è pronto, a un tratto sgomento e spaurito, <br>come nel sogno che induce timore del sonno,<br>terrore d&#8217;amare, un abisso <br>che mai si potrà oltrepassare.<br><br>Rapida con tutte le sue false<br>verità se ne trascorse giovinezza&#33;<br>A tutta velocità come quei treni <br>che non frenavano mai là dove in piedi,<br>cosciente a mala pena, io li aspettavo <br>come se da poco <br>sapessi qual era <br>quello da prendere e guidare alla speranza <br>o dove vera la speranza arriva.<br><br>Io non ho scritto <br>più di quanto abbia letto <br>quel libro che è quello che sono,<br>nascosto per metà perché proviene <br>da uno e da chiunque dentro un bacio <br>informe veda oscurità d&#8217;abisso. <br><br>Come potrei stimare <br>la brevità degli anni<br>bastante a dimostrare la realtà<br>dell&#8217;amore infinito? <br><br>(Arte - Voci straniere contemporanee)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Sun, 09 May 2004 16:28:43 +0000</pubDate>
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<item>
<title><![CDATA[Alice in land, di Alessandro Cinelli]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=34&tes=284&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=34&tes=284&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[[capitolo 1 e quasi tutto il 2]<br><br><br><br> <img src='http://www.larevuedesressources.org/IMG/gif/doc-8.gif' border='0' alt='user posted image' /><br><br><br><b>1. Persa la capacità di sognare</b><br><br>“<i> Quindi mi vorrebbe significare che lei ancora sogna, signore?<br>Non che rimescola immagini che ha visto, odori che ha sentito, concetti che ha imparato a memoria quel tanto che basta per trattenerli, ma che lei sogna?<br>Che è capace di svincolarsi dalle regole del pensiero docile cui siamo sottoposti?<br>Non lo credo.<br>Vede, giocando, i nostri padri si sbucciavano le ginocchia, rompevano le finestre, subivano giuste punizioni. Crescendo non era loro possibile disconoscere che l’olio viene dalle olive. Così come il sapere quanta fatica viene dal bacchiare. <br>In epoca di facile accesso alle merci, al contrario, non v’è altro controvalore che il denaro.<br>Che, per destino, fortuna, disgrazia, non olet.<br>No, caro signore, lei non sogna. Casomai RI-sogna. Nel senso che sogna qualcosa di già sognato, di già visto, annusato, sentito, toccato, gustato. Percepito quindi. E rielaborato, nella migliore delle ipotesi. <br>Per strada si giocava a pallone, sa? Si facevano sassaiole. E anche quei giochi stupidi delle bambine, con la corda o con i quadrati disegnati col gesso. Che anche i bambini, di nascosto, studiavano e giocavano. Perché c’erano i bambini e le bambine, sa?<br>E scale di grigio.<br>Lei sogna le scale di grigio?<br>Questo sarebbe già sognare. <br>Uniformati dalla mancanza di esperienza siamo incapaci di sognare.<br>Rimescolare immagini viste, odori sentiti, concetti imparati a memoria.</i> ” <br>Si appoggiò un momento al muro mentre lo spaventato oggetto della filippica si dileguava rapidamente, virando a destra per una strada che non conduceva alla destinazione che si era prefissato. <br>Il muro era fresco. Ci appoggiò la fronte e le palme delle mani. Chiusi gli occhi provò a sognare di nuovo.<br>Immediato il flusso di immagini lo travolse. Facce, luoghi (anche improbabili), parole e suoni. <br>Ricordi. Anche fantasie, certo. <br>Esperienza codificata e tragicamente comune. Nessun pindarico volo.<br>Nonsogno.<br><br>“<i> E vorrebbe significarmi che lei sogna?</i> ” gridò all’angolo dietro il quale l’uomo vestito di scuro era sparito.<br>“<i> Vorrebbe significarmi che lei sogna?</i> ” ripetè sconfitto.<br>Seduto sulla panchina si perse a osservare la gente.<br>La gente è interessante. Basta non vederla come “persone”. Se si scende nel particolare non si riesce a essere obiettivi. Entrano in gioco troppi distinguo, certe tenerezze a pelle, indulgenze e comprensione. <br>La gente, come fenomeno, è più facile da capire. Si soffermò a osservarne i colori. Nero dominante.<br><br>----------<br><br><br>Il reverendo Dodgson stava sistemando con cura maniacale i libri. Un osservatore attento si sarebbe reso conto che le costole non erano perfettamente allineate. Alcune erano sporgenti di un paio di millimetri. Quelli erano i libri che il reverendo consultava più frequentemente. Gli capitava spesso di svegliarsi di notte con il desiderio insopprimibile di rileggere un passo. Non era cosa conveniente accendere le luci della grande biblioteca. Così, passando l&#39;indice lungo le costole dei libri, era in grado di identificare con facilità quelli che lo interessavano anche nell&#39;oscurità più totale. <br>Per una sorta di pudore e per il piccolo piacere che gli comunicava l&#39;avere un segreto, non aveva mai comunicato questo piccolo trucco alla governante che si ostinava a riallinearli ogni volta che faceva la polvere.<br>Si fermò e sfiorò le costole con la punta delle dita. Armeggiò ancora con un volume. Quindi, soddisfatto, tornò al tavolo. Si fermò a osservare le due parole vergate sul foglio posato sullo scrittoio: “padri” e “figli”. Pensò per alcuni minuti. Quindi, a fianco delle due parole, scrisse altre cinque parole: madri, magri, magli, mogli, fogli. Sorrise. Era un giochino che aveva inventato e che Alice apprezzava particolarmente. Lei lo chiamava “i doppietti”. Era un gioco sciocco. Di quei giochi che ti catturano. Si scelgono due parole, il doppietto appunto, legate fra loro e aventi lo stesso numero di lettere. Lo scopo è trovare gli anelli che completano la catena che trasformi la prima parola nella seconda. Gli anelli si ottengono cambiando una sola lettera della parola precedente. Aveva inventato anche un sistema di punteggio che era anch’esso un gioco: si contano le lettere della prima parola, si aggiunge uno. Si moltiplica il numero ottenuto per se stesso. Si detraggono due punti per ogni anello utilizzato. Il reverendo aggrottò la fronte. Infine scrisse il punteggio: 26.<br>Era un buon punteggio. Ma non così buono da impedire ad Alice di vincere. Fra poco sarebbe arrivata sventolando la soluzione scritta su uno dei soliti biglietti profumati che lui le aveva regalato l’anno prima.<br><br><br>----------<br><br><br>Per l’effetto che gli fece allora, poteva essere di seta. Invece era sicuramente cotone. C’erano fiori sulla stoffa, di questo era sicuro ed era lungo, oltre le ginocchia.<br>Il vento lo spingeva contro il suo corpo disegnandola senza pudore, seguendo la linea dei fianchi, infilandolo tra le cosce, svelando la forma del tronco.<br>I capelli, imbizzarriti, velavano e svelavano un sorriso come quelli che solo l&#39;età acerba poteva autorizzare e una vena nervosa pulsava sul suo collo quando stavano vicini. <br><br><br>----------<br><br><br>&quot;<i> 28&#33;</i> &quot;<br>La voce squillante aveva interrotto il filo dei ricordi. Nel voltarsi colse ancora quel sorriso.<br>Il reverendo prese il foglietto che la bambina gli porgeva e si mise a osservarlo con attenzione.<br>&quot;<i> Mi hai battuto ancora. E&#39; incredibile.</i> &quot;<br>&quot;<i> Davvero?</i>  - chiese la bambina - <i> Davvero?</i> &quot;<br>Per tutta risposta lui lanciò un&#39;occhiata verso il tavolo. Alice si precipitò verso di esso e afferrò il foglio.<br>&quot;<i> Allora é vero. 26. Ho vinto.</i> &quot;<br>&quot;<i> Non é una novità. Dovrò inventare un gioco nuovo. Uno in cui non sei tanto brava.</i> &quot;<br>&quot;<i> No, ti prego. I doppietti sono il mio gioco preferito.</i> &quot;<br>&quot;<i> Allora dovrai darmi una rivincita. Scegliamo altre due parole.</i> &quot;<br>&quot;<i> Qualcosa che abbia a che fare con l&#39;acqua.</i> &quot;<br>&quot;<i> Con l&#39;acqua?</i>  - fece lui incuriosito. - <i> Perché?</i> &quot;<br>&quot;<i> Papà mi ha raccontato del mare ieri. Vorrei tanto vederlo.</i> &quot;<br>&quot;<i> Lo vedrai sicuramente Alice.</i> &quot;<br>Seguì un lungo silenzio, occupato dalle fantasie del reverendo e dalle speranze della bambina.<br>&quot;<i> Allora useremo &quot;barche&quot; e &quot;sabbia&quot;. Ti va?</i> &quot;<br>&quot;<i> Benissimo.</i>  - rispose Alice con tono professionale - <i> Sono due parole bellissime.</i> &quot;<br>Prese un foglietto dal tavolo, scrisse con attenzione le due parole e ripiegò il foglio prima di infilarlo in una tasca dell&#39;abito.<br><br><br>----------<br><br><br>Il matto continuava a muoversi lungo la via che andava pian piano affollandosi. Il sole saliva e, deciso, emergeva da dietro la sagoma scura dei palazzi alla sua destra. La strada, per quanto pulita e curata, era brutta. Di quel brutto cittadino fatto di spazi angusti e fin troppo delineati, disegnati da angoli retti. Assoluta mancanza di curve. Anche lo scarso verde, prigioniero di perfette fioriere, era lucido e troppo simmetrico.<br>Nel movimento del matto c’era, al contrario, tutta l’irregolarità di cui quell’angolo di spazio pareva abbisognare. Sembrava tarantolato. Si muoveva a passi rapidi verso l’incrocio, quindi ritornava a passi molto più lunghi e cadenzati verso la panchina accanto alla quale aveva appoggiato due sacchetti pieni di chissà cosa. Infine saltellava alternando i piedi da una parte all’altra della via facendo boccacce alle ragazze che pulivano l’andito dei negozi. <br>Sembrava non riuscire a trovar requie. Infine si sedette sulla panchina e tirò fuori da uno dei sacchetti un vecchio libro consumato dagli anni. La copertina riportava un’illustrazione antica, i cui colori si erano spenti con il passare del tempo. La costola era saltata via e la rilegatura iniziava a sfaldarsi. In effetti alcune pagine si staccavano e, temeva, almeno tre erano andate perdute.<br>Il segnalibro era ingombrante ma efficace: un rametto di pitosforo privato del fogliame che conservava tre bacche da cui i semi rossi facevano capolino. Aprì il volume e riprese a leggere.<br><i> CHAPTER III - A Caucus-Race and a Long Tale<br>They were indeed a queer-looking party that assembled on the bank-the birds with draggled feathers, the animals with their fur clinging close to them, and all dripping wet, cross, and uncomfortable. </i> <br>Conosceva quelle parole a memoria. Ma rileggerle lo rendeva felice.<br><i> The first question of course was, how to get dry again: they had a consultation about this, and after a few minutes it seemed quite natural to Alice to find herself talking familiarly with them, as if she had known them all her life. Indeed, she had quite a long argument with the Lory, who at last turned sulky, and would only say, `I am older than you, and must know better&#39;; and this Alice would not allow without knowing how old it was, and, as the Lory positively refused to tell its age, there was no more to be said.</i> <br>Si trovò a domandarsi quando aveva letto il libro per la prima volta. Cercò di ricostruire mentalmente in quale anno gli fosse stato regalato. Sicuramente non era stato il primo libro. Peter Pan di Barry era stato il primo. E, probabilmente, L’isola del tesoro di Stevenson e i ragazzi della via Pal di Molnar erano comunque arrivati prima di Alice. Scosse la testa. Ma in fondo non era così importante. <br><i> At last the Mouse, who seemed to be a person of authority among them, called out, `Sit down, all of you, and listen to me&#33; I&#39;ll soon make you dry enough&#33;&#39; They all sat down at once, in a large ring, with the Mouse in the middle. Alice kept her eyes anxiously fixed on it, for she felt sure she would catch a bad cold if she did not get dry very soon. <br>`Ahem&#33;&#39; said the Mouse with an important air, `are you all ready? This is the driest thing I know. Silence all round, if you please&#33; &quot;William the Conqueror, whose cause was favoured by the pope, was soon submitted to by the English, who wanted leaders, and had been of late much accustomed to usurpation and conquest. Edwin and Morcar, the earls of Mercia and Northumbria--&quot;&#39; <br>`Ugh&#33;&#39; said the Lory, with a shiver. <br>`I beg your pardon&#33;&#39; said the Mouse, frowning, but very politely: `Did you speak?&#39; <br>`Not I&#33;&#39; said the Lory hastily. </i> <br>Scivolò nel sonno con il libro addosso, la testa abbandonata oltre la spalliera della panchina, il braccio sinistro dondolante a sfiorare la terra, il destro sul petto, a trattenere il libro. <br><br><br><b>2.	Dronte</b><br><br><br>“<i> Un the?</i> ”<br>La voce squillante della signora Smithson aveva fatto sobbalzare la piccola. Completamente assorbita dalle immagini colorate del libro che il reverendo le stava mostrando, non si era accorta che la robusta donna aveva fatto il suo ingresso nella stanza portando il consueto vassoio colmo di biscotti. Al centro la teiera fumigava tranquilla.<br>La piccola Alice avvampò in porpora per un istante. Poi, recuperata l’espressione serafica propria dei bambini, sorrise: “<i> Grazie, ne prenderò una tazza.</i> ”<br>“<i> Lei, reverendo?</i> ” proseguì la donna, mentre preparava il piccolo tavolo da fumo.<br>“<i> S-s-sì. G-g-g…</i> ”<br>La balbuzie, totalmente assente nei suoi rapporti con i bambini, faceva comparsa repentina quando doveva parlare con un adulto. A maggior ragione con la signora Smithson che, con i suoi modi spicci, lo metteva in ansia.<br>Quando la sua lingua si contorceva in quel modo, rifiutandosi di ubbidire al suo volere, aveva la sensazione che il tempo si dilatasse, rallentasse. E che i suoi versi riempissero un periodo ancora più lungo di quello, non indifferente, che gli occorreva per terminare la frase.<br>“<i> Grazie.</i> ” riuscì a respirare fuori.<br>Avrebbe voluto aggiungere altro ma evitò di farlo. La governante, povera di pazienza, aveva la terribile abitudine di terminare le parole per lui, cosa che aveva sempre trovato fastidiosa. Così restò in silenzio mentre la donna terminava di apparecchiare il basso tavolino tra le due poltrone e si ritirava, scomparendo dietro al suo sorriso.<br>Alice, intanto, dopo aver riempito le due tazze con il liquido bollente, si era accoccolata sulla poltrona di destra stringendo tra le mani la sua.<br>“<i> Hai freddo?</i> ” chiese lui rendendosi improvvisamente conto di non aver acceso il caldano quel giorno.<br>“<i> No, assolutamente.</i> ”<br>La buffa smorfia che le si disegnò sul volto confermò all’uomo che il caldano doveva essere acceso. Abbandonò la stanza e, dopo pochi secondi, tornò con l’attrezzo che emanava un piacevole tepore.<br>“<i> Ho rubato delle braci alla Smithson.</i> ” ridellò.<br>“<i> Oh&#33; Ma questo è sconveniente.</i> ”<br>“<i> Ne sono convinto. Ma lei è sempre in movimento. Non credo abbia mai freddo.</i> ”<br>Sul viso della bambina comparvero i segni distintivi della riflessione. Dopo qualche secondo esordì con un: “<i> E’ vero. E poi, sono certa, ne saranno rimaste a sufficienza anche per il suo caldano.</i> ”<br>“<i> Senza dubbio.</i> ” concluse il reverendo.<br>Lei si sciolse in un sorriso e prese a sorseggiare il the. <br>“<i> Che animale era?</i> ”<br>“<i> Di quale animale parli?</i> ” chiese il reverendo.<br>“<i> Di quello dell’illustrazione. Quell’uccello corpulento di prima.</i> ”<br>“<i> Vuoi dire che non ti ho mai parlato del Dodo? Strano. E’ una delle mie passioni.</i> ” fece lui sinceramente sorpreso.<br>“<i> Dodo? Che nome buffo.</i> ” nel dirlo arricciò il naso.<br>“<i> In realtà</i>  – si accomodò sprofondando sulla poltrona e piegando maggiormente le ginocchia – <i> si chiamava Dronte. Il nomignolo, a cui mi sono abituato anch’io, è una mia responsabilità. Quando dovevo pronunciare Dronte intaccavo continuamente. Così quello che usciva era un D-d-d-d. E in molti hanno finito per chiamarlo Dodo. A me sembra addirittura più adatto.</i> ”<br>“<i> Si chiamava?</i> ”<br>“<i> Sì. Non esiste più.</i> ”<br>“<i> Che peccato. Sembra un animale simpatico.</i> ”<br>“<i> Era socievole, in effetti. Vuoi che ti racconti la sua storia?</i> ”<br>Gli occhi risposero prima della lingua. Alice adorava le storie. Il reverendo adorava qualsiasi cosa Alice adorasse.<br><br><br>----------<br><br><br>Marcus Van Hogenband cammina tra gli alberi senza uno scopo preciso. Non é comandato per nessun servizio oggi e la nave é ormeggiata tranquillamente. Lui e i suoi compagni sono scesi a terra ieri e, passata l’euforia del primo giorno con i piedi per terra, adesso vaga insoddisfatto per i viottoli battuti che attraversano la vegetazione bassa e intricata. Ha vent’anni, nel 1662, e una vita davanti. Ma nessuna seria prospettiva. Marinaio olandese su nave olandese. Che si trasformerà in esperto marinaio olandese, quindi in vecchio marinaio olandese. Non si immagina che la storia lo abbia scelto, proprio quel giorno, per un compito crudele e unico.<br>La vegetazione di quell’isola, così vicina al Madagascar, lo aveva sorpreso in occasione del suo primo viaggio. Ma adesso non riesce a farci più caso. Lo distraggono dai suoi torvi pensieri i frequenti passaggi degli animali, variamente colorati. L’isola é praticamente priva di predatori. Per questo motivo gli animali si lasciano avvicinare con facilità e catturare. Questo risolve, ogni volta, il problema della sussistenza degli equipaggi. Quando si approda a Mauritius la cena é assicurata. Anche oggi una squadra  é uscita per la battuta di caccia e, certamente, al suo ritorno, troverà una tavola imbandita con molta carne arrostita. Animali che si lasciano catturare a mano: colombi rosa e azzurri, tartarughe, pappagalli grigi. Carni poco saporite, ma pasto abbondante. E lui deroga volentieri alla qualità per la quantità. Non c’é da scialare durante le traversate e quindi l’idea di un pranzo sostanzioso é sempre ben gradita. <br>Lui non é portato per la caccia. Ha scarsa mira e poca predisposizione per le armi. <br>Gli insediamenti dei coloni si intravedono appena dal posto in cui si trova. Sono costruzioni basse e soltanto alcuni tetti spuntano oltre gli alberi davanti a lui. Non è particolarmente distante dall’abitato. Ma è come se lo fosse.<br><br><br>----------<br><br><br>La sala dei cimeli dell’università di Oxford, nell’estate del 1775, era completamente vuota. L’attività dell’ateneo, durante l’estate, diminuiva in modo drastico. E quella sala, già scarsamente frequentata nei mesi invernali, durante l’estate restava disabitata per periodi lunghissimi. L’ambiente era fresco e invitante, stante la temperatura esterna, ma l’austera e spartana atmosfera che gli arredi comunicavano, scoraggiava i saltuari visitatori a prolungare la permanenza. Era una delle ossessioni del rettore. Quello era, per lui un luogo sacro. I visitatori dovevano avvertire la solennità. I cimeli, i reperti che faticosamente l’università era riuscita a collezionare, avevano, ognuno, una loro storia. Quello era il luogo in cui si doveva pensare a tutta quella storia, non il luogo in cui sostare oziosamente. Per cui non vi erano sedie o comodi appoggi. E in quel preciso momento dell’estate del 1775 nessuno so trovava nella sala. Il silenzio era assoluto. Poi un rumore lieve. Quasi impercettibile. &lt;br&gt;&lt;br&gt;<br><br><a href='http://www.cinelli.splinder.it' target='_blank'>Prosegue sul blog</a> <br><br>(Arte - Narrativa)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Cinelli]]></author>
<pubDate>Mon, 26 Apr 2004 16:44:25 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Loplop il padrone e il Miracolo del Cieco, di Rosamaria Caputi]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> ... <br><br>(Risorse - Arti visive)]]></description>
<author><![CDATA[Rosamaria Caputi]]></author>
<pubDate>Fri, 23 Apr 2004 18:08:36 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[VIRUS, di Valeria Bianca]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=34&tes=269&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <b>Quella mattina John si svegliò assolutamente consapevole di quante e quali fossero le giunture tra un osso e un altro in un corpo umano.</b>  Nella fattispecie nel suo. Non avrebbe mai creduto fossero così numerose, queste articolazioni. Iniziò a toccarsi un po’ dappertutto, per verificare che il dolore non inficiasse il regolare funzionamento degli arti. Gli faceva male anche l’ultima falange del dito mignolo del piede sinistro, al solo tentativo di piegarla.<br>Tirò un lungo sospiro, perché sapeva che prima o poi sarebbe successo anche a lui. <br><br>Aveva sperato che ci fosse una qualche verità nelle voci ascoltate tempo addietro, quando ancora si usciva per strada e si parlava con la gente, quando si teorizzava sull’esistenza degli Immuni. Da quella mattina John acquistava invece la certezza di non essere fra gli Immuni, e questa era la prova che smentiva la teoria; di fatto, quella mattina John scoprì che un mondo finiva, l’unico mondo che dalla nascita gli fosse stato concesso di conoscere, il suo. Di quello degli altri, sinceramente, se ne fregava.<br>Aprì gli occhi e guardò verso la finestra. Dalle assi inchiodate penetrava qualche lama di grigio, e il rumore delle macchine che irroravano la strada ancora non era cominciato: da questi due elementi John capì che dovevano essere circa le sei, considerato il calendario. E’ incredibile la facilità con cui era riuscito, negli ultimi mesi, ad abituarsi all’assenza dell’orologio; l’unico funzionante, quello con il meccanismo a carica, lo aveva lasciato alla moglie quando avevano deciso di dividersi e di non avere più contatti. John era convinto, e da stamattina sapeva di aver avuto ragione, che tra loro quattro il più a rischio fosse lui. Perché era un uomo, e lui aveva sempre pensato che le donne fossero più resistenti a tutto, anche a questo. Si sentì felice poi per aver fatto quella scelta, così dolorosa nella sua nettezza: le bambine con lei, lui da solo. Sarebbe stato più razionale dividersi almeno le figlie, ma su quel punto era stato irremovibile, per quanto gli costasse la decisione: le bambine dovevano andare con sua moglie, e basta.<br>Adesso bisognava organizzare la partenza e non perdere troppo tempo in inutili elucubrazioni.<br>Doveva prepararsi.<br><br><b>Si mise a fatica seduto sul letto, aprì il cassetto del comodino dove aveva tenuto la sua scorta di acido acetilsalicilico</b> , afferrò due compresse e le ingoiò con un sorso d’acqua tracannato dalla bottiglia, una delle ultime rimaste. All’inizio l’aspirina, la semplice e vecchia aspirina, funzionava bene. C’era scritto in tutti i manuali in distribuzione: ai primi sintomi di dolori articolari, prima della comparsa della febbre, iniziare la terapia. Sei compresse al giorno. E poi pregare.<br>Si mise in piedi, stendendo lentamente le ginocchia doloranti. Sapeva di non avere febbre, non ancora almeno. Accese la luce portatile accanto al letto e pensò con rammarico alla batteria, cambiata appena la sera prima. Non avrebbe potuto neanche adoperarla Mary. A dar credito ai manuali, passato qualche giorno non ci sarebbe stato più pericolo, ma la prudenza non era mai troppa, e John pensò che sarebbe stato meglio per chiunque non mettere più piede in quella camera dove aveva vissuto in quei lunghissimi mesi. <br>Le scorte di acqua e cibo, invece, non sarebbero durate ancora molto. Presto anche lui si sarebbe dovuto rivolgere all’esterno, uscire di casa con tutti i rischi che questo avrebbe comportato; senza considerare l’irritazione che gli provocavano gli uomini della Guardia Nazionale che alzavano il valore di ogni singolo articolo, forti dell’anonimato che veniva loro garantito dai caschi e dalle tute integrali. <br>Si guardò l’interno delle braccia, dove la pelle è più bianca e sottile e il blu delle vene si scorge in trasparenza: le macchie rosse c’erano, ma non erano ancora troppo evidenti. John sperò che l’aspirina facesse effetto presto perché l’emicrania stava diventando insopportabile, e lui aveva bisogno di pensare. <br><br><b>Doveva lasciare tutto in ordine, non  dovevano rimanere tracce rivelatrici della sua permanenza lì.</b>  Al Centro di Smistamento avrebbe fornito un indirizzo di provenienza falso, quello di comodo che si era creato prima dell’inizio dell’Ultima Ondata. Anche in quel caso John ci aveva visto giusto. Ora metteva al riparo la sua famiglia e la sua casa dalla Disinfezione che obbligatoriamente toccava a tutte le abitazioni di chi si fosse rivelato infettato. Ci aveva pensato lui fin dall’inizio: a qualcosa era servito essere ricco, prima che i soldi perdessero valore. Si era fatto installare un sofisticatissimo impianto computerizzato ed alimentato con pannelli fotovoltaici, che avrebbe provveduto a rendere asettico tutto l’ultimo piano della sua villa, quello dove aveva vissuto da solo fino ad oggi.<br>E in ogni caso, non era previsto che qualcuno controllasse la sua casa, visto che risultava abbandonata da tempo ed era stata sigillata dall’esterno. Solo John possedeva la password d’apertura dell’unica porta non sigillata, ma doverosamente blindata.<br>Si era preparato, lui. Aveva avuto tempo e soldi per farlo. Aveva avuto la lungimiranza. Aveva avuto una premonizione, forse. Sta di fatto che quella mattina John non fu sorpreso. Era come se se lo fosse sempre aspettato, come se quel momento fosse solo una conferma. Si stava accingendo a infilare i piedi in orme già impresse nel suo futuro.<br>Mentre si vestiva fu assalito da un desiderio incontrollabile, una voglia stupida e infantile, forse, ma lo fece lo stesso: disinnescò il sistema di condizionamento, filtraggio e sterilizzazione dell’aria, si avvicinò ad una finestra e la aprì.<br>Lo schiocco che produssero le parti gommate delle ante nello staccarsi l’una dall’altra gli fece vibrare i timpani; percepì chiaramente la variazione di pressione nella stanza. Tra un’asse e l’altra filtrava la luce esterna, ma non fu quello che notò John. Le lame di luce del sole le vedeva anche attraverso i vetri, con la finestra chiusa. Quello che colpì John, quello che lo colpì violentemente come un pugno piazzato bene al centro del viso, fu l’odore. L’odore dell’aria, ecco. John fece un rapido calcolo mentale, ma più che da quello ci arrivò dall’odore, al fatto incontestabile che si fosse in piena ed avanzata Primavera.<br>Fu in quel momento, nel momento in cui gli fu concesso di riconoscere una stagione dal suo odore, che John si ritrovò stampato in faccia un sorriso.<br><br><b>Poi però arrivò anche il rumore dalla strada</b> , e quel sorriso gli morì sulla faccia. Le macchine irroratrici, quelle le sentiva tutte le mattine anche attraverso le finestre sigillate. Ma il rumore della gente. Quello invece non lo sentiva più da mesi, ed era convinto che ormai fosse cessato. Ma no. Era solo lui che non lo poteva sentire. Era un rumore sommesso, un sussurrare a bassa voce di tante persone insieme, lo scalpiccìo discreto dei passi sull’asfalto, qualche richiamo ogni tanto di persone che si cercano o si riconoscono, piene di gioia e di paura. John non poteva vedere, e non ne aveva bisogno. Immaginava la fila ingrossarsi via via che si snodava per le strade, vedeva le persone uscire dalle case ed unirsi a quella gente. I primi tempi da quando era cominciata tutta quella storia osservava tutti i giorni questo serpentone umano procedere: verso dove però non l’ha mai saputo. Una volta aveva provato a chiedere ad uno degli uomini con la tuta bianca, quelli che stavano all’inizio e alla fine della fila, qualcuno anche in centro.<br>“Ma dove li portate?”, aveva chiesto.<br>“A curarsi, non lo sapeva?”<br>“Sì, ma dove.”<br>“Non lo sappiamo. Li portiamo al Centro di Raccolta e Smistamento. Lei dovrebbe stare lontano, sa? La mascherina potrebbe non bastare.”<br>“Sì, ha ragione. Ma allora bisogna stare chiusi in casa, non si può fare altro, mi sembra.”<br>L’uomo con la tuta non gli rispose. Guardò John invece come per salutarlo, alzò una mano prima di voltarsi e pensò: “A presto”. Questo lo posso garantire io, che pensò così, e anche che John percepì quel pensiero. Anche questo.<br>Quella volta aveva rischiato tanto, ma ce ne furono molte altre dopo, quando ancora si usciva, visto che all’epoca nessuno aveva capito quello che sarebbe successo realmente, ma soprattutto da parte delle autorità ci si guardava bene dal dare la corretta informazione su quello che stava succedendo.<br>John si allontanò dalla finestra, era arrivato il momento di compiere l’azione più difficile.<br><br>Proprio mentre si avvicinava al comodino, suonò l’interfono. <br><b>“Buongiorno amore.”</b> <br>La voce di sua moglie arrivava limpida e allegra, come tutte le mattine. John, però, non volle pensare che proprio quella mattina, che come tutte le mattine ne ascoltava il suono, potesse essere l’ultima. A questo davvero non pensò, altrimenti come avrebbe potuto? <br>“Buongiorno. Le bambine stanno bene?”<br>“Sì, mi sembra di sì. Ancora dormono tutte e due. Sono tranquille. Ieri sera prima di addormentarci abbiamo giocato, noi tre. Giocavamo a pensare al dopo. A quello che faremo quando saremo di nuovo insieme. Dobbiamo fare tante cose.”<br>“Finirà presto, vedrai.”<br>“Non lo so. A volte penso che ormai ci stiamo abituando. Ci si abitua a tutto, vero?”<br>“Meglio così. Il tempo trascorre più in fretta.”<br>“John, perché non torni qui sotto con noi? Perché questa convinzione che sia meglio così? Ci manchi. E poi ormai avrai bisogno di acqua e di cibo, qui ne abbiamo ancora per tanto tempo…”<br>“Amore, devo andare, invece. Non avrei mai voluto dirtelo, ma l’ho presa anch’io.”<br>“…”<br>“Mary?”<br>“Sì sono qui. Scusami. E’ così difficile, adesso, ricordare le battute.”<br>“Ricordati tutto quello che ci siamo detti, invece. Ti prego. Ci siamo preparati per questo giorno, sapevamo che prima o poi sarebbe arrivato.”<br>“Sei sicuro? Non sarà solo un falso allarme?”<br>“No, sono sicuro.”<br>“Allora non c’è alternativa? Devi andare, e io ti devo lasciar andare. E non devo rendere le cose ancora più difficili, e forse ci rivedremo presto perché niente è sicuro. Lo so.”<br>“Mary, attiverò il sistema di sterilizzazione qui al piano alto. Tra qualche giorno potrai venirci di nuovo. Cerca, ti prego, di salire solo in caso di estrema necessità. Giù da voi siete protette. Finché rimanete lì non vi potrà accadere niente. E aspettate il segnale di cessato allarme. Arriverà. Prima o poi arriverà. Tieni libero il canale, ricordati di controllare ogni tanto che la radio sia a posto. Ok?”<br>“John, le bambine. Tra poco saranno sveglie. Non vuoi aspettare per…”<br>“Non ce la faccio. Perdonami, Mary. Non ce la faccio. Ho scritto tanto per loro in questi mesi, ho scritto tutto. Quando potrete uscire, cerca le cose scritte, sono nella scrivania del mio studio. Lì c’è tutto. Ci sono io per voi.”<br>“Cos’ altro ci dobbiamo dire?”<br>“Mary, tutto il resto ce lo diremo a voce, un giorno. Fidati di me, finora non ho sbagliato. Gaurirò. Te lo prometto. Ora però devo andare.”<br>“Ti amo, John.”<br>“Bacia le bambine per me. La piccola, dalle un bacio tra il collo e la spalla, dove mi piace annusarla. A presto. Sì, a presto.”<br><br><b>John eliminò di scatto la pressione del dito che teneva aperta la comunicazione;</b>  una piccola fitta all’articolazione della falange dell’indice destro, e fu finita. <br>Neanche per un secondo la sua voce si era incrinata, ma le lacrime gli avevano bagnato il viso. Non fece niente per asciugarle, lasciò che finissero la loro corsa, le lasciò lì sul pavimento vicino al letto: secrezioni dal suo corpo, piccole pozze infette. Non importa, pensò John con una punta di soddisfazione. Imposterò il programma, e non rimarrà più niente di vivo in queste stanze. Si impedì di pensare a sua moglie, là sotto, che adesso rimaneva sola. Era stata brava, anche lei. Aveva rispettato i patti, aveva seguito il copione che tante volte si erano ripetuti. Come se anche lei sapesse. Chissà se davvero si sentiva protetta, chissà se davvero ci credeva. In ogni caso, non c’era scelta.<br>John finì di vestirsi, mangiò qualcosa per prendere un’altra aspirina senza farsi distruggere lo stomaco dall’attacco dell’acido, prese la sua tessera sanitaria, se la infilò in tasca. Rimase indeciso di fronte alla mazzetta di banconote che era nel cassetto accanto alla tessera. Non sapeva se prendere con sé quei soldi, era certo che ormai non servissero più. Li lasciò lì. Lasciò il cassetto aperto. Prese il flacone dell’aspirina e una bottiglia d’acqua, li infilò in uno zaino assieme ad un cambio di vestiti, sapendo bene che non gli sarebbero serviti. Il Centro di Raccolta era vicino, e una volta raggiunto non avrebbe più dovuto pensare a niente. Altri avrebbero pensato a lui, gli uomini con le tute bianche. Gli avrebbero permesso di tenere qualcosa con sé? Verosimilmente no, ma non volle lasciare sul comodino il libro che stava leggendo. Avrebbe subito una sanzione, per questo, lo sapeva. Ma lui non aveva mai bruciato i suoi libri, neanche quando questi, i giornali e la carta erano stati catalogati tra i più pericolosi veicolatori del virus e ne era stata proibita la diffusione e lo scambio, e sconsigliato il possesso. Infilò il volume nello zaino e si avvicinò alla porta blindata. Programmò con cura il timer che avrebbe dato l’avvio al rilascio dei gas disinfettanti da lì a… quanto gli ci sarebbe voluto per trovare il momento giusto per uscire? Un’ora, forse due. Meglio esser sicuri. Diede lo start al countdown. Non è colpa mia se John pensò proprio così: “Ora devo dare lo start al countdown”.<br><br><b>Si appostò dietro la porta e aprì lo spioncino</b>  per osservare la situazione all’esterno. La luce gli ferì gli occhi, ma si abituò subito. <br>Le macchine irroratrici avevano finito, la strada luccicava ancora. La fila delle persone che passavano là davanti si era fatta più esile di mesi fa. John non sapeva da dove veniva quella gente, sapeva solo di questo Centro di Raccolta, e sapeva che era lì che andavano tutti, tutti con la stessa espressione, tutti con la stessa rassegnazione. Gli uomini bianchi erano due in quel tratto di strada, ed entrambi erano abbastanza lontani da garantirgli quel secondo di distrazione di cui aveva bisogno per uscire senza esser visto. Se la casa non fosse risultata disabitata quelli della Guardia Nazionale avrebbero fatto irruzione, avrebbero disinfettato adoperando i loro metodi, avrebbero costretto la sua famiglia ad unirsi agli altri, non ci sarebbe stata più alcuna possibilità di evitare contatti a rischio e quarantena.<br>John rimase ad osservare la scena solo per qualche minuto, non ci fu necessità di aspettare oltre: i due uomini bianchi presto gli diedero entrambi le spalle per inseguire un bambino che correva via dalla fila ordinata.<br>Fu in quel momento che chiuse lo spioncino, fece scattare la serratura e aprì la porta, sgusciando fuori senza esser visto e richiudendosela morbidamente alle spalle. Si addossò al muro della villa, percorse i pochi metri del vialetto e si nascose dietro la siepe vicino al cancello d’ingresso. Fece scattare il dispositivo di apertura e attese ancora: gli uomini bianchi erano lontani, ed erano ancora voltati dall’altra parte.<br>Si decise, allora: uscì in strada, richiuse il cancello senza far rumore e rimase rasente il marciapiede. Nessuno lo aveva ancora visto, neanche gli uomini in fila, tutti presi a camminare verso.<br><br><b>John inspirò a fondo</b> , guardò verso il sole senza più ferirsi gli occhi, espose il suo corpo caldo di febbre al vento che veniva dal mare, ebbe la consapevolezza di essere assurdamente felice e decise in una frazione di secondo di incamminarsi nella direzione opposta a quella che aveva preso il resto della gente. Sentiva, nello spazio tra la nuca e le prime vertebre della schiena, una specie di premonizione in forma di solletico: con altri occhi vedeva una mano guantata afferrarlo e riportarlo indietro. Questo non avvenne, e lui riuscì a svoltare l’angolo che lo avrebbe definitivamente nascosto agli sguardi degli altri.<br>John seppe allora che ce l’avrebbe fatta. Niente avrebbe più potuto fermarlo, neanche io. Ora doveva solo procedere in direzione del mare evitando di farsi vedere da quelli della Guardia Nazionale. <br>C’era ancora tempo per raggiungere il Centro ed affidarsi nelle loro mani, il suo destino in ogni caso non sarebbe cambiato, visto che oltre tutto era pure già scritto. Non esisteva cura, lo sapevano anche i muri. <br>E poi, nello zaino c’era tutto ciò che gli sarebbe servito in una giornata di primavera: sdraiato sulla spiaggia, col ruggito del mare in sottofondo, quel libro John lo avrebbe finito.<br><br> <br><br>(Arte - Narrativa)]]></description>
<author><![CDATA[Valeria Bianca]]></author>
<pubDate>Wed, 14 Apr 2004 22:20:40 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[LANDRONN-A, di Flavio Toccafondi]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=258&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <br><br><span style='color:red'><i><b>Landronn-a</b></i></span><br><br><br><i>Banderolla de teiti<br>baraccon da zeughi<br>buzaronn-a bruxaboschi<br>succao rozou coi bertoeli<br><br>Aze picaro e erbo da gotti,<br>giasciarosai de magazin da legne curte,<br>grigoa de duae coe, beu main<br>lendenoso coagetto da cu cuxio<br><br>Catainetta ciantapuffi<br>- invexendon cannonea da leugo -<br>a l&#39;è a biscia ch&#39;a l&#39;addenta o ciarlatan<br>e a-o lumme da candela a canevetta a pa teja.</i><br><br><br><br><br>               *********<br><br><br><br><span style='color:red'><i><b>Bagascia</b></i></span><br><br><br><i>Opportunista, inaffidabile<br>vecchia prostituta truffatrice<br>tieni insieme cose disparate e contraddittorie<br><br>Asina ignorante, albero da bicchieri,<br>mastica rosai da magazzino per legna corta,<br>lucertola da due code, bue marino,<br>avaro caglio da culo cucito<br><br>Caterinetta semina debiti<br>- casinaro tubo del cesso -<br>è la biscia che morde il ciarlatano<br>e al lume di candela la canapa sembra tela.</i><br><br><br>* dedicata al mio amico Guido, che ne perdonerà gli errori<br><br><br> <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Flavio Toccafondi]]></author>
<pubDate>Sun, 11 Apr 2004 08:15:11 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[THIS IS A MAGAZINE, di Roberta Dammern]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=19&tes=247&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[e.zine, net.art]<br><br><br><br> Jordan Crane: One minute with my mother <br><br>(Risorse - Arti visive)]]></description>
<author><![CDATA[Roberta Dammern]]></author>
<pubDate>Thu, 01 Apr 2004 19:50:26 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Giro di boa, di Valerio Schuster]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=34&tes=234&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=34&tes=234&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[[non per tutti è un dono del cielo]<br><br><br><br>    <br><br><br><br>  <b> La sua respirazione è notevolmente alterata, il viso cianotico</b>. L’insufficienza s’ aggrava progressivamente: comporta già alterazioni del tasso d’emoglobina. Diminuisce, quindi, l’ossigeno che il sangue dovrebbe trasportare verso i tessuti, in primo luogo verso il cervello, e si crea un contemporaneo accumulo d’anidride carbonica.<br>   All’interno della scatola cranica, il suo encefalo galleggia ancora tronfio: non immagina l’assedio che, inesorabile, si va stringendo attorno a lui. Non è in grado di percepire la mancanza d’ossigeno, la morte cellulare che, probabilmente, avanzerà, asfissiando neuroni e sinapsi. <br>   Il cuore, in compenso, batte forsennatamente. Capillari, vasi ed arterie sono al massimo della loro portata: il collasso cardiaco è questione di minuti. Ma il sangue, per ora, raggiunge ancora gli organi più periferici. Le mani, ad esempio. Serrano adesso la presa, le sue mani tremanti, con le nocche bianche per lo sforzo. Mani, nervosamente, stringono il lembo di una giacca di buona fattura.<br>   La sua lingua è una grossa trota nella mota di un fiume. Sbatte contro il palato, come un&#39;arsella fuor d&#39;acqua in preda ad un&#39;esasperazione quasi rassegnata, conscia dell&#39;inanità d&#39;ogni suo sforzo. E finalmente s&#39;adagia in basso, immota contro l&#39;alveo rosa del palato.<br>   All&#39;esterno del giovane, in piedi dinanzi alla porta di un bagno, solo un leggero, costante rollio ed un beccheggio irregolare quanto smodato, tradiscono la lenta agonia dei suoi organi interni. La porta che fronteggia è bianca, un’iconcina nera simboleggia la figura femminile. Cela tutto un mondo, quella porta, che nessun rappresentante del sesso maschile potrà mai pensare di comprendere appieno.<br>	<br><br>  <b> L’uomo adesso barcolla</b>, quasi frana addosso alla porta, le mani ad artigliare lo stipite, l’orecchio destro un tutt’uno con la superficie bianca di formica. Dall’interno, giunge il rumore di uno sciacquone, poi torna il silenzio. Il battito cardiaco dell’uomo aumenta ancora: egli sperimenta i primi segni di alterazione della coscienza: in realtà, solo un leggero, quasi piacevole torpore, come quello indotto dall’alcool. Torace ed addome sembrano immobili, a causa dell’arresto quasi completo della respirazione, labbra ed unghie appaiono chiaramente bluastre ed egli inizia a percepire dei movimenti nella piccola, stilizzata, silhouette nera disegnata sulla porta del bagno. Sollevando la gonnellina triangolare, l’iconcina balza sullo stipite, vicino alla mano esangue dell’uomo. Con inusitata agilità, la figurina nera raggiunge la porta adiacente: quella del bagno degli uomini. L’uomo strabuzza gli occhi mentre osserva la propria, stilizzata, rappresentazione bidimensionale avvolgere l’iconcina spregiudicata della donna, in un’informe pozza d’inchiostro. <br>   <br>   <b>La porta s’apre, finalmente</b>. Nel tentativo di recuperare stabilità, egli tende gli avambracci in avanti, verso la maniglia, lo sguardo ancora distratto. Le sue mani approcciano un tessuto soffice ed esteso, le dita scattano autonomamente, come quelle delle manine meccaniche in una pesca al  Luna Park. I suoi occhi mettono a fuoco, solo in un secondo momento, la sconcertante situazione: una signora anziana quanto formosa, alla quale egli sta evidentemente mancando di rispetto, cela tutto il suo stupore e s’acciglia, sotto gli occhialoni con cordicella, nel tentativo di assumere un’espressione di disappunto. L’uomo non ha il tempo di riordinare le proprie, confuse, sensazioni che si scatena, secondo un noto principio della Fisica, l’inevitabile reazione che necessariamente segue ogni azione. Una ginocchiata decisa, indirizzata al basso ventre del ragazzo, lo sbalza in avanti col busto, scompostamente, alla maniera di un manichino durante il crash test di una Roadster. Egli rovina, quindi, al suolo, le mani perse fra le cosce, nei suoi bei pantaloni blu di lana pettinata.<br>   L’anziana donna si rassetta nervosamente la camicetta di seta e borbotta qualcosa circa gli arroganti approcci della gioventù moderna, lasciando rantolare il giovane, ferito nell’amor proprio, sul laido pavimento di maiolica.<br>La porta s’apre di nuovo. Ne esce una ragazza con una gonna nera a vita bassa ed una maglietta indossata con modestia, color cannella, con su la scritta di perline: “I’m a sexy girl.” L’uomo è steso in terra, perpendicolarmente all’uscio. Sorride a quella che, dopo una cauta osservazione, identifica come la propria  ragazza. <br><br>   <b>Lei si china maternamente </b>sul suo partner, ne accarezza la chierica che, insieme agli occhi umidi, ne fanno un’immaginetta fortemente mistica di martire medievale, simile a quelle ritratte in certi mosaici bizantini. Egli appare incapace di formulare la più semplice delle domande, così lei lo bacia appassionatamente sulle labbra e s’affretta a rassicurarlo: “Tranquillo&#33; Mi sono venute.”<br>Come in una possessione diabolica giunta all’inevitabile risoluzione, l’agitazione nervosa abbandona, di colpo, le membra del giovane. Egli sembra adesso una marionetta scomposta, dimenticata dietro la tela d’un teatrino; un sorriso, appena accennato, si disegna sulle labbra esangui. E’ stato solo un giro di boa, come tanti nella vita di un uomo; egli se l’è cavata, dopotutto.<br> <br><br>(Arte - Narrativa)]]></description>
<author><![CDATA[Valerio Schuster]]></author>
<pubDate>Sun, 21 Mar 2004 18:40:22 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Lettera dal purgatorio a Munch, di Rosamaria Caputi]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=19&tes=233&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <br><br><br>Era il Caso, forse Occasione svagata, quell’incontro con un numero indeterminato ma finito di fiamme, fioche o fiacche in apparenza, benché vicine alla depurazione in tutta coscienza.<br><br>(a interrogarci poi sulla coscienza di una fiamma è breve compito; quanto mai ardua l’indagine sulla qualità di tale coscienza)<br><br>Che si trattasse di un purgatorio, però, lo dicevano le linee -potevano immaginarsi oblique- delle loro schiene, gettate in avanti da forze atipiche di rigetto o i loro semplici atti di tensione verso l’accoglienza.<br><br>AC-COL-TE, come splendido trisillabo in sottile azione, più che parola piana , simile all’anteprima di un abbraccio –quando si è ignari del peso e quantità da cingere-, di certo più virtuosa, di certo azione più casta.<br><br>Ponevano fede in una scrittura, una mendica d’attenzione emotiva e motivata, raccolta in strani carteggi dai fogli diafani ma di fittissimo inchiostro nero.<br>Allettata da ciascuna poco limpida, a loro dire, esistenza, pareva impossibile una selezione per accostarsi alla lettura.<br>Idea dello stordimento e loro richiamo baritonale, temibilissimo..<br>Non rimbombo che è suono spiegabile, riducibile ai minimi termini, ma rintocco nel senso di sonata a festa o a morte. Comunque echeggiante.<br><br><br>/caro Torquato il tuo tardivo ricovero è quanto di più prevedib [] scrissi Le nuvole in un periodo d’estrema [] <br>di’ a Laerte che fui scortese per [] mai sordi ai giudizi, lo affermai anche in presenza di Marziale [] caro Luigi di Girgenti sono passati troppi mesi dal tuo saldarmi il debit []/<br><br><br><br><br><br>caro Edvard, sconsiderato è parlare di suicidio se tu mi hai uccisa. Io non mi lanciai nel vuoto e tu sei un assassino.<br><br>Loro sono ancora lì, immobili sul ponte. Lo sguardo fisso al fiume o a parlottare.<br><br>Comodo, Edvard, contentarti di farne simboli, piccole antieroi/ femmina, passaggi asessuati senza età o semplici freschezze sessuali, secondo il tuo pennello o l’occhio del dove si è fermato al fruitore.<br>E le Ragazze dimentiche dei loro nomi, persino.<br><br>Io no.<br><br>T’infastidivano le mie percezioni:<br>l’odore dei capelli tinti giovani di mia madre vecchia<br>l’ultimo sogno fatto all’alba che ti narravo nei particolari<br>la conta delle piume del materasso di campagna<br><br>Il tuo incubo era la mia Memoria, un pericolo per l’equilibrio delle tue architetture simmetricamente tremolanti. <br><br>Io Stonavo. Tu sei un assassino.<br><br>Se solo avessi inteso la mia guancia sincera su mano con spalle alla ringhiera, del tuo primo bozzetto, come in soccorso di un qualche ricordo invece incerto, invece fugace, che avevo smarrito, mi avresti salvata, sì, girandomi di spalle, però eterna.<br><br><br><br><br><br> <br><br>(Risorse - Arti visive)]]></description>
<author><![CDATA[Rosamaria Caputi]]></author>
<pubDate>Sun, 21 Mar 2004 18:25:22 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Three-way-handshake, di Valerio Schuster]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=34&tes=232&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[reale, virtuale, protocolli di com.]<br><br><br><br>      <br><br>    Accetto. <br>Torno a specchiarmi nel tuo pozzo dei non-desideri. Appari, intimamente racchiusa, delimitata, da un piccolo quadrilatero che potrei agevolmente spostare in ogni angolo della mia scrivania o, se volessi, cestinare con una sola, ultima possibilità d’appello; ma non lo faccio. Siamo coerenti, mi dico; tu lo sei, sempre. La triage alla quale sopravvivo ogni volta è virtuale, lo sappiamo tutte e due, quanto potrebbe essere per me un’infiammazione alla prostata o la cisti sebacea comparsa un giorno, sul mio tallone destro, che il giorno dopo non è mai esistita.<br>    Ti trovo bene, dici. Anzi, scrivi. Io lancio un’occhiata in tralice  alla spia puntata su di me e la spengo, impedendole di fare il doppio gioco. Non rispondo, non scrivo. Non penso neppure: guardo. Il baby doll che indossi è nuovo, vedo. Plissettato, di tulle nero. Dalle coppe trasparenti, affacciano due rosei capezzoli, accattivanti. Anche la pettinatura è nuova, noto. Vedo. Ma non dico niente. <br>   Accetto, riscontro. Ho già proposto un mio numero di sequenza iniziale e la connessione è stabilita.<br>   Non è serata? Chiedi, accavallando le gambe dalle ginocchia enormi, che scompaiono presto dall’inquadratura. Ti avvicini ora alla web cam, e finalmente posso apprezzare, per un istante,  l’entità della tua spregiudicatezza. Quindi scompare il decolleté, scompare il lungo collo, ed ecco un bel primo piano del tuo viso. Ed un sorriso: riconosco la mia modella di un tempo.<br>Ma non sei sincera, Eleonora. Perché mi hai chiamato? Scrivo, disertando l’uso di emoticons , che a te piacciono così tanto. <br>Forse perché arredano agevolmente il tuo sterile pavimento ventricolare.<br>Pensavo a te, scrivi. E con le mani accompagni, in un veloce ripasso, la liscia geometria dei fianchi e delle gambe.<br>Sistemo il mio microfono. Sei un’esibizionista, dico. Dati alla mano.<br>E tu, risponde lei. Sei di un’aridità deprimente. Quando  guardi una donna, guardi tutte le donne, e forse nessuna. Sono davvero le donne ad interessarti? Chiedono muti i suoi occhi, mentre le ciglia nere s’alzano in volo come taccole spaventate.<br>Domattina, devo alzarmi presto, per dipingere: nella mia testa, un crontab che gira, un post-it appiccicato sulle ventitré di ogni giorno feriale. Ma non mi sono accorto di quanto potesse suonare sgarbata l’affermazione, nei suoi confronti. E così sparisce per la prima volta, con un drammatico occaso, un sonoro la di xilofono.<br><br><br>    Lascio due righe ed inizio un nuovo paragrafo, mentre cerco di ricordare il quando e il come. I miei occhi vagano lungo le pareti del mio studio, lungo i graffiti e le istallazioni in plexiglas e i bozzetti a carboncino disseminati sul pavimento. <br><br>    Eccola di nuovo. Stavolta, più agguerrita che mai. Volute di fumo di una sigaretta s’alzano attorno alla sua bocca morbida, nella quale denti bianchissimi incidono rosei brandelli di carne; lei è solita mangiarsi le pellicine ai lati delle lunule, piuttosto che accanirsi con le unghie.<br>   C’è un tizio in chat.  Vorrebbe portarmi a letto, dice. Stasera, subito. Sta venendo a prendermi: gli ho dato l’indirizzo.<br>    Non rispondo. Tossisco, lontano dal microfono. <br>Quale algoritmo adottare, in questi casi? Ci deve pure essere un rfc al quale far riferimento, diamine&#33;<br>    Perché non chiudi con me, allora? Rispondo, gli occhi sulla tastiera. Perché non mi lasci in pace? Mi scappa di dire e lei esulta, me ne accorgo immediatamente.<br><br>    Non risponde, ovviamente. Lentamente, inizia a spogliarsi.<br><br><br>    Io prendo a titillare i capezzoli della donna che mi ha ingoiato tanto tempo fa: ho il dovere di sfinirla, quella disgraziata&#33; E’ lei la responsabile dei miei problemi, di tutte le mie incomprensioni e delle ambiguità. <br><br>    Lei è nuda, finalmente. Io pure. Riaccendo la web cam: lei ora mi vede, ascolta sorridendo l’ansimare della lotta che mi si consuma dentro. Scivolo in terra, puntello bene le ginocchia e smetto ogni maschera.<br>    Le mie mani scivolano in basso. Scoprono le mutandine bianche ed iniziano a carezzare il pelo crespo e le labbra di una vagina. Cerco l’orgasmo, senza trovarlo. E quando alzo gli occhi speranzosi, lei è già sparita.<br> <br><br>(Arte - Narrativa)]]></description>
<author><![CDATA[Valerio Schuster]]></author>
<pubDate>Sun, 21 Mar 2004 18:21:18 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[IL PROTAGONISTA, di Valerio Schuster]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=34&tes=230&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[quanto di reale e quanto di virtuale]<br><br><br><br> <br><br>	<br><br>     Lo spettacolo inizia con un’enorme luna gialla bisecata da lame di nuvole che sanguina copiosa, succo e polpa, arrossendo di pois le bianche strisce di un attraversamento pedonale. Sui marciapiedi, passanti s’affrettano con trepestio di nastri magnetici, ed il vento fischia con rumore del taglio di una sega che oscilli davanti ad un microfono. Potrebbero essere le venti – orario di programmazione - il set è già un animarsi di comparse d’ogni tipo: spade abbandonate nel parco da un esercito allo sbando, auto e motocicli in parata per le strade, cartelloni luminosi in vena di pettegolezzi e paternali, con i televisori, affacciati alle finestre dei palazzi, a far da spettatori.<br>    L’acqua piovuta per tutto il giorno forma macchie di Rorschach sull’asfalto schiantato. Cosa ci vedi? Dimmi la prima cosa che pensi di vederci. Forse, una bestia feroce che salta? Una vertebra? Un pipistrello?<br>    La telecamera indugia lungo un marciapiede, alla disperata ricerca di un  protagonista, ma inquadra solo cartacce, rifiuti vari ed un preservativo usato. Si sofferma su quei poveri figli frustrati, che non saranno mai. Poi, qualcosa sembra trovare. Piccolo incurabile ottimista : agita la minuscola coda in segno di saluto e sorride come per rassicurare i telespettatori. Protagonisti si nasce, peccato che non sempre duri.<br><br> <br><br>(Arte - Narrativa)]]></description>
<author><![CDATA[Valerio Schuster]]></author>
<pubDate>Sun, 21 Mar 2004 16:13:24 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Anne Michaels, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=44&tes=220&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[Traduzione di Alessandro Ansuini]<br><br><br><br> <b>FLOWERS</b><br><br>There&#39;s another skin inside my skin<br>that gathers to your touch, a lake to the light;<br>that looses its memory, its lost language<br>into your tongue,<br>erasing me into newness.<br><br>Just when the body thinks it knows<br>the ways of knowing itself, <br>this second skin continues to answer.<br><br>In the street - café chairs abandoned<br>on terraces; market stalls emptied<br>of their solid light,<br>though pavement still breathes<br>summer grapes and peaches.<br>Like the light of anything that grows<br>from this newly-turned earth,<br>every tip of me gathers under your touch, <br>wind wrapping my dress around our legs, <br>your shirt twisting to flowers in my fists.<br><br><br><br><br><b>FIORI</b><br><br>C&#8217;è un&#8217;altra pelle dentro alla mia pelle<br>Che si raccoglie al tocco, un lago alla luce;<br>che perde la memoria, il suo linguaggio<br>Dentro alla tua lingua e<br>Mi cancella alle novità.<br><br>Nel momento stesso in cui il corpo pensa<br>Di conoscere le vie per la propria conoscenza<br>Questa seconda pelle continua a rispondere:<br><br>Nella strada, le sedie dei caffé abbandonate<br>Sulle terrazze; le bancarelle del mercato<br>Svuotate della loro solida luce,<br>Benché  la pavimentazione continui a respirare<br>Uva estiva e pesche.<br>Come la luce di qualcosa che cresca<br>Dal nuovo capovolgersi della terra<br>Ogni mia estremità si raccoglie sotto il vostro tocco<br>Il vento mi attacca il vestito attorno alle gambe<br>La vostra camicia che avvolge i fiori ai miei pugni.<br><br><br><br><b>WOMEN ON A BEACH</b> <br><br>Light chooses white sails, the bellies of gulls.<br>Far away in a boat, someone wears a red shirt,<br>a tiny stab in the pale sky.<br><br>Your three bodies form a curving shoreline,<br>pink and brown sweaters, bare legs.<br><br>The beach glows grainy under the sun&#39;s copper pressure,<br>air the colour of tangerines.<br>One of you is sleeping, the wind&#39;s finger<br>on your cheek like a tendril of hair.<br><br>Night exhales its long held breath.<br>Stars puncture through.<br><br>At dusk you are a small soft heap, a kind of moss.<br>In the moonlight, a boulder of women.<br><br><br><br><b>DONNE SU UNA SPIAGGIA</b><br><br>La luce sceglie le vele bianche, le pance dei gabbiani. <br><br>Lontano, su una barca, qualcuno indossa una camicia rossa,<br>una piccola coltellata nel cielo pallido.<br><br>I vostri tre corpi formano una riva curva,<br>maglioni rosa e marroni, gambe nude. <br><br>La spiaggia balugina polverosa sotto la pressione di rame del sole,<br>ventila il colore dei mandarini.<br><br>Una di voi sta dormendo, il tocco del vento<br>sulla guancia, come un viticcio di capelli. <br><br>La notte esala il suo lungo respiro trattenuto.<br>Le stelle perforano attraverso. <br><br>Al crepuscolo siete un piccolo mucchio molle, un genere di muschio.<br>Nella luce lunare, un masso di donne. <br><br><br><b>Anne Michaels <br><br>From: The Weight of Oranges/Miner&#39;s Pond (Toronto: McClelland &amp; Stewart, 1997). <br><br>Trad. Alessandro Ansuini</b> <br><br>(Arte - Voci straniere contemporanee)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Sun, 14 Mar 2004 11:13:17 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Amniotique, di Silvia Molesini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=42&tes=218&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=42&tes=218&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[[traduzione francese di F. Toccafondi]<br><br><br><br> Di bianco ora e sempre, lenta e sublime, rara e superba                                     <br>radice di mare amniotico, tana e mucchio di foglie<br>di me tuo figlio mutato che nulla deve,<br>schiuma protetta immune per te immune da tutto e per sempre,<br>ragnatela di stella e riposo, custodita e benedetta.<br> <br> <br> <br>Sola come spina sul rovo in piena notte, tu scale granito logorante saliscendi <br>dormi il sonno di grandine rugiada<br>dormi e il chiasso come sgorgante caracolla <br>erboso agitato squarciato, osservalo teso, ora che manca il miracolo<br>del nome mio nuovamente pronunciato.<br> <br> <br> <br>Notte solitudine devastante<br>filare di buio e lutto sconosciuto, <br>stella-smorfia di spilli che ti prende il respiro, <br>caduta senza fine<br>- foglie pestate.<br> <br> <br> <br>Per te dunque <br>ferita fiore figlio che ora madre per sempre ti veglia, <br>tu ramo artigliante, acqua perduta, <br>racconto agitato <br> <br>dannatamente riposante.<br><br><br> <br><b>testo originale di Flavio Toccafondi, già presente nella sezione Poesia</b><br><br><br><br><br><br>Blanche pour toujours, lente et sublime, rare et superbe<br>racine de mer amniotique, couche et tas de feuilles<br>a&#39; moi ton fils mué qui nulle ne doit,<br>écume protégée immune pour toi immune de tout et pour toujours,<br>filet d&#39;étoile et repos, gardée et bénie.<br><br><br><br>Seule comme épine sur le faux-mûrier en pleine nuit, tu parcours escaliers en granit déchirant <br>dors le sommeil de grêle rosée<br>dors et le vacarme caracole comme ruisselant<br>herbagé secoué déchiré, regarde-le tendu, maintenant que le miracle s&#39;achève<br>de mon nom à moi encore prononcé.<br><br><br><br>Nuit solitude qui dévaste <br>vigne de noir et deuil inconnu,<br>étoile-grimace d&#39;épingles qui coupe le souffle,<br>chute sans fin<br>-feuilles piétinées. <br><br><br><br>Pour toi donc<br>blessure fleur fils que là mère pour toujours te veille,<br>toi  branche écorchante , eau perdue,<br>conte remuant<br><br>sacrément  reposant.<br><br><br><br><b>traduzione francese a cura di S. Molesini</b> <br><br>(Arte - Traduzioni)]]></description>
<author><![CDATA[Silvia Molesini]]></author>
<pubDate>Sun, 14 Mar 2004 02:36:57 +0000</pubDate>
</item>
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<title><![CDATA[AMNIOTICO, di Flavio Toccafondi]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=202&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=202&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> <br><br>Di bianco ora e sempre, lenta e sublime, rara e superba <br>radice di mare amniotico, tana e mucchio di foglie<br>di me tuo figlio mutato che nulla deve,<br>schiuma protetta immune per te immune da tutto e per sempre,<br>ragnatela di stella e riposo, custodita e benedetta.<br><br><br><br>Sola come spina sul rovo in piena notte, tu scale granito logorante saliscendi <br>dormi il sonno di grandine rugiada<br>dormi e il chiasso come sgorgante caracolla <br>erboso agitato squarciato, osservalo teso, ora che manca il miracolo<br>del nome mio nuovamente pronunciato.<br><br><br><br>Notte solitudine devastante<br>filare di buio e lutto sconosciuto, <br>stella-smorfia di spilli che ti prende il respiro, <br>caduta senza fine<br>- foglie pestate.<br><br><br><br>Per te dunque <br>ferita fiore figlio che ora madre per sempre ti veglia, <br>tu ramo artigliante, acqua perduta, <br>racconto agitato <br><br>dannatamente riposante.<br><br> <br><br> <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Flavio Toccafondi]]></author>
<pubDate>Mon, 01 Mar 2004 19:41:44 +0000</pubDate>
</item>
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<title><![CDATA[DIVANI CERTAMENTE SCOMODI, di Flavio Toccafondi]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=34&tes=201&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=34&tes=201&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> <br><br>così ho scoperto di non essere un genio, cosa alla quale ho creduto di credere per almeno dieci anni. ho capito di non avere nulla di importante da rivelare o scrivere. non sono credibile in nessuna delle cose che faccio e molte altre cose. sono del tutto incapace di preservarmi da repentini sbalzi di umore e soffro le personalità forti, vinco facile solo con i deboli. soffro i cambi di stagione e il sentirmi sempre costretto a dover controllare quello che succederà. in due parole, sto perdendo o ho perso. <br><br>*<br><br>e poi tornare a ridere su questa cosa dell&#39;artista ma l&#39;artista non ha niente da ridere perché in fondo non ci vuole molto per sentirsi poeti sono sufficienti vent&#39;anni o trent&#39;anni o quarant&#39;anni fa lo stesso quello che conta è non essere capaci di fare alcuno sport e di avere pochi amici e di piacersi dire, nel contesto mai troppo misero delle nostre stanze, che siamo superiori a chiunque altro. ecco cosa frega il poeta. il poeta si sente sempre meglio di qualcun altro e non si accorge che le cose che dice sono solamente rielaborazioni di qualcosa appena letto. o detto. il poeta ha troppo tempo libero e se lo impiegasse costruendo staccionate starebbe di sicuro meglio. <br><br>*<br><br>poi faccio tutta questa serie di sogni erotici di notte che mica è normale mi sveglio intontito e convinto di essermi scopato mezzo palazzo così sorrido quando apro l&#39;ascensore ed è un sorriso soddisfatto il mio e nessuna lo capisce. <br><br>*<br><br>non riesco proprio ad abituarmi all&#39;idea di avere un futuro il futuro mi spaventa non riesco proprio ad immaginarmi presente ogni qual volta che occorre non riesco proprio a convincermi di riuscire veramente a riposare dormendo in un letto condiviso o peggio su un divano certamente scomodo o ancora da sua madre durante i lavori in una casa da sistemare. non riesco proprio ad abituarmi all&#39;idea di muri da dipingere e di inferriate da scartavetrare e di dividere tutto a metà anche le cose che non servono. <br><br>*<br><br>poi di nuovo la poesia ad accoltellarmi a distruggermi a bloccarmi la strada eppure quando avevo sei anni il suono della campanella interrompeva solo i miei disegni e anche se non avevo imparato l&#39;italiano mi ero comunque inventato un mondo e avevo sei anni, non per dire, ma avevo sei anni e oggi la campanella suona per ogni pensiero brutto o quando bevo troppo e comunque non sono più capace di correre fuori. <br><br>*<br><br>qui forse sono al sicuro. ho avuto la netta sensazione di dovermi trasferire in una casa dove poter scongelare il pesce in santa pace dove poter lasciare i bicchieri in giro e le piante infestanti a invadere il balcone. avevo anche messo due paia di pantofole all&#39;entrata convinto com&#39;ero che in realtà io ero due persone ben distinte ma dopo un mese l&#39;altro ne ha fatte sparire un paio così ora sono rimasto solo io e neanche le cerco più. <br><br>*<br><br>cari mamma e papà: non mi sento affatto bene. avrei bisogno di un medico e di mangiare sano per una settimana. vi voglio bene e mi mancate. flavio<br><br> <br><br>(Arte - Narrativa)]]></description>
<author><![CDATA[Flavio Toccafondi]]></author>
<pubDate>Mon, 01 Mar 2004 19:29:06 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Della crisi e della spettralità di certe immagini, di Andrea Accorsi]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=19&tes=199&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=19&tes=199&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br><b>DELLA CRISI E DELLA SPETTRALITA&#39; DI CERTE IMMAGINI</b><br><br><br><br>In un suo celebre saggio, Umberto Eco; facendo propria l&#39;analisi lacaniana che lo precedeva e soffermandosi in particolare, per quel che era suo interesse specifico, sui rapporti che intercorrono tra lo specchio e i fenomeni semiosici, afferma che lo specchio è  un &quot;fenomeno-soglia&quot;.<br>L&#39;importanza di questa definizione percorrerà anzitempo il discorso che vorrò fare. Infatti, è da intendere lo specchio come fenomeno-soglia quale crocevia strutturale per il soggetto all&#39;inizio della sua formazione essendo esso il mezzo attraverso il quale il bambino, dapprima confondendo l&#39;immagine con la realtà, poi rendendosi conto che l&#39;immagine è appunto un&#39;immagine e, infine, arrivando alla fondamentale intuizione che l&#39;immagine è quella propria, partecipa di un processo di assunzione giubilatoria utile per ricostruire i frammenti del proprio corpo non ancora unificati.<br>In breve, è grazie allo specchio che il bambino per la prima volta prende coscienza del proprio corpo anche se la padronanza di esso resta prematura e immaginaria rispetto alla padronanza reale, ed è sempre grazie allo specchio che, in questo momento irripetibile di ontogenesi  del soggetto, vestendo i panni di fenomeno-soglia il bambino può partecipare di quel momento gaudioso che è la comprensione e l&#39;unificazione del proprio io. Momento irripetibile e straordinariamente utile in cui l&#39;io si precipita a capitombolo in forma primordiale verso il baratro del simbolismo, momento, per intenderci, in cui si va attuando quella forma di viraggio dall&#39;io speculare a un io sociale, tuttavia per amor di completezza è bene dire che lo sviluppo non avrà luogo se non quando il soggetto s&#39;integrerà al sistema simbolico dominante, vi si eserciterà e vi si affermerà, più o meno bene, attraverso l&#39;uso di una parola vera.<br>Ecco perché &quot;crocevia strutturale&quot; ed ecco perché in questa forma e sotto molteplici aspetti lo specchio si presenta come un caso particolare della funzione dell&#39;imago e precisamente quella di stabilire una relazione tra l&#39;organismo pensante e la sua realtà.<br>Partendo da queste fondamentali premesse sullo stadio dello specchio che la coppia Lacan-Eco ha tracciato nel corso dei decenni passati, mi permetterò alcune e sempre troppo semplici applicazioni di un tal ragionamento svariando in diversi casi, taluni addirittura opposti e inconcepibili l&#39;un con l&#39;altro, ma tuttavia forse riconducibili ad un unico seme comune (poiché la voglia di generalizzazione non va affatto scomparendo), una sorta di tensione nervosa comune ai movimenti dell&#39;arte, ai suoi ritorni ciclici, una Kunstwollen che è tutt&#39;ora in voga e se anche non lo fosse più, lo è stato indubbiamente per quasi tutto il Novecento.<br><br>@@@@@@@@@@@@@@@@@@@<br><br><br>Il personaggio tradizionalmente chiamato Nosferatu, per molti aspetti accostabile a quello che in Occidente chiamiamo conte Dracula reso celebre dal romanzo di Bram Stoker, fa parte verosimilmente di un&#39;antica quanto legittima oscura leggenda di alcuni paesi dell&#39;Europa orientale (Romania, Ungheria). I pregevoli sforzi compiuti da certi filoni della storiografia di ricondurre un tal mitico personaggio a qualcuno che sia veramente esistito e abbia legato il suo nome a innominabili repressioni, massacri e blasfemie varie, non c&#39;interessano qui. C&#39;interessano invece i caratteri fondamentali della diceria che sono i più affascinanti e, in un certo qual modo, i più manipolabili.<br>Innanzitutto è bene considerare il fatto che il vampirismo, le cui origini pare logico far risalire alle più antiche tradizioni popolari rumene, è collegabile quanto a paura collettiva al licantropismo, alla stregoneria, alle possessioni diaboliche, e a tutto un substrato di riti primitivi dal carattere fondamentalmente attivo riscontrabile in una zona dell&#39;Europa ben definita: Europa Orientale, Germania Centrale, Alto Adige e Friuli per quanto riguarda l&#39;Italia. Ovviamente il termine attivo è una generalizzazione laddove si trovano a verificarsi e ad aver luogo credenze che tutte (per lo meno dalle fonti da me prese in esame) scaturiscono dalla sensibilità e dalla percezione di una qualche forza malvagia che agirebbe in forma terribilmente autonoma e altrettanto potente che quella benigna.<br>Una sorta di manicheismo quindi, in cui l&#39;uomo è preso di mezzo tra due potenze in egual misura divine che si combattono e si fronteggiano sulla terra.<br>Diverso è infatti il modo di percepire codeste funeste presenze in Europa Occidentale, dove esse, forse grazie agli influssi di un Cattolicesimo romano molto vigile, assumono in quasi tutti i casi carattere passivo, con ciò avremo analoghe dicerie di possessioni diaboliche, sabbah, danze delle streghe e fenomeni paranormali in genere quando si sarà dato pieno svolgimento a riti ben precisi e codificati. Quando cioè saranno evocate e provocate dall&#39;uomo e, comunque, la forza malvagia è sempre superata da un Bene soprastante onnipotente che poco ha bisogno di combattere sulla terra se non in rari casi estremi.<br>Questo nei lineamenti molto generali di una storia della magia occulta ancora da venire.<br>Nosferatu dunque, oltre ad essere affetto da vampirismo, ad avere il potere di trasformarsi in creatura notturna (pipistrello, lupo, topo, ecc) e tutte le altre caratteristiche che di lui si dicono, ha una peculiarità che forse è la sorgente del suo essere malvagio e della sua immortalità cronologica: egli è infatti prima di tutto colui che non si specchia. Il non partecipare all&#39;esperienza speculare è forse la sua condanna maggiore, poichè Nosferatu viene privato del gaudio che l&#39;assunzione giubilatoria si porta dietro, la presa di coscienza di essere unito con se stesso di cui ogni infante, in cuor suo, si felicita e che addirittura si usa ricondurre ad un tempo precedente l&#39;uso coscienzioso di un linguaggio capace di farci comunicare con la realtà su un piano simbolico.<br>Ecco allora l&#39;incomunicabilità di cui è afflitto senza posa, senza pace.<br>Incomunicabilità col circostante ma anche e soprattutto con se stesso, perchè Nosferatu non ha un se stesso, non è mai soggetto delle sue azioni attraverso un io, è invece &quot;subiectus&quot; cioè sottoposto, confinato in un limbo eterno in cui il suo nuotare è una strana maligna magia che deve compiere e necessariamente preso sotto l&#39;influsso di una sovrumana potenza che lo dirige agisce come se fosse ipnotizzato. Ecco allora la lacerazione insanabile congenita di un tal mostro costretto, suo malgrado, a seppellirsi ogni volta che la luce del giorno fa capolino. Nosferatu infatti non potrebbe entrare a contatto con la luce che è la chiarezza, la coscienza e la visione; la luce è il vedere e il vedersi, il sapere di esistere.<br>Ad un livello più azzardato; la privazione del monologo interiore che si attua in un personaggio di tal fatta , consente di accedere, ad una sorta di meccanica dell&#39;azione che è ripetizione, esercizio, prova di resistenza molto simile a quella del poeta, se non fosse per quest&#39;ultimo l&#39;urgenza del politico e del creativo che ne fa, per certi versi, l&#39;esatto contrario del vampiro. Tuttavia è emblematico il seppellirsi prematuramente in entrambi i casi.<br>Nel film di Werner Herzog, Nosferatu appunto, assistiamo stupiti a questo, ci viene infatti presentato un vampiro le cui gesta di inoppugnabile malvagità sono alternate a momenti di lacerante ricerca, momenti che mostrano allo spettatore la spregiudicata lucidità di un &quot;non-morto&quot; sofferente, debole e impaurito. Affascinato dalla bellezza eppure incapace a contemplarla, rapito dalla gioia e dalla freschezza, dalla vitalità degli altri (che sono pur sempre effimeri esseri mortali rispetto a lui) a tal punto che non gli resta che distruggere e distruggersi distruggendo. Nosferatu muore succhiando il sangue della bella moglie di Jonathan Harker fino al primo sorgere del sole, alla vista del quale cade trafitto. Resta da chiedersi fino a che punto la sua morte sia casuale e quanti e quali presupposti per un eventuale suicidio, poiché più volte nel corso del film si ha l&#39;impressione della sua stanchezza e della sua fragilità.<br><b>(fig. 1)</b><br>           <br>@@@@@@@@@@@@@@@@@@<br><br><br>L&#39;immagine di Nosferatu, di cui si è ampiamente parlato circa il rapporto tra vampiro ed esperienza speculare, è ancora ricca, tuttavia, di un altro spunto di riflessione, in special modo l&#39;immagine costruita da Herzog per il suo Nosferatu.<br>Se si guarda il film con attenzione si vedrà come il vampiro, per sua necessità, appaia esclusivamente di notte (fin qui si poteva guardare anche senza attenzione), ma la cosa più curiosa è che esso viene mostrato per ben tre volte, intanto che parla, con la presa in primo piano dai tempi lunghi sul viso scarno bianco e d&#39;intorno, a mo&#39; di sfondo completo, un colore nero grasso e pesante, che oserei definire alquanto invadente. Inoltre il Nosferatu di Herzog anche nelle rare occasioni in cui non è preso in primo piano, svolge le sue azioni e i suoi movimenti solo al riparo di sfondi analogamente scuri e pesanti: il frontone della sua abitazione che spacca la schermata come una macchia d&#39;olio nera, la troppo grande sedia su cui a volte siede in conversazione è ben più ampia del suo bacino e gli fa, per così dire, da sfondo scuro su cui risaltare grazie al suo pallore. L&#39;unica volta in cui Nosferatu appare con dietro uno sfondo &quot;sfondato&quot; è alla fine quando muore e lo sfondamento è dovuto al buco regolare della finestra che sbircia un paesaggio aurorale. In definitiva si potrebbe ben affermare ch&#39;egli mai abbia la capacità di muoversi in spazi ampi, ch&#39;egli venga dal regista appositamente costruito per interagire in luoghi alquanto oppressivi grazie ad un&#39;immagine di superficie che non conosce la tridimensionalità e la prospettiva, ma un solo piano risultante dalla &quot;pressione&quot; che lo sfondo vi esercita.<br>Tutte queste osservazioni sulla costruzione dell&#39;immagine herzoghiana riconducono fatalmente al fatto che Nosferatu sarebbe colui che non è nella condizione di coscienza di poter interagire con una realtà circostante, infatti il nero dello sfondo è l&#39;assenza di ogni colore; il vuoto in agguato che vuole invaderlo, il suo silenzio come individuo.<br>Di questo colore nero grasso che possiamo definire, oramai indubbiamente, il vero asse portante grazie al quale Nosferatu emerge nel film di Werner Herzog, si deve ad ogni modo tener conto non solo per quanto riguarda l&#39;immagine filmica particolare che  qui si è discusso ma anche in una serie di ben più antiche circostanze che vedremo.<br><br><br>1) Attorno alla metà del Cinquecento (verosimilmente 1550-52) la decorazione di alcune sale del piano nobile di Palazzo Poggi a Bologna è affidata a Nicolò dell&#39;Abate. Il suo intervento decorativo delle parti superiori delle sale, tutt&#39;ora visibili e visitabili, fa parte di un complesso discorso che investe tutto il Cinquecento e gran parte del Seicento, secoli nei quali, illustri committenti in tutt&#39;Italia si piacevano di far decorare le proprie stanze con lunghe e tortuose storie tratte da un paganesimo cristianizzato nelle quali trovavano piacere alla mente e glorificazione della famiglia cui appartenevano. Le sale dei concerti, di Camilla che colpisce a morte Orsiloco e Bute, dei paesaggi che Nicolò dell&#39;Abate dipinge a Palazzo Poggi seguono, ovviamente, un tal gusto per la classicità ricercata conforme al periodo. La questione che c&#39;interesserà in questo caso è la tecnica usata dal pittore, la quale s&#39;innesta in una fitta trama dialettica molto vivace in quegli anni e che, troppo spesso, rimane offuscata dalla capziosità dei significati interni delle decorazioni (molto spesso invece questi ultimi sono meri pretesti  per usare una delle tecniche pittoriche che l&#39;artista desiderava far emergere tra  le varie &quot;scuole risolutive&quot; a sua disposizione, con buona pace dei nostri iconologi).<br>Sfuggendo qui la tentazione di raccontare la storia della &quot;guerra&quot; fra le varie scuole pittoriche di cui fortunatamente l&#39;Italia è stata teatro per secoli, certamente memori delle botteghe tardomedievali, basterà dire che la tecnica che Nicolò dell&#39;Abate usa a Palazzo Poggi è quella della &quot;bella destrezza&quot;. Pennellate vivaci e tocchi risoluti  che hanno come obbiettivo quello dell&#39;esibizione delle qualità della pratica e, cosa specialissima, condotte su di una preparazione nera grassa e corposa. Laddove infatti la pellicola pittorica è caduta o è stata abrasa dal tempo è messa allo scoperto una superficie nera molto intensa sulla quale le analisi chimiche hanno rilevato la presenza di una tempera a base d&#39;uovo, probabilmente a mo&#39; di legante. E&#39; su questo muro nero sottostante che risalta, per contrasto, la scioltezza ricercata della pennellata di Nicolò dell&#39;Abate, ed è il legante che consente quell&#39;esecuzione a tracce filamentose, gocce, grumi, impasti e strisciate che sono molto evidenti nelle fotografie prese a luce radente.<br>Generalizzando: la costruzione dell&#39;immagine avviene attraverso una base nera collosa sulla quale la chiarezza, il pallore dei colori risaltano copiosamente quasi fossero filamenti spettrali e visi di fantasmi di notte.<br><br>           <br>2) Osservando comunque il lavoro di Nicolò dell&#39;Abate ci si accorge presto che egli, messo probabilmente alle strette dal fatto che nello stesso periodo giunge a Bologna per decorare alcune sale dello stesso palazzo il già celebre Pellegrino Tibaldi, usa la tecnica della &quot;bella destrezza&quot; su base nera solo in alcune delle scene e delle partiture figurative diversificando la sua opera con molteplici varianti, quasi volesse mostrare ai committenti le sue capacità d&#39;adattamento  e la sua varietà operativa.<br>Prendendo per buona questa supposizione (poiché altrimenti non si spiegherebbero i cambiamenti di tecnica adottati persino in un medesimo lato della sala) dobbiamo decidere che la tecnica della &quot;bella destrezza&quot; e dei colori spettrali altro non sia se non una citazione fatta propria e capace di rimembrare, proprio a Bologna, qualcuno; il cui nome  e bravura fossero ben presenti nei circoli culturali più influenti della città.<br>Questo nome è quello del Parmigianino, di cui il Vasari nelle Vite del 1550 dice: &quot;<i>Abbozzò</i> (Parmigianino) <i>il quadro d&#39;un&#39;altra Madonna, il quale in Bologna fu venduto a Giorgio Vasari aretino</i> (il Vasari è solito parlare di se stesso in terza persona), <i>che in Arezzo nelle sue case nuove da lui fabricate onoratamente lo serba, con molte altre nobili pitture e sculture e marmi antichi</i>.&quot; Possiamo facilmente riconoscere in quello stile &quot;bozzato&quot;, caratteristico del periodo bolognese del Parmigianino, la tecnica della &quot;bella destrezza&quot; su superficie nera corposa poiché il termine stesso di &quot;bella destrezza&quot; era stato coniato dallo stesso Vasari per descrivere la tavola della Madonna di santa Margherita del Parmigianino ora nella Pinacoteca di Bologna, realizzata attraverso l&#39;uso di un&#39;imprimitura nera con legante oleoso sulla quale spiccano stesure fluide e tocchi pastosi o in certe zone strisciature più trasparenti spettrali. <br>In breve il Parmigianino sfrutta il contrasto con la base nera per evidenziare il pallore delle carni dei personaggi (Madonna col Bambino, santa Margherita, San Girolamo, un angelo) e soprattutto la sua personale pennellata risoluta.<br>In conclusione: Nicolò dell&#39;Abate traduce in alcune parti della sua decorazione murale una tecnica usata su tavola dal Parmigianino circa trenta anni prima, tecnica che non solo mostrava la bravura di mano di chi l&#39;usava ma che soprattutto era stata esaltata dal Vasari due anni prima (la prima edizione delle Vite è del 1550, Nicolò dipinge tra il 1550 e il 52), tanto che lo stesso aretino ne aveva acquistato proprio a Bologna un esemplare da mettere vicino alle altre opere degnissime della sua collezione. <br><b>(fig. 2)</b><br>                                <br>@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@<br><br><br>All&#39;inizio di questa trattazione; allorquando si è iniziato con &quot;i fatti&quot; inerenti lo specchio in relazione con l&#39;estetica, o fors&#39;anche con la poetica, del personaggio Nosferatu, si è scoperto che si aveva a che fare soprattutto con un gioco di superfici, un lavorare per piani da una parte, che corrisponde ad un lavorare della frammentarietà dall&#39;altra, frammentarietà d&#39;ordine psicanalitico &quot;per una ricerca di un io&quot; da parte di un personaggio che faticava, per tutta la durata della sua esistenza estetica, nel ricercare un&#39;identificazione, astrattamente e concretamente. Del resto il rapporto che vediamo innestarsi tra la costruzione del personaggio di Herzog e l&#39;immagine pittorica (presa nella sua costruzione tecnica) di Nicolò Dell&#39;Abate e quindi del Parmigianino è di omologia, intendendo per questa quasi una stessa situazione del compiere e del formare l&#39;imago, uno stesso caratterizzarsi del gioco dei piani e delle superfici circa proprio la tecnica, ma anche uno stesso caratterizzarsi di spettralità e di crisi dell&#39;immagine a livello di contenuto, d&#39;iconologia, di significato, per capirci. Non c&#39;è dubbio infatti che ad un&#39;analisi formale sia la decorazione delle Stanze di Palazzo Poggi di Nicolò Dell&#39;Abate, sia la tavola di Santa Margherita del Parmigianino appaiono simili: l&#39;illusionistico spazio classico si trasforma in spessore, la perfezione mimetica delle figure si frantuma ed esplode eliminando lo spazio plastico dei volumi che si sciolgono, dilatandosi sulla superficie. Queste figure, queste storie, si accapigliano e si fondono in un primo piano informe lasciando ad una dura notte chiazzata blu oltremare e verde scuro la responsabilità, invero troppo onerosa, di uno sfondo spaziale che abbandonato a se stesso, svestiti i panni del mimetismo matematico Quattrocentesco, dilaga fin dove può.<br>Occorrerà dire che già Wollflinn nel suo &quot;I concetti fondamentali dell&#39;arte&quot; agli inizi del Novecento, faceva notare come la storia delle forme figurative, cioè della storia dell&#39;arte in senso lato, sia un alternarsi continuo di questi ordini: superficie e profondità. Il Parmigianino e i suoi discepoli, appartengono a quell&#39;arte del Cinquecento che veniva chiamata &quot;bella maniera&quot; o manierismo, che appunto il Wollflinn annoverava nei periodi d&#39;arte di superficie. Il funzionamento del meccanismo che regola l&#39;arte di superficie l&#39;abbiamo visto in due esempi che sono relativamente abbastanza recenti, sebbene distanziati l&#39;un dall&#39;altro (distanza nella quale infiliamo a ragione un&#39;arte di profondità quale il neoclassicismo e i romanticismi ottocenteschi), sarà bene indicarne altri, per ribadirne il ricorrere nel corso della civiltà figurativa occidentale.<br><br><br>1) La pittura su tavola di Duccio da Buoninsegna, spesso contrapposta alla produzione giottesca, presa nella sua espressione più fulgida ed esplicativa, cioè nella Maestà del 1308-11, oggi al Museo Dell&#39;Opera del Duomo di Siena, può testimoniare ancora del lavoro dell&#39;arte di superficie per quanto concerne il rapporto tra spazio e personaggi. Questa tavola rettangolare, che partecipava di un complesso gioco sociale e civile, è dipinta in entrambe le facce, quella anteriore rappresentante la Madonna in trono con il Bambino e i Santi intorno, e quella posteriore (destinata evidentemente alla visione del solo clero) con le storie della Passione di Cristo raffigurate dentro rettangoli incorniciati. Volendo tralasciare l&#39;ampio messaggio contenutistico e riferendosi ad un&#39;analisi formale si nota quanto segue. Ciò che crea lo spazio è un moltiplicarsi di linee che si affollano tra loro indistinte nelle loro direttrici essenziali, le direzioni s&#39;intrecciano poggiate su di una superficie senza sapere ben decidersi a propendere per una direzionalità precisa. In breve è come se la  superficie di sfondo trasmettesse per induzione elettrica un volume, virtuale, a delle linee che si accapigliano.<br>Le figure, prese in se stesse, prive della superficie di sfondo, non sarebbero che sagome vuote senza carne, meri contorni sul nulla (le figure spettrali del Parmigianino) se non ci fosse l&#39;intervento della superficie dietro a gonfiarle. Ecco perché Duccio tende, al contrario di Giotto, a costruire scene di folla, scene piene di figure, ecco perché il suo metodo di costruzione di uno spazio plastico, cioè di volume delle carni, lo troviamo negli interni e non certo nelle sue vedute esterne (non conosceva lo sfumato che sarà introdotto da Leonardo), laddove infatti una qualsiasi parete di chiusura di una stanza offriva il pretesto per delimitare la superficie.<br><b>(fig. 3); (fig. 4)</b><br><br><br>Ora, volendo andare fino in fondo, e sfuggendo comunque qualsiasi retorica metodologica, così come anche qualsiasi dogmatica lessicale, ma procedendo appunto per omologie ogni volta d&#39;ordine diverso, quasi come una creatività stessa propria dell&#39;omologia, converrà tener conto che questo sistema di costruzione di superficie, che consente uno spazio figurativo, per quanto esiguo e limitato, viene dall&#39;arte bizantina. O meglio, quel ribollire di tendenze, le più disparate, che l&#39;arte bizantina in realtà fu.<br>Ma non v&#39;è dubbio alcuno che essa sia l&#39;arte di superficie per eccellenza; gli stessi splendori delle decorazioni musive Ravennati ne sono esempio eclatante laddove comunque è in atto l&#39;enunciazione di un&#39;unità giammai unita, che si potrà vedere (significato) certamente quale unità ma che unità non sarà mai (significanti) essendo costituita da tessere dipinte incollate l&#39;una accanto all&#39;altra. Mi spiego:  ponendoci ad una certa distanza da un mosaico noi potremo certo incamerare un significato della rappresentazione dipinta ma in realtà quest&#39;ultima, se vista da vicino, ci apparirà come una frammentazione di superfici separate da contorni, che sono appunto le tesserine del mosaico. <br>Questo accade perché l&#39;arte bizantina aveva bisogno di un&#39;arte teofanica, un&#39;arte che potesse essere al contempo educazione religiosa e percorso verso la beatitudine della contemplazione grazie alla perdita dell&#39;uomo in quanto manifestazione terrena. Un&#39;arte che mettesse in scena non l&#39;uomo classico, che sarà poi Rinascimentale, soggetto (eroe) che si pone di fronte a degli oggetti e che si procura attraverso essi una conoscenza, una riflessione psicologica, un&#39;identificazione, un lavoro del ricordo e quant&#39;altro, bensì l&#39;uomo &quot;subiectus&quot;, assoggettato, che vede il suo scopo e le sue finalità nel giacere abbandonato e circondato da luce d&#39;oro, nel fulgore della perdita di ogni prerogativa terrena, senz&#39;altro, e anche soprattutto c&#39;è il volersi spogliare della necessità di averci a che fare con un oggetto. Perché l&#39;oggetto è sempre il retaggio di una psicologia facchina che non sussiste nella contemplazione teofanica. <br>Sarà poi la componente essenzialmente politica di questa religione ad operare il &quot;tradimento&quot;, allorquando infatti si sarà costretti ad elaborare un complesso sistema figurativo-dottrinale per giustificare l&#39;umanità reale del Cristo, quindi anche della sua Parola, che non solo metteva in gioco l&#39;evento della Buona Novella ma anche in special modo, la sua diffusione. Come si può vedere per esempio nella decorazione musiva della cupola centrale del Battistero Neoniano (IV sec d. C.).<br><b>(fig. 5)</b><br><br><br><br>Ma per cercare di non deviare troppo il discorso, torniamo a Nosferatu e alla sua crisi. <br>Anche nel suo caso ovviamente vi è un tradimento (come quello che ha luogo nell&#39;arte bizantina), ma sarà quello del differenziarsi dall&#39;umano e del soffrire di questa differenza; il troppo vecchio tradimento politico e religioso che aveva fatto leva sul sistema di pensiero bizantino, o quantomeno costantinopolitano e ravennate, è scomparso, si è vanificato, subentrando ad esso un altro tipo di tradimento. Il bianco e nero non sono forse la soppressione quasi scientifica, soppressione chirurgica se vogliamo, d&#39;ogni tipo di mimesi? Ebbene l&#39;ultimo gioco, un gioco al massacro evidentemente, dell&#39;omologia, è ovviamente quello di sfuggire a se stessa. <br>Il Nosferatu che si è cercato di analizzare appare quindi in tutta la sua schiettezza nel sistema linguistico, nel linguaggio quale sistema alternato di silenzio / phonè omologo del sistema sfondo nero / chiarezza: il vampiro-significante s&#39;appropria, complice l&#39;ombra nera muta, dell&#39;identità d&#39;un povero significato, reso sempre più anemico, sempre più sfinito finchè diverrà esso stesso significante, o almeno pretesto-equivoco per il farsi azione di un significante. Tale è l&#39;evento del mass-mediatico.<br><br>Giungere alla fine è stato molto faticoso, per diversi motivi. Il primo è quello della varietà degli aspetti su cui si è cercato di fare riferimento, la loro distanza storica e la loro natura abbastanza complessa che molti studiosi hanno trattato in linee generali (Wollflinn, Riegl, Spengler, Panofsky, Barilli).<br>Altro motivo, che bisognerà pure ammettere, è quello della sostanziale inattendibilità di qualunque estetica, di qualunque poetica, alla luce dei fatti  esse sembrano totalmente impreparate a fronteggiare un erotismo che è loro proprio di nascita, erotismo come volontà d&#39;intentificazione, certamente.<br>Bisognerà pure che si esca dal cerchio in cui s&#39;è entrati, ho creduto che il modo migliore fosse  quello di proporre, al di là d&#39;ogni retorica critica o concettualizzante, la lettura di una poesia, di un farsi poesia che ho trovato in questo spazio virtuale, e che mi pare, fornisca molte risposte ma altrettante domande. <a href='http://pp.motime.com' target='_blank'>(http://pp.motime.com)</a><br><br>(Risorse - Arti visive)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Accorsi]]></author>
<pubDate>Mon, 01 Mar 2004 13:15:42 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Traduzioni, di Chiara Yorke]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=42&tes=193&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=42&tes=193&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> <span style='font-size:14pt;line-height:100%'><b>GEISH’AMEISHI St.36 KOKORO (feeling)</b></span><br>(Salvatore Pietro Anastasio; da <a href='http://www.oltrecultura.splinder.it/' target='_blank'>L&#39;ONTAN&#39;OANIMISSIM&#39;O</a>)<br><br><br>I.the traveller of every shy substance<br><br>No good the stains from the bottom, sales-ignored,<br>To the useless preluding in laughter<br>Of us churches idling upon vain altars<br><br>Kind of matter, for which<br>many a nod is to be assessed,<br>Now you tell me<br>‘tween foot and bread<br>‘tween bento ‘nd straw<br>Yes, do go- with your showering plague to the bog<br>There you go, go- I’m staying beside the word,<br><br>Forget the east said my father<br>Skip the archipelago, silk has no value<br>Down here in the place of flood me<br>I’m waiting for her whitecopperlove, for her.<br><br>2.ahead of every little maid<br><br>me and the marsh(e) in bodegones in flowers<br>and enamel in Ainu’s lips in Honshu fields<br>with the petticoat hem along a window count<br>nails upon the sills playing chalk<br>stopping the stair-day, landings, gutters<br><br>is anybody in?<br><br>“the lady is to get married. The lady is inert and pink”<br><br><br>you can feel all those laces on the back<br>and my stay rotten through the leaves<br>till the Ritzu garden, or the Shuri one to hear<br>from here the walls fucking in the cough,<br>and the lights sighing in the winter from reed and blows<br><br>he comes with no word, lady, a word&#33;<br>And slips it in without watching, lady, watching&#33;<br><br>Sojourn<br>Elbow and<br>Ground,<br>There where he took me wrapped, I got his<br>sign<br><br>3.the spot in every husband’s over<br><br>January downtown like a bitter pharynx<br>Cigarette filters dried before the hostel<br>All that’s left is embarrassment for life,<br>Whore lonelinesses are drifted away,<br>I’m busy, honey, three o’clock in the afternoon<br><br>I keep away, in the bitter lantern-liver<br>For done the long courted blindness <br><br>a white skin is the white skin<br>those shadow stripes are leaks<br>I meant to say let’s keep him out,<br>Yes pray shut up<br>So sideways, the man gets closer, concerned?<br><br>4.the banquet to which every gesture de-rains<br><br>the man certainly had three feet,<br>one kept him tight with fear,<br><br>one other will have its habit discovered<br>idling ‘tween tools and steams,<br><br>in that one were several meals,<br>the last one tasted like slimlemons<br>(they’ll find him hanging while sleeping,<br>they’ll hang his night table<br>at the feet of the first day in the next day)<br><br>Me in<br>Say it’s not true<br>Me in<br><br>Table-laid we wear those long engraved woods<br><br>That man, the bridegroom, had three feet hidden somewhere,<br>One of these was between the thighs of the girl I meant to marry,<br>She told me in her land there’s no use of the word fiancée<br>(koibito) in their land;<br>that man, the bridegroom, would get her off by nervous dance even while she was working for him in the house,<br><br>they say,<br>“if you don’t toast you’ll spoil the decorated dishes”,<br><br>I never toast when I’m about to kill another human being sitting beside me,<br>And these long verses can prove how much this condition is cutting my breath short,<br>I had never been elucubrating this much during the sounding wedding feast,<br><br>Here’s one of those premonitions I had had in my tent just fifteen days ago,<br>When I meant to wed the vase load in Aoi with agate and thirty-six meters of tsumugi silk,<br>When I would treat with Komina’s verandah for the burying of threehundredandthirtysixthousands silkworms<br><br>The scruff premonition takes you till the end of the kitchens, where knives tasting relics<br>Worry about making opaque the seals scattered with floar, Yakizawa  plates in nakai rice,<br>Come with me, muzzle points, pencil points, sympathy points under the wedding march (pregnant)<br>Themusicthemusicthemusic of me in, ravioli singing bleating the pregnant year (tell me)<br>And beats the tourmaline ceiling, beats there where the cry box holding drops the content<br><br>Here’s red, pink pitch, might size<br>In the fruit of kuro breast, the embroidery is idling grandpa on December morning with<br><br>His say that goes<br><br>“you must take a whore’s smile like a toothless’ tiger hunger”<br><br>grandpa would fuck the four sculptures of the noble garden where he spread his services<br>and he’d steal from them kilos and kilos of grapes to make a true distillate for his nightly gestures<br>when winter used to pose ‘tween the bones and the covers were fireplace wood,<br><br>four hours after the wedding tasting, when the man and the neo Kuji lady smiling<br>claimed their rest path I committed my only homicide, and I’m writing to you now<br>on this rice paper in the room of kind mr. Konima’s smugglers,<br>for stuck I’m coming back to Italy, and I shall forget the Ameishi rose and the throats cut on both sides,<br>I’m back to you father hoping for forgiveness; you were right, silk has no value here.<br><br><br><br><span style='font-size:14pt;line-height:100%'><b>GUESSED AT NIGHTTIME</b>  </span><br>(Silvia Molesini)<br><br><br>S&#39;indovina a sera      <b>guessed at night</b><br><br>strale frizzante           <b>sparkling dart</b><br><br>lì tutto si spegne        <b>everything dies out there</b><br><br>lì tutto si perde           <b> everything’s lost there</b><br><br>per questo resta sveglia      <b>that’s why she stays awake</b><br><br>e attizza le sillabe          <b>and stirs up syllables</b><br><br>da dieci voci dieci            <b>from ten voices ten</b><br><br>al sangue, al sangue.         <b>Towards blood, towards blood.</b><br><br>Non l&#39;ho vista più            <b> I never saw her </b><br><br>diventarmi leggera           <b>turn for me into light again</b><br><br>solo verso sera                 <b>only at evening</b><br><br>se tutto si spegne             <b>if everything dies out</b><br><br>sembra vedersi meglio      <b> she seems to be better made out</b><br><br>magra d&#39;incontri                <b>thin with acquantainces</b><br><br>e per poca carne              <b>and for a bit of flesh</b><br><br>confondere se e luce         <b>confound if and light</b><br><br>dirottata dal tramonto       <b>hijacked by the sunset</b><br><br>ridivenire arida              <b> get arid again</b><br><br>molte volte più povera      <b>far poorer</b><br><br>e potente dl sonno.            <b>And more powerful than sleep</b><br><br>E più grave del sonno.      <b>And heavier than sleep</b>.<br><br>E più stanca del sonno.      <b>And wearier than sleep</b>.<br><br><br><br><span style='font-size:14pt;line-height:100%'><b>EMILY</b></span><br>(Silvia Molesini)<br><br>Non mi bastano poche cose         <br>steli di rose spine<br>ed il giorno che nasce-<br><br>Entrambe-se le tocco-<br>lasciano sulla pelle piccole ferite-<br>Poche cose&#33;<br>Da mettere sul tavolo<br>per invocare il tramonto-<br><br>Quando poi sarà notte<br>nessun dolore darà più senso al mondo-<br><br><span style='font-size:14pt;line-height:100%'><b>EMILY</b></span><br><br>Few things are not enough to me<br>Rose stems thorns<br>And the day rising<br>The both of them- should I touch them-<br>Leave little wounds on the skin<br>A few things&#33;<br>To be set upon the table<br>To invoke the sunset-<br>Then when the night falls<br>No grief will provide the world with any sense<br><br><span style='font-size:14pt;line-height:100%'><b>UN&#39;OPERAZIONE AGGIUNTA</b> </span><br>(Silvia Molesini)<br><br>Mi è amica, per inciso, la mattina<br>dove mietere quei gesti delicati è facile<br>e dove la musica entra e congiunge...<br>credimi che ho trovato pace<br>lungo le cose sterili ma divine<br>che certo non danno niente viste da li:<br>c&#39;è un&#39;operazione aggiunta<br>che non fai, da farsi per ingrandire.<br><br><br><span style='font-size:14pt;line-height:100%'><b>AN ADDED OPERATION</b></span><br><br>I’m on friendly terms, by the way, with the morning<br>where winning those delicate poses is easy<br>and where the music breaks in and joins…<br>believe me for i’ve found my peace<br>along things sterile though divine<br>which won’t give anything for sure, from this perspective<br>there’s an added operation<br>You skip, to be coped with in order to enlarge. <br><br>(Arte - Traduzioni)]]></description>
<author><![CDATA[Chiara Yorke]]></author>
<pubDate>Sun, 29 Feb 2004 17:15:17 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[³&#9618;³    ³&#9618;³  O V E R T O Y L I L I U M   ³&#9618; ³   ³&#9618;, di Salvatore Pietro Anastasio]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=18&tes=190&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[analisi dei linguaggi cinematografici]<br><br><br><br> <b><span style='font-size:14pt;line-height:100%'>Recensione dell’anticinema KILL BILL part. 1 in Quentin Tarantino</span></b><br><br><i>(ovvero come uccidere il conto) | (that is how to Kill Bill)</i><br><br><br><br><b>1. Quanta importanza racchiude una simmetria?</b><br><br>“Non molta.. La simmetria potrebbe essere solo un riflesso di attenzione. Citare è parte di questo disegno che non necessita d’ essere simmetrico. Io citerò i B-Kung-Fu Movies degli anni settanta, vegliando sugli  spaghetti western ed exploitation, io ci terrò”<br><br>Caro Quentin, disciplinare il disegno degli opposti rifranti per poi essere rivoltati ulteriormente, tu vuoi giocare con una clessidra annodata o vuoi farci assistere ai tuoi giochi d’infanzia.<br>L’inverso del vento non può essere un risucchio, ma il significato filologico del vento riacquisito per il suo facente inverso.<br>La sintesi del suo concetto riabilitata per il suo esatto contrario, un forse d’afa, un forse per la precisa assenza di ciascuna determinazione d’aria. <br>D’indubbio un calcolordinato da svolgere come le strisce delle antiche architetture.<br>Puoi innalzare un antiverso, non il contrario invisibile dell’universo, non l’opposto seguito dell’universo, non il suo riscontro inverso. Ma il facente inverso, non necessariamente antitetico. <br>Rivoltato, ritorto, e nuovamente associante verso, il ritmo è solo opposto, e ricongiunto a spirali inventanti ad infinito imperfetto nell’inverso perfetto dell’antiverso.<br><br>“questo non è SADISMO, anche se tutti potresti pensarlo, ma puro MASOCHISMO”<br><br>Caro Quentin, nella persona che esegue violenza, essere MASOCHISTI significa antiversare il dolore su di sé, all’altro capo del se classificato, per l’inverso del visibile ed involuto cibarsi dentro.<br><br> “voglio fare un film devastato e devastante che, consegnante l’idea dell’antiequilibrio, non cada, pur correndo a piedi nudi rasati sulla lama di un coltellombrello per un composito sapersi”<br><br>L’idea della narrazione tarantiniana precipita in una negazione della poesia,<br>poiché si creda poesia tornare a scrivere le metafore sui glutei sentori sbocciati dalle luci per le torri, per gli allocchi, per le bandierabilie dei cedri, devono scrivere dei salti svolazzanti nei colori, delle perle che suonano, dei campanacci nel loro foglio capezzolo.<br><br>Così ha fine il progetto, lo studio, la sinfonia, il concerto, l’ architrama, la follia dell&#39;invisibile, la tortura del visibile, il racconto, il racconto, il racconto.<br>L&#39;equilibrio del narrare, i tre atti, i tre atti, i tre atti, la poesia su Carlo Marx, il poema su Buffalo Bill, il traghetto del Titanic visto dagli occhi dell&#39;utero di una negra con il cerone, dove sono chiuse tutte le vite dei personaggi narrati dalla storia, dove suonano i morti?<br><br><br>Per dove, qui per dove, ora se dov’è d’orme più nel dove<br><br><br><br><b>2. PER NUMERARE ANCORA SULLE MAGNOLIOPHYTA</b><br><br>Così abbiamo il nuovo genio del male, l’isolamento cinematografico e televisivo di Quentin Tarantino, il narrare si confeziona a scatole di rimandi kitsch nel kill kitsch, citazioni musicali continue, per continuare a contorcersi a spirali nella massima espressione di un Post Pop Modernista, del Post Warhol, del Post Chuck Berry, del Post Ufficio Postale di Bukowski, <br>citare per aversi, richiamare per incapacità di dire. Giustificare l’ignoranza sensibile in lotta con l’avuta possibilità di osservare, studiare, amare tutto il cinema di serie B o Z degli anni settanta- ottanta. Tarantino offre questo suo amore maniacale e lo riproduce in ogni fotogramma di Kill Bill, sopraffacendo lo spettatore con una sceneggiatura dai dialoghi demenziali, con l’assoluto vuoto dei personaggi, con il rimando stereotipico del pupazzarsi verso un alter mondo. Quello libero dalle sofferenze, quello lontano dal dolore, quello in cui un antico proverbio alieno basta per avere la volontà di compiere uccisioni e miracoli senza terminazione.<br>Non ci sono nervi, non ci sono corpi, non ci sono spiriti, tutto viene negato, poiché nessuna narrazione per Quentin Tarantino è degna di essere approfondita o rispettata<br><br><br>  <br><span style='font-family:Impact'>Scheda te<span style='color:red'>K</span>nica - Kill Bill di Quentin Tarantino</span><br> Anno.: 2003<br>Nazione.: USA<br>Distribuzione.: Buena Vista<br>Durata.: 110 minuti<br>Genere.: Azione<br><br> <br><br><br>Regia.: Quentin Tarantino<br>Sceneggiatura.: Quentin Tarantino <br>Fotografia.: Robert Richardson <br>Musiche.: The Rza <br>Montaggio.: Sally Menke <br><br>La sposa.: Uma Thurman<br>Bill.: David Carradine<br>O-Ren Ishi.: Lucy Liu<br>Hattori Hanzo.: Sonny Chiba<br>Go Go Yubari.: Chiaki Kuriyama<br>Elle Driver.: Daryl Hannah<br>Budd.: Michael Madsen<br>Vernita Green.: Vivica A. Fox<br> <br> <br> <br><span style='font-family:Impact'>Giudizio <span style='color:red'>K</span>ritico - Kill Bill di Quentin Tarantino</span><br>Direzione degli attori.:  3/5<br>Sceneggiatura.: 2/5<br>Fotografia.:4/5<br>Musica.: 2/5<br>Montaggio.: 4/5<br>Direzione delle scene.: 3/5<br>Soggetto.: 1/5<br><br><span style='font-family:Impact'><span style='font-size:14pt;line-height:100%'>GIUDIZIO GLOBALE.:  <span style='font-size:14pt;line-height:100%'>2,7 </span>su 5</span></span><br><br><br><br><br><b> 3.   O v e r    X (ovvero tre modi per guardare scrivere)</b><br> <br> <br>l’assorbente dimenticato, galleggiava immobile sui mattoni (scrittura inutile)<br>l’assorbente precipitato sui mattoni celesti, ora immobile (scrittura inutile)<br>aveva lasciato l’assorbente piegato sui mattoni del bagno (scrittura significativa)<br><br><br><i>Di quella tanto va nel triciclo a largo che ci lascia un assorbente<br>                                                         Antico proverbio Snorky</i><br><br><br><br><br> SALVATORE  PIETRO ANASTASIO<br> <br><br>(Risorse - Film &amp; teatro)]]></description>
<author><![CDATA[Salvatore Pietro Anastasio]]></author>
<pubDate>Sat, 28 Feb 2004 18:19:24 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Una lettura Molto personale gocciola dalle tue Lab, di Fabrizio Flores]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=189&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <span style='color:red'><span style='font-size:14pt;line-height:100%'><b>dedicato delicato a Peach</b></span></span><br><br><br><br><br><br><br><br><br><br>sul selciato rimanevano dei<br>o degli sparsi come tante biglie<br>in prosopopea di consultazione<br><br>le mutandine umide di lei cuore<br>nella salvaguardia dell’apparenza<br>per me e te null’altro a segnare<br><br>le orme di un fagiano artigiano<br>d’inverno difficile da sbrinare<br><br>è la vita di coppia in versati bianchi<br>frizzanti bolle di pollo e patate<br>alla luce del quanto fiocca fuori<br><br>ti amo nel selvaggio di un cuore<br>che esalta i bassi dell’esistenza<br>spolverando l’effige lucente<br>nascosta sotto la polvere del tappeto<br>(che regalammo <br>in mancanza di terreno da piedi)<br><br>humus in fabula<br>e poche parole<br>a servire la cena<br>calma e vischio<br>nel brindisi d’ah però<br>non ti facevo così bella<br><br>la foto sì<br>nel flash che buca l’essere<br>per lasciare al ricordo l’esistere<br>e al pensiero l’emozione<br>di uno zio che canta<br>un mondo storto in rima<br><br>ucciderò a morsi l’esercito delle fredde lenzuola<br>disfacendo letti e da leggere per l’opinione altrui<br>e velerò di saliva una caviglia tra le tue salendo<br>alla fine dei miei soli sogni e del tuo solo sentire<br>eterno calore a spiegare ora una magia in apnea<br><br>fiato grosso e forse le boccate di fumo<br>che ci avveleneranno un po’ di più <br>nella sfrontata elegante delicatezza<br>del poi si vedrà senza binocolo blu<br>la franchezza del sentimento sposato <br>nella tana voragine che tutto mangia<br>meno la densità di due lingue in valzer<br><br>ricordati di me <br>anche dopo i lunghi passi<br><br>che dal cilindro ti porteranno all’ovazione<br>per i trucchi d’altri ad abbellirli<br>per te a dedicarli <br>nel protagonismo<br>di un sorriso noto armonico<br>quasi immorale <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Fabrizio Flores]]></author>
<pubDate>Sat, 28 Feb 2004 12:11:59 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[FENOMENI DI SUPERFICIE, di Silvia Molesini]]></title>
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<description><![CDATA[[osservazioni romanzate]<br><br><br><br> ...... <br><br>(Risorse - Arti visive)]]></description>
<author><![CDATA[Silvia Molesini]]></author>
<pubDate>Fri, 27 Feb 2004 23:43:45 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Via Dulcis, di Fabrizio Flores]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=34&tes=162&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[Acconto per una Causa 2]<br><br><br><br> <br><br><br><br>Libero arbitrio, lo chiamava lei, libero arbitrio coccolato in anni distratti da difficoltà sfiancanti, coltivato, fino a brevi e fugaci apparizioni dei valori intermedi per sostegno fisico.<br><br>L’alito soffiato verso un prurito durato 32 anni, il contingente girovagare fine a se stesso e forse anche un certo grado di incontentabilità accesero una storia lessical mente rosata e concretamente cesellata da fabbro improvvisatore.<br><br>Dentro uno sfrondato di idee l’alluce diede segni tangibili di nuovi passi, magari col fare di scacchi o con le movenze dei braccioli nelle vasche da bagno, marchiando territori di odori e allori concianti sopravvivere di cartoline illustrate da entusiasmi monchi per una terra cariata in otturazioni e spasmi muscolari.<br><br>Forse non ci eravamo nemmeno piovuti addosso quando aprimmo il nostro cofanetto allegorico, ricordo bene, e sono passate solo poche centinaia d’anni, ricordo come guardasti il mio vizio di forma triangolare esposta, e il tuo sguardo che posato in selve brulicanti idee vuote, accarezzava quella splendida sfera conica che convessa, circumnavigò spessori e tralicci, radendomi su menti, calmi all’imbrunire. <br><br>Così nacque via Dulcis, una strada discesa in salita di spirito, una novella allegra e primaverile percorsa da carrucole e cavalli che cigolando sopra cocci di capodanno forniscono d’accompagnamento musicale ogni singolo rintocco di sussistenza e i panni poi, quei panni candidi, stesi, sopra gerani in fiore che confondono la vista ai pochi avventori di questo piccolo circuito dell’anima, spingendo la quotidianità dei colori verso tendini di armonioso divenire e restituendo in perpetua costanza  raggiante tutti i bioritmi selvaggi che dei nostri giorni sono sostento o contento dovrei dire dividendo a farse alterne la mia visione di insieme, giullando e stremando in versi questo dipinto a cera una svolta, tra rami in rivolta da egemonia di scarabei e paroliamo sfusi a nettare acrilico per sembrare più redenti.<br><br>Peach come tutte le mattine asciugava i suoi lamenti sul balcone, credendoli veri tornava a rassettare colazioni in clonazioni di latte e polvere d’acaro, solo il lento dondolare di un’altalena riusciva a distrarla da quella estenuante e claustrofoba nenia, martello martellante di suo muovere ore antimeridiane a ore pomeridiane, fino a crepuscoli di soli Dei dì.<br>Il frigo in laconico improvvisare, le offriva derelitti di mozzarelle e cicce (dietro veneziane abbassate alla luce di un’improvvisa azione da rigetto), poi libri che aprivano applicazione in annullamento di coscienza, restando imbrigliati dai loro stessi monogrammi didascaldati e riuscendo a dare un senso di sospensione in accendi spegni di spagnolettanti intervalli.<br><br>Non accordava più Peach, lima né mollica, nascosta in amore profano per altrui cori, il silenzio del suo studio la docciava di continuo, mantenendo fresco il suo coraggio per l’indifferenza appesa<br>a porte, girate in fessure di passi.<br><br><br><br><br>Corsa a sacco della Gloria<br><br><br><br><br>Il cosacco mal vestito in periodo correva<br>lungo steppe sciabolanti di fioretti Tibetani<br><br>legati ad un nodo votato all’attracco di galeoni<br>galoppanti a sponde per galeotti sghembi<br><br>liste d’attesa lunghe a perdita d’occhio <br>in battaglie spronate da sudore e sfinimento <br>montando cirri su cumuli astratti <br><br>di suo stesso coraggio d’oltraggio sprezzante <br>per regole lapalissiane girate in 35 millimetri <br>da bianchi e neri gentili al tatto di Lama<br><br>che ti chiama a cordoglio componendo su papaveri<br>[mossi in colori tenui di una selva incipriata<br>dentro una calva luna illimitata a sua necessità]<br><br>in trittico accusatore di 365 mongole mogli<br>che di fare suo orgoglio tessevano mito<br><br>sciupandolo in cene buie a 4 angoli di fine seta<br>l’oppio dei Re incensava lassi lessi da voli<br>astrusi in lingue e bocche che tutto baciavano<br>mangiando di lui energia pazienza e semi<br>di coscienza bagnati in precipitazione<br><br>di passata colpa elargente sbadiglio<br>cedevole ad uno spirito concio <br>di proprio avvelenamento sincrono <br><br>sparecchiato<br>da inanimato moto fattivo alla frusta<br><br>di un’epoca appena scorsa dalla ruggine<br>di cancrena immortale avvilita da morbida<br><br>disSOLvenza<br><br><br><br><br><br><br>Mirto e fragole tiepide in sedute snervanti, riunioni e brain storming, budget e jet lag/bag, sfinimento tanto per parlare, costi su quello che costi, saltando di palio in fresco spiazzo, tutto in una notte che mattina non è.<br>Insipienza matura e atavica speranza di vedere qualcosa di nuovo, lui non sapeva aspettare, lui non voleva né contare né girare lingue, improvvisando alla bene e meglio piccole rivoluzioni sostanziali al suo masochismo inalberato.<br><br>Uscì presto quella mattina, direzione città eterna a gusto tanto condensato in tanti silometri che scorrevano medio veloci sotto gomme arse da 45 radi gradi, il telefono squillava solo per chiedere a che punto era, 2003 circa, le volte che dovette rispondere.<br>Omettendo di città Papali e Domi duomi in musei da 30 minuti per doppie visite, si ritrovò a scortare Pullman giocosi da spirito ‘guardia e ladri ’, sonno lenza per pensieri lievi appoggiati a finestrini e casse melodiche di music al neon e tutto scorre così, con ottanta cento andante a sud di danza fiera e timo rosa.<br><br><br><br>Forse dentro una reale esistenza c’era anche spazio per Dei dubbiosi,  preventivato lo avevo già, eppure percorrevo la mia strada con l’entusiasmo di anni che non ricordo più.<br><br>Oltraggi al pubblico vademecum, rimorsi, rimpasti e starnuti non scalfivano minimamente la traccia da seguire, non minavano l’entusiasmo di un vivere la propria onestà spirituale verso una vera pulsione d’amore.<br><br>L’esempio va dietro d/istinto nel labirinto della vita, seguendo, seguendo che male mi faccio, sì, ero un vispo teso alla sublimazione connaturata delle mie scelte.<br><br>L’eresia era il formato artistico di una certa litigiosità inamovibile, che cedeva a tutto e a tutti, senza distinzione di colore e didascalie, sfottere per non essere sfottuti, in parole povere deridevo il mio io a tal punto da rendermi ‘ uomo da spinacio al cubo ’, privato della sua sfera razionale.<br><br>Stavo in attesa, osservando l’acqua che riesce solo a scendere, mentre, fermo e assente, aspettavo potesse un giorno stupirmi, risalendo docile, lungo i rivoli solcati delle tue guance fredde.<br><br>Proviamo a disarmarci del protagonismo, a vociferare di più, cadendo anche nel banale di un tramonto pistacchio, accelerando tulipani in quinta di coppe appese nelle vetrine di un sexy bar oppure semplicemente ridendo, in primis di noi, facendo caso invece, alla perfezione del nostro istinto poliedrico che troppe volte viene schiacciato da tonnellate di estetica tramante.<br><br><br><br><br><br>Mi licenzio senza data e ora, senza pensare più, senza ingarbugliare lo spirito guida della storia, che fluida, deterge il mio entusiasmo, non era partenza ma arrivo frontale, di schianto, appeso sorpreso ad una bottiglia di Montenegro comprato per resistere all’impazienza di una nuova effervescenza naturale senza elle forzanti.<br><br>Dietro restava nulla, zero, quando ora erano 180 orari e formicolii al basso ventre,<br>naturali come il senso della vita, che fa di te un protagonista ma solo per piccoli ed illogici momenti senza tempo.<br><br>L’alba traghettò pendii e insonnie con moto ondoso a braccio di lasciti sorprendenti e nascite di luce, voce di clacson esasperò il pensiero che era vero, approdo, in corsia rivolta a uscita da gusci che uova non erano più.<br><br>Mino Mano ormai si era svegliato, asciugato da suoi sogni umidi, non si accorse di nulla mentre durante la notte, dormendo, invase di pipì onirica vecchia gelataia rantolante in posto stretto a suo esistere.<br><br><br><br><br>Mino Mano’s Song<br><br><br>mi mi, mi mamma nanna di me<br> <br>guardi presto su questo crescere<br><br>mondo tuo maggio mio rosso<br><br>vesti di culla mattina lepre<br><br>che scatta ad ogni pulsione ludica<br><br>spiegami madre in circolare vidimata<br><br>giocami madre della tua lingua suonata<br><br>io non la faccio più in vasini <br><br>come piccino bam bau<br><br>gioco giorno per dormire notte<br><br>disegnando e colorando tue stelle<br><br>che leggere leggono poesia diametrale <br><br>e nel loro destino ballerino<br><br>legano fili d’entusiasmo bambino<br> <br>ad occhi tuoi dove miei fari sei<br><br><br><br><br><br>La franchezza dei suoi  entusiasmi cinse l’albero di nuova linfa, i kili passavano a piuma di struzzo, lungo l’ultimo tratto di avanzata autostrada, si imboccò parcheggio e il pullman scese tutte volontà e  paure, poi in colonna e ben ordinate le valige ritirarono i loro padroni spossati.<br><br><br>Licenze poetiche a parte, furono momenti felici e felici e felici, in cornici ornate per 2000 e dipinti a mano di cosce, braccia, seni, morbide pudicizie e attimi di selvaggia tenerezza, morsa a tu per tu.<br><br><br>Fu proprio in un momento che mai più ricordammo, dopo una vita a felce e blu, che ci addormentammo insieme, finì con ultimo bacio della notte, per ritrovarci vestiti di stracci su sentiero in collina verde, battezzata da cielo azzurro e nuvole latte.<br><br><br><br><br>Tra sogno e Trapasso<br><br>prendeva dita chiuse e apriva porte <br>serrando sfera affettiva in uno spirito vitale<br>mischiando se a stessa e stessa a sé <br><br>[lombrichi fulmini incenerivano i ricordi<br>trasportandosi a ritmo regressivo]  <br><br>licantropi clandestini di Dio ti baciavano sul collo<br>in sonno rumoroso russavano nenie cuscine<br><br>abbracciandoci alle spine di versi sgomenti<br>nella morte degli stati d&#39;animo dormienti<br><br>eri stato d’arte africana <br>rabberciata corrotta da altri <br>risposta in posta dolore <br>d’infermo circolare<br><br>nelle braccia scure di sicure dosi d’aldilà ti senti richiamo<br>leggera forza e mente duole per alito lasciato in bottiglia<br>a ventilare di presunzione cosmica analitica esistenza<br>trasferendo quella parte di te a me che sudario botte<br> <br>vendo moglie<br><br>ubriaca alla fiera della seconda mano<br>nascosta a pugno mentre un sasso vola<br><br>viola cadenza di azioni mendicanti<br>gialla risonanza di dolori a curva prematura<br><br>pomi in terreni scampati alla dissemina di spaventapasseri mescolati<br><br>e i libri no <br>non li porterò con me al fienile <br>dicevi o nel pollaio di giro maestro<br><br>lottando contro pennacchi e trombette<br>fischiando un motivo gerundio passato<br>a miglior vita/mina nascosta bene<br>ma pronta a saltare su tuo muovere di passi<br><br>sì pazzi ne hai visti molti <br>distesi o verticali in zone d’ombra rauche e sconfortate<br><br>sostanzialmente annusati per miseria di copertura<br>congenita <br>a tuo sussistere telegrafico in accenti boomerang<br><br>poi chiusi gli occhi anch’io e ci seguimmo in movimento<br><br><br><br><br>Lieto evento, diaframma che finalmente funzionava, fame e sete ora bastavano in tema di lallero lallara, toni facili, colori semplici, ad olio e bruschette, profumo di griglia fumante in siepi semi circolari e tanto ma tanto senso di facilità distensiva.<br>La dispersione organizzata ad arte ci fece stare bene, trasferendo noi in quel contrasto, lustrò l’intangibile serenità creativa, liberando una volta per tutte condizionamenti svastica  e lobi forati in mercati di panacee.<br><br>Seguimmo il sentiero per un po’ finché non incontrammo un vecchio saggio dadaista, la pubblicazione non ricordo e citazioni penso sia meglio non farne.<br><br>Ci guardò come se ci conoscesse da molto poco e chiese (ma prima precisò i ruoli,  ruolo uno, lui quindi L, ruolo due Peach, quindi P, ruolo tre io, quindi I):<br><br>L: “ Persi o trovati? ”<br><br>I,P: “ Innamorati, flic&#33; ”<br> <br>L: “ Tanto si vede da lontano che oggi non pioverà ”<br><br>P: “ Tu mi piaci vecchio Dadaista, mi sai di rivista letta anni addietro in una toilette d’amici ”<br><br>I: “ Che ore sono, oggi”<br><br>L: “ L’ora che rasserena l’astio meritocratico, ora andate troverete tutto a vostro piacimento, e in ultimo ditemi solo di cosa volete vivere, lavoro intendo, ma quello fatto perché piace ”<br><br>P: “ La pasticcera monologante mi andrebbe benissimo, sì, si&#33;”<br><br>I: “Io voglio remare le barche sul lago e basta&#33;”<br><br>L: “ Andate pure, allora, vivrete al numero 24 di via Dulcis, buona esistenza a voi”<br><br>Ci incamminammo curiosi e desiderosi manto nella mano, scarpe in testa e vestiti a spazi alterni.<br><br>Il sentiero per via Dulcis deve essere assolutamente raccontato, di getto di getto, ovviamente,<br>basta immaginare una strada di sassolini ( ben levigati in modo che non appesantiscano le caviglie), larga 2 metri o poco meno, intorno verde di prati e colline che più si allontanano e più si tingono di porpora violacea, fino a sposarsi con l’orizzonte cosmico di estensioni senza una linea esterna, sono pascoli, sono mete di Pic nick, sono quello che vuoi senza farti domande, ogni cosa sembra essere stata messa lì per scelta d’anima e sentimento e ci sta bene ci sta molto bene, benissimo.<br><br>Proseguendo nel tragitto arrivammo in vetta ad una collina dove scorgemmo finalmente la tanto agognata meta, se permettete, rimando in poesia, la descrizione di &gt;(a capo)<br><br><br><br><br><br><br><br><br><br>via Dulcis.<br><br><br>collegamento sparecchiato a fondo valle<br>saliscendi circolare ombelicale<br>come cordata d’intento trasporto<br>apre a vista baleno di colori<br><br>fermi sulla soglia di un presagio<br>attenti a questi indivisi nuovi odori<br>ci amammo 7 volte 7 in apnea<br>di silenzio per passi fermi<br>dopo<br>senza giocarceli ballammo<br>in circolo di falò per ricordi<br>bruciando prima una grande R<br>poi tutto ciò che non si serbava <br>in memoria violata a giuramento<br><br>lei era lei e nulla d’altro <br>dan dan dan danzando gonna<br>in ampi cerchi lustra ipnosi<br>uccise l’ultimo grappolo di mia uniformità<br><br>non una goccia di sudore solcò nostra gioia<br>senza comprendere celebrammo battesimo chiosa<br>e fu accomodamento di  globo terracqueo<br>con baci che sgomitando ci snodammo<br>lungo funi vie di nostre screziature scostumate<br><br><br>via Dulcis ci aspettava facendoci perdere data<br>lungo le strade del suo complesso bianco confetto<br>sporgente su finestre e ringhiere stese a nostro passaggio<br> <br>non una voce non una nota <br>affogata in schiamazzo<br>ma solo assenza di rumori <br>per paziente contemplazione<br>eravamo noi <br>con le nostre non anime mutanti mute<br>a generare concordanza <br>nella quiete di una copula ecumenica<br>                         <br>                         ()<br><br>ecco il numero 24 entriamo viviamo <br>e raccontiamone poi tra novant’anni circa <br>già maturi in ricordo di una stagione terrena<br><br><br><br><br><br><br><br>Al numero 13 di via Dulcis come tutte le mattine alle più o meno circa, Peach esponeva la sua vetrina al pubblico delirio.<br>Chiamarla vetrina era eccessivo, essendo in realtà una finestrella dalla forma a faccia ovale di donna, solo ad esse, infatti, era permesso appoggiare il viso pienamente, per poter contemplare poi lo stato effettivo di quella amalgama sublime, per gli uomini, restava una visone d’insieme che solo in parte copriva i 5 sensi, mollandoli senza eccezione ad un bisogno di perché. Ogni passante nel cammino di una giornata intera, poteva a turno, infilare la sua apparenza nella fenditura di quel angoloso unico, rimanendone coerentemente abbagliato e sostandovi in riflessione intrinseca monouso.<br><br>Peach amava la sua missione di pasticcera monologante e tutta via Dulcis amava Peach.<br><br>Il segreto del negozio stava proprio in Peach e i suoi monologhi, la bottega infatti non era aperta a tutti ma solo ai più meritevoli, ovvero secondo un’ingiunzione del sindaco i cittadini che nell’arco della settimana avevano dato prova della loro luce di sbieco, potevano di diritto, reclamare dolci in versi.<br><br>I fortunati, infatti, oltre allo zuccherino avevano l’ occasione d’assistere ai monologhi  frolli di Peach, esempio di raro accoppiamento tra mano sapiente, mente armonica e padroneggiare di scena.<br><br>Seguirà, in via del tutto eccezionale, un monologo gratuito di Peach, per meritevoli e non, mi hanno sempre tacciato di essere un non buono, in fondo questa è la riprova del contrario.<br><br><br><br>Monologo di Peach<br><br>Come quadro a tela sfilacciata <br>Che dà un saluto alla cornice grezza<br>Prima di prendere il mare alto<br>Potrei correre d’un tratto a cantarvi<br>Quel modo di pascolarmi<br>-mio gioco-<br>mai sradicando piante medicinali<br>rotolandomi invece sul bagnato<br>delle foglie più povere<br>quelle bandite dai lussuosi erbari<br>eppure fresche e appese<br>a fare da orlo alla mia sottoveste<br>d’organza che pungeva<br>e pungeva e pungeva<br>dalla vita alle ginocchia<br>già sorpresa del mio nonno azzurro<br>-così a 13 anni amavo chiamarlo-<br>poi affondando col naso<br>dentro le fosse delle talpe<br>per quell’incostante profumo<br>di terra umida e tartufata<br><br>e prima che potessi ripulirmi le narici<br>c’era già una sfera poco regolare<br>come tutti gli oggetti che stringo<br>quando tremano petto e costole<br>o quando i polmoni danzano<br>una salsa senza sentire affanno<br>-ecco-<br>la sfera o palla così si scomponeva<br>in cioccolata viola mammola di campo<br>una specie di travestimento di scuro spolverato<br>per infilzare pronto il dito indice<br>quasi in grotta panna da  giovenca<br>-mucca vanesia lei la più ambita<br>dai torelli dell’astruso dirimpettaio<br>che battagliavano per un bacio d’avorio<br>alla macchia più bianca sulla spalla destra-<br><br>così servita su un piattino di porcellana<br>torreggia la prima pasterella del giorno<br>per chi mai vile mai<br>m’inorgoglirà le trecce alla castagna<br>in decoro con fiocchi di cartapesta<br>quasi un carnevale in onore<br>delle elegie aromatiche passate<br>di arcadica ninfetta su carro<br><br>e della seconda torta alla ginestra<br>farne porzione in giallo caldo e lava<br>su fazzoletto piegato a ventaglio<br>all’omino col cappello senza tesa<br>che all’alba lucida i gradini<br>appena sotto la vetrinetta<br>prima di partire per la fiera del legno<br><br>così ho da sorridermi in specchiata<br>nell’acqua calda per pasticciotti al mosto<br><br><br>(spon so red by Rosamaria Caputi)<br><br><br><br><br>Come tutte le mattine mi consegnai al lago per remare, non era impegno duro, anzi, direi quasi, sì lo  dico, piacevole; traghettavo idee, pensieri e giochi di parole restando nei limiti di mulinelli d’acqua dolce e risposte a forma di domande.<br><br>La mia barca a remi era fatta di legno scricchioloso, ripieno d’essenza di vernici resinate e permanenti, poteva essere barca di pescatore, per solcare mari in tempesta con intrepido coraggio, ma non lo era, poteva essere un panfilo, con il quale stupire tutti per potenza e ricchezza, ma l’idea  non mi seduceva molto, quindi era sobriamente quello che avevo deciso di vestire tutti i giorni, una barca traghetto, di 6 posti massimo e senza orchestra.<br><br>Le tre cose che non dovevano mai mancare su quella scialuppa erano:<br><br>1.	I remi<br>2.	I dolci di Peach (ben nascosti in modo da non farmi scoprire)<br>3.	Io<br><br>Come dicevo, il mio compito consisteva nel traghettare le persone che approdavano da una sponda all’altra del lago, io beh io, volevo solo dire che i laghi non hanno onde, quindi vogare diventava quasi gradevole e nel piacevole iniziavo sempre a divagare in pensieri seri e non, esibiti a voce alta o bassa a seconda dei casi, ritagliandomi ben presto uno spazio tutto mio all’interno della comunità di via Dulcis.<br>Venivo chiamato il matto buono e molto fortunato, io naturalmente, ringraziavo in continuazione,<br>remavo, versavo e ringraziavo e poi remavo ancora fino alla stessa sponda contraria all’altra stessa sponda e perpetuo mi dondolavo dell’espressione grata e un po’ incuriosita dei mie compagni di viaggio, che non mancavo mai di ringraziare off corse (a corsa terminata N.d.A.).<br><br>Era arrivato il momento dei dolci di Peach, seduto in riva al lago con le spalle appoggiate ad un albero più secolare di me, aprivo quel fazzoletto blu con margheritine bianche che tanto gelosamente custodiva le brioche d’amore miele di Peach la disordinaria (mi piaceva chiamarla così), la fragranza, la tenerezza, il gusto, la mente che si sposava in bocca facendo arricciare i piedi e forzando le gambe a rimanere tese ad ogni morso, ero molto fortunato, io, avevo la possibilità di mangiare quotidianamente quei dolci così fuori dal comune,  confezionati in fazzoletti multicolori variabili a seconda dei suoi stati d’animo, poi quando passavo per la via del suo laboratorio, lei che usciva con quella sua eleganza e fascino naturale di chi lavorando, sentimenta corpo e spirito, con un sorriso riflettente,  assordante, inceneritore, si faceva ricarica sistematica delle mie pile agli ioni reattivi ivi reagenti a suoi stimoli. <br><br>Oggi come sempre essendo già ieri, richiamai alla mente il mondo che non mi apparteneva più, come universali stille d’annata sballata scesi nella mia vita precedente a dritta di lungo muovere in futuro anteriore.<br><br>Vidi nella mia testa come una processione dall’incedere lento e cadenzato, op, op, op, op, vidi i sogni di una madre asserragliati nella sua trachea, vidi un padre senza consigli da prestare, una sorella, almeno mi sembrava quella, vidi mio fratello, sicuro e fiero per essere riuscito a trattenersi, nascosto alla sua esistenza, op, op, op, op, poi eccola lì, la maestra che di giorno mi dava compiti da fare per poi correggerli il pomeriggio, soddisfatta nel farlo tra un biscotto di the e una missione elettiva, c’erano anche tutti i brutti in processione, non riconoscevo nessuno di loro, erano una macchia scura che prendeva la porzione centrale del corteo, una lunga viscida e inconsistente screziatura grigio topo, c’erano visi e poche parole di persone che non sognavo più da tempo (il lotto non dava numeri in via Dulcis e neppure false illusioni).<br><br>La fila si distraeva sui lati larghi di quella strada, incrocio di scelte retrovia per assoluzioni elargite in fretta da cavalli neri sbavanti selz, c’erano proprio tutti sbagli e non, sbadigli conigli ed esempi a seguire negativi in posa da cultura morta.<br><br>Io li sentivo respirare, li sentivo fare rumore da sotto le scarpe, percepivo bimbi già esistiti continuare a intonare cori in giro di boa, accompagnati da procreatori scambisti d’inquietudini normoovoidali e in debito di facoltà trinceranti, bastava, forse, una bottiglia di cognac o un poker fumoso, dopo una sedata aspirantica, bastava, a loro, bastava, il germoglio di un focolare astruso da vizi e condanne, ci voleva poco, molto poco, a indebitare fiducia e sopravvivenza in domenicali ave a maria.<br>In fondo c’era qualcosa, su lato rapido di una fame da lupo, sulla groppa di un orso pennuto male, sulla lirica d’approfondimento primordiale, c’era la sfida di un soffio energico, la curiosità di essere svestiti in notti d’inverno, l’adamitica pace di un risveglio muscolare, con la mefistofelica beatrice che poggiata a mille materassi dalle dieci centinaia di forme, sguazzava nei suoi consigli prensili e sopra, i suoi valletti ondeggianti dentro esagitate meraviglie odorose, di un sottobosco in punta di lingua liscata.<br><br><br>Peach dorme, in letti assenzi di pensiero retroattiguo a suo funambolico accaduto, lucidando di rose il suo presente futuro e ricettando dolci sorprese a suo circolo intimo.<br><br>Peach era schiava di un sentire diverso, sussurrato alle sue orecchie infantili da una voce possente e disarmonica, in saetta da monito universale, quella esclamazione, che sapeva d’urlo la disordinò in tanti piccoli pezzetti di eleganti e curiosi perché, vero e proprio dedalo la giovane diventò, con il passare del suo tempo, una soggettività da percorrere a piedi scalzi e luci spente ( possibilmente senza fare chiasso).<br>Le dita costantemente alla ricerca di dissociazioni elastiche che aprano e chiudano cerchi di fummo e stati tra scende e tali che non ricordava se non nei sogni, sganciati a papera di plastica devota, dentro limbo di non scalcerà ancora se non per aprire collegi vergini a stato d’abbuono.<br><br>Richiamava alla memoria di orti cari a lei e a chi le stava attraccando addosso, morso da un pomodoro ma turo ormai era per la pensione e la carota non bastonava per tutti, quindi rapa o nello scesero dal busto di una vigna mostrata a pochi, meglio di uno schiaffo in falcia arata, disseminata di lusinga e semente per scelta.<br><br><br><br><br><br>Peach aveva cinque quadri in durevole esibizione<br><br><br><br><br><br>Quadro uno<br><br>Linguine al pesto di lesto vizio che tarlo che merlo aspetta cieco a sorriso il ponte di un beneficio salubre alla pazienza che stessa a spessore rimostra dolore, incolto e incapace d’agire il pensiero si mette in strada, verso tutti i suoni muscoli di nervo e piglio cinque ghirlande mature in considerazioni nespole per posizione presa in fermo impegno mantenuto ad alimenti e complimenti afferrati alla corda sbagliata, chi chiede scusa è una donna rossa con la faccia d’imbarazzo per aver ancora una volta assolto al suo compito infinito di macchina semplice in parcheggio non custodito.<br><br><br>Quadro due<br><br>Segantini in villaggi di spighe e coccole di talpe azzurro cupo dalle code grosse, arrestatesi impalate alla mercé di un raccolto stagionale deriso dalla vetusta venuta di grandine sparata a sale sulla vita che c’era in concordanza naturale, come se i tuoni fossero richiamo, come se i fulmini fossero facce di una medaglia rifiorita in cariche elettro strabiche, infatti meglio non vedere per fingersi, meglio scontrarsi in suture d’animali impauriti che procedere a racconti esagitati di proprio vivere.<br>Avessero bocche per parlare starebbero in silenzio.<br><br><br>Quadro tre<br><br>Natura Morta<br><br><br>Quadro Quattro<br><br>Che faceva mazzo distratto da guardone in guepiere di san tomino riverbero assente d’occhi piacenti a piacere di tanti suoi dissimili simili a tante opere d’arte che martellano voglie su voglie eccitando in uno spasmo convulso le quattro gambe di un tavolo di legno pokerato a dieci mani su Teresina dall’anima candida per centro d’attenzioni particolari.<br><br><br><br>Quadro Cinque<br><br>C’è una piccola bambola di porcellana vestita da un papiro di chiffon è valente dama in posa anacronistica dentro una sala che balla nella luce riflessa di quarantotto vetrate, ci sono piedi intorno a lei di sono chi sono e non importa a che suono la danza albeggia i gusti misti di un passato a miglior sortilegio nella campana dorata di una vita incalzata dalla staticità di una movenza alternata allo sbattere di due palpebre meditative e senza risentimento per non offerta.<br>La bambola ferma il tempo allo scoccare dei miraggi mentre la sala torna a svuotarsi nell’anima delle sette di una mattina rigida.<br><br><br><br><br> L’eleganza miope di una durata immobile, lo scorgere dettagli fermi, l’eliminazione sistematica dei sensi di imprudenza circondavano le giornate in via Dulcis.<br><br>Ma il lieto fine che non t’aspetti, il quieto vivere che brami, lo sviluppo che elabori dai 12 anni, rimane una considerazione a parte.<br><br>Diventa facile quindi esaminare la comune esistenza nel mondo d’oggi che ci riduce tutti dentro uno schema annaffiato da doveri imposti.<br>Come vecchie costruzioni da far implodere insieme al loro simbolismo, noi, spingiamo cammini in ascensione d’immateriale deteriorante, riducendoci nostro malgrado ad insieme di meridiani e paralleli i quali poco hanno a che vedere con la nostra coscienza sostanziale.<br><br>Quindi dimmi come ti senti illustre soffocato ucciso e poi resuscitato spirito a dover sempre mentire a te stesso (in primis e senza Dulcis) dimmi come celebri il tuo buon senso dentro i circoli del libero pensiero, sopra i colli delle scale sociali o semplicemente ai bordi di strade comiche, disegnate da ubriachi sfiduciati.<br><br>Decidi, decidi tu, dove mettere le virgole del tuo passaggio e non importunare Dei o santini mentre sbagliando e urtando in musica il tuo prossimo, discerni il giusto da quello che non è.<br><br>Il pugno che noi battiamo che tu batti e sbatti aiuta solo a muovere polvere nell’aria di tenori che a tentoni ci appendono ad un passato mai gustato, mai odorato, mai assaggiato.<br><br>Vedi gli accordi formicolare nelle vene meccaniche di un locomotore in disuso, e abusi delle tue conocoscienza  per nasconderti sotto il mantello inutile dell’umiltà dittatoriale.<br>Lo sproloquio quotidiano di una sveglia mattutina distorce il naturale, plasticando la giornata ad un periodico malumore che imbarazza il tuo indesiderato futuro.<br><br>Il considerare l’onestà intellettuale fa male e lo sai, ipotetico istrione del mio io, l’assoggettarsi alle regole invece no, ti rassicura ti mette in pace ti rende concime naturale per gli altrui bisogni, dunque cedetemi il modulo d’adesione offrendomi una traccia o una treccia su cui io possa appendermi per cominciare a dissentire ovviamente con cognizione di causa.<br><br>Godi delle poche licenze che ti concedono durante e non mentre, lustrando gli occhi di chi ti guarda e giudica ma solo per scelta di ruolo.<br>La tua metropolitana ferma sempre lontana dalle mille direzioni obiettive ma stoppa ordinatamente sulle tue ipocrisie codarde. <br><br><br><br>Licenzian Do mi Sol si Re sta<br><br><br>Tu mi senti scritto in piccolo<br>Tu mi giochi in dadi magi<br>Subdolo delinquente<br>Di terzo ordine vecchio stampo<br>Modifico e incollo<br>La bottiglia che mi preserva<br>Poi di getto traccio la via<br>Che nel bene peggiora la sintesi<br>Che nel male avvalora la tesi<br>E nel so dire parla a voce modulata<br>Questo vuoi che dica<br>Al cospetto dello strabiliante <br>nascondiglio mondano<br>che mi veste spogliandomi<br>di quello che sono <br>arrivando qui<br>da solo<br>e senza meta<br>il bancone di un bar ed il suo direttore<br>con quelle macchie alcoliche <br>che puzzano di ciò che fu<br>e brindo brindiamo brilliamo<br>giocandoci in artificio registrato<br>a doppia velocità<br>(anche se il digitale lo faceva già)<br><br>io santo io giovese io chiuso<br>nel tugurio di un cabernet nero<br><br>usciamo diverso amiamoci<br>urliamoci il profondo disinteresse <br>troppe finte e dribbling<br>ci imbambolano fino alle 2 di questa notte<br>abbaiata ai cani o scamiciati sul Tamigi<br>io i Platani riesco a schivarli anche da sobrio<br>figurando le mie linee tratteggiate<br>come bossoli contrari<br>alla cacciata di camomille cavallette<br>sorprese a confabulare sulla presenza del normale<br><br>Era un pensiero di Peach, era spazio libero, nelle giornate accavallate tra le sue gambe che lisce come solo pappalardo sa sognare, scivolavano dentro lo sfoggio di zero azioni da dimostrare, zero chiodi da conficcare, zero termini da cercare.<br>Il sentiero mai cercato, veniva percorso a ritroso di angosce mai dimenticate, sembrando leggero e gratificante, era l’immateriale che rendeva reale l’astenersi dalla logica, era un’audizione vista nel giudicato, era il frutto del non predetto era…era un gran colpo di culo, pensava Peach.<br><br>E io con lei, io con lei, io, come lei, remai per tutta l’eternità, senza mai capire perché, senza mai finire addosso ad uno specchio d’acqua stagna e senza lotte da vincere.<br><br>L’immortalità chiusa nel fato, esule da matematica algebrica, fu sintesi nella realtà di una via mai progettata né sognata ma solo caduta a piombo sui nostri destini.<br><br>Io lei lui e altri godemmo e godiamo appieno di tutto ciò senza doverlo capire, senza ostentarlo, senza commentarlo, a te lettore l’onore del giudizio e a me cicerone ammoniacato il piacere di avertelo descritto<br><br>Ciao e buona esistenza, devo tornare sull’altra sponda.<br><br><br><br><br> <br><br>(Arte - Narrativa)]]></description>
<author><![CDATA[Fabrizio Flores]]></author>
<pubDate>Sat, 07 Feb 2004 11:00:23 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Le meraviglie dell&#39;Anticapolavoro, di Rosamaria Caputi]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=18&tes=150&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=18&tes=150&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Per chi non l&#39;avesse ancora visto <b>&quot;Laissez-Passer&quot;</b> del grande regista francese <b>Bertrand Tavernier</b>.<br><br>Regia <i>leggera leggera </i>per un film che ha l&#39;anima creativa. <br><br>Fedele ai fatti storici, guardati da angoli originalissimi. <br><br>Al di sopra del Pensiero ideologico resta comunque <i>Visione concreta</i>.<br><br> <br><br>(Risorse - Film &amp; teatro)]]></description>
<author><![CDATA[Rosamaria Caputi]]></author>
<pubDate>Fri, 30 Jan 2004 19:41:31 +0000</pubDate>
</item>
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<title><![CDATA[Basta un coglione per fare l&#39;Inchino, di Fabrizio Flores]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=148&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> Il test numero cinque ci chiama a racconta<br>c’era una svolta in quelle provette d’aceto<br><br>lusso costretto tra la plastica<br>e il nettare dell’acetaia riposante<br>si sentì prescritto non e non sapeva<br>per chi e per come<br>ma fu inghiottito vivo e smise di pensare<br><br>la reazione non fu fenomenale<br>volendo i giornali parlare <br>ad ogni costo<br>misero giù le solite righe<br>scritte a mano <br>e tastierate in seguito<br><br>l’approdo di sventura<br>remava e chiamandosi Fuller<br>bevve e non crebbe alcun portento<br>ma restava steso a fissare luci<br>che non erano al neon<br><br>che fuga che orgoglio<br>che suono fischio di mille imprese<br>lui la cavia con rimborso<br>delle spese di quella moglie<br>a porto e attracco di consegne celeri<br>c’era lui sul trono adesso<br>e disponeva del comfort dei primi<br><br>la radice di un quattro<br>insieme al triangolo dell’infermiera<br>il disegno in una cornice d’inchiostro<br>la bocca rossa a contorno glande<br><br>furono tre giorni felici<br>per gli amici<br>che nel bar<br>ostentavano rapporti di lunga data<br><br>Fuller lama rotante nei bulbi <br>non ci vedeva più nulla di speciale<br>male male male<br>e nelle poche ore restanti<br>male male male<br>l’orecchio in posa spastica<br>la lingua in cordata vocale<br>le mani a monchio vièllesa<br>i piedi in crociata amniotica<br>ed il grande pene<br>che pulsava pulsava pulsava<br>costretto in una cavità innaturale<br>e fu illuminazione<br>in frazione di secondo<br>la sensazione ambigua e sorpresa<br>null’altro fu<br>che il buon Fuller<br>s’inculò da solo medesimo<br>diventando vittima e carnefice<br>nel suo labirinto di deferenza<br><br>test riuscito topo vivo fesso morto<br><br>il corriere della Saga<br>in trafiletto ebbe a registrare<br><br>Continua la sperimentazione<br>del detergente cerebrale<br>per servitori d’eccellenza<br><br>punto (di sutura) <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Fabrizio Flores]]></author>
<pubDate>Wed, 28 Jan 2004 21:05:53 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Antonio Caronia, CULTURE UNDERGROUND..., di Stefano Caronia]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=16&tes=135&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <span style='color:green'>Vi riporto un testo di Antonio Caronia. E&#39; la trascrizione di una conferenza sui movimenti underground. E&#39; tratto da <a href='http://www.socialpress.it' target='_blank'>SocialPress</a>.</span> E&#39; all&#39;interno di una pubblicazione politica, ma fa un quadro diacronico e c&#39;è una parte sul teatro.<br><br><br><b>CULTURE UNDERGROUND E MOVIMENTI DI OPPOSIZIONE SOCIALE IN ITALIA </b><br><br><i>Una conferenza di <br><br>Antonio Caronia </i><br><br><br>Per cominciare, dirò che io non sono forse la persona più adatta a parlare di questo argomento, perché non ho mai fatto parte attiva di alcun movimento o tendenza definibile come &quot;underground&quot; o controculturale, né nei quindici anni circa in cui ho fatto politica attiva a sinistra (1962-1977), e neanche negli anni in cui mi sono occupato più che altro di questioni culturali (artistiche, filosofiche, sociologiche e antropologiche), cioè dal 1978 in poi. Però, alla fine degli anni ottanta, mi sono imbattuto in alcune tendenze che avevano delle relazioni con l&#39;underground, come il movimento cosiddetto &quot;cyberpunk,&quot; e da allora vengo considerato, in alcuni ambienti, uno studioso di culture giovanili e di controculture. E negli ultimi due anni, da quando ho ripreso un&#39;attività giornalistica e (in senso lato) politica all&#39;interno dei movimenti definiti &quot;no global&quot; o &quot;new global,&quot; ho riflettuto sulla composizione e sugli atteggiamenti di questi movimenti: e questo è un problema che coinvolge i rapporti fra culture underground e atteggiamento &quot;new global.&quot; Quindi vi chiedo scusa se l&#39;unico merito che ho è quello di essere un vecchio signore che ha osservato i fenomeni culturali e politici del suo paese (cioè l&#39;Italia) per più di quarant&#39;anni. Per capire i rapporti fra culture underground e movimenti di opposizione in Italia (e più in generale in Europa) in questi anni, bisogna partire da qualche considerazione di tipo linguistico e storico. Partirò quindi 1) chiedendomi il significato della parola &quot;underground&quot; in un contesto come questo. Poi, una volta che ci siamo intesi, almeno all&#39;ingrosso, su questo, farò 2) qualche breve considerazione sulle somiglianze e le differenze fra i movimenti degli anni sessanta e settanta e il movimento nato a Seattle nel 1999 (che è quello che esiste adesso), nei loro rispettivi rapporti con le controculture. Parlerò poi 3) della situazione politica e sociale in Italia negli anni ottanta e novanta e dell&#39;importanza dei &quot;centri sociali occupati e autogestiti&quot; (CSOA). Chiuderò parlando 4) del giornale che dirigo, che si chiama socialpress. <br><br>1.<br>C&#39;è qualche relazione fra la cultura underground (o controcultura, o cultura alternativa) e la cultura popolare tradizionale. Ma la cultura underground nasce nell&#39;epoca del capitalismo sviluppato, nel momento in cui l&#39;industria culturale viene trasformata dall&#39;avvento dei mezzi di comunicazione di massa (mass media). Essa è quindi una reazione alla cultura &quot;ufficiale&quot;, ma anche un prodotto di questa cultura nelle società industriali più avanzate (come Usa e Gran Bretagna soprattutto a partire dagli anni 50/60), e non si propone un recupero della cultura tradizionale, ma lo sviluppo di una cultura &quot;popolare&quot; nelle condizioni di una società mediatizzata. Per questo, forse, essa si è sviluppata in gran parte in campi come il fumetto, l&#39;illustrazione e la musica. La controcultura non rifiuta gli strumenti di comunicazione delle società esistenti, ma cerca di utilizzarli a fini diversi da quelli della creazione di consenso sociale. Possiamo assumere, comunque, che la cultura underground sia un tentativo di diffondere e praticare prodotti culturali, comportamenti e stili di vita alternativi a quelli ufficiali della società industriali. È evidente, quindi, che c&#39;è una relazione fra l&#39;underground e i movimenti di massa di opposizione al capitalismo e alle politiche dei governi. <br><br>2.<br>Negli anni sessanta e settanta, però, i rapporti fra underground e movimenti sociali di opposizione furono travagliati e spesso conflittuali, soprattutto in Europa. Ciò è dovuto, in primo luogo, a cause sociali (o generazionali), ma anche a interessi e preoccupazioni diverse. I movimenti underground erano movimenti giovanili, basati sull&#39;insoddisfazione esistenziale delle giovani generazioni di fronte alle regole politico-sociali e alla chiusura dei comportamenti. Nell&#39;occidente capitalistico, dopo la fine della seconda guerra mondiale molti giovani si trovavano di fronte a una situazione contraddittoria. Da un lato i beni disponibili, materiali e immateriali, crescevano a un ritmo elevato, riportando le condizioni materiali non solo allo stesso livello dell&#39;anteguerra, ma a livelli superiori; e le richieste che la società poneva implicitamente ai giovani erano di sempre maggiore autonomia decisionale e di adeguamento alla duttilità del sistema capitalistico; già negli anni cinquanta i giovani, potremmo dire, si trovavano al centro dell&#39;immaginario sociale. Ma dall&#39;altro il sistema culturale mortificava lo spirito d&#39;iniziativa, imponeva modelli di subordinazione e di ripetizione della cultura tradizionale. La nascita del rock&#39;n&#39;roll segnò uno spartiacque: i giovani si riconobbero in una musica che, certamente derivata dalla commistione fra musica delle classi subordinate (neri, lavoratori) e musica popolare bianca, operava però una rottura e una discontinuità. I movimenti underground (che in Italia, tra la fine degli anni cinquanta e i primissimi sessanta, si chiamarono variamente &quot;beat,&quot;, &quot;capelloni,&quot; etc.) puntavano direttamente alla sperimentazione di modelli e stili di vita diversi e opposti rispetto a quelli dei padri, creando mutamenti improvvisi negli ascolti musicali, nel vestiario e nell&#39;abbigliamento. I movimenti politici di contestazione (il Free speech movement a Berkeley nel 1963-64, l&#39;opposizione alla guerra nel Vietnam in Usa e in tutto il mondo, i movimenti studenteschi di opposizione alle riforme della scuola e dell&#39;Università nati in tutta Europa e in Giappone attorno al 1968) nascevano anche dell&#39;humus culturale della nascente cultura underground, ma puntavano su una dimensione più &quot;politico-istituzionale&quot;: l&#39;azione diretta nelle scuole e nelle strade era all&#39;inizio diretta a rivendicare cambiamenti legislativi, alla rivendicazione di un maggiore spazio nelle istituzioni o alla creazione di &quot;istituzioni&quot; e organismi politici paralleli o alternativi a quelli tradizionali. Più tardi, soprattutto in Italia, ci fu una congiunzione fra il movimento studentesco e i piccoli gruppi comunisti &quot;eretici&quot; in polemica con la politica del PCI che risalivano agli anni trenta o che si erano formati in seguito alla polemica Cina-Urss: ciò portò il movimento studentesco e alcune frange del movimento operaio a frammentarsi in un certo numero di nuove formazioni politiche (i cosiddetti &quot;gruppi estremisti&quot; o della &quot;sinistra extraparlamentare&quot;: Potere operaio, Lotta Continua, Avanguardia operaia, Il manifesto, vari &quot;partiti comunisti marxisti-leninisti&quot;). Questo produsse un distacco ancora maggiore tra i militanti politici di questi movimenti e la controcultura. I gruppi extraparlamentari, infatti, si basavano sulla convinzione che la condizione per cambiare la vita e la cultura (anche quella dei giovani) fosse la presa del potere da parte della classe operaia e l&#39;instaurazione di una società socialista: giudicavano perciò inutili o addirittura controproducenti le sperimentazioni di stili di vita alternativi praticate negli ambienti della controcultura, perché, dicevano, &quot;i tempi non erano ancora maturi.&quot; Un esempio di ciò era la posizione dei gruppi di estrema sinistra sulla questione della cannabis: nei gruppi di sinistra fumare marijuana e hashish era guardato con sospetto, quando non addirittura vietato e represso, mentre era una delle pratiche rivendicate dalla controcultura. Un&#39;altra differenza si notava nel vestiario: eskimo (i giacconi verdi di origine militare) e maglioni di colore scuro erano la divisa dei militanti politici, mentre i seguaci delle controculture (che in Italia venivano chiamati dispregiativamente &quot;fricchettoni&quot;, dal termine americano freaks) vestivano abiti informali ma molto più colorati. E, naturalmente, la differenza fondamentale stava nel fatto che le controculture volevano cambiare &quot;qui e ora&quot; il modo di vivere e di consumare, mentre i gruppi politici rimandavano i cambiamenti più essenziali a dopo la presa del potere. Si potrebbe dire &quot;godimento, subito&#33;&quot; contro &quot;sacrifici ora per godere poi.&quot; Ma non bisogna esagerare queste differenze. Gli ambienti dell&#39;estrema sinistra non erano così immuni dal fascino e dalle pratiche dei fricchettoni: forse non i militanti più fedeli, ma gran parte dei simpatizzanti dei gruppi fumavano erba, alcuni vivevano in &quot;comuni&quot; (appartamenti dove si viveva in promiscuità, con abitudini e regole diverse da quelle della vita &quot;borghese&quot;), molti portavano i capelli lunghi: questo per limitarsi agli aspetti più esteriori. Così, nel corso degli anni settanta, i raduni undeground promossi a partire dal 1970 dalla rivista Re nudo si trasformarono rapidamente in feste popolari di tutta l&#39;estrema sinistra, organizzate congiuntamente da Re nudo e dai maggiori gruppi extraparlamentari. Queste feste si tennero dal 1972 o 1973 al Parco Lambro, un grande parco alla periferia di Milano, fra polemiche e tensioni che sfociarono, nell&#39;edizione del 1975, in una serie di scontri violenti fra militanti di Avanguardia operaia e Lotta Continua e gli ambienti della (allora nascente) Autonomia operaia (una trasformazione in senso ancora più radicale del vecchio gruppo di Potere operaio). <br><br>Nel movimento new global italiano ritroviamo oggi alcuni piccoli gruppi di militanti politici provenienti dagli anni settanta, ma il clima e le caratteristiche sono completamente cambiati. Una delle ragioni che determinarono le frizioni, a quei tempi, fra gruppi di estrema sinistra e ambienti underground è completamente caduta. I movimenti new global non sono movimenti orientati verso la presa del potere: il potere politico non interessa a questi movimenti, che mostrano una posizione più pragmatica (vogliono risolvere alcuni problemi, anche limitati, senza porre una pregiudiziale di quale governo li risolva), ma al tempo stesso sono animati da una visione che travalica l&#39;ambito politico, perché sono preoccupati del futuro del pianeta e pongono problemi etici, di responsabilità collettiva ma anche individuale, per esempio nel cambiamento dei modelli di consumo e di stili di vita. È quello che io definirei un movimento &quot;transpolitico&quot; o &quot;antropologico&quot;. Da molti punti di vista, quindi, il movimento di Seattle e di Genova è meno conflittuale dei movimenti precedenti con l&#39;underground, e ne ha assorbito alcune tematiche: per esempio la tendenza a sperimentare qui e ora, senza attendere i mutamenti legislativi, dei cambiamenti più o meno radicali della propria vita quotidiana (alimentazione, medicine, etc.). Anche dal punto di vista dell&#39;interesse per le tematiche artistiche e culturali, qualche timido avvicinamento è possibile vederlo: anche se è difficile immaginare due stili di vita più diversi fra i militanti dei &quot;centri sociali&quot; (di cui parlerò fra un attimo) e gli attivisti, per esempio, di Rete Lilliput, un network di gruppi e associazioni molte delle quali cattoliche, che sono impegnate in azioni concrete di disobbedienza civile e di sostegno al Terzo mondo. La nascita di un movimento di rinnovamento dell&#39;informazione, però, con la produzione autonoma dal basso e la messa in rete aperta e democratica di notizie (in Italia è molto diffuso il movimento di Indymedia, cioè la rete di produttori di informazione autogestita) ha molto a che fare con la cultura underground. In sintesi si può dire che resta una distanza fra l&#39;attivista preoccupato dei risultati delle sue iniziative, anche immediati, sul piano politico, e l&#39;esponente della controcultura: ma questa distanza è minore che in passato, e in molte persone le figure possono addirittura coincidere. <br><br>3.<br>Per comprendere meglio le relazioni fra esperienze di controcultura e il movimento new global in Italia, bisogna parlare di un fenomeno che affonda le sue radici in problemi esistenti un po&#39; in tutta Europa ma che è tipicamente italiano, nel senso che non lo si trova, con queste caratteristiche, quasi in nessun altro paese d&#39;Europa (se non, forse, in Germania): ed è il fenomeno dei centri sociali. E per parlare dei centri sociali bisogna risalire ancora una volta agli anni settanta. Le esperienze di occupazione di abitazioni o palazzi sfitti non sono ovviamente un fenomeno solamente italiano: il termine con cui vengono indicati questo tipo di occupanti è un termine inglese, squatters, e ci indica che esso è stato (e ancora è, in misura minore) diffuso in molti paesi, dall&#39;Inghilterra all&#39;Olanda, dalla Germania agli Usa. Tuttavia esso assunse, in Italia, una caratteristica particolare. Mentre negli altri paesi gli squatter erano prevalentemente gruppi di giovani che cercavano un posto in cui vivere una vita alternativa alla famiglia, creando piccole comunità caratterizzate da uno stile di vita alternativo (quindi un fenomeno molto legato all&#39;underground), in Italia a questa componente se ne affiancò, sin dai primi anni settanta, un&#39;altra. Si trattava di famiglie operaie (soprattutto a Milano e nel nord Italia) o sottoproletarie (soprattutto a Roma e nel sud Italia) che non avevano mezzi sufficienti per pagare gli affitti elevati delle case messe sul mercato dai proprietari, e che dovevano ricorrere quindi all&#39;occupazione di appartamenti sfitti che i proprietari non rendevano disponibili sul mercato, in attesa di una ulteriore valorizzazione della zona o di una ristrutturazione edilizia che ne aumentasse il valore (e quindi l&#39;affitto che si poteva chiedere). L&#39;Italia, come forse sapete, è uno dei paesi d&#39;Europa in cui è più elevata la percentuale di famiglie che vivono in case di proprietà, piuttosto che in case d&#39;affitto: questa caratteristica, effetto della politica democristiana sin dall&#39;immediato dopoguerra, si accentuò ulteriormente negli anni settanta. Il risultato fu non solo che c&#39;erano meno case da affittare, ma anche che i proprietari che affittavano non erano quasi mai piccoli proprietari con due o tre case, ma grandi proprietari con decine di case o aziende immobiliari: la combinazione di questi due fattori faceva crescere gli affitti in modo esorbitante. Il movimento di occupazione delle case fu sostenuto, fra il 1970 e il 1975, dai gruppi dell&#39;estrema sinistra (p. es. Lotta continua a Milano, Avanguardia operaia a Roma) che ne fecero una bandiera, con parole d&#39;ordine come &quot;riprendiamoci la città,&quot; &quot;la casa si prende, l&#39;affitto non si paga,&quot; o &quot;la casa è un diritto, il furto è l&#39;affitto.&quot; Perciò le occupazioni di stabili o di vecchie fabbriche dismesse (non ce n&#39;erano tante quante ce ne sono oggi, ma qualcuna c&#39;era già negli anni settanta) da parte di gruppi giovanili desiderosi di acquistare l&#39;autonomia, in Italia avvenne sin dall&#39;inizio in questo quadro: e fece sì che in quelle esperienze la componente di controcultura (o underground) si legasse, più che in altri paesi, a quella politica. Questa è la storia di due dei più grandi e importanti centri sociali italiani, il Leoncavallo a Milano (occupato nella prima metà degli anni settanta) e il Forte Prenestino a Roma (occupato alla fine degli anni settanta). In questi centri, perciò, sin dall&#39;inizio, convivevano gruppi musicali, gruppi teatrali, comitati di quartiere e militanti politici. Nel 1978-79, per esempio, il gruppo di cui io facevo parte, che si chiamava Un&#39;ambigua utopia ed era un gruppo che proponeva una lettura politica della fantascienza, ebbe sede in due centri sociali di Milano, uno nato da poco, La fornace, e uno invece &quot;storico&quot; e molto importante, quello del quartiere Isola (nessuno dei due adesso esiste più): all&#39;Isola, ricordo, c&#39;erano, oltre a noi, il comitato di quartiere, i corsi di teatro di Cesar Brie, un attore argentino che sarebbe poi entrato nell&#39;Odin Teatret, gruppi di disegnatori e grafici, un doposcuola e molte altre esperienze. Negli anni settanta i centri sociali erano solo una fra le tante esperienze e i tanti luoghi di aggregazione della sinistra extraparlamentare; il loro ruolo cominciò a cambiare negli anni ottanta, dopo la conclusione del ciclo di lotte operaie e proletarie dei due decenni precedenti. Questo epilogo si sviluppò nel periodo che va dal 77 all&#39;80. Il 77 è l&#39;anno di un movimento, sviluppatosi soprattutto a Bologna e a Roma (che prese poi appunto il nome di &quot;movimento del 77&quot;), che fu una sorta di riepilogo e di tentativo di superamento del 68, finito però nella repressione più violenta e con il tentativo delle Brigate rosse di assumere un ruolo politico centrale col rapimento Moro. Nel 1980 ci furono invece una serie di licenziamenti politici alla Fiat di Torino: le lotte che essi scatenarono si conclusero, per la prima volta da molti anni, con un insuccesso, e i licenziamenti furono confermati. Nel decennio di stagnazione delle lotte sociali che seguì - distrutti ormai i gruppi politici dell&#39;estrema sinistra, ridimensionata la forza dei sindacati, affermatasi una versione corrotta e quasi malavitosa dei governi di centro sinistra sotto la guida del leader socialista Craxi - i centri sociali (CSOA) rappresentarono uno dei pochi baluardi di un&#39;opposizione politica, sociale, direi quasi antropologica, all&#39;individualismo e all&#39;appiattimento della vita politica e sociale tipici dell&#39;Italia in quegli anni. Negli anni ottanta i CSOA resistettero a questo clima: molti vennero sgomberati, alcuni si trasferirono in altri spazi, altri scomparvero; ma quelli che restarono rappresentarono una delle poche forme di opposizione, insieme a qualche esperienza di lotte operaie e sociali, sempre più isolate. La caratteristica degli anni ottanta influenzò, però, anche la vita dei CSOA. Essi attraevano gruppi di giovani che volevano divertirsi e consumare cultura in maniera diversa da quella ufficiale, ma che volevano pur sempre divertirsi più che fare politica. Si creò perciò una situazione nella quale i gruppi che gestivano i centri restavano legati a una discussione su temi sociali e politici, anche generali, mentre i giovani (e i meno giovani) che li frequentavano erano spesso slegati da quel dibattito, ed esprimevano solo un bisogno più elementare di aggregazione alternativa. Nella situazione di generale privatizzazione dei consumi culturali, questo fece sì che, negli anni novanta, i CSOA diventassero in molte città la principale esperienza di produzione culturale autogestita, al di fuori dei circuiti delle discoteche &quot;ufficiali&quot; o dei locali commerciali (bar, pub, ristoranti). Gli esempi sono innumerevoli. Dal punto di vista musicale, i CSOA furono a lungo quasi l&#39;unico posto dove i gruppi emergenti potessero esibirsi e presentare la propria produzione. Ma lo stesso accadde per altre forme espressive, come il teatro, il cinema o i fumetti. Attorno al Leoncavallo e al Forte Prenestino, per esempio, negli anni novanta sorsero molti gruppi teatrali che producevano i propri spettacoli nei locali messi a disposizione dai centri: questi gruppi parteciparono poi al movimento di rinnovamento teatrale che sorse in Italia tra la fine degli anni ottanta e l&#39;inizio dei novanta, e che portò a manifesti, rassegne e produzioni alternative. Molti dei nuovi gruppi teatrali che oggi hanno conquistato una visibilità europea (come Motus, Fanny e Alexander, Teatrino clandestino, Kinkaleri e altri) vengono da esperienze negli CSOA. Citerò due casi emblematici, oggi entrambi in crisi, ma che hanno avuto una grande importanza negli anni novanta: il Teatro polivalente occupato (TPO) a Bologna e Interzona a Verona. Il caso del TPO è particolarmente interessante: nel 1995 un certo numero di gruppi teatrali di base occuparono un teatro annesso all&#39;Accademia di Belle Arti di Bologna, mai completato e quindi inutilizzato da quasi trent&#39;anni. Questi gruppi fecero una serie di lavori di riadattamento (tutti autofinanziati) e crearono un vero e proprio centro di produzione, con laboratori autogestiti di sartoria, scenografia, etc. Ma offrirono spazio anche ad altre esperienze più politiche, come i gruppi locali di Ya basta&#33; (un&#39;associazione italiana di solidarietà con il movimento zapatista) e di Indymedia: spesso le singole persone erano membri sia di un tetatro che di una di queste associazioni. Si vennero a creare così dei circuiti di conoscenza e di contatto, che alla nascita del movimento new global si rafforzarono (ma al tempo stesso crearono nuove frizioni). Oggi gran parte degli CSOA (quelli che hanno aderito alla cosiddetta &quot;Carta di Milano&quot;, una dichiarazione politica sottoscritta da molti CSOA verso la metà degli anni novanta) si riconoscono nella componente politica cosiddetta dei &quot;disobbedienti&quot; (eredi della tradizione di Autonomia operaia, e che si ispirano alle teorie di Toni Negri). Ciò li schiera in qualche modo politicamente, ma non impedisce che questi centri restino dei luoghi di autoproduzione culturale e di consumo alternativo. Un&#39;altra esperienza interessante è quella del &quot;forum del teatro&quot; (fdt), un organismo informale che raggruppa parecchi gruppi teatrali di base in Italia desiderosi di costruire un&#39;arte e una cultura &quot;sociali.&quot; Il fdt è nato l&#39;anno scorso dopo un&#39;esperienza di rassegna teatrale molto ampia tenutasi parallelamente al Forum Sociale Europeo di Firenze (novembre 2001); esso organizza incontri, ed è impegnato in una discussione sui rapporti fra informazione, comunicazione ed espressione artistica. Partecipa all&#39;organizzazione del FSE europeo che si terrà il mese prossimo a Parigi, e ha costituito, insieme ad altri soggetti francesi ed europei, una Commissione artistica e culturale (Cac) che ha assunto una posizione polemica verso gli organizzatori francesi del FSE, che hanno deciso di tenere una parte dei lavori in una multisala della Pathé-Gaumont, di proprietà della multinazionale francese Vivendi (monopolista delle acque minerali). <br><br>4.<br>Vi parlerò, per concludere, dell&#39;esperienza del giornale socialpress. Socialpress è un&#39;eccezione, nel panorama del movimento new global, eppure è anche un esempio tipico delle dinamiche e delle possibilità di questo movimento. Non si può dire affatto che sia un&#39;espressione della cultura underground, ma è sicuramente l&#39;effetto di un atteggiamento &quot;underground&quot; in senso lato, un effetto che non sarebbe stato possibile quindici o venti anni fa. Gli strumenti di stampa del movimento, in Italia, sono creati o da gruppi di giornalisti professionisti, con una storia abbastanza lunga nella stampa di sinistra, o direttamente da gruppi o componenti politiche del movimento. L&#39;organo di stampa forse più importante è un settimanale, che si chiama Carta (sottotitolo: Cantieri sociali), è distribuito normalmente nelle edicole, ed è stato ideato e prodotto da un gruppo di giornalisti del quotidiano di sinistra Il manifesto. Fra il 1996 e il 97 è uscito all&#39;interno di quel quotidiano, poi si è staccato ed è diventato una testata autonoma. Carta esiste quindi da prima che esistesse il movimento, ma da quando il movimento esiste viene letto da molti attivisti: si sforza di dare voce ad esperienze e settori del movimento stesso, e spesso ci riesce. Ci sono poi altri giornali, per esempio il settimanale Vita, espressione di settori delle Ong (Organizzazioni non governative) e del volontariato, o il mensile Altra economia, che esprime il punto di vista dei cosiddetti &quot;gruppi di consumo critico&quot; e del movimento per un commercio &quot;equo e solidale&quot;, che ha almeno 400 punti vendita in Italia. Recentemente la componente politica dei Disobbedienti, di cui vi ho parlato prima, ha dato vita a una esperienza di televisione indipendente, e a un mensile che esce irregolarmente, entrambi con lo stesso nome, Global (Global TV e Global magazine). Ora, tutti questi organi di stampa, come capite, hanno dietro di sé delle posizioni politiche precise, delle strutture più o meno consolidate e dei capitali (sia pure minimi). Socialpress, invece, è nato dall&#39;iniziativa autonoma di un gruppo di attivisti, il Gruppo comunicazione del Social forum di Milano, senza alcun riferimento a componenti politiche organizzate e senza alcun intervento di finanziatori. Il giornale nacque nell&#39;ottobre del 2002, nell&#39;imminenza del Forum Sociale Europeo (FSE) di Firenze che si teneva il mese successivo. Il Gruppo comunicazione voleva creare un giornale che uscisse come quotidiano nei giorni del FSE per dare notizia degli incontri e dei temi di quell&#39;iniziativa, e narrare delle storie di gruppi e singoli che fossero interessanti per tutti gli altri militanti e gli attivisti. Proponemmo questa idea ai giornali della sinistra esistenti (i quotidiani Il manifesto, L&#39;unità, che era stato il giornale del PCI e poi dei Ds, Liberazione, che è l&#39;organo del Partito della rifondazione comunista, e Carta), ma per una serie di polemiche e di veti incrociati fra questi giornali l&#39;iniziativa non si poté realizzare in questa forma. Allora decidemmo, come Gruppo di Milano, di tentare noi l&#39;avventura, e di scrivere e produrre il giornale in prima persona. Eravamo una quindicina di persone, con due soli giornalisti professionisti e poi intellettuali, teatranti, grafici, impiegati, senza nessuna esperienza di come si fa un quotidiano. Trovamo una tipografia economica a Firenze, facemmo una colletta e raccogliemmo i soldi per pagare la stampa di quattro numeri. Prendemmo contatto con il Social forum di Firenze che curava gli aspetti organizzativi del grande incontro e manteneva i rapporti col territorio, andammo a un sacco di riunioni, ci ammazzammo di lavoro e costruimmo il primo numero a Milano, stampandolo a Firenze la sera prima dell&#39;inzio e vendendolo il giorno dopo. Poi, giorno dopo giorno, costruimmo gli altri tre numeri come se fossimo una vera redazione. Lo scrivevamo in italiano, e una squadra di traduttori traduceva i principali articoli in inglese, così uscivamo in due lingue. Avemmo un successo insperato, e vendemmo in media 5.000 copie al giorno. Il nostro lavoro era gratuito, ma con i soldi delle vendite coprimmo abbondantemente i costi di carta e stampa. Socialpress non si presentava come un giornale che difendesse posizioni politiche precostituite, ma come un giornale aperto, anche se naturalmente la redazione sceglieva, passava certi articoli e non ne pubblicava altri, ma in modo non settario e precostituito. Dopo quei quattro numeri ne facemmo uscire altri tre fra il dicembre del 2002 e il giugno del 2003. Adesso sta per uscire l&#39;ottavo numero, per il nuovo FSE che si terrà a Parigi. Ai numeri di Firenze collaborò uno scrittore e pubblicista che viene direttamente dal mondo dell&#39;underground, Marco Philopat. Philopat è stato un esponente del movimento punk italiano alla fine degli anni settanta, e negli anni ottanta e novanta fondò con altri (Gomma e Raf Valvola) il collettivo Decoder, che lanciò in italia il movimento cyberpunk e diede vita alla casa editrice Shake, la stessa che ha pubblicato il video Sololimoni di Giacomo Verde e anche alcuni dei miei libri. Con socialpress abbiamo quindi dimostrato che è possibile fare del giornalismo dal basso, autoproducendo e autofinanziando un&#39;iniziativa politica indipendente. È un atteggiamento che mi sembra abbastanza underground. Quindi, a pensarci bene, forse non è vero quanto ho detto all&#39;inizio, e cioè che non ho mai fatto parte di movimenti underground. Anche se l&#39;undeground che mi piace è quello che non vuole stare sempre sottoterra, ma quando è il caso è capace anche di mettere fuori il muso e andare a respirare l&#39;aria di fuori - magari per rompere le scatole a quelli che passeggiano indifferenti e non si preoccupano di distruggere le tane delle talpe. E le talpe, come sapete, erano animali molto cari a Karl Marx. <br><br><i>Milano, ottobre 2003</i> <br><br>(Risorse - Testi)]]></description>
<author><![CDATA[Stefano Caronia]]></author>
<pubDate>Fri, 23 Jan 2004 13:48:06 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Maimed Vanity ~ nebu, di Kira A]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=19&tes=129&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> Pensavo potesse essere interessante <br>riportare qui<br>tanto per cominciare<br>un lavoro che amo molto, che si trova su deviantart.com<br>creato da un&#39;artista dotata di enorme talento<br>che risponde al nome d&#39;arte di nebu<br>canadese<br>&#39;specializzata&#39; [almeno per quel che si vede su DA]<br>in photo manipulations<br>con l&#39;utilizzo di textures<br>cioè &quot;superfici&quot; particolari<br>sostituite a pelle o altri elementi<br>editate, desaturate, ri-colorate etc<br><br>ma inutile che io spieghi quel può essere capito meglio<br>solo se visto con i propri occhi<br>perciò vi invito a fare un giro nella sua gallery,<br>qui:<br><br><a href='http://nebu.deviantart.com/gallery/' target='_blank'>http://nebu.deviantart.com/gallery/</a><br><br><br>Il lavoro che vi presento<br>è frutto di una collaborazione fra lei e un altro artista,<br>tale <a href='http://defmunky.deviantart.com' target='_blank'>defmunky</a> <br>e si intitola &quot;Maimed Vanity&quot; [&quot;Vanità mutilata&quot;]<br><br>Ha per soggetto Medusa.<br>Del lavoro fa anche parte una piccola poesia<br>che vi riporto:<br><br><i>Born of beauty<br>Vanity replaced<br>Cursed by Athena<br>Hideous face.<br><br>Seeking solitude<br>Cave of stone<br>Hidden away<br>Forever alone<br><br>Skin of scales<br>Hissing hair<br>Turn to stone<br>If look you dare.</i><br><br><br>Ho pensato non ci fosse bisogno di tradurla<br>ma nel caso posso sempre farlo<br>(anche se credo nn si potrà mantenere la musicalità del testo,<br>le rime<br>motivo per cui ve l&#39;ho riportato nella versione originale)<br><br><br>Ecco il lavoro, ed ecco di seguito<br>il mio pensiero a riguardo,<br>già postato lì al tempo.<br><br><br><br>°° °<br><br><br><img src='http://utenti.lycos.it/moonstone/amici/Maimed_Vanity___defmunky_nebu_.jpg' border='0' alt='user posted image' /><br><br><br>Perché mi colpisce quest&#39;opera?<br><br>Gli occhi, le labbra.<br><br>Gli occhi, sono vuoti<br>come privati di ogni cosa:<br>lacrime, senso.<br><br>Sembra di trovarsi di fronte<br>ad una sorgente<br>prosciugata.<br><br>Nei suoi occhi si può ritrovare il peso<br>della maledizione di Atena,<br>e ancora un&#39;ombra<br>del suo dolore.<br>Il dolore di Medusa.<br><br>Amo pensare che questi occhi<br>siano gli stessi che nessuno<br>è più in grado di vedere.<br><br>Amo l&#39;idea<br>di una Medusa dannata,<br>triste<br>completamente smarrita nella sua sofferenza<br>indifesa.<br><br>Solo una vittima,<br>della gelosia di una dea.<br><br><br>Le labbra,<br>sono leggermente socchiuse.<br>Sembra sul punto di sussurrare qualcosa<br>e<br>allo stesso tempo<br>si ha la sensazione che non dirà nulla<br>perché ha perso ogni parola<br>lei non ha più<br>né parole<br>né suono.<br><br><br>La poesia è forse semplice,<br>ma proprio per questo<br>con le apparenze di una ninnananna.<br><br>Le si potrebbero pensare allora,<br>come le parole <br>rimaste imprigionate<br>dietro le sue labbra.<br><br>Parole che lei continua a ripetere<br>meccanicamente<br>nella profondità della propria solitudine.<br><br>Trovo l&#39;utilizzo delle rime appropriato,<br>le rime<br>a mio parere<br>in contesti dolenti, tristi<br>non fanno che sottolineare la tristezza dei versi,<br>e qui ritrovo<br>un chiaro esempio di questo.<br><br><br><br><br><br> <br><br>(Risorse - Arti visive)]]></description>
<author><![CDATA[Kira A]]></author>
<pubDate>Wed, 21 Jan 2004 02:30:26 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[QUALE SPAZIO PER LA LETTERATURA POTENZIALE (...), di Guido Conforti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=27&tes=127&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> QUALE SPAZIO PER LA LETTERATURA POTENZIALE TRA PROTOTIPIZZAZIONE E LUDOLINGUISTICA?<br><br><br>Nel novembre del 1960, nella cantina parigina del Vero Guascone, sette amici dagli interessi vari e tuttavia complementari, matematici innamorati della letteratura e letterati con la passione per le scienze esatte, dettero vita all&#8217;Ouvroir de Littérature Pontentielle, l&#8217;Oulipo.<br>Scopo dell&#8217;Oulipo era quello di studiare e sperimentare le potenzialità della parola scritta partendo dalle sue restrizioni (contraintes), ossia da quell&#8217;insieme plurimo e variegato di vincoli che applicandosi all&#8217;ispirazione dell&#8217;autore la piegano e la convertono in una determinata forma quale noi la leggiamo, in altro tempo e in altro spazio: restrizioni di ordine grammaticale e sintattico, di versificazione e di stili narrativi, di forme codificate e di tradizioni culturali.<br>Di fronte a tale realtà l&#8217;Oulipo si mosse con una domanda di fondo: &#8220;Lo scrittore, oggi, deve adattare la sua ispirazione al patrimonio di forme/restrizioni esistenti o può immaginarne di nuove? E se una ricerca del nuovo è auspicabile (o almeno possibile) rispetto a quali ipotesi essa deve muoversi, con quale prospettive, con quale metodo?&#8221;.<br>La storia ha già indicato quale sia stata la risposta dell&#8217;Oulipo a tale domanda: una risposta passionalmente positiva ed entusiasta, accompagnata da un approccio di tipo scientifico/ingegneristico volto a creare una &#8220;fabbrica&#8221; di nuove forme letterarie, una fabbrica con al centro uno straordinario laboratorio di ricerca e sviluppo (non a caso tra gli oulipien circolarono studiosi e amanti della biologia, della fisica, dell&#8217;informatica e soprattutto della matematica, la &#8220;regina delle scienze&#8221;); una risposta, una prospettiva e un metodo assolutamente figli del loro tempo, di una civiltà industriale che con buona ragione poteva coltivare l&#8217;ambizione di soddisfare i propri bisogni con il metodo scientifico e la riproducibilità dei propri effetti; non vergognandosi (tutt&#8217;altro&#33;) del fatto che ciò corrispondesse a bisogni appartenenti al mondo dell&#8217;arte.<br>Come in tutte le avanguardie gli esiti di questa colossale attività di sperimentazione sono stati i più vari, a volte grotteschi, a volte quasi incomprensibili: anoplepismi, lipogrammi, palindromi, tautogrammi, manipolazioni lessicografiche, sintoplepismi lessicografici o prosodici o perimatematici, testi anaglifici, olopoesie, antirime e via discorrendo. Il tutto in una miscela esplosiva di rigorosissima logica formale (l&#8217;esatto contrario di un&#8217;episodica e indefinibile irrazionalità) e spirito ludico. <br>La componente giocosa della letteratura potenziale ne è stata da sempre una delle caratteristiche essenziali, per nulla sottaciuta, ma anzi esaltata tanto da far dire a Francois Le Lionnais, Presidente fondatore dell&#8217;Oulipo: &#8220;Quando sono i poeti a farli, divertimenti, burle e sopercherie appartengono ancora alla poesia. La letteratura potenziale resta dunque la cosa più seria del mondo&#8221;.<br>Eppure oggi, a oltre quarant&#8217;anni dall&#8217;avvio dell&#8217;Oulipo, cosa resta di quella formidabile scommessa? <br>Di certo rimane una ricchissima &#8220;cassetta delle idee&#8221;, un bagaglio quasi inesplorato di teorie e di intuizioni a disposizione di chiunque voglia, per un sano e genuino spirito di avventura, inoltrarsi nella giungla del &#8220;potenziale&#8221;. <br>Di certo rimangono alcuni capisaldi della letteratura del secondo Novecento: da &#8220;La vita, istruzioni per l&#8217;uso&#8221; di Georges Perec agli &#8220;Esercizi di stile&#8221; di Raymond Queneau a &#8220;Se una notte d&#8217;inverno un viaggiatore&#8221; di Italo Calvino, per citare solo alcune delle opere più universalmente conosciute. Di certo rimane una diffusa, crescente e sociologicamente condivisa attenzione alla ludolinguistica, ossia a quell&#8217;attività che fa un uso del linguaggio per un esclusivo gusto della manipolazione, dell&#8217;autocompiacimento, del gioco enigmistico, della capriola come sberleffo contro l&#8217;ignoto avvolgente.<br>Ma tolti i pochi capolavori indiscussi e ormai non più recenti, in effetti sembra che rimangano soltanto un manuale di ingegneria e un capannone di prototipi un poco impolverati da una parte; un popolo di tuffatori col sorriso sulle labbra dall&#8217;altra.<br>Senza volere in alcun modo sminuire ingegneri e tuffatori, possiamo essere soddisfatti di questa eredità? Possiamo accettare a cuor leggero che si sia smarrito il nesso causale tra gioco, ricerca e rivoluzione culturale che innescò l&#8217;Oulipo? <br>L&#8217;edizione di Gallimard con la summa dei primi dodici anni degli oulipien aveva un sottotitolo illuminante: &#8220;Creazioni, Ri-creazioni, Ricreazioni&#8221; Gli ultimi due aspetti mi sembrano pienamente compresi e frequentati da quanti si occupano di manipolazione del linguaggio. E&#8217;, viceversa, il primo ad esser rimasto in uno stato di sconfortante quiescienza. Quanti scrittori, quante scuole di pensiero, quali angoli culturali sentono, oggi, di sfruttare la rivoluzione &#8220;industriale&#8221;dell&#8217;Oulipo per creare un&#8217;opera un poco più complessa di uno schizzo, sia pure d&#8217;autore?<br>Eppure, mai come nell&#8217;odierno stagnante panorama della spettacolarizzazione globalizzata, laddove si respira (ma non si vede, non si tocca) una latente necessità di nuove forme per catalizzare una realtà sempre più estranea alle nostre facoltà di comprensione, ci sarebbe bisogno di una Letteratura nuova. Una Letteratura che spazzasse via gli stereotipi e il sentore di modernariato che si respira entrando in una qualunque libreria. Una Letteratura che facesse da lievito a nuove espressioni di libertà intellettuale, individuali e collettive. Una Letteratura che nascesse dalla formulazione di miscele di culture, dalle ibridazioni e dalle contaminazioni che i nuovi canali di comunicazione rendono oggi comunemente accessibili, nonostante il digital divide che fatalmente diventerà la nuova frontiera dell&#8217;emarginazione.<br>C&#8217;è spazio per questo? Ce ne sono gli strumenti? C&#8217;è un metodo? C&#8217;è una strada tracciata?<br>L&#8217;eredità dell&#8217;Oulipo, se un&#8217;eredità è possibile, è che c&#8217;è spazio, ci sono gli strumenti, c&#8217;è un metodo, c&#8217;è una strada. Tutto ciò esiste già, in quanto potenziale.<br>Quello che manca, forse, è solo la consapevolezza.<br>Ed il coraggio. <br><br><br>Guido Conforti <br><br>(Teorie - Sull&#39;espressione artistica)]]></description>
<author><![CDATA[Guido Conforti]]></author>
<pubDate>Tue, 20 Jan 2004 10:42:17 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Cara Sabrina..., di Antonio Koch]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=34&tes=125&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[Lettera a un amore inesistente]<br><br><br><br>ti voglio dire sedici cose, ti voglio dire che finalmente sono qui, ce l’ho fatta, m’hanno fatto cantare, me l’hanno fatta, m’hanno preso la testa, sono riusciti a farmi frate, ci sono riuscito, questa è la prima volta che mi arrotolo ed è un continuo finale, un coro, un amen, ma io ti voglio dire che la chiesa non c’entra, non c’era la chiesa in quel momento, in quel luogo, qui, tra noi, e che non c’è stato mai niente tra me e i discorsi, voi, tu, lei, tu le tue parole non te le sapevi mettere, le avevi prese da me, da un’altra parte, da un’altra parte di chi, di me che volevo come voglio chiederti il perché e l’anzi, il prima, il dopo, e voglio chiedertele queste cose, voglio averti profumata rossa come ai vecchi tempi, come quando non c’eri, come quando romantici correvamo sulle pianure, sulle salite, sulle montagne, dolci, strappando fiori e ali che non ci volevano, non ci volevano più, e ci siamo fermati e io questo te lo voglio dire, queste cose che ti voglio dire te le voglio piantare nel corpo come una cosa che ti pianto nel corpo, una metafora; e la terza è questa: sai contare? perché me ne mangiavi troppe, di mani, me le toglievi di dosso, scappavi, ti ricordi com’eri piena e come sognavi di cinema, di noi nel cinema, nei cinema, nei locali bui, negli interrati, e mai che laggiù ti sia rimasto un fotogramma, qualcosa, niente, ecco cosa ti voglio dire, voglio dirti questo: abbracciamoci, ma in ordine sparso; sii seria: non sanguinare, non fare questo, non strapparti le cose, lìberati: chiudi la bocca, questo è il passato, l’io nostro complesso, noi, io che ero facile facile, un po’ piegato, un po’ stanco di starti sul dorso, di pesarti, e i nostri oggetti, le nostre parole grosse, le tue, le tue dita così sottili, così arcuate, e la tua vita, la tua circonferenza, i fianchi, il tuo corpo steso là al sole, al fiume, sui panni, sui mattoni, sugli attrezzi, sui libri delle fiabe, che bellezza, non parlavamo, che roba, che tempi, che anni, che starnuti, che volontà, un brutt’affare, una brutta storia, una vita, un bullone, tu stesa là più materiale delle cose, delle valigie, ecco cosa ti dico, senti, ascolta, ecco cosa voglio dirti, tieni a mente, ricorda, vorresti essere qui, vorresti stare in pace, alzarti, vuoi avermi, ti vuoi, ti vuoi muovere, darti una mossa e non ce la fai, vedi, eccoti che ti schiacci, che non mi ascolti, ecco cosa ti voglio dire: mi fai furbo, mi fai il sesso, mi costruisci i capelli attorno alla testa, mi tracci dei cerchi, mi misuri, volgarotto e distante, dal sotto in su e da un lato all’altro e ridi, ecco cosa volevo dirti, cosa voglio, cosa ti dico, sei frettolosa, sei curabile, sei più utile che vile, piatta e superba, lunga e stabile, emotiva, medicinale, sei studiosa, perdi il cervello per strada, perdi me, i fumetti, raccogli le spine e ti bruci, raccogli i cerini, le scatole, i biglietti, gli inviti, gli omaggi e me li strappi sopra, addosso, mi vieni addosso, mi butti, me lo permetti, ti puoi permettere di vedermi, di ascoltare, ecco cosa ti dico, senti, guarda: prendili, guarda questi occhi, questo tavolino, vedi cosa c’è da bere, cosa c’è, qual è la domanda, questo ti dico, la risposta, l’interrogativa, la desinenza, il tempo verbale; a che numero siamo? dov’è il forse, il nocciolo, la parte, la mia parte, la battuta che manca, la quinta, il fondale; dove sono i tecnici del suono? senti qualcosa? questo, mia martire, mia freccetta, ti dico, questo voglio dirti, sentimi bene, fammi preciso, dammi tempo, fidati, prova il mio gusto: voglio dirti che ho sbagliato, che capisci, che stai a sentirmi, che non capisci niente e io sono in grado di passare da troppi punti, da qua a quella e quello e quest’altro, qualcos’altro, comunque, le lettere, le C e le Q, le (ah) vibrazioni, ecco, vieni, senti: come vibri, vibra, le vibrazioni sono tu che fremi, ti alzi: ho smesso di parlare, smetto, concludo: mi siedo, e non puoi toccarmi, al pianoforte: così ridi, ridi ridi, prendi contatto, prendi tutto, me mi prendi e in sogno passionale mi accoltelli, mi ferisci, mi recidi in tre punti, mi guardi di sottecchi, ridi sotto i baffi, ti sdrai, ti riposi, scalci gridando le mie parti vecchie, le mie cose mancanti, tagliate, le asportazioni, i resti, le mance; avanzo qualcosa, ecco cosa ti dico, non c’è problema, non ce n’è, non c’è tempo e io ti voglio dire che non c’è matematica, non c’è scampo, fuga, buchi, giochetti, saltelli, niente, come sono felice, ecco cosa ti voglio dire, la tua foto, le tue foto, ecco cosa voglio fare, rifarti la foto, quella, la mia, le mie foto, ti rifaccio il ritratto, ti stampo sul muro tra gli alberi, scatto: vivi, andiamo su, vèstiti, prepàrati, salta, corri, vieni, andiamo nel giardino, scendiamo giù dalle scale, caschiamo, voliamo, torniamo di sopra e dimmi quella parola, quella: approfittiamone; e mi si spezza il momento, sono io, mi si spezza un osso, un braccio, un qualcosa di rigido, mi cadi in braccio, mi scendi giù per di qua, mi fai a pezzetti e c’interrompe la telefonata: “pronto? è tutto staccato, tutto a fili, filamenti, bave, chiazze secche, visioni di mare, di porti” e i ponti rimasti fanno i lamenti, chiedono cibo, sono vuoti, sono colorati porpora, bruciati, cinematografici, sono in pellicola, stranieri; sono loro, sono i nostri, ecco le cose che ti voglio dire, ecco che ti dico: bravissima, fammi i complimenti, stammi a sentire: resta aperta, almeno, resta in aria, respira, o no; galleggia, trema, prendi questo, dammi il contesto, la stanza, arieggia l’ambiente, profùmati, stai ripetuta, stai dinamica: resisti, ti dico, fai la competizione, e le cose tutte che ti circondano ti coprono d’oro, ti fanno brillare, ti fabbricano, ti costruiscono, ti mettono i pezzi, le catene, i cerchietti, i diamanti, gli uncini, di questo sto parlando, di questo che ti dico, il nero, il fumo, quello che volevamo, freddo, terso e notturno: il nostro sempre preferito, il nostro attimo, la nostra unica mano, la grammatica, le regole, la regola del collo, la legge, le leggi del tuo collo, dei suoi movimenti, il suo finire, la sua curva, la sua superficie, le sue misure: affari tuoi: contenta? ecco cosa ti ho detto, questo ti voglio dire: contenta? e mi tiri le dita, mi tormenti, mi lanci lontano, mi scrivi le lettere, le passioni, mi circondi di orchestre, di strumenti a fiato, elenchi, numeretti, paradossi: come t’amo, come t’invidio; è una demolizione, un dato di fatto, una farsa, un cappotto, una mezza stagione, un recinto, un animale: ed è il tuo squittìo, di te che ti lamenti, ti fai seria, ti scurisci; mi ascolti? questo è quello che ti chiedo, che ti dico, voglio dirti questo: da qui a dove siamo arrivati c’è un’aria da deserto, delle modifiche, delle pose sabbiose, affascinanti, istantanee di te che ti trucchi, ti fai diversa, simile, ti aggiungi delle cose, te le appiccichi sulla faccia, sulle guance, altre guance, altri menti, altre ciocche di capelli; ti pungi, ti intristisci, collabori, svilisci, sfotti e resti sola: piangi: fine, ecco cosa ti dico, e ti dico questo, te lo dico così, un po’ falso, un po’ automatico, cieco da un occhio ma nelle mani non ho niente, non stringo niente, non sono tecnico, sono moderno, computerizzato, letterario: mitico: arcigno e deluso, ecco cosa vuoi sentire, cosa vuoi dirmi, cosa vuoi suggerirmi, ma ti dico altro, ti dico questo: hai fatto i compiti? sì, li hai fatti copiare, me li hai dati, me li hai fatti mangiare, me li hai presi dallo stomaco; sei universitaria, studiosa, letterale, precisa precisa, netta, sfumata, scontornata, sei bellissima, eccoti là, te lo dico, sei pelle e ossa, western, e cavalchi l’enigmistica, dai le definizioni, i casi, le statistiche, i consigli, le obiezioni, ecco cosa sei, cosa dici, sei quello che dici, non sai quello che sei, non hai la pace, la pazienza: sei innamorata, sei di più, di meno: scolastica; non sai mai cosa usare e a proposito di questo ecco cosa voglio dirti, cosa ti voglio dare, prendi, voglio darti questo, questa collezione, l’arte dei silenzi, dei sillabari, dell’alfabeto, delle cose che non c’entrano, non servono, non ci sono: i ministri, le strade; le ansie, i fiumi; di ciò abbiamo già parlato, ce ne siamo fatte di risate, di noie, di cene, ma io non sapevo aspettare, non volevo fantasia, volevo vivere, volevo cani e gatti, animali domestici, pets, festicciole, non volevo mica che mi capissero, nulla volevo capire io, ti volevo sopra, volevo farmi schiacciare e l’ho ottenuto il premio, il walkman, la musica, me l’hai data tutta, ti sei fatta mia, ti sei fatta pregare, ecco guarda, senti, ascolta, senti cosa voglio dirti, queste cose, ti dico: non sei, non eri tu: era la tua voce, la tua risata, le tue risa, i tuoi polsi, le tue forchette appese, le tue matite, i tuoi appunti, i tuoi fogli, i foglietti, le risme di carta, le tue carte, le cartoline, le lettere, i quadretti, il brogliaccio; ecco, capiscimi, fatti portare, fatti dare gli ordini, perdi importanza, assèntati, manca: bevi, finisci, vai, vieni, andiamo al ristorante; qui paghi il conto e t’innervosisci, ti rilassi, vai a capo, hai capi e code, hai tutto, sei ricca, sei mostruosa, mi prendi la mano e dolce mi sussurri argomenti, variazioni, stati di cose, presenze, allucinazioni, confidenze, un incubo qua e uno là, certi affari, certi regalucci, intenzioni, modi di dire, coriandoli, vezzeggiativi, manie, e ti descrivi, ti descrivo, mi descrivi i tuoi modi di usarti, di esserti comoda, di vincere, e i procedimenti, le valutazioni, le stime, i rischi, come fare bene i calcoli, i tuoi calcoli, mi metti a parte di quegli amori, quei brutti pennarelli, quelle cose che usi per presumere, per essere al corrente, sempre informata; così ti dai, “questo” dici e questo che dici non ti fa né bella né niente: perdi il vantaggio, arretri, ti prendi paura, non sai più cosa fare, questo ti dico, voglio dirti questa cosa di non volermi, non farmi male, la violenza, lo spago, le navi, voglio prendere navi e navi e a bordo dirti “mia diletta” e perdere conoscenza, svanire con te, con la tua immagine, la tua migliore apparenza, la mia realtà comica di noi due sviluppati, immobili, e sorseggiare il nostro vino, il liquore, il dolce, l’amaro, l’insaporito, l’insipido, e correggerlo nel dire “acqua fresca”, nel dire “l’acqua di sorgente” ed è questo che sei, ecco cosa ti dico, ascoltami: acquatica, sei blu e acquatica, un pesce, una forma di vita, un’intera ferramenta, un salotto, un appartamento, non contieni niente: ospiti, sei utilissima, ti ripeti, non mi ascolti, non mi fai partire, non mi dai spazio, non fai niente, sei sola, sei sola, ecco cosa ti dico, sei sola, splendi sola e sei di lusso, sei preziosa, hai valore, hai un aumento di temperatura, non ti fai invitare da nessuno e pensi “non vale, non sono io” e non mi ascolti, ecco cosa ti voglio dire, voglio dirti che ti guardo mente guardi lontano, sola, mentre esisti molto, mentre sei molto di più, sei esotica, così flessibile, così militare, bagnata, lanciata in corsa, fermissima, una falsa partenza, una parentesi, una cosa mite, cubica, quadrata, silenziosa, una cosa mite, ecco quello che dico: altrove, le partenze, ne ho bisogno, ho bisogno d’altro, del tuo morire, il tuo vissuto, il tuo quadro, la tua forma mentis: tutte balle, tutte storie, ecco cosa ti confesso, ascoltami bene, fatti grande: dammi valore e poi pensami, pensa cruda e intensa alle mareggiate, agli spaghetti, le cozze, le vongole, i frutti di mare, le ostriche, pensa al mio francese, le mie voglie, pensami, pensa a quello che voglio, a te, come ti voglio, così, ecco cosa ti dico, sono sincero, ti dico questo, tutto: ci pensi? mi ascolti? mi vuoi? non chiedermelo, non farmi domande, non rispondermi, non darmi niente, non stare lì, cosa fai, cosa credi, non fare niente, non aver paura: sono libero, sono tornato cambiato e reso unto dal ricordo, il pensiero, il lavaggio, il cambio d’umore e di terra, le stagioni, le serre, le piccolezze: le automobiline, eccole, ecco i trenini, gli impianti, le gallerie, i fumaioli, ecco cosa volevo dirti: non ci sei più, sei sparsa, volontaria e frontale e scomparsa da tutti gli scenari, tutti gli ultimi, i principali, i primi, guarda, piglia su, prendi, ascolta: non ti ricordi? ce li hai i fuochi? guarda, ti sono cascate le braccia, guarda i pini, gli alberi, le fronde, guarda, tira su, acchiappa, mordi, stringi e perditi, e ascoltami: chi vola muore, io non volo, io muoio; chi vuole quello ottiene questo: il calore, le foglie d’autunno: un mortorio; chi cerca prova a trovare la stessa via nelle tasche, nel fondo delle bottiglie, nei doppi fondi nelle borse, nelle stanze, nelle anticamere; i ripostigli stanno a guardare e tu tremi e siamo daccapo, tu sei il principio e il tempo che resta, la fine e il bandolo di quale matassa, la tua, la nostra di noi che perdiamo l’autobus, ci scappa il riso, il filo, la delusione, non controlliamo niente ed eccoci di nuovo inespressivi, perduti a partire dallo zero della situazione precedente, basta zelo io mi sono perso e ti canto di questo zucchero, questi limoni, questa arsura, ecco cosa volevo dirti, eccomi, ti voglio dire queste cose, queste freddure, questi climi tropicali, questi viaggi, il viaggio sei tu che torni, eccoti cara mia, mia dolce cavigliera, grande sistema, sei il sistema, sì, un grosso incubo, un groviglio di formule, di frasi troncate, questa sei: una sequenza, un riavvolgimento, tutta riavvolta te ne stai lì a guardarmi, a guardare niente, e io cerco il sollievo, ecco cosa dico, il sollievo lo voglio, il sollievo, mi voglio rilassare, voglio la trapunta, i materassi, questa morbidezza, il morbido delle mie care punte, di tutte quelle frecce, quelle cose acuminate, quei riposini li ricordo e sono quelli che voglio, con anche tutte le sfumature del beige, i divani, un divanetto, ecco cosa voglio dire, lo voglio davvero, così mi posso sedere, girare dall’altra parte, fare nuovi movimenti, nuove combinazioni, nuove storielle, altri percorsi, altri incidenti: tanto tu resti bella comunque, o non mi riconosci, o canti, urli, o ridi troppo: non importa; porterai l’acqua, ecco cosa dico, te lo dico che porti l’acqua alla fonte, la riporti indietro, me la riporti, me la tiri addosso, mi spruzzi di gioia, tante gocce ognuna un divieto, una parola proibita che è “forse”, “anzi” o chissà, non è questo che voglio dirti, non è a te che voglio parlare; non voglio parlare, non voglio cambiare nazionalità: sono troppo duro, troppo tenuto insieme, non cado a pezzi e non perdo niente, solo a volte ti lascio un po’ andare, piccola mia, mia dolcissima, aria mia irrespirabile, mio polmone, mia struttura, la mia organizzazione prediletta, stammi a sentire: sono arrivato l’altro ieri ed il cesto l’ho posato a terra e tu non ci hai tirato fuori niente, come dire nulla o qualcosa, qualcosina, una piccola feritoia, un artiglio, una cosa davvero brutta, un che di imprigionato ti teneva ferma rabbiosa e distante, altra, separata; “ma cosa m’hai portato” ti sei arrabbiata e sei giunta a questo punto per non starmi a sentire, per non parlare mai più; ma io ti voglio dire questo, senti, ascolta qua: hai tante parti ma tutte freddine e io non obietto niente, non faccio presente che capisci, non m’interessa, mica esisto, mica sono solido, mica sono sempre lo stesso, capisci? leggi, senti: sei il mio scopo (uno) la mia azione (due) la mia sonda spaziale (tre) e basta, e senti coma va via la vela? senti come si parte, come ci si soffia via, guarda, goditi questo momento, prendimi, entrami nelle cavità, costringimi a tutto perché non ti ho detto i miei sbagli, non ti ho fatto niente, ti ho dato una speranza casuale poco credibile e quando hai voluto accorgertene, quando hai voluto tagliarti i capelli, l’hai preteso, “i capelli” hai intimato, quando l’hai fatto io sono stato buono e ho rotto il servizio da tè, come volevi, il servizio da dodici, come volevi, ho tirato le tende, le ho date in pasto al tuo animaletto, come volevi, e mi sono lavato come volevi e ho comprato gli attrezzi ginnici, come volevi, e le cime, erano quelle che volevi, e frutta, e come volevi una piscina gonfiabile, e gli attrezzi ginnici te li ho allestiti, preparati, e tu hai detto “allenamento” e mi hai spezzato la schiena, hai divorato metà di me, di questo corpo o dell’altro, e io sono stato fiero, felice, fiero, e ho detto “alla fine” e così tutti e due eravamo cibati, sazi; e adesso mentre dici che non è giusto io voglio dirti questo, ecco cosa ti voglio dire: non è giusto, è un’ingiustizia, è una scala mobile guasta, un dirupo, una cosa bellissima; un orrido, una cascatella, una nuvoletta, una striscia di nastro adesivo color ardesia, ma tu guarda, una combinazione, una foresta nera, un gallo, un addetto alle spedizioni: un videogame; e mentre dici che è meglio così, che è andato tutto bene, sentimi, senti qua quello che ti dico, senti cosa voglio dirti: ho fame e la verità l’ho detta a tutti, a tutti quegli altri, quelli fuori, quelli dentro, quelli là, questi qui, la folla, gli altri, i predoni, i pirati, i banditi, i cagnolini, le scimmiette, gli altri che non siamo noi, che eravamo un po’ meno definiti, che non ci siamo più, che non ci ascoltiamo, che non ci ascoltino mi raccomando, parlo al plurale dato che so chi sei: sei lì, sei tu, sei un abbandono vivente, una cosa morta, uno svivacchiare sereno, una bugia, un’approssimazione, un significato: sei divina, manchi a tutti, non arrivi da nessuna parte, nessuno ti conosce, nessuno lo sa le cose che mi hai insegnato, che mi hai insegnato delle cose, mi hai minacciato, mi hai insegnato le minacce, le vacanze, i vuoti, le restituzioni, questo m’hai insegnato, e non mi hai mai detto niente e adesso non ci sei più, eccoti, sei qui e mi ascolti attenta ed io ti dico questo, solo questo ti voglio dire, ti dico: che ore sono, che cosa manca, per favore uniscimi, tratteggiami, fammi a pallini, fammi dei motivi sulla pelle, dammi l’astratto, il concetto, il punto, i pois, dammi le lamelle, le rotelline, gli ingranaggi del nostro meccanismo, fammi stare zitto: ridi: ecco cosa ti dico: fatti mia, fatti comprensibile, concediti, sdraiati, spogliati, costruisciti il corpo e donami qualcosa, una scelta, una visione, una manina: fammi un danno. Perché, cara Sabrina, amore mio inesistente, è questo che voglio dirti: è questo che voglio.<br><br>(Arte - Narrativa)]]></description>
<author><![CDATA[Antonio Koch]]></author>
<pubDate>Tue, 20 Jan 2004 00:23:47 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[La poesia della mente: Otto millimetri e mezzo, di Guido Conforti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=122&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=122&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> <i>Giusto ieri David Ponzecchi ha appena accennato ad un tema per me affascinante e meritevole di essere approfondito in Karpòs: quello delle dinamiche della mente.<br>O meglio, le dinamiche della mente esaminate in chiave trasversale e multispecialistica (più che aspecialistica, se ho bene inteso).<br>Collegato a questo tema stanno queste 8 e 1/2 poesie che tutte insieme cercano di riprodurre la genesi di un pensiero poetico ripercorrendone le dinamiche nient&#39;affatto consequenziali eppure confermative.<br>Non so se il tentativo sia andato a buon fine.<br>O meglio, come sempre lo so solo per quanto mi riguarda.<br>(i versi non stanno nello spazio concessomi, ma magari Stefano mi aiuterà con qualche buon consiglio)</i><br><br><span style='color:blue'><span style='font-size:8pt;line-height:100%'><span style='font-family:Times'>PICCOLE DERIVE<br><br>ma poi finisci sbattuto su una panca dell&#8217;expo a controllare se fioriscono <br>come fioriscono le gomme americane e luisvitton come farà con tutto questo contrabbando <br>di specchietti pitonati almeno gli elefantini quelli sì certo che poi i cinesi <br>lavorano a grumi i cinesi in scala come gli elefantini mentre in fondo <br>è sempre e soltanto una questione di spigoli <br>quelli dei quadrati e soprattutto dei triangoli laddove tu invece <br>tu sei perfettamente cerchio <br>equidistante equanime equilibrato <br>spirito equoreo e quindi inequivocabilmente incorruttibile se <br>di acqua siamo fatti noi come questi cefali stercofagi <br>ammassati intorno alla griglia di questo collettore di liquami umani brutta razza <br>oramai senza più guerre né fami né stupri a rimescolarne i geni almeno i marocchini si facessero <br>le equadoregne scafo largo loro buone da farci figli poche storie piuttosto <br>che avere una crisi di rigetto da troppa affinità bestie sozze <br>i gabbiani e avide e da starsene lontano da quel grido falso a becco aperto ad ingozzarsi <br>di rumenta che di bughe manco l&#8217;ombra ormai troppa fatica <br>e non sia mai che si sia visto un gabbiano sudare siamo rimasti soltanto noi <br>qui che ci sudano le mani a stropicciarci il petto a strizzarci i capelli almeno <br>annegasse stasera la noia anzi il vuoto anzi la paura che in fondo al vuoto non ci sia che altro <br>vuoto e buio dove non servono più occhi e orecchi e nasi e mani <br>provalo tu ad acciuffare il vuoto che però ti pesa <br>quanto un sacco di carbone sulla schiena lo portavano i camalli <br>eppure avevano caviglie leggere nel bilanciarsi sulla passerella <br>con un paio di quintali la sera un piatto di minestra una galletta un coronata poche parole il ghen la sì la lana spessa il sale le basette aguzze <br>ho letto di montagne di cavalli ombrosi che oggi manco l&#8217;ombra troppa fatica<br>ci vacciniamo contro il morbillo che si faceva a letto una settimana di salgari e tintin <br>le lenzuola dure di marsiglia e l&#8217;odore di varechina in bagno la solitudine è una bella cosa <br>a tempo come i parkimetri come un giro in barca <br>a vedere la lanterna e il verde che la sommerge la città <br>la schiaccia come una focaccia grigia che la gente scappa via <br>a respirare largo <br>almeno il mare ci hanno dato <br>il mare finisce che ce lo berremo o lui si berrà noi <br>le nostre integrità le nostre vanità <br>le nostre ottusità <br>anche se li sento ora i bimbi che si dondolano sulle ringhiere <br>e hanno mani piccole piccoli denti labili e una cellula dormiente di reale commozione <br>che forse vibrerà il giorno che sento arriverà <br>che presto arriverà <br>che anche questo <br>finalmente <br>finirà<br><br><br><br>DI QUOTIDIANI BALBETTII<br><br>e capita a volte che si inciampi in un dente nero di pietra scivolando sull&#8217;orlo sbeccato di un marciapiede <br>rigato rallentando la corsa diretta occhi bassi e distesi la gente per strada cammina sempre più piano con passo <br>da vecchia baiadera danzatori lisci di tango su transatlantici in fuga smaltati di fresco città vecchia dicono <br>città di vecchi dicono vecchi discorsi sdruciti e intanto <br>la segatura negli angoli le bottiglie d&#8217;acqua piene sui portoni i cani così pisciano altrove dicono <br>gli occhi che inciampano negli occhi delle ragazze che ridono dei loro giorni grassi <br>e si trapuntano la faccia l&#8217;ombelico il cervello di spine <br>curiosa forma di congenita autoflagellazione I suppose <br>quanto doveva pesare la croce e cristo doveva sentirsi spaccare il cuore mentre tirava su <br>come un bue da sotto la fronte lassù lo spiazzo l&#8217;apocalisse non fosse per una pietra nera <br>di sbieco su cui il taglio del piede s&#8217;inciampa vacilla e crolla <br>crollano le sequoie i gemelli il nasdaq colossi con i piedi di paglia a volte basta una bolla <br>di aria leggera là sotto basta la sbava di una lumaca l&#8217;impianto di una muffa d&#8217;autunno <br>o il lavoro malfatto di uno stradino stufo della moglie depressa <br>della figlia policroma che rumina il piercing del lavoro che c&#8217;è adesso domani <br>domani una barca da andarci a pescare sbarbarsi con calma attento alle reti <br>che se inciampi si tirano le maglie si strappano si ingrovigliano come i miei pensieri <br>solinghi raminghi in fondo casalinghi basterebbe in fondo un piatto di pasta una panissa <br>e un raggio di luce che senza non vedi e brancoli fesso ti chiedi e di certo ti inciampi <br>sbatti la testa e magari dimentichi scordarsi di berlusconi dei semafori delle telepromozioni <br>del casco in testa e sentirsi ancora adesso l&#8217;aria tra i capelli e giusto il brontolare rauco <br>della vespa attento all&#8217;ingolfo dannata benzina verde <br>che mio cugino quello matto o mezzo matto diceva non c&#8217;è odore migliore <br>ma poi è finito mica bene il ragazzo inciampato su una storia più grossa <br>mentre quello voleva solo costruirsi una macchina e scappare una sera <br>per il deserto dei gobi dove io per davvero mai e poi mai che mi basta luglio <br>in questa città deserta <br>dove rimangono solo i vecchi a sfiancarsi <br>i cani a pisciare più oltre <br>e un caruggio <br>ammuffito e sconnesso      <br><br><br><br> E DI BAGLIORI INFILTRATI<br><br>sicché ti rifugi meglio ti infiltri sgusciando le spalle e chiedi una cosa <br>che cosa qual&#8217;era quello di hemingway manhattan mojto non sono mai stato bravo lo so <br>mi manca l&#8217;effimero la precondizione il pretesto ma quello non era mica poi tanto <br>un eccentrico che timbrava il cartellino tutte le mattine il certosino <br>l&#8217;amanuense barbuto il grande cacciatore pescatore amatore le donne subiscono <br>il fascino della barba fluente forse per una ragione di ciglia vibratili anche se poi <br>si ritraggono volubili specie animali mobili meccanismi di governo <br>di un universo figliato madre la terra mater certa stabat mater <br>capita di rifugiarti facile nei loro lobi ovattati si parla bene con loro <br>un calvados please un porto per lei perché lei vuole perché loro vogliono la vita più facile <br>in fondo anche se poi si ritraggono si spengono si staccano forse una questione di pile <br>o forse di semplice metabolismo in america i bambini vengono su obesi ed è un dramma <br>per i fondi pensione disfunzioni cardiache insufficienze renali diabeti e cirrosi <br>almeno crepassero ma no invecchiano male che genoma farebbe i miliardi <br>a barattare il metabolismo con quello dei bàntu ci vivresti tu con un paio di dollari al mese <br>che più o meno fanno un bloody mary no guardi ha per caso una spuma <br>meglio se bianca col tappo di gretta la facevano e con la bottiglia di vetro spesso la facevano <br>dopo la partita dopo la fuga in bici dopo il pane e nutella con le ginocchia sbucciate <br>non si aveva ancora paura di attaccarsi qualcosa allora <br>la sifilide l&#8217;epatite la rogna la gioia di vivere che ce la passavamo con uno schiocco di lingua <br>e una lisca di gelo se passava maria il profumo di viola ecco facciamo un earl grey <br>non mi guardi così proprio un earl grey senza zucchero da seguire le foglie <br>sfuggite alla sorte fluttuare su correnti invisibili attratte in un gorgo invisibile <br>avvolte da una rete invisibile <br>di profumi e ricordi <br>in cui mi rifugio <br>meglio mi infiltro <br>in fondo un intruso <br>tra i tanti <br>dispersi<br><br><br><br> SCARTANDO DI LATO LA RIVIERA<br><br>scartando di lato tirando di tendini e nervi non c&#8217;è pensiero che tenga siamo stretti parenti<br>la rana il tordo l&#8217;anguilla il cavallo sei piedi di attese al garrese<br>muro gabbia doppia gabbia e una scarica di acido lattico pronta presa<br>sembra sia tutta colpa del caldo e di un&#8217;alimentazione sbagliata provare con le banane<br>e con un rigoroso allenamento equilibrato tra velocità e potenziamento<br>una volta bastava una settimana ed è da questo che ce ne accorgiamo<br>dal lento e progressivo deterioramento delle nostre facoltà psicofisiche di intrecciare proficue relazioni <br>con il pavimento laddove a farci l&#8217;amore si prevenivano le discopatie e le troppe domande inevase<br>che invece ora mi mordono l&#8217;anima muro gabbia doppia gabbia non ci si potrebbe fermare<br>e tornarci a fare l&#8217;amore sul pavimento invece di stringere il morso <br>e dare di sprone alle costole riavviare il galoppo appena c&#8217;è un tiro di sasso di spazio<br>per respirare le froge esposte disposte a ventaglio<br>per respirare  l&#8217;adrenalina andrebbe fatta decadere proporzionalmente allo stato di saturazione<br>per respirare facciamo a gara senza sbattere gli occhi i tuoi occhi in plenilunio saturi di sottobosco<br>si respira meglio fatto l&#8217;amore ed è un buon allenamento per un mezzo tenore che già sul si bemolle<br>tende il gozzo  e s&#8217;impicca altro che respirare <br>troppa aria annega il cervello sfarfalla i contorni i contesti i confini figurarsi un cavallo<br>che sogna soltanto una musetta di fave e di avena se c&#8217;è un tiro di sasso di spazio il passo si allunga <br>si rompe si scolla se ne vede la fine e invece<br>invece la fine della terra promessa di fronte di colpo è <br>l&#8217;oceano è <br>l&#8217;impronta di mostri marini <br>di smisurati <br>silenzi<br>una gabbia un muro di niente che annulla la vista il nero è<br>un noncolore assorbe la luce l&#8217;annienta non la rifrange<br>non ci si specchia nel nero non si cercano i brufoli né i capelli bianchi ma dal nero<br>si fugge si storna si scarta non c&#8217;è pensiero che tenga<br>si tirano i tendini e i nervi<br>si sceglie un altro orizzonte un altro destino<br>altri bevano il calice cosa vuole da me questo ottavo di zingaro unto<br>cosa vuoi <br>tu <br>da me cosa<br>così presto così<br>in fretta così <br>assolutamente<br>tutto <br><br><br>SALENDO PUR CHE SIA<br><br>oppure si sale su un autobus magari dalla porta davanti chiamale se vuoi trasgressioni <br>suicidarsi sarebbe l&#8217;unico gesto ragionevole non essendovi nessuna ragione ultima per vivere anche se <br>per dirla con toddyandrews ciò vale conseguentemente per il suicidio medesimo eppure <br>salendo dalla porta davanti si fanno incontri curiosi <br>ansiogeni suonatori di tromba distributori di pane grattato marinai in temporaneo congedo <br>in attesa che riparino l&#8217;albero di trasmissione mio padre le prove le faceva davvero <br>che settantamila cavalli ne fanno girare di triglie e di sistole <br>saliva le scale a tre a tre tanto per vedere se il cuore teneva e non si è mai davvero capito <br>se fosse incosciente o simulasse un qualche suicidio tanto che <br>poi c&#8217;è rimasto tra quelli che salgono diligentemente dalla porta di dietro <br>chiedendo permesso alle cartelle rotanti alle sporte pesanti ai moderni viandanti che non camminano più <br>ma salgono a bordo per traghettarsi verso un altro sospiro guai a voi anime prave <br>meglio sarebbe salirci in ascensore in paradiso a castelletto darei una cifra per sapere se <br>a sanfrancisco ci entrano dal tetto in casa propria e un&#8217;altra cifra per sapere se <br>anche laggiù ce li hanno questi venti in cerca d&#8217;autore se otello è il maestrale iago è <br>lo scirocco che sale dal sale del mare giannibrerafucarlo sentenziava che <br>gli scudetti non si sarebbero mai vinti con la macaia che ti sega le gambe e le inzeppa di sabbia <br>fin su nel cervello ma poi si sbagliava eccedeva sbracava come i veri poeti che <br>non dicono fingono mentono storcono vecchie baldracche rancorose che passano il tempo <br>a sbiecarsi l&#8217;un l&#8217;altro pur di guantare uno sguardo in cerca di distrazioni <br>bagasce psicolabili sull&#8217;orlo di un suicidio latente che tale rimane solo per pavida indolenza <br>mentre tutto sommato è piacevole <br>salire di notte su una qualche collina<br>la luna a paralume<br>là sotto la vita<br>distesa<br>distante<br>dormiente<br><br> <br><br>IN PROVVISORI SOBBALZI<br><br>si diceva del paradiso ma almeno bisognerebbe chiarire se esso sia perduto o artificiale <br>o semplicemente griffato da un pupiere esperto di ippica <br>dissalatore di lagune spianatore di dune defloratore di crune che passi largo <br>il popolo lustro di paillette che suoni lunga l&#8217;orchestra un trittico di liscio <br>e che scivoli via su un bozzolo di valzer ogni rancido pensiero <br>rinascessi mi darei al curling e parlerei di ghiaccio e di polsini <br>un occhio al whisky e un altro ai futures il fixing dello yen <br>schiodassero lo yuan partirei domani per la cina mi prenoti su lufthansa <br>sa il servizio sa la milesandmore sa mio figlio piccolo da questo mese inizia <br>un corso intensivo di svedese mentre la grande ha uno stage al wuppertal <br>sa detto tra noi la bausch mi sembra troppo rigida ed anche un poco androgina <br>ma alla fine non guasta che anche loro come noi <br>sa la disciplina il metodo l&#8217;applicazione bisogna avere un progetto <br>congruenza di obiettivi e di risorse planning accurato che non abbiamo mica tempo da perdere <br>mi sono fatto un gantt alla coscienza prevedendo un audit intorno ai settanta <br>magari alle cayman che sono anch&#8217;esse un paradiso <br>siamo mica matti lavorare tutta la vita per il fisco <br>una pecora per tosarla bisogna prima farla crescere e poi non è davvero così male <br>fare shopping natalizio a londra il sabato pomeriggio il tè va preso liscio <br>che a volte capita <br>con una goccia di limone che ti si ingrippi la laringe <br>e a volte veramente basta un singulto un singhiozzo un piccolo sobbalzo <br>che faccia tracimare il tè sul piattino dio non voglia sulla fiandra orlata a giorno <br>e per incanto o disincanto stralunarti la serata germinarti inutili perché senza attendibili risposte <br>la sterlina è una moneta da barbari come faranno i ragazzi oggi nella city <br>sfido che passano il giorno in metro con tutte le tasse che hanno da pagare <br>una moglie alcolizzata di fresco un passato da liceale con prole al collo <br>a natale un bel collier di sogni franti hai presente marypoppins <br>il primo lavoro era andare in banca ma oggi alla faccia dei bluecollars <br>nessuno ha più voglia di ungersi le mani meno male che arrivano a scafate <br>che bisognerebbe organizzargli un volo di linea altro che frequentflyer <br>con  mia madre che recita a fare il vegetale e per fortuna <br>che le cambiano l&#8217;acqua quattro volte al giorno ti sembra vita quella <br>lei che non la guarda più la foto col tutu di raso <br>doveva essere bella e lieve <br>sulla punta stesa <br>e mio padre al ballo del paese <br>la giacca di fustagno il baffo steso <br>doveva stringerlo forte <br>di sicuro il paradiso<br><br><br> <br>IN EFFIMERE SCHIARITE<br><br>è strana questa storia che per sopravvivere si mette lo zucchero nel latte <br>eppure non è poi così strana se solo si considerano i giorni di scadenza del multifiltrato <br>pare che il sessantaduepercento dei bambini non abbia mai visto una vacca <br>e addirittura il settantaseipercento non stabilisca alcuna correlazione <br>tra l&#8217;uovo e la gallina quando piove non so perché mi scatta su la faccia tonda dell&#8217;orlando <br>dove sarà il ragazzo e la nerina e la ciliegia e la bronzina <br>c&#8217;era un lupo che girava su dal bric tempo bastardo questo e bastarda questa sorte <br>che ci fa neri e lustri come le pietre <br>giù sul lago le donne si difendono dall&#8217;acqua alta coi tacchi aguzzi <br>e uno sfioro di mughetto che i portici sono in fondo una trovata pubblicitaria <br>ma non fanno una bella vita i manichini sempre truci ed incazzati a differenza <br>della vetrinista in bella vista molto professionista ed ottimista una vera artista <br>nel suo campo di scambiare le lanterne con le lucciole <br>eppure l&#8217;orlando una volta me l&#8217;ha detto che a domodossola ci scende solo per le scarpe <br>e per il resto fa da sé boia d&#8217;un tempo che non smette e romba <br>manco fosse un manichino di benetton che di tutti sono i più incazzati <br>sempre lì a cambiar colore in base a come gli gira l&#8217;anima alla gente <br>quest&#8217;anno va di moda il fucsia peste che capiti mai al malva che allora sì farei furore <br>io non so chi più detesto tra un gourmet e uno stilista <br>tutto sommato da grande vorrei fare lo stilita <br>ma di periferia che se il deserto mi spaventa la folla pure una colonna <br>nei pressi di una provinciale mal frequentata o poco frequentata <br>se non dalle battone nigeriane e dai rivenditori di cocomeri gli unici ad essere salvati temo <br>dal diluvio che continua come se ci fosse per davvero <br>un dio geloso che avesse in astio gli assaggiatori di mosciame e castelmagno <br>cinquanta euro al chilo i fessi manco ci fossero ancora le vacche a castelmagno <br>ma con il miele ma con le noci se lo dicessi <br>all&#8217;orlando che si facesse furbo magari ora sarebbero tutti giù in paese <br>a cristare perché con questo temporale s&#8217;impippa la parabola <br>e come si fa senza zappare tra un bloomberg e un nationalgeografic <br>dove ci trovi sempre i serpenti marini o i babirussa ma peste che ti facciano un bel servizio <br>sulle vacche o sulle galline che son già a dormire e purtroppo non lo vedono <br>che laggiù da dietro il bric <br>già rompe e rasserena <br>e lo avrà già visto di sicuro <br>anche il ragazzo  <br>richiamando il cane <br>con un fischio lungo <br>e altero<br><br>  <br>NERO IL SIPARIO E NERO IL BOCCASCENA<br><br>se pensa cosa pensa i dottori dicono non pensa associa dispone incrocia intreccia <br>ricompone lo svolo di un&#8217;organza il ritmo di una danza il sapore del tamarindo <br>una tappezzeria di stanza la sua stanza forse o quella di suo nonno il nocchiero <br>il condottiero nero le losanghe bicromate grigioocra un ticchettìo di passi svelti <br>una risata un trillo un grido acuto un vagito i panni stesi il ghiaccio della piscia <br>che si ghiaccia scorrendo defluendo sul cotone buono del corredo le placente le frattaglie <br>i torrenti di montagna e il fieno ed il baleno che brucia il fienile là dalla china e crepita <br>con sbuffi di ciminiera in fiore la collina la vedi tu dalla cucina che ti ripari <br>dietro lo spioncino di una persiana accosta smerigliata maldisposta la feritoia scosta <br>sono occhi gialli quelli del lupo e verdi della lince scappa gretel scappa e rotola <br>tutto quello che non è sia e tutto quello che è non sia <br>precipitata che sia la bambina in un mondo immondo dove le suore insegnano il ricamo <br>e non potrebbero davvero fare altro con le loro mani di mollica <br>troppo docile sei stata mascelle di lupo e di lince avresti dovuto e non ti saresti svegliata <br>con le caviglie nel torrente e le trecce chiuse da un elastico di velluto blu di prussia <br>impastato della polvere rossastra della carrareccia grumi rossastri di sangue rappreso <br>un macello un&#8217;ordalia da sottoporre i tuoi vent&#8217;anni incauti anche se poi <br>tutto passa tutto scorre e si dimentica tranne la fame che quella invece <br>ti fa grattare il pane secco e metter via l&#8217;olio del fritto  non si lava la padella <br>ma si asciuga con la carta straccia la casa vuota non per le bizze di un arredatore trendy <br>da loft postpostmoderni con studio a parigi londra e sangiminiano <br>il pesce lo vendono in strada il venerdì mattina il sole brilla <br>sulle squame delle bughe e sulle tue idee di casa piena di nuove risate e trilli e grida <br>e vagiti e panni stesi essere moglie e maglia a una catena spessa che gira in fretta<br>troppo in fretta troppo presto si inceppa e si scarrucola basta poco <br>una piccola deriva un quotidiano balbettio l&#8217;infiltro di un bagliore uno scarto alla riviera <br>e il sogno è andato il gioco pure <br>rimane da salire pur che sia <br>in sobbalzi provvisori in effimere schiarite <br>nero il sipario e nero il boccascena <br>solo un vago odore <br>di arancio e <br>di gelsomino <br><br><br><br>LA VITA PRECIPITATA<br><br>se pensa cosa pensa <br>i dottori dicono non pensa<br>illumina<br>scandaglia le nuvole di raso rosa<br>segue il salto dei conigli che affondano <br>tra i gigli bianchi della china erbosa <br>non pensa<br>assorbe rifrange riflette <br>troppo latte<br>si spande stilla a stilla<br>non pensa<br>vibra scintilla trilla<br>un si cantino<br>un sottile campanino<br>che tocca e che ristacca<br>ad ogni filastrocca<br>un vago odore<br>di arancio e<br>di gelsomino</span></span></span> <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Guido Conforti]]></author>
<pubDate>Mon, 19 Jan 2004 14:47:25 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Un recente articolo sul Gruppo 63, di Fabrizio Pittalis]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=16&tes=103&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=16&tes=103&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[[Massimo Onofri suona la sua campana]<br><br><br><br> Credo sia interessante leggere questo bell&#39;articolo del critico letteratrio Massimo Onofri (Docente di lett. Italiana a Sassari) sul Gruppo 63 apparso su &quot;La nuova Sardegna&quot; del 27 novembre 2003. Sottolineo che pur non trovandomi d&#39;accordo su alcuni punti particolari, mi sento comunque di condividere la generale attitudine di ciò che Onofri ha trattato senza mezzi termini in occasione di un convegno Palermitano appunto sul famoso gruppo.<br>A voi (è un po&#39; lunghetto, lo so...):<br><br><b>UNA POETICA CUCITA COL FIL DI FERRO</b><br><i>Cosa resta della tensione sperimentale degli anni sessanta</i><br><br>Solo per restare alla cronologia corta degli anni sessanta, quanto ad un ipotetico discorso sullo sperimentalismo letterario, la data che mi sentirei di proporre è il 1962, non il 1963, che pure è l’anno in cui appaiono &lt;&lt;libera nos a malo&gt;&gt; di Luigi Meneghello, i racconti di &lt;&lt;Un caso di coscienza&gt;&gt; d’un grande palermitano come Angelo Fiore, &lt;&lt;La ferita dell’aprile&gt;&gt; di Vincenzo Consolo. Nel 1962, infatti, viene pubblicato &lt;&lt;Memoriale&gt;&gt; di Paolo Volponi, tanto per fare il nome d’uno scrittore sperimentale, che, però, non s’è mai feticizzato nello sperimentalismo. Se è vero, appunto, che potremmo definire lo sperimentalismo come l’esito deificato della sperimentazione, tanto ingenuo quanto dogmatico. Proprio quello che è capitato a molti membri del Gruppo 63, di sicuro a tutti quelli – e non sono pochi – che sono rimasti fedeli, negli anni, ad un’oltranza dell’ideologia. Curioso e paradossale destino, questo approdo di totale alienazione nel linguaggio della neoavanguardia: tanto più che all’inizio di quei non proprio magnifici anni ’60, nella società ad una dimensione del trionfante neocapitalismo, appunto la società dell’omologazione di tutti i linguaggi, i neoavanguardisti si candidavano ad essere gli unici plausibili eversori delle istituzioni linguistiche. E invece: a forza di mimare, nel linguaggio, la dissociazione schizofrenica della società, quella schizofrenia linguistica è diventata la loro speciale e rigida  divisa d’ordinanza – ne sa qualcosa Edoardo Sanguineti – subito impataccata di medaglie, ma con gli anni sempre più logora e bisunta.<br>Eppure, se il Gruppo 63 è entrato così presto, e così prepotentemente, nelle antologie e nei manuali scolastici, millantandosi come l’unico evento veramente saliente dell’anno (se non del decennio), una ragione profonda ci sarà: ed è la sua costitutiva vocazione a riassumersi facilmente in qualche formula da bignami. Non per niente, in una recensione apparsa su &lt;&lt;L’Unità&gt;&gt; del 21 ottobre 2003, Angelo Guglielmi, a proposito del libro di Renato Barilli &lt;&lt; Dal Boccaccia al Verga. La narrativa italiana in età moderna&gt;&gt;, poteva giustamente dire che &lt;&lt;Barilli pratica l’approssimazione come scelta di verità&gt;&gt;. Guglielmi non stava per niente ironizzando sul suo vecchio compagno d’avventura: tra le tante qualità che potremmo riconoscergli, non c’è di certo quella dell’ironia. Stava, piuttosto, solidarizzando: se è vero che l’approssimazione di Barilli diventa, nelle sue pagine, perentoria schematizzazione. Ecco, se la neoavanguardia italiana ha prodotto qualcosa, è stata appunto una poetica, fissata col fil di ferro, cucita dentro un codice brusco, da applicare all’uopo, con ferocia metalmeccanica: che è un altro aspetto di quella paradossalità di cui si diceva, se è vero che chi se n’è fatto fanatico promotore – di quella poetica, di quel codice – avrebbe voluto invece infrangerli tutti i codici.<br>Taluni sono rifuggiti presto da quel demone intellettuale che è stata la poetica dell’infrazione ad ogni costo, la mitologia veteromodernista del nuovismo: mi piace citare un saggista elegante come Alfredo Giuliani. Altri, invece, ne sono rimasti soggiogati per sempre: ho parlato di Barilli e Guglielmi. Ma potrei aggiungere il nome del giovanilista Nanni Balestrino, disposto a correre ogni tipo d’avventura, pur di correre da qualche parte. O quello del coltissimo Sanguineti: il quale però, quando ritorna a brandire la vecchia spada del marxismo come un antico samurai, non può fare a meno di notare quanto quella spada sia spuntata e miserabilmente arrugginita. Bisognerebbe che qualcuno glielo dicesse: capitalismo, comunismo, socialdemocrazia, sono categorie che non si possono utilizzare come se fossimo ancora ai tempi del “rinnegato” Kautsky. Quali e quanti danni possa produrre la coazione a ripetere della poetica, non è cosa difficile da dimostrare: soprattutto quando si pensi al poverissimo quadro che del Novecento – un secolo consegnato a poche ossessioni, ed ossessivamente artistico, sicuramente anoressico- ci hanno fornito i critici e gli scrittori appena citati, tutti impegnati, in un modo o nell’altro, nella critica militante.<br>Indugiare ancora su qualche esempio potrebbe, però, essere istruttivo: tanto più che si tratta di critici e scrittori, con una grande disposizione didascalica. Torniamo ancora ad Angelo Guglielmi, da sempre fedele alla sua poetica dell’antiromanzo, prima inseguita nelle oltranze dell’antinarrativa, ora registrata sui libri di memorie e dedicati a quella che lui chiama la &lt;&lt;vita vissuta&gt;&gt;. E prendiamo la recensione a &lt;&lt;Il contrario di uno&gt;&gt; di Erri De Luca, apparsa su &lt;&lt;L’Unità&gt;&gt; del 12 agosto di quest’anno. Sarebbe bastato un poco di gusto e di libertà, per accorgersi subito dell’insopportabile odore di carie sotto il bianco marmorizzato di quelle pagine, per registrarne il compiaciuto estetismo, per accertarne l’epigonale ed eterno dannunzianesimo italiano, ora coniugato al rosso dell’ideologia: quel gusto e quella libertà che mancano a molti critici italiani di oggi, troppo facilmente sottomessi agli obblighi del &lt;&lt;politicamente corretto&gt;&gt;, che impongono di celebrare appunto uno scrittore come Erri De Luca. Sarebbero bastati un po’ di gusto e di libertà: se Guglielmi non fosse da sempre prigioniero delle sue eroiche formule e del suo glorioso passato. Sicché, se dal libro di De Luca cita frasi del tipo &lt;&lt; Solo i baci sono buoni come la guancia del pesce&gt;&gt; (oppure &lt;&lt;l’assolo del respiro li spaventa. Soffrono di vertigini in bocca&gt;&gt;), non lo fa per denunciare l’insopportabile retorica della vita, ma per arrivare a conclusioni come queste, tali da lasciar basito anche il più volenteroso dei suoi lettori, non solo per la loro farraginosa sintassi: &lt;&lt;Quello di Erri De Luca è un linguaggio materico ma non al modo degli informali del senso di colate di parole ma piuttosto al modo di certa pittura cubista fatta di spigoli e di punte&gt;&gt;.<br>Eppure, il campo della critica resta quello dove i reduci della neoavanguardia hanno dato il meglio di sé stessi<br>Concentriamoci per un attimo su quella che è stata la produzione in prosa del gruppo: se li prendiamo tutti insieme , i loro libri, da &lt;&lt;Capriccio italiano&gt;&gt; all’epigonale &lt;&lt;Tempo di massacro&gt;&gt; d’uno che ha poi abiurato come Sebastiano Vassalli, tutti insieme, dicevo, non raggiungono il valore storico e letterario del &lt;&lt;Giardino dei Finzi-Contini&gt;&gt; di quel Bassani che hanno tanto disprezzato. Non posso esimermi dal citare un fenomeno come quello di Alberto Arbasino, il campione del conformismo dell’anticonformismo: che, pure, riesce ad avere consensi unanimi dall’estrema destra all’estrema sinistra, per ragioni che, forse, si potrebbero cercare sul mero piano della sociologia della cultura, della storia di quella pseudoborghesia italiana neghittosa o velleitaria, ma sempre ignorante, e sempre in preda a qualche dissimulato complesso d’inferiorità, quello che l’ha fatta pendolare, dentro il secolo appena trascorso, da un provincialismo grettamente autarchico a un provincialismo euforicamente xenofilo. Dicevo di Arbasino, che ha fama di grande moralista: benché si tratti d’un moralismo facile che non paga dazio, quello di chi non s’assume mai la responsabilità, dentro uno sdegno civile sempre sottolineato, di fare un nome e un cognome. Ma il tratto decisivo e imbarazzante del fenomeno Arbasino è un altro: e sta in una sorta di metastasi d’una scrittura senza più referenza che, tra rifacimenti infiniti e riaggiornamenti perpetui, letterine ai giornali e articolasse, pare inarrestabile.<br>Non vorrei nominare Umberto Eco: che ha saputo passare, con grande disinvoltura, e con grande successo, da una semiologia per meglio intendere il mercato librario a una semiotica del libro costruito per il mercato. E ha saputo darci, col &lt;&lt;Pendolo di Focault&gt;&gt;, non più che una traduzione misteriosofica di quei Beati Paoli che tanto l’affascinarono.<br>Sarebbero questi i narratori che ci dovremmo traghettare nel nuovo millennio? Certo, ci sono i romanzi di Luigi Malerba: che ha trovato subito una via d’uscita tutta sua nella tradizione del comico. C’è un prosatore straordinario come Giorgio Manganelli che, però, è stato un uomo d’ordine, troppo leopardianamente sospettoso delle magnifiche sorti e progressive, e in perenne contemplazione del nulla. E c’è stato, per tornare a Palermo, un intellettuale anomalo, subito dimissionario dai ruoli del Gruppo, come Michele Perriera, originalmente attivo tanto nel teatro che nella narrativa ( una narrativa misteriosamente fantapolitica): e che, in questi ultimi anni, con &lt;&lt;La spola infinita&gt;&gt;, ha scritto uno dei libri più saggisticamente inventivi che m’è capitato di leggere.<br>Quanto alla poesia, non v’è dubbio che il Gruppo 63 ci abbia dato almeno un grande poeta: Elio Pagliarani. Ma anche qui ho qualche dubbio sulla paternità neoavanguardista di tale vicenda lirica: se è vero che un capolavoro come &lt;&lt;La ragazza Carla&gt;&gt; deve molto di più ai percorsi della poesia del grande antinovecentismo prosastico e realistico, che non alla poeticadel sabotaggio linguistico. Non si può tacere dell’intelligentissimo Sanguineti, il cui valore poetico, però, mi pare resti attestato su un piano meramente documentale, nel senso del più autoreferenziale e concluso Novecento: che è il giusto contrappasso per chi, su meri indici documentali, ha voluto costruire una celebre antologia della poesia italiana novecentesca, facendo iniziare il secolo, nel segno del più discutibile contenutismo, con Lucini e concludendolo, all’altezza degli anni Settanta, e sotto lo stesso segno, con Balestrino.<br>Non v’è dubbio: quelle del Gruppo 63, per chi vorrà scriverla al di là dell’apologia, si presenta come una storia interessante. Soprattutto se ci spiegherà come una rivoluzione sia finita in doppiopetto, come un gruppo di sabotatori si sia ritrovato nella più pacificata e compiaciuta Arcadia. La letteratura, la verità e la bellezza, infatti, sono rimasti sempre da un’altra parte.        <br> <br><br>(Risorse - Testi)]]></description>
<author><![CDATA[Fabrizio Pittalis]]></author>
<pubDate>Mon, 05 Jan 2004 16:33:46 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Natale, di Friedrich Durrematt, di Ubayy M. H.]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=16&tes=74&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[Per chi non lo conoscesse]<br><br><br><br>  . <br><br>(Risorse - Testi)]]></description>
<author><![CDATA[Ubayy M. H.]]></author>
<pubDate>Wed, 10 Dec 2003 20:45:06 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[THE ANSUINI&#39;S HOUSE OF RECENSIONS, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=18&tes=73&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> Dunque. Ho visto ieri sera IL LADRO DI ORCHIDEE che, fra la tanta merda che mi capita di guardare, mi è davvero piaciuto. C&#39;è un momento in cui la Streep, drogata degli estratti dalle orchidee (una strana polvere verde) chiama il ladro d&#39;orchidee al telefono e lo tiene a fare il la.<br><br>Momenti memorabili, e una sceneggiatura finalmente quasi all&#39;altezza.<br><br>Già che ci sono vorrei esternare anche la mia profonda incazzatura verso lars von trier. <br><br>Ho odiato DOGVILLE più di quanto ero riuscito a fare con LE ONDE DEL DESTINO (mi salvò la watson, ora morta) e DANCER IN THE DARK (mi salvò bjork).<br><br>Lo trovo una presa per il culo, e trovo lui decisamente imbarazzante, in quanto a furbizia.<br><br>Per il resto mi viene da pensare che è comunque meglio un regista che mi fa incazzare che uno che mi lascia indifferente.<br><br>Domani, neve permettendo, andrò a vedere IL RITORNO di cui parlano molto bene, paragonando il giovane regista a Tarkowski. In pratica gli hanno già tagliato le gambe ma tant&#39;è, dicono che è somigliante allo SPECCHIO che è il mio film preferito di tutti i tempi.<br><br>Alla prossima<br><br>A <br><br>(Risorse - Film &amp; teatro)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Wed, 10 Dec 2003 20:38:20 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Gruppo 63. alcuni testi, di Ubayy M. H.]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=17&tes=41&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[i padri nobili di Karpòs]<br><br><br><br> Rossetti nel documento di fondazione di Karpòs, che voleva essere in qualche modo un manifesto teorico del gruppo (ovviamente estremamente sintetico, come ogni manifesto che si rispetti), ha fatto riferimento al gruppo ’63, citandolo come ideale ispiratore del movimento.Prendere come esempio il gruppo ’63 significa ambire a molto, per quel che ha rappresentato, per ciò che ha svolto e quello che ha contribuito a creare nella cultura e per la cultura italiana, non solo limitatamente alla letteratura. Il gruppo agì infatti a tutto tondo nel panorama artistico italiano, al tempo ancora ingombrato dalle nebbie asfittiche del contenutismo, del realismo, se non addirittura del naturalismo intimista più vieto, contribuì a sprovincializzare la cultura del paese liberandola dall’idea che l’impegno fosse necessariamente sinonimo di mimesi, indagò le aree di confine tra espressioni artistiche confinanti, contribuendo ad abbatterne le barriere, favorì l’ingresso in Italia di koinè filosofico-letterarie come lo strutturalismo e in seguito la semiologia, alcune sue correnti contribuirono all’abbattimento della dittatura del soggetto, altre introdussero in Italia il nuovo romanzo francese. Autori come Sanguineti, Manganelli, Balestrini, Porta, Arbasino, Eco, Giuliani, Guglielmi che sarebbero divenuti in seguito famosi, anticiparono il dibattito sul postmoderno, prevedendo, di fatto, la fine della società industriale e la crisi che questa avrebbe portato con sé. La neoavanguardia, nonostante siano passati quarant’anni dalla data ufficiale di fondazione del gruppo (anche se in effetti esisteva già da qualche anno), si presenta, nei suoi testi e nelle sue opere teoriche, ancora come un discorso capace di sorprenderci, forse di sconcertarci, sicuramente  appare il punto di partenza per ogni nuova esperienza letteraria che voglia fare dello sperimentalismo la sua natura fondante.<br><br>Segnalo due testi che sono documenti originali di quell’esperienza, recentemente editi da una piccola casa editrice specializzata.<br><br>Renato Barilli- Angelo Guglielmi : Gruppo 63. Critica e Teoria    edizioni Testo e immagine  <br>Nanni Balestrini- Alfredo Giuliani  Gruppo 63. L’antologia            “              &quot;<br><br><br>Ub <br><br>(Risorse - Bibliografia)]]></description>
<author><![CDATA[Ubayy M. H.]]></author>
<pubDate>Mon, 24 Nov 2003 22:42:05 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[[K-News] Samiszdat]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=1349]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=1349]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> grazie alla <a href='http://www.bceparma.splinder.com/' target='_blank'>Biblioteca Clandestina Errabonda</a><br>è nata una nuova collana con autori  <br>che spaziano anche tra i componenti della K-crew<br><br>tra i vari libri c&#39;è anche quello <br>dedicato a Fabrizio Pittalis,<br>una promessa mantenuta<br><br>si possono trovare qui<br><a href='http://samiszdat.splinder.com/' target='_blank'>http://samiszdat.splinder.com/</a> <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Tue, 28 Apr 2009 14:56:34 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[[K-News] Concorso d&#39;arte – premio apprezato a 38,000&#036;]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=1316]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=1316]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Concorso d&#39;arte – premio apprezato a 38,000&#036;<br><br>La  galleria Agora di New York é felice di annunciare il Ventiquattresimo Concorso Internazionale Chelsea di Belle Arti 2009. I premi apprezati a trentotto milla dollari (38,000&#036;) sarano ripartiti come segue: mostra alla nostra galleria di New York, premi in contanti, promozioni internet e publicità sulla rivista ARTisSpectrum.<br><br>La mostra avrà luogo a Chelsea, New York. La divisione galleria/artista sarà 50/50. Nello spirito di beneficenza, 25% dei ricavati delle vendite ottenute dalla mostra, sarà evoluto alla Art Start, un programma nazionale ricognosciuto e premiato, che aiuta giovani e adolescenti svantaggiati.  <br><br>Visitate   <a href='http://www.agora-gallery.com/competition/art_contest_main.aspx' target='_blank'>http://www.agora-gallery.com/competition/a...ntest_main.aspx</a> per entrare in linea, o scaricate il modulo di sottomissione dell concorso di arti.<br><br>Calendario:<br><br>5 di Febbraio – Apertura dell concorso<br>10 di Marzo – Scadenza per la sottomissione<br>20 di Marzo – Annunciazione dei risultati<br>14 di Agosto fino all 2 di Settembre – Mostra per gli artisti selezionati <br> <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Agora Gallery]]></author>
<pubDate>Fri, 30 Jan 2009 21:47:32 +0000</pubDate>
</item>
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<title><![CDATA[[K-News] &quot;PsychoSALOMÈ&quot; VINCE AL FESTIVAL DI ROMA]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=1311]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=1311]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> <b>&quot;<i>Psycho</i>SALOMÈ&quot;</b>, la mia opera video-teatrale ispirata a Oscar Wilde, ha vinto la sezione video-arte (per lavori superiori ai 30 minuti) al <b>5° Gran Premio &quot;Il Corto-Festival Internazionale di Roma&quot;</b>.<br>Ringrazio tutti coloro che hanno contribuito col loro lavoro a questo successo, in particolare <b>Rosamaria Caputi</b>, attrice, e <b>Alberto Gemmi</b> e <b>Mirco Marmiroli</b>, per editing e montaggio. <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Sun, 04 Jan 2009 21:00:21 +0000</pubDate>
</item>
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<title><![CDATA[[K-News] E&#39; USCITO &quot;LETTURE DI SCENA&quot;]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=1294]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=1294]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Per le edizioni Liberodiscrivere di Genova è uscita la prima raccolta dei miei testi teatrali con un saggio introduttivo di Giuseppe Manfridi.<br>Chi fosse interessato può scoprire qui di cosa si tratta:<br><br><a href='http://www.liberodiscrivere.it/biblio/scheda.asp?IDOpere=134197' target='_blank'>Letture di scena</a> <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Thu, 20 Nov 2008 08:43:49 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[[K-News] karpòs press su issuu]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=1271]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=1271]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Da oggi Karpòs Press per quanto riguarda la rivista (lo so lo so prima o poi uscirà un altro numero) è presente sul social network issuu.com (<a href='http://www.issuu.com' target='_blank'>http://www.issuu.com</a>), che io trovo molto interessante. <br><br>I pdf della rivista sono gradevolmente sfogliabili qui <a href='http://issuu.com/karpos' target='_blank'>http://issuu.com/karpos</a>.<br><br>Buone vacanze&#33;<br>S. <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Stefano Caronia]]></author>
<pubDate>Thu, 07 Aug 2008 00:27:11 +0000</pubDate>
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<item>
<title><![CDATA[[K-News] VOTATE &quot;AUSCHWITZ RESIDENZ #11&quot;]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=1270]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=1270]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Ciao&#33;<br>Una mia opera di arte visiva – <b>Auschwitz Residenz #11</b> - partecipa allo Showdown sul sito della Galleria Saatchi di Londra <u>da lunedì 28 luglio a lunedì 4 agosto</u>.<br>Sostenermi è facile e veloce: basta ciccare sul link sottostante e votare il mio lavoro. E’ davvero una questione di pochi secondi.<br><br>Grazie&#33;<br><br><a href='http://www.saatchi-gallery.co.uk/showdown/index.php?showpic=153153' target='_blank'>http://www.saatchi-gallery.co.uk/showdown/...?showpic=153153</a><br> <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Mon, 28 Jul 2008 01:06:22 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[[K-News] &quot;PINOCCHIO&quot; IN TOP TEN AL BOFF]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=1257]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=1257]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Chiuse le selezioni, su oltre 350 film in concorso al Babelgum Film Festival, <b>&quot;Pinocchio&quot;</b> si è classificato al 5° posto assoluto, rientrando quindi nella top ten dei selezionati finali della categoria <i>Short Film</i>.<br>Un successo di pubblico davvero inatteso (mi conoscete e sapete quindi che non ho molto feeling con le grandi platee): centinaia di visioni on line con un gradimento finale espresso da 4,9 stelle su 5, messaggi di complimenti che mi sono arrivati dalla Corea, dagli Stati Uniti, dal Canada, da Israele, ecc.<br>I frequenti richiami a Federico Fellini - per me il top di sempre nel cinema italiano - e a Marcello Mastroianni - il più grande attore cinematografico che abbiamo mai avuto per versatilità e misura - per quanto riguarda la mia interpretazione, mi hanno ampiamente ricompensato delle molte fatiche e nevrastenie che hanno accompagnato la tambureggiante lavorazione del film.<br>Grazie a tutti e un ringraziamento speciale a Jacopo che è un grande attore&#33;<br>Trovate <a href='http://www.babelgum.com/blog/?p=139' target='_blank'>qui</a> l&#39;elenco completo dei selezionati. <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Thu, 08 May 2008 09:40:33 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[[K-News] IMPORTANTE: VOTATE &quot;PINOCCHIO&quot;]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=1229]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=1229]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Cari amici,<br><br><b>“Pinocchio”</b>, il mio film già finalista al Festival di Roma, è candidato al Babelgum Film Festival di Spike Lee.<br>Babelgum è un nuovissimo network televisivo on-line.<br>Io credo molto nelle potenzialità della web-tv in termini di libertà, creatività e innovazione, tanto più in un momento come questo, nel quale il vecchio modello televisivo generalista appare in rapido declino, incalzato dall’interattività e dalla democrazia dei palinsesti sul modello di YouTube.<br><u>Vi chiedo di sostenere “Pinocchio” al Babelgum Film Festival, scaricandolo gratuitamente dalla piattaforma di Babelgum grazie a un programma di download assolutamente sicuro e certificato contro gli spyware (così potrete vederlo per intero sul vostro pc), votandolo e – questo è fondamentale - passando parola ai vostri amici</u>.<br>E’ molto importante: più persone scaricheranno e voteranno il film, maggiori saranno le possibilità di “Pinocchio” di giungere alla finale di Cannes (la valutazione è, infatti, combinata: gradimento del pubblico + giudizio della giuria).<br><br>Il preview di “Pinocchio” può essere visto qui:<br><br><a href='http://www.babelgum.com/105700/pinocchio.htm' target='_blank'>http://www.babelgum.com/105700/pinocchio.htm</a><br><br>mentre potete scaricarlo e poi votarlo qui:<br><br><a href='http://www.babelgum.com/download/?ak=50550&clipId=105700' target='_blank'>http://www.babelgum.com/download/?ak=50550&clipId=105700</a><br><br>Conto sul vostro aiuto,<br><br>Andrea <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Sat, 08 Mar 2008 12:32:05 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[[K-News] In memoria di Fabrizio]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=1200]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> a un anno dalla sua prematura scomparsa<br>tuttora non ci sono parole<br>per descrivere il dolore dell&#39;assenza<br>che provoca un rumore <br><br>assordante<br><br><br><br><br><br><br>*<br>la locandina della disseminazione avvenuta a Porto Torres<br>il 4 gennaio scorso <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Mon, 28 Jan 2008 03:03:23 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[[K-News] LIPS]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=1191]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> Questo acronimo significa Laboratorio Internazionale di Poesia Sperimentale e con il patrocinio dell’Università di Bologna e supportati dalla follia mia e di Matteo Fantuzzi e Luca Paci dovrebbe prender vita il 12 Aprile 2008. Il laboratorio si propone l’interazione a livello internazionale (nella causa al momento sono coinvolte Berlino e Londra) della poesia nelle sue forme di contaminazione, facendo incontrare artisti di nazioni diverse per vedere come si sta muovendo la poesia in questi anni di esplosione multimediale. Il canovaccio del LIPS prevede al momento un Workshop che si terrà al mattino in un’aula dell’università di Bologna di cui presto forniremo i dettagli, teso al dibattito e all’interscambio su quelle che sono le nuove forme di autoproduzione, oltre che di veicolamento della parola poetica. Una sorta di “punto della situazione” di come è possibile farsi e promuoversi un libro nel 2008, a partire dalla rete e non solo. La sera invece sarà dedicata alle esibizioni e avrà come tema “poesia e contaminazione” ossia, tutte le varie forme in cui la poesia si fonde con le altre arti per creare qualcosa di nuovo. Questo vuole dire poesia e musica, videopoesia, poesia sonora, teatropoesia, poesia e danza, e tutto ciò che può venirvi in mente. Dunque chiunque di voi abbia una performance di questo genere da proporre è pregato di contattarmi qui o via mail.<br><br>Più avanti ci aggiorneremo.<br><br> <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Mon, 14 Jan 2008 20:04:29 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[[K-News] The Air is on Fire]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=1144]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=1144]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> David Lynch «The Air is on Fire»<br>Dal 9 ottobre al 13 gennaio alla Triennale di Milano <br>Viale Alemagna 6<br>Orario 10.30 - 20.30, chiuso il lunedì<br>Biglietti 8/6 euro<br><br>La mostra raccoglie solo una porzione della produzione pittorica (raccolta dalla Fondazione Cartier) del regista David Lynch. Centinaia di schizzi e disegni, spesso tratteggiati su tovaglioli di carta, bustine di fiammiferi, post-it e bigliettini di ogni genere. Ma non solo. Bella la sezione fotografica. Foto in bianco e nero di fabbriche abbandonate, di inquietante pupazzi di neve prossimi a sciogliersi...e, non ultima, una sezione con elaborazioni digitali di foto porno d&#39;antan.<br> <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Ferdinando Pastori]]></author>
<pubDate>Tue, 13 Nov 2007 21:05:49 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[[K-News] Teatro potenziale]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=1104]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> 25 e 26 gennaio 2008<br>Guido Conforti e Bob Callero<br>&quot;CONTRAINTES&quot;<br>al Teatro Garage<br>(per informazioni www.teatrogarage.com) <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Guido Conforti]]></author>
<pubDate>Wed, 26 Sep 2007 15:48:29 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[[K-News] Numero speciale E-zine]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=1023]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=1023]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> è appena stato pubblicato un numero speciale della rivista del gruppo<br>interamente dedicato al nostro amico<br>Fabrizio Pittalis<br><br>è scaricabile dalla pagina principale della net<br>ci sono testi suoi e dedicati a lui<br>è il nostro arrivederci a qualcuno <br>che ci ha lasciati davvero troppo troppo presto<br> <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Sat, 10 Mar 2007 19:45:42 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[[K-News] Premio Riccione per il Teatro]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=905]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=905]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> <img src='http://www.wuz.it/mm/518/00035288_b.jpg' border='0' alt='user posted image' /><br><br>Il <b>Premio Riccione</b>, dal 1947 il più autorevole riconoscimento ai nuovi testi per il teatro, ha giocato negli ultimi dieci anni,  assieme al Premio Tondelli, un ruolo decisivo nella affermazione di nuovi e brillanti drammaturghi e nella scoperta di nuovi risvolti nella produzione di artisti teatrali già affermati.<br>Il Premio, aggiudicato ogni due anni a un&#39;opera originale in lingua italiana mai rappresentata come spettacolo in luogo pubblico, è aperto a tutte le forme di drammaturgia teatrale e non esclusivamente al teatro di parola. Sono liberi il numero dei personaggi e le durate dei testi. Non sono ammesse opere tradotte da altre lingue, né adattamenti e trasposizioni da testi narrativi o drammaturgici, salvo il caso che la Giuria ne riconosca l’assoluta autonomia creativa.<br>Per l’edizione del 2007 la giuria è composta da: Franco Quadri (presidente), Roberto Andò, Anna Bonaiuto, Sergio Colomba, Luca Doninelli, Edoardo Erba, Maria Grazia Gregori, Renata Molinari, Renato Palazzi, Ottavia Piccolo, Giorgio Pressburger, Luca Ronconi e Renzo Tian<br><br>I testi vanno spediti entro il 5 febbraio 2007 all&#39;Associazione Riccione Teatro, Viale Vittorio Emanuele II, 2 47838 Riccione; la premiazione è prevista per fine giugno 2007.<br><br>Al testo prescelto dalla Giuria sarà assegnato un premio indivisibile di 7.500 €.<br>La Giuria inoltre attribuirà il Premio Pier Vittorio Tondelli, di 2.500 €, al testo di un giovane autore nato dopo il 31 dicembre 1976, il Premio speciale della Giuria intitolato a Paolo Bignami e a Gianni Quondamatteo, ideatori del Premio Riccione, il Premio Marisa Fabbri, istituito per ricordare una grande attrice e un’amica, destinato a indicare un’opera particolarmente impegnata nella ricerca di un linguaggio aperto e poetico.<br>La Giuria attribuirà inoltre fuori concorso il “Premio Speciale Aldo Trionfo” a coloro che si siano distinti nel conciliare gli opposti, coniugando la tradizione con la ricerca. La scelta sarà fatta dalla Giuria, integrata per l’occasione da Fabio Bruschi, Direttore di Riccione Teatro, dallo scenografo Giorgio Panni, Tonino Conte e Emanuele Luzzati per il Teatro della Tosse di Genova.<br><br><a href='http://www.riccioneteatro.it/prt/index.php' target='_blank'>Tutte le informazioni e il bando completo sul sito di Riccioneteatro</a><br><br><br><br> <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Ferdinando Pastori]]></author>
<pubDate>Sun, 03 Dec 2006 16:08:09 +0000</pubDate>
</item>
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<title><![CDATA[[K-News] Libero Barabba]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=891]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=891]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Notizia presa dalla Home page di <a href='http://www.edizioniclandestine.com' target='_blank'>Edizioni Clandestine</a><br><br>&quot;Gene Hathorn Jr ha subito, sin dalla prima infanzia, terribili abusi fisici e sessuali da parte del padre e della matrigna. E&#39; stato picchiato, seviziato, segregato, escluso dal contatto con gli altri bambini e con il mondo esterno, privato della dignita&#39; e della liberta&#39;. <br>Gene ha sparato a suo padre e alla matrigna. Li ha uccisi entrambi. Insieme al suo incubo. Attualmente si trova nel Braccio della Morte, a Livingston, nel Texas: e&#39; condannato alla pena di morte tramite iniezione letale. <br>Fra non molto verra&#39; fissata la data dell&#39;esecuzione. <br>Resta solo il tempo per un ultimo appello, ma mancano i soldi per pagare il suo avvocato.<br>Edizioni Clandestine ha deciso di combattere questa battaglia e di sostenerlo. A giorni attiveremo un conto corrente dove chi vorra&#39; potra&#39; personalmente contribuire ad aiutarlo. Faremo tutto cio&#39; che e&#39; possibile fare.<br>Il suo libro &#39;Dead man walking&#39;. uscira&#39; per le nostre edizioni a maggio 2007.<br>Gene non e&#39; un mostro, non lo e&#39; mai stato.<br>Ha ucciso coloro che lo hanno privato della sua giovinezza.<br>Che sia giusto o no non sta a noi dirlo. <br>Voi cosa avreste fatto al suo posto?<br>Se volete personalmente entrare in contatto con lui scrivete a: GENE HATHORN #000800, Polunsky Unit , 3872 FM 350 South, Livingston, Texas 77351 (Usa). Lo renderete felice. E se potete inviate anche una cartolina direttamente al direttore del penitenziario e scriveteci solo: LIBERO BARABBA. Ci auguriamo siano decine di migliaia.&quot;<br> <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Ferdinando Pastori]]></author>
<pubDate>Thu, 16 Nov 2006 18:54:31 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[[K-News] Umberto Boccioni a Palazzo Reale - Milano]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=879]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=879]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> <br><i>&quot;Tutto si muove, tutto corre, tutto volge rapido... Una figura non è mai stabile davanti a noi, ma appare e scompare incessantemente. Per la persistenza dell&#39;immagine nella retina, le cose in movimento si moltiplicano, si deformano, susseguendosi, come vibrazioni, nello spazio che percorrono. Così un cavallo in corsa non ha quattro gambe: ne ha venti&quot;.</i><br><br>A Palazzo Reale retrospettiva su uno dei più importanti rappresentanti del futurismo italiano, profondamente legato al capoluogo lombardo in cui ha vissuto e intensamente lavorato e di cui ha saputo interpretare la modernità e l’imponente sviluppo urbano e industriale del primo Novecento.<br>L&#39;esposizione, promossa dal Comune di Milano e curata da Laura Mattioli Rossi, vuole mettere in luce l’attività di scultore dell’artista, tra gli aspetti meno conosciuti della sua operosa attività. Saranno visibili circa settanta tra dipinti, disegni e sculture di Boccioni, che testimoniano la passione e lo studio incessante dell&#39;artista. Il percorso offre anche la possibilità di confrontare i lavori dell&#39;artista con alcune opere di suoi contemoporanei come Auguste Rodin, Pablo Picasso, Giacomo Balla.<br>Una mostra ricca di spunti, materiale fotografico dello stesso Boccioni, lettere e documenti d&#39;epoca, che presenta un lato meno noto di uno straordinario artista milanese e offre ai visitatori uno spaccato della situazione culturale che si sviluppò in Europa ai primi del Novecento con le avanguardie storiche.<br><br>Palazzo Reale. <br>Piazza Duomo 12. <br>Orari: 9.30- 19.30. <br>Ingressi: 9/7.50 euro.<br>Tel. 02.80.40. 62. <br>Fino al 7 gennaio.<br><br> <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Ferdinando Pastori]]></author>
<pubDate>Wed, 01 Nov 2006 14:14:26 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[[K-News] Man Ray. Fotografie 1920/1950]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=875]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=875]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> 25 ottobre - 02 dicembre 2006<br><br><br><b>Man Ray. Fotografie 1920/1950</b><br><br><br>Fondazione Marconi <br>via Tadino 15, Milano<br>tel. 02.29419232<br>Entrata libera <br><br>da martedì a sabato:<br>10,30 - 12,30 / 15,30 - 19,00<br><br>dal sito ufficiale:<br><br><a href='http://www.fondazionemarconi.org/' target='_blank'>http://www.fondazionemarconi.org/</a><br><br>La mostra vuole dare uno sguardo d&#39;insieme sull&#39;opera fotografica di questo grande artista esponendo una sessantina di fotografie, ritratti, nudi, fotografie di moda, rayographs, il port-folio Femmes e la serie della Mode au Congo, realizzati dall&#39;artista dagli anni Venti fino agli anni Cinquanta.<br>Fotografo, artista, poeta, surrealista: Man Ray è stato una delle figure artistiche più importanti del Novecento. Negli anni Venti è stato  maestro della fotografia di scoperta perché agente della comunicazione estetica, della provocazione e della documentazione. Nessun altro prese tanto sul serio quel mezzo o tentò di integrarlo così completamente  nella ricerca dell&#39;arte e della vita quotidiana. Manipolando gli strumenti tradizionali della fotografia nel 1922, ha creato i <b>rayographs</b>, una delle invenzioni più straordinarie del XX secolo per i risultati eccezionali ottenuti con mezzi semplicissimi. Man Ray fotografa l&#39;anima delle cose senza usare la macchina fotografica, appoggia direttamente sul foglio della carta sensibile oggetti come una grattugia, un colabrodo, pettini, triangoli, una sagoma ovale, una rivoltella, una chiave d&#39;albergo, una molla, dei batuffoli, delle asticciole, il profilo della figura di Kiki, la sua  modella, la propria mano. Utilizzando la distanza o la vicinanza del foglio sensibile, determina gli spessori, le ombre e per rendere gli oggetti meno identificabili, sovrappone una texture.<br>Portando ai limiti estremi le possibilità della fotografia, con la luce, nei rayographs Man Ray ha compiuto un&#39;operazione  che in seguito proporrà in senso inverso, nelle solarizzazioni, cioè trasformando il segno in immagine dove  le forme dei corpi ritratti, attraverso l&#39;azione della luce, si trasformano in puro disegno.<br><br><br>*<br><br>Man Ray, «The Tears (Les deux yeux, le nez et les larmes)», 1930 circa. Fotografia new print, edizione del 1988 di Pierre Gassmann <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Wed, 25 Oct 2006 09:52:26 +0000</pubDate>
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<item>
<title><![CDATA[[K-News] Microeditoria italiana a Chiari]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=868]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <br><b>Rassegna della MicroEditoria Italiana</b><br><br><b>Quarta Edizione :: 3-4-5 Novembre 2006 :: Villa Mazzotti :: Chiari (Brescia)</b><br><br>L&#39;associazione culturale &quot;L&#39;Impronta&quot; e il Comune di Chiari, con il patrocinio della Provincia di Brescia e della Regione Lombardia, hanno voluto promuovere questa rassegna per valorizzare la produzione della piccola editoria italiana e perche&#39; il pubblico abbia l&#39;opportunita&#39; di conoscere questa realta&#39; attraverso i volti dei suoi protagonisti.<br><br><br><a href='http://www.rassegnamicroeditoria.it/rme.2006/' target='_blank'>Rassegna Microeditoria</a><br><br><br> <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Ferdinando Pastori]]></author>
<pubDate>Thu, 19 Oct 2006 21:46:20 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[[K-News] Cuore di Tenebra]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=866]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=866]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> <b>Premio Internazionale di Letteratura<br>&quot;Cuore di Tenebra&quot; VIII Edizione 2007</b><br><br>con il patrocinio di<br>Provincia di Massa-Carrara<br>Assessorato alla Cultura del Comune di Carrara,<br>Agenzia di Promozione Turistica della provincia di Massa Carrara<br><br>E&#39; partita l’ottava edizione del Premio Internazionale di Letteratura &quot;Cuore di Tenebra&quot;, organizzato e promosso dalla casa editrice Edizioni Clandestine. <br>Il premio, che ha raccolto nelle passate edizioni più di cinquecento adesioni, anche quest’anno è articolato in due sezioni: Poesia (max 3 poesie) e Narrativa (max 20 cartelle), ciascuna delle quali prevede:<br><br>•	Primo Premio   	€ 1000 e trofeo &quot;Cuore di Tenebra&quot;<br>•	Secondo Premio	targa<br>•	Terzo Premio   	targa<br><br>Edizioni Clandestine pubblicherà nel mese di Aprile 2006 le 10 opere finaliste di entrambe le sezioni in due volumi che saranno distribuiti in tutto il territorio nazionale. Le due pubblicazioni saranno intitolate rispettivamente “I molti lunari che ci scavano dentro”, per la poesia e “Pesci rossi” per la narrativa, come omaggio ai vincitori della precedente edizione.<br><br>E&#39; previsto inoltre un Premio Speciale &quot;Edizioni Clandestine&quot;, assegnato direttamente dalla casa editrice ad un&#39;opera di poesia o narrativa tra quelle finaliste. Il vincitore di questo premio avrà diritto a un contratto di edizione con la casa editrice, che si impegna a pubblicarne l’opera entro la fine del 2008.<br><br>Anche quest’anno, inoltre, &quot;Cuore di Tenebra&quot; viaggia on line: ai finalisti di entrambe le sezioni che riceveranno il maggior numero di preferenze via Internet (le opere finaliste saranno infatti pubblicate sul sito web www.edizioniclandestine.com) sarà assegnato il Premio Internet consistente in €. 200 più targa.<br><br>I dattiloscritti devono essere inviati a Edizioni Clandestine, Via Baracchini 182/A, 54037 Marina di Massa (Ms) entro il 18 dicembre 2006. Lo spoglio dei voti dei giurati e delle preferenze via Internet sarà effettuato il 28 aprile 2007 durante la serata della premiazione. La non partecipazione alla serata della premiazione comporterà la rinuncia al premio. Il bando può essere richiesto allo 0585/784698 o per e.mail a info@edizioniclandestine.com oppure può essere scaricato direttamente dal sito www.edizioniclandestine.com<br> <br>La giuria tecnica sarà composta da Domenico Curtotti (scrittore), Daniele Babbini  (poeta), Andrea Salieri (scrittore), Giancarlo Dosi (giornalista, Leggere Tutti), Antonella Crostoli (giornalista, Radio Super Lecco), Ornella Barbieri (rappresentante libreria Contaminazioni, Roma), Paola Bernardini (rappresentante Biblioteca Comunale, Pisa). <br><br><br> <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Ferdinando Pastori]]></author>
<pubDate>Thu, 19 Oct 2006 20:49:43 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[[K-News] Karpòs E-zine]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=859]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=859]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Eccola.<br>E&#39; nata, è lei.<br>E&#39; in home.<br>E&#39; stato difficile riuscire a selezionare la mole di materiale che ci stava esplodendo tra le mani, abbiamo dovuto sacrificare qualcosina per poter aggiungere qualcos&#39;altro ma alla fine ce l&#39;abbiamo fatta.<br>Speriamo vi piaccia, noi ce l&#39;abbiamo sicuramente messa tutta.<br><br>Kira, Mari, Ste<br><br><br><br><br>pst<br>e non finisce qui:<br>raccogliamo materiale per il prossimo numero<br>sin d&#39;ora<br>così da non dover arrivare all&#39;ultimo minuto<br>per preparare tutto<br>se inserite i vostri testi/immagini/quant&#39;altro<br>ci fate molto molto molto felici<br><!--emo&:)--><img src='http://forum.karpos.org/html/emoticons/smile.gif' border='0' style='vertical-align:middle' alt='smile.gif' /><!--endemo--> <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Mon, 16 Oct 2006 09:15:27 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[[K-News] Karpòs-net diventa multimediale]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=778]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=778]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Sono online da oggi due nuovi box sulla home page di Karpòs:<br><br>- <b>Karpòs-Podcast</b> rende disponibili in streaming diretto musica, interviste, letture e altri contrinuti audio del gruppo o di nostro interesse.<br><br>- <b>Karpòs-TV</b> è la stessa cosa, ma si tratta di video.<br><br>Per cominciare, potete ascoltare su K-Podcast due brani dei <b>Camera Mix</b>, la band che coniuga musica sperimentale e poesia (sui testi di Alessandro Ansuini), recentemente tornata da un tour in Europa.<br><br>Buon ascolto e buona visione...<br><br>Lo Staff di Karpòs. <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Stefano Caronia]]></author>
<pubDate>Wed, 27 Sep 2006 17:34:06 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[[K-News] “Della natura. Il peccato”]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=770]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <br><br><b>Alessandro Spadari</b><br><br><b>“Della natura. Il peccato”</b><br><br>28 settembre – 28 ottobre 2006<br><br><b>CATALOGO IN GALLERIA</b><br>Testo critico di Alberto Zanchetta<br><br>Inaugurazione giovedì 28 settembre 2006 <br>dalle ore 18.00 alle ore 21.30 <br><br><br>orario 10.00-12.30; 15.30-19.30 – chiuso lunedì mattina e festivi<br><br><b>il TORCHIO - COSTANTINI Arte Contemporanea </b><br>Via Crema, 8 - 20135 Milano <br>Tel/Fax 02.58318325 <br>email: iltorchio@fastwebnet.it <br>www.iltorchio-costantini.com<br><br>Nella pittura di Alessandro Spadari coesistono un ritorno e una prospettiva, figurazione e astrazione, spirito romantico e indole saturnina. Umorali, evanescenti, i suoi paesaggi sono cosmogonie che nascono dal nubifragio dell’informel, in essi l’elemento umano è assente perché è un unum sentire con il quadro, sue sono infatti le emozioni che trasfigurano l’ambiente. Con la mostra “Della natura il peccato”, Spadari prende a pretesto i sette vizi capitali (come altrettanti alibi della pittura) trovando per ognuno una corrispondenza nei quattro elementi, aria, terra, fuoco, acqua. Rispetto ai precedenti cicli di lavoro si rafforzano alcune novità stilistiche: la convergenza del primo piano con lo sfondo che non abolisce bensì accentua – in modo più lirico – le profondità; il cliché della panoramica si spezza introducendo lo slancio dei formati verticali; le velature stemperano la troppo netta contrapposizione tra le tinte lucide e quelle opache; i toni notturni, nebulosi, si arricchiscono di cromie che spaziano dall’oro al viola al blu dando grande risalto al rosso. Anche se concepita in tre cicli di sette quadri ciascuno, la mostra intende mettere in evidenza le singole opere, solenni, immense, pervase da fremiti e suggestioni, in cui la pittura crea la propria “territorialità”.<br>(Alberto Zanchetta) <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Ferdinando Pastori]]></author>
<pubDate>Sun, 24 Sep 2006 11:07:55 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[[K-News] The Jean-Michel Basquiat Show]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=769]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> 20 settembre 06 - 28 gennaio 07<br><br>The Jean-Michel Basquiat Show<br><br>Triennale di Milano<br><br>Orario: 10.30 - 20.30, chiuso il lunedì<br><br><br>dal sito ufficiale: <br><a href='http://www.triennale.it/index.php?idq=345' target='_blank'>http://www.triennale.it/index.php?idq=345</a><br><a href='http://www.triennale.it/triennale/sito_html/basquiat/sito/index.html' target='_blank'>http://www.triennale.it/triennale/sito_htm...sito/index.html</a><br><br><br><br><br>La Triennale di Milano e Chrysler presentano la mostra ‘The Jean-Michel Basquiat Show’.<br>La mostra più completa mai realizzata in Europa sul grande artista americano.<br>La Triennale di Milano 20 settembre 2006 - 28 gennaio 2007.<br><br>Dopo il grande successo ottenuto con ‘The Keith Haring Show’ e ‘The Andy Warhol Show’, La Triennale di Milano e Chrysler tornano a presentare una grande mostra di arte contemporanea.<br>Quest’anno l’appuntamento si rinnova con ‘The Jean-Michel Basquiat Show’ (New York 1960-1988), dal 20 settembre 2006 al 28 gennaio 2007.<br><br>A cura di Gianni Mercurio, ‘The Jean-Michel Basquiat Show’ si qualifica come una delle più vaste retrospettive sinora dedicate al grande artista americano, certamente la più importante mai realizzata in Europa; comprende circa ottanta dipinti e quaranta disegni.<br>Una vasta documentazione fotografica e una sezione video, con molti materiali inediti, documenteranno il lavoro dell’artista e il contesto in cui è nata e si è sviluppata la sua arte: la New York degli anni Ottanta.<br>Le opere selezionate provengono da prestigiose collezioni private americane ed europee e da numerosi musei e istituzioni pubbliche quali: Ludwig Forum di Aachen, Museu d’Art Contemporanei de Barcelona, Musée d’Art Contemporain Marseille, Museum der Moderne Kunst Salzburg, Israel Museum of Jerusalem, Museum of Contemporary Art di Los Angeles, Broad Art Foundation di Santa Monica.<br><br>Protagonista emblematico della scena newyorchese degli anni ’80, Basquiat è uno degli artisti più popolari dei nostri tempi.<br>Ancora oggi, a quasi venti anni dalla morte, avvenuta quando non era ancora ventottenne nell’agosto del 1988, i suoi lavori e il suo linguaggio continuano ad affascinare il pubblico di tutto il mondo.<br><br>L’attività artistica di Basquiat prende forma nell’arco di una sola decade, dal 1978 al 1988.<br>In questo breve periodo la sua febbrile attività lo ha portato a produrre una vasta mole di opere sempre caratterizzate da un segno che lo ha reso uno dei grandi testimoni della sua epoca.<br><br>Le opere saranno esposte secondo un percorso che consentirà l’approfondimento di alcune delle tematiche care all’artista tra cui: l’uso ricorrente della parola sin dalla sua attività come graffitista ‘sui generis’, quando firmava SAMO i suoi aforismi e le sue brevi poesie sui muri di Downtown e per cui il suo lavoro è stato accostato dalla critica all’arte di Cy Twombly; il forte legame con il mondo della musica; le sue radici afroamericane; la costante ricerca di un’identità nei numerosi autoritratti che svelano fragilità e ambizioni, il desiderio di riconoscimento e la fama travolgente; la scena artistica degli anni ’80 e la profonda amicizia con Andy Warhol.<br>L’allestimento delle opere consentirà ai visitatori della mostra di entrare a far parte di un mondo che oscilla tra infanzia e perdita dell’innocenza, di godere dello slancio vitale che anima il gesto e l’uso del colore, e di comprendere al tempo stesso l’orrore e la sofferenza contenuti nei segni, nelle parole e nelle forme che implodono provocando deflagrazioni e autodistruzione. Tutto ciò attraverso i materiali poveri che Basquiat utilizza fin dalle prime esperienze di street art e che inserisce nelle sue opere ispirandosi al polimaterismo di Dubuffet, stabilendo un legame profondo con il mondo della strada, un ponte tra quella vita da ‘refusè’ che lui, giovane nero di estrazione borghese, aveva deliberatamente cercato, e la nuova dimensione di agio e fama cui la sua arte e le leggi del mercato dell’arte lo hanno condotto.<br><br>All’interno del percorso espositivo è previsto l’allestimento di una sezione fotografica con contributi di alcuni dei più famosi fotografi che hanno documentato la vita e il lavoro di Basquiat, tra cui: Tseng Kwong Chi, Edo Bertoglio, Maripol, Stephen Torton, Lizze Himmel e altri.<br><br>Inoltre, per rendere partecipi i visitatori del background culturale che ha caratterizzato la creatività dell’artista, Chrysler ha prodotto anche quest’anno un filmato (ricordiamo ‘Keith Haring AllOver, un viaggio con Chrysler’ dello scorso anno, un viaggio alla scoperta dei murales e delle opere pubbliche di Haring in tutto il mondo).<br>Questo sarà proiettato su grandi schermi nel salone centrale della mostra all’interno di una spettacolare ‘Chrysler Box’; il filmato racconterà le radici afroamericane e l’influenza che hanno esercitato su Basquiat i miti della ‘black culture’, dalla musica allo sport alle tematiche sociali, da Charlie Parker a Miles Davis, da Cassius Clay a Sugar Ray Robinson, da Malcom X a Martin Luther King.<br>La Chrysler Box vivrà a Milano anche attraverso un’installazione itinerante nelle piazze della città durante il periodo della mostra.<br><br>Evento speciale sarà la proiezione del film ‘Downtown ‘81’, prodotto da Maripol e diretto da Edo Bertoglio in cui Basquiat interpreta se stesso e di cui ha prodotto le musiche.<br>Il film racconta la giornata di un artista underground newyorchese, documentando l’effervescenza culturale e creativa della New York degli anni ’80.<br><br>In occasione della mostra, Skira edizioni pubblicherà un catalogo con testi in lingua italiana ed inglese, a cura di Gianni Mercurio.<br>Il volume conterrà saggi del curatore, di Glenn O’Brien, giornalista ed esperto della scena artistica musicale degli Anni Ottanta, di Annette Lagler, curatrice del Ludwig Forum di Aachen e di Demetrio Paparoni, critico d’arte e scrittore e sarà corredato da una serie di contributi e testimonianze di amici e personaggi (Madonna e Keith Haring tra gli altri).<br>Gianni Mercurio, curatore e saggista, vive e lavora a Roma.<br>Tra le sue mostre in spazi museali sui temi dell’arte americana: Andy Warhol, Viaggio in Italia (Roma, Napoli, Genova, Torino 1995/1996), Roy Lichtenstein, Reflections (Roma, Milano, Wolfsburg Kunstmuseum 1999/2000), Keith Haring (Pisa, Roma, Helsinki, Aachen-Ludwig Forum, Catania 1999/2001), Jean-Michel Basquiat (Roma, 2002), George Segal (Roma, 2002), rassegne sui Graffitisti (American Graffiti - Napoli, Roma, 1997/1998) e gli Iperrealisti (Roma, 2003).<br>Per La Triennale ha curato nel 2004 ‘The Andy Warhol Show’ e nel 2005 ‘The Keith Haring Show’.<br>È curatore degli eventi del Museo Carlo Bilotti a Roma per il quale ha realizzato la mostra inaugurale ‘Damien Hirst, David Salle, Jenny Saville’ (2006).<br><br>La Triennale di Milano con questo terzo appuntamento conferma e rinnova la sua missione nei confronti dell’arte contemporanea alla quale dedicherà un nuovo spazio a Milano con l’apertura di Triennale Bovisa.<br>Beautiful Losers, il Diavolo del Focolare, Nanda Vigo e Fumetto International sono le mostre che nel 2006 hanno indagato i nuovi linguaggi dell’arte contemporanea e la sua ibridazione con le discipline storicamente affrontate da Triennale e hanno confermato l’attenzione non solo dei visitatori tradizionali, ma anche l’interesse dei moltissimi giovani che frequentano in modo assiduo le iniziative di Triennale.<br><br>Chrysler, promotore e organizzatore della mostra con La Triennale, ha prodotto ‘The Jean-Michel Basquiat Show’, portando avanti il suo impegno pluriennale nell’arte contemporanea iniziato con ‘Iperrealisti’ (Roma 2003), proseguito col grande successo di ‘The Andy Warhol Show’ (Milano 2004) con più di 151.000 visitatori e consolidato con ‘The Keith Haring Show’ (Milano 2005), che ha visto la presenza di oltre 121.000 visitatori.<br><br>Il claim ‘L’auto contemporanea presenta l’arte contemporanea’ trova così una sua continuità temporale e contenutistica, rafforzato dalla partnership vincente con La Triennale nella produzione di grandi eventi culturali a Milano.<br><br>“Quattro anni fa, con la mostra ‘Iperrealisti’, abbiamo intrapreso un viaggio in un mondo mai esplorato così a fondo da una casa automobilistica, nel ruolo di ideatore, promotore e produttore di grandi mostre d’arte.<br>Abbiamo voluto esprimere i valori propri del brand Chrysler attraverso l’arte contemporanea: emozione, ispirazione e innovazione creativa.<br>Il nostro impegno in questo settore si rinnova quest’anno con la mostra ‘The Jean-Michel Basquiat Show’, che pone l’accento sulle origini della sua arte” ha affermato Federico Goretti, Direttore Generale Chrysler Group, DaimlerChrysler Italia.<br>“È emozionante vedere le opere di Basquiat.<br>Un’opera piena di ricerca, mai scontata.<br>Un modo di sentire molto vicino a Chrysler, al suo stile unico e non convenzionale”.<br><br>La mostra verrà realizzata con il patrocinio del Consiglio Regionale della Lombardia. <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Sun, 24 Sep 2006 01:44:23 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[[K-News] André Derain]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=768]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=768]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> 24 settembre 2006 - 7 gennaio 2007<br><br>André Derain<br><br>Ferrara, Palazzo dei Diamanti<br><br><br>dal sito ufficiale, altre info:<br><br><a href='http://www.palazzodiamanti.it/index.phtml?id=408' target='_blank'>http://www.palazzodiamanti.it/index.phtml?id=408</a><br><br><br><br>Pioniere delle più audaci avanguardie artistiche del primo Novecento, dal fauvisme al cubismo, precursore del classicismo degli anni Venti e Trenta, André Derain (1880-1954) è una figura chiave nella storia dell’arte moderna. In Italia, dove l’artista francese soggiornò nel 1921, Carlo Carrà, in una monografia pubblicata nello stesso anno, riconobbe in lui un profondo conoscitore dei maestri italiani del Rinascimento. Fin dagli esordi Derain aveva infatti affiancato la più ardita sperimentazione formale allo studio appassionato della tradizione, alla ricerca dei «segreti perduti» dei pittori antichi, tracciando una strada maestra seguita dai più insigni artisti italiani dell’epoca.<br>Questa mostra, organizzata da Ferrara Arte in collaborazione con lo Statens Museum for Kunst di Copenaghen, è la prima retrospettiva dedicata in Italia a Derain da trent’anni a questa parte. L’esposizione, curata da Isabelle Monod-Fontaine, ricostruisce l’intero arco della carriera dell’artista, offrendo l’opportunità di riscoprire una delle personalità più affascinanti e complesse del Novecento.<br>Sin dalle opere giovanili, con le quali si apre la mostra, Derain mette in luce quel temperamento innovatore, che lo portò ad assimilare precocemente le conquiste degli impressionisti e dei pittori della generazione successiva, per approdare a quella rivoluzione nell’arte moderna che fu il fauvisme. Negli abbaglianti paesaggi eseguiti nel 1905 a Collioure, in sodalizio con Matisse, e in quelli dell’anno seguente, dipinti a Londra per il celebre mercante d’arte Ambroise Vollard, un’esplosione di colori puri diviene il vero soggetto dell’opera. Anche i ritratti, icone fauve come Donna in camicia, evidenziano quelle dissonanze cromatiche e quell’irruenza nella stesura del colore, che sconcertarono il pubblico e la critica del tempo.<br>Non si era ancora esaurito il clamore suscitato dalla pittura fauve, che già Derain esplorava nuovi percorsi. A partire dal 1907, come i suoi amici Picasso e Braque, egli subì il fascino dell’arte primitiva e rimeditò la lezione di Cézanne, operando una semplificazione geometrica delle forme e una riduzione della gamma cromatica che partecipa della stagione cubista.<br>Sempre più asciutta e austera, negli anni 1912-14 la pittura di Derain guarda a un lontano passato. I suoi paesaggi acquistano un “sapore” medievale, le sue nature morte presentano un carattere quasi religioso e le sue figure, allungate ed emaciate, rimandano alla scultura gotica. È certamente questa tensione tra il ritorno alle origini dell’arte occidentale e una pratica artistica che ancora riflette il suo ruolo di esponente dell’avanguardia a dar luogo ai più grandi capolavori di Derain.<br>Dopo la drammatica parentesi della prima guerra mondiale, l’artista non cessò più di interrogare i maestri del passato, componendo con suprema maestria i rimandi a Tiziano, a David, a Renoir, fino ad elaborare quell’originale formula connotata da una sensualità trattenuta che rende inconfondibili le sue figure in costume e i suoi nudi classici. Derain è anche il maestro delle nature morte: da quelle che si ispirano ai grandi olandesi a quelle che reinterpretano la pittura romana antica. Queste costituiscono, come gli altri generi della tradizione, un ambito privilegiato della sua riflessione sulla pittura. La mostra si chiude con le grandi composizioni decorative eseguite dal 1935 agli anni Cinquanta, “messinscene” teatrali che testimoniano una rara qualità di luce e di materia. <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Sun, 24 Sep 2006 01:42:02 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[[K-News] Turner e gli impressionisti]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=767]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=767]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> 28 ottobre 2006 - 25 marzo 2007<br><br>TURNER E GLI IMPRESSIONISTI<br>La grande storia del paesaggio moderno in Europa<br><br>Brescia, Museo di Santa Giulia<br><br><br><br>dal sito ufficiale, altre info:<br><br><a href='http://www.lineadombra.it/client/turner/index.php' target='_blank'>http://www.lineadombra.it/client/turner/index.php</a><br><br><br><br>Natura e paesaggio<br>di Marco Goldin<br><br>Cosa si può dire di una mostra che si è desiderato fare per anni e che è rimasta sempre come un pensiero che si sperava potesse diventare sostanza e cosa infine vista? Questo è il mio rapporto con la mostra che nelle pagine successive viene illustrata. Un’idea a lungo coltivata, fondata su letture diverse, studi, conversazioni, visite a collezioni e musei più o meno grandi che nel corso degli anni ho compiuto. Dunque un percorso fatto lentamente, mentre tante altre tra le mostre da me curate si andavano aprendo e chiudendo. Eppure questa restava sempre come una sorta di dolcissima ossessione. La capacità di raccogliere entro un’unica architettura, di memoria e visione, la parola paesaggio. E l’altra, ancora più grande, natura. E in queste due parole l’immensità del conoscere e del vedere, la costanza dell’azione luminosa sulle cose e nel processo da cui emergono gli elementi naturali. <br>Natura, che è quanto viene prima di tutto, sta nella mente stessa dell’universo, nel cuore del mondo. Ciò che esiste assieme all’universo, ne è parte intima e a esso connaturata.<br>Paesaggio, che è quanto viene a seguito dell’essere natura della natura, nelle forme che sono affiorate dal confronto con la Storia, con l’opera dell’uomo, con le modificazioni cui egli stesso ha condotto la natura. I pittori hanno dipinto la natura, hanno dipinto il paesaggio, hanno dipinto l’essere della natura come immenso e l’essere del paesaggio come prossimità. L’attraversamento dell’uomo, il suo spostarsi nello spazio, l’energia di colore e luce che nasce ogni giorno da questo spostamento. Non c’è alcun gesto che non sia denso di conseguenze, non sia la sovrapposizione di sguardo e vita, allo stesso modo sogno del vedere e incrostazione di sostanze, preesistenze. Così la natura diventa l’essere, e il paesaggio l’assestamento dell’essere, il suo diventare altra cosa da ciò che era nel principio.<br>A lungo ho coltivato il desiderio di mostrare, con i quadri, questa idea della trasformazione del mondo nel corso del XIX secolo e fino all’affacciarsi del XX, quando Monet, nel giardino di Giverny, tocca uno dei punti di maggiore modernità, di più stretto contatto con l’essenza prima del mondo, con il suo respiro. Copiando quasi, da quel respiro invisibile fatto per un miracolo visibile, la resistente sinopia di un’alba che è il principio delle cose. Il principio della luce.<br>Nascita della luce, in effetti, potrebbe in altro modo definirsi questa mostra. E i pittori, decennio dopo decennio, a seguirne gli arresti e gli improvvisi avanzamenti, con un arco cronologico lungo oltre un secolo, ma con imprevedibili vicinanze tra il Turner dell’Ottocento, ancor prima della metà del secolo, e il Monet già ben dentro il Novecento. Perché la mostra è costruita sul senso di una inevitabile cronologia, ma anche sul continuo ricorso al doppio, alle assonanze, agli incontri talvolta mai avvenuti nella realtà e talvolta essi stessi così stretti nella vicenda vera della vita. Perché più che in ogni altro modo, questa esposizione, vastissima nel numero delle opere, circa 270, mi piacerebbe potesse essere letta come un grande romanzo, una lunghissima storia, la storia della luce nel mondo. Della luce sul mondo, cui ha dato vita essendone in primo luogo materia fondante, senza cui nulla sarebbe mai stato. Come le prime parole del Vangelo di Giovanni.<br>Di ambito specialmente francese, dalla seconda alla quinta e ultima sezione. Ma introdotta, e in misura assai ampia, da circa 50 opere di Constable e Turner, i due grandissimi pittori inglesi della prima metà del XIX secolo. Una mostra nella mostra, potrebbe dirsi questo capitolo d’avvio. E ve ne sarebbero tutte le giustificazioni, a cominciare dalla straordinarietà dei prestiti, tra i quali non si possono non segnalare i sei dipinti di Turner dalla Tate, evento che ha pochi precedenti anche per la qualità assoluta delle opere inviate da Londra a Brescia.<br>Fin troppo ovvio, del resto, iniziare la celebrazione del paesaggio francese dell’Ottocento con questo tuffo oltre Manica, proprio lì dove i pittori transalpini attinsero idee e motivi che li portarono, assai più di ogni altro Paese europeo in quegli anni, dritti verso la modernità e il XX secolo. Così come Constable fu importante in modo particolare per i pittori di Barbizon, così Monet scoprì Turner a Londra, dove si rifugiò tra 1870 e 1871 al tempo della guerra franco-prussiana, nella quale morì tra gli altri l’amico pittore Bazille. A Londra, per il tramite di Durand-Ruel, Monet incontra Pissarro e i due frequentano assiduamente i musei della città, tra i quali la National Gallery e South Kensington, dove era depositata la donazione Turner.<br>Già la mostra di Courbet del 1867 all’Alma di Parigi (di cui in questo libro e nella mostra è traccia stupefacente la Marina del 1865 dal museo di Boulogne-sur-mer), e quella dello stesso anno di Manet nella medesima sede, avevano del tutto squarciato il velo rispetto alla pittura accademica e anche alle ricerche ormai datate di taluni dei pittori di Barbizon. Ora, la trasferta londinese e il contatto con l’opera così nuova e anticipatrice di Constable e Turner, immette in special modo Monet dentro un flusso di luce e colore che egli non abbandonerà più fino agli anni estremi di Giverny. Quando le grandi ninfee finali paiono quasi appaiarsi a certi tramonti affocati e disfatti che Turner dipinse almeno otto decenni prima, e che sono la strepitosa adesione, tanto precoce, a quel mondo del principio che è natura e non paesaggio.<br>Lasciate, nella nostra immaginaria passeggiata dentro la mostra, quelle prime 50 opere, il percorso poi si riavvia in territorio francese, muovendosi tra Accademia e primo plein-air. Così accendendosi quel vastissimo racconto del paesaggio e della natura che segna, nella sua interezza, uno tra i maggiori punti di novità, se non il maggiore, dell’intero Ottocento in pittura. E dapprima il paesaggio è unicamente fondale scenografico, luogo in cui tante storie accadono. Ma sono le storie della Mitologia, delle Sacre scritture, e la natura altro non è che un pretesto, una costruzione che non si esprime sugli esiti del vedere ma sulla sovrapposizione delle nozioni storiche e della tradizione. Il paesaggio non vive mai quella rilevanza che, negli stessi anni, le era propria con l’opera di Constable e Turner in Inghilterra.<br>È però fondamentale, nella lunga marcia di avvicinamento al paesaggio impressionista, il primo, consapevole plein-air di pittori come Granet, Constantin, Valenciennes, naturalmente Corot. Che soprattutto nei loro soggiorni italiani sembrano decisamente capovolgere il gusto della ricostruzione storica in favore di uno sguardo più limpido sulla natura, finalmente accarezzata e amata, percorsa da uno sguardo mai vuoto e inutile. Questa disposizione d’amore sarà il punto di partenza anche per i giovani pittori impressionisti quando, qualche decennio più tardi, si affacceranno sulla scena parigina.<br>Le campagne romane, i cieli sopra la città, le vestigia imperiali: tutto conta, tutto preme, tutto torna dentro il circolo di luce che attinge ormai alle ampie vicende del mondo visibile.<br>Per cui quando, nella terza sezione, questo sguardo si farà specialmente incanto dentro la foresta, quel terreno sarà stato preparato davvero da certi viaggi italiani di Corot e compagni. Quindi Rousseau, Daubigny, Diaz de la Peña, Dutilleux, Lanoue, ancora Corot, e di lontano la presenza di un pittore atipico di realtà come Courbet, che in questa mostra è soprattutto considerato come pittore d’acque, mari e fiumi. Nella foresta di Fontainebleau tutti questi artisti anticipano, annunciandolo, il cammino che di lì a poco sarà quello dei Pissarro, dei Monet, dei Sisley, con i loro quadri già bellissimi degli anni sessanta. è il desiderio di abbracciare anche fisicamente la natura, di prenderne possesso, affinché il vedere nasca in questo momento aurorale anche dalla carne degli alberi, dal fragore dell’azzurra luce, dal rosso delle foglie l’autunno, dal grigio chiarissimo di un selciato che attraversa il limitare del bosco verso Chailly. Sotto un gorgo di nuvole bianchissime, finalmente in movimento. è la vita che prende possesso della tela, la vita che si deposita sopra di essa e ne incide il vuoto. <br>Sono, in questa terza sezione, alcune delle sequenze più belle e motivate di tutta la mostra, con quadri che superbamente illustrano il passaggio dalla foresta dei pittori di Barbizon alla foresta dipinta da Pissarro, Monet e Sisley. Opere, quelle di quest’ultimi, dove vive ancora il senso di una monumentalità della natura, però adesso sparsa di luci vere, di colori che sono l’espressione di colui che dipinge dopo aver visto. In questo apparentemente ininfluente capovolgimento della sequenza, dal vedere al dipingere, sta lo scatto decisivo rispetto a ciò che non rappresentava la cosa vista.<br>E allorquando si apre, con la quasi sterminata quarta sezione, la sequenza dei diversi paesaggi dell’impressionismo, tra gli anni settanta e gli anni novanta del XIX secolo, questo passaggio si è definitivamente compiuto. E sulla scena della pittura sta ormai una delle novità più eclatanti di tutta la storia dell’arte. La sezione, con oltre 150 opere essendo il vero cuore della rassegna bresciana, attraversa ogni contrada di Francia, spingendosi talvolta a seguire gli impressionisti anche lì dove hanno dipinto fuori del territorio nazionale. E soprattutto Monet: da Londra ad Amsterdam, da Bordighera a Venezia. Evocando in questo modo anche il paesaggio urbano che non poco ha contato per gli impressionisti. Sarà da vedere la parete con le Cattedrali di Rouen e Moret dipinte a poca distanza le une dalle altre da Monet e Sisley.<br>Ma è solo uno dei tantissimi esempi di cui la mostra, e questa sezione in particolare, è prodiga. Perché poi si spazia dai mari di Normandia alla costa atlantica e al Mediterraneo; dalla Senna all’Oise, dagli inverni a Louveciennes ai disgeli lungo i fiumi; dalla Provenza di Cézanne, Gauguin e van Gogh ai parchi di Caillebotte, fino ai ricamatissimi, e nuovi, mari di Seurat e Signac. Con un aspetto fondamentale, e credo sconosciuto al pubblico italiano, di confronto storico. Non di rado infatti, tutti questi paesaggi dei maggiori tra i pittori impressionisti saranno posti a confronto, motivato di volta in volta, con i paesaggi che i pittori di Salon esponevano negli stessi decenni del secondo Ottocento. Pittori certo non così conosciuti come Monet o van Gogh o Cézanne o Gauguin, ma capaci di realizzare quadri di bellezza quasi incomparabile, ancorché non così rivolti al nuovo. Sono convinto che, tra l’altro quasi sempre di vastissimo formato, essi costituiranno una tra le sorprese più gradite dell’intera mostra.<br>E tutto si chiude con la quinta sezione, dedicata al tema del giardino. Non a caso, questo capitolo, posto così sul finire. Riassumendo in sé, in poco più di 20, strepitose opere, il senso di un orientarsi dalla costruzione accademica del paesaggio alla sua quasi completa dissoluzione, che sarà ciò cui lavorerà Monet almeno dalla serie di ninfee dipinte tra il 1907 e il 1908 a Giverny. Per cui un’apertura subito altissima con i giardini di Bazille, Caillebotte, Pissarro, Manet. E solo pronunciati così questi nomi dicono già il senso meraviglioso di questa storia conclusiva. Meravigliosa e aperta su più versanti, se volessimo poi unirle anche gli orti e i parchi parigini dipinti da van Gogh. Che sono cosa infatti se non giardini dell’anima, in quel desiderio di partecipare la bellezza che ha sempre avvinto e incatenato il pittore olandese?<br>Ma infine è Monet – presente in mostra addirittura con altre 40 opere – che riconduce tutto a unità, nel suo giardino di Giverny, luogo di delizie e profumi, di luci e suoni inarrivabili, di silenzi e sciabordii. Torna l’immagine del pittore, quasi ottantenne, che sotto un ombrellone bianco, dispiegato per lui nella calura estiva da una delle figlie, dipinge, vestito completamente di bianco, lo stagno delle ninfee. Per il bisogno di essere ancora, come non mai, parte dell’evento della visione. Il giardino, poco per volta, dalla forza che era stata ad esempio in Bazille o in Caillebotte o in Manet, viene a essere lo spargersi della visione dentro il respiro, una cecità di luce e colore, un contrasto troppo alto di quelle luci che si tendono fino alla loro stessa scomparsa. È per questo che Monet tocca quasi un apice, non ancora di astrazione ma di assenza delle forme, di ormai inaccessibile racconto. Fino a quell’immagine struggente, dipinta solo pochi mesi prima della morte, forse ultimo suo quadro, della casa vista attraverso il giardino delle rose. Il mondo che si fa un’ultima volta presente, il suo giardino, il giardino, che è emblema e richiamo quasi inascoltabile, e invisibile, dell’eterno.<br>L’eterno, a cui la natura così dipinta tende. Verso cui si avvia. E questa mostra vorrebbetentare di raccontare. <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Sun, 24 Sep 2006 01:39:28 +0000</pubDate>
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<item>
<title><![CDATA[[K-News] Mondrian]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=766]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=766]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> 28/10/2006 - 25/03/2007<br><br>Mondrian<br><br>Brescia, Museo di Santa Giulia<br><br><br>dal sito ufficiale, altre info:<br><a href='http://www.lineadombra.it/client/brescia_mondrian_01.php?sel=b2007Btn_mc&id=10079&year=2007' target='_blank'>http://www.lineadombra.it/client/brescia_m...10079&year=2007</a><br><br><br>a cura di Marco Goldin e Fred Leeman<br><br>Un’occasione davvero unica per la scena italiana questa mostra che, per la prima volta in assoluto, presenta una selezione altissima di uno dei più grandi artisti del XX secolo: Piet Mondrian. Attraverso circa novanta capolavori – che giungono a Brescia soprattutto per la generosa collaborazione del Gemeentemuseum dell’Aia – viene raccontato l’intero svolgersi della sua ricerca, dagli esordi come paesaggista, fino alle figure geometriche con strisce nere che intersecano piani bianchi, linee che delimitano quadrati rossi, gialli e blu, le opere per le quali è più noto. Cruciali gli anni venti, periodo in cui la sua pittura segue la più significativa trasformazione verso l’astrazione, in una serie di stupefacenti lavori. Le opere raccontano il progressivo purificarsi della linea pittorica, testimoniando come Mondrian avesse abbracciato l’idea di un’arte in continua trasformazione e meditata riflessione su se stessa. La peculiarità di questo artista non fu solo la sua capacità di realizzare una sempre maggior purezza della linea pittorica, portando questo processo alle sue conseguenze più estreme; la sua grandezza fu anche l’accettazione di un rinnovamento continuo, anche se questo poteva significare distruggere i principi precedenti, e rimettere in discussione la funzione da lui attribuita alla linea.<br><br> <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Sun, 24 Sep 2006 01:28:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[[K-News] Nasce K-Ezine, la rivista del gruppo Karpòs]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> E&#39; nata la k-ezine, la rivista in formato pdf di Karpòs, che conterrà contributi che spazieranno in vari ambiti, dalla Fotografia ai Saggi, dalle Critiche &amp; recensioni ai testi inediti di Poesia, Prosa e Sceneggiatura.<br>E&#39; possibile inviare materiale che verrà letto e vagliato, ma solo iscrivendosi come user a questo forum. <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Tue, 19 Sep 2006 04:03:08 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[[K-News] &quot;Pierluigi. On Cinema&quot;]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> In mostra dal 6 giugno a Milano gli scatti di Pierluigi Praturlon, uno dei protagonisti della dolce vita romana negli anni del boom economico del dopoguerra. Fellini, De Sica, Rossellini, Comencini, Emmer, sono solo alcuni dei registi che si sono avvalsi della collaborazione di Praturlon come fotografo di set. Ed è stato proprio Praturlon a ispirare Fellini per la celebre scena di Anita Ekberg nella fontana di Trevi.<br>La galleria milanese Photology dal 6 giugno gli rende ora omaggio con la mostra «Pierluigi. On Cinema». Vengono esposte 30 fotografie inedite che raccontano gli anni Cinquanta e Sessanta, stampe uniche delle quali non esistono riproduzioni e in alcuni casi neppure i negativi, in quanto vintage prints provenienti dall&#39;archivio dell&#39;autore. I ritratti, dall&#39;attualissimo taglio fotografico, sono stati raccolti in un bel volume intitolato come la mostra.<br><br>Photology<br>Via della Moscova 25, Milano<br>Info: tel. 02.6595285<br>Inaugurazione martedì 6 giugno, ore 19<br>Apertura al pubblico: 6 giugno - 8 settembre<br>Ingresso gratuito<br>Orari: da lunedì a venerdì ore 11-19; chiuso sabato e domenica<br><br> <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Ferdinando Pastori]]></author>
<pubDate>Wed, 07 Jun 2006 21:05:18 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[[K-News] Notte Bianca - Festa di Primavera]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> <b>Sabato 25 Marzo </b>è <b>Notte Bianca</b> a <b>Milano</b> e si festeggia in tutti i quartieri della città la <b>Festa della Primavera</b>. Negozi, musei e locali posticipano la chiusura alle 6:00 di domenica. <br>Sono in programma più di 400 eventi, l’apertura notturna del museo di Scienza Naturale, del Palazzo Reale, dell&#39;Osservatorio Astronomico di Brera…saranno aperte le gallerie d’arte, si svolgeranno numerose rappresentazioni teatrali e concerti. Da non perdere Alda Merini al Teatro dal Verme e la manifestazione &quot;Io preferirei leggere…&quot; che prevede la presentazione di 100 libri in 10 luoghi diversi della città con decine e decine di autori e molte novità editoriali presentate da più di sessanta case editrici. Dalle 19:00 alle 6:00 presso casa Necchi Campiglio la &quot;Notte audiovisiva con performance di musicisti e video artisti.<br><br>La Notte Bianca a Milano replicherà Sabato 24 Giugno.<br><br> <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Ferdinando Pastori]]></author>
<pubDate>Thu, 23 Mar 2006 22:16:04 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[[K-News] Libri senza casa]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=718]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> Roma 24 - 26 Marzo 2006<br>Libreria <b>LiberMenTe</b>, via del Pellegrino 94<br><br>1ª Mostra dei <b>LIBRI SENZA CASA</b><br> <br>La mostra intende dare ospitalità agli autori di uno scritto inedito e favorire il confronto/incontro tra persone che condividono l’interesse per la scrittura e la lettura. <br>Gli autori protagonisti della mostra, potranno leggere alcuni brani tratti dai propri scritti, incontrare esperti del settore - scrittori, editori, agenti letterari - e partecipare a tavole rotonde sulla scrittura e sul mondo editoriale.<br><br><b>Per informazioni:<br>info@ilmenabo.it<br><a href='http://www.ilmenabo.it/prima_pagina.htm' target='_blank'>Il Menabò</a><br></b><br><br> <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Ferdinando Pastori]]></author>
<pubDate>Sat, 11 Mar 2006 13:35:47 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[[K-News] Mostra del Libro Antico]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=710]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <b>Mostra del Libro Antico</b><br><br>9 marzo 2006 - 12 marzo 2006<br>Palazzo della Permanente <br>Via Turati, 34 - Milano<br><br>Un evento giunto oramai alla 17^ edizione che riunisce più di cinquanta espositori (italiani e esteri) e che ogni anno richiama più di diecimila spettatori. La rassegna, focalizzata inizialmente su manoscritti, incunamboli e cinquecentine, s’è ampliata fino a comprendere la poesia e la prosa del Novecento, i fumetti d&#39;autore e la letteratura per l&#39;infanzia.<br>La manifestazione, realizzata grazie al patrocinio del Comune di Milano e della Regione Lombardia, si sviluppa partendo dai manoscritti miniati e dagli incunaboli per arrivare ai libri di notevole interesse artistico del diciannovesimo e ventesimo secolo. Solo per citare alcuni esempi, si potranno vedere un manoscritto di Borges del 1940, una Bibbia confezionata originariamente per Manfredi, figlio di Federico II, la prima edizione a stampa delle opere di Omero (&quot;Opera en Grec&quot;) e una legatura romana eseguita per Cristina di Svezia dalla bottega Andreoli. <br><br>Inaugurazione: Mercoledì 8 Marzo, ore 18<br>Orario: Lunedì – Sabato 11:00 – 19:00 continuato<br>           Domenica          11:00 – 17:00 continuato<br><br><br><a href='http://www.mostradellibroantico.it/' target='_blank'>Mostra del Libro Antico</a><br><br> <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Ferdinando Pastori]]></author>
<pubDate>Sun, 26 Feb 2006 14:16:42 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[[K-News] Gauguin - Van Gogh]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=673]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> 22 ottobre 2005 - 19 marzo 2006<br><br>GAUGUIN - VAN GOGH<br>L&#39;avventura del colore nuovo<br><br>Museo di Santa Giulia<br>Brescia <br><br><br>&quot;Certamente una tra le mostre più belle e colme di capolavori ed emozioni che mai si siano svolte in Italia. A essere prese in considerazione sono le vite, intere, di Paul Gauguin e Vincent van Gogh, comprendendo naturalmente i due mesi passati assieme ad Arles sul finire del 1888.<br>Centocinquanta opere complessive che giungono da musei e collezioni di tutto il mondo, per un percorso ricchissimo e articolato in nove diverse sezioni.<br><br>Utili a segnare la vivacità di due vicende che dagli anni di apprendistato trascorsi rispettivamente a Parigi e in Olanda conducono fino alla celeberrime opere di Tahiti per il primo e della Provenza e di Auvers per il secondo.<br><br>Inutile dire che una mostra tanto sontuosa non sarebbe in alcun modo stata possibile senza la fondamentale collaborazione del van Gogh Museum di Amsterdam e del Kröller-Müller Museum di Otterlo, che insieme prestano il numero incredibile di 31 quadri di van Gogh, dimostrando in questo modo una significativa fiducia verso le Istituzioni che promuovono e organizzano l&#39;esposizione bresciana. Che non è unicamente una parata di capolavori, ma un intreccio ben disegnato di relazioni e confronti non solo tra i due artisti ma con l&#39;ambiente culturale del tempo.&quot;<br><br>da <a href='http://www.lineadombra.it/client/gvg/index.php' target='_blank'>QUI</a> con altre info sulla mostra <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Wed, 02 Nov 2005 16:50:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[[K-News] Millet]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=672]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> 22 ottobre 2005 - 19 marzo 2006<br><br>MILLET<br><br>Museo di Santa Giulia<br>Brescia <br><br><br>&quot;Per la prima volta in Italia una rassegna importante, per numero delle opere esposte – oltre sessanta – e per qualità delle stesse, dedicata a Jean-François Millet, uno dei giganti della pittura europea a metà del XIX secolo. Il Museum of Fine Arts di Boston, che possiede la più grande collezione al mondo di opere di Millet, concede in prestito tutti i suoi capolavori, tra dipinti, pastelli e disegni. Niente è escluso, a cominciare dal Seminatore. E già evocando questo nome, si capisce perché la mostra di Millet si svolga nel 2005, nel tempo stesso, cioè, di quella in cui sono comprese tante opere di Van Gogh. Il pittore olandese che tanto ha tratto, per la formazione della sua personalità artistica, del suo disegno e della sua pittura, dalla figura di Millet. Tanto che addirittura una sezione della mostra su Gauguin e Van Gogh è intitolata al rapporto tra lo stesso Van Gogh e Millet. Sarà quindi incredibilmente possibile confrontare, nella stessa sede di Santa Giulia, a pochi passi le une dalle altre, le opere di Van Gogh e quelle di Millet, che per il primo sono state fonte imprescindibile di ispirazione. Un avvenimento che, davvero, non ha precedenti per l’Italia. <br>1814-1875. La vita di Jean-François Millet si compie entro questo arco di tempo. Originario di un paesino della Normandia, ebbe due mogli, nove figli e fu il maestro indiscusso della Scuola di Barbizon, avendo qui vissuto gli ultimi venticinque anni della sua vita. Se la sua biografia è riassumibile con questi brevi cenni, è proprio dalle origini che conviene partire per comprendere la rivoluzione che la pittura di Millet introdusse nell’arte del suo tempo, con un corpus che conta circa cinquecento quadri e tremila tra disegni, pastelli e acquerelli. Millet nasce il 4 ottobre 1814 a Gruchy, un piccolo borgo sulla riva del mare di Normandia. Non ancora ventenne viene mandato nella vicina Cherbourg dove studia presso un allievo di Gros. Nel 1837, grazie a una borsa di studio, arriva a Parigi e frequenta i corsi di Delaroche all’Accademia di Belle Arti, aspirando a vedere le proprie opere esposte al Salon. Qui, dopo alcuni iniziali rifiuti, esporrà regolarmente, e con dibattuto successo, negli anni a venire, fino a esser nominato membro della giuria nel 1868. Nell’inverno 1840-1841 torna ancora a Cherbourg dove incontra Pauline-Virginie Ono, prima moglie con la quale si trasferisce a Parigi e che morirà di lì a tre anni. Ancora a Cherbourg nel 1844, Millet conosce la sua futura compagna, Catherine Lemaire, con la quale, l’anno successivo, andrà per alcuni mesi a Le Havre, prima di tornare nella capitale. Nel 1846 incontra Troyon e Diaz e, l’anno dopo, Daumier, Barye e Rousseau, ovvero alcuni dei pittori che costituiranno la Scuola di Barbizon. Dopo la rivoluzione del 1848, grazie a una somma stanziata dallo Stato, Millet, dal giugno 1849, si trasferisce a Barbizon dove rimarrà, salvo una breve pausa nel 1870, fino alla morte nel gennaio del 1875. Come testimonia lo splendido Autoritratto e il ritratto della prima moglie, Millet esordisce, nei primi anni quaranta, nella ritrattistica, il genere che, nella piccola città di Cherbourg, poteva garantirgli delle commissioni da parte della borghesia provinciale. Seguendo l’imperante gusto accademico di allora, si dedica poi per alcuni anni a scene pastorali, idilli classici e ai nudi femminili, con uno “stile fiorito” come venne definito già dai suoi contemporanei. La vera rivoluzione nella sua arte, improntata a un naturalismo crescente, si verifica verso la fine degli anni quaranta, in significativa coincidenza con la rivoluzione del 1848 e con il trasferimento nella foresta di Fontainebleau. Il quadro che segna la svolta è Il seminatore esposto nel Salon del 1850, dove riscuote un autentico successo soprattutto tra i repubblicani e i critici di sinistra, suscitando per contro vivacissime polemiche tra i critici più conservatori. Non sfugge infatti la valenza sociale di questo primo capolavoro di Millet, che conferisce alla figura del contadino una forza eroica che verrà letta, in un clima di forti rivendicazioni sociali, come segno di fiera emancipazione. Elevando la vita del popolo a una dignità fino ad allora sconosciuta, la rivoluzione aveva permesso a Millet, Courbet e ad altri, di celebrare questo tempo nuovo con immagini inedite della vita rurale. È vero del resto che la tradizione accademica viene sì abbandonata per quanto riguarda i soggetti (niente più riferimenti alla letteratura classica, a episodi biblici o storici), ma recuperata in alcuni schemi compositivi che denunciano l’attenta conoscenza da parte di Millet dei classici. Con giusti riferimenti infatti, la critica ha evidenziato come l’arte di Millet da questo momento tenga anche presente la lezione di Poussin e si riferisca, con una predilezione particolare, al genio di Michelangelo. Affatto nuovo è però lo sguardo che viene rivolto alla realtà rurale e, nella varietà di soggetti che Millet dipinge, realizza una vera e propria “epopea dei campi”. L’artista racconta con partecipazione sincera la vita dei contadini, conferendo piena dignità alla nobile fatica del loro quotidiano lavoro. Tutto ha un tempo stabilito e controllato, quasi liturgico. La vita dei campi è analizzata in tutte le sue fasi e in ogni momento della giornata, dall’alba al tramonto, passando per la calda, prediletta luce meridiana. Millet la esalta sia quando è animata della presenza dell’uomo sia quando essa si offre come puro paesaggio. È un continuo racconto in cui di volta in volta sono protagonisti gli zappatori, i piantatori di patate, i contadini che lavorano nei vigneti, la pastorella che, all’ombra di un albero, fa la maglia mentre il cane vigila sul gregge. O ancora le scene corali della fienagione e della mietitura. Il ritrovarsi composto per il pranzo e il riposo abbandonato all’ombra dei covoni. Con la stessa partecipazione sono descritte le scene nell’intimità della casa dove regna la figura femminile. Dunque la madre che insegna alla figlia il lavoro a maglia; la donna che, alla luce di una lampada, rammenda un vestito; la ragazza che fa il burro; la donna che fila la lana; la toeletta del mattino alla luce di una finestra. Come detto, la campagna viene descritta anche come puro orizzonte. E l’occhio dell’artista sa avere precisione quasi botanica, nella descrizione di alcuni fiori che annunciano la primavera, così come registrare la poesia crepuscolare di un cortile bagnato dal chiaro di luna. Millet è stato un paesaggista superbo, cantore, soprattutto nei pastelli, di una luce tutta nuova. Così lo testimoniano, tra le altre, le opere qui esposte che ritraggono una radura innevata sul limitare del bosco o ancora l’approssimarsi del temporale nell’aperta campagna. E con Degas, Millet è certamente il più grande interprete della tecnica del pastello nell’intero XIX secolo. Va infine detto che la concezione della vita contadina, da parte di Millet, era piuttosto conservatrice e non così progressista come cercavano di “leggerla” alcuni critici dell’epoca. Egli pensava infatti che l’uomo fosse condannato a portare il suo peso e vedeva nel contadino la vittima di una ineluttabile fatalità. Allo stesso tempo credeva che la sua pittura dovesse “disturbare i benestanti”, e in questo senso fu determinante il suo contributo nell’imporre l’uomo, nella semplicità e fatica del suo quotidiano, come soggetto storico.&quot;<br><br>da <a href='http://www.lineadombra.it/client/millet/index.php' target='_blank'>QUI</a> con altre info sulla mostra <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Wed, 02 Nov 2005 16:47:58 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[[K-News] Corot]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=671]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> 9 ottobre 2005 - 8 gennaio 2006<br><br>COROT<br><br>Palazzo dei Diamanti<br>Ferrara<br><br>&quot;A capo della moderna scuola di paesaggio sta Corot»: così Charles Baudelaire rende omaggio ad uno dei massimi protagonisti della pittura francese dell’Ottocento. Ammirato dai più autorevoli intellettuali del suo tempo, punto di riferimento per generazioni di artisti, a Jean-Baptiste Camille Corot si deve una rilettura della realtà naturale e della figura umana di grande intensità e originalità. Questa mostra testimonia l’eccezionale statura del maestro francese, che seppe interpretare e trascendere le correnti artistiche dominanti nell’Ottocento – dal neoclassicismo, al romanticismo, al realismo – fino ad essere considerato un precursore dell’impressionismo.<br>Il sottotitolo della rassegna – natura, emozione, ricordo – riassume i motivi ispiratori dell’opera di Corot, che consacrò la sua arte alla natura, studiandola appassionatamente fino ad impadronirsi dei suoi più intimi segreti.<br>La formazione di Corot affonda le sue radici nella tradizione del paesaggio classico: studiò assiduamente l’arte del passato e ritrasse la natura dal vero, per acquisire la maestria necessaria a realizzare ambiziose composizioni di paesaggio storico. Egli non si sottrasse neppure alla consuetudine del viaggio di studio in Italia. La sequenza di bozzetti italiani che apre la mostra, rivela tuttavia, nella freschezza dei colori e nell’infallibile controllo dei toni, una modernità di concezione che stupì già i contemporanei. Questi capolavori riflettono l’amore che legava Corot all’Italia, dove l’artista soggiornò dal 1825 al ’28, poi ancora nel ’34 e nel ’43, e che ricordò per tutta la vita nei suoi quadri.<br>La pratica della pittura en plein air unita allo studio dei paesaggisti del Seicento, da Nicolas Poussin a Jacob van Ruysdael, condussero il pittore a esiti di squisito realismo nei paesaggi dipinti nei territori di Francia lungo l’arco della sua carriera.<br>Il percorso espositivo ricostruisce un itinerario ideale attraverso i luoghi cari all’arte di Corot, a partire dalla foresta di Fontainebleau, dove l’artista amava recarsi per ritrarre angoli ancora allo “stato di natura”, in compagnia dei paesaggisti della scuola di Barbizon. Il campanile di Douai, autentica icona del raffinato naturalismo corottiano, sia nella composizione, sia nella tavolozza chiara e nella pennellata fluida, anticipa opere realizzate, di lì a poco, da Monet, Sisley e altri impressionisti.<br>I bozzetti dal vero costituivano un bagaglio di memoria visiva a cui l’artista attingeva per concepire, nella quiete del suo atelier, le grandi composizioni da Salon, le prestigiose esposizioni ufficiali parigine. In queste tele, inizialmente ispirate ai tradizionali temi della pittura di “paesaggio storico”, Corot introdusse, a partire dalla metà del secolo, motivi congeniali al suo mondo interiore profondamente poetico, come la danza e la raccolta. Le suggestioni offerte dalla natura erano assimilate, distillate e rielaborate per dare vita a celebrazioni della felicità – come nel capolavoro Mattino. La danza delle ninfe – o a liriche evocazioni di stati d’animo malinconici.<br>L’indole gioviale e generosa dell’artista si manifesta anche nella predilezione per i paesaggi abitati dalla presenza umana, che donava alla natura un’intonazione sentimentale. L’interesse per la figura alimentò una produzione pittorica autonoma, la cui intensità non sfuggì a Picasso. Da qui la magnifica galleria di ritratti, personaggi in costume e nudi selezionata per questa mostra, in cui spicca l’originalissima invenzione delle cosiddette “figure di fantasia”: modelli femminili abbigliati in costume, ritratti nello studio con lineamenti idealizzati, dall’indimenticabile fascino assorto.<br>La rassegna si chiude con una serie di dipinti sul tema del “ricordo”, che segnano il culmine della ricerca pittorica di Corot. I quadri di “ricordo” non descrivono la realtà specifica di un luogo, ne esprimono l’essenza e l’atmosfera emotiva: al lucido realismo del Il carretto, ricordo di Marcoussis, fanno seguito evocazioni rarefatte dalle inconfondibili «brume argentate», come nella raffinata poesia di Ricordo di Mortefontaine o de La solitudine, ricordo di Le Vigen. In queste altissime creazioni, l’ispirazione lirica di Corot reinventa la natura e la figura umana, dando vita a «stati d’animo travestiti da forme naturali», per usare le parole di un suo moderno ammiratore, Wassily Kandinsky.&quot;<br><br>da <a href='http://www.palazzodiamanti.it/index.phtml?id=352' target='_blank'>QUI</a> con altre info sulla mostra <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Wed, 02 Nov 2005 16:38:26 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[[K-News] The Keith Haring Show]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=670]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> 28 settembre 2005 - 29 gennaio 2006<br><br>THE KEITH HARING SHOW<br><br>La Triennale di Milano<br><br>&quot;The Keith Haring Show è una delle più importanti retrospettive sinora dedicate al grande artista americano. La mostra comprende circa cento dipinti, quaranta disegni, numerose sculture e opere su carta di grande formato. L’esposizione è corredata, inoltre, da una vasta documentazione fotografica, che illustra il contesto in cui è nata e si è sviluppata la sua arte. L’attività artistica di Haring si svolge in appena un decennio, dal 1980 al 1990.<br>In questo breve arco temporale egli ha vissuto e lavorato intensamente, viaggiando in ogni parte del mondo e producendo una grande quantità di lavori,tele, disegni, sculture, oggetti, gadget ed opere pubbliche. I suoi lavori sono caratterizzati da un segno del tutto originale che lo ha consacrato come uno dei grandi testimoni della propria epoca trasformandolo, ancora vivente, in un mito contemporaneo. La sua fama è dovuta ad uno stile immediato che egli stesso desiderava fosse comprensibile a tutti e al suo impegno nell’affrontare sia temi attuali, scottanti ed impegnati, sia temi gioiosi con la piena coscienza dell’importanza della propria missione di artista. Tale consapevolezza Haring la raggiunge grazie ad una costante riflessione sul proprio operato che emerge dalle pagine del suo diario. Tra le righe, come tra le pieghe dei suoi lavori, si percepisce chiaramente un’esistenza pregna di cultura, di libri d’arte e di biografie lette, di musei e mostre visitate, di luoghi scoperti con entusiasmo e di persone incontrate. Non è un sapere ostentato, è un sapere che emerge con una casualità non del tutto aliena dal misurato controllo che tanto amava. Per Haring non è importante spiegare il suo lavoro, non a caso le sue opere sono “untitled”, lascia che siano gli altri a coglierne i significati più profondi, a ritrovare quegli indizi disseminati con un’abilità unica che svelano agli occhi più accorti contaminazioni con l’arte antica, classica e di culture tribali africane, asiatiche e sudamericane. Negli scenari fantastici di Haring entra perfino il Medioevo rivisitato. L’artista, conscio della lezione di Duchamp, gioca con i maestri del Rinascimento e si confronta con le avanguardie del Novecento, dal Cubismo all’Astrattismo, geometrico e non, al Surrealismo. Apprezza e trae linfa dalle correnti dell’arte americana degli anni ‘60 e ‘70 e ammira i suoi contemporanei; elegge a suo spirito guida il mito Pop Andy Warhol ed è incuriosito dal lavoro dei graffitisti, in particolar modo da chi usa il segno come una scrittura.&quot;<br><br>da <a href='http://www.triennale.it/triennale/sito_html/keith/index_tot.htm' target='_blank'>QUI</a> <br>con la possibilità di trovare altre info sulla mostra<br><br><a href='http://www.haring.com' target='_blank'>sito ufficiale in inglese</a> <br><br><a href='http://www-utenti.dsc.unibo.it/~missirol/ig/' target='_blank'>sito non ufficiale in italiano</a> <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Wed, 02 Nov 2005 16:31:03 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[[K-News] karpos terza disseminazione]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=646]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=646]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> ---- <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Silvia Molesini]]></author>
<pubDate>Wed, 14 Sep 2005 00:37:43 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[[K-News] Rossetti, Ansuini e Koch a Bazzano (Bo)]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=631]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=631]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> <img src='http://photos21.flickr.com/27163754_71fb812bfa_o.jpg' border='0' alt='user posted image' /> <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Fri, 22 Jul 2005 03:32:58 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[[K-News] Karpos: seconda disseminazione]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=582]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=582]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> ---- <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Silvia Molesini]]></author>
<pubDate>Mon, 23 May 2005 01:18:50 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[[K-News] IL CORPO NELLA INSTALLAZIONE INDUSTRIALE]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=578]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=578]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Dal 23 al 30 Maggio, Facoltà di Ingegneria, Via Zamboni, Bologna.<br><br><br><img src='http://photos11.flickr.com/13728687_7a71b5ef00_o.jpg' border='0' alt='user posted image' /><br><br><br><br>Seguendo le linee che partono dalla archeologia industriale contemporanea , la mostra si prefigge l’obiettivo di studiare , analizzare , le caratteristiche estetiche degli impianti  meccanici , produttivi , <br>creativi , presenti nel territorio , disseminati nel territorio ,  nascosti nei suoi angoli. Tramite la fotografia riprenderne le linee  e unirle al disegno del nudo che crea il ponte tra l’arte sintetica degli obiettivi e quella sinuosa dell’occhio e della mano. <br><br> Le stampe rappresentano la catalogazione degli enormi impianti presenti nella nostra regione. <br>Si vuole rendere conto della struttura antropomorfica dell’architettura industriale , che forzatamente riflette l’idea di chi la concepisce , dove la concepisce ,permettendo a  questi impianti di ritornare familiari ai nostri occhi , nella loro grandezza , nella loro decadenza. <br><br>Chi la concepisce è l’uomo. Viene stigmazzata l’aria malsana che si crea attorno a queste aree , il freddo che le circonda , l’invivibilità , si decretano come città industriali e si nega loro il fascino che ne è invece intrinseco , internato e così voluto dagli stessi suoi creatori , gli uomini , che nell’europa occidentale producono e risolvono la gestione delle aree produttive , isolandole , oppure riconvertendo gli impianti degli anni ‘40 , ’50 , ora inseriti nel tessuto urbano e quindi spesso troppo visibili, troppo evidenti. <br><br>Proporre questo tipo di esposizione all’interno dell’università , soprattutto all’interno di una facoltà che si occupa della costruzione degli impianti e dei loro contenuti , accresce la forza di questa proposta che vuole rendere evidente la componente artistica di queste aree spesso considerate semplicisticamente come oscenità paesaggistiche o contenitori di inquinamento.<br><br> Cogliere le linee estreme di queste composizioni industriali , nel loro carattere estetico , nel loro carattere di sviluppo della società meccanizzata e occidentale ,nel loro carattere di paesaggio , tra inserimento e rottura con il corpo e le sue curve. Determinare una sintesi tra questi due soggetti.  <br><br><br>Massi , Bianchi , Masi , Tarantino                                                  bologna  10  /5 / 2005 <br><br><br><br><b>Note: Durante gli otto giorni di installazione verrà trasmesso a loop, nell&#39;area riservata alla rassegna,  il brano di seguito riportato. Il testo è di Enrico Masi, lettura campionata  di Alessandro Ansuini.</b><br><br><br><br><br> <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Wed, 11 May 2005 21:23:57 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[[K-News] Einsturzende Camera a Bologna]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=536]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=536]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> 15 Marzo 2005 <br>dalle 22 e 30 <br><br><br><b>LA PARESSE </b><br><br>Via Avesella, 5/A <br>40121 Bologna <br>Tel. 051.269246 <br><br><b>Einsturzende Camera <br><br>plant <br>+ <br>inzimmer </b><br><br><br>ingresso gratuito <br><br><br>info: il_ragazzo_immaginario@yahoo.it <br><br>smithandlaforgue@splinder.com  <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Sun, 06 Mar 2005 20:16:57 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[[K-News] Einsturzende Camera a Livorno]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=534]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=534]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Biblioteca Clandestina Errabonda<br>Via La Pira, 9 - Corea - Livorno<br><br>H.20.00<br><br>Cena con Alessandro Ansuini, Enrico Masi, Tommaso Balerna<br><br>a seguire<br><br>Einsturzende Camera<br>(voce/piano/fagotto/sinth)<br><br><b>&quot;inzimmer&quot;</b><br><br>ingresso gratuito<br><br>info: il_ragazzo_immaginario@yahoo.it<br><a href='http://smithandlaforgue.splinder.com/' target='_blank'>http://smithandlaforgue.splinder.com/</a><br> <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Wed, 02 Mar 2005 04:40:07 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[[K-News] LA PRIMAVERA NON ESISTE]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=516]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=516]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Antonio Koch - Pier Xenofon Kotanidis in:<br><br>LA PRIMAVERA NON ESISTE<br><br>PAVESE.IT<br>Via del Pratello, 53 - Bologna<br>Martedì 1 Febbraio 2005, ore 21.<br><br>Ingresso 6 euro con consumazione <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Antonio Koch]]></author>
<pubDate>Mon, 31 Jan 2005 01:46:44 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[[K-News] KARPOS: PRIMA DISSEMINAZIONE]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=501]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=501]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> ----- <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Silvia Molesini]]></author>
<pubDate>Wed, 19 Jan 2005 23:57:35 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[[K-News] TEATRO DELLA RABBIA]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=437]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=437]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> IL <b>TEATRO DELLA <span style='color:red'>R</span>ABBIA</b><br><br><br><br><br>Presenterà il 27-28 ottobre 2004 alle ore 21<br><br>presso il TEATRO S. MARTINO<br>via Oberdan, 25<br>Bologna<br><br>lo spettacolo <b>GLI AMANTI DELLA 48ma STRADA</b><br>liberamente ispirato alla commedia <b>A PIEDI NUDI NEL PARCO</b> di Neil Simon<br><br>Il ruolo di Paul, che nella riduzione cinematografica fu di Robert Redford, è affidato al nostro <b>ANTONIO KOCH</b>.<br>La regia è di Francesca Migliore.<br><br><img src='http://utenti.lycos.it/voxclamanti/forum/teatrorabbia.jpg' border='0' alt='user posted image' /> <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Wed, 13 Oct 2004 15:22:59 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[[K-News] Andrea Rossetti su www.teatro.org]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=388]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=388]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Uno dei più importanti e seri siti italiani sul teatro ha inserito tra gli eventi in cartellone la mia &quot;Lectura Dantis&quot;.<br>Per chi fosse interessato il link è il seguente:<br><br><a href='http://www.teatro.org/messaggio.asp?id_commento=887' target='_blank'>http://www.teatro.org/messaggio.asp?id_commento=887</a> <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Fri, 27 Aug 2004 11:29:05 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[[K-News] Premio Fersen]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=383]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=383]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> <br><br><br><br><a href='http://www.editoriaespettacolo.it/bandofersen2004.PDF' target='_blank'>http://www.editoriaespettacolo.it/bandofersen2004.PDF</a> <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Rosamaria Caputi]]></author>
<pubDate>Thu, 19 Aug 2004 12:10:24 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[[K-News] Appuntamenti Karpòs Settembre 2004]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=381]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=381]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> sono a fare un piccolo riepilogo degli appuntamenti di karpòs in settembre, opportunità questa che ci permetterà di incontrarci per festeggiare l&#39;avvenuta metamorfosi da embrione gassoso e caotico in una farfalla casa editrice. <br>questi gli appuntamenti al momento<br><br>-<i>15 settembre</i>: <b>lectura dantis </b>di andrea rossetti in bazzano (bo), ore 21<br><br>-<i>16 settembre</i>: <b>lettura di schekeleter&amp;paris </b>in livorno, ore 21 circa<br><br>-<i>30 settembre</i>: presentazione di &quot;<b>guerra agli umani</b>&quot; di giovanni cattabriga (wu ming) in livorno, organizzata dal gruppo karpòs, ore 21 circa<br><br><br>tra queste date dovrebbero inserirsi le due letture mensili in bazzano, presumibilmente due domeniche del mese. <br><br>guardate le olimpiadi e se qualcuno sa spiegarmi perché aldo montano ha festeggiato a tutti e 29 i punti (i 15 suoi e i 14 dell&#39;avversario), è pregato di mandarmi una mail-<br><br>A <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Mon, 16 Aug 2004 13:39:08 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[[K-News] LECTIO DANTIS 15 Settembre 2004 - Bazzano -]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=371]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=371]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> E&#39; finalmente ufficiale: il 15 Settembre Andrea Rossetti, a partire dlle ore 21, leggerà, dalla Rocca di Bazzano (il castello, non l&#39;albergo) l&#39;Inferno di Dante.<br><br>en plain air<br><br>Accorrete numerosi.<br><br>A <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Mon, 19 Jul 2004 15:49:01 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[[K-News] Biblioteca Clandestina Errabonda]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=366]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=366]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> E&#39; ufficialmente &quot;viva&quot; la Biblioteca Clandestina Errabonda. Potete documentarvi in merito <a href='http://www.b-c-e.splinder.com' target='_blank'>qui</a>.<br>I primi due appuntamenti (16 e 30 di settembre) sono già programmati e sto lavorando sui due appuntamenti di ottobre. Come avrete capito la cadenza degli appuntamenti sarà bisettimanale. La sede é la stessa in cui abbiamo &quot;letto&quot; Rifrazioni (trovate gli indirizzi alla pagina linkata sopra) e, ommamma che innovazione, la formula é quella della cena autore/lettori.<br>Chi ha voglia di venire a trovarci mi invii una mail. Ricordatevi però che ho intenzione di privilegiare il dibattito sulle opera omnia piuttosto che la presentazione di libri (ma non sarà certamente proibito a nessuno di promuovere quello che vuole), per cui, quando verrete, portatevi un sacco di foglietti di roba non pubblicata e materiale vario. <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Cinelli]]></author>
<pubDate>Wed, 14 Jul 2004 17:29:46 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[[K-News] LETTURE A BAZZANO INVERNO 2004]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=359]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=359]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Dato che sto organizzando con i volenterosi giovini dell&#39;associazione di Bazzano una sorta di programma di letture per l&#39;autunno inverno 2004, vorrei sapere, oltre alla lectio dantis di andrea che è cosa a parte, quanti sono intenzionati e nella possibilità di venire a leggere, compreso chi l&#39;ha già fatto. <br><br>A <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Sat, 03 Jul 2004 22:27:33 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[[K-News] Molesini &amp; Dimichina &amp; (forse) Segalerba]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=351]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=351]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Domenica 27 Giugno, ore 21 e 30, Casa del popolo Armando Orzi, Via Ceré, Bazzano est<br><br>A <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Sat, 12 Jun 2004 22:45:40 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[[K-News] Convegno poesia a Milano]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=339]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=339]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> ---- <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Silvia Molesini]]></author>
<pubDate>Mon, 31 May 2004 01:33:55 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[[K-News] Presentazione di Rifrazioni il 20 Maggio a Livorno]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=297]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=297]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Scusate, sono appena arrivato: qualcuno potrebbe seguire la buona regola giornalistica di indicare un&#39; <b>ora</b> e un <b>indirizzo</b> dell&#39;evento del 20 Maggio a Livorno? Potrei pure mischiarmi fra il pubblico...<br><br>Saluti<br>Dario del Greco <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Dario Del Greco]]></author>
<pubDate>Fri, 07 May 2004 11:01:34 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[[K-News] ANSUINI A FERRARA IL 06/05/2004]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=291]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=291]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Alle ore 22, 22 e 30, presso l&#39;art cafe LA GIOSTRA di Ferrara, Via Ripagrande 87, leggo TORAZINA - MALEDIZIONE DELL&#39;INGRANAGGIO.<br><br><br>A <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Mon, 03 May 2004 22:59:20 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[[K-News] Karpòs International]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=290]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=290]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> per intenderci. <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Roberta Dammern]]></author>
<pubDate>Sun, 02 May 2004 17:01:04 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[[K-News] PRESENTAZIONE RIFRAZIONI A BAZZANO]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=287]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=287]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Una data ancora non c&#39;è, ma è SICURA la presenza di Giovanni Cattabriga di Wu Ming, che sarà lì per presentare appunto il loro ultimo libro, insieme all&#39;ARANEOJ.<br><br>Più avanti le coordinate esatte.<br><br>A<br><br><br>P.s.<br>Comunque entro maggio e non il 20, of course. Si mettano in preallarme guido, silvia e il cino. <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Thu, 29 Apr 2004 19:51:12 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[[K-News] scrittura]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=271]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=271]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> 30 repliche.<br><br> <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Roberta Dammern]]></author>
<pubDate>Fri, 16 Apr 2004 19:15:31 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[[K-News] ANSUINI KOCH VENERANDI - data spostata -]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=265]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=265]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> per motivi di lavoro del Koch e per altri problemi di afflusso di persone (pare che possano venire tutti lunedi) la data per la lettura in bazzano è stata spostata al 26 APRILE 2004<br><br><br><br>A <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Tue, 13 Apr 2004 21:21:16 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[[K-News] A.A.A. Looking for writers]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=262]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=262]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> stunning building  <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Roberta Dammern]]></author>
<pubDate>Tue, 13 Apr 2004 16:21:11 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[[K-News] Letture, letture]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=256]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=256]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Apro questo thread con la duplice motivazione dell&#39;aspettare conferme per la partecipazione alla presentazione di rifrazioni a Livorno (20 Maggio) e per raccogliere disponibilità a letture vostre da queste parti. Ho la disponibilità di uno spazio che rischia di diventare interessante. Nel quale, ogni due settimane, potrei organizzare una letturadavanti a una cinquantina (forse più) di persone. Fatemi sapere. Accorrete numerosi. <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Cinelli]]></author>
<pubDate>Fri, 09 Apr 2004 12:12:29 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[[K-News] ANSUINI KOCH VENERANDI TOCCAFONDI 17 Aprile 2004]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=253]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=253]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Questa dovrebbe essere la prossima lettura, ma sto aspettando l&#39;ok di Flavio.<br><br>Accompagneranno la lettura gli &quot;einsturzende camera&quot;, che sono due, uno che suona il fagotto e l&#39;altro al sintetizzatore.<br><br>Dovrebbe essere una cosa particolare.<br><br>l&#39;indirizzo è sempre TORRE DEL POPOLO ARMANDO ORZI - Via cerè, Bazzano est (BO)<br><br>Prossimi aggiornamenti in futuro.<br><br>A<br><br>P.s.<br>Per guido, mi confermi l&#39;8 maggio per rifrazioni.<br><br>Per silvia: scegli una data fra questi sabati: 15 22 29 maggio. <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Sat, 03 Apr 2004 21:31:06 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[[K-News] Ansuini &amp; Koch, Bazzano, 27 Marzo 2004 H: 21,30]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=243]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=243]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Perdonate il ritardo ma sono stato impegnato a organizzare.<br>Dunque.<br>Il posto si trova a Bazzano, Via Cerè, Torre del Popolo Armando Orzi.<br>Visto che la cosa si ripeterà ogni due settimane spero che abbiate voglia di venire a leggere nelle prossime occasioni.<br>Abbiamo microfoni, leggii, aste, possibilità di mettere musica e di proiettare diapositive.<br>Ognuno, se vorrà in seguito, potrà organizzare la serata come più gli aggrada.<br><br><br>Domani vi faccio sapere come è andata e, se venite, mi raccomando portate da bere.<br><br> <!--emo&:ph34r:--><img src='http://forum.karpos.org/html/emoticons/ph34r.gif' border='0' style='vertical-align:middle' alt='ph34r.gif' /><!--endemo--> <br><br>A <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Sat, 27 Mar 2004 08:46:19 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[[K-News] Presentazione di Rifrazioni a Genova il 26 marzo]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=214]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=214]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> &quot;RIFRAZIONI scomposte in corpo 12&quot; verrà presentato Venerdì 26 marzo alle ore 18.00 al Lebowski (Genova, Salita Mascherona 6).<br>Sul libro già è detto in altro forum.<br>Tra i 12 autori un buon numero sono membri di Karpòs (Ansuini, Cinelli, Molesini, Valentino, Toccafondi, me medesimo), uno forse ex (Gabriele) oltre a Galanti, Campolo, Ciarlo, De Marchi, De Bellis).<br>Ad oggi Ansuini+Cinelli+De Marchi+Gabriele+Conforti saranno della partita il 26 marzo.<br>Alle prossime per aggiornarvi.<br><br>Ovviamente ciò vale anche per invito, visto che tra l&#39;altro è giorno di sciopero generale e quindi forse più indicato.  <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Guido Conforti]]></author>
<pubDate>Thu, 11 Mar 2004 08:42:21 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[[K-News] drammaturgia]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=210]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=210]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> un numero massimo di sei personaggi.<br><br> <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Roberta Dammern]]></author>
<pubDate>Wed, 10 Mar 2004 16:53:53 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[[K-News] Ansuini &amp; Koch a Bazzano]]></title>
<link><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=185]]></link>
<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=185]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Dovrebbe essere il 27 Marzo, un sabato, all&#39;Associazione Culturale i campi di Bazzano.<br><br>Letture da Shakeletter &amp; Paris e Cara Sabrina.<br><br>Credo ci sia anche la musica e qualcosa di visivo ma non sono sicuro.<br><br>Chiunque sia interessato a venire ad ascoltare o a venire a leggere, (ci dovrebbe essere una lettura ogni due settimane) me lo faccia sapere.<br><br>sciao beli<br> <!--emo&:ph34r:--><img src='http://forum.karpos.org/html/emoticons/ph34r.gif' border='0' style='vertical-align:middle' alt='ph34r.gif' /><!--endemo--> <br><br>A<br> <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Tue, 24 Feb 2004 23:03:13 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[[K-News] dal web]]></title>
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<guid><![CDATA[http://forum.karpos.org/index.php?showtopic=152]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> 1)Se a qualcuno interessano 4.500/1.500 euro scade il 30 marzo il termine per l&#39;invio delle opere di poesia per il Premio Alfonso Gatto. Una sezione è dedicata alle opere già pubblicate, una seconda, invece, alle opere prime. Deve trattarsi di raccolte. La giuria sarà presieduta quest&#39;anno da Dacia Maraini. Partecipano tanti editori, per qualcuno potrebbe essere una buona occasione. <br>se interessa:  <a href='http://www.lionsclubsalerno.org/' target='_blank'>http://www.lionsclubsalerno.org/</a><br><br>2)ho cercato sul web riviste letterarie con intenti simili a quelli cui noi aspiriamo (anche per future collaborazioni) e il panorama è entusiasmante. le pagine più belle sono registrate nell&#39;area balcanica, ma aimè poche hanno il pregio del  multilinguismo (Roberta, sei lungimirante).<br><br><a href='http://www.blesok.com.mk/index_eng.html' target='_blank'>http://www.blesok.com.mk/index_eng.html</a> (sito macedone, la sezione reviews mi ha sbalordita, contiene saggi letterari molto stimolanti)<br><br><a href='http://www.ilfoglioclandestino.it/' target='_blank'>http://www.ilfoglioclandestino.it/</a><br><br><a href='http://www.unesco.it/poesia/babele/poesia/index.htm' target='_blank'>http://www.unesco.it/poesia/babele/poesia/index.htm</a> (non è una rivista, ma una sezione del sito dell&#39;unesco dedicata alla poesia: chi vuole può proporre nuovi autori)<br><br><a href='http://www.czarne.com.pl/nowe/index.php' target='_blank'>http://www.czarne.com.pl/nowe/index.php</a>  (sito polacco di pubblicazioni indipendenti con versione inglese)<br><br>ce ne sono tantissimi, basta iniziare e poi seguire la scia dei link <!--emo&:lol:--><img src='http://forum.karpos.org/html/emoticons/laugh.gif' border='0' style='vertical-align:middle' alt='laugh.gif' /><!--endemo--> <br><br>ciaups<br><br> <!--emo&B)--><img src='http://forum.karpos.org/html/emoticons/cool.gif' border='0' style='vertical-align:middle' alt='cool.gif' /><!--endemo--> <br><br>(Segnalazioni & eventi)]]></description>
<author><![CDATA[Chiara Yorke]]></author>
<pubDate>Sun, 01 Feb 2004 12:34:04 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[ZERO]]></title>
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<description><![CDATA[Testi e materiale audiovideo. Cliccare sul link per andare alla pagina dell'autore.]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Tue, 05 Dec 2006 04:03:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[SONO SPARITO ALLA MADONNA]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?laa=1&sez=56]]></link>
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<description><![CDATA[Testi e materiale audiovideo. Cliccare sul link per andare alla pagina dell'autore.]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Mon, 31 Oct 2005 17:09:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[RICREAZIONE]]></title>
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<description><![CDATA[Testi e materiale audiovideo. Cliccare sul link per andare alla pagina dell'autore.]]></description>
<author><![CDATA[Guido Conforti]]></author>
<pubDate>Mon, 04 Dec 2006 07:00:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[VI TIRAVAMO SASSI]]></title>
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<description><![CDATA[Testi e materiale audiovideo. Cliccare sul link per andare alla pagina dell'autore.]]></description>
<author><![CDATA[Flavio Toccafondi]]></author>
<pubDate>Mon, 04 Dec 2006 05:08:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Indagine di uno stalker a proposito della muraglia cinese]]></title>
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<description><![CDATA[Testi e materiale audiovideo. Cliccare sul link per andare alla pagina dell'autore.]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Mon, 31 Oct 2005 17:09:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Merd!]]></title>
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<description><![CDATA[Testi e materiale audiovideo. Cliccare sul link per andare alla pagina dell'autore.]]></description>
<author><![CDATA[Rosamaria Caputi]]></author>
<pubDate>Mon, 31 Oct 2005 17:09:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Brahms fece il pianista in un bordello]]></title>
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<description><![CDATA[Testi e materiale audiovideo. Cliccare sul link per andare alla pagina dell'autore.]]></description>
<author><![CDATA[Flavio Toccafondi]]></author>
<pubDate>Fri, 01 Dec 2006 17:01:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[QuicomeTar]]></title>
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<description><![CDATA[Testi e materiale audiovideo. Cliccare sul link per andare alla pagina dell'autore.]]></description>
<author><![CDATA[Rosamaria Caputi]]></author>
<pubDate>Mon, 31 Oct 2005 17:09:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Piccole Storie di Nessuno]]></title>
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<description><![CDATA[Testi e materiale audiovideo. Cliccare sul link per andare alla pagina dell'autore.]]></description>
<author><![CDATA[Ferdinando Pastori]]></author>
<pubDate>Mon, 31 Oct 2005 17:09:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[No Way Out]]></title>
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<author><![CDATA[Ferdinando Pastori]]></author>
<pubDate>Mon, 31 Oct 2005 17:09:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Vanishing point]]></title>
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<description><![CDATA[Testi e materiale audiovideo. Cliccare sul link per andare alla pagina dell'autore.]]></description>
<author><![CDATA[Ferdinando Pastori]]></author>
<pubDate>Mon, 31 Oct 2005 17:09:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Euthanasia]]></title>
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<author><![CDATA[Ferdinando Pastori]]></author>
<pubDate>Mon, 31 Oct 2005 17:09:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[per(non)donare]]></title>
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<description><![CDATA[Testi e materiale audiovideo. Cliccare sul link per andare alla pagina dell'autore.]]></description>
<author><![CDATA[Stefano Caronia]]></author>
<pubDate>Mon, 31 Oct 2005 17:09:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[_ perduto _]]></title>
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<description><![CDATA[Testi e materiale audiovideo. Cliccare sul link per andare alla pagina dell'autore.]]></description>
<author><![CDATA[Stefano Caronia]]></author>
<pubDate>Wed, 01 Nov 2006 12:06:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Camera Mix - Viali]]></title>
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<description><![CDATA[Testi e materiale audiovideo. Cliccare sul link per andare alla pagina dell'autore.]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Mon, 31 Oct 2005 17:09:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Camera Mix - Popoff]]></title>
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<description><![CDATA[Testi e materiale audiovideo. Cliccare sul link per andare alla pagina dell'autore.]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Mon, 31 Oct 2005 17:09:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Camera Mix - Sciascia]]></title>
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<description><![CDATA[Testi e materiale audiovideo. Cliccare sul link per andare alla pagina dell'autore.]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Mon, 31 Oct 2005 17:09:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[SUITE DELLA DILETTA STAGIONE]]></title>
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<description><![CDATA[Testi e materiale audiovideo. Cliccare sul link per andare alla pagina dell'autore.]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Mon, 31 Oct 2005 17:09:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[ANASSIMANDRO E LA NOTTE]]></title>
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<description><![CDATA[Testi e materiale audiovideo. Cliccare sul link per andare alla pagina dell'autore.]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Mon, 31 Oct 2005 17:09:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[FILOLOGIA DELLO SPIRITO]]></title>
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<description><![CDATA[Testi e materiale audiovideo. Cliccare sul link per andare alla pagina dell'autore.]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Mon, 31 Oct 2005 17:09:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[TRACCE DELLA VITA DI NADJA, DETTA NADINE]]></title>
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<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Mon, 31 Oct 2005 17:09:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[IL MADIDO STUPRO E' ALL'ULTIMO DEL PARADISO]]></title>
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<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Mon, 31 Oct 2005 17:09:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[SALVEREGINA]]></title>
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<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Mon, 31 Oct 2005 17:09:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[ANDREA ROSSETTI RECITA ROSAMARIA CAPUTI: ESORDIO DI ANTIGONE]]></title>
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<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Mon, 31 Oct 2005 17:09:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Camera Mix - Mare]]></title>
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<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Tue, 01 Nov 2005 14:03:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Camera Mix - Radio Caos]]></title>
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<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Tue, 01 Nov 2005 14:03:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Camera Mix - Pe-di-ah-kawn-aus ente plah-nay]]></title>
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<description><![CDATA[Testi e materiale audiovideo. Cliccare sul link per andare alla pagina dell'autore.]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Wed, 02 Nov 2005 04:04:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Camera Mix - Cora]]></title>
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<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Wed, 02 Nov 2005 04:04:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Umbrìa]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?laa=1&sez=163]]></link>
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<author><![CDATA[Leonardo Bonetti]]></author>
<pubDate>Thu, 03 Nov 2005 06:02:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Terramare]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?laa=1&sez=163]]></link>
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<author><![CDATA[Leonardo Bonetti]]></author>
<pubDate>Tue, 01 Dec 2009 02:05:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[People to meat]]></title>
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<description><![CDATA[Testi e materiale audiovideo. Cliccare sul link per andare alla pagina dell'autore.]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Fri, 01 Dec 2006 16:02:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Indagine attorno alla camera chiara]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?laa=1&sez=57]]></link>
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<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Fri, 01 Dec 2006 16:02:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Je Songe en Guerre]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?laa=1&sez=57]]></link>
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<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Fri, 01 Dec 2006 18:00:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Camera Mix - Family Portrait]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?laa=1&sez=57]]></link>
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<description><![CDATA[Testi e materiale audiovideo. Cliccare sul link per andare alla pagina dell'autore.]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Fri, 01 Dec 2006 18:00:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Camera Mix - Jodorovsky]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?laa=1&sez=57]]></link>
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<description><![CDATA[Testi e materiale audiovideo. Cliccare sul link per andare alla pagina dell'autore.]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Fri, 01 Dec 2006 18:00:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[IR Process - Consciousness]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?laa=1&sez=4]]></link>
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<description><![CDATA[Testi e materiale audiovideo. Cliccare sul link per andare alla pagina dell'autore.]]></description>
<author><![CDATA[Stefano Caronia]]></author>
<pubDate>Fri, 01 Dec 2006 18:00:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[IR PRocess - Plastica fusa]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?laa=1&sez=4]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?laa=1&sez=4]]></guid>
<description><![CDATA[Testi e materiale audiovideo. Cliccare sul link per andare alla pagina dell'autore.]]></description>
<author><![CDATA[Stefano Caronia]]></author>
<pubDate>Fri, 01 Dec 2006 22:03:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Transports, moths. hi-fi]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?laa=1&sez=57]]></link>
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<description><![CDATA[Testi e materiale audiovideo. Cliccare sul link per andare alla pagina dell'autore.]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Mon, 04 Dec 2006 14:03:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[The Game]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?laa=1&sez=57]]></link>
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<description><![CDATA[Testi e materiale audiovideo. Cliccare sul link per andare alla pagina dell'autore.]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Mon, 04 Dec 2006 14:03:00 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[No ees tv (prima parte)]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?laa=1&sez=31]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?laa=1&sez=31]]></guid>
<description><![CDATA[Testi e materiale audiovideo. Cliccare sul link per andare alla pagina dell'autore.]]></description>
<author><![CDATA[Antonio Koch]]></author>
<pubDate>Wed, 06 Dec 2006 14:06:00 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[No ees tv (seconda parte)]]></title>
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<title><![CDATA[one minute cat #2]]></title>
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<title><![CDATA[beckett #1]]></title>
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<title><![CDATA[partigiani del sentito dire]]></title>
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<title><![CDATA[bologna è una merda]]></title>
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<title><![CDATA[we're in the jailhouse now]]></title>
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<title><![CDATA[Re: Le Divagazioni del Mangione ( Internet, You Tube Blog Tv..)]]></title>
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<title><![CDATA[indovinello alla maniera di H]]></title>
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<title><![CDATA[vi tiravamo sassi]]></title>
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<title><![CDATA[oh, venerandi]]></title>
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<title><![CDATA[la sostanza dei miraggi del deserto]]></title>
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<title><![CDATA[you moved in]]></title>
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<pubDate>Thu, 07 Dec 2006 12:05:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[_ asimmetrica _]]></title>
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<title><![CDATA[_ lapide _]]></title>
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<title><![CDATA[IRProcess - To The Sun]]></title>
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<pubDate>Wed, 01 Nov 2006 21:01:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[MORTE CIVILE DI UN ANARCHICO]]></title>
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<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
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<title><![CDATA[Divani certamente scomodi]]></title>
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<author><![CDATA[Flavio Toccafondi]]></author>
<pubDate>Sun, 02 Dec 2007 07:09:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[IL MANIFESTO DEI PERFIDI NINFETTI]]></title>
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<pubDate>Mon, 03 Dec 2007 09:02:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[AMLETO, VICEVERSA]]></title>
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<pubDate>Mon, 03 Dec 2007 10:03:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Scolopendra]]></title>
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<pubDate>Fri, 07 Dec 2007 13:02:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[PsychoSALOME' - il trailer]]></title>
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<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Wed, 31 Oct 2007 14:00:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[PINOCCHIO: il trailer]]></title>
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<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Wed, 31 Oct 2007 14:03:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[LETTURE DI SCENA]]></title>
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<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Thu, 01 Nov 2007 17:05:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[bad & breakfast]]></title>
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<author><![CDATA[Stefano Caronia]]></author>
<pubDate>Mon, 01 Dec 2008 13:00:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Download]]></title>
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<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Fri, 05 Dec 2008 01:02:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[La Notte - PeepShow]]></title>
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<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Fri, 05 Dec 2008 01:02:00 +0000</pubDate>
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