<?xml version="1.0" encoding="iso-8859-1"?>
<rss version="2.0">
<channel>
<title>Karpos Net Factory</title>
<link>http://www.karpos.org</link>
<description>Network d'arte indipendente</description>
<image>
<title>Karpos Net Factory</title>
<url>http://www.karpos.org/knet/img/karpos-little.gif</url>
<link>http://www.karpos.org</link>
<description>Network d'Arte Indipendente</description>
<width>100</width>
<height>40</height>
</image>
<item>
<title><![CDATA[PIERROT SOLAIRE, di Andrea Rossetti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1268&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1268&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[[dal poemetto &quot;Il Mal d&#39;odor dei canti&quot;]<br><br><br><br> In quali ali di seno, inoffensivo,<br>quasi d’agnello, la mia bile bianca-<br>stra versificherò stamani appena<br>amara, masticando, sulla schiena<br>scheggiata da negro amante o gallo<br>stregone, ciò che avanza di materno?<br>Serbo nel frigo cannibalesco oscena<br>la sfatta carne della carne mia, sapendo<br>di latta il sangue del mio sangue fatto<br>red beer per i centauri screpolati <br>dalle highways e con due mummie appese <br>di dita secche paterne al parabrezza, <br>dondolenti –  tra due denti d’oro <br>vitelleschi - benedizioni brusche <br>e bibliche ridotte a talismano.<br>Omo fatto mi guido oltre gli spersi<br>velli di bianconiglio, a mo’ di ciglio<br>stradale incubato, puttanesco<br>un po’ l’ammetto, da la mala luce<br>neonato, cavalcanti travestiti<br>con Desdemona mia liofelizzata<br>sotto gli eccessi canicolari. Piange<br>d’amor latteo nessuno, e questo pianto<br>e quello alluma solatio d’attorno,<br>scosso in ruzzanti spigoli di grani, <br>rosari oranti di prefica ardente.<br>E’, però, secco lacrimar su frutta<br>lavanda, e senza ruggine si muore,<br>amore d’insperato amore, a mezzogiorno,<br>e tutto questo intatto soleggiare<br>così vile e mondano è molli forche <br>di tralci di vite strette troppo<br>lontano dal mio seno (Amleto sposa<br>in bianco mentre Ofelia prende il velo).  <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Sat, 19 Jul 2008 12:57:07 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Lo specchio di Narciso, di André Leblais]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1267&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1267&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[[(una parentesi dabbene)]<br><br><br><br> Soffio di vento<br><i>(vortice d&#39;aria)</i> <br>Divento soffio. <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[André Leblais]]></author>
<pubDate>Fri, 18 Jul 2008 06:12:49 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[CREPUSCOLO, di André Leblais]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=28&tes=1264&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=28&tes=1264&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[[per il pensionamento di mia madre]<br><br><br><br> Prendo spunto dalla suggestiva immagine qui in basso, che accompagnava l’invito alla festa di pensionamento: cielo terra e mare liquefatti in una stessa luce crepuscolare. Si è creduto di vedere in questa immagine un tramonto, ma mi piace opporre a questa interpretazione forse un po’ scontata e “orizzontale”, fenomenologica, una lettura “verticale”.<br><br>(<i>immagine da caricare</i> )                                                       <br> <br>Non un tramonto, non la sera incipiente di chiome che dalla luminosità d’oro del mattino trascolorano nel  venerando ma più vile argento, non un addio ai promessi sposi dalla voce bianca di un mondo che già sembra congedarsi da noi, ma un crepuscolo. Infatti, è l’immagine stessa, deputata a rappresentare simbolicamente questo importante momento, a suggerirci questa parola, tanto preziosa per la sua particolarità che qualcuno, abbastanza istruito per sentirsi in grado di parlare di poesia ma altrettanto mal-educato per scambiare il poetico per la sua deiezione lirica e strumentale, potrebbe considerare ”arcaica”, “desueta” in quanto “lirica”, e così via.<br><br>Ma cos’ha questa parola, ‘crepuscolo’, di tanto importante, da giustificarne la conservazione, oggi che viviamo in un mondo che di “lirico” ha ben poco? La risposta è tanto semplice quanto immediata: tutto ciò che lirico non è. Cos’è, infatti, il crepuscolo? Come sanno tutti i ben informati, è l’ora di luce soffusa che segue il tramonto del sole e che precede il suo sorgere mattutino, inframmezzati dalla sua notturna assenza diffusa. L’epilogo di un giorno, e insieme il suo prologo. Dunque, la sottile prossimità semantica di una fine e di un inizio codificata nella cerniera di un ossimoro: il crepuscolo. Il crepuscolo come parola principe rappresentativa di una figura retorica, l’ossimoro, che traduce nella sua veste linguistica quella <i>coincidentia oppositorum </i> supposta dalla più illustre tradizione filosofica come radice prima dell’Essere, ricodificandone la strutturalità in una diversa figuralità.<br><br>L’ossimoro del crepuscolo: parola-figura che è anche metafora di se stessa, giacché contiene insieme, citando Andrea Rossetti, la paternità lirica, apollinea di un’apertura, l’analogia, e la maternità tragica, dionisiaca di una ferita, la differenza. Se lirico è allora tutto ciò che appare nella luce del giorno incipiente come “sorgente”, autorialità soggettiva dell’opera, generatrice della catena analogica (società del &quot;Domino&quot;) – sincrono all’adombramento strumentale e <i>tecnico</i> della parola, asservita al riferire contenuti estraneo alla propria essenza –, tragico sarà tutto quello che, incontrando l’oscurità, ovvero sparendo alle forme, alla cecità di Nostra Signora delle maschere, ne denuncia il carattere improprio di analogia – cieco, appunto – nella differenza del buio di un silenzio incolmabile fra l’avere origine, della e nella parola, e il fondamento, avvertito e circoscritto solo in Assenza nei vuoti del suo puntuale mancare asincrono; scarto nucleare, questo, tra principiare dell’origine ed eternità del fondamento, che costituisce la matrice oggettiva e trascendentale (setta degli &quot;Innati&quot;) del nostro esistere nel mondo in quanto esistere a posteriori, perché già mediato dal nostro dire, dal nostro originario <i>esserci/aver-luogo</i> nel linguaggio, patria dell’abitare ontologico il mondo che già siamo. L’inconscio <i>corale</i>  e collettivo che da Eschilo e Sofocle giunge sino a Jung e Lacan. <br>All’incrocio di questi due poli estremi e fondamentali, la luce e il buio, opposti l’un l’altro ma inconciliabili, <i>antitetici</i>, si apre quella radura <i>ossimorica</i>  di gradazioni d’ombra, il crepuscolo, che riesce nel delicatissimo equilibrio di custodire la differenza nell’analogia, e che sola permette la conoscenza. L’ossimoro evoca la metafora, la quale a sua volta lo contiene: “Vergine Madre, figlia del tuo figlio” (Dante, <i>Par. XXXIII</i> ). <br>La parola ‘crepuscolo’ è così la croce individuata dall’intersezione ortogonale e complanare tra l’ossimoro e la metafora, assi-figura cardinali del mondo*. <br><br>Dunque, è la dimensione tragica della ferita, della differenza che, ancora ossimoricamente, si apre d’ora in poi nella “contrada” di una oggettività raggiunta, maturata e realizzata nel proprio vissuto professionale, tale da rendere degni di appartenere e partecipare a quel <i>coro</i>  del mondo che sin dall’antico teatro greco è il vero protagonista della scena, ma paradigmatica, nel caso specifico, nel  rappresentare tale professione il primo “teatro della parola” socialmente convenuto: la scuola.<br><br>Così, nella poesia di questa immagine la cui ambiguità ha i contorni dell’ossimoro, e il cui significato orbita sulla ellisse della metafora i cui due punti focali sono l’inizio e la fine, l’apertura e la ferita, l’analogia e la differenza, è forse possibile cogliere l’unicità caratteristica e il senso ri-velante, oserei dire, di questo momento cruciale, il pensionamento – colto nel tempo presente del suo participio, ma eletto dalle sabbie mobili e transeunti del verbo agli onori della solida identità del sostantivo – a coronamento di un’esperienza d’eccezione, perché confinata nel ricordo ineffabile di cui l’infanzia <i>par excellence</i> sa farsi custode, e che sa partecipare a chi è capace di ascolto: non il produttore, non il trasmettitore, ma il costruttore di cultura per antonomasia che è, in essenza, l’insegnante della scuola primaria.<br><br><br>22/06/2008<br><br>*Il senso dell&#39;ossimoro non è immanente alla figura naturalistica del crepuscolo, ma è la parola ‘crepuscolo’ ad essere teatro d’elezione nel quale l’ossimoro sposa la metafora, Nostra Signora delle maschere, nel cui seno riposa il suo senso: il buio non è la sparizione delle differenze, ma <i>la</i>  differenza, il silenzio abissale tra origine e fondamento, il baratro tra parola e cosa; così come la luce non è l&#39;apparizione delle differenze, ma l&#39;analogia, il rapporto di similarità che permette alle forme di apparire, di emergere alla &quot;luce&quot; e succedersi, ovvero di essere colte nella dialettica della lingua.<br><br><br>____________________<br><br><b>Bibliografia essenziale</b> <br><br>“Sono sparito alla Madonna. Scritti sul mio teatro”, Andrea Rossetti, ed. Marco Valerio.<br>&quot;La messa degli angeli&quot;, Andrea Rossetti, ed. Le Nove Muse.<br>“Essere e tempo”, M. Heidegger, ed. Longanesi.<br>“Manuale di retorica”, B. Mortara Garavelli, ed. Bompiani.<br>“Tragici greci. Eschilo. Sofocle. Euripide”, cur. E. Cantarella, ed. Mondadori.<br>“Scritti”, J. Lacan, ed. Einaudi.<br>“Introduzione a Jung”, F. Henri Ellenberger, ed. Bollati Boringhieri. <br><br>(Teorie - Filosofia &amp; scienze umane)]]></description>
<author><![CDATA[André Leblais]]></author>
<pubDate>Tue, 24 Jun 2008 12:52:29 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[ARSENICO E VECCHI MALE-DETTI, di Andrea Rossetti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=34&tes=1254&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=34&tes=1254&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[[Seildisturbopersisteconsultareunsadico]<br><br><br><br> <span style='color:purple'><span style='font-size:14pt;line-height:100%'><b>ARSENICO E VECCHI MALE-DETTI</b></span></span><br><br><br><i><b>Deprivato</b></i><br><br>- Rinuncerei a qualsiasi lavoro per una vita di vacanza.<br><br>- Adoro la moda: un abito è davvero bello solo quando mi stanca prima di tutti gli altri.<br><br>- Parlo bene solo di me stesso perché non ho altri dei quali poterlo fare. <br><br>- Io e Dio ci siamo spartiti i ruoli con reciproca stima: Lui è il principio e la fine, io quel che ci sta in mezzo. <br><br>- Ho un senso morale piuttosto debole, ma in compenso una vista acutissima.<br><br><i><b>Depravato</b></i><br><br>- Le virtù sono le necessarie imperfezioni che commettiamo nell’esercizio dei vizi.<br><br>- Nulla è straordinariamente autentico come ciò che è palesemente falso.<br><br>- La modestia è un vizio che pochi possono  permettersi.<br><br>- Amare è un modo elegante di essere egoisti.<br><br>- Il segreto per una vita felice continua a rimanere tale.<br><br>- L’amore  è quella cosa splendida, dolcissima, delicatissima, purissima, di cui non sappiamo nient’altro.<br><br>- L’ozio sarà pure il padre di tutti i vizi ma non mi sembra il caso di fargliene una colpa.<br><br>- Il solo modo che abbiamo per farci amare da qualcuno è convincerlo che gli conviene.<br><br>- E’ meravigliosamente rassicurante sapere che in ogni istante, da qualche parte del mondo, c’è una verità che, fedele a una secolare tradizione, persevera indefessa nell’errore di essere tale.<br><br>- La gente si sforza di trovare assurde alcune cose per convincersi che ve ne sono di normali.<br><br>- Portare alla perfezione i propri pregi rende persone stimate, portare alla perfezione i propri difetti rende grandi artisti.<br><br>- Genio è chi non ha sufficiente talento per essere grande.<br><br><i><b>SocioApatico</b></i><br><br>- Credo nella superiorità del sesso femminile su quello maschile: una sola donna intelligente vale dieci uomini intelligenti, anche se dieci uomini intelligenti si trovano più facilmente.<br><br>- E’ pericoloso far capire a una donna che ci interessiamo a lei: quasi sempre non ce lo perdona.<br><br>- Il bello delle donne è che spesso sono un libro aperto, il brutto è che quasi sempre si tratta di un libro contabile.<br><br>- La tentazione di un bacio è più piacevole di tanti baci veri. <br><br>- Il pudore di una donna o è un invito all’impudicizia o è una tragedia.<br><br>- I riconoscimenti ufficiali vengono conferiti di solito agli idioti ufficiosi.<br><br>- Solo coloro che leggono i libri possono permettersi di giudicarli, quelli che non li leggono, invece, nella maggior parte dei casi possono ritenersi fortunati.<br><br>- Il difetto degli ignoranti non consiste tanto nell’essere tali, ma nel trovare sempre il modo di farcelo sapere.<br><br>- Un successo mediocre è meno imbarazzante del successo dei mediocri.<br><br>- Non sempre la vecchiaia è un male ma assolutamente mai un bene. <br><br>- Molto spesso le nostre conoscenze ci fanno rimpiangere gli sconosciuti.<br><br>- Le persone perbene hanno uno strano modo di esprimersi: quando parlano di sentimenti, per esempio, non dicono mai che invecchiano, bensì che durano.<br><br>- Dire il peccato ma non il peccatore è il primo passo verso una conversazione noiosa.<br><br>- Un idiota è pericolosamente in grado di non capire quel che dice, e quasi sempre è un estroverso.<br><br>- Democrazia  è il modo enfatizzato col quale si chiama, in molte nazioni, la deprecabile abitudine di far scegliere a chi non sa scegliere governi incapaci di governare.<br><br>- Chi non è compreso da niente e da nessuno fa il poeta, chi non comprende niente e nessuno si fa eleggere in Parlamento.<br><br>- Gli scienziati hanno sempre la risposta pronta, soprattutto se nessuno gli ha chiesto niente.<br><br><i><b>Fanfamiglia</b></i><br><br>- L’ascesi e il matrimonio non sono poi tanto dissimili: se nella prima rinunziamo alle passioni, nel secondo le dimentichiamo.<br><br>- Un matrimonio tra fedeli è un matrimonio felice, un matrimonio tra fedifraghi un matrimonio normale.<br><br>- Bere molti alcolici durante le feste in famiglia aiuta a non perdere del tutto il contatto con la realtà.<br><br>- Non ci sono più cose in cielo e in terra di quante una moglie riesca a comprarne quando va a fare shopping. <br><br>- Certa gente si sposa per litigare mentre dovrebbe litigare per non sposarsi.<br><br>- Certi genitori sono così apprensivi che quando un figlio sta per superare il complesso edipico gli raccomandano di mettere la freccia e di guardare prima nello specchietto.<br><br>- Con l’avvento della fecondazione assistita e delle madri-nonne il complesso di Edipo può dirsi definitivamente debellato. <br><br>(Arte - Narrativa)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Thu, 01 May 2008 15:31:44 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[LOUIS FERDINAND CELINE secondo Piperno, di Andrea Accorsi]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=16&tes=1245&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=16&tes=1245&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> <br><b><br>articolo apparso sul corriere della sera del 7 gennaio 2008<br><br></b><br>Voyage au but de la nuit, di Louis-Ferdinand Céline andava come qualsiasi altro bestseller natalizio. Lascio ad altri la riflessione sui celiniani tempi che viviamo, e mi chiedo: chi più di Céline ha patito gli sbalzi di umore del pubblico e della critica? E tutto per via di quel libro: Bagatelle per un massacro, il primo dei pamphlet filo-nazisti, che qualcuno ritiene il prodotto di «un delirante teppismo antisemita» (la definizione è di Mengaldo), e qualcun&#39;altro — come Emile Brami — uno dei vertici dell&#39;opera celiniana. Contagiato da quel fermento parigino, ho acquistato Céline vivant, un cofanetto di dvd con le interviste televisive concesse da Céline del dopoguerra. Molto di questo materiale mi era noto. Ma vedere Céline, sentirlo parlare, be&#39; è un&#39;esperienza impagabile.<br>Sicché eccolo lì, sullo schermo del televisore della mia stanza d&#39;albergo: il collo avvolto dai leziosi foulard con cui i barboni si danno un tono. Eccolo lì, nella dimora-tomba di Meudon, ostentare il corpo martoriato con la cristologica impudicizia di Artaud. La vacuità dello sguardo corrisponde all&#39;atonia della voce: monotona come quella di certi bambini autistici, marcata da uno smangiucchiato accento parigino. È il Céline che ti aspetti, che gioca a depistare gli intervistatori con risposte vezzose. A quello che gli chiede perché ha scritto il Voyage risponde che lo ha fatto per pagare l&#39;affitto. A quello che gli domanda se lui pensa che si possa scrivere solo del proprio vissuto, oppone ancora un&#39;altra metafora economica: «Solo delle cose che hai pagato». E allora quello gli chiede se non ci sia affettazione in tutto quel dolore esibito dalla sua voce e strillato dai suoi libri. Céline s&#39;infuria. Quello che nessuno capisce è che lui è figlio di una ricamatrice di merletti e come tale, a dispetto di molti suoi colleghi che utilizzano formule corrive (Mauriac, un politicante; Morand, un rincoglionito; Giono, insignificante), lui ha una artigianale dedizione per la raffinatezza dello stile. Ma certo il solito adagio celiniano: io sono solo uno stilista.<br>Ma perché Céline insiste tanto sulla raffinatezza? Perché conosce i suoi punti di forza. Perché sa di rappresentare uno di quei casi virtuosi in cui la rivoluzione stilistica trova sontuosa corrispondenza nella rivoluzione della sensibilità.<br>Lo capì Robert Denoël, un giovane editore, quando, nella primavera del &#39;32, s&#39;imbatté nel manoscritto del Voyage e sentì di avere tra le mani uno dei libri del secolo. Fu così che nella Parigi di Breton e di Cocteau atterrò quell&#39;astronave giunta da un&#39;altra galassia, guidata da un medico non ancora quarantenne, invalido a un braccio per una gravissima ferita di guerra, con la sua collezione di viaggi in capo al mondo: dall&#39;Africa nera agli Stati Uniti. Un libro che, sotto forma di monologo, irradiava un&#39;energia titanica. Ferdinand Bardamu — il Narratore — era un vitalista delle tenebre: la sua voce appariva moderna, mimetica, capace di esprimere tutto il sarcasmo della disperazione e di irradiare l&#39;infuocata luce delle grandi disfatte. A suo modo Ferdinand si rivelava perfino un umorista (qualità che, purtroppo, il suo creatore avrebbe sacrificato in seguito sull&#39;altare della paranoia). Ma ciò che rendeva davvero speciale il Voyage era quella miscela di lucidità e pietà per la condizione umana. Ed è esattamente questo cocktail che spinse tutti a urlare al miracolo: da Sartre a Daudet, da Bernanos a Nizan, da Bataille a Trotzkij, tutti intuirono che l&#39;entità copernicana di quella rivoluzione era nel modo con cui Céline aveva sporcato la sua prosa di mille inflessioni tratte dalla vita vera e, allo stesso tempo, nel modo in cui tutta quella sporcizia aveva reso la sua prosa scandalosamente raffinata. Così i francesi, dopo Flaubert, hanno di nuovo uno scrittore il cui virtuosismo stilistico è pari solo al disincanto nichilista delle sue convinzioni. D&#39;altra parte, a dispetto delle abiure con cui Céline negli anni successivi avrebbe provato a ridimensionare la potenza innovativa di quel capolavoro, nessuno meglio di lui sapeva cosa lo avesse spinto a scrivere il libro in quella precisa maniera. «Non si sa niente della vera storia degli uomini» esclama a un tratto Ferdinand, nel romanzo.<br>Esiste aspirazione più novecentesca di questa? Raccontare la vera storia degli uomini. Come ogni scrittore di genio (come James Joyce con il quale condivide un debole per l&#39;ellisse grammaticale e per la scatologia), Céline sapeva che tale ricerca della «vera storia» passava attraverso un nuovo modo di esprimersi. E quindi, banalmente, attraverso un nuovo modo di girare le frasi.<br>Ecco cosa intende Céline per raffinatezza. Il problema è che ci si può ammalare di stile. Già in Morte a credito — il secondo memorabile romanzo — la consapevolezza stilistica si è come cristallizzata. La prosa sta assumendo la forma che non perderà più. L&#39;ironia cede al sarcasmo. La frase si spappola in singulti inframmezzati dai celebri tre punti di sospensione. Il presente indicativo sta prendendo il sopravvento su tutti gli altri tempi e modi verbali. La lucidità è offuscata dal delirio. La pietà dall&#39;odio. La misantropia degenera in razzismo. Molti anni dopo Simone de Beauvoir annoterà: « Morte a credito ci aprì gli occhi. Vi è un certo disprezzo velenoso per la piccola gente. Che è un atteggiamento prefascista». Atteggiamento prefascista che inaugura l&#39;era sciagurata dei Pamphlet nazisti (come altro chiamarli?). Cosa spinge lo scrittore pacifista del Voyage a inneggiare allo sterminio degli ebrei? A mettersi al fianco della più violenta organizzazione criminale della storia, in nome di una pace che sicuramente i nazisti tradiranno? Ragioni personali e non confessabili? Un&#39;idea pervertita dell&#39;anticonformismo e dell&#39;anarchia? O semplice opportunismo? A tal proposito Sartre scrisse: «Se Céline ha potuto sostenere le tesi socialiste dei nazisti, è perché lui era pagato». Ma purtroppo le motivazioni erano più nobili del danaro e quindi ancora più aberranti. L&#39;antisemitismo di Céline non ha niente di originale. Non c&#39;è nulla in quello che lui dice che non abbia detto Drumont — e con lui tanti altri — molti decenni prima. Bagatelle, con buona pace di chi ne apprezza certi passaggi, è un libro schifoso. E lo è tanto più perché è scritto con raffinatezza. La cosa più sconcertante è come l&#39;uomo distintosi per lucidità di visione e capacità empatica, dia prova stavolta di ottusità e mancanza di simpatia.<br>«Vorrei proprio fare un&#39;alleanza con Hitler. Perché no? Lui non ha detto niente contro i Bretoni, contro i Fiamminghi... Lui ha parlato solo degli ebrei... Lui non ama gli ebrei... E neanch&#39;io... E non amo neppure i negri fuori dal loro Paese...». Una frase (in mezzo a tante altre dello stesso tenore) che dimostra come uno degli errori di questo libro stia nell&#39;aver confuso le vittime con i carnefici. E come l&#39;errore di questo stile così esagitato (ormai totalmente celiniano) sia di essersi messo al servizio di quell&#39;errore di valutazione storica. Così come c&#39;era una relazione inestricabile tra la lucidità esibita da Céline nel Voyage e l&#39;innovazione stilistica, allo stesso modo c&#39;è un nesso tra la cantonata ideologica e l&#39;oracolare impreziosirsi dello stile. Ecco perché concordo con quelli che dicono che Bagatelle fu un fallimento artistico (e intellettuale) ancor prima che etico. E non mi convince Pasolini quando bacchetta gli intellettuali di sinistra, che in nome di Céline, si sono messi a distinguere tra le scelte ideologiche di uno scrittore e il suo valore letterario. Questa «dissociazione» a Pasolini è indigesta. Bah, non credo che le scomuniche politiche abbiano importanza in letteratura. Il problema di Céline non è di aver scelto l&#39;ideologia sbagliata, ma di aver consacrato a quell&#39;ideologia una troika di libelli eccessivamente raffinati, incapaci di raccontare il dramma che l&#39;umanità stava per vivere. Tre pamphlet che nulla tolgono all&#39;esemplare magnificenza del Voyage edi Morte a credito, ma che forse gettano una luce fosca sui tre libri della maturità: la così detta Trilogia del nord. Ancora una volta i detrattori di Céline considerano Da un castello all&#39;altro, Nord e Rigadon opere biecamente auto-apologetiche di un nazista che non ha voluto fare i conti con il passato. Jean-Pierre Martin, nel suo<br>Contre Céline, scrive: «In Rigadon, Céline ci dice, dall&#39;inizio alla fine, in lungo e in largo: io muoio razzista ». Ancora una volta un&#39;osservazione mal calibrata. Nelle opere di Sade o di Lautréamont troviamo confessioni non meno indigeste. La questione anche stavolta è artistica: la Trilogia è l&#39;affascinante scoria di un genio paranoico ormai incapace di entrare in relazione con il mondo. Un&#39;opera fallita per eccesso di ambizione e di stile (un po&#39; come la joyciana Finnegans Wake). C&#39;è qualcosa nell&#39;ossessiva ripetitività dei suoi stilemi che appare fin troppo estetizzante. È quella che Massimo Raffaelli, con felice espressione, non senza ammirazione, chiama: «stilizzazione dell&#39;orrore».<br>Così quando uno degli intervistatori (quello che gli ha dato più filo da torcere) chiede conto a Céline dei suoi eventuali sensi di colpa, lui risponde che tutti gli uomini sono colpevoli, tranne lui.<br>È possibile scrivere qualcosa di necessario senza sentirsi — almeno un po&#39;&#33; — colpevoli?<br><br><br><i>risposta non firmata della redazione di ariannaeditrice</i><br>Céline non si mise mai &quot;al fianco&quot; di alcun partito o organizzazione, tantomeno &quot;la più violenta organizzazione criminale della storia&quot;. Piuttosto, quando i Piperni deprecheranno a chiare lettere altre &quot;organizzazioni criminali&quot;, minori o maggiori che siano, senza se e senza ma, sarà un bel momento.<br><br>Si ripropone la leggenda del &quot;Céline pagato dai nazisti&quot;, negandola retoricamente, come si propone un passo della de Beauvoir, dove Céline è definito &quot;prefascista&quot;. In realtà quest&#39;ultima scopre Céline &quot;prefascista&quot; ovviamente solo DOPO che Céline aveva rifiutato di schierarsi con il marxismo, come aveva rifiutato capitalismo e fascismo. Sartre, e altri, avevano invece solamente una pura, folle invidia dell&#39;abilità di Céline quale scrittore. Forse, anche nel caso di Piperno, c&#39;è un pò di miserabile invidia verso il successo dell&#39;opera di Céline &quot;Voyage... andava come un best seller natalizio&quot;, e della sua grandezza come scrittore, a fronte del piccolo, piccolo omicciuolo Piperno.<br><br>Bagatelle e i cosidetti pamphlet sono una violenta denucia del Potere; in questo caso, per Céline, a ragione o torto, questo Potere -potere economico e politico, potere che stava spingendo la Francia ad una guerra che Céline avvertiva come inutile agli interessi della Francia, e per questa nazione fatale- aveva il volto dell&#39;ebreo. I temi pipernici non sono nuovi, vedi <a href='http://louisferdinandceline.free.fr/indexthe/opprobr/alberghini.htm' target='_blank'>http://louisferdinandceline.free.fr/indext.../alberghini.htm</a><br><br>Poi Piperno cita la Trilogia del Nord:<br><br><br>La questione anche stavolta è artistica: la Trilogia è l&#39;affascinante scoria di un genio paranoico ormai incapace di entrare in relazione con il mondo. Un&#39;opera fallita per eccesso di ambizione e di stile (un po&#39; come la joyciana Finnegans Wake). C&#39;è qualcosa nell&#39;ossessiva ripetitività dei suoi stilemi che appare fin troppo estetizzante. È quella che Massimo Raffaelli, con felice espressione, non senza ammirazione, chiama: «stilizzazione dell&#39;orrore».<br><br>Niente di nuovo sotto il sole: già nelle opere di critica letteraria stampate in URSS si divideva il Céline &quot;buono&quot;, ossia il Céline che denunciava colonialismo, capitalismo, povertà (temi considerati &quot;buoni&quot; perchè affini all&#39;ortodossia marxista), del Voyage, e il Céline &quot;cattivo&quot; di tutto il resto; Piperno, pavidamente &quot;stronca&quot; la Trilogia solo dal punto di vista del critico letterario &quot;affascinante scoria... fin troppo estetizzante&quot;, almeno i redattori sovietici, il &quot;compitino&quot; lo svolgevano sino in fondo.<br><br>Cfr. Gor&#39;kij, al primo congresso degli scrittori sovietici: &quot;[Céline]... non avendo alcun requisito per aderire al proletariato rivoluzionario, è del tutto maturo per accettare il fascismo&quot;.<br><br>Da Gor&#39;kij a Piperno; buon sangue non mente.<br><br>Comunque, la foto di Piperno e la sua prosa involuta, mi ricordano il Sartre tratteggiato da Céline ne L&#39;Agité du bocal:<br><br><br>Nel mio culo dove si trova, non si può pretendere da J.-B. S. di vederci bene, né di spiegarsi chiaramente, sembra tuttavia che il J.-B. S. avesse previsto la solitudine e l’oscurità del mio ano… J.-B. S. evidentemente parla di se stesso quando scrive a pagina 451: “Questo uomo teme tutte le specie di solitudine, quella del genio come quella dell’assassino”. Cerchiamo di capire…<br><br>Facendo fede ai rotocalchi, il J.-B. S. non si vede ormai più che nei panni del genio. Ma secondo me e visti i suoi stessi scritti, io sono costretto a vedere J.-B. S. solo nei panni dell’assassino, o meglio ancora di un marcio delatore, maledetto, laido, merdoso servente, mulo occhialuto.<br><br>Ecco, mi sto agitando troppo&#33; Non me lo posso più permettere, l’età, la salute… La chiuderei qui… disgustato, ecco… Ma ripensandoci… Assassino e geniale&#33;? Può anche succedere… Dopo tutto… Ma sarà il caso di Sartre? Assassino lo è, o lo vorrebbe essere, questo è inteso, ma geniale? Questo piccolo stronzo attaccato al mio culo, geniale? Hum?… si vedrà… si, certamente, può ancora fiorire… manifestarsi… ma J.-B. S.&#33;? Questi occhi da embrione? queste spalle da mezza sega&#33;?… questo panzone finto magro&#33;? Tenia sicuramente, una tenia d’uomo, attaccata dove sapete… e filosofo, per giunta… fa un po’ di tutto… Sembra che, in bicicletta, abbia anche liberato Parigi <br><br>(Risorse - Testi)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Accorsi]]></author>
<pubDate>Thu, 10 Apr 2008 01:41:24 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[POTERI FORTI di Ferruccio Pinotti, di Andrea Accorsi]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=17&tes=1244&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=17&tes=1244&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> POTERI FORTI di Ferruccio Pinotti<br>                              <br>                                  (Bur edizioni passato-futuro)<br><br><br><br>Il libro “POTERI FORTI” del giornalista Ferruccio Pinotti  è una di quelle inchieste che solitamente si definiscono scomode e che in Italia, purtroppo, hanno sempre troppo poca risonanza e finiscono, agli occhi del grosso pubblico, spesso“deviate” o semplicemente accantonate col beneplacito della velocissima “macchina “informante” ufficiale.<br>Il pretesto per iniziare questo libro è fare luce, ancorché nei limiti del possibile, sul caso del delitto Calvi e sul misterioso crack del Banco Ambrosiano nei quali senza dubbio erano coinvolti non solo importanti istituti finanziari ma anche lobby occulte, politici affermati, nuova imprenditoria, alte sfere vaticane e sinistri figuri operanti sulla scena in qualità di faccendieri.<br>Ma la ricostruzione delle trame segrete che portarono a questo delitto, come si sa abilmente mascherato da suicidio, è appunto soltanto un pretesto per evidenziare delle anomalie  e denunciare finalmente delle questioni irrisolte delle quali si continua, purtroppo, a non parlare poiché queste verità minerebbero in maniera irreparabile da una parte “la sancta auctoritas”  degli zecchini vaticani e dall’altra farebbe risalire il fiume torbido, l’immonda cloaca che è il sistema d’affari Italia, troppo comodo secretare tutto e lasciare tutto alla storia e agli storici.<br>Per brevità citerò soltanto tre delle tante ramificazioni cui giunge questo ricchissimo libro: tre punti che mi sono sembrati importanti non solo come nodi investigativi, ma anche come intrecci tra passato, presente e futuro,  come riflessi incondizionati che continueranno ad offuscare gli orizzonti dell’Italia per decenni ancora e secoli.<br>Punto primo: la questione Ior (Istituto Opere Religiose).<br>Forse non tutti sanno che lo Ior, la banca del Vaticano, è una banca veramente unica al mondo perché da un lato è un istituto “off shore” nel senso che opera nella più totale extraterritorialità. D’altro lato è totalmente “on shore”  poiché di fatto è nel territorio nazionale e chiunque, previa giusta presentazione, può arrivare ai suoi sportelli da piazza San Pietro portandosi dietro una valigia piena di dollari che svaniranno nel nulla. Insomma sono decenni che lo IOR funge da ponte per chissà quanti privati italiani che intendano occultare delle entrate extra in chissà quali altri paradisi fiscali, e vattelapesca…………<br>Non è un caso se nei decenni passati gli alti funzionari di questa banca sono stati in stretti legami con ambienti poco puliti (mi riferisco alle mafie internazionali) che magari avevano bisogno di occultare o ripulire montagne di soldi. Non solo. Grazie infatti all’estrema segretezza che lo rende inaccessibile lo IOR è stato spesso la chiave di lettura per strani movimenti di denaro che andavano a finanziare dittature militari di estrema destra, sabotaggi a stati poco allineati e chi ne ha più ne metta. Risultato: poco o nulla è cambiato dai tempi del delitto Calvi e pochissimi politici a tutt’oggi se la sentono di metter mano alla questione. Le liste dei ricchi italiani detentori di conti segreti in Liechtestein è la prova del famoso: “…..semo romani…” ( Il Liechtestein è feudo vaticano).<br>Punto secondo: l’Opus Dei e le aziende da spremere e gettare via.<br>Come infatti fu per il Banco  Ambrosiano sono state riscontrate simili manovre riconducibili alla politica espansionistica dell’Opus Dei anche in casi analoghi. Mi riferisco al gruppo industriale spagnolo Rumasa e del suo proprietario  Josè Maria Ruiz Mateos e soprattutto mi riferisco al caso Parmalat e a Tanzi.<br>La metodologia grosso modo è questa: l’Opus Dei entra nell’azienda, la fa espandere oltre ogni limite, succhia tutti proventi e poi quando iniziano i problemi, scompare nell’ombra o, più precisamente, si occulta mediante un vorticoso passaggio di capitali pressoché inestricabile.<br>E’ forse un caso che i titolari di queste aziende sono o sono stati in passato membri dell’Opus Dei o amici intimi di membri dell’Opus Dei?<br>E’ forse un caso che l’espansione finanziaria dei gruppi industriali presi in esame  è avvenuta (anche per il Banco Ambrosiano) nell’area geografica dove l’Opus Dei opera con maggior disinvoltura e libertà : il Sudamerica? <br><br>Terzo Punto: mezzi d’informazione. E’ della fine del 1975 il coinvolgimento ufficiale di Roberto Calvi nella questione “Corriere della Sera”, un coinvolgimento fortemente caldeggiato da personaggi occulti  legati alla massoneria: Licio Gelli e Umberto Ortolani. Ed è per sua stessa ammissione che l’inizio dei suoi problemi coincide con l’ingresso del banchiere nel mondo dell’editoria. <br>Da quel momento cominciano le pressioni, le richieste , i favori. E tuttavia nonostante allora speciali commissioni parlamentari e procure intere della Repubblica avevano tavolate di fascicoli riguardo ai fatti inerenti la lenta ma inesorabile perdita di potere dei Rizzoli all’interno del vasto mondo editoriale che possedevano e il conseguente inserimento di strane società, di finanziarie inestricabili e di operatori occulti, nulla fu fatto. <br>Il sistema della carta stampata e delle frequenze tv in Italia resta oggi più che mai un campo minato e servono speciali bussole per orientarvisi: è di oggi la questione Europa 7, di ieri la retata ai furbetti del quartierino ( il caso sarebbe mai emerso senza le sbruffonate sul Corriere della sera?) e ancora personaggi torbidi che  operano nel mercato editoriale come Caltagirone ,Ciarrapico, Tronchetti Provera, Silvio e Paolo Berlusconi. Un paese democratico non può permettersi editori di questo calibro<br><br> <br><br>(Risorse - Bibliografia)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Accorsi]]></author>
<pubDate>Wed, 09 Apr 2008 00:00:50 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[PINOCCHIO DI ANDREA ROSSETTI, di André Leblais]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=29&tes=1239&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=29&tes=1239&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[[una storia tras-versale]<br><br><br><br> <b>PINOCCHIO di ANDREA ROSSETTI: una storia tras-versale</b><i><br>(l’immagine-dinamica e la parola-cinematica)</i><br><br>‘Cominciò che era finita’: ‘Poesia è favola di una favola’, sogno di un sogno (ma chi sogna chi?). <br>Pinocchio: il Dedalo metaforico di un burattino sparito alla Madonna nel “bosco sacro” della poesia.<br>La prima scena in soggettiva del protagonista e della sua compagna, in corsa per non far tardi là dove stanno banchettando sei altri ‘guitti’ – il Gatto, la Volpe, il Giudice, il Grillo parlante, Mangiafuoco e Geppetto – e mezzo – il bambino Pinocchio. Dunque, in totale, “otto” attori “e mezzo”. <br>L&#39;Odissea come sfondo immaginario – metafora dell&#39;origine – seppure in Volkswagen – origine come “luogo” dell&#39;originario (di chiara “marca” teutonica) – della vicenda, ripresa in esterna, di Carlo, nella veste di divo del cinema in bianconero, novello adulto Pinocchio-Leopold insieme ad una maliziosa Fata-Molly, che, nella prima scena che li ritrae, inarca la schiena al vento quale vela (in quanto sostantivo sinonimo di guida, e verbo omonimo ‘velare’, ovvero ‘ri-velare’) “maestra” di un mitico vascello. In parallelo, a colori e in soggettiva, seduto a capotavola insieme agli altri, Pinocchio-Stephen – ritratto dell&#39;attore Carlo da giovane – impegnato nelle questione del vero – ‘[…] ma avere un figlio vero sarebbe tutta un’altra “storia”...’, gli dice Geppetto, ma Pinocchio non è interessato, preferisce mangiare... – cui preferisce di gran lunga quella del bello – ‘Bello però [il premio], eh?&#33;’, sussurra a Mangiafuoco, nel farsi corrompere (finzione dell’arte): ‘Niente vino&#33;’, a dispetto di Kierkegaard (‘In vino veritas&#33;’). <br>E così via, il film si dipana, tramite il cinematismo della parola, nella dinamica metaforica di episodi come quadri di arte visiva, icono-grammi scenici (secondo una tecnica ecfrastica invertita che ricorda Dante Gabriel Rossetti), su questi due piani narrativi complementari ora giustapposti, ora sovrapposti in trasparenza: due loschi personaggi, obbedienti al destino del loro ruolo, cercano di ingannare Pinocchio-Stephen offrendogli la quota d’investimento alla Banca dei Miracoli in cambio del premio ricevuto da Mangiafuoco, ma Pinocchio, vaccinato dalla bugia inoculatagli dallo stesso Mangiafuoco in cambio del vino (d’altra parte, il vino fa buon sangue&#33;), non cade nella menzogna; una vecchia strada che conduce al mare, ‘la lunga strada traversa’, un tempo battuta da Stephen e dai suoi compagni (dalla periferia referenziale della provincia, si suppone) per andare in spiaggia e spiare le bagnanti ‘di città’, ormai non più frequentata, stranamente deserta nonostante sia stata asfaltata, ‘ora non ci viene quasi più nessuno’, visitata solo nei ricordi …  strada che porta all’ossimoro, l’immagine della costa: sulla sabbia, un veliero arenato, che la Fata (Venere?) fa salpare come tre barchette di carta – come già le tre navi che partirono da Ilio – ma travolte e respinte dalle onde che bagnano appena la rena… fatuità d&#39;ogni andare; un’ombra passa davanti alla luna, sarà l’anima ormai abortita di Icaro (‘involato’…)? finalmente salva, fuori dal Dedalo del linguaggio e comunque al riparo dal sole …  ‘l’anima è supposta ma si prende per via orale’; è sera ormai, e i due non sono arrivati, il Giudice non ha potuto iniziare il suo “processo” insieme agli altri,  Mangiafuoco il Grillo parlante e Geppetto mirano la luna, ‘le stelle dell’Orsa’, ‘l’infinito’&#33; […] ‘ma dove sarà Dio?’, domanda Mangiafuoco (noi traduciamo: “dov’è l’Autore, il Grande Burattinaio?”), e il Grillo: ‘In giro, da qualche parte, a bere per dimenticare l’ultima anima che ha perduto’…; subito dopo, la luna proietta i suoi raggi su Carlo, che, mancando anche il “romanticismo” (e il lirismo leopardiano) della situazione, risponde alle ripetute avances della Fata prendendo alla lettera le sue metafore (‘Che bella notte, Carlo&#33;’, gli dice lei, e ancora ‘Avrei tanta voglia di “tuffarmi” &#33;’ -  ‘Attenta, che qui le trote sono grosse come squali, aaarrgh, ti mangiano&#33;’, risponde lui), così deviando dalla strada verso l&#39;osteria del Gambero Rosso – che lo avrebbe forse destinato ad una brutta “fine” – per la sua ingenuità di ‘solito uomo medio’ (con Musil, diremmo ‘senza qualità’) – eco di ‘Volks’[-wagen] (trad. popolare) – ovvero per aver suggerito, proponendo per la cena ‘anguille in guazzetto […] la “fine” del mondo&#33;’, l&#39;immagine del serpente (metafora del male), che trova il pronto rifiuto della raffinata compagna, sempre più annoiata, una sorta di anti-Eva nella fuga (‘la verità è che hai una gran paura, e stai cercando ancora di scappare’) della deriva metaforica – ovvero per &#39;analogia e differenza&#39; – che lo porterà a mancare l&#39;appuntamento con la storia, con l&#39;arte-Stephen, con l&#39;imbalsamazione monumentale del classico, il quale viene solo ‘anticipato, preconizzato in relazione col teatro tragico [della metafora] che lo manca, nel contempo in perenne anticipo ed eterno ritardo ’ <i>(A. Rossetti)</i> , lasciando incompiuta la favola, perché prosegua nella favola di chi la racconterà a sua volta (‘Noi andremmo. Lasciamo la porta aperta, la chiudete voi, quando andate via’); infine, Carlo e la Fata arrivano a destinazione, è notte inoltrata, ma in anticipo sugli altri (ma chi è in ritardo? e chi in anticipo? i due, alla fine del film, o gli altri, all’inizio?): i due si affacciano ad una finestra, dandosi la mano, la camera li inquadra di spalle avvicinandosi, finché la scena ritorna in soggettiva.<br>Dunque, “8½” attori, omotopia (e nel finale ci sembra di riconoscere un nastro di Möbius) col celebre film di Fellini interpretato da Marcello Mastroianni: lui, nei panni di Guido, un regista che non ricorda il film da girare, laddove Carlo è un attore, che manca il personaggio, confuso come Guido dai propri sogni e ricordi. Se Carlo non incontrerà mai gli altri ciò è già implicito sin dall’inizio nel contrasto colori/bianconero, due “mondi” che se anche stessero l’uno di fronte all’altro non potrebbero riconoscersi.<br>Nasceranno ‘i fiori blu’?<br><br>P.S. Forse sono andato fuori tema, pazienza&#33; Pinocchio è un “fuori tema”, la sorpresa inaspettata che travalica le nostre intenzioni... <br><br>(Teorie - Critica &amp; recensioni)]]></description>
<author><![CDATA[André Leblais]]></author>
<pubDate>Mon, 24 Mar 2008 11:02:27 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[GIUSEPPE MANFRIDI: &quot;LA CUSPIDE DI GHIACCIO&quot;, di Andrea Rossetti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=29&tes=1232&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=29&tes=1232&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> <img src='http://www.gremese.com/upload/images/9788884405111.jpg' border='0' alt='user posted image' /><br><br>Non è mia abitudine dare consigli di lettura ma in questo caso faccio un&#39;eccezione.<br><b>Giuseppe Manfridi</b>, uno tra i più importanti e rappresentati drammaturghi italiani contemporanei, ha recentemente pubblicato per Gremese il suo secondo romanzo intitolato <b><i>&quot;La cuspide di ghiaccio&quot;</i></b>.<br>Chi ha letto la sua prima prova - <b><i>&quot;Cronache dal paesaggio&quot;</i></b> - sarà  sorpreso da questo romanzo, apparentemente più &quot;disponibile&quot; verso il lettore rispetto al suo sontuoso e quasi enciclopedico predecessore (un&#39;opera d&#39;arte indiscutibile, un romanzo &quot;totale&quot; e corale sulla scia dei miei amati Musil e Pynchon).<br>Qui i toni sono immediatamente intriganti, sfiorano il giallo e delineano le fattezze di un mistero destinato a coinvolgere il lettore fino alla fine.<br>Ma sarebbe un errore pensare a un romanzo di genere.<br>La scrittura di Manfridi, allenata dagli imperativi assoluti del teatro, è una lama che scarnifica impietosamente le ipocrisie e le ambiguità psicologiche che fatalmente inquinano i rapporti umani e che finiscono per mettere in crisi ogni anelito all&#39;autenticità, al conforto di una relazione. <br>Al centro del palcoscenico c&#39;è la crisi irreversibile della coppia, circostanza elettiva della perduta scommessa umana della condivisione. Un centro immerso nell&#39;ombra di un enigma che la luce tagliente di una prosa straordinariamente raffinata e a tratti capace di tuffi abissali tra mondo e parole squarcia all&#39;improvviso, implacabile e dolce come una disperata guarigione. <br><br>(Teorie - Critica &amp; recensioni)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Tue, 11 Mar 2008 21:22:45 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[DR. DEVIL &amp; MR. FAUST, di Andrea Rossetti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=34&tes=1218&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=34&tes=1218&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[[ultimo dei &quot;Monologhi esteriori&quot;]<br><br><br><br> <i>“Faust alzava gli occhi ai comignoli delle case che nella luce della luna sembravano punti interrogativi…”</i><br>Questo, mio caro Mefistofele, scriveva di me un poeta e in fondo non si sbagliava. Il fumo che sbuca dai comignoli è vero, a modo suo, e la verità delle risposte che diamo a tutte le nostre domande è solo fumo.<br>Ci fu un tempo in cui pensai fosse possibile per me essere vero, poi scoprii che si può essere bravi, buoni, sapienti, addirittura ignoranti, ma veri no, mai, perché da vivi molto possiamo avere – la vita è alloggiare in galera pagando l’affitto - ma nulla essere. <br>Ci sono ancora attardati fanciulli che credono nella poesia, lirico fondamento di mondi sognati, comico e sconsolato tentativo di una volontà costretta dalla legge della natura a mirarsi allo specchio per sperare di sopravvivere al suo fetale insuccesso; costoro, inutili qui, s’illudono che là ci siano nuovi universi da plasmare, galassie abitate da spiriti benigni disposti a cantare per loro con parole astratte, sorrette da pinnacoli severi di deserto d’oriente ai piedi dei quali avvampano spume ciprigne e mareggiate immortali di stelle. <br>Ah, i dolci poeti, le mitiche anime belle create per fare da belletto all’imbecillità degli animali; infanti titani ansiosi di ultramondi nei quali smettere di balbettare per incanto, eccitati dall’idea più polverosa della storia: l’innovazione delle forme, i nuovi significati e l’invenzione puerile dei significanti. Povera gente&#33; Ignari d’essere solo per questo di gran lunga più vecchi di tutti i ricordi che hanno. Davvero nuovo è soltanto il silenzio che precede, giustifica e segue ogni possibile voce: se un poeta sapesse davvero cos’è la poesia smetterebbe di scrivere le sue fastose inezie e si metterebbe in ascolto dell’onda marina nelle conchiglie cave, un abbaglio sapiente che scaltro distoglie persino la morte. E invece nell’antro scuro galleggiando, costoro accendono fuochi fatui coi gas dei loro corpi in decomposizione – ché tutti, a parte gli aborti, siamo abortiti - e chiamano poi galassie, costellazioni e infine spirito santo quelle meschine fiammelle. <br>Invece, caro Mefistofele, non ci siamo che noi, qui, e il qui sono queste parole, qui siamo di queste parole, e abitanti disonesti dei nomi coi quali altri ci hanno battezzati. Tu, il <i>demone</i> dentro di me, io, l’anima prescelta dall’estremo, venturo perdono di Dio. Ma se il nostro futuro è la pagina scritta, un futuro indelebile, di solida letteratura, allora il nostro passato sono le tante, silenziose letture che fatali ci gravano addosso.<br>Perché allora ti ostini in richieste inutili, che nulla cambieranno mai di quanto è già scritto, e di ciò che fu letto? Perché ti pieghi, tu più gravemente di me, perché io sono in fondo tutta la povertà di un’anima, dell’anima stanca di Faust, mentre tu sei il <i>demone</i>, colui che spezza e divide, alla ripetizione incessante di un’offerta che, infine, ti negherà il successo? Perché mi reclami se sai di non poter spezzare il vincolo che mi lega alla salvezza? Perché prometti se sai che inutile sarà poi mantenere?<br>Come vedi stavolta i ruoli sono capovolti: sono io, divenuta tentatrice, che ti lusingo con impossibili parole, non ancora e mai più letterarie. E ti dico: mi avrai non per ricchezze e potere e bellissime donne, ma solo – sono stanca - per aver cancellato i miei ricordi, che sono poi anche tuoi, e con essi la predestinazione alla mia salvezza che è scritta per sempre nella sorte che noi condividiamo.<br>Ma che te ne faresti poi di un’anima senza memoria né destino eterno? Che anima sarebbe questa cosa? Un grigio carteggio di parole confuse, di pensieri stravolti. Una Babele dormiente. Un gioco indistinto senza più colpe e pene o meriti e corone. Avresti vinto, Mefistofele caro, l’involucro vuoto di un’anima sparita. Avresti – dico – perché – lo sai – se mi esaudissi, cancellandomi intorno e dentro a fondo come chiedo, svaniresti anche tu, e sparirebbe il mondo, anche l’Inferno e il Paradiso, ingoiati da ciò che non so dire, che però in quiete di noi spargerebbe un infinito di tremula luce, di limpide nebbie, di liberazione.<br>Cosa saremmo? Forse l’ombra del vuoto o note sparse del suono di tutte le poesie del mondo. Chi può dirlo?<br>Però so bene che tu, <i>demone</i> dell’anima stanca che sono, non puoi esaudire questa mia richiesta. Non puoi perché non vuol dir nulla, perché ti priva della tua missione, perché, nonostante il potere che ostenti, non puoi non genufletterti al volere della santa scrittura ed essere quel che sei pure fallendo.<br>Credimi: come vorrei che tu non fossi l’inutile <i>demone</i> di un’anima già salva&#33; <br><br>(Arte - Narrativa)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Wed, 20 Feb 2008 00:37:08 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[IL MANIFESTO DEI PERFIDI NINFETTI, di Andrea Rossetti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=34&tes=1206&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=34&tes=1206&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[[Dissentendo da Isabella Santacroce]<br><br><br><br> <b>1.</b> Noi non vogliamo cantare nulla e in nessuna forma, perché nulla che abbia una forma è cantabile, perché ogni uomo è ontologicamente stonato come una campana: coi sentimenti nobili si abortisce ciò che è sano, coi crimini efferati si partoriscono deformità.<br><b>2.</b> Un’arte veramente distruttiva è solo quella che non costruisce niente.<br><b>3.</b> Se l’amore è dalla parte delle vittime, l’odio è dalla parte dei carnefici: a questa viziosa solidarietà, alla sindrome di Stoccolma che fonda la storia, noi rispondiamo con la cronaca infondata delle nostre eroiche masturbazioni. <br><b>4.</b> Noi affermiamo che la bellezza per essere tale non può essere anche autentica e che essa può essere colta solo da menti adeguatamente malate.<br><b>5.</b> Noi inneggiamo a tutto ciò che sparisce: alla monaca claustrale e all’ergastolano.<br><b>6.</b> Bisogna dedicarsi alla dissoluzione del corpo, della presenza, perché il pudore legittima la depravazione e viceversa. L’antitesi produce significati e i significati giustificano il potere.<br><b>7.</b> Non vi è nulla di magnifico nelle voglie: ogni azione della volontà, indipendentemente dai suoi contenuti, che ne costituiscono solo l’estetica provinciale, produce in sostanza un’inezia consolatoria a uso e consumo dei tanti uggiosi beghinaggi del vizio e della virtù.<br><b>8.</b> Noi vogliamo glorificare ogni atto che non diventa un’azione.<br><b>9.</b> Noi rinneghiamo il sociale, lo stato, la solidarietà pubblica, il lavoro e invitiamo tutti i turisti dell’esistente a togliere di mezzo il cattivo teatro delle loro ipocrite rappresentazioni in vita.<br><b>10.</b> Noi siamo indifferenti a ogni finta gioia interiore provocata dall’osservanza o dalla trasgressione dei precetti.<br><b>11.</b> Sono tutte meritevoli di disgusto quelle creature che nutrono aspirazioni temporali e fiducia nella forza della volontà, che poi tali creature siano candide o sudice è un problema vero soltanto per le lavandaie. <br><b>12.</b> Noi non perseguiamo ideali o nozioni di bellezza: la bellezza, se c’è, è insondabile, quindi estranea ai cataloghi, realistici o idealistici, compilati in bella calligrafia per i molti estetismi delle  eleganti blatte della storia. <br><b>13.</b> Fuori dal teatro noi aborriamo indistintamente i volti, i corpi, le movenze, le estetiche, il gusto, le posture, gli olezzi, le voci. <br><b>14.</b> Per noi reale e irreale costituiscono il Giano bifronte dell’unico avanspettacolo metafisico, e parimenti lo splendore e la miseria sono, come intese Honoré de Balzac, attributi consoni solo alle  cortigiane. Noi non siamo e non andiamo da nessuna parte, siamo matematica teatrale, astratti e concreti come forme modulari, enormemente simmetrici in virtù dello spazio iperbolico nel quale esistiamo. <br><b>15.</b> Per noi l’ossimoro è figura della Verità: ciò che essa è, però, interpella soltanto la nostra autodistruzione. <br><br>(Arte - Narrativa)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Mon, 11 Feb 2008 00:05:16 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[IL POETA E&#39; UN PORNOGRAFO TRISTE, di Andrea Rossetti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=34&tes=1205&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=34&tes=1205&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[[Lettera semiseria di Narciso a Boccadoro]<br><br><br><br> Mia diletta Boccadoro,<br><br>col tempo mi sono convinto che il Santo non è colui che non pecca e che, quindi, il peccato non è la trasgressione di un precetto, come a lungo e a volte in buona fede ci è stato raccontato. Santo è, invece, chi riconosce nella sua vita una vocazione alla verità e alla libertà, che non possono essere disgiunte se non a prezzo di confondere la vita, che è un mistero spirituale, con la sopravvivenza, che è un istinto materiale. Il Santo non è necessariamente un brav’uomo, anzi potrei dirti che non lo è quasi mai: egli è piuttosto per il mondo un malato di mente, uno che non parla delle cose visibili bensì levigando le sue parole – tutte - con la lima dell’invisibile, è un logico informale, una poesia di carne, un giullare di Madonna Nullità. <br>Non è col disordine che si fa il male, credimi, ma con l’ordine coatto, sopravvivendo senza vocazione, condiscendendo ai luoghi comuni, rivendicando la libertà in forma di corale obbedienza ai precetti di una vita viziosa o virtuosa che sia.<br>Dio non è sociale, perché non è potere ma amore.<br>Un Santo non teme la propria ignoranza, anzi ne ha premurosa compassione, e sa che la rovina non può venirgli da quello che fa ma da come lo fa e perché: un uomo, infatti, non sa mai quello che fa – <i>Padre perdona loro</i> – ma è responsabile, al limite e dolorosamente, dei mezzi che usa e delle sue motivazioni. Cose diverse sono infatti fare il male e peccare: chi fa, sbaglia davvero per il solo fatto di fare, non certo per quello che fa, dal momento che il vero peccato è solo originale ed è ignoranza nel fare, giammai malvagità del fatto. Si fa il male in ordine alla responsabilità ma si pecca soltanto in ordine alla necessità. Il destino dell&#39;uomo non è tanto la morte quanto il fraintendimento: la morte non è in fondo che vita definitivamente fraintesa. Ed ecco perché, parallelamente, le recondite disarmonie - ben diverse dalle dissonanze - delle intenzioni sono rovelli tutti soggettivi, anche quando assumono vanagloriosi panni politici.<br>Quel che importa davvero, quindi, è riconoscersi ignoranti, cioè peccatori: colui che mostra non sa guardare mentre colui che guarda non sa mostrare. All&#39;incrocio di queste asinerie, di queste insufficienze, sta la <i>messa in opera</i> della poesia, sublimazione - senz&#39;opera d&#39;arte né parte - dell&#39;ignoranza.<br>Della compassione dei Santi per la propria ignoranza la parola della poesia – che non è mai comunque le parole delle poesie – è vertice e perfezione: essa consola i Santi e realizza ipotesi di mondo e di pensiero senza che queste cessino di essere insondabili. Nessuno, cara Boccadoro, sa fare poesia né sa di farla, essa guizza inattesa, sorprende e lascia attoniti, nell’ideale dolcezza che non conosce colpa perché tutte quelle possibili si arrestano incompiute, senza fiato di tempo sul quale deporsi. Perché se nel vivere, che facciamo senza sapere, siamo almeno responsabili delle nostre ragioni e dei mezzi che usiamo, la poesia ci coglie invece sommamente inetti: non solo non sappiamo ma anche non possiamo farla. Di fronte alla poesia siamo tutti soltanto ignoranti. Essa è una necessità che ci accade come un incidente, come un malanno nel quale le parole manifestano tutta la loro compassione per gli uomini. Ciò significa che se i Santi sono coloro che hanno compassione affettuosa della propria ignoranza – e in questo è perfetta letizia -, la poesia è l’essenza universale e impersonale della santità, essenza che non è mai significato raffermo ma sempre molle significazione.<br>Per questo soltanto i Santi comprendono la <i>poesia</i> che non capiscono mentre gli altri uomini hanno bisogno dei poeti e delle loro <i>poesie</i>: unità contro molteplicità.<br>Cattivo poeta, mia dolce Boccadoro, è chi pensa di nobilitare la vita di tutti con parole sue.<br>In verità non credo ci sia nulla da nobilitare - per titoli ed esami – e men che meno di nobile - per discendenza, che per definizione è sempre facile e decadente in essenza.  Quello della nobiltà è un <i>escamotage</i> del potere, il blason donato da chi guarda in bocca allo schiavo che beatifica.  Il nobile ha meno dignità del liberto, figuriamoci del libero.<br>Il buon poeta - non giusto, rammenta, né vero - è viceversa un pornografo triste. Egli è colui che si spoglia di tutte le vesti possibili. Che il re fosse nudo lo sapevamo da tempo, ma un Santo svestito  diventa un poeta, un uomo inutile, senza più alcuna dignità, che, però, dispensato finanche dalla benedizione divina delle promesse escatologiche, può finalmente sparire alla Madonna. <br>E&#39; un uomo nudo quello che sparisce alla Madonna, un uomo che non prende con sé né calzari, né borsa, né mantello e che, infine, dimentica addirittura le mutande. <br>Solo un uomo così, che fa di se stesso la nudità in catene del potere - che è fallo e, quindi, anche errore: tutto si gioca intorno al comune senso del pudore che lo vuole occulto -, paradossalmente recluso nel carcere che è il fondamento metafisico, l’assioma morale, di quel potere, può fare del proprio grido dalla prigione un linguaggio purificato, terso perché incomprensibile, e alla fine tacere cantando come fa la musica non spiegata del moto celeste dei pianeti. Si spiegano le lenzuola, le tovaglie, le vele, cara Boccadoro. Sulle parole, però, non si dorme e non si mangia, con le parole non si prende il largo: al contrario, in esse si veglia, si digiuna e si sta, naufraghi vizzi nell&#39;infinita bonaccia. Il linguaggio al di là del potere è un ultrasuono: l&#39;autentica poesia, l&#39;essenza della profezia, che Dio, nella sua infinita misericordia, ha negato agli uomini e riservato ai cani e ai pipistrelli.<br>Sì, mia amata Boccadoro, il poeta è davvero un pornografo triste: egli, da nudo, dipinge prostitute, le esibisce senza chimerico compiacimento e con piena consapevolezza. Se una prostituta, nell’essere di tutti non è in verità di nessuno (nemmeno di se stessa, dal momento che l’improprietà è il modo di stare al mondo degli espropriati per pubblica inutilità), una prostituta dipinta è l’immagine universale di questo sottrarsi al possesso, di quest’abissale mancanza di verità del suo essere disponibile. Distanza che smentisce l’avvenimento, frattura insanabile tra visione e paesaggio nella quale la tristezza del pornografo s’insinua, incontrando l’ipotesi di fuga di un galeotto. Parlo non della fuga di un corpo – lo capisci da sola - ma dell’ineffabile spirituale, forma irriducibile dell’inafferrabilità nonostante l’inseguimento formale dei secondini volenterosi.  <br>E’ una questione d&#39;insufficienza radicale: morale, logica e ontologica. L&#39;uomo nasce in galera, è un ergastolano a priori. L&#39;ergastolo è la condizione – clausola e presupposto -  dell&#39;esistenza. <br>Il triste poeta pornografo è quindi anche colui che fugge, un evaso che paga a caro prezzo il suo <i>atto</i> di rivolta. Perché se è vera l’equazione <i>uomo=ergastolano</i>, chi fugge di galera cessa prima di tutto d&#39;essere un uomo. Ed è così che, non essendo più uomo e comunque inetto per essere dio, il poeta in fuga, che si disconosce come fuggitivo e continua a vagheggiare la propria scarcerazione (l’ignoranza radicale dell’insufficiente di cui ti ho detto), sparisce alla Madonna e, come Dafne inseguita da Apollo, diviene nella sua desolazione  l&#39;essenza inquieta delle parole: <b>un attore</b>, un vuoto indicibile, un gorgo votivo che, letteralmente e mai letterariamente, s-prigiona non più il poeta, che è aborto di un ruolo, ma la poesia. <br>Egli – non te ne stupire - può dire finalmente: &quot;Non chiamatemi più, perché qualsiasi nome proprio è una menzogna, come dimostrò col paradosso il geniale Odisseo, facendosi beffe del ciclope, gigante dall&#39;occhio d&#39;argilla&quot;.<br>Ecco spiegato perché, mia dolcissima amica, mi sono sempre ben guardato dal chiamarti per nome; e mi auguro ti sia ormai chiaro anche il motivo per cui, in fondo a questa mia mai così pura lettera d’amore, tu possa liberamente adesso, senza più scrupoli e remore ma con gioia istintiva, rovesciare la storia della letteratura e onorare qui in pubblico e, spero, su di me la leggerezza fattasi  irreversibile del tuo soprannome.<br><br>Con sincera gratitudine,<br><br>tuo <br><br>Narciso<br><br><i>(segue pompino)</i> <br><br>(Arte - Narrativa)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Thu, 07 Feb 2008 17:46:05 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[PsychoSALOME&#39;, di Andrea Rossetti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=38&tes=1204&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=38&tes=1204&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[[la sceneggiatura del mio nuovo video]<br><br><br><br> <span style='color:purple'><span style='font-size:14pt;line-height:100%'><b><i>Psycho</i>SALOME&#39;</b></span></span><br><br><i>Sceneggiatura video-teatrale liberamente ispirata alla “Salomè” e al “De profundis” di Oscar Wilde</i> <br><br><br>MASCHERA<br>Com’è bella stasera la principessa Salomè&#33;<br><br>MASCHERA<br>Guarda la terra. Ha un aspetto strano. Sembra una partoriente. Pare in cerca di figli.<br><br>MASCHERA<br>Sembra una piccola contadina entrata senza velo in un tempio. I suoi piedi sono radici che hanno smesso di danzare.<br><br>MASCHERA<br>Sembra una giovane contadina. Non si muove.<br><br>MASCHERA<br>Chi bisbiglia?<br><br>MASCHERA<br>Sono i delusi. Discutono di religione.<br><br>MASCHERA<br>Perché i delusi discutono di religione?<br><br>MASCHERA<br>Non lo so. Lo fanno di rado... Discutono della morte degli angeli.<br><br>MASCHERA<br>Buono a sapersi...<br><br>MASCHERA<br>Com’è brutta stasera la principessa Salomè&#33;<br><br>MASCHERA<br>Ma non guardarla porta disgrazia...<br><br>MASCHERA<br>E’ bellissima stasera.<br><br>MASCHERA<br>Il tetrarca pare allegro.<br><br>MASCHERA<br>No, ha un aspetto accigliato.<br><br>MASCHERA<br>Guarda qualcosa.<br><br>MASCHERA<br>Guarda qualcuno.<br><br>MASCHERA<br>Sì, con gli occhi chiusi.<br><br>MASCHERA<br>Com’è colorita la principessa Salomè. Non l’ho mai vista così colorita. Pare il riflesso di una rosa rossa in uno scudo di bronzo.<br><br>MASCHERA<br>Anche guardarla porta male...<br><br>MASCHERA<br>La regina Erodiade ha versato il vino al tetrarca.<br><br>MASCHERA<br>Il tetrarca odia il vino perché somiglia al sangue.<br><br>MASCHERA<br>Neppure gli dèi della mia terra amavano il sangue. <br><br>MASCHERA<br>Nel mio paese non ci sono più dèi, li hanno cacciati. Non rispondono più alle preghiere: io penso che ormai siano morti.<br><br>MASCHERA<br>I dottori adorano un dio che si può vedere.<br><br>MASCHERA<br>Non lo capisco.<br><br>MASCHERA<br>I dottori credono solo in ciò che possono vedere.<br><br>MASCHERA<br>Non lo capisco.<br><br>IOKANAAN<br>Colui che verrà dopo di me sarà un poeta. Fantasticando, egli prenderà come regno il mondo muto del dolore e ne sarà la voce. Sceglierà come fratelli i servi senza parola, il silenzio dei quali è udito solo da Dio. Egli diventerà l&#39;occhio dei ciechi, l&#39;orecchio dei sordi e un grido sulle bocche degli uomini dalla lingua essiccata.<br><br>MASCHERA<br>Chi è?<br><br>MASCHERA<br>Un profeta.<br><br>MASCHERA<br>Come si chiama?<br><br>MASCHERA<br>Iokanaan.<br><br>MASCHERA<br>Da dove viene?<br><br>MASCHERA<br>Dal deserto.<br><br>MASCHERA<br>Di che parla?<br><br>MASCHERA<br>Nessuno lo capisce.<br><br>MASCHERA<br>Si può vederlo?<br><br>MASCHERA<br>No, la regina Erodiade non lo permette.<br><br>MASCHERA<br>La principessa ha mostrato il suo viso da dietro il ventaglio&#33; Le sue piccole mani bianche si agitano come tortore ferite. E sembrano petali rosa.<br><br>MASCHERA<br>Non guardarla porta sventura.<br><br>MASCHERA<br>È come una farfalla smarrita... Sembra un fiore in inverno.<br><br>MASCHERA<br>Le stelle predicono sfortuna a chi la guarda.<br><br>SALOMÈ<br>Com’è bella la luna&#33; Pare una monetina. O un fiorellino d&#39;argento. E’ inutile come una vergine e bella come una sgualdrina...<br><br>IOKANAAN<br>Egli per primo predicherà agli uomini di vivere come i fiori e additerà loro i bambini come modello. La sua giustizia sarà tutta poetica: il malfattore infelice andrà in paradiso, i vignaioli di un’ora, un’ora serale addolcita dal vento, saranno pagati come quelli di un giorno assolato.<br><br>SALOMÈ<br>Chi è?<br><br>MASCHERA<br>E’ il profeta.<br><br>SALOMÈ<br>Come si chiama?<br><br>MASCHERA<br>Iokanaan.<br><br>SALOMÈ<br>Da dove viene?<br><br>MASCHERA<br>Dal deserto.<br><br>SALOMÈ<br>Di che parla?<br><br>MASCHERA<br>Nessuno lo capisce.<br><br>SALOMÈ<br>Posso vederlo?<br><br>MASCHERA<br>No, la regina non lo permette.<br><br>SALOMÈ<br>Perché è in carcere?<br><br>MASCHERA<br>Perché nessuno lo capisce.<br><br>STATUA<br>Torna al banchetto, Salomè, ti prego torna al banchetto.<br><br>STATUA<br>Se non torni ci verrà il malocchio.<br><br>SALOMÈ<br>Com’è il profeta?<br><br>MASCHERA<br>Nessuno l’ha mai visto.<br><br>IOKANAAN<br>Per lui non ci saranno leggi ma solo eccezioni, perché unico è ogni uomo e originale ogni cosa. Come tutti i poeti, egli amerà gli ignoranti. Perché nell&#39;anima di un ignorante c&#39;è molto spazio per la grandezza. Guai invece agli stupidi, specie a quelli ricolmi di educazione.<br><br>SALOMÈ<br>Che bella voce&#33; Non dovrebbe sciuparla parlando.<br><br>MASCHERA<br>E’ impossibile, principessa. Il tetrarca vuole che parli. <br><br>SALOMÈ<br>Io non voglio che parli.<br><br>MASCHERA<br>Il tetrarca vuole che parli.<br><br>SALOMÈ<br>Com’è buia e profonda la prigione del profeta&#33; E’ pauroso stare in un buco così nero&#33; Sembra <br>una tomba... Non mi avete sentita? Fatelo tacere&#33; Io non voglio che sciupi la sua bella voce.<br><br>MASCHERA<br>Non possiamo. Il tetrarca vuole che parli.<br><br>MASCHERA<br>Se lo facessimo succederebbe di certo una disgrazia.<br><br>SALOMÈ<br>Fallo per me, almeno tu. Voglio solo che taccia, questo profeta dalla bella voce. Lo farai per me, non è vero? Sono sempre stata gentile con te. Voglio solo che taccia. E domani, quando passeggerò sotto il portico degli inguaribili, lascerò cadere per te dalle mie mani un piccolo fiore. <br><br>MASCHERA<br>Principessa, io proprio non posso.<br><br>SALOMÈ<br>Domani, quando passeggerò nel salone dei disperati, io ti guarderò sorridendo attraverso il velo del mio solito pianto mattutino.<br><br>MASCHERA<br>Quanto vorrei obbedirvi, principessa Salomè...<br><br>IOKANAAN<br>Egli tratterà il peccato e il dolore in un modo che il mondo non comprenderà, come cose perfette e belle e sante. La maggior parte degli uomini non capirà. Perché bisogna andare in prigione per poter intendere. E se così è, vale davvero la pena di vivere in una galera.<br><br>SALOMÈ<br>Di chi parla?<br><br>MASCHERA<br>Nessuno lo capisce, principessa.<br><br>IOKANAAN<br>Coloro che lui salverà dai peccati, saranno salvi solo a causa di qualche bel momento vissuto. Tutto ciò che insegnerà è che ogni istante della vita dev’essere bello, che l&#39;anima dev’essere pronta per l&#39;arrivo dello sposo, in attesa della voce dell&#39;amante.<br><br>SALOMÈ<br>Di chi parla?<br><br>MASCHERA<br>Nessuno lo sa, principessa.<br><br>IOKANAAN<br>Coloro che vogliono una maschera sono poi condannati a tenerla per sempre. Quelli che desiderano essere soltanto loro stessi sanno almeno – e non è poco – che il mistero è tutto dentro di loro. Così, mentre la decisione d&#39;essere uomini migliori è frutto di una volontà superba e ipocrita, divenire più intimamente uomo è privilegio di chi ha sofferto.<br><br>SALOMÈ<br>Che bella voce&#33; Non deve sciuparla così, parlando di maschere condannate e di ipocriti superbi...<br><br>MASCHERA<br>Non cercate di capire, principessa: nessuno c’è mai riuscito.<br><br>SALOMÈ<br>La sua voce somiglia a un gioiello d’avorio tormentato dalle fiamme. Arriva a noi come tempesta trascorsa. E’ bella come una vergine e inutile come una sgualdrina.<br><br>MASCHERA<br>Non volevate che tacesse?<br><br>SALOMÈ<br>Certo, non deve sciupare parlando una voce così bella. Il destino della bellezza è il silenzio.<br><br>MASCHERA<br>Dunque volete che taccia...<br><br>IOKANAAN<br>È davvero tragico che pochi riescano a possedere la loro anima prima di morire. La maggior parte degli uomini sono degli altri uomini, pensano opinioni d’altri, le loro vite sono parodia, le loro passioni imitazione. Il male assoluto è la superficialità. Tutto ciò di cui ci si rende conto è bene.<br><br>SALOMÈ<br>Che bella voce&#33; Sembra la fine di un temporale che imbeve la terra. Ma non deve parlare, così la rovinerà...<br><br>IOKANAAN<br>Ogni creatura umana dovrebbe essere il compimento di una profezia, perché tutti dovremmo  essere l’esecuzione irripetibile di un ideale.<br><br>SALOMÈ<br>La sua voce pare un tumulto sul punto di essere sedato. Se tacesse sarebbe perfetto: nei discorsi un profeta predice il futuro, nel silenzio un poeta profetizza i ricordi.  <br><br>IOKANAAN<br>Gli uomini vivono per l&#39;amore e per l&#39;ammirazione, ma invece è per mezzo dell&#39;ammirazione e dell&#39;amore che dovrebbero vivere. Se alcuno mostra di amarci, noi dovremmo ammettere di esserne del tutto immeritevoli. Nessuno è degno d&#39;essere amato. L’amore di Dio per gli uomini ci prova che, nell&#39;ordine divino delle idee, è stabilito che un amore eterno sarà donato a chi ne é eternamente indegno.<br><br>SALOMÈ<br>Se tacesse sarebbe perfetto come le ali strappate di una farfalla o la vela appassita di una nave durante la bonaccia.<br><br>MASCHERA<br>Non ordinatemi nulla, principessa, anche se so solamente obbedire.<br><br>MASCHERA<br>Possiamo volere solo ciò che sappiamo.<br><br>SALOMÈ<br>Posso parlargli?<br><br>MASCHERA<br>No, l’ordine del Cielo è che nessuno gli parli.<br><br>MASCHERA<br>Che a nessuno lui possa parlare.<br><br>MASCHERA<br>Solo lui può parlare - da solo - altrimenti accadrebbe qualcosa di male.<br><br>MASCHERA<br>Gli astri non sono benevoli con la fantasia.<br><br>SALOMÈ<br>Io gli voglio parlare.<br><br>MASCHERA<br>Per carità, principessa, l’oroscopo dice...<br><br>MASCHERA<br>Anche se non gli parlasse, i tarocchi ci condannerebbero... <br><br>SALOMÈ<br>Iokanaan&#33;<br><br>IOKANAAN<br>Un lunghissimo istante è il soffrire. Per me il tempo non scorre e pare invece descrivere un cerchio intorno a un centro di sofferenza.<br><br>SALOMÈ<br>Ma è terribile, è terribile.<br><br>IOKANAAN<br>Tutto nella mia tragedia è stato terribile, osceno, privo di stile: lo stesso abito da prigioniero mi rende ridicolo. Sono un giullare del dolore, un pagliaccio dal cuore spezzato.<br><br>SALOMÈ<br>Iokanaan&#33; Io sono innamorata della tua voce e sono in pena per lei. La tua voce è come una battaglia ormai perduta, come l’eco dello schianto di un albero abbattuto. La tua voce è il passo di un gigante su un mantello di foglie secche. Iokanaan, lascia che io doni al silenzio la tua voce... <br><br>IOKANAAN<br>Per un prigioniero il pianto è pane quotidiano. Ma in fondo, un giorno in carcere senza pianto direbbe di un cuore raffermo, negato per sempre anche alla felicità.<br><br>SALOMÈ<br>Ma tu non mi ascolti, Iokanaan, tu parli ma non mi rispondi. Io odio la tua voce quando non dice che le tue parole. <br><br>IOKANAAN<br>Per me non c&#39;è che una stagione: quella del dolore. Sembra mi abbiano defraudato anche del sole e della luna. Fuori il cielo può essere azzurro e lucente, ma al di qua dalle sbarre di ferro della piccola finestra sotto la quale mi accuccio come un cane non filtra che una lurida luce lupa. In  cella il crepuscolo è perenne e penetra piano nel cuore.<br><br>SALOMÈ<br>Non sopporto i tuoi discorsi, Iokanaan, ma la tua voce, oh quella sì, se solo fosse libera come il vortice che scuote il vento da dentro, prima del suo frastuono&#33; Lascia che io renda silenziosa la tua voce, Iokanaan, io posso, senza spegnerla...<br><br>IOKANAAN<br>Tutto può essere cinico e volgare ma non il dolore, che è il più sensibile dei sentimenti. Nulla accade nel cuore dell’uomo cui il dolore non faccia eco con palpiti smisuratamente tragici e vivi. Ovunque c&#39;è dolore, ecco davvero quella terra è santa.<br><br>SALOMÈ<br>Tu non mi presti attenzione, profeta. Parli di terre sante, di dolore, cose che non capisco. Lascia che io faccia tacere la tua voce, Iokanaan, lascia che io faccia ammutolire la tua bocca.<br><br>MASCHERA<br>Principessa, nessuno può vederlo per ordine della regina, nessuno può parlargli per volere del Cielo. <br><br>SALOMÈ<br>Io farò ammutolire la tua bocca, Iokanaan.<br><br>IOKANAAN<br>Ora non mi rimane che l&#39;assoluta umiltà. È l&#39;ultima cosa che mi resta, e la migliore; per me è l’inizio di una vita nuova. Per prima cosa dovrò liberarmi di qualsiasi risentimento verso il mondo. Il mio futuro dovere – se mai avrò un futuro – sarà accettare tutto ciò che mi è stato fatto senza amarezza, senza sgomento, senza disgusto.<br><br>SALOMÈ <br>Smetti di parlare, Iokanaan. Il pensiero della tua bella voce dedicata al silenzio è in me un abisso, un abisso di terribili ebbrezze sonore. Se tacerai non sarai muto, Iokanaan, ma una nota indecifrabile nella musica dell’universo.  <br><br>IOKANAAN<br>In seguito dovrò imparare ad essere felice. Un tempo conoscevo o credevo di conoscere la felicità. Custodivo la primavera nel mio cuore. Ora penso alla vita in modo diverso e mi è difficile persino immaginare la felicità. Il mio nuovo mondo è il dolore e ciò che il dolore mi insegna.<br><br>SALOMÈ<br>Io farò ammutolire la tua bocca, Iokanaan.<br><br>IOKANAAN<br>Ora i soli compagni di strada che vorrei sono gli artisti e i sofferenti: gli uni sanno cos&#39;è la bellezza, gli altri cos&#39;è il dolore; tranne costoro, nessun altro m&#39;interessa.<br><br>SALOMÈ<br>Credimi, io farò tacere la tua bocca, Iokanaan.<br><br>IOKANAAN<br>Dietro il riso e la gioia ci può essere un’indole rude, dura e smaliziata. Ma dietro il dolore c&#39;è solo il dolore. L&#39;angoscia, al contrario del piacere, non si maschera mai. Per questo non c’è verità paragonabile al dolore.<br><br>SALOMÈ<br>Io libererò la tua voce, Iokanaan, la libererò dalle parole.<br><br>STATUA<br>Si è alzato il vento... e nell’aria c’è un battito d’ali, un battito d’ali smisurate. <br><br>STATUA<br>Io non lo sento.<br><br>STATUA<br>È proprio come un battito d’ali.<br><br>STATUA<br>Ti dico che non c’è niente. Tu deliri.<br><br>STATUA<br>Non sto delirando. Tu non vedi neppure che tua figlia è molto pallida. Pare malata.<br><br>STATUA<br>Io non guardo i dettagli della vita, semplicemente.<br><br>STATUA<br>Eppure il bello della vita sono gli interstizi, episodici accordi di fatti e pensieri.<br><br>STATUA<br>Tu guardi poco. E poco è male.<br><br>STATUA<br>Io guardo bene. E bene è giusto.<br><br>STATUA<br>Tu guardi soltanto mia figlia.<br><br>STATUA<br>Salomè, vieni a bere del vino con me.<br><br>SALOMÈ<br>Io non ho sete, tetrarca.<br><br>STATUA<br>Salomè, vieni a mangiare un po’ di frutta con me.<br><br>SALOMÈ<br>Io non ho fame, tetrarca.<br><br>STATUA<br>Salomè, vieni a sederti accanto a me.<br><br>SALOMÈ<br>Io non sono stanca, tetrarca.<br><br>IOKANAAN<br>Preti e dottori parlano senza misura, dicono della sofferenza che è un mistero. Sono sani di mente ma stupidi: essa, invece, è una sacra scrittura.<br><br>STATUA<br>Il profeta dovrebbe predirci il futuro.<br><br>STATUA<br>No. Conosci il volere del Cielo: solo lui può parlare - da solo - altrimenti accadrebbe qualcosa di male.<br><br>STATUA<br>Inutile è un profeta che agli umani non ha nulla da dire sul futuro.<br><br>STATUA<br>Miscredente blasfema&#33;<br><br>IOKANAAN<br>A tratti il dolore pare la sola verità. Tutto il resto può essere abbaglio della brama o dell’occhio ma non la creazione: la nascita di un bambino o di una stella sono governate dal dolore.<br><br>STATUA<br>Questo profeta è uno stupido, un malato.<br><br>MASCHERA<br>Come tutti, come tutti noi.<br><br>IOKANAAN<br>Adesso so che l&#39;amore e la sola spiegazione possibile di tutto il dolore del mondo. E se davvero il mondo è stato edificato col dolore, le mani che l’hanno formato sono quelle dell&#39;amore, perché l&#39;anima dell&#39;uomo, per cui il mondo fu creato, non poteva cogliere altrimenti il vertice della sua bellezza.<br><br>STATUA<br>Ma di che parla?<br><br>STATUA<br>Nessuno lo capisce.<br><br>STATUA<br>Dovrebbe profetizzarci il futuro.<br><br>STATUA<br>Meglio non sapere.<br><br>STATUA<br>Sì, dovrebbe predire gli eventi. <br><br>STATUA<br>Tua figlia è molto pallida.<br><br>STATUA<br>Tu la guardi, porta male.<br><br>STATUA<br>Anche non guardarla porta sfortuna.<br><br>IOKANAAN<br>Da lontano, come perla perfetta, si scorge la città di Dio. Vederla è incantevole, pare che un bimbo possa raggiungerla in un giorno d&#39;estate. Ma è diverso per me e per chi è come me.<br><br>STATUA<br>Non è solo pazzo: è anche ubriaco.<br><br>STATUA<br>Non parlare così, ci attirerai addosso qualche sventura.<br><br>STATUA<br>Un profeta dovrebbe parlarci del nostro futuro.<br><br>STATUA<br>E se non avessimo un futuro?<br><br>STATUA<br>Forse c’è, ma è soltanto banale.<br><br>STATUA<br>Salomè, danza per me.<br><br>SALOMÈ<br>Io non voglio danzare, tetrarca.<br><br>STATUA<br>Danza per me, Salomè.<br><br>SALOMÈ<br>Non ne ho voglia, tetrarca.<br><br>IOKANAAN<br>Tuttavia è qui che – se devo - prenderò lezioni d&#39;umiltà e lo farò con gioia, se i miei piedi sono sulla retta via e i miei occhi guardano alla porta santa, e ciò nonostante io debba cadere ancora molte volte nel fango e spesso smarrirmi nella nebbia.<br><br>MASCHERA<br>Il tetrarca pare allegro.<br><br>MASCHERA<br>No, ha un aspetto accigliato.<br><br>STATUA<br>Salomè, danza per me. Questa sera sono triste. Ho sentito un battere d’ali nell’aria, un battere d’ali gigantesche e così sono triste stasera. Allora danza per me, Salomè. Se danzerai per me, potrai chiedermi tutto ciò che vorrai e io te lo concederò.<br><br>SALOMÈ<br>Davvero? Mi concederai tutto ciò che vorrò, tetrarca?<br><br>STATUA<br>Sì, danza per me, Salomè. Sono allegro stasera. Io so guardare nelle fessure della vita: per questo sono contento. Nelle sue fessure la vita è veramente bella. Dunque danza per me, Salomè. Se danzerai per me, potrai chiedermi tutto ciò che vorrai e io te lo concederò.<br><br>SALOMÈ<br>Tutto ciò che vorrò?<br><br>STATUA<br>Fosse anche metà del mio regno.<br><br>SALOMÈ<br>Giura&#33;<br><br>STATUA<br>Lo giuro&#33;<br><br>SALOMÈ<br>Allora io danzerò per te, tetrarca.<br><br>IOKANAAN<br>Se, quando sarò libero, un mio amico sofferente m&#39;impedisse di partecipare al suo dolore, io ne sarei smisuratamente amareggiato. Se mi stimasse incapace e immeritevole di piangere con lui, mi infliggerebbe la mortificazione più cruenta; riterrei il suo rifiuto il modo più tremendo di avvilirmi.<br><br>MASCHERA<br>Sta per danzare.<br><br>MASCHERA<br>Sì, ecco: pochi istanti da attendere ancora...<br><br><i>(SALOMÈ danza)</i><br><br>STATUA<br>Ah sì, è stato bello. Io ho eiaculato mentre danzavi, Salomè, solo per la tua danza, senza neppure toccarmi. Ora manterrò la mia promessa...<br><br>SALOMÈ<br>Io voglio che la voce bella...<br><br>STATUA<br>Sì, dunque, vuoi tu che la voce bella...<br><br>SALOMÈ<br>...di Iokanaan...<br><br>STATUA<br>...di Iokanaan...<br><br>SALOMÈ<br>...vibri da oggi solo di silenzio.<br><br>STATUA<br>Ma ho già ordinato che parlasse.<br><br>SALOMÈ<br>Hai promesso, tetrarca.<br><br>STATUA<br>Non puoi chiedermi questo.<br><br>SALOMÈ<br>Tu hai giurato, tetrarca.<br><br>STATUA<br>Cambiare un ordine non è degno di un re, porta disgrazie.<br><br>SALOMÈ<br>Giurare il falso è molto peggio.<br><br>STATUA<br>Sii buona, Salomè...<br><br>SALOMÈ<br>Un ordine non vale un giuramento.<br><br>STATUA<br>Ti prego, Salomè...<br><br>SALOMÈ<br>Io ti chiedo che la dolce voce di Iokanaan frema da oggi soltanto di silenzio.<br><br><i>(silenzio attonito, sguardi e vento)</i><br><br>STATUA<br>Brava figlia mia: la bocca di un profeta che non ci predice il futuro è solo un’inutile bocca da sfamare.<br><br>STATUA<br>Sia fatto come chiede...<br><br>IOKANAAN<br>La società così com’è non avrà più alcun posto da offrirmi; ma la natura, le cui piogge sottili scendono teneramente sui giusti e sugli ingiusti, avrà nei suoi monti spiragli che mi offriranno riparo e valli inviolate nel silenzio delle quali potrò piangere senza distrazioni&#33; Le sue stelle appese alle pareti della notte guideranno senza inciampi il mio cammino nelle tenebre, e i suoi venti soffieranno sull’impronta dei miei passi, così che nessuno possa darmi una caccia mortale; la natura mi laverà nelle sue grandi acque e mi guarirà con le sue erbe amare.<br><br>STATUA<br>Sia fatto come chiede...<br><br><i>Iokanaan, che fin qui è stato nudo, si veste coi panni di Salomè e indossa la sua maschera e i suoi orecchini davanti a uno specchio.</i><br><br>SALOMÈ<br>Non hai voluto tacere per me, Iokanaan. Ebbene, ora lo farai. Io farò tacere la tua bocca: essa cadrà nel grande silenzio dell’universo come un frutto maturo si stacca dall’albero e precipita in terra. Io farò tacere la tua bocca, Iokanaan, la bocca di un profeta dalla voce dolce come il miele che nessuna parola, umana o divina, comprensibile o misteriosa, deve sporcare coi suoi significati. Sono umani i discorsi, Iokanaan, e divine le profezie, ma soltanto una voce meravigliosa come la tua può dire in silenzio parole che non esistono. Che non esistono e quindi sono, Iokanaan, come mai nessun uomo, come mai nessun dio. Per questo, io farò tacere la tua bocca.<br><br><i>Iokanaan fa cenno a se stesso di tacere, guardandosi riflesso nello specchio mentre indossa gli abiti di Salomè.</i><br><br>STATUA<br>Uccidete quella donna&#33;<br><br><i>(appaiono maschere e ombre)</i><br><br>STATUA<br>Uccidete quella donna&#33;<br><br><i>(appaiono maschere, ombre e rovine)</i><br><br>STATUA<br>Uccidete quella donna&#33;<br><br><i>(gocce di pianto cadono in un catino pieno d’acqua e in cielo vola l’ombra dell’angelo della morte)</i><br><br><i>Iokanaan apre l’acqua del lavabo. All’improvviso nella sua mano brilla la lama di un pugnale e si vedono sangue e acqua scorrere nello scarico.</i><br><br><b><i>FINE</i></b> <br><br>(Arte - Sceneggiatura)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Mon, 28 Jan 2008 20:25:07 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[FUGA DI MORTE di Paul Celan, di Marika Bortolami]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=16&tes=1201&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=16&tes=1201&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Nero latte dell’alba lo beviamo la sera<br>lo beviamo al meriggio, al mattino, lo beviamo la notte<br>beviamo e beviamo<br>scaviamo una tomba nell’aria lì non si sta stretti<br><br>Nella casa c’è un uomo che gioca coi serpenti che scrive<br>che scrive in Germania la sera i tuoi capelli d’oro Margarete<br>lo scrive e va sulla soglia e brillano stelle e richiama i suoi mastini<br>e richiama i suoi ebrei uscite scavate una tomba nella terra<br>e comanda i suoi ebrei suonate che ora si balla<br><br>Nero latte dell’alba ti beviamo la notte<br>ti beviamo al mattino, al meriggio ti beviamo la sera<br>beviamo e beviamo<br>Nella casa c’è un uomo che gioca coi serpenti che scrive<br>che scrive in Germania la sera i tuoi capelli d’oro Margarete<br>i tuoi capelli di cenere Sulamith scaviamo una tomba nell’aria lì non si sta stretti<br><br>Egli urla forza voialtri dateci dentro scavate e voialtri cantate e suonate<br>egli estrae il ferro dalla cinghia lo agita i suoi occhi sono azzurri<br>vangate più a fondo voialtri e voialtri suonate che ancora si balli<br><br>Nero latte dell’alba ti beviamo la notte<br>ti beviamo al meriggio e al mattino ti beviamo la sera<br>beviamo e beviamo<br>nella casa c’è un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete<br>i tuoi capelli di cenere Sulamith egli gioca coi serpenti<br>egli urla suonate la morte suonate più dolce la morte è un maestro tedesco<br>egli urla violini suonate più tetri e poi salirete come fumo nell’aria<br>e poi avrete una tomba nelle nubi lì non si sta stretti<br><br>Nero latte dell’alba ti beviamo la notte<br>ti beviamo al meriggio la morte è un maestro tedesco<br>ti beviamo la sera e al mattino beviamo e beviamo<br>la morte è un maestro tedesco il suo occhio è azzurro<br>egli ti centra col piombo ti centra con mira perfetta<br>nella casa c’è un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete<br>egli aizza i suoi mastini su di noi ci dona una tomba nell’aria<br>egli gioca coi serpenti e sogna la morte è un maestro tedesco<br><br>i tuoi capelli d’oro Margarete<br>i tuoi capelli di cenere Sulamith<br><br><br><br><br><br><a href='http://it.wikipedia.org/wiki/Paul_Celan' target='_blank'>(Paul Celan - Wikipedia)</a> <br><br>(Risorse - Testi)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Mon, 28 Jan 2008 05:16:29 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[MORTE CIVILE DI UN ANARCHICO, di Andrea Rossetti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=34&tes=1198&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=34&tes=1198&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[[Gramsci sottosopra]<br><br><br><br> Io odio i partigiani.<br>Partigianeria è pregiudizio, malafede, rinuncia alla critica, è vita comoda. Per questo odio i partigiani.<br>La partigianeria è la madre di tutti gli assassini e la santa patrona degli stupidi. È l’acquitrino nel quale annaspa l’onestà; è l’asino retorico che porta sulle sue spalle l’algida leggerezza del dogma e l’incantesimo che piega le schiene degli eccellenti solitari di fronte all’arroganza bofonchiante delle mandrie antropomorfe; è la religione secolare che crea l’alterigia degli dèi, unica giustificazione consolatoria dell’uomo che è libero solo di schierarsi, di combattere, da devoto, battaglie indiscutibili, irrinunciabili, irrevocabili,  di riempirsi l’anima con preghiere pubbliche scritte altrove da sacri profeti ignoti.  <br>La partigianeria è il motore della storia e dei suoi inganni. Costruisce miti di moralità e di progresso che rivestono come maschere carnascialesche i suoi quotidiani fallimenti e la miseria abominevole  delle sue millantate conquiste. E’ la superiorità morale a uso e consumo degli amorali, dei servi di tutte le ideologie, dei romantici patetici. E’ la lama che, per ordine del Nerone di turno, apre le vene dell’intelligenza prima che questa possa rendersi conto che una rivoluzione, per definizione, è un moto che torna sempre al punto di partenza. E’ l’amica migliore dell’utile idiota. <br>Quel che umilia ogni possibile esito che l’onestà e il travaglio del libero pensiero sono in grado di raggiungere è la pratica perversa della partigianeria che fa dell’altro individuo, dell’altra nazione, perfino dell’altra famiglia, altrettanti bersagli da abbattere. Davanti a un uomo libero ci sono uomini e donne, davanti al partigiano ci sono solo amici e nemici.<br>Le aberrazioni della storia sono il frutto dell’azione dei partigiani così come dell’inerzia degli indifferenti. I presenti e gli assenti della storia congiurano da sempre per escludere gli anarchici pensanti. Gli uni e gli altri si suddividono i compiti come farebbe il più accorto dei registi: i partigiani si massacrano tra loro in nome di contrapposte sicurezze mentre gli indifferenti, con la loro inoperosità beota, consentono di volta in volta alla consorteria partigiana vincitrice di dilagare, di imporre il proprio verbo, le proprie leggi, la gabbia nella quale hanno consentito che si serrasse la loro intelligenza. Le dittature sono tutte partigiane e i popoli che le subiscono sono tutti assenteisti.<br>Tutti odiano la libertà dell’anarchico, perché la libertà cerca sempre la verità - e disperatamente -  mentre la partigianeria presume di poter spacciare per verità un’ideologia, mentre l’indifferenza crede che la verità non meriti neppure la fatica della ricerca.  <br>Piccoli gruppi di partigiani determinano la storia e tutti, di volta in volta, giustificano la propria esistenza con la tirannia di altri partigiani da abbattere. I partigiani si combattono nel dinamico succedersi delle epoche ma sono tutti complici nel comporre la metafisica della storia in forma di circolo vizioso. Ogni partigiano è sostanzialmente partecipe dei delitti e dell’amoralità degli altri partigiani, anche di quelli che dice di combattere. <br>E’ l’ideologia che con la sua superbia materialistica uccide la serena umiltà spirituale del libero pensiero. Nessuna ideologia è innocente, nessuna, ebbra di molte giustificazioni di fatto, può avanzare una sola, coerente giustificazione di principio. Nessuna ideologia, nessuna partigianeria, pur millantando una natura etica e il primato morale della propria visione del mondo, è davvero in grado di sanare l’immoralità sostanzialmente imperturbabile di una sola coscienza.  <br>L’ineluttabilità delle partigianerie che sembra gravare sulla storia non è altro che un’illusione demagogica generata dall’ignoranza e dalla mancanza di un autentico coraggio anarchico di rivolta morale. Contro lo spirito e l’arroganza del gregge, dei gruppi organizzati, delle collettività, contro la tirannia del sociale e della coatta solidarietà pubblica, foglia di  fico di tutte le corruzioni e di tutti i parassiti, contro la legalizzazione e la politicizzazione del senso morale. <br>Odio i partigiani e coloro che prendono partito, che vestono una casacca e issano una bandiera, e so di dover essere crudele, di non dover sperperare il mio tempo con le loro chiacchiere moralistiche, col loro riempire le piazze come scimmie urlatrici, sento che la mia intelligenza può avere il coraggio della solitudine e il mio cuore lo slancio semplice della fraternità tra individui liberi e diversi. <br>Vivo pensando, sono un anarchico. E odio chi parteggia, odio i militanti di tutte le false giustizie. <br><br>(Arte - Narrativa)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Tue, 22 Jan 2008 21:51:53 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[grazie alla nebbia, di Stefano Caronia]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1197&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1197&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> imparare a leggere<br>l&#39;incedere e l&#39;arrivare della nebbia<br><br>la mia vita è allo sbando<br>nelle correnti ascensionali dell&#39;essere<br>una persona-processo<br><br>la nebbia<br>impedisce la visione<br>prematura dell&#39;oltre<br>il divenire sospende<br>la coscienza del trapasso<br><br>molecole senza fili<br>ignare della mia presenza<br>insabbiate<br>sepolte<br><br>velocità 70<br>coscienza inespressa<br>del tempo del mio perdono<br><br>assolto nell&#39;ombra<br>mi dispiego<br>senza ali<br><br>il prossimo passo del destino<br>non annunciato da squilli di tromba<br>(non per noi)<br><br>grazie alla nebbia io sopporto<br>mi guida una tensione interna<br>la memoria implicita automatizzata<br>si deposita in strati di stalattite<br>al ritmo di crescita di un cristallo<br><br>il destino violenta tardivo<br>chi non si riserva<br>di scegliere per tempo<br>chi non se ne ritiene in diritto<br>chi teme in se stesso l&#39;errore<br>e negli altri<br>l&#39;abbandono<br><br>il piacere come criterio di scelta<br>non rende liberi<br>la libertà rende schiavi<br>il consenso alla colpa non è sufficiente<br><br><br>21)1)2008 <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Stefano Caronia]]></author>
<pubDate>Tue, 22 Jan 2008 18:53:03 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[get well soon, di Marika Bortolami]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1196&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1196&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> <br><br>bonjour finesse - rumore di tacchi sul corridoio-<br>la gente va a lavorare al mattino presto<br>ecco l&#39;uomo del martedì lava le scale<br>c&#39;è tutto un mondo che produce, esibisce, sortisce <br>strani effetti, cerca droghe, cerca appagamenti<br>i mariti sono in ostaggio dentro le tazze del caffelatte<br>tu costruisci ecomostri da farmi abbattere <br>automagicamente vuoti, automaticamente impenetrabili<br>dead man walkin&#39; -on his life of prayers-<br>aggredisci il mondo come un&#39;altalena,<br>equidistante da ogni proprio opposto<br>scrivimi dentro, scrivimi attorno, scrivimi addosso, scrivimi adesso<br>comunque sei altro, un fazzoletto di trini e pezzi<br>di tremiti di provenienza sconosciuta, piccoli animaletti seizampe muniti<br>che s&#39;affollano in sporgenze cave<br>e escono e prendono il controllo e hanno la cocciutaggine<br>di pretendere di occupare il mio spazio, il tuo spazio<br>tra album e flashback e tutte queste immagini<br>-you&#39;re my mushroom magic called hug-<br><br>*<br><br>pic1: disegno di ragazzina con -già- il seno cadente, un sorriso che non si spegne<br>nonostante tutto, ha un corpo, tu hai tutti questi corpi da esibire<br>i capelli si sciolgono sulle spalle, coprendo ali tatuate a tutta schiena<br>sovrappone i segnali di stop e le sirene<br>chiamate in tutta fretta. c&#39;è qualcuno da salvare <br>-da se stesso, preferibilmente-<br><br>pic2: un divano e due che si sovrappongono in parti uguali<br>in gambe e braccia proporzionatamente lunghe<br>e occhi azzurri e poi basta -be my angel-<br>erano una composizione che riluceva e rami di alberi <br>e due soggetti che tendevano all&#39;infinito, unificandosi,<br>due punti cardinali che convergevano in un unico baricentro<br>lei porgeva il posacenere semipieno e lui la guardava dal basso, <br>sbuffando fumo, erano completi, attorcigliati nei muscoli cardiaci,<br>e lei sorrideva e gli accarezzava i capelli  <br>nella didascalia sotto lui aveva scritto &quot;tu profumi di buono&quot;<br><br>pic3: -closeup- pagina di un libro aperto, bordi blu con copertina<br>fermo da quattro mesi -367, ottobre &#39;80-<br>&quot;Una strana vita che t&#39;inghiotte. Come un pantano.&quot;<br>Tarkovskij nella pagina accanto sorride con il figlio, la campagna russa<br>e il cane e gli alberi in fiore - la matita diventa argine e diga e oltre<br>c&#39;è un baratro invisibile, una fortificazione ingestibile<br>spartizione tra quel che si può fare e quel che non si vuole<br><br>*<br><br>scappa dove vuoi, corri da chi vuoi, fissa fino in fondo<br>fino al fondo dell&#39;ultimo bicchiere<br>sei sempre il mio capogiro <br><br><br><br> <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Mon, 21 Jan 2008 02:03:54 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[MAGNIFICO RETTORE, LE RESTITUISCO LA MIA LAUREA, di Andrea Rossetti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=28&tes=1194&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=28&tes=1194&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Se in questo momento mi trovassi a Roma restituirei di sicuro la laurea conseguita anni or sono, e con un curriculum di studi che, a onor del vero, poco si sposa con la mandria di lobotomizzati  sinistrorsi che ho visto bivaccare in questi giorni nella mia sventurata Facoltà di Lettere e Filosofia, in quello che fu tra gli atenei più importanti d’Europa.<br>I deprimenti avvenimenti seguiti all’invito del Rettore a Benedetto XVI, mi spingono a fare alcune considerazioni, la prima delle quali non può che riguardare una circostanza di eclatante spudoratezza: siamo di fronte al ricatto violento e in taluni casi barricadiero di un’esigua minoranza di docenti e di studenti che, come al solito, ritenendosi depositari del verbo democratico, presumono che democrazia sia far fare agli altri ciò che vogliono loro. <br>In secondo luogo, coloro che si sono opposti alla visita di Ratzinger – mi riferisco qui ai membri del corpo docente e di sicuro non a quella schiera di villini per cimici e pulci che alcuni impavidi fideisti chiamano ancora  studenti – hanno dichiarato di farlo in considerazione della particolare sede - una cerimonia, quella dell’inaugurazione dell’anno accademico, che deve rendere esplicito l’indirizzo didattico dell’ateneo – e non con intenti di censura ideologica preventiva. Ora, pur volendo dare credito alla passione di costoro per i simbolismi cerimoniali, la spiegazione regge poco e disonora alquanto simili alati intelletti. E’ ben difficilmente sostenibile, infatti, che la presenza del Papa potesse coincidere in sostanza con una delega in suo favore circa le direttive didattiche dell’ateneo romano. Chi affermasse una cosa simile credendoci davvero si farebbe ridere dietro: utilizzare cavilli come quello dell’opportunità o della particolarità della circostanza nel contesto della liturgia accademica risulta quindi tanto utile a questi scienziati per l’occasione trasmutati in azzeccagarbugli quanto poco credibile e ozioso.<br>Il vero problema è invece il solito: la laicità della cultura intesa malamente come estromissione coatta della sfera religiosa nonché come ideologia militante di una parte. La laicità della cultura – che non è affatto sovrapponibile al concetto di “irreligiosità” della cultura medesima, ovvero a quello di “cultura laica” - è invece la sua capacità di comprendere e di costituirsi come terreno di confronto interdisciplinare e interculturale. <b>I 67 chiarissimi della “Sapienza” confondono, piuttosto pedestremente in verità, la laicità come condizione generale della cultura con la laicità come attributo particolare della medesima.</b> In altre parole, scambiano la laicità della cultura con la cultura laica. A rischio di generare in questi cicisbei di Pallade Atena un irresolubile conflitto neurosinaptico è infatti necessario ricordare che se l’università pubblica (ma non solo) dev’essere irrinunciabilmente fondata sulla laicità della cultura, essa non dev’essere affatto l’officina partigiana di una cultura laica. <br>Mi rendo conto, però, che simili concetti risultino indigesti a chi, come un certo palindromo falcemartellante (ma di altri casi del genere ce ne sono a iosa), ha per decenni imbarbarito gli studi  di italianistica dell’ateneo romano con la sua militanza politica. Mi chiedo come possa sfuggire a cotanta genialità che l’inquinamento ideologico di matrice gramsciana è a rigore un attentato alla laicità della cultura tanto quanto le forzature confessionali di natura religiosa. Tant’è, pare che sfugga.<br>L’università, in quanto luogo di confronto e di ricerca della verità, richiede a tutti, proprio in nome della laicità della cultura (e non della cultura laica che è, appunto, affare di parte, dei laici o, meglio, come direbbero gli americani, dei <i>secularists</i>), l’angosciosa pratica del dubbio virtuoso che non cancella né la fede religiosa né l’ideologia, ma sottrae loro quella rigidità che le rende a priori poco disponibili a farsi oggetto di dibattito, di scambio, d’indagine.<br>Concludo con una breve chiosa a una frase di Carlo Bernardini, ex docente di metodi matematici e tra gli ispiratori dei 67 chiarissimi rivoltosi, riportata dal <i>“Corriere della sera”</i>. Dice testualmente il professore: “Non era il caso di inaugurare l&#39;anno accademico con un&#39;autorità religiosa, perché come filosofo un credente è un po&#39; fiacchetto”. Ebbene, medium, esorcisti, maghi, Roberti Giacobbi e affini, urge che qualcuno avvisi immediatamente Pascal, Leibniz, Kierkegaard e Kant ovunque si trovino: come filosofi – ahiloro – furono fiacchetti. L’ha detto Carlo e Carlo è docente onorario. <br><br>(Teorie - Filosofia &amp; scienze umane)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Thu, 17 Jan 2008 12:06:01 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[I CADAVERI DEGLI INSERZIONISTI, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1188&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1188&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[[da &quot;Eudemonia&quot;]<br><br><br><br> “I only stick with you<br>because there are no others”<br>Radiohead<br><br>Canto I<br>(Del disincanto)<br><br>Per gli insignificanti corpicini<br>che cadono ieratici a suolo<br>Per le tue ballerine e i gomiti<br>Maldestri che cozzano nella notte<br>Contro fronti che si trovano<br>In sospensioni d’ombra impreviste<br>Per le esecuzioni parziali per l’uomo<br>Che voleva vendermi 4 Dalì<br>In piccolo formato 10 euro, perdo<br>Tutti gli occhiali da sole un guanto alla<br>Volta lo perdo lo lascio in un bar, e così<br>Le sciarpe e tutta la mia serenità<br>Accade sempre qualcosa<br>Ma poi torna a posto<br>La schiena si torce alla sedia<br>E feroce<br>La educa e seduce.<br><br>Canto II<br>(Della volontà)<br><br>Sayonara<br>Nessuno ha visto niente<br>Erano tutti a guardare la partita a sistemare<br>Un termosifone<br>Tutti i vecchi e i bambini sono ingannati<br>Gli altri ingannano<br>Ventuno secoli di parole una sopra all’altra<br>Non sono servite a portarci<br>al barattolo della marmellata<br>Volontariamente non m’accade nulla<br>Il resto lo impongo, come dire<br>Oralmente<br>D’altronde non esiste verità<br>Che non può esser detta e una cosa<br>Per accadere ha bisogno proprio di questo.<br><br>Quando tutti radunati in massa intonano<br>Sia fatta la tua volontà<br>Stanno parlando con te.<br><br>Canto III<br>(Delle mansioni)<br><br>Non perdermi nemmeno per un secondo<br>Una fotografia che ti avviene<br>È una fotografia che accade<br>L’avventura è in questa pioggerella<br>Di tacchi sotto al balcone<br>In quella che scende alla fermata successiva<br>Dopo averti respirato vicinissima<br>Dove stanno andando tutti quanti?<br><br>Pare che abbiano urgenza di raggiungere qualcosa<br>Che sta già cercando qualche altra cosa.<br><br>Una sovrastruttura, in gergo edilizio<br>È qualcosa che metti per avverare i tuoi desideri.<br>Se pensi a cosa produci, o a quanto ti sprechi<br>Ti affondi dentro e non ti trovi più,<br>allora ti danno qualcosa da premere, qualcosa<br>da toccare, qualcosa da controllare,<br>tutte spintarelle d’eternità fasulle<br>come gettare una moneta in un abisso.<br><br>Canto IV<br>(Della circostanza)<br><br>Le correzioni e le farfalle<br>Appoggiate ai vetri delle finestre<br>Ciò che proviamo non è necessariamente<br>Quello che significa, i tassisti<br>Sono persone tranquille, la tua bruttissima<br>Poesia ha emozionato un cinquantenne chi<br>Ha paura delle metamorfosi?<br><br>Il 21esimo secolo sarà celebrato<br>Per essere la pietanza che cosse<br>Sul fuoco – verso indistinto<br>Di una tosse nervosa.<br><br>Chi ci ha anticipato soccorreva<br>Gli stessi bisogni, “La latrina<br>È una.” disse un uomo<br>Con un tono di voce molto severo<br>Di chi è parte della tragedia in corso.<br><br>Qualcosa come 200 anni fa.<br><br>E tutti quanti<br>Ci dirigemmo verso l’acqua.<br><br>Lo stiamo ancora facendo.<br><br>Canto V<br>(Dell’amore)<br><br>Proprio questa notte disse<br>Senza margine d’orrore<br>Lei le sue scarpe avevano le punte<br>Io avevo appena acquistato<br>Dodici armi sottilissime che vendevo<br>Dopo averle attaccate ai muri<br>Proprio questa notte disse lei<br>Che interpretava entrambi con un unico<br>Cuore perché questo fanno le donne<br>Si riproducono, anche quando<br>Non ti contengono<br>Ma ti sono solo attorno<br>Non c’era nessun margine il verso<br>Non si esauriva si sarebbero<br>Potute fissare ragazzine con la stessa<br>Intensità con cui si guarda un tramonto<br>Senza il bisogno di toccarlo e io e lei<br>Proprio quella notte saremmo stati<br>Certi, la nostra condizione di uovo<br>Avrebbe formato il terzo a noi<br>Ciò che componevamo da tempo<br>Con la bocca spalancata dei cani.<br><br>Le stelle ballano tutto il tempo<br>E non hanno nemmeno le mani. <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Thu, 10 Jan 2008 01:26:31 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Bite, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=1187&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=1187&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> models:  Elisa + Nadja <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Thu, 10 Jan 2008 01:20:28 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[e chi altri dovevo essere?, di Marika Bortolami]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=1182&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=1182&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> ... <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Wed, 19 Dec 2007 12:51:06 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[&quot;Buonanotte Signor Lenin&quot; di Tiziano Terzani, di Andrea Accorsi]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=17&tes=1173&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=17&tes=1173&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> BUONANOTTE SIGNOR LENIN di Tiziano Terzani<br>                                        ( TEA edizioni)<br><br><br>Mi ha favorevolmente  colpito, recentemente, un libro di Tiziano Terzani, l’antipatico scrittore toscano divenuto famoso per i suoi viaggi all’interno delle società e delle varie  geografie asiatiche (già defunto nel 2004).<br>Il libro s’intitola “Buonanotte Signor Lenin” edito dalla curiosa casa editrice “minore” TEA che narra le vicende in prima persona dello stesso Terzani nel corso di un viaggio che il giornalista ha intrapreso per puro piacere ma che, necessariamente diverrà lavorativo, a partire dagli angoli più remoti della Terribile Siberia, la terra che dorme, passando nelle sinistre città di quello che si usava chiamar Turkstan (compresa Samarcanda), fino alla capitale ; Mosca.<br>Siamo nell’estate del golpe “anti-perestrojka” dell’agosto del 1991, con tutto quello che un simile tragitto comporta, il volere arrivare a Mosca a tutti costi e comunque non poter fare a meno di gustarsi le città nel mezzo.<br>E’ molto complesso spiegare le ragioni della piacevolezza di questo libro: tantissimi sono gli spunti di storia e di attualità politica. Non solo una certa riflessione sul potere e sulla sua capacità di sopravvivenza a se stesso, la vampiresca metamorfosi d’un concetto in presa diretta e viva. Non solo questo profondo sospiro dei meccanismi burocratici della struttura stessa d’una società, ma anche la descrizione accurata attraverso interviste vere e foto vere dei primi vagiti d’un nazionalismo islamico; a volte naturale e millenario, altre manipolato e veicolato dal  potere stesso, che sarà decisivo poi con la fine del Novecento e con gli inizi del duemila. Terzani indaga la recrudescenza di certi islamismi del tutto tribali che rinascono, che rivedono luce, dopo la “noiosa” colata di cemento armato comunista, ma che sono presenti fin da tempi antichissimi in certe zone dell’Asia particolarmente sensibili a una  teocrazia ancestrale, una religione formata da clan e da famiglie, ma anche da scuole di traduzione, da edifici di preghiera e da tutta una serie di vecchie abitudini.<br>Sono i giorni dell’Impero che crolla, delle Statue di Lenin che vengono abbattute, degli Hotel Intourist dove fa capolino tutta una nuova fauna sociale e dei comunicati radio alla camomilla. Sono anche i giorni di un viaggio bellissimo: paesaggi e genti selvatiche, amicizie casuali nutrite da piccoli favori pratici e antipatie istintive colme di sberleffo e senso di caricatura.<br>Molto piacevole come lettura se si considera il fatto che l’intero reportage è narrato sotto forma di diario di viaggio, in cui appunto Terzani riesce felicemente a coniugare le passioni e i gusti e i piaceri personali con le riflessioni acute e assai lucide di ordine politico e economico e. sociale, ma come uno disimpegnatamene curioso o curiosamente disimpegnato, mai banale né didascalico.<br>D’altro canto resta indelebile la sensazione di un regime totalitario e di una forma di governo che è implosa e della quale non resta che buttar via le ceneri.<br>Ceneri umane, certo, nella fatale e disincantata descrizione di una fisiognomica della rassegnazione tout court. E nella spietata caricatura di una governance del tutto arroccata su burocrazie ammuffite e inutili.<br>Tutto questo, in “Buonanotte Signor Lenin” di Terzani, una bella scoperta, tutto sommato.<br><br><br> <br><br>(Risorse - Bibliografia)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Accorsi]]></author>
<pubDate>Wed, 05 Dec 2007 01:16:15 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[La più lucente corona d&#39;angeli in cielo, di Ferdinando Pastori]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=17&tes=1140&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=17&tes=1140&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> <br><br>Nato New York nel 1961 per poi trascorrere gran parte della sua infanzia nel Connecticut, Rick Moody è sicuramente uno fra gli scrittori dotati di maggior talento  nel pur ampio panorama letterario americano. Il Washington Times lo ha definito come <i>“…quel particolare tipo di scrittore che sa fondere il rock’n’roll, Star Trek e Derrida in uno stesso racconto senza sembrare forzato”</i>.<br>Il suo successo fu consacrato proprio con l’uscita nel 1995 di una raccolta di racconti che conteneva il romanzo breve “The Brightest Ring of Angels around Heaven”, pubblicato in seguito in Italia dalla Minimum Fax con il titolo “La più lucente corona d&#39;angeli in cielo”. <br>La vicenda si svolge interamente nell’East Village, quartiere simbolo di bellezza e perdizione degli anni ottanta, e racconta in modo spietato e privo di compassione la faccia nascosta e dannata di una America che fa fatica a ritrovarsi nel “sogno “ che da sempre l’accompagna. Storie dove i personaggi si sfiorano senza incontrarsi, dove l’eroina, la solitudine, la  discriminazione e il disagio sociale sono i compagni di un viaggio che dovrebbe portare all’autodistruzione. All’annullamento di se stessi per dimenticare le occasioni sprecate, per vincere la noia o solo per lanciare un grido che finalmente qualcuno sia in grado di ascoltare. <br>I protagonisti si muovono come automi intorno al “Rudere”, un ex macello trasformato in locale sadomaso e frequentato da un campionario di perdenti che non dimentica nessuna categoria…prostitute, travestiti e transessuali, spacciatori e spogliarelliste da peep show uniti solo dal caso (<i>“…sai quanto conta il caso in queste decisioni, le decisioni su dove si va a vivere” </i>) e dal desiderio di trovare il modo più veloce per accelerare l’inevitabile discesa verso l’inferno. <br>Un romanzo che nonostante l’apparente sensazione di distacco e freddezza si rivela poetico e struggente, condotto con un ritmo deciso e incalzante e uno stile che si avvicina alla perfezione e che, come afferma Tommaso Pincio nella bellissima postfazione, <i>“…sembra scritto quasi in trance. Uno di quei felici apici che è possibile raggiungere una volta o due in tutta la vita, se si è fortunati. Ma molto fortunati”</i>.<br><br>“…<i>l’Upper East Side ha una sua solitudine, un suo isolamento, le sue occasioni perdute, le sue famiglie allo sfascio, i suoi omicidi e la sua droga e i suoi adulteri e la sua omosessualità, certo, però tutto questo è attutito. La desolazione scorre fuori dall’Upper East Side, trasportata da qualche fiume del caso, galleggia abbandonata come un sacchetto di plastica buttato via, finché non approda da qualche parte</i>”.<br><br>Rick Moody<br>La più lucente corona d&#39;angeli in cielo, 101 pagg<br>Minimum Fax (Collana “Sotterranei”)<br> <br><br>(Risorse - Bibliografia)]]></description>
<author><![CDATA[Ferdinando Pastori]]></author>
<pubDate>Sun, 11 Nov 2007 21:38:39 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[_ asimmetrica _, di Stefano Caronia]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1139&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1139&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Incanto<br>Maledizione  e noia<br>Non è nulla, non è nulla<br>Se smarrisco il senso<br>Non è importante<br>La chiave è<br>Quanto non riesci ad accettare<br>Delle conseguenze<br>Dell’esistere<br>Quanti angoli di lamiere piegati storti<br>In luogo di una perfezione cristallina<br>Quanti arti deformi lasciano impronte<br>Disarmoniche<br>Quanto di questo continua a<br>Danneggiare<br>E genera ancora angolazioni errate<br>Come crescono cristalli abnormi <br>Attorno a un granello di polvere<br>Asimmetrica<br>Sbagliata<br>Quanto riesci ad accettare questo<br>Quando riesci ad amare<br>In questo vedere la vita<br>E non il suo tradimento<br>In questo è la chiave<br>e nella perfezione sta<br>il tradimento.<br><br>5/6/2007<br> <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Stefano Caronia]]></author>
<pubDate>Sun, 11 Nov 2007 18:17:13 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[DON GIOVANNI, di Andrea Rossetti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=38&tes=1123&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=38&tes=1123&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[[un&#39;ouverture, due movimenti, un finale]<br><br><br><br> <span style='color:purple'><span style='font-size:14pt;line-height:100%'><b>DON GIOVANNI</b></span></span><br><br><i>o il libertino disincarnato e la fine della commedia</i><br><br><img src='http://www.teatroverdi-trieste.com/verdi2007/00.StagioneLirica0607/6.DonGiovanni/Images/Illustrazioni1a.jpg' border='0' alt='user posted image' /><br><br>Balocco capriccioso - fu Barocco e libertino - in <i>&quot;lettura di scena&quot;</i> oppure ovvero fonologia sinfonica di un’ouverture, due movimenti e chiusa, per atto-R giovan-E S-concertante, d&#39;arie borioso e assai recit<i>attivo</i>, compagni di ventura e quinta giusta (e quindi fissa).<br><br><i>Personaggi:</i><br><br>Don Giovanni<br>Anna<br>Elvira<br>Zerlina<br>Don Ottavio<br>Il Commendatore<br>Leporello seduto tra il pubblico in platea vestito da gangster<br>Masetto<br>L’Amore<br>La Morte<br>Coro fuori scena<br><br><i>La scena è divisa in tre sezioni: in profondità un muro scende dalla quinta verso la platea dividendo lo spazio in due parti, l’ una, alla destra del pubblico, priva di ulteriori spartizioni e con una sola finestra sullo sfondo, aperta sul paesaggio bucolico della “Tempesta” del Giorgione, l’altra, alla sinistra del pubblico, attraversata in lunghezza da un velo trasparente che lascia scorgere al di là la figura di Don Giovanni, in piedi dietro al leggio e illuminato da un solo sagomatore. Il pavimento, leggermente inclinato, ricorda una scacchiera, con grandi quadrati bianchi e neri. La camera di destra funge da scena per gli attori. L’Amore e la Morte siedono a una scrivania nella camera di sinistra al di qua del velo: la seconda scrive, il primo legge, i loro gesti sono sempre illuminati da una lampada da tavolo.</i><br><br><br><i><b>OUVERTURE</b></i><br><br>CORO <i>(canta da Orlando di Lasso)</i>:<br><br>Bonjour, mon coeur, <br>bonjour, ma douce vie, <br>bonjour, mon oeil, <br>bonjour, ma chère amie&#33; <br>Hé&#33; Bonjour, ma toute belle, <br>ma mignardise. <br>Bonjour, mes délices, mon amour, <br>mon doux printemps, ma douce fleur nouvelle. <br>Mon doux plaisir, ma douce colombelle, <br>mon passereau, ma gentille tourterelle&#33; <br>Bonjour, ma douce rebelle. <br><br><i>Si accende la luce nella camera velata che ospita Don Giovanni</i><br><br>DON GIOVANNI:<br><br>Forse da vecchi si teme <br>la morte siccome da infanti <br>si trema del buio.<br>Allora però fra le trame<br>di tenebra fitta non ci<br>sono che nidi di sogni,<br>immacolati o impuri,<br>ma sogni…Ché nulla<br>mai grava sul cuore dell’uomo<br>al pari di un sogno: la vita<br>letteralmente soffoca di sogni <br>e il buio li accoglie, dà loro<br>vita, indistintamente, come in un <br>carnevale feroce, rutilante<br>di ghigni osceni, d’immense,<br>infinite ali nere, di torve<br>effigi. Di giorno<br>no, i sogni di giorno non hanno<br>vigore al cospetto dei sensi<br>e della ragione, così<br>che mostrano facce gentili,<br>infine ammansiti, i dannati&#33;<br>La morte è il peggiore tra i sogni: <br>rimane lontana abbastanza<br>da noi per l’intera esistenza <br>sicché il solo modo che abbiamo<br>di esorcizzarla è<br>non pensarla, sebbene non cessi<br>di fissarci negli occhi da quel <br>suo rifugio perfetto. Poi quando <br>di avanzare decide, lo fa<br>col favore del buio ed udire <br>cupo possiamo soltanto <br>il rintocco qua e là dei suoi passi <br>sparsi, mentre inutilmente<br>sborsiamo l’affanno finale<br>nel futile sforzo ed estremo<br>di rincasare. L’uomo <br>per sua natura deve <br>temere i sogni e la morte. Ma poi<br>perché questo terrore<br>fatale che rende ogni vita<br>ugualmente bambini ogni volta<br>i vecchi? Ciò che non abbiamo<br>ci fa inorridire&#33; La vita<br>è un insaziato, immane desiderio <br>che i sensi e la ragione si<br>spartiscono equamente: i desideri<br>stanno, da fragili, farfalle dell’oriente, <br>di screziature regali, sulla grigia <br>soglia di sempre della loro<br>finale lacerazione. <br>Essi allora si fanno banali<br>come fatti qualsiasi o deformi<br>come sogni. Da bimbi si sogna<br>molto perché non si sa <br>desiderare ancora, poi però <br>ci si abitua, educati, ti fanno<br>responsabili e saggi, maturi,<br>i concubini fiacchi della noia.<br>E’ questa l’età nella quale<br>i sogni chiamiamo dolori.<br>Ma un desiderio solo <br>nessuna saggezza e dottrina <br>riesce ad ammansire: quello<br>della sopravvivenza eterna che, da vecchi, <br>ci assilla dinanzi alla vista<br>penosa dei nostri disfatti<br>volti, e nel senso assoluto<br>di un’insolubile stanchezza. <br>Intorno un avaro silenzio<br>agghiaccia vuoto, perché<br>prostituta è la morte ma che<br>si accoppia con uno soltanto<br>per volta, mai paga<br>di macabro amore e millenni<br>di tedio assassino.<br>Com’è faticoso finire,<br>sapendolo, eppure la morte <br>non è che il sogno di una vita eterna,<br>solenne nel vuoto lasciato<br>guasto dall’ultimo fumo<br>di un desiderio già dimenticato.<br>Ma io, <br>che non ho mai sognato,<br>ora, al dunque, non posso<br>nemmeno morire:<br>liberatemi almeno, vi prego,<br>dalla mia libertà…<br><br>L’AMORE:<br><br>Magari&#33; Guardatemi dunque:<br>giorno e notte a sfacchinare,<br>sopportando pioggia e vento,<br>sonno poco e cibo scarso…<br><br><i>(indica la Morte con un cenno)</i><br><br>…per non essere apprezzato&#33;<br>Se Dio fosse un gentiluomo<br>non mi avrebbe servitore<br>fatto di questa sorella&#33;<br><br><i>Cala la luce</i><br><br><i><b>PRIMO MOVIMENTO</b></i><br><br><i><b>Scena prima</b></i><br><br>CORO <i>(canta da Orlando di Lasso)</i>:<br><br>Hé, faudra-t-il que quelqu&#39;un me reproche,<br>Que j&#39;ai vers toi le cœur plus dur que roche,<br>De t&#39;avoir laissée, maîtresse,<br>Pour aller suivre le Roi,<br>Mendiant je ne sais quoi,<br>Que le vulgaire appelle une largesse ?<br>Plutôt périsse honneur, court et richesse,<br>Que pour les biens jamais je te relaisse,<br>Ma douce et belle déesse.<br><br><i>S’illumina la camera di destra e Anna entra in scena agitata</i><br><br>ANNA:<br><br>Dove sta? Nessuno speri<br>che lo lasci andare via&#33;<br><br>LEPORELLO <i>(parla sempre seduto in platea, con tono intimidatorio e cadenza partenopea)</i>:<br><br>E’ arrivata&#33; Don Giovanni<br>parla d’altro questa sera:<br>non facciamo baccagliate,<br>nessun pianto di sedotte,<br>niente donne abbandonate&#33;<br><br>ANNA:<br><br>No, che non mi spaventate<br>Leporello: gente, aiuto&#33;<br>Qui tradiscono il teatro&#33;<br><br>LEPORELLO:<br><br>E finiscila&#33; Silenzio&#33;<br>Don Giovanni continuate…<br><br><i>Entra in scena il Commendatore</i><br><br>COMMENDATORE:<br><br>Prepotenti&#33; E così mentre<br>voi parlate d’altro, noi<br>stiamo qui, disoccupati?<br>Io vi sfido, Don Giovanni&#33;<br><br>LEPORELLO:<br><br>Ma non siete mai contento&#33;<br>Voi che qui, solitamente,<br>fate una gran brutta fine,<br>questa sera non morite…<br><br>COMMENDATORE:<br><br>Meglio morto che ignorato&#33;<br>Che vergogna: il cuore cede…<br><br><i>Il Commendatore si accascia al suolo colpito da infarto</i><br><br>LEPORELLO <i>(laconico)</i>:<br><br>Ho parlato troppo presto:<br>muore per partito preso…<br><br><i>Cala la luce</i><br><br><i><b>Scena seconda</b></i><br><br><i>S’illumina la camera di sinistra</i><br><br>DON GIOVANNI:<br><br>Nel giorno che precede una corrida,<br>tempo grave di morte e di splendore,<br>Siviglia è una città contemplativa,<br>assorta alle promesse del suo seno<br>fertile e antico. Le sue strade torte<br>scorrono dolcemente verso un fondo<br>inesauribile mentre, trepidanti <br>di sole, raccolgono nel ventre <br>loro di pietra dorata l’apprensione <br>arcana in cui la festa<br>e la preghiera si negano la voce<br>l’una con l’altra e restano sospese,<br>insieme sospirando dai balconi<br>panciuti, graziosi di corolle.<br>Vagare per questa<br>grave città d’Andalusia,<br>estremo centro dell’ultima frontiera<br>che sembra soltanto <br>volere custodire l’immortale<br>costume d’essere tale,<br>è come sprofondare nelle maglie<br>irte della veglia dopo<br>un rapido sopore vespertino:<br>insinuanti resti del riposo<br>fugato resistono nel nostro,<br>al nostro ritorno alla coscienza<br>e ci lasciano, confusi, appena un poco<br>incerti ad ammirare intorno il mondo<br>tra le rovine dei sogni poco prima<br>falliti. Camminando<br>attraverso Siviglia ho sempre avuto<br>la sensazione anch’io di scivolare<br>all’infinito via verso un profondo<br>lontano, di potere<br>correre con la stessa tenerezza<br>che i passi rallenta lungo un erto<br>sentiero di montagna, liberato<br>dai comuni doveri e dagli uffici<br>dell’esserci, volutamente dominato<br>dai richiami della curiosità, smussati<br>a loro volta dalla frivolezza. <br><br><i>Cala la luce</i><br><br><i><b>Scena terza</b></i><br><br><i>S’illumina la camera di destra</i><br><br>ANNA:<br><br>Che disastro&#33; Il nostro attore<br>pare morto veramente&#33;<br><br><i>La Morte smette per un istante di scrivere e ridacchia mentre accorre Don Ottavio</i><br><br>OTTAVIO:<br><br>Sei sicura che non finga?<br><br>ANNA:<br><br>Non lo vedi? L’occhio è spento&#33;<br>Che impressione&#33; Perdo i sensi…(<i>sviene</i>)<br><br>OTTAVIO <i>(sorreggendola)</i>:<br><br>Fatti forza, amica dolce,<br>abbandonati al mio abbraccio…<br><br>LEPORELLO <i>(cinico)</i>:<br><br>…Il buono trapassa, <br>la bella s’accascia, <br>e il brutto smanaccia…<br><br>ANNA:<br><br>Tu ci devi vendicare&#33;<br>Ci hanno tutti liquidati:<br>compagnia, commedia e morto,<br>salvi sono solamente<br>Don Giovanni e Leporello<br>con quei due nuovi arrivati…<br><br>OTTAVIO:<br><br>Te lo giuro sul tuo culo&#33;<br><br>LEPORELLO:<br><br>Buona scusa per toccare…<br><br><i>Escono</i><br><br><i>Cala la luce</i><br><br><i><b>Scena quarta</b></i><br><br><i>S’illumina la camera di sinistra</i><br><br>DON GIOVANNI:<br> <br>Eccomi un anno dopo nuovamente<br>qui, assorto in ascolto dell’acqua,<br>del canto austero del fiume,<br>fiero di un’unica nota <br>sottile, tenuta sull’arrivo <br>intermittente di vaste risonanze <br>saline, che l’estro dei viandanti<br>distratti sa come ricomporre<br>e poi disfare, in pulsazioni ed onde<br>tra mare e cuore, sangue caldo<br>ed acqua fredda. Sono qui, forato <br>dunque nel costato, il giorno avanti<br>del convegno con lei: dal primo un anno<br>è già passato e ancora nel segreto,<br>solito chiasso solitario, quando<br>l’umanità, durante la corrida, <br>si trova altrove, noi ci rivedremo.<br>Al vicolo si accede discendendo<br>tre ripidi scalini che d’un tratto<br>sbucano, quasi sempre trascurati<br>da chi non vive nelle tre dimore<br>che mute ci guardano dal cieco<br>minimo grembo di questo budello.<br>Screpolata e verdastra, riconosco<br>la piccola fontana sulla quale<br>è ancora scritto in rosso <i>“quiero<br>que tù no me olvides”</i>; riconosco<br>l’onda improvvisa di frescura e l’orlo<br>di cielo chiaro ritagliato in alto<br>dai contorni dei tetti; riconosco<br>la consistenza scabra della terra<br>sotto le scarpe mie. Là in alto, in cima<br>all’ultimo piano della casa<br>gialla, scandita pigramente in tre<br>piani da larghe campiture bianche,<br>c’è il piccolo alloggio di Rosita,<br>che non conosco ancora e mi commuove<br>solo col suo discreto sovrastare<br>la mia piccola vita. Le finestre<br>sono serrate ma con qualche affanno<br>posso vedere sprazzi del colore<br>delle tende leggere. Per domani<br>è il nostro appuntamento – se non sbaglio –<br>accanto alla fontana, in questo vago<br>anfratto cittadino, che sarà<br>riposto più di adesso ed ignorato<br>per la corrida. Ancora un giorno intero&#33;<br><br><i>Cala la luce</i><br><br><i><b>Scena quinta</b></i> <br><br><i>S’illumina la camera di destra ed entra in scena Elvira che cerca Don Giovanni</i><br><br>ELVIRA:<br><br>Dove sei, perfido serpe, <br>che nemmeno insieme a me<br>che ti ho dato sempre tutto <br>- dico tutto - vuoi più fare <br>la commedia in cartellone?<br><br>LEPORELLO:<br><br>Donna casta, il ciel l’aiuta…<br><br>ELVIRA:<br><br>Senza di lui non sono,<br>senza di lui non siamo:<br>con che diritto dopo<br>averci illusi tutti<br>mi fa disoccupata?<br><br>LEPORELLO:<br><br>Casta nonché altruista…<br><br>ELVIRA:<br><br>…Volevo dire sconsolata,<br>attrice senza paga…<br><br>LEPORELLO:<br><br>…e assai sentimentale…<br>E’ giunto il tempo<br>per voi di traslocare…<br><br>ELVIRA:<br><br>Mi mettete voi alla porta<br>Leporello? Guitto brutto<br>poco adatto ai dolci abbracci<br>di un’attrice come me:<br>che cos’è, vi vendicate<br>dando calci in vece d’altri?<br><br>LEPORELLO:<br><br>Donna Elvira, Don Giovanni<br>non vi merita davvero…<br><br>ELVIRA:<br><br>Non blanditemi&#33; Pensate<br>di salvarvi con la lagna?<br><br>LEPORELLO:<br><br>Ma lasciatemi finire&#33;<br>…non vi merita davvero<br>lui nemmeno come cagna&#33;<br><br>ELVIRA <i>(esageratamente scandalizzata)</i>:<br><br>Che villano&#33; Me ne vado&#33;<br><br>LEPORELLO:<br><br>Ha capito finalmente…<br><br><i>Elvira rimane in scena ed entrano Zerlina e Masetto</i><br><br>ZERLINA:<br><br>Se non c’è più la commedia<br>non ti devo alcun rispetto:<br>sciocco, infine posso odiarti&#33;<br><br>MASETTO:<br><br>…non dovremo più sposarci&#33;<br>Oh, che gioia, che bellezza&#33;<br>Tu, fedifraga, fai schifo&#33;<br><br><i>Esce</i><br><br>LEPORELLO:<br><br>Dopo il morto, il porco e le<br>mere attrici decadute,<br>si finisce con due pazzi…<br>Don Giovanni proseguite…<br><br><i>Cala la luce</i><br><br><i><b>Scena sesta</b></i> <br><br><i>S’illumina la camera di sinistra</i><br><br>DON GIOVANNI:<br><br>Che strano: ho l’impressione<br>che il tempo si dilati in una sfera<br>nella quale il suo corso, abbandonato<br>l’andare consueto, il consumato<br>oltraggio al presente, si ripiega<br>esile a danza fino a ritornare<br>su di sé, come l’usato “c’era<br>una volta” che sempre ci distacca<br>da ogni favola, che però rimane<br>a farsi raccontare all’infinito.<br>Mi accorgo che un’anziana<br>donna andalusa <br>mi scruta dal palazzo di Rosita, <br>sbucando col viso<br>avvizzito dal buio dell’atrio:<br>le sorrido con gentilezza e un cenno<br>del capo che non ricambia, resta<br>invece a fissarmi<br>con accigliata diffidenza. E’ chiaro<br>che aspetta che me ne vada, ma <br>per ora non lo voglio, è bello stare<br>per me qui, chiuso in quello che mi pare<br>il piccolo cuore di Siviglia,<br>confortato di vuoto e una penombra<br>che fa di cielo e sole una presenza<br>lontana, ornamentale.<br>La consapevolezza d’essere guardato<br>mi spinge a fare, tuttavia, qualcosa,<br>a dare un senso a questa mia presenza.<br>Decido di bere alla fontana <br>un poco d’acqua fresca - quella strega <br>sempre osservando - ma mi avvedo <br>che senza chiasso l’anta s’è richiusa. <br><br><i>Cala la luce</i><br><br><i><b>Scena settima</b></i><br><br><i>S’illumina la camera di destra</i><br><br>LEPORELLO:<br><br>Ma ditemi Zerlina: <br>che pensate voi di me? <br>Parlo – è chiaro – come uomo…<br><br><i>(si rivolge al pubblico sussurrando)</i><br><br>E’ forse la mia sera:<br>se Masetto è fuori gioco <br>e discosto Don Giovanni<br>fa l’eunuco pensieroso… <br><br>ZERLINA:<br><br>Bello non siete o ricco<br>ma da stasera sembra<br>siate l’unico attore<br>a rimanere in scena<br>con Don Giovanni e q