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<title>Karpos Net Factory</title>
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<title><![CDATA[GIUSEPPE MANFRIDI SU &quot;LETTURE DI SCENA&quot;, di Andrea Rossetti]]></title>
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<description><![CDATA[[Il saggio sul teatro di Andrea Rossetti]<br><br><br><br> <b>La scena letta, la pagina in azione</b><br><br><i>“Letture di scena”</i>: già dice. Come una dichiarazione di poetica. Come una chiave di accesso al libro; che, in effetti, di libro si tratta. Di un libro vero e proprio, concepito organicamente con un suo avvio, con una sua crescita interna e con un approdo finale, che è una sorta di largo sinfonico dall’amplissimo, dongiovannesco respiro. E, aggiungiamo, che è uno splendido libro, sonante, animato da un ritmo capace di travalicare di titolo in titolo accorpando in una struttura omogenea ciò che parrebbe franto nella variegazione di un’antologia. <br>“Letture di scena” è davvero lo stigma più giusto, non “Teatro”. Teatro, infatti, può essere che sia, ma non per certo. Dipende. Così come la parola ‘oriente’, in ragione di una dieresi omessa o meno, può farsi da bisillabo trisillabo, e viceversa. Un’ambiguità vitale, che, riproposta nello specifico del nostro discorso, dà solidità a una natura (quella, per l’appunto, di libro), ipotizzandone a corredo un’altra (quella <i>sub speciem theatri</i>). E, in quanto libro, questo libro è tomo. Non ponderoso, ma agilissimo. È messale. È  un breviario reiterabile (in termini spicci: da rileggere, più che da leggere), composto di parole coagulate in versi e in frasi che del verso hanno la cadenza intrinseca. È  forma innescata e pronta per la deflagrazione. È  materia ardente deposta in pagine benevole che, se chiuse, ne fanno un oggetto inerte, un volume da infilare tra altri in uno scaffale, e da aprire, da sfogliare, come faremmo con uno qualsiasi dei suoi tanti affini: sempre inerti se oggetti, ma a volte (raramente) esplosivi se tradotti in ciò di cui sono scrigno. Ossia, in verbo. In logos.<br>Una potente, ostentata, sfrontata bidimensionalità è la cifra del linguaggio scenico di cui si nutrono i testi che fanno da capitoli a questo perciò inerte ma non inerme oracolo manuale. Una bidimensionalità ove è serbato un tuttotondo segreto che solo l’intelligenza maieutica del lettore potrà essere in grado di evocare. A patto, però, che costui, sin dalla prima sillaba assaporata, masticata, sappia farsi d’incanto dicitore (tutt’altro che fine, anzi&#33;), disertando la lettura flatus mentis – che sarebbe poi quella silente di chi scorre le righe con l’occhio intento ad apprendere - per accedere di slancio alla corposa densità del soffio sonoro della voce messa in gioco come espressione concreta di un corpo in attività. Insomma, queste pagine per essere ben lette debbono essere ben dette (col calambour non del tutto involontario che ne viene). Così, dalla malizia di una sfida ineludibile che pretende robuste sapienze sceniche per consentire i frutti della comprensione, ecco emergere controluce il profilo sfuggente dell’autore, vagamente sulfureo pur quando è pietoso (lo è molto quando, fra raffiche di sarcasmo, fa dire a una sua creatura: <i>“nata in un angolo d’ombra / e morta per caso attraversando / con l’anima l’alba / dell’ultimo giorno di guerra”</i>). E, poiché sulfureo, scaltrissimo, ma, per suo pregio, un po’ meno rispetto a quanto sappia esserlo la sua scrittura. Non lo chiameremo per nome, varrebbe a sminuirlo. Noi auspichiamo per ogni autore l’ascensione all’anonimia, allo spargersi ovunque, alla dissoluzione in una confraternita assoluta.<br>Detto ciò, sappiamo chi egli sia, ma assai di più ci interessa la sua azione, e la sua azione corrisponde a quel che abbiamo tra le mani: un libro in atto che solletica nell’intelletto di chi lo affronta una ficcante bramosia di fisicità. Una smania iper-somatica di sentirsi parlare. Un prurito che ustiona allorquando non se ne appaghi la richiesta. È  il tuttotondo implicito nella sintassi distesa sul foglio, un tuttotondo che reclama di confrontarsi col tuttotondo di chi legge, e costui (o costei), chiunque egli (o ella) sia, finirà in tal modo col farsi commediante, utero di transito per il magma oratorio destinato, suo tramite, a riversarsi fuori. Nella scena universale del mondo. Sicché, leggere un libro simile significa già di per sé allestirlo. Quintarlo. Scenografarlo. Musicarlo. Dirigerlo. Interpretarlo. In finis, giocarlo nel senso che inglesi e francesi danno alle espressioni ‘jouer’ e ‘to play’. E giocarlo anche se ci turba o ci disturba. Giocarlo anche se magari ci stanca, o se, ancor peggio, quel che dice e che, dunque, ci fa dire, non lo diremmo né penseremmo mai, vittime come siamo di un democratico à plomb.<br>In questo senso, l’incipit dell’opera è di una spudoratezza celiniana. Per virulenza avversativa, per incisività di graffio. Dichiaratamente contro. Politicamente protervo: <i>“Io odio i partigiani”</i>, e poi, dopo il tenue ristoro di un a capo che argina in modo irrisorio l’asfissia a venire: <i>“Partigianeria è pregiudizio, malafede, rinuncia alla critica, è vita comoda. Per questo odio i partigiani”</i>. Ancora un a capo, e la carta sussulta. Un’onda la sommuove. Un’onda crescente, modulata da un’assertatività tribunizia, inesorabile, che solo il cambio di capitolo riuscirà a placare.<br>Subentra appresso, nel secondo monologo esteriore - <i>“Calandrino e l’entropia”</i> -, la letteratura che conversa di sé. Il secondo di sei. <br>Il terzo - <i>“Dr. Devil &amp; Mr Faust”</i> - espone la saggezza del demone che ravvisa più nell’altro che in sé il timbro rovente degli inferi (<i>“Tu, il demone, dentro di me, io, l’anima prescelta dall’estremo, venturo perdono di Dio”</i>). <br>Il quarto - <i>“Il poeta è un pornografo triste”</i> - è un’epistola di tal Narciso a un Boccadoro fatto donna (laddove, in Hesse, è piuttosto un seduttore irresistibile), e destinataria di un peccaminoso ragionare sul peccato. L’ironia fa piazza pulita della lussureggiante prosa narcisiana e narcisista quando, da ultimo, l’estensore della missiva pospone l’apodittica didascalia: (segue pompino).<br>Il quinto - <i>“An homeless named Hamlet”</i> - parte proprio dall’ammiccare del titolo, che è pure un ammiccare citazionista (<i>“Hommelette for Hamlet”</i> è cosa di Bene, e tutto ciò che è cosa di Bene ruota nella costellazione del nostro autore). L’interlocutore deuteragonista del brano, come già per Calandrino, è il paterno poeta a cui il personaggio deve i suoi natali. Lì Giovanni, qui Guglielmo. A parlarci, un Amleto che si radica nella certezza di essere stato pensato e scritto, e che appare più pensante di chi lo pensò (<i>“Che cosa sono dunque l’essere e il non essere se non sono la mia vita e la mia morte?”</i>).<br><i>“Lezione di regia teatrale”</i>, il sesto assolo, è il lamento di un grande e vanesio regista in pectore che si ritiene spiazzato dai tempi e incompreso dai contemporanei. La sua desolazione ci chiama a compartecipi. Ci facciamo carico delle sue ragioni, sennonché, a chiudere la riga che chiude, la sua firma fungerà da colpo di scena, spiegando e raccapricciando. Sfiziati dall’intrigarvi, non l’anticipiamo.<br>Sei brani a formare un coro di solisti in sequenza prima del grande trittico polifonico che, quasi a chiasmo, traduce l’ensemble delle dramatis personae in un avvicendarsi di arie da prim’attori e da prime attrici. Parrebbe un’astrazione sperimentale, non lo è. Il gioco sulle strutture formula l’approccio all’argomento.<br>In <i>“Donna-De-Paradiso-Medea”</i> Jacopone si mescola a Euripide e l’autore sovrintende incorporeo alla solenne copula da cui si solleva, terribile, lo spettro della shoah. Torna alla memoria, non come citazione ulteriore ma per devozione istintiva, <i>“L’istruttoria”</i> di Peter Weiss. Sicché, nei monologhi esteriori era già questo che stava germinando: la quintessenza di un oratorio. <br>D’altronde, l’abbiamo detto, “Letture di scena” non è un titolo, è un’epigrafe, e sta lì ad avvertirci. Oratorio e compianto. E pure preghiera. Prece. Invocazione funeraria al viandante… <i>“Frau Martha Steinberg, / nata da qualche parte / e altrove morta secondo il suo destino / scritto disciplinatamente da qualcuno / (…) Aveva capelli arricciolati / come i giovani tralci della vite d’Alsazia”</i>. Ancora: <i>“Frau Edith Zimmerman, / (…) morta controluce all’albeggiare / del giorno di San Lorenzo”</i>. E ancora, e ancora, e ancora.<br>Lo sterminio sterminato ci viene offerto qui per sineddoche, mercé un nugolo di vittime esemplari. Sinché, sarà l’ultima voce (che ne fonde due: quella della Nutrice a quella del Pedagogo, stretti in abbraccio) a dire: <i>“L’ora è trascorsa: fermiamoci, ché i morti / non devono temere più la morte”</i>, e così la terzina finale, bellissima: <i>“Però proprio da qui ritorneranno / le belle mietitrici che aspettiamo / con le gonne ondeggianti e unite in coro”</i>.<br>Ben altrimenti sbeffeggiante è <i>“TransOEDIPUS”</i>, e ci sarebbe da domandarsi come mai il mito di Edipo sia così irresistibilmente vocato a reificarsi in versioni comiche. Nella fattispecie, c’è di mezzo un voyeur, un transessuale, due pazzi in camicia di forza, e, da elenco personaggi, anche una coppia che copula. E c’è il riutilizzo aggiornato di uno stantio teatro nel teatro, che sa tanto di ciarpame novecentesco, di un Pirandello demodé. Tra i personaggi non ve n’è uno che creda più di tanto a ciò che gli tocca agire e declamare. È  messinscena allo stato puro. Spesso, è l’apoteosi della tiritera. È  chiacchiera che stordisce. Soprattutto, oltrepassata la frontiera del contegno e del ‘ci fa o ci è?’, è spettacolo vero. Basta non crederci come è giusto non credere a tutto ciò che non sia di sangue vero e di carne vera (<i>“Ceci n’est pas une pipe”</i> ha scritto Magritte in calce all’effige di una perfettissima pipa. Ovvio che non sia una pipa: è un dipinto).<br>Dice il Voyeur: <i>“… questa è storia pagana e mal pagata…”</i>, il Prete aggiunge: <i>“… anche pacchiana, se è per questo, dico…”</i>, e il Voyeur di rinterzo: <i>“Pacchiana sì, come noi due del resto… / Dunque, la storia era iniziata quando / Epaminonda, balbuziente, e Rèso, / il parolaio, e Oròsia, montanara / sorella detta da qualcuno Norma…”</i>, ecc. ecc. <br>‘Pacchiana’… che eccellente, idonea parola&#33; Vale quanto un’esegesi. E il distico finale ci dice quanto sia vero ciò di cui l’intero testo ci aveva già convinto: <i>“In fondo, miei pazzi, stiamo solo / giocando”</i>. Il Weiss dell’Istruttoria prima, il Weiss del <i>“Marat/Sade”</i> adesso: gli autori, quando sono autori, si ritrovano tutti imparentati.<br>Una sincresi di molti fra i modi e i temi emersi sin qui prorompe nel ‘balocco capriccioso’ <i>“Don Giovanni”</i>, che un sottotitolo dal piglio esegetico definisce e commenta come ‘fonologia sinfonica di un’ouverture’. Un chiribizzo marinettiano sigilla: “per atto- R giovan-E S-concertante, d’arie borioso e assai recitattivo, compagni di ventura e quinta giusta (e quindi fissa)”, parole che se non le vedi su carta non le intendi e che sanno di manifesto bello e buono.<br>Dopo il picco tragico di Medea, il teatro, rintanandosi nell’evanescenza della materia solo stampata, riprende a giocare a rimpiattino col lettore. Ribadisce la verve ludica dell’insieme, senza negarsi, a lampi, sguardi consapevoli sul paesaggio dell’umano soffrire. <br>Il burladòr di Siviglia si aggira, nell’opera, stordito fra i rottami della sua storia. Cantate di repertorio (a partire da Orlando di Lasso) danno tono reverenziale alla sarabanda dell’accolita (Anna, Elvira, Zerlina, e via discorrendo). Don Giovanni, relegato in un luogo a parte della scena, debutta asserendo: <i>“Forse da vecchi si teme / la morte siccome da infanti / si trema del buio”</i>, e, mentre affonda imbelle nella cognizione del passato, cogita amletico su quanto ha appreso vivendo la vita che gli è stata data. Filosofeggia tenendo a bada l’autoironia a vantaggio di una melanconia che è spunto quasi inedito nella tradizione del personaggio: <i>“La morte è il peggiore tra i sogni: / rimane lontana abbastanza / da noi per l’intera esistenza / sicché il solo modo di esorcizzarla è / non pensarla (…)”</i>, c’è un illuminista in lui, c’è un illuminista cartesiano che dice: <i>“L’uomo è felice solo in quei pochi momenti in cui si dimentica che deve morire”</i>. E allorché Don Giovanni geme: <i>“Liberatemi, almeno, vi prego, / dalla mia libertà…”</i>, gli si affianca l’Amore, del tutto disinteressato al protagonista, e intento a discettare di sé. <br>Con ciò torniamo alla ragionata, infida, bidimensionalità che innerva ogni titolo, ogni paragrafo. Questa bidimensionalità ci serve a dirci come, anche da ultimo, il libro si confermi ingannevole al massimo grado, tal quale una pellicola di cenere calata su un giacimento di vive braci. La teatralità di questo teatro possibile ma non certificato è lì, disponibile a inverarsi e ad essere secondo l’intenzione di chi, leggendo, si dimostri in grado di fiutarlo.<br>Prima che Don Giovanni chiami il sipario definitivo a occultare sé, i monologanti dell’inizio, le vittime della shoah impastate al lamento di Jacopone e la corte ‘pacchiana’ di un Oedipus che non c’è, il Commendatore appare sul palco per consegnarci il congedo alle luci di una scena possibile ostentando la molteplice natura che lega chi dice a colui che lo guarda. E il vero explicit dell’opera globale, a nostro avviso, è questo suo saluto: <i>“(…) / amici, non temete&#33; / Non è il commendatore / che vi parla, è l’attore / nato dalle sue ceneri. / Vengo a portarvi via, / vi devo seppellire / in terra di commedia / così che i vostri corpi, / resi laggiù senz’anima, / quaggiù per invecchiare / col mio possano stare”</i>.<br><br><br>Giuseppe Manfridi <br><br>(Teorie - Critica &amp; recensioni)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Sun, 14 Dec 2008 15:23:53 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Sguardo di Venere, di André Leblais]]></title>
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<description><![CDATA[[o l&#39;Abortita Concezione]<br><br><br><br> _____________________________ <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[André Leblais]]></author>
<pubDate>Wed, 27 Aug 2008 22:00:13 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[WORD WILDE WEPT, di André Leblais]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> --------------- <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[André Leblais]]></author>
<pubDate>Mon, 11 Aug 2008 18:50:18 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Salmo zeresimo, di André Leblais]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> --------------------- <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[André Leblais]]></author>
<pubDate>Sat, 09 Aug 2008 15:36:58 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[PIERROT SOLAIRE, di Andrea Rossetti]]></title>
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<description><![CDATA[[dal poemetto &quot;Il Mal d&#39;odor dei canti&quot;]<br><br><br><br> In quali ali di seno, inoffensivo,<br>quasi d’agnello, la mia bile bianca-<br>stra versificherò stamani appena<br>amara, masticando, sulla schiena<br>scheggiata da negro amante o gallo<br>stregone, ciò che avanza di materno?<br>Serbo nel frigo cannibalesco oscena<br>la sfatta carne della carne mia, sapendo<br>di latta il sangue del mio sangue fatto<br>red beer per i centauri screpolati <br>dalle highways e con due mummie appese <br>di dita secche paterne al parabrezza, <br>dondolenti –  tra due denti d’oro <br>vitelleschi - benedizioni brusche <br>e bibliche ridotte a talismano.<br>Omo fatto mi guido oltre gli spersi<br>velli di bianconiglio, a mo’ di ciglio<br>stradale incubato, puttanesco<br>un po’ l’ammetto, da la mala luce<br>neonato, cavalcanti travestiti<br>con Desdemona mia liofelizzata<br>sotto gli eccessi canicolari. Piange<br>d’amor latteo nessuno, e questo pianto<br>e quello alluma solatio d’attorno,<br>scosso in ruzzanti spigoli di grani, <br>rosari oranti di prefica ardente.<br>E’, però, secco lacrimar su frutta<br>lavanda, e senza ruggine si muore,<br>amore d’insperato amore, a mezzogiorno,<br>e tutto questo intatto soleggiare<br>così vile e mondano è molli forche <br>di tralci di vite strette troppo<br>lontano dal mio seno (Amleto sposa<br>in bianco mentre Ofelia prende il velo).  <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Sat, 19 Jul 2008 12:57:07 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Lo specchio di Narciso, di André Leblais]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1267&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[(una parentesi dabbene)]<br><br><br><br> ------------- <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[André Leblais]]></author>
<pubDate>Fri, 18 Jul 2008 06:12:49 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[CREPUSCOLO, di André Leblais]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=28&tes=1264&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[per il pensionamento di mia madre]<br><br><br><br> ------------------------- <br><br>(Teorie - Filosofia &amp; scienze umane)]]></description>
<author><![CDATA[André Leblais]]></author>
<pubDate>Tue, 24 Jun 2008 12:52:29 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[ARSENICO E VECCHI MALE-DETTI, di Andrea Rossetti]]></title>
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<description><![CDATA[[Seildisturbopersisteconsultareunsadico]<br><br><br><br> <span style='color:purple'><span style='font-size:14pt;line-height:100%'><b>ARSENICO E VECCHI MALE-DETTI</b></span></span><br><br><br><i><b>Deprivato</b></i><br><br>- Rinuncerei a qualsiasi lavoro per una vita di vacanza.<br><br>- Adoro la moda: un abito è davvero bello solo quando mi stanca prima di tutti gli altri.<br><br>- Parlo bene solo di me stesso perché non ho altri dei quali poterlo fare. <br><br>- Io e Dio ci siamo spartiti i ruoli con reciproca stima: Lui è il principio e la fine, io quel che ci sta in mezzo. <br><br>- Ho un senso morale piuttosto debole, ma in compenso una vista acutissima.<br><br><i><b>Depravato</b></i><br><br>- Le virtù sono le necessarie imperfezioni che commettiamo nell’esercizio dei vizi.<br><br>- Nulla è straordinariamente autentico come ciò che è palesemente falso.<br><br>- La modestia è un vizio che pochi possono  permettersi.<br><br>- Amare è un modo elegante di essere egoisti.<br><br>- Il segreto per una vita felice continua a rimanere tale.<br><br>- L’amore  è quella cosa splendida, dolcissima, delicatissima, purissima, di cui non sappiamo nient’altro.<br><br>- L’ozio sarà pure il padre di tutti i vizi ma non mi sembra il caso di fargliene una colpa.<br><br>- Il solo modo che abbiamo per farci amare da qualcuno è convincerlo che gli conviene.<br><br>- E’ meravigliosamente rassicurante sapere che in ogni istante, da qualche parte del mondo, c’è una verità che, fedele a una secolare tradizione, persevera indefessa nell’errore di essere tale.<br><br>- La gente si sforza di trovare assurde alcune cose per convincersi che ve ne sono di normali.<br><br>- Portare alla perfezione i propri pregi rende persone stimate, portare alla perfezione i propri difetti rende grandi artisti.<br><br>- Genio è chi non ha sufficiente talento per essere grande.<br><br><i><b>SocioApatico</b></i><br><br>- Credo nella superiorità del sesso femminile su quello maschile: una sola donna intelligente vale dieci uomini intelligenti, anche se dieci uomini intelligenti si trovano più facilmente.<br><br>- E’ pericoloso far capire a una donna che ci interessiamo a lei: quasi sempre non ce lo perdona.<br><br>- Il bello delle donne è che spesso sono un libro aperto, il brutto è che quasi sempre si tratta di un libro contabile.<br><br>- La tentazione di un bacio è più piacevole di tanti baci veri. <br><br>- Il pudore di una donna o è un invito all’impudicizia o è una tragedia.<br><br>- I riconoscimenti ufficiali vengono conferiti di solito agli idioti ufficiosi.<br><br>- Solo coloro che leggono i libri possono permettersi di giudicarli, quelli che non li leggono, invece, nella maggior parte dei casi possono ritenersi fortunati.<br><br>- Il difetto degli ignoranti non consiste tanto nell’essere tali, ma nel trovare sempre il modo di farcelo sapere.<br><br>- Un successo mediocre è meno imbarazzante del successo dei mediocri.<br><br>- Non sempre la vecchiaia è un male ma assolutamente mai un bene. <br><br>- Molto spesso le nostre conoscenze ci fanno rimpiangere gli sconosciuti.<br><br>- Le persone perbene hanno uno strano modo di esprimersi: quando parlano di sentimenti, per esempio, non dicono mai che invecchiano, bensì che durano.<br><br>- Dire il peccato ma non il peccatore è il primo passo verso una conversazione noiosa.<br><br>- Un idiota è pericolosamente in grado di non capire quel che dice, e quasi sempre è un estroverso.<br><br>- Democrazia  è il modo enfatizzato col quale si chiama, in molte nazioni, la deprecabile abitudine di far scegliere a chi non sa scegliere governi incapaci di governare.<br><br>- Chi non è compreso da niente e da nessuno fa il poeta, chi non comprende niente e nessuno si fa eleggere in Parlamento.<br><br>- Gli scienziati hanno sempre la risposta pronta, soprattutto se nessuno gli ha chiesto niente.<br><br><i><b>Fanfamiglia</b></i><br><br>- L’ascesi e il matrimonio non sono poi tanto dissimili: se nella prima rinunziamo alle passioni, nel secondo le dimentichiamo.<br><br>- Un matrimonio tra fedeli è un matrimonio felice, un matrimonio tra fedifraghi un matrimonio normale.<br><br>- Bere molti alcolici durante le feste in famiglia aiuta a non perdere del tutto il contatto con la realtà.<br><br>- Non ci sono più cose in cielo e in terra di quante una moglie riesca a comprarne quando va a fare shopping. <br><br>- Certa gente si sposa per litigare mentre dovrebbe litigare per non sposarsi.<br><br>- Certi genitori sono così apprensivi che quando un figlio sta per superare il complesso edipico gli raccomandano di mettere la freccia e di guardare prima nello specchietto.<br><br>- Con l’avvento della fecondazione assistita e delle madri-nonne il complesso di Edipo può dirsi definitivamente debellato. <br><br>(Arte - Narrativa)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Thu, 01 May 2008 15:31:44 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[LOUIS FERDINAND CELINE secondo Piperno, di Andrea Accorsi]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=16&tes=1245&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <br><b><br>articolo apparso sul corriere della sera del 7 gennaio 2008<br><br></b><br>Voyage au but de la nuit, di Louis-Ferdinand Céline andava come qualsiasi altro bestseller natalizio. Lascio ad altri la riflessione sui celiniani tempi che viviamo, e mi chiedo: chi più di Céline ha patito gli sbalzi di umore del pubblico e della critica? E tutto per via di quel libro: Bagatelle per un massacro, il primo dei pamphlet filo-nazisti, che qualcuno ritiene il prodotto di «un delirante teppismo antisemita» (la definizione è di Mengaldo), e qualcun&#39;altro — come Emile Brami — uno dei vertici dell&#39;opera celiniana. Contagiato da quel fermento parigino, ho acquistato Céline vivant, un cofanetto di dvd con le interviste televisive concesse da Céline del dopoguerra. Molto di questo materiale mi era noto. Ma vedere Céline, sentirlo parlare, be&#39; è un&#39;esperienza impagabile.<br>Sicché eccolo lì, sullo schermo del televisore della mia stanza d&#39;albergo: il collo avvolto dai leziosi foulard con cui i barboni si danno un tono. Eccolo lì, nella dimora-tomba di Meudon, ostentare il corpo martoriato con la cristologica impudicizia di Artaud. La vacuità dello sguardo corrisponde all&#39;atonia della voce: monotona come quella di certi bambini autistici, marcata da uno smangiucchiato accento parigino. È il Céline che ti aspetti, che gioca a depistare gli intervistatori con risposte vezzose. A quello che gli chiede perché ha scritto il Voyage risponde che lo ha fatto per pagare l&#39;affitto. A quello che gli domanda se lui pensa che si possa scrivere solo del proprio vissuto, oppone ancora un&#39;altra metafora economica: «Solo delle cose che hai pagato». E allora quello gli chiede se non ci sia affettazione in tutto quel dolore esibito dalla sua voce e strillato dai suoi libri. Céline s&#39;infuria. Quello che nessuno capisce è che lui è figlio di una ricamatrice di merletti e come tale, a dispetto di molti suoi colleghi che utilizzano formule corrive (Mauriac, un politicante; Morand, un rincoglionito; Giono, insignificante), lui ha una artigianale dedizione per la raffinatezza dello stile. Ma certo il solito adagio celiniano: io sono solo uno stilista.<br>Ma perché Céline insiste tanto sulla raffinatezza? Perché conosce i suoi punti di forza. Perché sa di rappresentare uno di quei casi virtuosi in cui la rivoluzione stilistica trova sontuosa corrispondenza nella rivoluzione della sensibilità.<br>Lo capì Robert Denoël, un giovane editore, quando, nella primavera del &#39;32, s&#39;imbatté nel manoscritto del Voyage e sentì di avere tra le mani uno dei libri del secolo. Fu così che nella Parigi di Breton e di Cocteau atterrò quell&#39;astronave giunta da un&#39;altra galassia, guidata da un medico non ancora quarantenne, invalido a un braccio per una gravissima ferita di guerra, con la sua collezione di viaggi in capo al mondo: dall&#39;Africa nera agli Stati Uniti. Un libro che, sotto forma di monologo, irradiava un&#39;energia titanica. Ferdinand Bardamu — il Narratore — era un vitalista delle tenebre: la sua voce appariva moderna, mimetica, capace di esprimere tutto il sarcasmo della disperazione e di irradiare l&#39;infuocata luce delle grandi disfatte. A suo modo Ferdinand si rivelava perfino un umorista (qualità che, purtroppo, il suo creatore avrebbe sacrificato in seguito sull&#39;altare della paranoia). Ma ciò che rendeva davvero speciale il Voyage era quella miscela di lucidità e pietà per la condizione umana. Ed è esattamente questo cocktail che spinse tutti a urlare al miracolo: da Sartre a Daudet, da Bernanos a Nizan, da Bataille a Trotzkij, tutti intuirono che l&#39;entità copernicana di quella rivoluzione era nel modo con cui Céline aveva sporcato la sua prosa di mille inflessioni tratte dalla vita vera e, allo stesso tempo, nel modo in cui tutta quella sporcizia aveva reso la sua prosa scandalosamente raffinata. Così i francesi, dopo Flaubert, hanno di nuovo uno scrittore il cui virtuosismo stilistico è pari solo al disincanto nichilista delle sue convinzioni. D&#39;altra parte, a dispetto delle abiure con cui Céline negli anni successivi avrebbe provato a ridimensionare la potenza innovativa di quel capolavoro, nessuno meglio di lui sapeva cosa lo avesse spinto a scrivere il libro in quella precisa maniera. «Non si sa niente della vera storia degli uomini» esclama a un tratto Ferdinand, nel romanzo.<br>Esiste aspirazione più novecentesca di questa? Raccontare la vera storia degli uomini. Come ogni scrittore di genio (come James Joyce con il quale condivide un debole per l&#39;ellisse grammaticale e per la scatologia), Céline sapeva che tale ricerca della «vera storia» passava attraverso un nuovo modo di esprimersi. E quindi, banalmente, attraverso un nuovo modo di girare le frasi.<br>Ecco cosa intende Céline per raffinatezza. Il problema è che ci si può ammalare di stile. Già in Morte a credito — il secondo memorabile romanzo — la consapevolezza stilistica si è come cristallizzata. La prosa sta assumendo la forma che non perderà più. L&#39;ironia cede al sarcasmo. La frase si spappola in singulti inframmezzati dai celebri tre punti di sospensione. Il presente indicativo sta prendendo il sopravvento su tutti gli altri tempi e modi verbali. La lucidità è offuscata dal delirio. La pietà dall&#39;odio. La misantropia degenera in razzismo. Molti anni dopo Simone de Beauvoir annoterà: « Morte a credito ci aprì gli occhi. Vi è un certo disprezzo velenoso per la piccola gente. Che è un atteggiamento prefascista». Atteggiamento prefascista che inaugura l&#39;era sciagurata dei Pamphlet nazisti (come altro chiamarli?). Cosa spinge lo scrittore pacifista del Voyage a inneggiare allo sterminio degli ebrei? A mettersi al fianco della più violenta organizzazione criminale della storia, in nome di una pace che sicuramente i nazisti tradiranno? Ragioni personali e non confessabili? Un&#39;idea pervertita dell&#39;anticonformismo e dell&#39;anarchia? O semplice opportunismo? A tal proposito Sartre scrisse: «Se Céline ha potuto sostenere le tesi socialiste dei nazisti, è perché lui era pagato». Ma purtroppo le motivazioni erano più nobili del danaro e quindi ancora più aberranti. L&#39;antisemitismo di Céline non ha niente di originale. Non c&#39;è nulla in quello che lui dice che non abbia detto Drumont — e con lui tanti altri — molti decenni prima. Bagatelle, con buona pace di chi ne apprezza certi passaggi, è un libro schifoso. E lo è tanto più perché è scritto con raffinatezza. La cosa più sconcertante è come l&#39;uomo distintosi per lucidità di visione e capacità empatica, dia prova stavolta di ottusità e mancanza di simpatia.<br>«Vorrei proprio fare un&#39;alleanza con Hitler. Perché no? Lui non ha detto niente contro i Bretoni, contro i Fiamminghi... Lui ha parlato solo degli ebrei... Lui non ama gli ebrei... E neanch&#39;io... E non amo neppure i negri fuori dal loro Paese...». Una frase (in mezzo a tante altre dello stesso tenore) che dimostra come uno degli errori di questo libro stia nell&#39;aver confuso le vittime con i carnefici. E come l&#39;errore di questo stile così esagitato (ormai totalmente celiniano) sia di essersi messo al servizio di quell&#39;errore di valutazione storica. Così come c&#39;era una relazione inestricabile tra la lucidità esibita da Céline nel Voyage e l&#39;innovazione stilistica, allo stesso modo c&#39;è un nesso tra la cantonata ideologica e l&#39;oracolare impreziosirsi dello stile. Ecco perché concordo con quelli che dicono che Bagatelle fu un fallimento artistico (e intellettuale) ancor prima che etico. E non mi convince Pasolini quando bacchetta gli intellettuali di sinistra, che in nome di Céline, si sono messi a distinguere tra le scelte ideologiche di uno scrittore e il suo valore letterario. Questa «dissociazione» a Pasolini è indigesta. Bah, non credo che le scomuniche politiche abbiano importanza in letteratura. Il problema di Céline non è di aver scelto l&#39;ideologia sbagliata, ma di aver consacrato a quell&#39;ideologia una troika di libelli eccessivamente raffinati, incapaci di raccontare il dramma che l&#39;umanità stava per vivere. Tre pamphlet che nulla tolgono all&#39;esemplare magnificenza del Voyage edi Morte a credito, ma che forse gettano una luce fosca sui tre libri della maturità: la così detta Trilogia del nord. Ancora una volta i detrattori di Céline considerano Da un castello all&#39;altro, Nord e Rigadon opere biecamente auto-apologetiche di un nazista che non ha voluto fare i conti con il passato. Jean-Pierre Martin, nel suo<br>Contre Céline, scrive: «In Rigadon, Céline ci dice, dall&#39;inizio alla fine, in lungo e in largo: io muoio razzista ». Ancora una volta un&#39;osservazione mal calibrata. Nelle opere di Sade o di Lautréamont troviamo confessioni non meno indigeste. La questione anche stavolta è artistica: la Trilogia è l&#39;affascinante scoria di un genio paranoico ormai incapace di entrare in relazione con il mondo. Un&#39;opera fallita per eccesso di ambizione e di stile (un po&#39; come la joyciana Finnegans Wake). C&#39;è qualcosa nell&#39;ossessiva ripetitività dei suoi stilemi che appare fin troppo estetizzante. È quella che Massimo Raffaelli, con felice espressione, non senza ammirazione, chiama: «stilizzazione dell&#39;orrore».<br>Così quando uno degli intervistatori (quello che gli ha dato più filo da torcere) chiede conto a Céline dei suoi eventuali sensi di colpa, lui risponde che tutti gli uomini sono colpevoli, tranne lui.<br>È possibile scrivere qualcosa di necessario senza sentirsi — almeno un po&#39;&#33; — colpevoli?<br><br><br><i>risposta non firmata della redazione di ariannaeditrice</i><br>Céline non si mise mai &quot;al fianco&quot; di alcun partito o organizzazione, tantomeno &quot;la più violenta organizzazione criminale della storia&quot;. Piuttosto, quando i Piperni deprecheranno a chiare lettere altre &quot;organizzazioni criminali&quot;, minori o maggiori che siano, senza se e senza ma, sarà un bel momento.<br><br>Si ripropone la leggenda del &quot;Céline pagato dai nazisti&quot;, negandola retoricamente, come si propone un passo della de Beauvoir, dove Céline è definito &quot;prefascista&quot;. In realtà quest&#39;ultima scopre Céline &quot;prefascista&quot; ovviamente solo DOPO che Céline aveva rifiutato di schierarsi con il marxismo, come aveva rifiutato capitalismo e fascismo. Sartre, e altri, avevano invece solamente una pura, folle invidia dell&#39;abilità di Céline quale scrittore. Forse, anche nel caso di Piperno, c&#39;è un pò di miserabile invidia verso il successo dell&#39;opera di Céline &quot;Voyage... andava come un best seller natalizio&quot;, e della sua grandezza come scrittore, a fronte del piccolo, piccolo omicciuolo Piperno.<br><br>Bagatelle e i cosidetti pamphlet sono una violenta denucia del Potere; in questo caso, per Céline, a ragione o torto, questo Potere -potere economico e politico, potere che stava spingendo la Francia ad una guerra che Céline avvertiva come inutile agli interessi della Francia, e per questa nazione fatale- aveva il volto dell&#39;ebreo. I temi pipernici non sono nuovi, vedi <a href='http://louisferdinandceline.free.fr/indexthe/opprobr/alberghini.htm' target='_blank'>http://louisferdinandceline.free.fr/indext.../alberghini.htm</a><br><br>Poi Piperno cita la Trilogia del Nord:<br><br><br>La questione anche stavolta è artistica: la Trilogia è l&#39;affascinante scoria di un genio paranoico ormai incapace di entrare in relazione con il mondo. Un&#39;opera fallita per eccesso di ambizione e di stile (un po&#39; come la joyciana Finnegans Wake). C&#39;è qualcosa nell&#39;ossessiva ripetitività dei suoi stilemi che appare fin troppo estetizzante. È quella che Massimo Raffaelli, con felice espressione, non senza ammirazione, chiama: «stilizzazione dell&#39;orrore».<br><br>Niente di nuovo sotto il sole: già nelle opere di critica letteraria stampate in URSS si divideva il Céline &quot;buono&quot;, ossia il Céline che denunciava colonialismo, capitalismo, povertà (temi considerati &quot;buoni&quot; perchè affini all&#39;ortodossia marxista), del Voyage, e il Céline &quot;cattivo&quot; di tutto il resto; Piperno, pavidamente &quot;stronca&quot; la Trilogia solo dal punto di vista del critico letterario &quot;affascinante scoria... fin troppo estetizzante&quot;, almeno i redattori sovietici, il &quot;compitino&quot; lo svolgevano sino in fondo.<br><br>Cfr. Gor&#39;kij, al primo congresso degli scrittori sovietici: &quot;[Céline]... non avendo alcun requisito per aderire al proletariato rivoluzionario, è del tutto maturo per accettare il fascismo&quot;.<br><br>Da Gor&#39;kij a Piperno; buon sangue non mente.<br><br>Comunque, la foto di Piperno e la sua prosa involuta, mi ricordano il Sartre tratteggiato da Céline ne L&#39;Agité du bocal:<br><br><br>Nel mio culo dove si trova, non si può pretendere da J.-B. S. di vederci bene, né di spiegarsi chiaramente, sembra tuttavia che il J.-B. S. avesse previsto la solitudine e l’oscurità del mio ano… J.-B. S. evidentemente parla di se stesso quando scrive a pagina 451: “Questo uomo teme tutte le specie di solitudine, quella del genio come quella dell’assassino”. Cerchiamo di capire…<br><br>Facendo fede ai rotocalchi, il J.-B. S. non si vede ormai più che nei panni del genio. Ma secondo me e visti i suoi stessi scritti, io sono costretto a vedere J.-B. S. solo nei panni dell’assassino, o meglio ancora di un marcio delatore, maledetto, laido, merdoso servente, mulo occhialuto.<br><br>Ecco, mi sto agitando troppo&#33; Non me lo posso più permettere, l’età, la salute… La chiuderei qui… disgustato, ecco… Ma ripensandoci… Assassino e geniale&#33;? Può anche succedere… Dopo tutto… Ma sarà il caso di Sartre? Assassino lo è, o lo vorrebbe essere, questo è inteso, ma geniale? Questo piccolo stronzo attaccato al mio culo, geniale? Hum?… si vedrà… si, certamente, può ancora fiorire… manifestarsi… ma J.-B. S.&#33;? Questi occhi da embrione? queste spalle da mezza sega&#33;?… questo panzone finto magro&#33;? Tenia sicuramente, una tenia d’uomo, attaccata dove sapete… e filosofo, per giunta… fa un po’ di tutto… Sembra che, in bicicletta, abbia anche liberato Parigi <br><br>(Risorse - Testi)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Accorsi]]></author>
<pubDate>Thu, 10 Apr 2008 01:41:24 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[POTERI FORTI di Ferruccio Pinotti, di Andrea Accorsi]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=17&tes=1244&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> POTERI FORTI di Ferruccio Pinotti<br>                              <br>                                  (Bur edizioni passato-futuro)<br><br><br><br>Il libro “POTERI FORTI” del giornalista Ferruccio Pinotti  è una di quelle inchieste che solitamente si definiscono scomode e che in Italia, purtroppo, hanno sempre troppo poca risonanza e finiscono, agli occhi del grosso pubblico, spesso“deviate” o semplicemente accantonate col beneplacito della velocissima “macchina “informante” ufficiale.<br>Il pretesto per iniziare questo libro è fare luce, ancorché nei limiti del possibile, sul caso del delitto Calvi e sul misterioso crack del Banco Ambrosiano nei quali senza dubbio erano coinvolti non solo importanti istituti finanziari ma anche lobby occulte, politici affermati, nuova imprenditoria, alte sfere vaticane e sinistri figuri operanti sulla scena in qualità di faccendieri.<br>Ma la ricostruzione delle trame segrete che portarono a questo delitto, come si sa abilmente mascherato da suicidio, è appunto soltanto un pretesto per evidenziare delle anomalie  e denunciare finalmente delle questioni irrisolte delle quali si continua, purtroppo, a non parlare poiché queste verità minerebbero in maniera irreparabile da una parte “la sancta auctoritas”  degli zecchini vaticani e dall’altra farebbe risalire il fiume torbido, l’immonda cloaca che è il sistema d’affari Italia, troppo comodo secretare tutto e lasciare tutto alla storia e agli storici.<br>Per brevità citerò soltanto tre delle tante ramificazioni cui giunge questo ricchissimo libro: tre punti che mi sono sembrati importanti non solo come nodi investigativi, ma anche come intrecci tra passato, presente e futuro,  come riflessi incondizionati che continueranno ad offuscare gli orizzonti dell’Italia per decenni ancora e secoli.<br>Punto primo: la questione Ior (Istituto Opere Religiose).<br>Forse non tutti sanno che lo Ior, la banca del Vaticano, è una banca veramente unica al mondo perché da un lato è un istituto “off shore” nel senso che opera nella più totale extraterritorialità. D’altro lato è totalmente “on shore”  poiché di fatto è nel territorio nazionale e chiunque, previa giusta presentazione, può arrivare ai suoi sportelli da piazza San Pietro portandosi dietro una valigia piena di dollari che svaniranno nel nulla. Insomma sono decenni che lo IOR funge da ponte per chissà quanti privati italiani che intendano occultare delle entrate extra in chissà quali altri paradisi fiscali, e vattelapesca…………<br>Non è un caso se nei decenni passati gli alti funzionari di questa banca sono stati in stretti legami con ambienti poco puliti (mi riferisco alle mafie internazionali) che magari avevano bisogno di occultare o ripulire montagne di soldi. Non solo. Grazie infatti all’estrema segretezza che lo rende inaccessibile lo IOR è stato spesso la chiave di lettura per strani movimenti di denaro che andavano a finanziare dittature militari di estrema destra, sabotaggi a stati poco allineati e chi ne ha più ne metta. Risultato: poco o nulla è cambiato dai tempi del delitto Calvi e pochissimi politici a tutt’oggi se la sentono di metter mano alla questione. Le liste dei ricchi italiani detentori di conti segreti in Liechtestein è la prova del famoso: “…..semo romani…” ( Il Liechtestein è feudo vaticano).<br>Punto secondo: l’Opus Dei e le aziende da spremere e gettare via.<br>Come infatti fu per il Banco  Ambrosiano sono state riscontrate simili manovre riconducibili alla politica espansionistica dell’Opus Dei anche in casi analoghi. Mi riferisco al gruppo industriale spagnolo Rumasa e del suo proprietario  Josè Maria Ruiz Mateos e soprattutto mi riferisco al caso Parmalat e a Tanzi.<br>La metodologia grosso modo è questa: l’Opus Dei entra nell’azienda, la fa espandere oltre ogni limite, succhia tutti proventi e poi quando iniziano i problemi, scompare nell’ombra o, più precisamente, si occulta mediante un vorticoso passaggio di capitali pressoché inestricabile.<br>E’ forse un caso che i titolari di queste aziende sono o sono stati in passato membri dell’Opus Dei o amici intimi di membri dell’Opus Dei?<br>E’ forse un caso che l’espansione finanziaria dei gruppi industriali presi in esame  è avvenuta (anche per il Banco Ambrosiano) nell’area geografica dove l’Opus Dei opera con maggior disinvoltura e libertà : il Sudamerica? <br><br>Terzo Punto: mezzi d’informazione. E’ della fine del 1975 il coinvolgimento ufficiale di Roberto Calvi nella questione “Corriere della Sera”, un coinvolgimento fortemente caldeggiato da personaggi occulti  legati alla massoneria: Licio Gelli e Umberto Ortolani. Ed è per sua stessa ammissione che l’inizio dei suoi problemi coincide con l’ingresso del banchiere nel mondo dell’editoria. <br>Da quel momento cominciano le pressioni, le richieste , i favori. E tuttavia nonostante allora speciali commissioni parlamentari e procure intere della Repubblica avevano tavolate di fascicoli riguardo ai fatti inerenti la lenta ma inesorabile perdita di potere dei Rizzoli all’interno del vasto mondo editoriale che possedevano e il conseguente inserimento di strane società, di finanziarie inestricabili e di operatori occulti, nulla fu fatto. <br>Il sistema della carta stampata e delle frequenze tv in Italia resta oggi più che mai un campo minato e servono speciali bussole per orientarvisi: è di oggi la questione Europa 7, di ieri la retata ai furbetti del quartierino ( il caso sarebbe mai emerso senza le sbruffonate sul Corriere della sera?) e ancora personaggi torbidi che  operano nel mercato editoriale come Caltagirone ,Ciarrapico, Tronchetti Provera, Silvio e Paolo Berlusconi. Un paese democratico non può permettersi editori di questo calibro<br><br> <br><br>(Risorse - Bibliografia)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Accorsi]]></author>
<pubDate>Wed, 09 Apr 2008 00:00:50 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[PINOCCHIO DI ANDREA ROSSETTI, di André Leblais]]></title>
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<description><![CDATA[[una storia tras-versale]<br><br><br><br> ________________________ <br><br>(Teorie - Critica &amp; recensioni)]]></description>
<author><![CDATA[André Leblais]]></author>
<pubDate>Mon, 24 Mar 2008 11:02:27 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[GIUSEPPE MANFRIDI: &quot;LA CUSPIDE DI GHIACCIO&quot;, di Andrea Rossetti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=29&tes=1232&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <img src='http://www.gremese.com/upload/images/9788884405111.jpg' border='0' alt='user posted image' /><br><br>Non è mia abitudine dare consigli di lettura ma in questo caso faccio un&#39;eccezione.<br><b>Giuseppe Manfridi</b>, uno tra i più importanti e rappresentati drammaturghi italiani contemporanei, ha recentemente pubblicato per Gremese il suo secondo romanzo intitolato <b><i>&quot;La cuspide di ghiaccio&quot;</i></b>.<br>Chi ha letto la sua prima prova - <b><i>&quot;Cronache dal paesaggio&quot;</i></b> - sarà  sorpreso da questo romanzo, apparentemente più &quot;disponibile&quot; verso il lettore rispetto al suo sontuoso e quasi enciclopedico predecessore (un&#39;opera d&#39;arte indiscutibile, un romanzo &quot;totale&quot; e corale sulla scia dei miei amati Musil e Pynchon).<br>Qui i toni sono immediatamente intriganti, sfiorano il giallo e delineano le fattezze di un mistero destinato a coinvolgere il lettore fino alla fine.<br>Ma sarebbe un errore pensare a un romanzo di genere.<br>La scrittura di Manfridi, allenata dagli imperativi assoluti del teatro, è una lama che scarnifica impietosamente le ipocrisie e le ambiguità psicologiche che fatalmente inquinano i rapporti umani e che finiscono per mettere in crisi ogni anelito all&#39;autenticità, al conforto di una relazione. <br>Al centro del palcoscenico c&#39;è la crisi irreversibile della coppia, circostanza elettiva della perduta scommessa umana della condivisione. Un centro immerso nell&#39;ombra di un enigma che la luce tagliente di una prosa straordinariamente raffinata e a tratti capace di tuffi abissali tra mondo e parole squarcia all&#39;improvviso, implacabile e dolce come una disperata guarigione. <br><br>(Teorie - Critica &amp; recensioni)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Tue, 11 Mar 2008 21:22:45 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[DR. DEVIL &amp; MR. FAUST, di Andrea Rossetti]]></title>
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<description><![CDATA[[ultimo dei &quot;Monologhi esteriori&quot;]<br><br><br><br> <i>“Faust alzava gli occhi ai comignoli delle case che nella luce della luna sembravano punti interrogativi…”</i><br>Questo, mio caro Mefistofele, scriveva di me un poeta e in fondo non si sbagliava. Il fumo che sbuca dai comignoli è vero, a modo suo, e la verità delle risposte che diamo a tutte le nostre domande è solo fumo.<br>Ci fu un tempo in cui pensai fosse possibile per me essere vero, poi scoprii che si può essere bravi, buoni, sapienti, addirittura ignoranti, ma veri no, mai, perché da vivi molto possiamo avere – la vita è alloggiare in galera pagando l’affitto - ma nulla essere. <br>Ci sono ancora attardati fanciulli che credono nella poesia, lirico fondamento di mondi sognati, comico e sconsolato tentativo di una volontà costretta dalla legge della natura a mirarsi allo specchio per sperare di sopravvivere al suo fetale insuccesso; costoro, inutili qui, s’illudono che là ci siano nuovi universi da plasmare, galassie abitate da spiriti benigni disposti a cantare per loro con parole astratte, sorrette da pinnacoli severi di deserto d’oriente ai piedi dei quali avvampano spume ciprigne e mareggiate immortali di stelle. <br>Ah, i dolci poeti, le mitiche anime belle create per fare da belletto all’imbecillità degli animali; infanti titani ansiosi di ultramondi nei quali smettere di balbettare per incanto, eccitati dall’idea più polverosa della storia: l’innovazione delle forme, i nuovi significati e l’invenzione puerile dei significanti. Povera gente&#33; Ignari d’essere solo per questo di gran lunga più vecchi di tutti i ricordi che hanno. Davvero nuovo è soltanto il silenzio che precede, giustifica e segue ogni possibile voce: se un poeta sapesse davvero cos’è la poesia smetterebbe di scrivere le sue fastose inezie e si metterebbe in ascolto dell’onda marina nelle conchiglie cave, un abbaglio sapiente che scaltro distoglie persino la morte. E invece nell’antro scuro galleggiando, costoro accendono fuochi fatui coi gas dei loro corpi in decomposizione – ché tutti, a parte gli aborti, siamo abortiti - e chiamano poi galassie, costellazioni e infine spirito santo quelle meschine fiammelle. <br>Invece, caro Mefistofele, non ci siamo che noi, qui, e il qui sono queste parole, qui siamo di queste parole, e abitanti disonesti dei nomi coi quali altri ci hanno battezzati. Tu, il <i>demone</i> dentro di me, io, l’anima prescelta dall’estremo, venturo perdono di Dio. Ma se il nostro futuro è la pagina scritta, un futuro indelebile, di solida letteratura, allora il nostro passato sono le tante, silenziose letture che fatali ci gravano addosso.<br>Perché allora ti ostini in richieste inutili, che nulla cambieranno mai di quanto è già scritto, e di ciò che fu letto? Perché ti pieghi, tu più gravemente di me, perché io sono in fondo tutta la povertà di un’anima, dell’anima stanca di Faust, mentre tu sei il <i>demone</i>, colui che spezza e divide, alla ripetizione incessante di un’offerta che, infine, ti negherà il successo? Perché mi reclami se sai di non poter spezzare il vincolo che mi lega alla salvezza? Perché prometti se sai che inutile sarà poi mantenere?<br>Come vedi stavolta i ruoli sono capovolti: sono io, divenuta tentatrice, che ti lusingo con impossibili parole, non ancora e mai più letterarie. E ti dico: mi avrai non per ricchezze e potere e bellissime donne, ma solo – sono stanca - per aver cancellato i miei ricordi, che sono poi anche tuoi, e con essi la predestinazione alla mia salvezza che è scritta per sempre nella sorte che noi condividiamo.<br>Ma che te ne faresti poi di un’anima senza memoria né destino eterno? Che anima sarebbe questa cosa? Un grigio carteggio di parole confuse, di pensieri stravolti. Una Babele dormiente. Un gioco indistinto senza più colpe e pene o meriti e corone. Avresti vinto, Mefistofele caro, l’involucro vuoto di un’anima sparita. Avresti – dico – perché – lo sai – se mi esaudissi, cancellandomi intorno e dentro a fondo come chiedo, svaniresti anche tu, e sparirebbe il mondo, anche l’Inferno e il Paradiso, ingoiati da ciò che non so dire, che però in quiete di noi spargerebbe un infinito di tremula luce, di limpide nebbie, di liberazione.<br>Cosa saremmo? Forse l’ombra del vuoto o note sparse del suono di tutte le poesie del mondo. Chi può dirlo?<br>Però so bene che tu, <i>demone</i> dell’anima stanca che sono, non puoi esaudire questa mia richiesta. Non puoi perché non vuol dir nulla, perché ti priva della tua missione, perché, nonostante il potere che ostenti, non puoi non genufletterti al volere della santa scrittura ed essere quel che sei pure fallendo.<br>Credimi: come vorrei che tu non fossi l’inutile <i>demone</i> di un’anima già salva&#33; <br><br>(Arte - Narrativa)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Wed, 20 Feb 2008 00:37:08 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[IL MANIFESTO DEI PERFIDI NINFETTI, di Andrea Rossetti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=34&tes=1206&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[Dissentendo da Isabella Santacroce]<br><br><br><br> <b>1.</b> Noi non vogliamo cantare nulla e in nessuna forma, perché nulla che abbia una forma è cantabile, perché ogni uomo è ontologicamente stonato come una campana: coi sentimenti nobili si abortisce ciò che è sano, coi crimini efferati si partoriscono deformità.<br><b>2.</b> Un’arte veramente distruttiva è solo quella che non costruisce niente.<br><b>3.</b> Se l’amore è dalla parte delle vittime, l’odio è dalla parte dei carnefici: a questa viziosa solidarietà, alla sindrome di Stoccolma che fonda la storia, noi rispondiamo con la cronaca infondata delle nostre eroiche masturbazioni. <br><b>4.</b> Noi affermiamo che la bellezza per essere tale non può essere anche autentica e che essa può essere colta solo da menti adeguatamente malate.<br><b>5.</b> Noi inneggiamo a tutto ciò che sparisce: alla monaca claustrale e all’ergastolano.<br><b>6.</b> Bisogna dedicarsi alla dissoluzione del corpo, della presenza, perché il pudore legittima la depravazione e viceversa. L’antitesi produce significati e i significati giustificano il potere.<br><b>7.</b> Non vi è nulla di magnifico nelle voglie: ogni azione della volontà, indipendentemente dai suoi contenuti, che ne costituiscono solo l’estetica provinciale, produce in sostanza un’inezia consolatoria a uso e consumo dei tanti uggiosi beghinaggi del vizio e della virtù.<br><b>8.</b> Noi vogliamo glorificare ogni atto che non diventa un’azione.<br><b>9.</b> Noi rinneghiamo il sociale, lo stato, la solidarietà pubblica, il lavoro e invitiamo tutti i turisti dell’esistente a togliere di mezzo il cattivo teatro delle loro ipocrite rappresentazioni in vita.<br><b>10.</b> Noi siamo indifferenti a ogni finta gioia interiore provocata dall’osservanza o dalla trasgressione dei precetti.<br><b>11.</b> Sono tutte meritevoli di disgusto quelle creature che nutrono aspirazioni temporali e fiducia nella forza della volontà, che poi tali creature siano candide o sudice è un problema vero soltanto per le lavandaie. <br><b>12.</b> Noi non perseguiamo ideali o nozioni di bellezza: la bellezza, se c’è, è insondabile, quindi estranea ai cataloghi, realistici o idealistici, compilati in bella calligrafia per i molti estetismi delle  eleganti blatte della storia. <br><b>13.</b> Fuori dal teatro noi aborriamo indistintamente i volti, i corpi, le movenze, le estetiche, il gusto, le posture, gli olezzi, le voci. <br><b>14.</b> Per noi reale e irreale costituiscono il Giano bifronte dell’unico avanspettacolo metafisico, e parimenti lo splendore e la miseria sono, come intese Honoré de Balzac, attributi consoni solo alle  cortigiane. Noi non siamo e non andiamo da nessuna parte, siamo matematica teatrale, astratti e concreti come forme modulari, enormemente simmetrici in virtù dello spazio iperbolico nel quale esistiamo. <br><b>15.</b> Per noi l’ossimoro è figura della Verità: ciò che essa è, però, interpella soltanto la nostra autodistruzione. <br><br>(Arte - Narrativa)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Mon, 11 Feb 2008 00:05:16 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[IL POETA E&#39; UN PORNOGRAFO TRISTE, di Andrea Rossetti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=34&tes=1205&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[Lettera semiseria di Narciso a Boccadoro]<br><br><br><br> Mia diletta Boccadoro,<br><br>col tempo mi sono convinto che il Santo non è colui che non pecca e che, quindi, il peccato non è la trasgressione di un precetto, come a lungo e a volte in buona fede ci è stato raccontato. Santo è, invece, chi riconosce nella sua vita una vocazione alla verità e alla libertà, che non possono essere disgiunte se non a prezzo di confondere la vita, che è un mistero spirituale, con la sopravvivenza, che è un istinto materiale. Il Santo non è necessariamente un brav’uomo, anzi potrei dirti che non lo è quasi mai: egli è piuttosto per il mondo un malato di mente, uno che non parla delle cose visibili bensì levigando le sue parole – tutte - con la lima dell’invisibile, è un logico informale, una poesia di carne, un giullare di Madonna Nullità. <br>Non è col disordine che si fa il male, credimi, ma con l’ordine coatto, sopravvivendo senza vocazione, condiscendendo ai luoghi comuni, rivendicando la libertà in forma di corale obbedienza ai precetti di una vita viziosa o virtuosa che sia.<br>Dio non è sociale, perché non è potere ma amore.<br>Un Santo non teme la propria ignoranza, anzi ne ha premurosa compassione, e sa che la rovina non può venirgli da quello che fa ma da come lo fa e perché: un uomo, infatti, non sa mai quello che fa – <i>Padre perdona loro</i> – ma è responsabile, al limite e dolorosamente, dei mezzi che usa e delle sue motivazioni. Cose diverse sono infatti fare il male e peccare: chi fa, sbaglia davvero per il solo fatto di fare, non certo per quello che fa, dal momento che il vero peccato è solo originale ed è ignoranza nel fare, giammai malvagità del fatto. Si fa il male in ordine alla responsabilità ma si pecca soltanto in ordine alla necessità. Il destino dell&#39;uomo non è tanto la morte quanto il fraintendimento: la morte non è in fondo che vita definitivamente fraintesa. Ed ecco perché, parallelamente, le recondite disarmonie - ben diverse dalle dissonanze - delle intenzioni sono rovelli tutti soggettivi, anche quando assumono vanagloriosi panni politici.<br>Quel che importa davvero, quindi, è riconoscersi ignoranti, cioè peccatori: colui che mostra non sa guardare mentre colui che guarda non sa mostrare. All&#39;incrocio di queste asinerie, di queste insufficienze, sta la <i>messa in opera</i> della poesia, sublimazione - senz&#39;opera d&#39;arte né parte - dell&#39;ignoranza.<br>Della compassione dei Santi per la propria ignoranza la parola della poesia – che non è mai comunque le parole delle poesie – è vertice e perfezione: essa consola i Santi e realizza ipotesi di mondo e di pensiero senza che queste cessino di essere insondabili. Nessuno, cara Boccadoro, sa fare poesia né sa di farla, essa guizza inattesa, sorprende e lascia attoniti, nell’ideale dolcezza che non conosce colpa perché tutte quelle possibili si arrestano incompiute, senza fiato di tempo sul quale deporsi. Perché se nel vivere, che facciamo senza sapere, siamo almeno responsabili delle nostre ragioni e dei mezzi che usiamo, la poesia ci coglie invece sommamente inetti: non solo non sappiamo ma anche non possiamo farla. Di fronte alla poesia siamo tutti soltanto ignoranti. Essa è una necessità che ci accade come un incidente, come un malanno nel quale le parole manifestano tutta la loro compassione per gli uomini. Ciò significa che se i Santi sono coloro che hanno compassione affettuosa della propria ignoranza – e in questo è perfetta letizia -, la poesia è l’essenza universale e impersonale della santità, essenza che non è mai significato raffermo ma sempre molle significazione.<br>Per questo soltanto i Santi comprendono la <i>poesia</i> che non capiscono mentre gli altri uomini hanno bisogno dei poeti e delle loro <i>poesie</i>: unità contro molteplicità.<br>Cattivo poeta, mia dolce Boccadoro, è chi pensa di nobilitare la vita di tutti con parole sue.<br>In verità non credo ci sia nulla da nobilitare - per titoli ed esami – e men che meno di nobile - per discendenza, che per definizione è sempre facile e decadente in essenza.  Quello della nobiltà è un <i>escamotage</i> del potere, il blason donato da chi guarda in bocca allo schiavo che beatifica.  Il nobile ha meno dignità del liberto, figuriamoci del libero.<br>Il buon poeta - non giusto, rammenta, né vero - è viceversa un pornografo triste. Egli è colui che si spoglia di tutte le vesti possibili. Che il re fosse nudo lo sapevamo da tempo, ma un Santo svestito  diventa un poeta, un uomo inutile, senza più alcuna dignità, che, però, dispensato finanche dalla benedizione divina delle promesse escatologiche, può finalmente sparire alla Madonna. <br>E&#39; un uomo nudo quello che sparisce alla Madonna, un uomo che non prende con sé né calzari, né borsa, né mantello e che, infine, dimentica addirittura le mutande. <br>Solo un uomo così, che fa di se stesso la nudità in catene del potere - che è fallo e, quindi, anche errore: tutto si gioca intorno al comune senso del pudore che lo vuole occulto -, paradossalmente recluso nel carcere che è il fondamento metafisico, l’assioma morale, di quel potere, può fare del proprio grido dalla prigione un linguaggio purificato, terso perché incomprensibile, e alla fine tacere cantando come fa la musica non spiegata del moto celeste dei pianeti. Si spiegano le lenzuola, le tovaglie, le vele, cara Boccadoro. Sulle parole, però, non si dorme e non si mangia, con le parole non si prende il largo: al contrario, in esse si veglia, si digiuna e si sta, naufraghi vizzi nell&#39;infinita bonaccia. Il linguaggio al di là del potere è un ultrasuono: l&#39;autentica poesia, l&#39;essenza della profezia, che Dio, nella sua infinita misericordia, ha negato agli uomini e riservato ai cani e ai pipistrelli.<br>Sì, mia amata Boccadoro, il poeta è davvero un pornografo triste: egli, da nudo, dipinge prostitute, le esibisce senza chimerico compiacimento e con piena consapevolezza. Se una prostituta, nell’essere di tutti non è in verità di nessuno (nemmeno di se stessa, dal momento che l’improprietà è il modo di stare al mondo degli espropriati per pubblica inutilità), una prostituta dipinta è l’immagine universale di questo sottrarsi al possesso, di quest’abissale mancanza di verità del suo essere disponibile. Distanza che smentisce l’avvenimento, frattura insanabile tra visione e paesaggio nella quale la tristezza del pornografo s’insinua, incontrando l’ipotesi di fuga di un galeotto. Parlo non della fuga di un corpo – lo capisci da sola - ma dell’ineffabile spirituale, forma irriducibile dell’inafferrabilità nonostante l’inseguimento formale dei secondini volenterosi.  <br>E’ una questione d&#39;insufficienza radicale: morale, logica e ontologica. L&#39;uomo nasce in galera, è un ergastolano a priori. L&#39;ergastolo è la condizione – clausola e presupposto -  dell&#39;esistenza. <br>Il triste poeta pornografo è quindi anche colui che fugge, un evaso che paga a caro prezzo il suo <i>atto</i> di rivolta. Perché se è vera l’equazione <i>uomo=ergastolano</i>, chi fugge di galera cessa prima di tutto d&#39;essere un uomo. Ed è così che, non essendo più uomo e comunque inetto per essere dio, il poeta in fuga, che si disconosce come fuggitivo e continua a vagheggiare la propria scarcerazione (l’ignoranza radicale dell’insufficiente di cui ti ho detto), sparisce alla Madonna e, come Dafne inseguita da Apollo, diviene nella sua desolazione  l&#39;essenza inquieta delle parole: <b>un attore</b>, un vuoto indicibile, un gorgo votivo che, letteralmente e mai letterariamente, s-prigiona non più il poeta, che è aborto di un ruolo, ma la poesia. <br>Egli – non te ne stupire - può dire finalmente: &quot;Non chiamatemi più, perché qualsiasi nome proprio è una menzogna, come dimostrò col paradosso il geniale Odisseo, facendosi beffe del ciclope, gigante dall&#39;occhio d&#39;argilla&quot;.<br>Ecco spiegato perché, mia dolcissima amica, mi sono sempre ben guardato dal chiamarti per nome; e mi auguro ti sia ormai chiaro anche il motivo per cui, in fondo a questa mia mai così pura lettera d’amore, tu possa liberamente adesso, senza più scrupoli e remore ma con gioia istintiva, rovesciare la storia della letteratura e onorare qui in pubblico e, spero, su di me la leggerezza fattasi  irreversibile del tuo soprannome.<br><br>Con sincera gratitudine,<br><br>tuo <br><br>Narciso<br><br><i>(segue pompino)</i> <br><br>(Arte - Narrativa)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Thu, 07 Feb 2008 17:46:05 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[PsychoSALOME&#39;, di Andrea Rossetti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=38&tes=1204&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[la sceneggiatura del mio nuovo video]<br><br><br><br> <span style='color:purple'><span style='font-size:14pt;line-height:100%'><b><i>Psycho</i>SALOME&#39;</b></span></span><br><br><i>Sceneggiatura video-teatrale liberamente ispirata alla “Salomè” e al “De profundis” di Oscar Wilde</i> <br><br><br>MASCHERA<br>Com’è bella stasera la principessa Salomè&#33;<br><br>MASCHERA<br>Guarda la terra. Ha un aspetto strano. Sembra una partoriente. Pare in cerca di figli.<br><br>MASCHERA<br>Sembra una piccola contadina entrata senza velo in un tempio. I suoi piedi sono radici che hanno smesso di danzare.<br><br>MASCHERA<br>Sembra una giovane contadina. Non si muove.<br><br>MASCHERA<br>Chi bisbiglia?<br><br>MASCHERA<br>Sono i delusi. Discutono di religione.<br><br>MASCHERA<br>Perché i delusi discutono di religione?<br><br>MASCHERA<br>Non lo so. Lo fanno di rado... Discutono della morte degli angeli.<br><br>MASCHERA<br>Buono a sapersi...<br><br>MASCHERA<br>Com’è brutta stasera la principessa Salomè&#33;<br><br>MASCHERA<br>Ma non guardarla porta disgrazia...<br><br>MASCHERA<br>E’ bellissima stasera.<br><br>MASCHERA<br>Il tetrarca pare allegro.<br><br>MASCHERA<br>No, ha un aspetto accigliato.<br><br>MASCHERA<br>Guarda qualcosa.<br><br>MASCHERA<br>Guarda qualcuno.<br><br>MASCHERA<br>Sì, con gli occhi chiusi.<br><br>MASCHERA<br>Com’è colorita la principessa Salomè. Non l’ho mai vista così colorita. Pare il riflesso di una rosa rossa in uno scudo di bronzo.<br><br>MASCHERA<br>Anche guardarla porta male...<br><br>MASCHERA<br>La regina Erodiade ha versato il vino al tetrarca.<br><br>MASCHERA<br>Il tetrarca odia il vino perché somiglia al sangue.<br><br>MASCHERA<br>Neppure gli dèi della mia terra amavano il sangue. <br><br>MASCHERA<br>Nel mio paese non ci sono più dèi, li hanno cacciati. Non rispondono più alle preghiere: io penso che ormai siano morti.<br><br>MASCHERA<br>I dottori adorano un dio che si può vedere.<br><br>MASCHERA<br>Non lo capisco.<br><br>MASCHERA<br>I dottori credono solo in ciò che possono vedere.<br><br>MASCHERA<br>Non lo capisco.<br><br>IOKANAAN<br>Colui che verrà dopo di me sarà un poeta. Fantasticando, egli prenderà come regno il mondo muto del dolore e ne sarà la voce. Sceglierà come fratelli i servi senza parola, il silenzio dei quali è udito solo da Dio. Egli diventerà l&#39;occhio dei ciechi, l&#39;orecchio dei sordi e un grido sulle bocche degli uomini dalla lingua essiccata.<br><br>MASCHERA<br>Chi è?<br><br>MASCHERA<br>Un profeta.<br><br>MASCHERA<br>Come si chiama?<br><br>MASCHERA<br>Iokanaan.<br><br>MASCHERA<br>Da dove viene?<br><br>MASCHERA<br>Dal deserto.<br><br>MASCHERA<br>Di che parla?<br><br>MASCHERA<br>Nessuno lo capisce.<br><br>MASCHERA<br>Si può vederlo?<br><br>MASCHERA<br>No, la regina Erodiade non lo permette.<br><br>MASCHERA<br>La principessa ha mostrato il suo viso da dietro il ventaglio&#33; Le sue piccole mani bianche si agitano come tortore ferite. E sembrano petali rosa.<br><br>MASCHERA<br>Non guardarla porta sventura.<br><br>MASCHERA<br>È come una farfalla smarrita... Sembra un fiore in inverno.<br><br>MASCHERA<br>Le stelle predicono sfortuna a chi la guarda.<br><br>SALOMÈ<br>Com’è bella la luna&#33; Pare una monetina. O un fiorellino d&#39;argento. E’ inutile come una vergine e bella come una sgualdrina...<br><br>IOKANAAN<br>Egli per primo predicherà agli uomini di vivere come i fiori e additerà loro i bambini come modello. La sua giustizia sarà tutta poetica: il malfattore infelice andrà in paradiso, i vignaioli di un’ora, un’ora serale addolcita dal vento, saranno pagati come quelli di un giorno assolato.<br><br>SALOMÈ<br>Chi è?<br><br>MASCHERA<br>E’ il profeta.<br><br>SALOMÈ<br>Come si chiama?<br><br>MASCHERA<br>Iokanaan.<br><br>SALOMÈ<br>Da dove viene?<br><br>MASCHERA<br>Dal deserto.<br><br>SALOMÈ<br>Di che parla?<br><br>MASCHERA<br>Nessuno lo capisce.<br><br>SALOMÈ<br>Posso vederlo?<br><br>MASCHERA<br>No, la regina non lo permette.<br><br>SALOMÈ<br>Perché è in carcere?<br><br>MASCHERA<br>Perché nessuno lo capisce.<br><br>STATUA<br>Torna al banchetto, Salomè, ti prego torna al banchetto.<br><br>STATUA<br>Se non torni ci verrà il malocchio.<br><br>SALOMÈ<br>Com’è il profeta?<br><br>MASCHERA<br>Nessuno l’ha mai visto.<br><br>IOKANAAN<br>Per lui non ci saranno leggi ma solo eccezioni, perché unico è ogni uomo e originale ogni cosa. Come tutti i poeti, egli amerà gli ignoranti. Perché nell&#39;anima di un ignorante c&#39;è molto spazio per la grandezza. Guai invece agli stupidi, specie a quelli ricolmi di educazione.<br><br>SALOMÈ<br>Che bella voce&#33; Non dovrebbe sciuparla parlando.<br><br>MASCHERA<br>E’ impossibile, principessa. Il tetrarca vuole che parli. <br><br>SALOMÈ<br>Io non voglio che parli.<br><br>MASCHERA<br>Il tetrarca vuole che parli.<br><br>SALOMÈ<br>Com’è buia e profonda la prigione del profeta&#33; E’ pauroso stare in un buco così nero&#33; Sembra <br>una tomba... Non mi avete sentita? Fatelo tacere&#33; Io non voglio che sciupi la sua bella voce.<br><br>MASCHERA<br>Non possiamo. Il tetrarca vuole che parli.<br><br>MASCHERA<br>Se lo facessimo succederebbe di certo una disgrazia.<br><br>SALOMÈ<br>Fallo per me, almeno tu. Voglio solo che taccia, questo profeta dalla bella voce. Lo farai per me, non è vero? Sono sempre stata gentile con te. Voglio solo che taccia. E domani, quando passeggerò sotto il portico degli inguaribili, lascerò cadere per te dalle mie mani un piccolo fiore. <br><br>MASCHERA<br>Principessa, io proprio non posso.<br><br>SALOMÈ<br>Domani, quando passeggerò nel salone dei disperati, io ti guarderò sorridendo attraverso il velo del mio solito pianto mattutino.<br><br>MASCHERA<br>Quanto vorrei obbedirvi, principessa Salomè...<br><br>IOKANAAN<br>Egli tratterà il peccato e il dolore in un modo che il mondo non comprenderà, come cose perfette e belle e sante. La maggior parte degli uomini non capirà. Perché bisogna andare in prigione per poter intendere. E se così è, vale davvero la pena di vivere in una galera.<br><br>SALOMÈ<br>Di chi parla?<br><br>MASCHERA<br>Nessuno lo capisce, principessa.<br><br>IOKANAAN<br>Coloro che lui salverà dai peccati, saranno salvi solo a causa di qualche bel momento vissuto. Tutto ciò che insegnerà è che ogni istante della vita dev’essere bello, che l&#39;anima dev’essere pronta per l&#39;arrivo dello sposo, in attesa della voce dell&#39;amante.<br><br>SALOMÈ<br>Di chi parla?<br><br>MASCHERA<br>Nessuno lo sa, principessa.<br><br>IOKANAAN<br>Coloro che vogliono una maschera sono poi condannati a tenerla per sempre. Quelli che desiderano essere soltanto loro stessi sanno almeno – e non è poco – che il mistero è tutto dentro di loro. Così, mentre la decisione d&#39;essere uomini migliori è frutto di una volontà superba e ipocrita, divenire più intimamente uomo è privilegio di chi ha sofferto.<br><br>SALOMÈ<br>Che bella voce&#33; Non deve sciuparla così, parlando di maschere condannate e di ipocriti superbi...<br><br>MASCHERA<br>Non cercate di capire, principessa: nessuno c’è mai riuscito.<br><br>SALOMÈ<br>La sua voce somiglia a un gioiello d’avorio tormentato dalle fiamme. Arriva a noi come tempesta trascorsa. E’ bella come una vergine e inutile come una sgualdrina.<br><br>MASCHERA<br>Non volevate che tacesse?<br><br>SALOMÈ<br>Certo, non deve sciupare parlando una voce così bella. Il destino della bellezza è il silenzio.<br><br>MASCHERA<br>Dunque volete che taccia...<br><br>IOKANAAN<br>È davvero tragico che pochi riescano a possedere la loro anima prima di morire. La maggior parte degli uomini sono degli altri uomini, pensano opinioni d’altri, le loro vite sono parodia, le loro passioni imitazione. Il male assoluto è la superficialità. Tutto ciò di cui ci si rende conto è bene.<br><br>SALOMÈ<br>Che bella voce&#33; Sembra la fine di un temporale che imbeve la terra. Ma non deve parlare, così la rovinerà...<br><br>IOKANAAN<br>Ogni creatura umana dovrebbe essere il compimento di una profezia, perché tutti dovremmo  essere l’esecuzione irripetibile di un ideale.<br><br>SALOMÈ<br>La sua voce pare un tumulto sul punto di essere sedato. Se tacesse sarebbe perfetto: nei discorsi un profeta predice il futuro, nel silenzio un poeta profetizza i ricordi.  <br><br>IOKANAAN<br>Gli uomini vivono per l&#39;amore e per l&#39;ammirazione, ma invece è per mezzo dell&#39;ammirazione e dell&#39;amore che dovrebbero vivere. Se alcuno mostra di amarci, noi dovremmo ammettere di esserne del tutto immeritevoli. Nessuno è degno d&#39;essere amato. L’amore di Dio per gli uomini ci prova che, nell&#39;ordine divino delle idee, è stabilito che un amore eterno sarà donato a chi ne é eternamente indegno.<br><br>SALOMÈ<br>Se tacesse sarebbe perfetto come le ali strappate di una farfalla o la vela appassita di una nave durante la bonaccia.<br><br>MASCHERA<br>Non ordinatemi nulla, principessa, anche se so solamente obbedire.<br><br>MASCHERA<br>Possiamo volere solo ciò che sappiamo.<br><br>SALOMÈ<br>Posso parlargli?<br><br>MASCHERA<br>No, l’ordine del Cielo è che nessuno gli parli.<br><br>MASCHERA<br>Che a nessuno lui possa parlare.<br><br>MASCHERA<br>Solo lui può parlare - da solo - altrimenti accadrebbe qualcosa di male.<br><br>MASCHERA<br>Gli astri non sono benevoli con la fantasia.<br><br>SALOMÈ<br>Io gli voglio parlare.<br><br>MASCHERA<br>Per carità, principessa, l’oroscopo dice...<br><br>MASCHERA<br>Anche se non gli parlasse, i tarocchi ci condannerebbero... <br><br>SALOMÈ<br>Iokanaan&#33;<br><br>IOKANAAN<br>Un lunghissimo istante è il soffrire. Per me il tempo non scorre e pare invece descrivere un cerchio intorno a un centro di sofferenza.<br><br>SALOMÈ<br>Ma è terribile, è terribile.<br><br>IOKANAAN<br>Tutto nella mia tragedia è stato terribile, osceno, privo di stile: lo stesso abito da prigioniero mi rende ridicolo. Sono un giullare del dolore, un pagliaccio dal cuore spezzato.<br><br>SALOMÈ<br>Iokanaan&#33; Io sono innamorata della tua voce e sono in pena per lei. La tua voce è come una battaglia ormai perduta, come l’eco dello schianto di un albero abbattuto. La tua voce è il passo di un gigante su un mantello di foglie secche. Iokanaan, lascia che io doni al silenzio la tua voce... <br><br>IOKANAAN<br>Per un prigioniero il pianto è pane quotidiano. Ma in fondo, un giorno in carcere senza pianto direbbe di un cuore raffermo, negato per sempre anche alla felicità.<br><br>SALOMÈ<br>Ma tu non mi ascolti, Iokanaan, tu parli ma non mi rispondi. Io odio la tua voce quando non dice che le tue parole. <br><br>IOKANAAN<br>Per me non c&#39;è che una stagione: quella del dolore. Sembra mi abbiano defraudato anche del sole e della luna. Fuori il cielo può essere azzurro e lucente, ma al di qua dalle sbarre di ferro della piccola finestra sotto la quale mi accuccio come un cane non filtra che una lurida luce lupa. In  cella il crepuscolo è perenne e penetra piano nel cuore.<br><br>SALOMÈ<br>Non sopporto i tuoi discorsi, Iokanaan, ma la tua voce, oh quella sì, se solo fosse libera come il vortice che scuote il vento da dentro, prima del suo frastuono&#33; Lascia che io renda silenziosa la tua voce, Iokanaan, io posso, senza spegnerla...<br><br>IOKANAAN<br>Tutto può essere cinico e volgare ma non il dolore, che è il più sensibile dei sentimenti. Nulla accade nel cuore dell’uomo cui il dolore non faccia eco con palpiti smisuratamente tragici e vivi. Ovunque c&#39;è dolore, ecco davvero quella terra è santa.<br><br>SALOMÈ<br>Tu non mi presti attenzione, profeta. Parli di terre sante, di dolore, cose che non capisco. Lascia che io faccia tacere la tua voce, Iokanaan, lascia che io faccia ammutolire la tua bocca.<br><br>MASCHERA<br>Principessa, nessuno può vederlo per ordine della regina, nessuno può parlargli per volere del Cielo. <br><br>SALOMÈ<br>Io farò ammutolire la tua bocca, Iokanaan.<br><br>IOKANAAN<br>Ora non mi rimane che l&#39;assoluta umiltà. È l&#39;ultima cosa che mi resta, e la migliore; per me è l’inizio di una vita nuova. Per prima cosa dovrò liberarmi di qualsiasi risentimento verso il mondo. Il mio futuro dovere – se mai avrò un futuro – sarà accettare tutto ciò che mi è stato fatto senza amarezza, senza sgomento, senza disgusto.<br><br>SALOMÈ <br>Smetti di parlare, Iokanaan. Il pensiero della tua bella voce dedicata al silenzio è in me un abisso, un abisso di terribili ebbrezze sonore. Se tacerai non sarai muto, Iokanaan, ma una nota indecifrabile nella musica dell’universo.  <br><br>IOKANAAN<br>In seguito dovrò imparare ad essere felice. Un tempo conoscevo o credevo di conoscere la felicità. Custodivo la primavera nel mio cuore. Ora penso alla vita in modo diverso e mi è difficile persino immaginare la felicità. Il mio nuovo mondo è il dolore e ciò che il dolore mi insegna.<br><br>SALOMÈ<br>Io farò ammutolire la tua bocca, Iokanaan.<br><br>IOKANAAN<br>Ora i soli compagni di strada che vorrei sono gli artisti e i sofferenti: gli uni sanno cos&#39;è la bellezza, gli altri cos&#39;è il dolore; tranne costoro, nessun altro m&#39;interessa.<br><br>SALOMÈ<br>Credimi, io farò tacere la tua bocca, Iokanaan.<br><br>IOKANAAN<br>Dietro il riso e la gioia ci può essere un’indole rude, dura e smaliziata. Ma dietro il dolore c&#39;è solo il dolore. L&#39;angoscia, al contrario del piacere, non si maschera mai. Per questo non c’è verità paragonabile al dolore.<br><br>SALOMÈ<br>Io libererò la tua voce, Iokanaan, la libererò dalle parole.<br><br>STATUA<br>Si è alzato il vento... e nell’aria c’è un battito d’ali, un battito d’ali smisurate. <br><br>STATUA<br>Io non lo sento.<br><br>STATUA<br>È proprio come un battito d’ali.<br><br>STATUA<br>Ti dico che non c’è niente. Tu deliri.<br><br>STATUA<br>Non sto delirando. Tu non vedi neppure che tua figlia è molto pallida. Pare malata.<br><br>STATUA<br>Io non guardo i dettagli della vita, semplicemente.<br><br>STATUA<br>Eppure il bello della vita sono gli interstizi, episodici accordi di fatti e pensieri.<br><br>STATUA<br>Tu guardi poco. E poco è male.<br><br>STATUA<br>Io guardo bene. E bene è giusto.<br><br>STATUA<br>Tu guardi soltanto mia figlia.<br><br>STATUA<br>Salomè, vieni a bere del vino con me.<br><br>SALOMÈ<br>Io non ho sete, tetrarca.<br><br>STATUA<br>Salomè, vieni a mangiare un po’ di frutta con me.<br><br>SALOMÈ<br>Io non ho fame, tetrarca.<br><br>STATUA<br>Salomè, vieni a sederti accanto a me.<br><br>SALOMÈ<br>Io non sono stanca, tetrarca.<br><br>IOKANAAN<br>Preti e dottori parlano senza misura, dicono della sofferenza che è un mistero. Sono sani di mente ma stupidi: essa, invece, è una sacra scrittura.<br><br>STATUA<br>Il profeta dovrebbe predirci il futuro.<br><br>STATUA<br>No. Conosci il volere del Cielo: solo lui può parlare - da solo - altrimenti accadrebbe qualcosa di male.<br><br>STATUA<br>Inutile è un profeta che agli umani non ha nulla da dire sul futuro.<br><br>STATUA<br>Miscredente blasfema&#33;<br><br>IOKANAAN<br>A tratti il dolore pare la sola verità. Tutto il resto può essere abbaglio della brama o dell’occhio ma non la creazione: la nascita di un bambino o di una stella sono governate dal dolore.<br><br>STATUA<br>Questo profeta è uno stupido, un malato.<br><br>MASCHERA<br>Come tutti, come tutti noi.<br><br>IOKANAAN<br>Adesso so che l&#39;amore e la sola spiegazione possibile di tutto il dolore del mondo. E se davvero il mondo è stato edificato col dolore, le mani che l’hanno formato sono quelle dell&#39;amore, perché l&#39;anima dell&#39;uomo, per cui il mondo fu creato, non poteva cogliere altrimenti il vertice della sua bellezza.<br><br>STATUA<br>Ma di che parla?<br><br>STATUA<br>Nessuno lo capisce.<br><br>STATUA<br>Dovrebbe profetizzarci il futuro.<br><br>STATUA<br>Meglio non sapere.<br><br>STATUA<br>Sì, dovrebbe predire gli eventi. <br><br>STATUA<br>Tua figlia è molto pallida.<br><br>STATUA<br>Tu la guardi, porta male.<br><br>STATUA<br>Anche non guardarla porta sfortuna.<br><br>IOKANAAN<br>Da lontano, come perla perfetta, si scorge la città di Dio. Vederla è incantevole, pare che un bimbo possa raggiungerla in un giorno d&#39;estate. Ma è diverso per me e per chi è come me.<br><br>STATUA<br>Non è solo pazzo: è anche ubriaco.<br><br>STATUA<br>Non parlare così, ci attirerai addosso qualche sventura.<br><br>STATUA<br>Un profeta dovrebbe parlarci del nostro futuro.<br><br>STATUA<br>E se non avessimo un futuro?<br><br>STATUA<br>Forse c’è, ma è soltanto banale.<br><br>STATUA<br>Salomè, danza per me.<br><br>SALOMÈ<br>Io non voglio danzare, tetrarca.<br><br>STATUA<br>Danza per me, Salomè.<br><br>SALOMÈ<br>Non ne ho voglia, tetrarca.<br><br>IOKANAAN<br>Tuttavia è qui che – se devo - prenderò lezioni d&#39;umiltà e lo farò con gioia, se i miei piedi sono sulla retta via e i miei occhi guardano alla porta santa, e ciò nonostante io debba cadere ancora molte volte nel fango e spesso smarrirmi nella nebbia.<br><br>MASCHERA<br>Il tetrarca pare allegro.<br><br>MASCHERA<br>No, ha un aspetto accigliato.<br><br>STATUA<br>Salomè, danza per me. Questa sera sono triste. Ho sentito un battere d’ali nell’aria, un battere d’ali gigantesche e così sono triste stasera. Allora danza per me, Salomè. Se danzerai per me, potrai chiedermi tutto ciò che vorrai e io te lo concederò.<br><br>SALOMÈ<br>Davvero? Mi concederai tutto ciò che vorrò, tetrarca?<br><br>STATUA<br>Sì, danza per me, Salomè. Sono allegro stasera. Io so guardare nelle fessure della vita: per questo sono contento. Nelle sue fessure la vita è veramente bella. Dunque danza per me, Salomè. Se danzerai per me, potrai chiedermi tutto ciò che vorrai e io te lo concederò.<br><br>SALOMÈ<br>Tutto ciò che vorrò?<br><br>STATUA<br>Fosse anche metà del mio regno.<br><br>SALOMÈ<br>Giura&#33;<br><br>STATUA<br>Lo giuro&#33;<br><br>SALOMÈ<br>Allora io danzerò per te, tetrarca.<br><br>IOKANAAN<br>Se, quando sarò libero, un mio amico sofferente m&#39;impedisse di partecipare al suo dolore, io ne sarei smisuratamente amareggiato. Se mi stimasse incapace e immeritevole di piangere con lui, mi infliggerebbe la mortificazione più cruenta; riterrei il suo rifiuto il modo più tremendo di avvilirmi.<br><br>MASCHERA<br>Sta per danzare.<br><br>MASCHERA<br>Sì, ecco: pochi istanti da attendere ancora...<br><br><i>(SALOMÈ danza)</i><br><br>STATUA<br>Ah sì, è stato bello. Io ho eiaculato mentre danzavi, Salomè, solo per la tua danza, senza neppure toccarmi. Ora manterrò la mia promessa...<br><br>SALOMÈ<br>Io voglio che la voce bella...<br><br>STATUA<br>Sì, dunque, vuoi tu che la voce bella...<br><br>SALOMÈ<br>...di Iokanaan...<br><br>STATUA<br>...di Iokanaan...<br><br>SALOMÈ<br>...vibri da oggi solo di silenzio.<br><br>STATUA<br>Ma ho già ordinato che parlasse.<br><br>SALOMÈ<br>Hai promesso, tetrarca.<br><br>STATUA<br>Non puoi chiedermi questo.<br><br>SALOMÈ<br>Tu hai giurato, tetrarca.<br><br>STATUA<br>Cambiare un ordine non è degno di un re, porta disgrazie.<br><br>SALOMÈ<br>Giurare il falso è molto peggio.<br><br>STATUA<br>Sii buona, Salomè...<br><br>SALOMÈ<br>Un ordine non vale un giuramento.<br><br>STATUA<br>Ti prego, Salomè...<br><br>SALOMÈ<br>Io ti chiedo che la dolce voce di Iokanaan frema da oggi soltanto di silenzio.<br><br><i>(silenzio attonito, sguardi e vento)</i><br><br>STATUA<br>Brava figlia mia: la bocca di un profeta che non ci predice il futuro è solo un’inutile bocca da sfamare.<br><br>STATUA<br>Sia fatto come chiede...<br><br>IOKANAAN<br>La società così com’è non avrà più alcun posto da offrirmi; ma la natura, le cui piogge sottili scendono teneramente sui giusti e sugli ingiusti, avrà nei suoi monti spiragli che mi offriranno riparo e valli inviolate nel silenzio delle quali potrò piangere senza distrazioni&#33; Le sue stelle appese alle pareti della notte guideranno senza inciampi il mio cammino nelle tenebre, e i suoi venti soffieranno sull’impronta dei miei passi, così che nessuno possa darmi una caccia mortale; la natura mi laverà nelle sue grandi acque e mi guarirà con le sue erbe amare.<br><br>STATUA<br>Sia fatto come chiede...<br><br><i>Iokanaan, che fin qui è stato nudo, si veste coi panni di Salomè e indossa la sua maschera e i suoi orecchini davanti a uno specchio.</i><br><br>SALOMÈ<br>Non hai voluto tacere per me, Iokanaan. Ebbene, ora lo farai. Io farò tacere la tua bocca: essa cadrà nel grande silenzio dell’universo come un frutto maturo si stacca dall’albero e precipita in terra. Io farò tacere la tua bocca, Iokanaan, la bocca di un profeta dalla voce dolce come il miele che nessuna parola, umana o divina, comprensibile o misteriosa, deve sporcare coi suoi significati. Sono umani i discorsi, Iokanaan, e divine le profezie, ma soltanto una voce meravigliosa come la tua può dire in silenzio parole che non esistono. Che non esistono e quindi sono, Iokanaan, come mai nessun uomo, come mai nessun dio. Per questo, io farò tacere la tua bocca.<br><br><i>Iokanaan fa cenno a se stesso di tacere, guardandosi riflesso nello specchio mentre indossa gli abiti di Salomè.</i><br><br>STATUA<br>Uccidete quella donna&#33;<br><br><i>(appaiono maschere e ombre)</i><br><br>STATUA<br>Uccidete quella donna&#33;<br><br><i>(appaiono maschere, ombre e rovine)</i><br><br>STATUA<br>Uccidete quella donna&#33;<br><br><i>(gocce di pianto cadono in un catino pieno d’acqua e in cielo vola l’ombra dell’angelo della morte)</i><br><br><i>Iokanaan apre l’acqua del lavabo. All’improvviso nella sua mano brilla la lama di un pugnale e si vedono sangue e acqua scorrere nello scarico.</i><br><br><b><i>FINE</i></b> <br><br>(Arte - Sceneggiatura)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Mon, 28 Jan 2008 20:25:07 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[FUGA DI MORTE di Paul Celan, di Marika Bortolami]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> Nero latte dell’alba lo beviamo la sera<br>lo beviamo al meriggio, al mattino, lo beviamo la notte<br>beviamo e beviamo<br>scaviamo una tomba nell’aria lì non si sta stretti<br><br>Nella casa c’è un uomo che gioca coi serpenti che scrive<br>che scrive in Germania la sera i tuoi capelli d’oro Margarete<br>lo scrive e va sulla soglia e brillano stelle e richiama i suoi mastini<br>e richiama i suoi ebrei uscite scavate una tomba nella terra<br>e comanda i suoi ebrei suonate che ora si balla<br><br>Nero latte dell’alba ti beviamo la notte<br>ti beviamo al mattino, al meriggio ti beviamo la sera<br>beviamo e beviamo<br>Nella casa c’è un uomo che gioca coi serpenti che scrive<br>che scrive in Germania la sera i tuoi capelli d’oro Margarete<br>i tuoi capelli di cenere Sulamith scaviamo una tomba nell’aria lì non si sta stretti<br><br>Egli urla forza voialtri dateci dentro scavate e voialtri cantate e suonate<br>egli estrae il ferro dalla cinghia lo agita i suoi occhi sono azzurri<br>vangate più a fondo voialtri e voialtri suonate che ancora si balli<br><br>Nero latte dell’alba ti beviamo la notte<br>ti beviamo al meriggio e al mattino ti beviamo la sera<br>beviamo e beviamo<br>nella casa c’è un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete<br>i tuoi capelli di cenere Sulamith egli gioca coi serpenti<br>egli urla suonate la morte suonate più dolce la morte è un maestro tedesco<br>egli urla violini suonate più tetri e poi salirete come fumo nell’aria<br>e poi avrete una tomba nelle nubi lì non si sta stretti<br><br>Nero latte dell’alba ti beviamo la notte<br>ti beviamo al meriggio la morte è un maestro tedesco<br>ti beviamo la sera e al mattino beviamo e beviamo<br>la morte è un maestro tedesco il suo occhio è azzurro<br>egli ti centra col piombo ti centra con mira perfetta<br>nella casa c’è un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete<br>egli aizza i suoi mastini su di noi ci dona una tomba nell’aria<br>egli gioca coi serpenti e sogna la morte è un maestro tedesco<br><br>i tuoi capelli d’oro Margarete<br>i tuoi capelli di cenere Sulamith<br><br><br><br><br><br><a href='http://it.wikipedia.org/wiki/Paul_Celan' target='_blank'>(Paul Celan - Wikipedia)</a> <br><br>(Risorse - Testi)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Mon, 28 Jan 2008 05:16:29 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[MORTE CIVILE DI UN ANARCHICO, di Andrea Rossetti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=34&tes=1198&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[Gramsci sottosopra]<br><br><br><br> Io odio i partigiani.<br>Partigianeria è pregiudizio, malafede, rinuncia alla critica, è vita comoda. Per questo odio i partigiani.<br>La partigianeria è la madre di tutti gli assassini e la santa patrona degli stupidi. È l’acquitrino nel quale annaspa l’onestà; è l’asino retorico che porta sulle sue spalle l’algida leggerezza del dogma e l’incantesimo che piega le schiene degli eccellenti solitari di fronte all’arroganza bofonchiante delle mandrie antropomorfe; è la religione secolare che crea l’alterigia degli dèi, unica giustificazione consolatoria dell’uomo che è libero solo di schierarsi, di combattere, da devoto, battaglie indiscutibili, irrinunciabili, irrevocabili,  di riempirsi l’anima con preghiere pubbliche scritte altrove da sacri profeti ignoti.  <br>La partigianeria è il motore della storia e dei suoi inganni. Costruisce miti di moralità e di progresso che rivestono come maschere carnascialesche i suoi quotidiani fallimenti e la miseria abominevole  delle sue millantate conquiste. E’ la superiorità morale a uso e consumo degli amorali, dei servi di tutte le ideologie, dei romantici patetici. E’ la lama che, per ordine del Nerone di turno, apre le vene dell’intelligenza prima che questa possa rendersi conto che una rivoluzione, per definizione, è un moto che torna sempre al punto di partenza. E’ l’amica migliore dell’utile idiota. <br>Quel che umilia ogni possibile esito che l’onestà e il travaglio del libero pensiero sono in grado di raggiungere è la pratica perversa della partigianeria che fa dell’altro individuo, dell’altra nazione, perfino dell’altra famiglia, altrettanti bersagli da abbattere. Davanti a un uomo libero ci sono uomini e donne, davanti al partigiano ci sono solo amici e nemici.<br>Le aberrazioni della storia sono il frutto dell’azione dei partigiani così come dell’inerzia degli indifferenti. I presenti e gli assenti della storia congiurano da sempre per escludere gli anarchici pensanti. Gli uni e gli altri si suddividono i compiti come farebbe il più accorto dei registi: i partigiani si massacrano tra loro in nome di contrapposte sicurezze mentre gli indifferenti, con la loro inoperosità beota, consentono di volta in volta alla consorteria partigiana vincitrice di dilagare, di imporre il proprio verbo, le proprie leggi, la gabbia nella quale hanno consentito che si serrasse la loro intelligenza. Le dittature sono tutte partigiane e i popoli che le subiscono sono tutti assenteisti.<br>Tutti odiano la libertà dell’anarchico, perché la libertà cerca sempre la verità - e disperatamente -  mentre la partigianeria presume di poter spacciare per verità un’ideologia, mentre l’indifferenza crede che la verità non meriti neppure la fatica della ricerca.  <br>Piccoli gruppi di partigiani determinano la storia e tutti, di volta in volta, giustificano la propria esistenza con la tirannia di altri partigiani da abbattere. I partigiani si combattono nel dinamico succedersi delle epoche ma sono tutti complici nel comporre la metafisica della storia in forma di circolo vizioso. Ogni partigiano è sostanzialmente partecipe dei delitti e dell’amoralità degli altri partigiani, anche di quelli che dice di combattere. <br>E’ l’ideologia che con la sua superbia materialistica uccide la serena umiltà spirituale del libero pensiero. Nessuna ideologia è innocente, nessuna, ebbra di molte giustificazioni di fatto, può avanzare una sola, coerente giustificazione di principio. Nessuna ideologia, nessuna partigianeria, pur millantando una natura etica e il primato morale della propria visione del mondo, è davvero in grado di sanare l’immoralità sostanzialmente imperturbabile di una sola coscienza.  <br>L’ineluttabilità delle partigianerie che sembra gravare sulla storia non è altro che un’illusione demagogica generata dall’ignoranza e dalla mancanza di un autentico coraggio anarchico di rivolta morale. Contro lo spirito e l’arroganza del gregge, dei gruppi organizzati, delle collettività, contro la tirannia del sociale e della coatta solidarietà pubblica, foglia di  fico di tutte le corruzioni e di tutti i parassiti, contro la legalizzazione e la politicizzazione del senso morale. <br>Odio i partigiani e coloro che prendono partito, che vestono una casacca e issano una bandiera, e so di dover essere crudele, di non dover sperperare il mio tempo con le loro chiacchiere moralistiche, col loro riempire le piazze come scimmie urlatrici, sento che la mia intelligenza può avere il coraggio della solitudine e il mio cuore lo slancio semplice della fraternità tra individui liberi e diversi. <br>Vivo pensando, sono un anarchico. E odio chi parteggia, odio i militanti di tutte le false giustizie. <br><br>(Arte - Narrativa)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Tue, 22 Jan 2008 21:51:53 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[grazie alla nebbia, di Stefano Caronia]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1197&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1197&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> imparare a leggere<br>l&#39;incedere e l&#39;arrivare della nebbia<br><br>la mia vita è allo sbando<br>nelle correnti ascensionali dell&#39;essere<br>una persona-processo<br><br>la nebbia<br>impedisce la visione<br>prematura dell&#39;oltre<br>il divenire sospende<br>la coscienza del trapasso<br><br>molecole senza fili<br>ignare della mia presenza<br>insabbiate<br>sepolte<br><br>velocità 70<br>coscienza inespressa<br>del tempo del mio perdono<br><br>assolto nell&#39;ombra<br>mi dispiego<br>senza ali<br><br>il prossimo passo del destino<br>non annunciato da squilli di tromba<br>(non per noi)<br><br>grazie alla nebbia io sopporto<br>mi guida una tensione interna<br>la memoria implicita automatizzata<br>si deposita in strati di stalattite<br>al ritmo di crescita di un cristallo<br><br>il destino violenta tardivo<br>chi non si riserva<br>di scegliere per tempo<br>chi non se ne ritiene in diritto<br>chi teme in se stesso l&#39;errore<br>e negli altri<br>l&#39;abbandono<br><br>il piacere come criterio di scelta<br>non rende liberi<br>la libertà rende schiavi<br>il consenso alla colpa non è sufficiente<br><br><br>21)1)2008 <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Stefano Caronia]]></author>
<pubDate>Tue, 22 Jan 2008 18:53:03 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[get well soon, di Marika Bortolami]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1196&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <br><br>bonjour finesse - rumore di tacchi sul corridoio-<br>la gente va a lavorare al mattino presto<br>ecco l&#39;uomo del martedì lava le scale<br>c&#39;è tutto un mondo che produce, esibisce, sortisce <br>strani effetti, cerca droghe, cerca appagamenti<br>i mariti sono in ostaggio dentro le tazze del caffelatte<br>tu costruisci ecomostri da farmi abbattere <br>automagicamente vuoti, automaticamente impenetrabili<br>dead man walkin&#39; -on his life of prayers-<br>aggredisci il mondo come un&#39;altalena,<br>equidistante da ogni proprio opposto<br>scrivimi dentro, scrivimi attorno, scrivimi addosso, scrivimi adesso<br>comunque sei altro, un fazzoletto di trini e pezzi<br>di tremiti di provenienza sconosciuta, piccoli animaletti seizampe muniti<br>che s&#39;affollano in sporgenze cave<br>e escono e prendono il controllo e hanno la cocciutaggine<br>di pretendere di occupare il mio spazio, il tuo spazio<br>tra album e flashback e tutte queste immagini<br>-you&#39;re my mushroom magic called hug-<br><br>*<br><br>pic1: disegno di ragazzina con -già- il seno cadente, un sorriso che non si spegne<br>nonostante tutto, ha un corpo, tu hai tutti questi corpi da esibire<br>i capelli si sciolgono sulle spalle, coprendo ali tatuate a tutta schiena<br>sovrappone i segnali di stop e le sirene<br>chiamate in tutta fretta. c&#39;è qualcuno da salvare <br>-da se stesso, preferibilmente-<br><br>pic2: un divano e due che si sovrappongono in parti uguali<br>in gambe e braccia proporzionatamente lunghe<br>e occhi azzurri e poi basta -be my angel-<br>erano una composizione che riluceva e rami di alberi <br>e due soggetti che tendevano all&#39;infinito, unificandosi,<br>due punti cardinali che convergevano in un unico baricentro<br>lei porgeva il posacenere semipieno e lui la guardava dal basso, <br>sbuffando fumo, erano completi, attorcigliati nei muscoli cardiaci,<br>e lei sorrideva e gli accarezzava i capelli  <br>nella didascalia sotto lui aveva scritto &quot;tu profumi di buono&quot;<br><br>pic3: -closeup- pagina di un libro aperto, bordi blu con copertina<br>fermo da quattro mesi -367, ottobre &#39;80-<br>&quot;Una strana vita che t&#39;inghiotte. Come un pantano.&quot;<br>Tarkovskij nella pagina accanto sorride con il figlio, la campagna russa<br>e il cane e gli alberi in fiore - la matita diventa argine e diga e oltre<br>c&#39;è un baratro invisibile, una fortificazione ingestibile<br>spartizione tra quel che si può fare e quel che non si vuole<br><br>*<br><br>scappa dove vuoi, corri da chi vuoi, fissa fino in fondo<br>fino al fondo dell&#39;ultimo bicchiere<br>sei sempre il mio capogiro <br><br><br><br> <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Mon, 21 Jan 2008 02:03:54 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[MAGNIFICO RETTORE, LE RESTITUISCO LA MIA LAUREA, di Andrea Rossetti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=28&tes=1194&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> Se in questo momento mi trovassi a Roma restituirei di sicuro la laurea conseguita anni or sono, e con un curriculum di studi che, a onor del vero, poco si sposa con la mandria di lobotomizzati  sinistrorsi che ho visto bivaccare in questi giorni nella mia sventurata Facoltà di Lettere e Filosofia, in quello che fu tra gli atenei più importanti d’Europa.<br>I deprimenti avvenimenti seguiti all’invito del Rettore a Benedetto XVI, mi spingono a fare alcune considerazioni, la prima delle quali non può che riguardare una circostanza di eclatante spudoratezza: siamo di fronte al ricatto violento e in taluni casi barricadiero di un’esigua minoranza di docenti e di studenti che, come al solito, ritenendosi depositari del verbo democratico, presumono che democrazia sia far fare agli altri ciò che vogliono loro. <br>In secondo luogo, coloro che si sono opposti alla visita di Ratzinger – mi riferisco qui ai membri del corpo docente e di sicuro non a quella schiera di villini per cimici e pulci che alcuni impavidi fideisti chiamano ancora  studenti – hanno dichiarato di farlo in considerazione della particolare sede - una cerimonia, quella dell’inaugurazione dell’anno accademico, che deve rendere esplicito l’indirizzo didattico dell’ateneo – e non con intenti di censura ideologica preventiva. Ora, pur volendo dare credito alla passione di costoro per i simbolismi cerimoniali, la spiegazione regge poco e disonora alquanto simili alati intelletti. E’ ben difficilmente sostenibile, infatti, che la presenza del Papa potesse coincidere in sostanza con una delega in suo favore circa le direttive didattiche dell’ateneo romano. Chi affermasse una cosa simile credendoci davvero si farebbe ridere dietro: utilizzare cavilli come quello dell’opportunità o della particolarità della circostanza nel contesto della liturgia accademica risulta quindi tanto utile a questi scienziati per l’occasione trasmutati in azzeccagarbugli quanto poco credibile e ozioso.<br>Il vero problema è invece il solito: la laicità della cultura intesa malamente come estromissione coatta della sfera religiosa nonché come ideologia militante di una parte. La laicità della cultura – che non è affatto sovrapponibile al concetto di “irreligiosità” della cultura medesima, ovvero a quello di “cultura laica” - è invece la sua capacità di comprendere e di costituirsi come terreno di confronto interdisciplinare e interculturale. <b>I 67 chiarissimi della “Sapienza” confondono, piuttosto pedestremente in verità, la laicità come condizione generale della cultura con la laicità come attributo particolare della medesima.</b> In altre parole, scambiano la laicità della cultura con la cultura laica. A rischio di generare in questi cicisbei di Pallade Atena un irresolubile conflitto neurosinaptico è infatti necessario ricordare che se l’università pubblica (ma non solo) dev’essere irrinunciabilmente fondata sulla laicità della cultura, essa non dev’essere affatto l’officina partigiana di una cultura laica. <br>Mi rendo conto, però, che simili concetti risultino indigesti a chi, come un certo palindromo falcemartellante (ma di altri casi del genere ce ne sono a iosa), ha per decenni imbarbarito gli studi  di italianistica dell’ateneo romano con la sua militanza politica. Mi chiedo come possa sfuggire a cotanta genialità che l’inquinamento ideologico di matrice gramsciana è a rigore un attentato alla laicità della cultura tanto quanto le forzature confessionali di natura religiosa. Tant’è, pare che sfugga.<br>L’università, in quanto luogo di confronto e di ricerca della verità, richiede a tutti, proprio in nome della laicità della cultura (e non della cultura laica che è, appunto, affare di parte, dei laici o, meglio, come direbbero gli americani, dei <i>secularists</i>), l’angosciosa pratica del dubbio virtuoso che non cancella né la fede religiosa né l’ideologia, ma sottrae loro quella rigidità che le rende a priori poco disponibili a farsi oggetto di dibattito, di scambio, d’indagine.<br>Concludo con una breve chiosa a una frase di Carlo Bernardini, ex docente di metodi matematici e tra gli ispiratori dei 67 chiarissimi rivoltosi, riportata dal <i>“Corriere della sera”</i>. Dice testualmente il professore: “Non era il caso di inaugurare l&#39;anno accademico con un&#39;autorità religiosa, perché come filosofo un credente è un po&#39; fiacchetto”. Ebbene, medium, esorcisti, maghi, Roberti Giacobbi e affini, urge che qualcuno avvisi immediatamente Pascal, Leibniz, Kierkegaard e Kant ovunque si trovino: come filosofi – ahiloro – furono fiacchetti. L’ha detto Carlo e Carlo è docente onorario. <br><br>(Teorie - Filosofia &amp; scienze umane)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Thu, 17 Jan 2008 12:06:01 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[I CADAVERI DEGLI INSERZIONISTI, di Alessandro Ansuini]]></title>
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<description><![CDATA[[da &quot;Eudemonia&quot;]<br><br><br><br> “I only stick with you<br>because there are no others”<br>Radiohead<br><br>Canto I<br>(Del disincanto)<br><br>Per gli insignificanti corpicini<br>che cadono ieratici a suolo<br>Per le tue ballerine e i gomiti<br>Maldestri che cozzano nella notte<br>Contro fronti che si trovano<br>In sospensioni d’ombra impreviste<br>Per le esecuzioni parziali per l’uomo<br>Che voleva vendermi 4 Dalì<br>In piccolo formato 10 euro, perdo<br>Tutti gli occhiali da sole un guanto alla<br>Volta lo perdo lo lascio in un bar, e così<br>Le sciarpe e tutta la mia serenità<br>Accade sempre qualcosa<br>Ma poi torna a posto<br>La schiena si torce alla sedia<br>E feroce<br>La educa e seduce.<br><br>Canto II<br>(Della volontà)<br><br>Sayonara<br>Nessuno ha visto niente<br>Erano tutti a guardare la partita a sistemare<br>Un termosifone<br>Tutti i vecchi e i bambini sono ingannati<br>Gli altri ingannano<br>Ventuno secoli di parole una sopra all’altra<br>Non sono servite a portarci<br>al barattolo della marmellata<br>Volontariamente non m’accade nulla<br>Il resto lo impongo, come dire<br>Oralmente<br>D’altronde non esiste verità<br>Che non può esser detta e una cosa<br>Per accadere ha bisogno proprio di questo.<br><br>Quando tutti radunati in massa intonano<br>Sia fatta la tua volontà<br>Stanno parlando con te.<br><br>Canto III<br>(Delle mansioni)<br><br>Non perdermi nemmeno per un secondo<br>Una fotografia che ti avviene<br>È una fotografia che accade<br>L’avventura è in questa pioggerella<br>Di tacchi sotto al balcone<br>In quella che scende alla fermata successiva<br>Dopo averti respirato vicinissima<br>Dove stanno andando tutti quanti?<br><br>Pare che abbiano urgenza di raggiungere qualcosa<br>Che sta già cercando qualche altra cosa.<br><br>Una sovrastruttura, in gergo edilizio<br>È qualcosa che metti per avverare i tuoi desideri.<br>Se pensi a cosa produci, o a quanto ti sprechi<br>Ti affondi dentro e non ti trovi più,<br>allora ti danno qualcosa da premere, qualcosa<br>da toccare, qualcosa da controllare,<br>tutte spintarelle d’eternità fasulle<br>come gettare una moneta in un abisso.<br><br>Canto IV<br>(Della circostanza)<br><br>Le correzioni e le farfalle<br>Appoggiate ai vetri delle finestre<br>Ciò che proviamo non è necessariamente<br>Quello che significa, i tassisti<br>Sono persone tranquille, la tua bruttissima<br>Poesia ha emozionato un cinquantenne chi<br>Ha paura delle metamorfosi?<br><br>Il 21esimo secolo sarà celebrato<br>Per essere la pietanza che cosse<br>Sul fuoco – verso indistinto<br>Di una tosse nervosa.<br><br>Chi ci ha anticipato soccorreva<br>Gli stessi bisogni, “La latrina<br>È una.” disse un uomo<br>Con un tono di voce molto severo<br>Di chi è parte della tragedia in corso.<br><br>Qualcosa come 200 anni fa.<br><br>E tutti quanti<br>Ci dirigemmo verso l’acqua.<br><br>Lo stiamo ancora facendo.<br><br>Canto V<br>(Dell’amore)<br><br>Proprio questa notte disse<br>Senza margine d’orrore<br>Lei le sue scarpe avevano le punte<br>Io avevo appena acquistato<br>Dodici armi sottilissime che vendevo<br>Dopo averle attaccate ai muri<br>Proprio questa notte disse lei<br>Che interpretava entrambi con un unico<br>Cuore perché questo fanno le donne<br>Si riproducono, anche quando<br>Non ti contengono<br>Ma ti sono solo attorno<br>Non c’era nessun margine il verso<br>Non si esauriva si sarebbero<br>Potute fissare ragazzine con la stessa<br>Intensità con cui si guarda un tramonto<br>Senza il bisogno di toccarlo e io e lei<br>Proprio quella notte saremmo stati<br>Certi, la nostra condizione di uovo<br>Avrebbe formato il terzo a noi<br>Ciò che componevamo da tempo<br>Con la bocca spalancata dei cani.<br><br>Le stelle ballano tutto il tempo<br>E non hanno nemmeno le mani. <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Thu, 10 Jan 2008 01:26:31 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Bite, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=1187&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> models:  Elisa + Nadja <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Thu, 10 Jan 2008 01:20:28 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[e chi altri dovevo essere?, di Marika Bortolami]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=1182&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> ... <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Wed, 19 Dec 2007 12:51:06 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[&quot;Buonanotte Signor Lenin&quot; di Tiziano Terzani, di Andrea Accorsi]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> BUONANOTTE SIGNOR LENIN di Tiziano Terzani<br>                                        ( TEA edizioni)<br><br><br>Mi ha favorevolmente  colpito, recentemente, un libro di Tiziano Terzani, l’antipatico scrittore toscano divenuto famoso per i suoi viaggi all’interno delle società e delle varie  geografie asiatiche (già defunto nel 2004).<br>Il libro s’intitola “Buonanotte Signor Lenin” edito dalla curiosa casa editrice “minore” TEA che narra le vicende in prima persona dello stesso Terzani nel corso di un viaggio che il giornalista ha intrapreso per puro piacere ma che, necessariamente diverrà lavorativo, a partire dagli angoli più remoti della Terribile Siberia, la terra che dorme, passando nelle sinistre città di quello che si usava chiamar Turkstan (compresa Samarcanda), fino alla capitale ; Mosca.<br>Siamo nell’estate del golpe “anti-perestrojka” dell’agosto del 1991, con tutto quello che un simile tragitto comporta, il volere arrivare a Mosca a tutti costi e comunque non poter fare a meno di gustarsi le città nel mezzo.<br>E’ molto complesso spiegare le ragioni della piacevolezza di questo libro: tantissimi sono gli spunti di storia e di attualità politica. Non solo una certa riflessione sul potere e sulla sua capacità di sopravvivenza a se stesso, la vampiresca metamorfosi d’un concetto in presa diretta e viva. Non solo questo profondo sospiro dei meccanismi burocratici della struttura stessa d’una società, ma anche la descrizione accurata attraverso interviste vere e foto vere dei primi vagiti d’un nazionalismo islamico; a volte naturale e millenario, altre manipolato e veicolato dal  potere stesso, che sarà decisivo poi con la fine del Novecento e con gli inizi del duemila. Terzani indaga la recrudescenza di certi islamismi del tutto tribali che rinascono, che rivedono luce, dopo la “noiosa” colata di cemento armato comunista, ma che sono presenti fin da tempi antichissimi in certe zone dell’Asia particolarmente sensibili a una  teocrazia ancestrale, una religione formata da clan e da famiglie, ma anche da scuole di traduzione, da edifici di preghiera e da tutta una serie di vecchie abitudini.<br>Sono i giorni dell’Impero che crolla, delle Statue di Lenin che vengono abbattute, degli Hotel Intourist dove fa capolino tutta una nuova fauna sociale e dei comunicati radio alla camomilla. Sono anche i giorni di un viaggio bellissimo: paesaggi e genti selvatiche, amicizie casuali nutrite da piccoli favori pratici e antipatie istintive colme di sberleffo e senso di caricatura.<br>Molto piacevole come lettura se si considera il fatto che l’intero reportage è narrato sotto forma di diario di viaggio, in cui appunto Terzani riesce felicemente a coniugare le passioni e i gusti e i piaceri personali con le riflessioni acute e assai lucide di ordine politico e economico e. sociale, ma come uno disimpegnatamene curioso o curiosamente disimpegnato, mai banale né didascalico.<br>D’altro canto resta indelebile la sensazione di un regime totalitario e di una forma di governo che è implosa e della quale non resta che buttar via le ceneri.<br>Ceneri umane, certo, nella fatale e disincantata descrizione di una fisiognomica della rassegnazione tout court. E nella spietata caricatura di una governance del tutto arroccata su burocrazie ammuffite e inutili.<br>Tutto questo, in “Buonanotte Signor Lenin” di Terzani, una bella scoperta, tutto sommato.<br><br><br> <br><br>(Risorse - Bibliografia)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Accorsi]]></author>
<pubDate>Wed, 05 Dec 2007 01:16:15 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[La più lucente corona d&#39;angeli in cielo, di Ferdinando Pastori]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=17&tes=1140&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <br><br>Nato New York nel 1961 per poi trascorrere gran parte della sua infanzia nel Connecticut, Rick Moody è sicuramente uno fra gli scrittori dotati di maggior talento  nel pur ampio panorama letterario americano. Il Washington Times lo ha definito come <i>“…quel particolare tipo di scrittore che sa fondere il rock’n’roll, Star Trek e Derrida in uno stesso racconto senza sembrare forzato”</i>.<br>Il suo successo fu consacrato proprio con l’uscita nel 1995 di una raccolta di racconti che conteneva il romanzo breve “The Brightest Ring of Angels around Heaven”, pubblicato in seguito in Italia dalla Minimum Fax con il titolo “La più lucente corona d&#39;angeli in cielo”. <br>La vicenda si svolge interamente nell’East Village, quartiere simbolo di bellezza e perdizione degli anni ottanta, e racconta in modo spietato e privo di compassione la faccia nascosta e dannata di una America che fa fatica a ritrovarsi nel “sogno “ che da sempre l’accompagna. Storie dove i personaggi si sfiorano senza incontrarsi, dove l’eroina, la solitudine, la  discriminazione e il disagio sociale sono i compagni di un viaggio che dovrebbe portare all’autodistruzione. All’annullamento di se stessi per dimenticare le occasioni sprecate, per vincere la noia o solo per lanciare un grido che finalmente qualcuno sia in grado di ascoltare. <br>I protagonisti si muovono come automi intorno al “Rudere”, un ex macello trasformato in locale sadomaso e frequentato da un campionario di perdenti che non dimentica nessuna categoria…prostitute, travestiti e transessuali, spacciatori e spogliarelliste da peep show uniti solo dal caso (<i>“…sai quanto conta il caso in queste decisioni, le decisioni su dove si va a vivere” </i>) e dal desiderio di trovare il modo più veloce per accelerare l’inevitabile discesa verso l’inferno. <br>Un romanzo che nonostante l’apparente sensazione di distacco e freddezza si rivela poetico e struggente, condotto con un ritmo deciso e incalzante e uno stile che si avvicina alla perfezione e che, come afferma Tommaso Pincio nella bellissima postfazione, <i>“…sembra scritto quasi in trance. Uno di quei felici apici che è possibile raggiungere una volta o due in tutta la vita, se si è fortunati. Ma molto fortunati”</i>.<br><br>“…<i>l’Upper East Side ha una sua solitudine, un suo isolamento, le sue occasioni perdute, le sue famiglie allo sfascio, i suoi omicidi e la sua droga e i suoi adulteri e la sua omosessualità, certo, però tutto questo è attutito. La desolazione scorre fuori dall’Upper East Side, trasportata da qualche fiume del caso, galleggia abbandonata come un sacchetto di plastica buttato via, finché non approda da qualche parte</i>”.<br><br>Rick Moody<br>La più lucente corona d&#39;angeli in cielo, 101 pagg<br>Minimum Fax (Collana “Sotterranei”)<br> <br><br>(Risorse - Bibliografia)]]></description>
<author><![CDATA[Ferdinando Pastori]]></author>
<pubDate>Sun, 11 Nov 2007 21:38:39 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[_ asimmetrica _, di Stefano Caronia]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1139&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> Incanto<br>Maledizione  e noia<br>Non è nulla, non è nulla<br>Se smarrisco il senso<br>Non è importante<br>La chiave è<br>Quanto non riesci ad accettare<br>Delle conseguenze<br>Dell’esistere<br>Quanti angoli di lamiere piegati storti<br>In luogo di una perfezione cristallina<br>Quanti arti deformi lasciano impronte<br>Disarmoniche<br>Quanto di questo continua a<br>Danneggiare<br>E genera ancora angolazioni errate<br>Come crescono cristalli abnormi <br>Attorno a un granello di polvere<br>Asimmetrica<br>Sbagliata<br>Quanto riesci ad accettare questo<br>Quando riesci ad amare<br>In questo vedere la vita<br>E non il suo tradimento<br>In questo è la chiave<br>e nella perfezione sta<br>il tradimento.<br><br>5/6/2007<br> <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Stefano Caronia]]></author>
<pubDate>Sun, 11 Nov 2007 18:17:13 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[DON GIOVANNI, di Andrea Rossetti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=38&tes=1123&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[un&#39;ouverture, due movimenti, un finale]<br><br><br><br> <span style='color:purple'><span style='font-size:14pt;line-height:100%'><b>DON GIOVANNI</b></span></span><br><br><i>o il libertino disincarnato e la fine della commedia</i><br><br><img src='http://www.teatroverdi-trieste.com/verdi2007/00.StagioneLirica0607/6.DonGiovanni/Images/Illustrazioni1a.jpg' border='0' alt='user posted image' /><br><br>Balocco capriccioso - fu Barocco e libertino - in <i>&quot;lettura di scena&quot;</i> oppure ovvero fonologia sinfonica di un’ouverture, due movimenti e chiusa, per atto-R giovan-E S-concertante, d&#39;arie borioso e assai recit<i>attivo</i>, compagni di ventura e quinta giusta (e quindi fissa).<br><br><i>Personaggi:</i><br><br>Don Giovanni<br>Anna<br>Elvira<br>Zerlina<br>Don Ottavio<br>Il Commendatore<br>Leporello seduto tra il pubblico in platea vestito da gangster<br>Masetto<br>L’Amore<br>La Morte<br>Coro fuori scena<br><br><i>La scena è divisa in tre sezioni: in profondità un muro scende dalla quinta verso la platea dividendo lo spazio in due parti, l’ una, alla destra del pubblico, priva di ulteriori spartizioni e con una sola finestra sullo sfondo, aperta sul paesaggio bucolico della “Tempesta” del Giorgione, l’altra, alla sinistra del pubblico, attraversata in lunghezza da un velo trasparente che lascia scorgere al di là la figura di Don Giovanni, in piedi dietro al leggio e illuminato da un solo sagomatore. Il pavimento, leggermente inclinato, ricorda una scacchiera, con grandi quadrati bianchi e neri. La camera di destra funge da scena per gli attori. L’Amore e la Morte siedono a una scrivania nella camera di sinistra al di qua del velo: la seconda scrive, il primo legge, i loro gesti sono sempre illuminati da una lampada da tavolo.</i><br><br><br><i><b>OUVERTURE</b></i><br><br>CORO <i>(canta da Orlando di Lasso)</i>:<br><br>Bonjour, mon coeur, <br>bonjour, ma douce vie, <br>bonjour, mon oeil, <br>bonjour, ma chère amie&#33; <br>Hé&#33; Bonjour, ma toute belle, <br>ma mignardise. <br>Bonjour, mes délices, mon amour, <br>mon doux printemps, ma douce fleur nouvelle. <br>Mon doux plaisir, ma douce colombelle, <br>mon passereau, ma gentille tourterelle&#33; <br>Bonjour, ma douce rebelle. <br><br><i>Si accende la luce nella camera velata che ospita Don Giovanni</i><br><br>DON GIOVANNI:<br><br>Forse da vecchi si teme <br>la morte siccome da infanti <br>si trema del buio.<br>Allora però fra le trame<br>di tenebra fitta non ci<br>sono che nidi di sogni,<br>immacolati o impuri,<br>ma sogni…Ché nulla<br>mai grava sul cuore dell’uomo<br>al pari di un sogno: la vita<br>letteralmente soffoca di sogni <br>e il buio li accoglie, dà loro<br>vita, indistintamente, come in un <br>carnevale feroce, rutilante<br>di ghigni osceni, d’immense,<br>infinite ali nere, di torve<br>effigi. Di giorno<br>no, i sogni di giorno non hanno<br>vigore al cospetto dei sensi<br>e della ragione, così<br>che mostrano facce gentili,<br>infine ammansiti, i dannati&#33;<br>La morte è il peggiore tra i sogni: <br>rimane lontana abbastanza<br>da noi per l’intera esistenza <br>sicché il solo modo che abbiamo<br>di esorcizzarla è<br>non pensarla, sebbene non cessi<br>di fissarci negli occhi da quel <br>suo rifugio perfetto. Poi quando <br>di avanzare decide, lo fa<br>col favore del buio ed udire <br>cupo possiamo soltanto <br>il rintocco qua e là dei suoi passi <br>sparsi, mentre inutilmente<br>sborsiamo l’affanno finale<br>nel futile sforzo ed estremo<br>di rincasare. L’uomo <br>per sua natura deve <br>temere i sogni e la morte. Ma poi<br>perché questo terrore<br>fatale che rende ogni vita<br>ugualmente bambini ogni volta<br>i vecchi? Ciò che non abbiamo<br>ci fa inorridire&#33; La vita<br>è un insaziato, immane desiderio <br>che i sensi e la ragione si<br>spartiscono equamente: i desideri<br>stanno, da fragili, farfalle dell’oriente, <br>di screziature regali, sulla grigia <br>soglia di sempre della loro<br>finale lacerazione. <br>Essi allora si fanno banali<br>come fatti qualsiasi o deformi<br>come sogni. Da bimbi si sogna<br>molto perché non si sa <br>desiderare ancora, poi però <br>ci si abitua, educati, ti fanno<br>responsabili e saggi, maturi,<br>i concubini fiacchi della noia.<br>E’ questa l’età nella quale<br>i sogni chiamiamo dolori.<br>Ma un desiderio solo <br>nessuna saggezza e dottrina <br>riesce ad ammansire: quello<br>della sopravvivenza eterna che, da vecchi, <br>ci assilla dinanzi alla vista<br>penosa dei nostri disfatti<br>volti, e nel senso assoluto<br>di un’insolubile stanchezza. <br>Intorno un avaro silenzio<br>agghiaccia vuoto, perché<br>prostituta è la morte ma che<br>si accoppia con uno soltanto<br>per volta, mai paga<br>di macabro amore e millenni<br>di tedio assassino.<br>Com’è faticoso finire,<br>sapendolo, eppure la morte <br>non è che il sogno di una vita eterna,<br>solenne nel vuoto lasciato<br>guasto dall’ultimo fumo<br>di un desiderio già dimenticato.<br>Ma io, <br>che non ho mai sognato,<br>ora, al dunque, non posso<br>nemmeno morire:<br>liberatemi almeno, vi prego,<br>dalla mia libertà…<br><br>L’AMORE:<br><br>Magari&#33; Guardatemi dunque:<br>giorno e notte a sfacchinare,<br>sopportando pioggia e vento,<br>sonno poco e cibo scarso…<br><br><i>(indica la Morte con un cenno)</i><br><br>…per non essere apprezzato&#33;<br>Se Dio fosse un gentiluomo<br>non mi avrebbe servitore<br>fatto di questa sorella&#33;<br><br><i>Cala la luce</i><br><br><i><b>PRIMO MOVIMENTO</b></i><br><br><i><b>Scena prima</b></i><br><br>CORO <i>(canta da Orlando di Lasso)</i>:<br><br>Hé, faudra-t-il que quelqu&#39;un me reproche,<br>Que j&#39;ai vers toi le cœur plus dur que roche,<br>De t&#39;avoir laissée, maîtresse,<br>Pour aller suivre le Roi,<br>Mendiant je ne sais quoi,<br>Que le vulgaire appelle une largesse ?<br>Plutôt périsse honneur, court et richesse,<br>Que pour les biens jamais je te relaisse,<br>Ma douce et belle déesse.<br><br><i>S’illumina la camera di destra e Anna entra in scena agitata</i><br><br>ANNA:<br><br>Dove sta? Nessuno speri<br>che lo lasci andare via&#33;<br><br>LEPORELLO <i>(parla sempre seduto in platea, con tono intimidatorio e cadenza partenopea)</i>:<br><br>E’ arrivata&#33; Don Giovanni<br>parla d’altro questa sera:<br>non facciamo baccagliate,<br>nessun pianto di sedotte,<br>niente donne abbandonate&#33;<br><br>ANNA:<br><br>No, che non mi spaventate<br>Leporello: gente, aiuto&#33;<br>Qui tradiscono il teatro&#33;<br><br>LEPORELLO:<br><br>E finiscila&#33; Silenzio&#33;<br>Don Giovanni continuate…<br><br><i>Entra in scena il Commendatore</i><br><br>COMMENDATORE:<br><br>Prepotenti&#33; E così mentre<br>voi parlate d’altro, noi<br>stiamo qui, disoccupati?<br>Io vi sfido, Don Giovanni&#33;<br><br>LEPORELLO:<br><br>Ma non siete mai contento&#33;<br>Voi che qui, solitamente,<br>fate una gran brutta fine,<br>questa sera non morite…<br><br>COMMENDATORE:<br><br>Meglio morto che ignorato&#33;<br>Che vergogna: il cuore cede…<br><br><i>Il Commendatore si accascia al suolo colpito da infarto</i><br><br>LEPORELLO <i>(laconico)</i>:<br><br>Ho parlato troppo presto:<br>muore per partito preso…<br><br><i>Cala la luce</i><br><br><i><b>Scena seconda</b></i><br><br><i>S’illumina la camera di sinistra</i><br><br>DON GIOVANNI:<br><br>Nel giorno che precede una corrida,<br>tempo grave di morte e di splendore,<br>Siviglia è una città contemplativa,<br>assorta alle promesse del suo seno<br>fertile e antico. Le sue strade torte<br>scorrono dolcemente verso un fondo<br>inesauribile mentre, trepidanti <br>di sole, raccolgono nel ventre <br>loro di pietra dorata l’apprensione <br>arcana in cui la festa<br>e la preghiera si negano la voce<br>l’una con l’altra e restano sospese,<br>insieme sospirando dai balconi<br>panciuti, graziosi di corolle.<br>Vagare per questa<br>grave città d’Andalusia,<br>estremo centro dell’ultima frontiera<br>che sembra soltanto <br>volere custodire l’immortale<br>costume d’essere tale,<br>è come sprofondare nelle maglie<br>irte della veglia dopo<br>un rapido sopore vespertino:<br>insinuanti resti del riposo<br>fugato resistono nel nostro,<br>al nostro ritorno alla coscienza<br>e ci lasciano, confusi, appena un poco<br>incerti ad ammirare intorno il mondo<br>tra le rovine dei sogni poco prima<br>falliti. Camminando<br>attraverso Siviglia ho sempre avuto<br>la sensazione anch’io di scivolare<br>all’infinito via verso un profondo<br>lontano, di potere<br>correre con la stessa tenerezza<br>che i passi rallenta lungo un erto<br>sentiero di montagna, liberato<br>dai comuni doveri e dagli uffici<br>dell’esserci, volutamente dominato<br>dai richiami della curiosità, smussati<br>a loro volta dalla frivolezza. <br><br><i>Cala la luce</i><br><br><i><b>Scena terza</b></i><br><br><i>S’illumina la camera di destra</i><br><br>ANNA:<br><br>Che disastro&#33; Il nostro attore<br>pare morto veramente&#33;<br><br><i>La Morte smette per un istante di scrivere e ridacchia mentre accorre Don Ottavio</i><br><br>OTTAVIO:<br><br>Sei sicura che non finga?<br><br>ANNA:<br><br>Non lo vedi? L’occhio è spento&#33;<br>Che impressione&#33; Perdo i sensi…(<i>sviene</i>)<br><br>OTTAVIO <i>(sorreggendola)</i>:<br><br>Fatti forza, amica dolce,<br>abbandonati al mio abbraccio…<br><br>LEPORELLO <i>(cinico)</i>:<br><br>…Il buono trapassa, <br>la bella s’accascia, <br>e il brutto smanaccia…<br><br>ANNA:<br><br>Tu ci devi vendicare&#33;<br>Ci hanno tutti liquidati:<br>compagnia, commedia e morto,<br>salvi sono solamente<br>Don Giovanni e Leporello<br>con quei due nuovi arrivati…<br><br>OTTAVIO:<br><br>Te lo giuro sul tuo culo&#33;<br><br>LEPORELLO:<br><br>Buona scusa per toccare…<br><br><i>Escono</i><br><br><i>Cala la luce</i><br><br><i><b>Scena quarta</b></i><br><br><i>S’illumina la camera di sinistra</i><br><br>DON GIOVANNI:<br> <br>Eccomi un anno dopo nuovamente<br>qui, assorto in ascolto dell’acqua,<br>del canto austero del fiume,<br>fiero di un’unica nota <br>sottile, tenuta sull’arrivo <br>intermittente di vaste risonanze <br>saline, che l’estro dei viandanti<br>distratti sa come ricomporre<br>e poi disfare, in pulsazioni ed onde<br>tra mare e cuore, sangue caldo<br>ed acqua fredda. Sono qui, forato <br>dunque nel costato, il giorno avanti<br>del convegno con lei: dal primo un anno<br>è già passato e ancora nel segreto,<br>solito chiasso solitario, quando<br>l’umanità, durante la corrida, <br>si trova altrove, noi ci rivedremo.<br>Al vicolo si accede discendendo<br>tre ripidi scalini che d’un tratto<br>sbucano, quasi sempre trascurati<br>da chi non vive nelle tre dimore<br>che mute ci guardano dal cieco<br>minimo grembo di questo budello.<br>Screpolata e verdastra, riconosco<br>la piccola fontana sulla quale<br>è ancora scritto in rosso <i>“quiero<br>que tù no me olvides”</i>; riconosco<br>l’onda improvvisa di frescura e l’orlo<br>di cielo chiaro ritagliato in alto<br>dai contorni dei tetti; riconosco<br>la consistenza scabra della terra<br>sotto le scarpe mie. Là in alto, in cima<br>all’ultimo piano della casa<br>gialla, scandita pigramente in tre<br>piani da larghe campiture bianche,<br>c’è il piccolo alloggio di Rosita,<br>che non conosco ancora e mi commuove<br>solo col suo discreto sovrastare<br>la mia piccola vita. Le finestre<br>sono serrate ma con qualche affanno<br>posso vedere sprazzi del colore<br>delle tende leggere. Per domani<br>è il nostro appuntamento – se non sbaglio –<br>accanto alla fontana, in questo vago<br>anfratto cittadino, che sarà<br>riposto più di adesso ed ignorato<br>per la corrida. Ancora un giorno intero&#33;<br><br><i>Cala la luce</i><br><br><i><b>Scena quinta</b></i> <br><br><i>S’illumina la camera di destra ed entra in scena Elvira che cerca Don Giovanni</i><br><br>ELVIRA:<br><br>Dove sei, perfido serpe, <br>che nemmeno insieme a me<br>che ti ho dato sempre tutto <br>- dico tutto - vuoi più fare <br>la commedia in cartellone?<br><br>LEPORELLO:<br><br>Donna casta, il ciel l’aiuta…<br><br>ELVIRA:<br><br>Senza di lui non sono,<br>senza di lui non siamo:<br>con che diritto dopo<br>averci illusi tutti<br>mi fa disoccupata?<br><br>LEPORELLO:<br><br>Casta nonché altruista…<br><br>ELVIRA:<br><br>…Volevo dire sconsolata,<br>attrice senza paga…<br><br>LEPORELLO:<br><br>…e assai sentimentale…<br>E’ giunto il tempo<br>per voi di traslocare…<br><br>ELVIRA:<br><br>Mi mettete voi alla porta<br>Leporello? Guitto brutto<br>poco adatto ai dolci abbracci<br>di un’attrice come me:<br>che cos’è, vi vendicate<br>dando calci in vece d’altri?<br><br>LEPORELLO:<br><br>Donna Elvira, Don Giovanni<br>non vi merita davvero…<br><br>ELVIRA:<br><br>Non blanditemi&#33; Pensate<br>di salvarvi con la lagna?<br><br>LEPORELLO:<br><br>Ma lasciatemi finire&#33;<br>…non vi merita davvero<br>lui nemmeno come cagna&#33;<br><br>ELVIRA <i>(esageratamente scandalizzata)</i>:<br><br>Che villano&#33; Me ne vado&#33;<br><br>LEPORELLO:<br><br>Ha capito finalmente…<br><br><i>Elvira rimane in scena ed entrano Zerlina e Masetto</i><br><br>ZERLINA:<br><br>Se non c’è più la commedia<br>non ti devo alcun rispetto:<br>sciocco, infine posso odiarti&#33;<br><br>MASETTO:<br><br>…non dovremo più sposarci&#33;<br>Oh, che gioia, che bellezza&#33;<br>Tu, fedifraga, fai schifo&#33;<br><br><i>Esce</i><br><br>LEPORELLO:<br><br>Dopo il morto, il porco e le<br>mere attrici decadute,<br>si finisce con due pazzi…<br>Don Giovanni proseguite…<br><br><i>Cala la luce</i><br><br><i><b>Scena sesta</b></i> <br><br><i>S’illumina la camera di sinistra</i><br><br>DON GIOVANNI:<br><br>Che strano: ho l’impressione<br>che il tempo si dilati in una sfera<br>nella quale il suo corso, abbandonato<br>l’andare consueto, il consumato<br>oltraggio al presente, si ripiega<br>esile a danza fino a ritornare<br>su di sé, come l’usato “c’era<br>una volta” che sempre ci distacca<br>da ogni favola, che però rimane<br>a farsi raccontare all’infinito.<br>Mi accorgo che un’anziana<br>donna andalusa <br>mi scruta dal palazzo di Rosita, <br>sbucando col viso<br>avvizzito dal buio dell’atrio:<br>le sorrido con gentilezza e un cenno<br>del capo che non ricambia, resta<br>invece a fissarmi<br>con accigliata diffidenza. E’ chiaro<br>che aspetta che me ne vada, ma <br>per ora non lo voglio, è bello stare<br>per me qui, chiuso in quello che mi pare<br>il piccolo cuore di Siviglia,<br>confortato di vuoto e una penombra<br>che fa di cielo e sole una presenza<br>lontana, ornamentale.<br>La consapevolezza d’essere guardato<br>mi spinge a fare, tuttavia, qualcosa,<br>a dare un senso a questa mia presenza.<br>Decido di bere alla fontana <br>un poco d’acqua fresca - quella strega <br>sempre osservando - ma mi avvedo <br>che senza chiasso l’anta s’è richiusa. <br><br><i>Cala la luce</i><br><br><i><b>Scena settima</b></i><br><br><i>S’illumina la camera di destra</i><br><br>LEPORELLO:<br><br>Ma ditemi Zerlina: <br>che pensate voi di me? <br>Parlo – è chiaro – come uomo…<br><br><i>(si rivolge al pubblico sussurrando)</i><br><br>E’ forse la mia sera:<br>se Masetto è fuori gioco <br>e discosto Don Giovanni<br>fa l’eunuco pensieroso… <br><br>ZERLINA:<br><br>Bello non siete o ricco<br>ma da stasera sembra<br>siate l’unico attore<br>a rimanere in scena<br>con Don Giovanni e quindi<br>un uomo di successo,<br>degno per questo almeno<br>di una proposta…<br><br>LEPORELLO <i>(al pubblico)</i>:<br><br>….E’ fatta&#33;<br><br><i>(si rivolge a Zerlina)</i><br><br>…una proposta – dite - di congresso<br>carnale…<br><br>ZERLINA <i>(furba e vezzosa)</i>:<br><br>…una proposta – dico -, <br>caro, di matrimonio…<br><br>LEPORELLO <i>(raggelato)</i>:<br><br>Ah&#33;…<br><br>ELVIRA <i>(dopo aver ascoltato e con tono infastidito)</i>:<br><br>State attento, Leporello&#33;<br>Costei adesso vi lusinga<br>ma se proprio voi volete <br>una donna da sposare<br>c’è di meglio di me al mondo?<br><br>LEPORELLO:<br><br>Ma non ero poco fa<br>brutto, guitto? E non scordate<br>che vi ho dato della cagna&#33;<br><br>ELVIRA:<br><br>…Voi venite dalla Spagna:<br>siete un uomo con il sangue<br>che vi scorre nelle vene&#33;<br>Non temete: ho perdonato…<br><br>LEPORELLO:<br><br>No, signora, equivocate:<br>se volete mi ripeto…<br><br>ELVIRA <i>(interrompendolo con fare civettuolo)</i>:<br><br>Che simpatico&#33; Burlone&#33;<br><br><i>(spazientita si rivolge a Don Giovanni)</i><br><br>Don Giovanni, non tacete&#33;<br>Continuate a raccontare…<br><br><i>Cala la luce</i><br><br><i><b>Scena ottava</b></i><br><br><i>S’illumina la camera di sinistra</i><br><br>DON GIOVANNI:<br><br>E’ giunta l’ora di pranzo, lo intuisco <br>dai suoni provenienti dall’interno<br>delle nitide case. Ma non ho<br>fretta: ricordo che incontrai Rosita<br>- è un nome a caso, da nubile, ché quello<br>vero è rimasto tra di noi non detto -<br>un anno esatto fa, per queste strade<br>di questa bianca città senza profilo,<br>dalla fuggiasca intimità sopita<br>che pur senza comprendere capivo.<br>Ero abbastanza disorientato, mi<br>mancava il conforto di qualcosa<br>da offrire agli occhi – ho sempre<br>cercato di non credere al dolore<br>d’essere un infelice – ed aspettavo<br>con ansia l’indomani, la corrida,<br>dall’indolenza del ritmo infastidito <br>del tempo. Sospiravo che Siviglia<br>mi confidasse l’enigma finalmente<br>del suo incanto diffuso, oltre il mendace<br>anonimato pio delle sue strade.<br><br><i>Cala la luce</i><br><br><i><b>Scena nona</b></i><br><br><i>S’illumina la camera di destra e rientra in scena anche Anna</i><br><br>ANNA:<br><br>Che discorsi mai mi tocca<br>di sentire&#33; Amiche care,<br>Leporello non è scemo,<br>saprà bene la sua scelta<br>fare lui tra di noi tre&#33;<br><br>LEPORELLO:<br><br>Grazie della concessione,<br>ma vedete, mie signore,<br>se il bel Paride doveva<br>solo un pomo aggiudicare,<br>è qui in palio la mia vita:<br>Leporello non è bello<br>ma nemmeno scemo e quindi –<br>non vi spiaccia – se la tiene,<br>ché non c’è bacio che valga<br>le catene di una fede:<br>voglio intera conservare<br>la mia bella libertà&#33;<br><br>ANNA:<br><br>Maschilista&#33;<br><br>ELVIRA:<br><br>…ed egoista&#33;<br><br>ZERLINA <i>(tra sé quasi compiaciuta)</i>:<br><br>Oh, però&#33; Com’è sprezzante…<br>io lo trovo affascinante…<br><br><i>Entra in scena Ottavio</i><br><br>OTTAVIO:<br><br>Anna, credetti<br>di poter sperare…<br><br>ANNA:<br><br>Credeste, appunto…<br>Quando eravate un uomo<br>con un’occupazione…<br><br>OTTAVIO:<br><br>E la vendetta? E il morto?<br><br>ANNA:<br><br>Che c’entra? Qui si parla<br>di sentimenti sacri:<br>l’amore, il matrimonio…<br><br>OTTAVIO:<br><br>Anche un disoccupato<br>ha i suoi bei sentimenti…<br><br>ANNA:<br><br>I vostri li conosco…<br><br>OTTAVIO:<br><br>Almeno lasciatemi aperte<br>le gambe…volevo dire<br>le porte…<br><br>ANNA:<br><br>Volete una speranza?<br><br>OTTAVIO:<br><br>Sì, la voglio&#33;<br><br>ANNA:<br><br>Allora rilevate<br>commedia e compagnia:<br>non c’è miglior vendetta<br>che farci da impresario…<br><br><i>Anche Elvira e Zerlina si voltano verso Ottavio interessate alla sua risposta</i><br><br>OTTAVIO <i>(sorpreso dall’attenzione delle tre donne diventa sussiegoso)</i>:<br><br>E se lo faccio poi…<br><br><i>Anna, Elvira e Zerlina lo cingono intorno</i><br><br>ANNA, ELVIRA E ZERLINA <i>(ammiccanti)</i>:<br><br>Già, se lo fate poi…<br><br><i>Cala la luce</i><br><br><i><b>Scena decima</b></i><br><br><br>LA MORTE <i>(all’Amore)</i>:<br><br>Che noia i commedianti:<br>fingono te, danno a vedere<br>me, riparati da una coltre d’aria <br>di discorsi apparenti…<br><br>L’AMORE:<br><br>Ma destino peggiore è – sai - quello<br>degli uomini veri, <br>ai quali per nascita tocca <br>recitare l’amore durante<br>la vita dovendo alla fine <br>morire davvero…<br><br><i>S’illumina la camera di sinistra</i><br><br>DON GIOVANNI:<br><br>Mangiando bianche mandorle pensavo<br>e ripensavo, discendendo ancora,<br>scendendo sempre, perché<br>qui, appunto, davvero non si può<br>che senza sosta scendere, finché<br>di fianco mi passò lei con due ceste<br>colme di cibo strette nelle mani.<br>Alta poco meno<br>di me, con una veste blu –<br>sipario breve alle caviglie belle<br>da danzatrice – e spire saracene<br>pendenti di capelli mori<br>che con disordinata compostezza<br>cadevano in basso tra le tempie<br>e le guance, sopra le spalle; neri<br>e grandi, gli occhi in due bagliori densi<br>tagliavano la nitida corrente <br>di luce che saliva dalle labbra.<br>Un rapido fluire levantino<br>fu nei miei pressi quello del suo corpo,<br>tale però da allontanare<br>la leggerezza di pensieri in forma<br>di sensazioni, come se la vita<br>mia riprendesse corpo, ritornando<br>a farsi terrena, recintata<br>di mondo, per la scia raggiante<br>del suo profumo viola di lavanda.<br>Lei si fermò un istante e solamente <br>con uno sguardo crespo di languore,<br>senza mai nulla consentire a niente<br>di troppo forte e con la confidenza<br>di un cauto vizio, mi guardò attraverso.<br>Io la fissavo e mi giustificai<br>con l’invenzione di una somiglianza<br>con un’amica. Replicò che no,<br>non dovevo spiegarmi e a camminare<br>riprese come spiga<br>matura di grano. La sua voce<br>era paziente, lunga, risentiva<br>di una vaga stanchezza e riposava<br>sulla soglia del canto, con gentile<br>tremore. Le chiesi se voleva<br>aiuto per le ceste; rifiutò;<br>perseverai con rigida innocenza<br>e infine ottenni il peso di un canestro<br>e – seguimi&#33; – in un cenno.<br><br><i>Cala la luce</i><br><br><i><b>Scena undicesima</b></i><br><br><i>S’illumina la camera di destra nella quale è rimasta solo Zerlina</i><br><br>ZERLINA <i>(sottovoce e guardinga)</i>:<br><br>Leporello, avete visto?<br>E’ bastata una promessa<br>vaga di quel truce Ottavio<br>per portarle via da voi…<br><br>LEPORELLO:<br><br>Anna? Elvira? Che m’importa&#33;<br><br>ZERLINA:<br><br>E di me cosa pensate?<br>Di Masetto mio mi sono<br>finalmente liberata&#33;<br><br>LEPORELLO <i>(spazientito)</i>:<br><br>Beh? Godetevi la vita<br>purché non nei miei paraggi:<br>io di mogli non ho voglia&#33;<br><br>ZERLINA <i>(languida)</i>:<br><br>Oh, che splendida insolenza&#33;<br>Leporello siete un uomo:<br>insultatemi, sì, ancora,<br>ve ne prego, da voi tutto<br>sono pronta ad accettare…<br>Se vi piace anche la frusta<br>su di me potete usare,<br>come una bambina trista <br>sculacciatemi, finché,<br>resa docile e obbediente,<br>io vi sappia, umile, amare.<br><br>LEPORELLO (<i>tra sé</i>):<br><br>Sveglia assai non è mai stata<br>ma ora è proprio rimbambita…<br><br>ZERLINA (<i>sottovoce al pubblico</i>):<br><br>Scema non sono davvero:<br>ho due piedi per due scarpe,<br>una chiamo Leporello,<br>l’altra Ottavio: hai visto mai?<br><br><i>Entra in scena Masetto</i><br><br>MASETTO (<i>titubante</i>):<br><br>Io mi sento un po’ confuso,<br>non ho più niente da fare,<br>non so più chi corteggiare…<br><br>LEPORELLO:<br><br>Non vi vengano idee strane&#33;<br><br>MASETTO (<i>s’illumina</i>):<br><br>Potrei fare un bel balletto…<br><br>LEPORELLO:<br><br>Ma curatevi, Masetto…<br>Io, per evitare il peggio,<br>faccio chiudere il sipario…<br><br><i>Sipario</i><br><br><i><b>SECONDO  MOVIMENTO</b></i><br><br><i><b>Scena prima</b></i><br><br>CORO <i>(canta da Adrian Willaert)</i>:<br><br>Madonn’io non lo so perché lo fai,<br>che me ti mostri in tutto scorrucciata.<br>Perché sei così ingrata<br>se sai per te son cieco?<br>Dolor sta sempre meco.<br>O dio famme ne scir da tanti guai<br>ca non gin camparaggio un’altra fiata.<br>Perché sei così ingrata<br>se sai per te son cieco?<br>Dolor sta sempre meco.<br>O mora o camp’ hormai non me ne curo<br>sto mondo latr’ e fatto a chi ha ventura.<br>Perché sei così ingrata<br>se sai per te son cieco?<br>Dolor sta sempre meco.<br><br><i>La luce punta in platea su Leporello</i><br><br>LEPORELLO:<br><br>Don Giovanni non ne siate<br>rattristato ma stasera<br>è per me l’ultima volta<br>che in teatro vi accompagno.<br>Sarà strano ma mi accorgo,<br>per la prima volta invero,<br>che è un cunicolo la vita<br>che scaviamo abbandonando<br>qui esistenze, là occasioni,<br>territori inesplorati, <br>cianfrusaglie da soffitta<br>che nemmeno il Paradiso -<br>se c’è - ci restituirà.<br>Rassegnati giocatori<br>noi puntiamo sulla ruota<br>del dio tempo tutta intera<br>l’ovvia borsa della vita<br>e poi da perdenti usciamo<br>sempre, appena fatta sera… <br>Per questo voglio rapinarmi, oziare<br>da ladro del mio tempo, non avere<br>nulla da fare, sperperare in niente<br>la vita fioca di vuoto su pensieri<br>futili, da poco…<br>Ma per stasera Don Giovanni sono<br>ancora dei vostri..continuate…<br><br><i>La luce su Leporello si spegne e s’illumina la camera di sinistra</i> <br><br>DON GIOVANNI:<br><br>Lungo la strada che ci separava<br>dal vicolo restammo silenziosi;<br>io sbalordito per averla<br>voluta per caso, all’improvviso,<br>senza bisogno di disperazione;<br>lei avanti a me con eleganza<br>inesplicabile in cammino, quieta<br>e indisturbata dalla mia presenza,<br>come se stessimo vagabondando insieme   <br>da sempre, con due ceste e senza<br>disagio nel restare silenziosi.<br>Raggiunti i tre scalini, discendemmo<br>finalmente nel vicolo ombreggiato.<br>Tutto era compiuto, il nostro viaggio<br>corto, la nostra strada, nel suo dito<br>che mi mostrava le finestre, in alto,<br>della sua casa, e nel ringraziamento<br>leggero per l’aiuto. Mi ritrassi<br>dicendo che volevo rivederla;<br>sorrise nel suo viso luminoso<br>per un discreto velo di sudore,<br>mi sottrasse la cesta e con un cenno<br>mi lasciò per la strada ad aspettare.<br>Di corsa s’infilò nel suo portone<br>e ne uscì poco dopo con lo stesso<br>passo, che mi sembrò scandito<br>da una ripida gioia forestiera,<br>un ritmo dispari e blando<br>di vuoto e di Dio, che sorridendo<br>infelice gustai, vano compagno<br>del mondo, con lo sguardo stanco<br>ma largo di chi sa bene in cuore<br>che non vale la pena<br>nemmeno di chiedere aiuto <br>se vera è la vita e non un sonno<br>modesto. Mi piaceva molto,<br>non solo d’aspetto, per il suo<br>muoversi musicale, per la voce<br>corposa e squillante, soprattutto <br>però per gli ostacoli che<br>non aveva frapposto alla nostra<br>conoscenza invisibile, che<br>restarono appesi alla mia<br>più smarrita abitudine. Mi fece<br>l’offerta – per sdebitarsi disse – <br>di un bicchiere di vino. Discorremmo<br>rapidi del mio nome, di un mio amore<br>già spento, del suo senza speranza<br>per un uomo perduto - non ricordo<br>né dove né perché -, di questo ed altro<br>parlammo contenuti<br>da una mescita piccola con stanche<br>ventole pie, sospese dalla grigia<br>capriata di legno, mentre rari<br>clienti di poche parole<br>si alternavano ai tavoli e al bancone,<br>dietro il quale viveva, allampanato<br>e basso, un uomo dallo sguardo aspro<br>che pareva invecchiare avanti e indietro<br>muovendosi, tra misere parole<br>e uguali gesti scarni, a imitazione <br>crucciata dei bersagli<br>mobili del tiro a segno.<br><br><i>Cala la luce</i><br><br><i><b>Scena seconda</b></i><br><br><i>S’illumina la camera di destra ed entra in scena Elvira</i><br><br>ELVIRA <i>(tra sé)</i>:<br><br>Questo sì che è un grosso guaio:<br>ché se Ottavio non riesce<br>a concludere il progetto<br>non avrò né un impresario<br>né nel letto Leporello,<br>troppo in fretta accantonato,<br>e il teatro mio dovrò<br>dolorosa abbandonare.<br>Che farò fuori di scena<br>io che dire solamente<br>so parole altrui, discorsi<br>scritti altrove e ricordati<br>per incanto alla salita<br>quotidiana del sipario?<br>Non c’è mai vera sorpresa<br>nel teatro: è tutto trucco<br>che dal nostro viso al mondo<br>si propaga. Bella vita<br>senza sprechi, ben lontana<br>dai miracoli di gioia,<br>dagli abissi del dolore,<br>dal trascorrere ordinario<br>della noia sopportata<br>per comune noncuranza.<br>Bella vita immacolata,<br>senza merito e peccato,<br>senza vizio né virtù,<br>bella vita di parole<br>fatte già, da riferire,<br>col suggeritore pronto<br>a nascondere la colpa<br>di smemoratezza, sola<br>debolezza dell’attore.<br><br><i>(si rivolge in direzione di Don Giovanni)</i><br><br>Don Giovanni non smettete…<br><br><i>Cala la luce a destra e s’illumina la camera di sinistra</i><br><br>DON GIOVANNI:<br><br>Poi tornammo<br>al solito vicolo e con una  <br>promessa ci congedammo: <br>un nuovo incontro -<br>questo - che aspetto con trepidazione<br>adesso (a dire il vero appuntamento<br>piuttosto strano con colei che resta<br>ancora per me priva del nome, <br>in qualche tempo ed in un certo luogo<br>intuiti soltanto ma mai detti).<br>Guardandomi con bruschi occhi diversi,<br>lei m’indicò la frase scritta in rosso<br>sulla fontana e mi spiegò che era<br>il verso di un poeta e che valeva<br>come un invito semplice, parole<br>uguali lì alle tante che gettiamo<br>nel corso della vita. Poi sparì<br>nel buio del portone e da quel giorno<br>non l’ho più vista. Tuttavia domani<br>la lontananza, che è durata un anno,<br>finalmente terminerà: sto ricercando<br>le parole da dire, scie di seta<br>distese da memorie ricciolute <br>di pensieri in filari, e posso dire<br>di sentirmi – non essendolo – felice.<br>Ritorno a casa e passo il pomeriggio<br>sbracato in grembo ad una vecchia sedia<br>a dondolo, vicino alla finestra;<br>lì scopro che il ricordo di Rosita<br>più intenso che conservo è l’orlo scuro<br>dell’abito blu, dal quale sbuca<br>la caviglia abbronzata. Inosservata,<br>dalla finestra penetra Siviglia<br>in vaghe forme che la luce vasta<br>inzucchera e colora di vibranti,<br>intense campiture, recintate<br>dalla fuga biancastra della volta<br>celeste, rapida a sfrangiarsi come<br>per una voglia languida di mare.<br>Mi lascio cullare dai segnali<br>primi del prossimo imbrunire,<br>dalla frivola pace che dilaga<br>in me. Sono tranquillo: è bello<br>dormire con la luce della sera<br>svegliandosi per quella del mattino,<br>oltrepassato il buio della notte<br>nell’estasi terrena e di coscienza<br>asciutta di un’attesa da vigilia.<br><br><i>Cala la luce</i><br><br><i><b>Scena terza</b></i><br><br><i>S’illumina la camera di destra ed Elvira è raggiunta da Anna</i><br><br>ANNA:<br><br>Nell’affanno di trovare<br>soluzioni, d’impedire<br>che finisca la commedia,<br>tutti sembrano scordare<br>che tra noi c’è stato un morto.<br>Non per lutto o carità<br>sono qui tutta sgomenta, <br>gonfia di stupore amaro;<br>malinconica del fatto<br>sono che questa mancanza<br>qui l’infanzia mia ferisce<br>e con sé la porta via.<br>Personaggi fummo, attori<br>d’ora un poi saremo, e in vita,<br>come tutti destinati<br>al fastidio di finire<br>poco a poco, pigramente,<br>prima illusi, poi distratti<br>da un sorriso casuale,<br>da bugiarde imitazioni<br>di emozioni avventurose,<br>lungo il povero cammino<br>che separa l’innocenza<br>dei bambini dalle nebbie,<br>stolte o ciniche, dei vecchi.<br><br>ELVIRA:<br><br>Che stia forse la ragione<br>qui, di questa strana sera,<br>del finale di commedia<br>nuovo che stiamo vivendo<br>sulla nostra pelle, vero?<br>Questo spiegherebbe in fondo<br>perché lei – la morte – è giunta <i>(fa un cenno verso l’altra stanza)</i><br>tra di noi per recitare…<br><br>LA MORTE <i>(senza smettere di scrivere)</i>:<br><br>Io non recito, io vivo…<br><br>L’AMORE <i>(triste)</i>:<br><br>Ed io vivo recitando…<br><br>ELVIRA <i>(a Don Giovanni)</i>:<br><br>Don Giovanni, vi ascoltiamo…<br><br><i>Cala la luce a destra e s’illumina la camera di sinistra</i><br><br>DON GIOVANNI:<br><br>Sorta è la pallida aurora<br>del giorno amato come più felice<br>di tutti gli altri, e godo nel serbare<br>tra la gente vagando per me solo<br>la causa solo mia dell’allegria.<br>Cammino a lungo, e scendo quindi verso<br>il vicolo con impazienza, vi<br>scivolo dentro mentre da lontano<br>mi giungono le grida della folla<br>accesa per la fiesta nell’arena.<br>Viceversa da qui sento persino <br>in coro le cicale ed il muggito <br>ansante dell’oceano gocciolato<br>nell’entroterra a sorsi dai vagiti<br>angelici dei venti occidentali.<br>Spingo lo sguardo sotto il cielo e scruto<br>le sue finestre, e quindi l’orologio<br>e ancora le finestre. Il tempo scorre,<br>gracile e gonfio non marcia ma sorvola<br>scrollandosi di dosso i rimasugli<br>d’uomo, raccolti trapassando il mondo.<br>Infuria in fondo a tutto la corrida <br>e lei ritarda, manca, immensamente. <br><br><i>Cala la luce</i><br><br><i><b>Scena quarta</b></i><br><br><i>S’illumina la camera di destra ed Elvira e Anna sono raggiunte da Zerlina</i><br><br>ZERLINA:<br><br>Io piuttosto che finire<br>giorno per giorno a fare <br>la vita con la vita, scelgo <br>di morire stasera…<br>Non ho paura, amici,<br>temo di più la noia,<br>la perversione spenta<br>della sopravvivenza…<br>Sterile trama è quella<br>che ci accompagnerebbe<br>nei giorni, canovaccio<br>da guitti tristi, indegno<br>persino del mestiere <br>sdrucito degli attori…<br><br>LA MORTE <i>(smettendo per un istante di scrivere)</i>:<br><br>In fondo quindi non<br>inutilmente, sono <br>arrivata fra voi…<br><br>L’AMORE <i>(sconsolato)</i>:<br><br>Io invece inutilmente<br>ci sono sempre stato,<br>come un bambino timido scordato<br>dai giochi dei compagni…<br><br>ZERLINA:<br><br>Voglio morire, sì…<br>Piuttosto che partire,<br>che andarmene da qui…<br><br>ANNA <i>(avvicinandosi)</i>:<br><br>Non scoraggiarti ancora…<br><br>ZERLINA <i>(con un sorriso)</i>:<br><br>Ma queste, amica, sono <br>forse le prime vere, coraggiose<br>battute che pronuncio al mondo:<br>è un caso sia alla fine<br>di un dolce, lungo non aver vissuto?<br>E’ morendo che scelgo<br>di nascere, se devo…<br><br>LA MORTE:<br><br>Saggio mi pare<br>abortire se stessi:<br>io – giuro - sono qui <br>per favorirvi tutti.<br><br>L’AMORE:<br><br>Io, se potessi,<br>morirei con voi…<br><br>ZERLINA:<br><br>Oh, parlate, Don Giovanni&#33;<br>Forse la vostra storia<br>sarà l’ultima che sento<br>al di qua del mio buon cuore…<br><br><i>Cala la luce a destra e s’illumina la camera di sinistra</i><br><br>DON GIOVANNI:<br><br>Io non resisto: irrompo<br>nell’atrio del palazzo e salgo rampe<br>interminabili di scale e busso<br>là dove non c’è nome, sulla sola<br>porta all’ultimo piano; sento passi<br>all’interno, finché nella fessura<br>schiusa dalla catena appare il viso<br>della vecchia di ieri che mi chiede<br>scontrosamente cosa cerco. Cerco –<br>le dico – una ragazza senza nome.<br>Mi fa capire che non sono il solo<br>alzando gli occhi al cielo, e che non pochi<br>uomini prima di me l’hanno cercata.<br>Si gira senza risposte e sui suoi passi<br>ritorna, chiama con la voce fina <br>qualcuno (lo spiraglio aperto<br>offre alla vista parte dell’interno:<br>il pavimento, il corridoio in ombra,<br>una dorata consolle e poi una stanza<br>e una finestra in fondo, a confinare<br>l’inquieto mio slancio visivo). <br>Dietro un fruscio di passi appare un uomo,<br>basso e rotondo, vispo<br>clown senza trucco, che mi oscura<br>le cose visibili, occupando<br>per intero lo spazio che si mostra<br>tra lo stipite e l’orlo della porta<br>ancora semichiusa, e mi domanda<br>come mi chiamo. Al suono del mio nome,<br>egli allarga le braccia e soddisfatto<br>sganciando la catena mi fa entrare.<br>Mi dice a lungo di lei che gli ha lasciato<br>l’appartamento vuoto all’improvviso <br>più o meno un anno fa – sa, nella vita<br>sono cose che capitano, bisogna<br>sapersi non stupire – poi diventa<br>più serio, fissandomi, e confessa<br>di avere una lettera da parte<br>della ragazza indirizzata a me.<br>Entriamo nello studio e dal cassetto<br>della sua scrivania prende una busta<br>che mi consegna sorridendo vago:<br>la vita consiste - mi sussurra -<br>nel sobrio sopravvivere alla morte<br>che ci vive nel cuore e sulla pelle.<br>Presso la porta e con la scopa in mano<br>la vecchia è alle mie spalle; lui si siede;<br>io mi avvicino alla finestra e leggo.<br><br><i>Cala la luce</i><br><br><i><b>Scena quinta</b></i><br><br><i>Resta acceso solo il lume della scrivania della Morte</i><br><br>LA MORTE <i>(legge sul suo foglio)</i>:<br><br>“Amore mio, ti chiamo<br>così perché ci siamo conosciuti <br>troppo poco per diventare amici<br>e troppo a lungo siamo già vissuti<br>per crederci soltanto conoscenti.<br>Ho smesso ormai di chiedermi perché<br>non sei venuto al nostro appuntamento<br>del giorno dopo, il giorno della fiesta.<br>Ora però se stai leggendo<br>queste mie righe sei tornato, e quindi<br>non mi hai dimenticata, forse ancora<br>mi ami, se mi hai amata veramente<br>mai. Ti amo anch’io mentre ti scrivo<br>sai? Pur essendo lontana e non sapendo<br>se mai la vita mi consentirà a ritroso<br>il viaggio verso i vuoti di memoria<br>che abbiamo abbandonati, per andare<br>con te laggiù dove le nostre vite<br>non sono state mai. Sinceramente<br>ignoro se l’appuntamento<br>che tu hai dimenticato o che hai voluto<br>dimenticare resterà per sempre<br>l’occasione mancata nostra: intanto<br>so che ti amo e voglio continuare<br>ad amarti finché tutto qui dentro<br>di me ti cercherà come fa adesso.<br>Ricordi quella frase scritta in rosso<br>sulla fontana? Amore mio, per ora<br>soltanto addio. Tua, se ti va, Rosita.”<br><br><i><b>Scena sesta</b></i><br><br><i>S’illumina la camera di destra ed Elvira, Anna e Zerlina sono raggiunte da Ottavio</i><br><br>OTTAVIO <i>(costernato)</i>:<br><br>Signore, credo proprio<br>di non avere soldi <br>per farci da impresario,<br>ho creduto…ho confidato<br>di poter essere in vita<br>chi neppure in sogno mai<br>sono stato, perché in fondo<br>sono solo un impiegato<br>sempre di parole altrui.<br>Perdonatemi, vi prego,<br>l’illusione, la speranza<br>vanitosa, chiedo scusa<br>per l’immenso mio dolore<br>di non essere nemmeno<br>più chi, pure, sono ancora<br>per finire, questa sera.<br><br>ANNA:<br><br>Questo tutti a tutti noi<br>lo dobbiamo perdonare…<br><br>ELVIRA:<br><br>Non riesco – no – a sentirmi<br>disperata, sembra tutto<br>sprofondare ed assopirsi<br>in un largo sonno osceno:<br>dolce è almeno infine, amici,<br>questa morte di commedia…<br><br>L’AMORE:<br><br>Sono io che l’amarezza<br>le sottraggo strangolando<br>la mia verosimiglianza… <br><br>OTTAVIO:<br><br>Perdonatemi, vi prego…<br><br><i>Viene abbracciato dalle tre donne</i><br><br><i>Entra in scena Masetto</i><br><br>MASETTO:<br><br>Aiutatemi, ché sono<br>un utensile smarrito:<br>potrei fare da sipario,<br>lo spirito mio masturbato<br>nel discendere e salire<br>senza fine; o da impiccato<br>potrei fare il lampadario<br>se piacesse al cielo…aiuto,<br>ve ne prego, ché da quando<br>posso odiare te, Zerlina,<br>non so più che cosa amare,<br>non so più se posso amare…<br><br>L’AMORE:<br><br>Non potete e non saprete&#33;<br><br><i>All’improvviso, dietro a tutti, appare il Commendatore</i><br><br>ANNA:<br><br>Nosferatu&#33;<br><br>ELVIRA:<br><br>Lo zombie&#33;<br><br>ZERLINA:<br><br>La mummia&#33;<br><br>OTTAVIO E MASETTO:<br><br>La resurrezione dai vivi&#33;<br><br>IL COMMENDATORE <i>(rassicurante e vestito con un completo blu e la cravatta rossa)</i>:<br><br>Niente di tutto questo,<br>amici, non temete&#33; <br>Non è il commendatore<br>che vi parla, è l’attore<br>nato dalle sue ceneri.<br>Vengo a portarvi via,<br>vi devo seppellire<br>in terra di commedia<br>così che i vostri corpi,<br>resi laggiù senz’anima, <br>quaggiù per invecchiare<br>col mio possano stare.<br><br>ANNA:<br><br>Dunque così<br>si finisce…<br><br>MASETTO <i>(urlando)</i>:<br><br>No&#33; Qui resto<br>a fare il buio&#33;<br><br><i>Si spengono tutte le luci, si alza solo quella su Don Giovanni</i><br><br><i><b>CHIUSA</b></i><br><br><i>Musica di sottofondo (Mozart)</i>	<br><br>DON GIOVANNI:<br><br>Adesso trema la mia mano un poco:<br>me ne accorgo dai lampi intermittenti<br>che scuotono la mandorla di luce<br>riverberata dal foglio sui miei sguardi <br>astratti, che, attoniti, a tentoni<br>consumo tutt’intorno. <br>Dunque mi sono presentato un anno<br>dopo all’appuntamento&#33; Lei aspettava<br>qui che tornassi solo il giorno dopo<br>del nostro primo incontro, mentre ignaro<br>guardavo la corrida. Sono vuoto<br>per lo stupore, ancora non c’è spazio<br>in me per il dolore, anche se bene<br>so che verrà a suo tempo ad essiccarmi<br>gli occhi. Però Rosita è innamorata<br>di me o mi amava almeno ingenuamente <br>mentre scriveva questo indovinando<br>che per noi due non ci sarebbe stata<br>un’occasione ancora: è una certezza<br>che dalle righe filtra, che intuisco<br>dalla sfinita densità della fiducia. <br>Che senso ha quindi l’essere stasera<br>mio qui, di un anno intero fuori tempo?<br>Anacronistica e funebre onoranza<br>è questa fedeltà alla mia promessa.<br>Potrei credere ancora, anche se senza<br>speranza, e ritornare qui ogni anno,<br>confuso dal potere del ricordo<br>di caviglie moresche germogliate<br>dai bordi di una veste blu, d’incanto.<br>Altro non ho di lei che il suo fantasma<br>ed il dolore che verrà – lo sento –<br>se ne soddisferà, fino a negargli<br>il sangue e la carne. Avrei dovuto<br>essere forse occhiuta sentinella<br>di questo luogo dove senza data<br>una viandante bella e battezzata<br>d’istinto nell’anima, aspettare?<br>E se non fossi che un visitatore<br>invece? Se l’appuntamento<br>mancato non lo fosse affatto?<br>E’ forse il mio fantasma che ha sognato<br>me stesso e i retroscena dell’amore.<br>Spettri che sognano fantasmi, versi,<br>letteratura, incontri ricamati <br>su parole diverse, sconosciute<br>al lessico noioso e famigliare.<br>All’illusione dell’appuntamento<br>trovo in attesa la memoria parca<br>di un uomo banale: sto scoprendo<br>d’essere per errore oggi chi ero<br>per sorte un anno fa. Ma ormai né quello<br>né questo sono don Giovanni&#33; Addio<br>Rosita, amore mio: solo tornando <br>ogni anno a cercarti qui, soltanto<br>venendo a questo nostro appuntamento<br>perduto, imparerò a capire cosa,<br>chi sono ancora, perché tu già sei<br>ma non esisti, ed io non posso appena<br>che ricordarti, finalmente senza<br>sognarci. E spero non me ne vorrai<br>ovunque ora tu sia, ti  prego, bella<br>rosa andalusa, se ben poca cosa<br>è questa verità del vero amore.<br><br><i>Sipario</i> <br><br>(Arte - Sceneggiatura)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Mon, 05 Nov 2007 20:23:33 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[interlaced, di Marika Bortolami]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> somewhere, cuba <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Fri, 19 Oct 2007 18:49:06 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[..., di Andrea Rossetti]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> .... <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Mon, 15 Oct 2007 18:59:58 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Charles Bukowski, di Ferdinando Pastori]]></title>
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<description><![CDATA[[“Non vi venga l’idea che io sia un poeta]<br><br><br><br> <br><b>Charles Bukowski: “Non vi venga l’idea che io sia un poeta”.</b><br><br>Charles Bukowski è universalmente conosciuto come autore di racconti, instancabile e cinico narratore di eventi legati alla squallida e ripetitiva vita quotidiana. I luoghi sono sempre più o meno gli stessi, bar, ospedali, carceri e soprattutto la strada. Protagonisti? Personaggi borderline, sempre in bilico e sul punto di cadere. Falliti, puttane, pugili suonati, ladri e barboni alcolizzati. In mezzo a loro, inconfondibile, lo stesso autore, una via di mezzo fra l’homeless e l’artista maledetto che non rinuncia mai alle sue vere passioni, donne, alcol e scommesse.<br>Tematiche e ambientazioni si ripetono anche nelle poesie e non bisogna credere al “vecchio Hank” quando afferma di non essere un poeta, perché è proprio attraverso i suoi versi che si può cercare di comprendere più a fondo la sua personalità, i suoi pensieri e il suo stile unico. Per Bukowski una poesia doveva essere scritta come una lettera e questa affermazione trova concorde anche Fernanda Pivano, con la puntualizzazione che “nello scrivere queste lettere ha uno straordinario potere evocativo, immagini personalissime e una drammatica capacità di tramare ritratti inorriditi che formano microstorie della condizione umana moderna”. <br>Le sue poesia sono scritte utilizzando il linguaggio di tutti i giorni, lo stesso che si trova nei racconti e infatti è capitato più di una volta che un componimento poetico si tramutasse in novella, quasi come se il primo non fosse altro che una bozza, un canovaccio sul quale lavorare in seguito. Una poetica, dunque, di stampo narrativo, da leggere come un racconto o una canzone, dove il testo non obbedisce a regole metriche, ma all’esigenza di raccontare comunque una storia. Non ci sono quasi mai rime, ma un incredibile senso del ritmo, una musicalità messa al servizio della composizione. <br>Ciò che emerge immediatamente dalla lettura delle sue poesie è la loro linearità e semplicità, l’immediatezza espressiva che le rende simili a fiabe metropolitane. Semplicità che, tuttavia, non deve assolutamente essere confusa con superficialità e improvvisazione, ma che è frutto di studio e riflessione. Innamorato delle parole e del loro profondo significato simbolico, Bukowski ha infatti più di una volta affermato come fosse necessario “dire le cose nel modo più semplice possibile e dire lo stesso quello che è necessario dire”, quasi un manifesto che in poche parole può felicemente riassumere lo spirito di tutta la sua produzione letteraria. Originale, magari sopra le righe, ma scrittore autentico e sempre fedele al principio di voler consegnare attraverso i suoi scritti un messaggio facilmente comprensibile. <br>Bukowski ha sempre raccontato solo ciò che passava sotto i suoi occhi (“sono una macchina fotografica e fotografo quello che vedo”) ed è per questo motivo che la sua poetica trae ispirazione dalla memoria. La sua voce diventa meno ruvida rispetto a quella adottata in prosa, carica di ironia e dolcezza al tempo stesso. Lo sguardo dolente, disincantato, ma anche affettuoso che si allunga sui suoi personaggi consegna ai lettori versi sinceri e spietati, romantici senza scivolare nel sentimentale. Regala emozioni, incanta e se le prime poesie erano più liriche, quelle successive sono diventate più dirette con uno sforzo sempre maggiore per arrivare velocemente all’obiettivo prefissato. Ogni espediente è lecito, ma sono il ritmo incalzante, l’intensità e la provocazione a fissare i paletti lungo i quali procedere. <br>Nessuno conosce con precisione il numero delle poesie scritte da Bukowski, nemmeno lui lo sapeva e quando qualcuno gli chiedeva di poter leggere le più vecchie, quelle meno conosciute, rispondeva con disarmante franchezza “…non ho alcuni dei miei primi libri. La maggior parte mi sono stati rubati da persone con cui bevevo”. <br><br><i>Una Poesia è una città<br><br>Una poesia è una città piena di strade e tombini<br>Piena di santi, eroi, mendicanti, pazzi, <br>Piena di banalità e di roba da bere, <br>Piena di pioggia e di tuono e di periodi<br>Di siccità, una poesia è una città in guerra, <br>Una poesia è una città che chiede a una pendola perché, <br>Una poesia è una città che brucia, <br>una poesia è una città sotto le cannonate<br>le sue sale da barbiere piene di cinici ubriaconi, <br>una poesia è una città dove Dio cavalca nudo<br>per le strade come Lady Godiva, <br>dove i cani latrano di notte, e fanno scappare<br>la bandiera; una poesia è una città di poeti, <br>per lo più similissimi tra loro<br>e invidiosi e pieni di rancore…</i><br><br> <br><br>(Risorse - Bibliografia)]]></description>
<author><![CDATA[Ferdinando Pastori]]></author>
<pubDate>Tue, 02 Oct 2007 23:07:34 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Enrico Cerquiglini su No Ees Tv, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=29&tes=1103&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=29&tes=1103&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Spesso la poesia italiana, muovendosi in uno scavo interiore assoluto, dimentica la realtà o, almeno, non riserva ad essa che qualche sguardo stereotipato, un accenno di realtà presuntamente oggettiva a chiudere una metafora esistenziale. Stereotipi che finiscono per annullare ogni pretesa realistica, ogni tentativo di uscire da sé (il tratto paesaggistico: cittadino o agreste, il volto dell’ “altro da sé”, gli altri viventi sono destinati a diventare specchi del proprio ego e a perdere ogni significazione più ampia). <br>La poesia di Alessandro Ansuini, e in particolare la raccolta No ees tv, muove dall’osservazione della realtà che riesce a rendere con lo scrupolo del viaggiatore disincantato usando una versificazione che rifiuta, quasi deontologicamente, la banalità, l’ovvietà. Il suo sguardo è inclemente, non ha nulla di consolatorio, coglie le scorie di un mondo che avverte la sua fine, che si manifesta in “una nebulosa di scheletri fantasma”, in uomini che lasciano “impronte sulla sabbia come granchi”, “monumenti di donne fatte a pezzi”, in cameriere sfregiate da cicatrici e non riesce ad amalgamare, se non davanti ad uno schermo che trasmette una partita del mondiale di calcio, uomini provenienti dalle culture più disparate (curdi, pakistani, polacchi). È uno sguardo che coglie e fotografa, non senza un’abile messa a fuoco, gli aspetti più estremi della globalizzazione: “Il vino è del Sudafrica – un rosé da 13 gradi”, il “surimi freddo” e il resoconto di 50 anni di viaggi-non viaggi da Philadelfia a Città del Messico, all’Iraq, a New York, al Giappone, a Madrid, fino allo Zeeland.<br>Viaggi, città che evocano e stordiscono, che riducono, complice il vino, le parole importanti a semplici apostrofi.<br>E in questo viaggio, che sembra ripercorrere tracce letterarie, la realtà è ben più prosaica di qualsiasi evocazione: nelle acque della Senna può forse apparire il fantasma ofelico di Anais Nin, ma qualcuno, che non è Henry Miller, ha vomitato sul parapetto dove inavvertitamente la polacca ha posato il braccio lasciando naufragare ogni possibile approfondimento sul “volontariato in Polonia”.<br>In questo viaggio, tra Francia, Belgio (il belgio non esiste), Olanda e Germania, Ansuini ha la possibilità di abbracciare un mondo che spazia tra un passato - “sogni di architetture naziste, aquile negli angoli” – e un presente/futuro che si manifesta in una specie di Cantatrice calva ioneschiana: “scatolette d’inglese per contenere / la carne del tedesco, del francese, / dell’italiano, del russo, scatolette / di inglese in fila alle università, / scatolette di inglese in fila ai supermercati / scatolette di inglese ammassate nei locali…”, in un teatro dell’assurdo decontestualizzante la vita, con un imperativo scritto sui bagni: “non si può mancare”. Una sorta di invito a partecipare a questa realtà sempre più devastata e lacerata.<br>L’occhio poetico di Ansuini è ben addestrato, ha viaggiato al fianco di Kerouac, il suo orecchio poetico ha partecipato al reading alla Six Gallery, ha ascoltato Ginsberg vociare The Howl, la sua poesia ha il respiro lungo, per dirla con Ginsberg: “un’ispirazione fisica e mentale di pensiero contenuta nell’elastico di un respiro” e questo lo avvicina – almeno nello stile – alla beat generation, come lo avvicina il suo modo di intendere la poesia, il suo darla in simbiosi con altre forme artistiche (musica, video, foto). <br>Non avrà vita facile la poesia di Ansuini in Italia. E di questo credo che abbia piena coscienza. La sua è una poesia che tra l’apertura e la chiusura sceglie l’apertura, la contaminazione, sceglie l’immersione all’emersione, diventa materia poetica negandosi costruzioni e costrizioni.<br><br>Enrico Cerquiglini <br><a href='http://enricocerquiglini.splinder.com/' target='_blank'>http://enricocerquiglini.splinder.com/</a> <br><br>(Teorie - Critica &amp; recensioni)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Sat, 22 Sep 2007 15:39:35 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[24 H, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1100&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> Serata mamma di ginsberg serata alveare, il delitto<br>viene dopo di tutto, i relativisti e i loro plastici<br>riversi con la testa su un fianco, quaderno di Moorgate,<br>al passaggio dell’agnello ho pianto e nascosto gli occhi<br>sotto le lenzuola – il traghettatore prende in carico<br>la fanciulla, ha la quinta casa occupata da saturno, ho sognato<br>giulio con i capelli a caschetto che pareva volesse diventare<br>una donna, tutti i fragili con le ossa bagnate li rincontro<br>fradici nei sogni che affondano e affondano con un braccio<br>osso di pollo che riaffiora per di nuovo affondare, <br>le fotografie sono la morte di mia madre - <br>a Strasburgo, dentro alla chiesa a segnare le ore <br>c’è la riproduzione della morte, come te spalancata,<br>te beltà, te sorriso fra l’inverno e il progetto d’un corpo collettivo<br>e armonioso, io barba lunga di una settimana a grattarmi <br>la schiena a liverpool street alle sette di mattina, <br>sballottato su un autobus, alle tre del pomeriggio in giacca <br>e cravatta al lavoro – ma tu non dormi mai - per una visita medica  – <br>mia madre cambiava pettinatura piuttosto spesso, <br>le piaceva ballare, celeberrima e morta ammazzata, <br>nascosta come un fungo con una testa enorme<br>a nutrirsi di muffe, sbiancata come una puttana<br>la mia capacità di –<br>assoldata dai pupazzi di zucchero che vanno<br>sciogliendosi in questa primavera che si apre<br>alla via armoniosa delle insenature e del semplice<br>riempire le insenature:<br>e goderne.<br><br>Tutta la mia capacità.<br><br>*<br> <br>achtung achtung, a babel platz<br>i libri sono in fiamme di nuovo <br>mammiferi di lusso pascolano <br>a piedi da Pankow fino a Wedding<br>sorseggiando cappuccini nella calma<br>luce di Berlino la maestra,<br>cominciamo subito col dire che la chiave<br>per questa parata selvaggia è la parola<br>variante – per non tenere misteri, e che il divano<br>sia posto vicinissimo alla gente in mezzo ai porti<br>dalla sardegna alla Cornovaglia barattando <br>cd con scarpe e libretti cuciti a mano con sciarpe<br>che scivolano dentro<br>alle pozzanghere (come pesci) che riflettono<br>palazzi e cavalli (ladylondon) nella stessa<br>identica trafittura – l’orrore ha un volume<br>generico che si riepiloga (nelle pellicole<br>di kubrick ammassate) negli scantinati<br>- plastic magical sergent pepper<br>lonely heart band – speriamo<br>che apprezziate lo show – mattinate<br>lisergiche nelle scale mobili della metropolitana <br>ascoltando blue calx degli aphex twin, Roma degrada<br>dall’alto verso il basso, le muffe, i rigattieri e gli extracomunitari<br>curano diverse malattie dell’inverno, mia amputata<br>io in questi momenti penso alla macchina<br>di tua madre che non la riconsegna<br>non la riconsegna<br>non la riconsegna ai tuoi occhi – ascolta<br>le mie parole cattedrale io ti porterò Amsterdam<br>davanti al bidet costruirò il cinema di Lipsia<br>di cui ancora non ti ho parlato lungo<br>la costa sentimentale di questa settimana nera –<br>nubifragi in Africa, a babel platz il falò<br>si alza – odore pirico per le strade –<br>la sera della festa ci strappa via i denti tu distanza<br>abbraccio e incolabile mancanza -<br>quest’attesa ha artigli che scorrono<br>lungo i fondali del mediterraneo – fibre ottiche<br>in allerta –  Bologna sotto assedio <br>si rifugia nei discorsi da vino rosso <br>nascosta dietro le costole della <br>piazzetta della pioggia – <br>dove gli strichetti neri<br>non sono stati tirati ancora via<br><br>come i manifesti moira orfei<br><br>*<br> <br><br>Così satura la penombra<br>le mani nelle tasche, quella<br>sottile linea rossa che divide<br>i pazzi dai pezzi e la scritta che urlava <br>“Vogliamo vedere le ragazze” - <br>fuori i campanelli e i quotidiani    le cliniche<br>cercavano un modo per rendersi<br>attraenti o indifferenti – la mafia degli occhi<br>che ci vuole sempre a discolparci<br>per aver troppo desiderato la mafia<br>degli occhi si rivolge a chi può dare <br>soccorso immediato e assoluzione<br>per aver solo pensato il fatto – <br>Mother Mary comes to me<br>for I’m a wicked child e volevo<br>essere buono perdendomi fra le sagome<br>delle scarpe coi tacchi duranti gli aperitivi<br>(le diapositive) troppo cortese <br>(diafane) con le cameriere sempre<br>(troppo cortese) cucire gli occhi<br>bendarsi i rami che escono dal corpo<br>non potarli<br>tornare sotto le coperte<br>dalle mie bolle<br>al sicuro con le mie bolle<br>sotto le coperte<br><br>*<br> <br><br>incarnato perfetto <br>abbiamo tutti a che fare con la luce<br>per mestiere o semplice indecenza delle<br>carni che stanno e fanno finta di<br>essere carne con gli occhi e le mani<br>sui tavolini e le gambe sotto i tavolini<br>spaventapasseri privi di ossa a suonare le bocche<br>in piedi sugli sgabelli sui marmi le polacche<br>quasi pronte per la messe – saccheggiare le risorse<br>per non trovarsi impreparati ad un corteggiamento<br>attraverso dei cavi  - la carne ci serve<br>come rappresentanza ma siamo tutti (firme<br>e) pillole, tubi che ci passano nel corpo misure<br>valicate costantemente nel petto dell’Italia<br>che muore o come Fede bloccato in Gronelandia<br>per una bufera di neve, (tre giorni, hai confermato)<br>non prendete le parole per quello che sono <br>stessi filetti stessi dentini che ci escono della gengive<br>incarnato perfetto in un corpo <br>con la cognizione<br>degli altri corpi categoria da evitare <br>per esser serviti e non faticare<br>i luoghi sono le vere persone<br>gli orologi compongono fiocchi di neve<br>la domenica in casa con la tuta le tue mani<br>l’innaffiatoio le opinioni l’abbacchio la voglia<br>di scoparti ragazzine dell’età di tua figlia la musica<br>classica 500 canali comprarti una pipa il caffè<br><br>la pausa<br><br>(la luce ti sorprende poco lucido ma)<br><br>non se ne accorgerà nessuno<br><br>(perché) <br><br>non ti guarda nessuno<br><br>*<br> <br><br>tu e quali edifici <br>mansueti nel tritare<br>perso nei momenti di lucidità<br>a fissare dettagli<br>togliatti non serve più a niente<br>“Ma che li stampano a fare i quotidiani” disse uno<br><br>- gli zingari hanno cominciato <br>a coltivare le rane –<br><br>poi piccoli appunti sul retro delle holga:<br><br>chiamare tutte le cose albero, mascella, sole<br>vendicarsi delle altre razze<br>aggredendo giocattoli<br>------------------------------<br>loro ci sono addosso mendicano attenzione<br>le bare dei ragni piccole minuziose<br>come quelle dei faraoni<br>-----------------------------<br>dolci sono i sogni e fatti di pane<br>mamme che stendono corpi negli altopiani<br>dei palazzoni di periferia a sventolare<br>---------------------------<br>cavallucci marini e sigle da supermercato<br>(a proposito dei pesci<br>voglio vivere la mia vita e anche la tua)<br><br>*<br> <br><br>testa di cazzo che se ne va come rimbaud<br>a spasso per i prati e poi si fa tirar via una gamba<br>per polemica e bastava leggerlo sui fili d’erba<br>che faceva tremare le formiche al suo passaggio<br>e anche quegli altri fenomeni, a capo chino<br>dinanzi al poeta che se n’andava in questa strada<br>o in quest’altra, per non tornare più<br><br>*<br> <br><br>beati gli empatici, i chiaroscuri e gli insinceri<br>le acque si spalancano dinanzi a loro e quella<br>storia del quadro, del tempo, ti arricciavi<br>una ciocca di capelli con un dito e correvi<br>lungo le fermate dell’autobus alle 2 del mattino<br>(no, quella non eri tu) “A proposito del tempo”<br>dicevo “Mi pare che sia tutto fermo guarda in terra,<br>fissa la terra è ferma, non si muove niente” dicevo<br>e sapevo che di non aver ragione dal punto di vista<br>dell’ape o della betulla ma “Mi sono visto in una vetrina <br>capisci mi sono visto in una vetrina” e mi ero sentito (come)<br>di respirare insieme (a te da un unico) polmone<br>guardaci al mattino da un ponte, se riesci a vedere<br>una metropolitana o una ferrovia, guardaci e dimmi<br>se tutto questo è reale, dimostramelo<br>(guarda Venezia e credici) questi fantasmi <br>mi entrano e escono dal cervello<br>entrano e escono e io continuo a vedere persone<br>di fianco a me che non ci sono un terzo e un quarto<br>nella stanza e io che mi sento da solo<br><br>e il terrore di accertarmi che lo sono.<br><br>*<br> <br><br>I fenomeni non apparvero nemmeno tanto all’improvviso,<br>gli inglesi si ubriacavano e non riuscivano nemmeno<br>a tornare a casa da una serata in un paesino di duemila anime<br>e ci si meraviglia che vengano accoltellati a Roma, succedevano<br>catastrofi ma tutto era quotidiano come sistemato, accadeva un’ora <br>e poi ne accadeva un’altra e nessuno pareva curarsi molto delle<br>cose accadute e sulle metropolitane si tenevano gli occhi bassi,<br>non si parlava sui treni, la procedura delle sedute in palestra, <br>la fabbrica, il praticantato del non agire, cambiare<br>il divano cambiare l’enorme cupa calma con qualcosa da bere,<br>ricominciare, presto o tardi dovrai dimagrire o smettere di fumare<br>o smettere di bere o smettere di confidarti – ti resta da scrivere<br>poesie mangiare pesche e dilettarti con la tua perversione favorita<br>(la mia è la contemplazione di adolescenti in paesaggi urbani)<br>così damascato così pettinato così ustionato così infinitamente <br>turbato dai frutti altrui – <br>mastica e digerisci<br>per esser masticato e digerito<br><br>(Proprio l’altro giorno mi chiedevo <br>cosa succederebbe se ipoteticamente – <br>dopo una catastrofe nucleare gli alieni<br>sbarcassero sulla terra e il primo posto<br>che visitassero fosse gardaland.<br>Mi chiedevo cosa penserebbero di noi,<br> delle ruote panoramiche,<br>del nostro gusto disneyano: <br>su marte nessuno sa giocare a carte.)<br><br>*<br> <br><br>Ti parlerò di tre ragazze polacche, una in tailleur, tacchi<br>E calze color carne (matylda), e altre due infilate<br>Sotto le coperte (monica e ?) con le loro canottiere bianche acquistate<br>A Poznam o a Katowice, tre polacche, io e una<br>Bottiglia di vino, detta così sembra bohemienne<br>(E proprio di questo volevo parlare, della distorsione<br>Dei filtri, delle lenti e della percezione, vi vorrei<br>Spiegare che non vedete nulla, basta una potente<br>Telecamera giapponese per dimostrare che non ci<br>Accorgiamo di cosa succede a un palloncino<br>Pieno d’acqua che rimbalza, o a un bicchiere<br>Che va in pezzi, gli occhi vedono pochissimo e di quel<br>Poco mentono la maggior parte e noi e le nostre parole<br>Striminzite che ci rimbombano nella testa mentre tentiamo<br>Di parlarci di rassicurarci di accarezzarci noi<br>Così tremendamente<br>Separati.)<br>Detta così sembra qualcosa di diverso come guardare<br>Una fotografia e credere che sia reale, invece le polacche<br>Camera 203, volevano che aprissi per loro una bottiglia di vino<br>Matylda ciondolava sulle caviglie sottili<br>Monica mi chiedeva di discoteche e abitudini, in italiano <br>La terza sonnecchiava nell’angolo lontano<br>Così simile alle mie endorfine<br><br>Volevate la comunicazione?<br>Eccovi un esercito di morti<br>Che parla una lingua morta:<br><br>Cristo il grido grande e gentile come una margherita balza<br>dal bordo del letto alla fine del crepuscolo, Mary la pigra <br>una mattina di domenica inarca la schiena, riceve – <br>lo abbiamo archiviato lentamente, languidly <br>nel corridoio - la sala era ampia, e silenziosa. <br>State vedendo questo <br>intrattenimento attraverso e attraverso. <br>Avete visto la vostra nascita, <br>la vostra vita e la morte; potreste ricordare tutto il resto. <br>Un riso soffocato dal ferro ha colpito <br>le nostre guance come un pugno fiacco. <br>Vuoi uscire di qui?<br>E dove vuoi andare?<br>Dall’altro lato del mattino ci sono solo pagodas, templi, mosche,<br>cravatte, stalattiti<br>non inseguire <br>ti prego le nubi disse non inseguire finché la sua fica <br>lo afferrò come una mano amichevole e calda. <br><br>(e di lui non si seppe)<br><br>Concentrazione impossibile <br><br>(lui non si seppe)<br><br>Qui vengono i comedians guardali sorriso oppure<br>guardarli ballare guardarli gesture al gesture così<br>deliberatamente asserviti - tutte le parole dissimulate -<br>le palabras sono rapide le parole assomigliano a bastoni ambulanti <br>piantale, dalle dei nomi, esse si svilupperanno - guardarli esitare così <br>flaccidamente davanti a una scelta orto poco domestica, l&#39;Islamico<br>ha liberato il mio becco al picco delle alimentazioni <br>la ragazza della O libera il vostro pettine preoccupato, mentendo preoccupata<br>lei non ha paura, è solo una bambina spaventata, sente l’odore del mio nuovo<br>collare - prosa arrogante legato in una rete della ricerca fino a se stessa<br>il relativo rapido<br>ammettere i grassi che hanno preso in prestito il ritmo <br>le donne si  radunano in cerchio per formare la cassaforte del mondo <br>per tagliare la vostra gola <br>la vita è uno scherzo <br>vostra moglie è in un fossato, tu sei morto, <br><br>la stessa barca <br><br>qui viene la Capra dell’Anima <br><br>stanno facendo uno scherzo nel nostro universo<br><br><br>*<br> <br><br>Galleria senza posa l’egitto i bloody mary<br>imbevibili l’autista con un occhio cieco,<br>welcome to the club, ragazza in gonna<br>rossa sdraiata con le gambe aperte <br>piano sequenza su un pianoforte dove una ragazza <br>inarca la schiena e con un piede schiaccia<br>un sol diesis - sei di fianco a un paralume<br>hai le mani sulla faccia, la tua casa<br>piena di libri non tuoi, scivolando<br>dal bordo del letto con la testa sull’angolo <br>la luce sghignazzante che zampilla<br>da sotto le tue gambe, la storia polacca fatta<br>di vetri rotti nella notte e papi, collana<br>di perle su una coscia la sottile peluria <br>all’interno della gamba sorpresa<br>a saltare sul letto sorpresa sotto<br>la neve a fissare un lampione rosso,<br>non prendere messaggi, bocca rossa<br>e domenica mattina, scroscio di pioggia<br>e visuale di uno scaldamuscoli, televisione<br>accesa telegiornale in tedesco ragazza nuda<br>riflessa nello specchio metti giù le armi<br>non sei sotto attacco copri le armi non sei<br>sotto attacco, alternativa sessuale<br>residuo di mosca, nella posa velenosa<br>ho scoperto di essere quilty alla 120 notte<br>di lettura e l’esilio ho scoperto di essere quilty,<br>i voyeur hanno pantofole e tossiscono <br>dentro a manine fredde fredde<br>davanti a schermi lampeggianti, il teatro<br>del viola l’angelo che perse le ali non<br>divenne necessariamente un desiderio sfocato<br>televisione rossa le tue braccia alzate le costole<br>la linea sottile linea della<br><br>l’amore moderno<br>questa stravaganza<br>no tempo meglio di niente<br><br>atteggiarsi a migliori<br><br>voler essere te<br><br>*<br><br>La carta-faccia. <br>Molto pacifico, meditazione, <br>base aerea nel deserto osservare fuori <br>i ciechi veneziani abbassare la testa<br>sotto i ponti della Città Irreale<br><br>Pellicole del maschio <br><br>Esplorazione<br><br>Conoscete l’Aderire alle fiche e ai rubinetti di d’isperazione abbiamo <br>ottenuto la nostra visione finale, dall&#39;applauso all&#39;inguine sorridendo (le ho<br>toccato una coscia e la bambina ha sorriso) <br>Le finestre mantenute noi<br>Avvolti nella placenta del guanto viola noi<br><br>Dell&#39;ora gentile del velluto e del volo noi<br><br>Della razza del piacere arabo <br><br>per la vostra casa appoggiata serica<br>come una testa<br>(mettiti un anello)<br>Di cupa calma saggezza <br>(fatti un tatuaggio)<br>avete conosciuto i pazzi <br>(santifica)<br>state facendo funzionare la nostra prigione <br>Per essere un collage della polvere <br>sulle fronti delle pareti della fiducia <br>dove eravate nella nostra ora magra? <br><br>Questi mutanti, anima-pasto per la pianta che è arata <br>Questi mutanti<br>stanno attendendo per prenderci <br>nel giardino di giuda l’eletto<br>privato di tutto l’affetto<br><br><br>*<br> <br><br>Per ogni caso di morte in estate, souvenir di guerra dai vicoli<br>ceralacca il sole lo guardavamo come fossimo sopravvissuti<br>a un evento nucleare – io e la tua partenza, <br>si riempie la tazza del chiaro - primo mattino, aeroporto<br>gli ibridi strisciano come bruchi <br>dalle lenzuola ai fondi del caffè – <br>dervisci di stracci muovono l’arianima sul soffitto, <br>i calzini, le bustine di thè lemon scented<br>s’occultano alle dita solenni –  i semafori duemila <br>chilometri sotto si mischiano all’alba, un camioncino inchioda,<br>la storia e la religione e l’alta fedeltà sfrigolano<br>sui fili elettrici attraverso lo splendore del deserto <br>e nelle colline policrome -  senza capelli grigio spento-viola <br>questa diagnosi da attribuire a un malessere dell’anima-<br>pirotecnica inventata  da bambini un tempo deliziosi <br>questa mattina, due cognomi inglesi da avvocato sulle insegne -<br>una mela verde da trovare in terra lungo un marciapiede<br>tremendamente grigio di Londra, 3 a.m. in the morning<br>tuoni, bombe e farfalle M-80, girasoli, <br>da donare alle ragazze dalle dita sottili<br>figlie di quelli tornati dalla guerra della pace<br><br><br>*<br> <br><br>polaroid:<br>scrivere un testo<br>che si intitola Milano <br>non è così affascinante se non sei<br>un islandese.<br> <br>*<br>  <br><br>“Gli itinerari” mi dicevi con quelle manine<br>piccole piccole o meglio erano le dita a sembrare<br>fragili fotocopie (delle bambine di schiele) le dita<br>con cui indicavi la strada che portava<br>fino alle porte di Kiev “Potremmo prendere un <br>autobus all’autostazione, aspettare assieme<br>a tutti quei polacchi o ciechi carichi di buste enormi<br>e andare a Brno, oppure <br>direttamente a Mosca, quanti giorni<br>ci vorranno ad arrivare a Mosca con l’autobus?”<br>dicevi e come una calcolatrice che rende<br>improvvisamente una cifra la stagione fuori<br>divenne estate per una evidente moltiplicazione di<br>odori piedi zanzare che restituiva cifre sentimentali<br>alle quali era impossibile non prestare la parte<br>anfetaminica del cervello quella <br>che ci tiene nascosta<br>la nostra plausibile morte ogni quindici secondi.<br> <br>Inseguo un castoro, nel giardino, a Moorgate.<br> <br>Mi masturbo in un bagno in comune, a Parigi, settimo piano<br>con le luci della città appena sotto il mio gomito sinistro<br>indifferente e altezzoso<br>come fosse <br>il gomito di una fotomodella.<br> <br>*<br> <br><br>Con le unghie appositamente conservate<br>Comporre la scritta<br>Dovresti conservare le parti del tuo corpo<br>Sopra un tavolino a Berlino, sette e venticinque <br>della sera, nessuno al lavoro scrive l’internazionale,<br>a Berlino fanno tutti i politici o gli artisti, si hanno <br>fattezze da piume e si chiama lavorare bere un bicchiere <br>di vino alle cinque in un giardino, parlando<br>di attentati terroristico marxisti dalle colonne di un giornale<br>distribuito clandestinamente tramite la rete ferroviaria<br>Berlino/Bologna, e ora a Prenzlauerberg, Mitte, <br>Wedding, Kreuzeberg,  manifatture del ferro vuote <br>capannoni atti un tempo a fare la parte dei polmoni <br>della grande Germania ora lasciati affittare a me, <br>a 400 euro al mese, per avere una galleria, un universo <br>parallelo personale e domestico, dove lasciare<br>installazioni per la casa, i miei problemi<br>con la casa, vogliamo parlarne?<br>nella casa in cui io vivo solitamente dopo un po’<br>di tempo mi dimentico del mobilio che ho intorno<br>lo assorbo, negli occhi, e lo percepisco appena<br>in superficie col trascorre dei mesi, avendo per gli oggetti <br>di cui ho bisogno cura e memoria nel ricordarmi <br>dove li lascio, sepolti, vicino a cosa, in che area <br>d’importanza della casa (sulla libreria, di solito, <br>vanno cose solenni come bollette<br>o chiavi o accendini)<br>e forse vivere in un capannone di cui posso cambiare<br>l’ordine e installare cose come tende o costruire<br>piccoli quadrati di cartone dove entrare a quattro zampe<br>o zone interamente occupate da cuscini o piume,<br>mi aiuterebbe senz’altro ad avere un rapporto<br>con la mia unità abitativa meno distaccato -  <br>scrivo di Berlino perché io ora sono su un aereo<br>privato della mia vita terrena sospeso in questo<br>sogno d’ossigeno e nuvole viste dall’alto e sonno<br>impossibile per i vuoti d’aria coinquilino senza carne<br>della mia vita pronto a rientrarci solo nel momento<br>in cui toccando il suolo con un piede mi guarderò intorno<br>come ci si guarda appena scesi da un aereo, come se si<br>venisse partoriti in luogo estraneo, dentro al nostro corpo<br>di nuovo pronto a ricevere messaggi, e ai nostri polmoni,<br>ansiosi d’annerirsi perché nessuno è realmente consapevole<br>che la sua morte prevista fra quindici secondi è dannatamente<br>plausibile più di una vincita a una lotteria.<br><br>*<br> <br><br>Al primo con la faccia da inglese che incontro a Londra,<br>bigliettaio per la terravision nella tratta<br>stansted airport/liverpool street<br>chiedo in italiano: scusi, un bagno?<br> <br>Voltato l’angolo a destra, risponde.<br> <br>*<br> <br>Post notes: gli inglesi hanno la mania<br>delle cose colorate<br>degli elenchi<br>delle file<br>Per nulla brillanti<br>non sorprende abbiano vinto<br>una sola coppa del mondo<br>barando<br> <br>*<br> <br>Non comprare le sigarette<br>abbonamento ai mezzi di trasporto settimanale<br>(weekly travel card zone 1 and 2)<br>ciao si dice cheers<br>amico si dice mate<br>puoi vestirti come ti pare<br>che non ti guarda nessuno<br>proprio come raccontavano in dylan dog<br> <br>*<br> <br>Passaggio dell’agnello, caseggiato quadrato<br>con giardino giapponese<br>incastrato fra i grattacieli della city come una cosa<br>dimenticata, in condivisione con la chiesa battista<br>di ***, solo il sabato mattina, “Non fanno neanche<br>tanto rumore” dice lady B così composta<br>nel suo pigiama di vetro nero a gambe incrociate<br>fumando nel giardino<br>fissando le ragazzine nere con le cravatte allentate<br>e la giacca blu ciondolare attorno al perimetro della casa<br>Moorgate, dove biondini spettinati dal barbiere con<br>le cravatte allentate fumano sigarette davanti<br>ai grattacieli di vetro assieme a biondine dai fianchi<br>larghi e le scarpe basse, bianchissime, penso<br>che i poeti dovrebbero scioperare e non accettare<br>più recensioni penso che prima di sparire, devi<br>essere apparso, mentre disegno isole con le parole <br>e attorno alla mia bocca burroni lasciano piovere dentro<br>ogni tipo di cianfrusaglia.<br><br>*<br><br> <br><br>tu sei coi documenti in mano, hai affittato<br>un camioncino per portare vie sedie e tavoli<br>e interi scatoloni di piatti e vestiti degli anni 80, <br>vorrei fotografare corpi di ragazze bellissime <br>con i nasi adunchi o lo strabismo di venere,<br>questo ti dico, mentre sei china sopra una bacinella<br>apparentemente affaticata, se fotografare <br>è scrivere con la luce si deduce<br>che l’atmosfera sia maggiormente <br>decisiva del fatto se scrivere <br>è fotografare con le parole tutto quello<br>che ho da offrire sono armadi di polaroid <br>“E’ che parli la lingua dei matti tutto il tempo,<br>nella tua testa, e alla fine i tuoi pensieri<br>pensano te” dicevi ed in effetti quante cose certe<br>londra è la città più cara del mondo<br>Venezia, l’acqua alta, 24 H, sessuale,<br>no luci, box, pantheon, biglietteria,<br>il pollame dell’anima, marcello<br>con indosso un cappello identico<br>al cantante dei curiosity killed the cat<br>ma quelli erano gli anni 80, gli anni<br>dei vestiti in questi scatoloni, Berlino<br>è la New York degli anni 80 scrive il <br>new york times a Berlino nessuno lavora<br>si beve caffè vicino alla Sprea all’ombra<br>di piante acquatiche, di zampe di tavolini<br>e ninfe eteree, a Kreuzeberg inaugurano una galleria<br>un artista olandese manderà tutti a fanculo<br>in italiano per tutto il corso della serata<br>si potrà bere gratis<br><br>sono tutti lì, c’è anche david bowie<br><br>*<br> <br><br><br>Onda cerebrale solenne e mansueta in accolita<br>con le quattro stelle qua fuori – odio le ragazze<br>romantiche ho scritto in un bagno a Tolosa mentre<br>i cassonetti andavano a fuoco per davvero ti dico<br>i cassonetti e i piedi di margot che s’imbrattavano<br>poi c’è stato il fango e la sacralità degli alberi<br>e poi è stato il tempo di margot e delle fiamme<br>degli aghi e le crune e del continuare a giocarci -<br>“parlando come forbici” sussurrava margot <br>prima di dormire stretti con jerome e la sabbia<br>dell’oceano atlantico e le funivie che portano al sonno piene<br>di sedioline vuote, cigolanti<br><br>*<br> <br><br>mamma carta da parati mamma zucchero a velo<br>dagli occhi alla cornea la mezzaluna della mela<br>nel forno si trasforma negli occhi della nonna <br>e le nocche della sua e tu, mia madre, avevi paura<br>della tua -  e come potevi pretendere di infilarmi<br>aghi o richiamarmi a casa mentre facevo il gol<br>di platini contro l’argentinos junior, <br>quello annullato<br><br>proprio come io<br><br>*<br> <br><br>La notte nel letto si scava una buca <br>nel centro e fissa “il resto” da fuori<br>“il resto” che avanza lungo le scale <br>della notte ma per adesso è lontano<br>lui è al sicuro consapevole che il noi<br>è una sua mano più una sua mano.<br><br>*<br> <br><br>Trasmettevano un documentario su<br>degli impiegati che fumavano fuori<br>dalle porte<br><br>un documentario girato da una ragazza<br>norvegese ispirato all’atteggiamento<br>del cattolicesimo nel corso dei secoli<br>visto da una prospettiva<br>puramente estetica.<br><br>A Roznov una ragazzina spinge una bicicletta<br>se qualcuno lo fotografasse sarebbe più vero<br>ti dico mentre tieni una mano ritta sulla fronte<br>per coprirti dal sole - ricordo che una volta<br>a Varsavia ho preso un autobus e sono arrivato<br>fino al capolinea e poi sono tornato indietro  ricordo<br>il capolinea (i palazzi) e io che stavo seduto nel fondo<br>dell’autobus, che una signora in ciabatte con una busta<br>della spesa ha sbadigliato<br><br>era approssimativamente il 1997 se qualcuno<br>l’avesse fotografato adesso sarebbe più vero<br><br><br>*<br> <br><br>Metamorfosi di Gouda, ombrellini neri <br>da rubare, ragazza polaroid al cellulare<br>a cui chiedere un’informazione, asciugamani puliti <br>c’è da dirlo, sarebbe ora che io fornissi <br>una definizione di te maggiormente chiara <br>poiché i lettori vorrebbero identificarti, e di conseguenza<br>identificarsi con te sono i vincoli della comunicazione<br>e anche se tu sei la signorina “non-ho-mai-chiesto<br>di-far-parte-di-questa-sceneggiata” dalla regia<br>mi dicono che devo stringere un patto con il lettore,<br>aiutarlo, poiché la vita è deja fatta di persone che incontri<br>e spariscono e accadono cose che non capisce nessuno<br>nessuno (pensa a una stazione) fa qualcosa <br>con una motivazione oggettiva<br>non esiste l’oggettività senza una aggettivo<br>possessivo davanti e una persona autorevole che l’imponga<br>ma queste sono cose da primo del mese mentre io vorrei<br>tentare di descrivere te dire quantomeno come ti chiami<br>adesso che mangi il cibo con le mani e ti lecchi le dita<br>con un piede nudo sopra all’altro piede nudo stagliata<br>controluce in questa cucina di (non lo diciamo, lasciamo<br>da parte la geografia e occupiamoci dell’altra cosa)<br>che pare non possa accadere nulla adesso con questa<br>luce e “penso che pioverà” dici masticando una fragola<br>e “hai detto la stessa cosa ieri e ieri l’altro e ieri l’altro ancora”<br>dico e sorridi e scuoti la testa e io di te posso annottare che:<br>1 hai le spalle da nuotatrice <br>2 quando ti vergogni ti si cuce la bocca <br>3 quando ti trovi una situazione complicata<br>come stare in piedi dal dottore incroci le caviglie e <br>4 hai una faccia interessata davvero credibile quando ascolti<br>qualcosa che non ti interessa affatto e <br>5 “volevo solo essere educata” <br><br>dici e fotografia e pornografia è la stessa cosa<br>si tratta di dirmi dov’è questo dov’è quello e cosa<br>dobbiamo illuminare con i nostri occhi o una luce<br>tu col pigiama io con le pantofole la nostra rivoluzione<br>non comprende nessun altro ma non sono cose<br>gentili da dire non sono cose che potremmo dire <br>ai tuoi genitori non sono cose<br>con le quali potremmo fondare una religione<br><br>* <br><br>la presa agonistica del mirtillo blu<br>un coniglio nella posa degli oroscopi<br>lenzuola farfalla tu lasci un piede ad asciugare<br>nel catrame sbatti le mani delle ciglia – “Ho perso <br>i battiti della lingua sui denti non so <br>contare ho voglia d’islanda” <br>cordon bleu confezione famiglia 3 euro e 90<br>i sufi che danzano e cadono a terra tremolanti,<br>sogno di tangenziale, macchine di cartone,<br>non contare su di me, furti di mele o melanzane<br>atroci sibilanti gonnelline certe spalle le spalline<br>la posa della gabbia, delle labbra, un secondo,<br>non vuoi modulistica in questo caso partecipa<br>l’appendice del pappagallo si tiene perfetto in <br>equilibrio e dondola sorvegliando con un occhio<br>solo la mensola l’impero la nostra femminilità.<br><br>*<br> <br><br>Solo per un giorno gli eroi di questo naufragio<br>se potessero un giorno solo senza macchina no tempo<br>ma non ci fu spazio né allarme che l’ensemble <br>si radunò una discreta faunetta attorno<br>si facevano fuochi per bruciare i legni vecchi, le cassette<br>rotte, dove ci sedevamo a bere, mammiferi, <br>finalmente, dappertutto, come quelli che rimangono <br>silenziosi nell’attesa<br>per quelle che escono dai buchi nude<br>per la vostra assicurazione sulla fabbrica e <br>per l’aria che respirate dentro alle metropolitane<br>con il resto dei soldi:<br>imparare a pisciare da grandi altezze<br><br>*<br> <br><br>Un mago del ferro aveva trovato una via fuga<br>“margot togli la maschera da coniglio”, oggi<br>frangetta da egiziana, desiderio di sale iodato<br>e invece cabine del telefono con le cornette ciondolanti<br>inventate dal cinese che non sviluppò per guerra,<br>non sviluppò per mare, un esempio eccellente <br>un corpo arma per provocare un effetto estetico <br>piuttosto che un assassinio —<br>non è pornografia questa?<br>farfalle M-80, girasoli, ampolle per distillare il ginepro<br>radio testa accesa 24 h al giorno mamma antenna<br>è  &quot;Una Foresta In Primavera”<br>oppure &quot;tempo di rivoluzione” le palabras<br>non significano niente nonostante<br>tutte quelle scritte minuscole sui fogli delle diete -<br>la luce la sua sigaretta dalla testa sfrigolante <br>di una bomba H nera - immagina <br>l&#39;aria piena di lamiere e succubi, <br>una disposizione oppressiva di polizia-fantasmi <br>le chiavi del bambino teppista<br>che brucia un fiammifero della cucina—<br>sciamano-apostolo, polvere da sparo <br>d’ estate disegna - fracasso nella notte pesante <br>con le stelle tirate e l’arsenico e il demonio<br>in salotto, il sodio e il calomelano, un attacco improvviso <br>e violento, Tolosa parla la lingua luccicante<br>della limatura di ferro — l&#39;attacco alla Sua banca locale <br>o alla brutta chiesa con le candele romane <br>finì come finisce uno schiaffetto flaccido<br>flaccido dato da un’insegnante a un ragazzo a Kyoto<br>dinanzi al sasso a forma di cuore, estemporaneo e anonimo <br>puoi esserci anche tu, vivace o aggressivo o semplicemente<br>turista, (forse di nuovo da autocarro/le sponde erano<br>le sponde basse/così/basse/alla radio accesa<br>come una fiamma/passavano sting)<br><br>mentre nel mare la femmina dello squalo martello <br>si riproduce da sola.<br><br>nasty and rubbish dentro alla porta bocca di sophie<br>dove i gambi delle spice girls vengono a posare sophie<br>così raggiante frida calo magnifica pettina le sue<br>parrucche fuxia o azzurro porta a spasso il vestito<br>fine impero rosa confetto con grazia dannunziana<br>sul graticcio sui tetti degli edifici delle assicurazioni o <br>delle scuole— una ragazza che stava qui si è suicidata<br>e pare sia tutto riepilogato in un quadro a cui sta<br>lavorando una certa elisabetta di Treviso che vive a Brockley<br>dove sagome nere camminano attraverso i corridoi ansiose<br>di possedere un cappuccio una possessione un piede<br>dei bambini delizia <br>serpente o Caos –  la soluzione finale <br>la paranoia collettiva seleziona i figli<br>il dragone avvolse il binario d’un vago verde contro<br>un sfondo di sodio, le nostre città, la nostra giustizia – <br>quelli che hanno respirato l’ossigeno ingialliscono—<br>non calchi su di me la sua impronta - <br>o accoppiandosi mostri una cosa mostruosa<br>e delicata<br><br>un batuffolo <br><br>* <br><br><br>La nube-scultura, licenze di polizia <br>per un pubblico tres chic <br>fra le gambe di tua figlia<br>(tu con la telecamera potrebbe essere <br>un’idea enorme come la nike)<br>alieno nella piaga emotiva <br>danneggiato dal vicino<br>raggio del carnefice<br>la variante di valico<br>comete che esplodono con odore di hascisc radioattivo<br>volere le ciocche <br>ossessionante pubblico <br>santo il fuoco la scintilla <br>sull&#39;architettura della borghesia<br>sequenze di signora - dita che cadono <br>sulla legislatura pavimento <br>l&#39;attacco cominciò ai riformatori <br>nelle sale macchine qualcuno<br>distrusse i motori<br><br>*<br> <br><br>mont marte la carcassa dell’opinione pubblica<br>si sfascia lungo le palme di Gambetta<br>più avanti è l’esercito o l’oceano i gabbiani<br>sono enigmi del centro, plausibile fraintendimento<br>nei prossimi quindici secondi -  tutti i capricorni<br>presenti distrussero le loro tessere gli altri,<br>più in la, avevano tutti i gomiti piegati e i cani<br>e fumavano sigarettine senza filtro, tre baci di saluto<br>innamorato di una parrucchiera indonesiana tradita<br>con un’adolescente intravista in una macchina <br>corrispettivo andino, l’argentina sta aspettando<br>l’invasione delle gallerie, Buenos Aires con <br>un amplificatore, una yamaha e un capitello romano<br>i grandi spazi hanno bisogno di voci enormi le discipline<br>si attrezzano nel giardino di sophie dove sono manichini<br>erbacce, alberi pieni di cesti e nastri e londinesi affondate<br>nella luce, lo stagno di dio non lo riflette per intero, <br>il mito pagano è ancora solo una molecola a fame unica<br>desiderosa di compiere un miracolo d’armonia,<br>quando mi chiesero alla radio an impossibile wish<br>io dissi to stay hug forever with the person i love<br>le cose normali della giungla dei senza peso<br>quelli fra gli alberi tutto il tempo<br>per il primitivo semplice una salvezza imprevista<br>acceso infinito sonoramente<br>ad amplificare il culo<br>le galline<br><br>*<br> <br><br>Il natale dollaro ideale come aperitivo<br>chill out per periferie scarpette da ginnastica<br>all star davanti alla piramide al louvre all star<br>davanti alla piramide dell’aventino dove incrociai<br>due ragazze inglesi con le gonne e le infradito<br>che passarono ridendo così rosa pallidissime<br>nel pulviscolo della luce dei fari le macchine<br>i lampioni lo sghembo della strada i loro<br>volti come squame in un tessuto che si scivola<br>addosso fra i meridiani e i paralleli a Amsterdam<br>una ragazzina e <br><br> *<br><br>E si ruppero tutti quei fragili scheletrini quella serie<br>di ossicine messe in fila, vicino agli acquitrini le<br>più giovani si tiravano su le gonne e alcuni le<br>riprendevano continuamente per dimostrargli<br>l’efficacia della loro esistenza – nel ghetto, gli altri,<br>quelli diversi, stavano seduti sotto ai pergolati dei bar <br>fumando sigarette tutto il tempo finché si apriva una porticina <br>e uno sgattaiolava dentro mentre le polizie del mondo sbadigliavano<br>tenendo la mano ben salda sulla testa di vostra figlia –<br>i preti seppellivano gli auricolari ormai li si impiccava<br>ad ogni albero e i chierichetti contandosi auspicavano<br>alla fine degli alberi, da sempre senza messia – governanti<br>e governati con le mani nella stessa pasta le ciminiere<br>sciarpe di periferia a largo gli yacht con ragazzine pronte<br>a conservare i propri vestiti a trasformarsi in bambole giocattolo<br>e marta con l’apparecchio per i denti marta con una lente <br>d’ingrandimento davanti all’occhio sinistro <br>marta sulla neve, che fotografa un cane <br>marta con lo sguardo corrucciato mentre scrive <br>su un quaderno marta con un occhio chiuso e tutte<br>le stradine piene di curve la macchina – il silenzio della strada<br>vuota le luci e la cosmogonia nei neon fiammeggianti mentre <br>marta corre su un declivio, in un prato, poco dopo<br>nemmeno tanto tempo fa –<br><br> *<br><br>“Ho interrotto qualcosa” disse lei entrando dalla finestra<br>ma noi non stavamo facendo niente c’era, è vero<br>quella faccenda dei sogni ma ormai fuori nessuno<br>si preoccupava più di nulla “ Sono tutti senza camici<br>nessuno sa bene cosa accadrà” dissi per muovere l’aria<br>ma lei era già con una mano sul bollitore con l’altra<br>nel mio petto che non ci accorgemmo che pioveva<br>da quindici giorni filati e i bar erano affollati, comunque,<br>gli insetti dell’aperitivo si asciugavano le zampette sottili<br>sulla segatura all’ingresso di bar dai nomi esotici oppure <br>erano curvi nei locali trendy del centro ricavati <br>da grotte, parlavo di lei, la seppellita e ancora lei, <br>la crocifissa per noi per redimere i nostri<br>furtarellli da cucina, sorpresi com’eravamo stati con <br>le mani dappertutto, marta con una giacchetta<br>verde striminziata in una foto che prova ad accendere<br>una candela, il cane con la sua ciotola in bocca e quella<br>volta che il vino cadde nel vassoio e formò<br>la costellazione del cancro “Nessuno sa cosa fare<br>là fuori è pieno di finestre che sbattono” e io avevo<br>paura non conoscevo nulla dovevo ancora approfondire<br>dylan scoprire le radici della musica degli anni ’60,<br>girare un corto, ma servivano le cassette le anfetamine<br>del velluto viola lei, sul bracciolo del divano, in equilibrio,<br>che cammina con le braccia spalancate – questa situazione<br><br> *<br><br>sì insomma poiché io e i tuoi occhi, ci sono stato<br>abbiamo condiviso, il lampeggiare della linea viola<br>tutte quelle crudeltà, stringerti la carne o non rispondere<br>i telefoni si annacquano nella placenta della conversazione<br>comunicare il divisibile del resto farne caramelle<br>da consegnare agli sconosciuti, dettagli di novocaina,<br>le femmine dei barbari sui tacchi a spillo custodiscono<br>le costole dei loro sarti che si grattano la gola<br>con un dito ricurvo – lui prese la pistola a londra<br>si incamminò per i pavimenti illuminati non aveva<br>intenzione di diventare quel tipo di persona che <br>non si emoziona più per un corpo nudo –<br>la cecità della punta delle tue dita non le impediva<br>(alle tue maledette dita) di raccogliermi dal pavimento <br>le unghie che avevo divorato e sputato, souvenir di praga, <br>tu allunghi la mano sulla curva della testa di lei <br>che è negli occhi - spillo e giostra, maniacale <br>come una cosa stupida che sbatte <br>contro una cosa trasparente – <br>non aver paura degli ascensori ti avvicina a dio, <br>gesù parlava fitto fitto a Betsabea con uno <br>con una barbetta e i piedi scalzi e impolverati <br>gli diceva un sacco di cose che <br>a quanto pare, non aveva invece intenzione<br>di condividere con me – la strada è la porta e<br>tu ci sei nel mezzo, come un occhio nell’ arcata<br><br> *<br><br>Divorare le margherite farsele portare<br>truccare il numero dei petali<br>per dare sempre il tuo nome<br>soluzione dell’est<br>la manciata di soldi da coltivare<br>il bulbo piantato nel tuo corpo<br>ogni sera innaffiare<br>i ganci per tirare la pelle sorriso<br>le bende femmina per le ferite<br>le tue ginocchia rosse<br>tanto di quel tempo da coltivare una vite<br>chiodo estetico <br>tapparelle abbassate<br>questo modo di essere eterno con una mano sulla tua nuca.<br><br> *<br><br>scendemmo dalle mollette proprio<br>come fa la pioggia e cominciammo:<br>fanne un marchio fanne una scritta<br>ti muovi con ragazzine pigre che ti danzano nella testa<br>saltellano tutto il giorno, tutto il santo giorno<br>ti ricordo col freddo in faccia, canticchiavi<br>una canzone francese, tu che francese non eri<br>per graffiarti via l’erba<br>assorbirti a specchio leccarti<br>l’interno delle guance<br>poiché non sei venuta poiché <br>ero in quello sguardo<br>mattinata d’ebbrezza quella della spiaggia<br>in cui ho mangiato le tue impronte<br>per cavarmi dal corpo la fame le cose<br>brutte che mi rimangono sempre addosso<br>tu<br>rimani<br>trattieni<br>pare che piova da quindici giorni<br>le verdure non salveranno il pianeta<br>il tuo vicino ha l’erba più verde<br>stanno nominando il nome di dio<br>non ci si può parlare<br>tu non riesci a trattenere<br>le tue parole sotto alla tua linguetta<br><br> *<br><br>Vicino Casta Soldi Il culo Galline<br>Personalità Palestra La Cocaina Guardare Alberi  Conflitto<br>Automobile L’ Elettricità 24 h Mtv Idioti<br>Giudice Dimagrire Il Telefono Mare Mafia<br>Farmacia Da Coltivare Spine Aeroporti Il Papa<br>Vanità per Aiuto Sognare La Spiaggia Rai uno<br>Sicurezza Democrazia Fotografia  Sposa Oggigiorno <br>Fantasie sessuali Sterline Generazionale Il vino America<br>Il caffè Fumo Internet è Maschio Zero<br>Bar Anarchia Politicamente Natale Dollari<br>Natura Polizia Adolescenti La voglia Adulterio<br>Seduzione Soluzione Euro Succhiare Il capitale<br>Il tempo Neon Tuo cellulare Animali Morte<br>Presto Giovani Casa Taxi Pornografia<br>Morte I telegiornali Poliziotti Bellezza Account<br>Download Pillole Le code Interessi Società<br>Figli Latin Lover Etico Mariuana Multietnico<br>Etilico Stupro Incidente Grattacielo Calcio<br>Potere Terroristico Qoelet Gruppo Fica<br>Assassino Anima  Volere è Tavola Calda  Credito<br><br> <br><br> *<br><br> <br><br>Zebra il punto l’aderenza <br>a tutti gli intenti sarò promiscuo <br>e illibato e tutto quello che farò <br>lo riferirò solo a voce a fiato<br>respira respira respira<br>se 16000 primavere del meriggio d’oro<br>i tigli chimici assordanti nella piega<br>dell’ora violetta dove tutta la stanchezza<br>si fa piccola da passare nella cruna<br>dell’immagine che ti disseta <br>tutta quella gola<br><br>di cosa muori di desiderio adesso?<br><br>E fra quindici secondi?<br><br>Dai importanza all’appuntamento<br>Programma le 24 ore programma<br>La settimana, gestisci le entrate la mensilità<br>Con calendari laptop notebook – kafka<br>solubile nelle bustine di sale di lisina –<br>per renderti il morbido ingranaggio <br>applicabile al quotidiano – non guardare<br>i guasti i tetti gli affitti delle case popolari<br>non guardare oltre la tenda del confessionale<br>6 buoni esempi per far riuscire una parata<br>24 consigli per comportarti bene in un blog<br>per risparmiare energia anche se<br>non sai nemmeno come ti chiami<br>non sai come funziona una lampadina<br>non sai come funziona una calcolatrice<br>non sai come funziona un orologio<br>e hai solo voglie improvvise che vuoi<br>realizzare nel più breve tempo possibile<br><br>sta bruciando qualcosa in città<br><br>i nani tiravano fuori lo status symbol le macchine<br>e tutte le ragazze che hanno fra i 14 e i 20 e che hanno<br>voglia di apparire – questa generazione di lolite si<br>ricambia in continuazione e le vuoi anche tu – non<br>parleremo in questa circostanza del tempo che perdi<br>a parlare con lei quando vuoi solo fartelo succhiare<br>del tempo che perdi davanti a una vetrina fissando<br>i manichini quando vuoi solo fartelo succhiare<br>del tempo che passi parlando con sua madre<br>quando vuoi solo fartelo succhiare<br>del tempo che passi all’ikea dando pareri sugli scaffali<br>quando vuoi solo fartelo succhiare del gioco <br>di fare il marito quando vuoi vuoi solo fartelo succhiare<br>non guardare le amiche di tua figlia<br>non guardare le amiche di tua figlia<br>e non giocare al padre  quando vuoi solo <br>fare i tuoi comodi per una ventina<br>di minuti e accumuli e pianifichi e soffri e digrigni <br>i denti alla sveglia e fai palestra e fai il manager o<br>l’operaio e ti togli le sopracciglia<br>e ti compri dei cappelli e passi le vigilie in famiglia<br>solo per avere il tuo spazio con lei a disposizione <br>che fa tutto quello che vuoi<br>tutto quello che le dici e non parla<br>succhia e non parla<br>non ha fretta<br>non ha nulla da fare<br>solo stare lì e fare quello che vuoi tu<br>non desideri questo?<br>non siamo ne buoni né cattivi<br>le ragazzine che succhiano sono dappertutto<br>ricambio generazionale<br>la primavera gonfia il cuore di polline<br>e il cuore si vuole far gonfiare<br><br>sei innocente paparino<br>né buono né cattivo<br>Nè carne né pesce<br>Sottratto alla legge<br>Come un prete<br><br>*<br><br><br>consegnammo l’italia in mano a quelli che arrivavano<br>e potevamo ricominciare a curare le nostre piccole<br>cose di tutti i giorni – le donne, comodamente riposte<br>in scaffali come profumi e questo cercava di spiegarmi<br>marta che la donna “si lascia indossare” e io non capivo<br>questi concetti sottili, roba da caramelle e apaches, <br>le ventole preziose si prendevano la cura di spingere <br>l’aria i più fortunati anche alle 11 del mattino erano<br>con le caviglie sotto alle zampe di un bar, rinfrescati<br>da basse correnti sotterranee – i martini sorridevano<br>nella sala la porta si apriva con un silenzio di chiesa<br>tutte le parole si vendevano nelle numerose bancarelle<br>che affollavano la strada fra le piante e l’acqua che<br>inondava i marciapiedi, i giornali non servivano più a niente<br>ma le rotatorie continuavano a macinare si era come<br>sonnambuli, o partecipi della vita di altri, montatori<br>di un film che non ci apparteneva ma ci accadeva<br>in continuazione e con un ottusa persistenza<br>fra ai nostri pomeriggi di golf<br>o le puttanelle<br>o il corso di cucito, mamma<br>o i coltelli<br><br>*<br><br>l’immigrato e il cinese in combutta coi tuoi<br>occhi, macchinine inutili in un gioco<br>che riguarda solo te, la tua trave di chiusura<br>il tuo clan<br>passare prima ai semafori<br>un amico in circoscrizione<br>vincere i concorsi<br>fare il soldato se vieni dal sud<br>le poesie non danno da mangiare<br>e invece i broker si<br><br>stanno liberando i cani i cancelli<br>sono tutti aperti<br><br>*<br><br>i drappelli e i comitati e le associazioni<br>erano formati da corpi che improvvisamente<br>si riunivano in uno spazio delimitato e questo<br>destava molta impressione, tutti sembravano<br>molto indaffarati e preoccupati e al tempo stesso<br>tutto durava un minuto appena, un uomo<br>con un coniglio sul collo mi passò vicino<br>per la strada, era l’agosto del 2003,  e nessuno <br>ne conserva memoria - o un balletto <br>che fai quando rimani da solo, sentendo l’eco lontana <br>del carillon dei pazzi che se non ti vede nessuno <br>non sta suonando per te –<br>il giovane è una categoria che va rimossa dal dizionario<br>le immagini si susseguono in continuazione e danzano<br>sul perimetro della tua cornea, sguardo fugace, <br>un’icona di spam, per esempio:<br><br>HELIO Easterlund branche  Maya Vaittinen products obsolete release torrent  mer, 23 mag 2007 21k  Isaac A. Foreman &quot; The funeral proceeded Tuesday at Thomas Road Baptist Church without incident.  mer, 23 mag 2007 3k morrie kaneshiro Alcohol WinZip  mer, 23 mag 2007 25k  Emilio Mitchell Photoshop, Windows, Office  4k  ArnulfoCantu ino a 555€/&#036; sui suoi primi 4 depositi&#33;  Graham E. Dorsey Bennington County is located in the southwest corner of the state, and this driv...  3k  Ricahrd grote existence features  mar, 22 mag 2007 26k  sakura5198@126.com  BCO85&#036;N%*%P%5%s&#036;rJz&#036;-?&#036;&#036;&#036;G&#036;9&#036;+&#33;)%l%Y (B B%k&#036;ODc&#036;&#036;&#036;G&#036;9&#036;,3N&lt;B&#036;KJz&#036;1&#036;^&#036;9&#036;h (B&#33;&#33;  mar, 22 mag 2007 3k  Alfred Bass NEWS: qprize  mar, Ling Jenkins Tell me what u see  mar, 22 mag 2007 17k  Tiara Hudson Still upset  lun, 21 mag 2007 19k  Jeanny Sarmiento AMAZING FRANKFURT SYMBOL&#33;  Mail Delivery Subsystem Returned mail: see transcript for Jerald Thacker URGENT: A cross  lun, 21 mag 2007 2k  Dhanesh reace up  lun, 21 mag 2007 16k  Faith Clement IMPORTANT: by latin  2k  Murphy Questo file contiene anche la versione Nuova Riveduta della Bibbia, l&#39;unica disponibile Joshua Abbey PLEASE HELP ME AND MY SISTER.  Pablo Slaughter callahan contradict alabama  dom, dom, 03 giu 2007 2k  Jadee Nicoson [nessuno]   Dr. Paul White REF: UKNL/26510460037/07  ven, <br> orro, lo scribaccino mascherato Fwd: Comunicato stampa: «I Piaceri della Carne»  idriss yaka Your kind attention needed.  Emilia Gomez As manteo which ellendale  dom, Michele Davila IMPORTANT: as statutory  lun, 21 mag 2007 2k  Il Cannocchiale Aggiornati i template della nuova piattaforma   Investor Bridgette Daily News 77382427938049526449  <br><br>tutto questo è impresso nell’occhio<br>tu sei così lontano<br>al sicuro<br>bene così<br>lontano<br> <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Fri, 14 Sep 2007 02:46:06 +0000</pubDate>
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<item>
<title><![CDATA[s.f., di Antonio Koch]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1094&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1094&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> 1<br>francia luoghi comuni (ancora regolare):<br>un appassionato ventilatore nei dintorni di parigi<br>colorato quanto un frutto<br>abbastanza strappalacrime, o viscido<br><br>2<br>terminatemi, a chiunque<br>possa vedere io dico avevo scritto &quot;guercio&quot;<br>e applausi e sforacchiamenti<br>tra un inabissarsi e il prossimo<br><br>3<br>evangelico debitore tuo come in preghiera:<br>&quot;a credito&quot; dico invece di &quot;amen&quot;<br>preludio al sogno &quot;fotterti in banca&quot;<br>questo volevo e vorrò fra un momento<br><br>4<br>prato d&#39;erba sul fianco del porto<br>puzza di pesce o di macchina nuova<br>o fumo in macchina senza portacenere<br><br>5<br>treni a passaggio remoto<br>in altre circostanze potevo vivere<br>assolutamente solido nel buio di qualche<br>cane greco, accidenti (topi, loro)<br><br>6<br>crescentine + salame e prosciutto, vino<br>diventa verbo: &quot;vinai&quot;, &quot;vineremo&quot;<br>ah&#33; ah&#33; le risate staccate che mi fecero dire<br>&quot;prese staccate&quot; eccetera eccetera, eccedere<br><br>7<br>accrescere potrebbe voler dire francoforte o giù di lì<br>senza arte moderna, nel tunnel nostro di noi tre<br>che fregavamo, in ferie, frenavamo, sfregavamo<br>stracci, strofinacci, stomaci, intonaco a segnare là<br><br>8<br>prove nel pensare o dire &quot;credere&quot; al recitare<br>quella pièce che scrivesti essendo autrice nell&#39;83<br>e che collabora<br>esistendo<br><br>9<br>l&#39;intestazione: spett. abbreviazione<br>via l&#39;indirizzo telefono, il testo: parla parlare boh<br>della lettera la verità è nel sigillo<br>che mangia troppo reale le unghie tue<br><br>10<br>forse è anche la febbre della scala, ma potrei<br>superstiziosamente inalberarmi rigido colloquiale<br>alto scrutando con occhiali discordanti<br>il cicaleccio, chat, chiacchiere fiumi versati<br><br>11<br>forse sarò stanco. Tornerò dopo quasi. Telecomandi in mano,<br>assisterò all&#39;avvento del sonoro, del parlato. Cascano,<br>i capelli, se non li reggi. Punti fermi. Equilibrium. Fermate<br>i punti, dateci un taglio. E sicurezza.<br><br>12<br>aspettami, mia bella puntatrice, fatti dire<br>&quot;fammi guardare con te lo zucchero in zollette<br>prima che il tramonto ci caschi nel bicchiere<br>e abbracciami&quot; o anche solo stare zitto<br><br>13<br>mangiavo pioggia, temevo, fin quando verrai<br>credo avrò sessualizzato l&#39;altra mia palude (o<br>sospesa) in campeggio, s&#39;intende, rido<br>o piango per le ruote forate che s&#39;essiccano<br><br>14<br>squadrami da folle imperativo a lindo righello<br>senza per questo dare al giallo o a ex-tovaglie<br>tue parole tre cose: inesistite, insistite, pasta<br>funghetti alla bassa austriaca zona lacustre<br><br>15<br>vomitava la madre, tu giù a tocciare&#33; tocciare&#33;<br>nell&#39;acqua i grissini pubblici minerali e orrendi<br>dilapidando panche, sedani e proprietà private<br>al modus vivendi &quot;modem-fax&quot; dell&#39;arciduca<br><br>16<br>&quot;dinosauro&quot; dicesti togliendo l&#39;enne inseguita<br>quindi dal DIO SAURO, titanico sbilenco senza gambe<br>calciatore outsider nello spazio tibetano (monti<br>cielo osole ommare a vedute rosse finali, finali)<br><br>17<br>ingrigivo o al cuore istupidito caricabatterie<br>connettevo (tu connetterai) prese scart cimeli<br>avanzi sciolti che fu l&#39;anagrammatico risultato di:<br><br>18<br>culla di petali su schermo<br>e dolciastri riposi alcolici umidi schifosi solo<br>all&#39;ultimo di essi inscatolabili comici colossali<br>sensazionalistici automatici rinvii d&#39;ogni cosa<br><br>19<br>&quot;fade to black&quot; dimmi così te ne prego albero<br>n° 204712 del passato montano, non dirmi un nome<br>che non conosco, albero dimmi &quot;fade to black&quot;<br>e fammi tornare alle canarie gialle<br><br>20<br>collega: facciamo sesso di anno in anno<br>commercializzando orgasmi in salsa ellenica<br>specializzandoci in carezze viaggianti da qui<br>al laghetto dei castori, castori blu elettrico<br><br>21<br>collega: gli anni passano più per l&#39;altro che per noi<br>o per me che mi chiamo fuori urlandomi dietro<br>&quot;...&quot; senti? d&#39;azzurro hai solo il golfino<br>e il seno<br><br>22<br>collega sei una donna che giammai fungerà<br>da fune né gialla al ristorante né trasparente al balcone<br>su qualsiasi golfo di napoli o centomila<br>di qualcuno che dimenticando capri dimenticando<br><br>23<br>collega dannazione esprimimi al tuo meglio<br>anche se infine esiste solo un divano che bianco è<br>ed eravamo insieme a cene e pranzi<br><br>24<br>prova ora a chiederti se t&#39;è sfuggita qualunque cosa<br>con o senza panna, provaci e bada che non vale invocare<br>e attenta ai remi (un microfono e un guercio di questo<br>ho bisogno per ancora protendermi verso queste<br>mezze labbra)<br><br>25<br>&quot;scrivi come mangi&quot; e mangi frasi poco salate<br>o qualche virgola qua e là a prender l&#39;ordinazione<br>come dicessi &quot;vuòtati&quot;<br><br>26<br>come stai grosso modo bene? massì sono<br>il preso a pugni dai modi di dire, la polpetta<br>per il proverbio tritacarne, il mangime per polli<br>sparso al funerale come petali del fiore che vuoi tu<br><br>27<br>collima, la matematica? certo, combacia con che<br>(posso sottrarmi se ci dividessimo uno per uno<br>ma: mi sommi? non farmi ridere, si dice la verità<br>solo parlando)<br><br>28<br>(i letti, sono malati, non noi)<br>non si fa in tempo a chiamarci che arriva<br>l&#39;infermiera ed è un esercito per cui il silenzio<br>è un varco, una cava, una grotta, una squallidissima bocca<br><br>29<br>&quot;sto limato, dottoressa, quasi al&quot;<br>troncato sul nascere come il più lucido dei ricordi altrui.<br>Un unico grande urlo, SPENGA, dal nonno muto<br>che spegne la tv e se giri la testa io la giro un&#39;ultima volta.<br><br>30<br>un terrore strano come pescar trote col papà<br>è questo che porta questa strana primavera<br>ch&#39;è strana con l&#39;acqua e il cielo sopra e sotto<br>e qualcuno che va a morire non si sa dove, anzi molti<br><br>31<br>pescar trote al lago, ti ricordi papà?<br>il mondo era a forma di canna da pesca e aveva i baffi<br>da felino gatto e morissi qui giuro che il lago era calmo<br>lo giuro se nessuno mi crede<br><br>32<br>devi sempre scorrere, come i titoli di coda.<br>Puoi alternativamente andare in bagno o lavarti i capelli;<br>mai smembrarti. Guardarmi (e lo fai) sarebbe osare troppo<br><br>33<br>può giudicare qualcuno<br>chi ha la medaglia<br>non con due facce ma 3?<br><br>34<br>detta in questo modo sembrerebbe femmina.<br>Quanto stupido sarebbe cominciare qualsiasi partita.<br>Unico vantaggio: l&#39;esatto momento<br>saperlo quando fermarsi<br><br>35<br>è una volontà di lasciar tutto sfumare<br>che assolutamente mi fa deperire le notti.<br>Tutte. Da Cervia sotto le sedie<br>a vedere mia madre fumare da un balcone <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Antonio Koch]]></author>
<pubDate>Sat, 04 Aug 2007 15:26:17 +0000</pubDate>
</item>
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<title><![CDATA[adesso rido, di Antonio Koch]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1092&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1092&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Adesso rido, mentre una volta<br>avrei detto neve se c&#39;era il mare<br>e usato il verbo &quot;mangiare&quot; a proposito dei pietrini del selciato<br>trovando pure il modo di definirci &quot;cristallizzati&quot;<br>proprio con questa parola stupidissima<br>lontano chilometri dalla terrificante semplicità del tutto<br>senza assurdità né niente, solo un po&#39; d&#39;onde del mare<br>trasparenti e prive di qualsiasi valore artistico o sentimentale emotivo,<br>insipide.<br><br>*<br><br>I tuoi subbugli esclamativi<br>ad esempio &quot;ohé quanto sono nitida&#33;&quot;<br>m&#39;avrebbero spinto a pensare a pance piene lisce enormi<br>con dentro chissà cosa<br>cioè proprio visualizzarli questi ventri nella mente<br>stando fermi col corpo<br>fisicamente come gettarsi sotto un treno fermo<br>o che avanza molto piano<br>e mi sarebbe venuta la gastrite.<br><br>*<br><br>Avrei pensato che ti dilatavi invece di esistere<br>(una cosa schifosa)<br>ma adesso non so perché rido<br>che è come quando ti diverti e piangi<br>con te davanti che strilli e strilli parli di sberle delle solite cose<br>e non mi tocchi perché ti ho già toccato gli occhi<br>tutti umidi unti<br>trovando non lacrime ma olio d&#39;oliva. <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Antonio Koch]]></author>
<pubDate>Mon, 23 Jul 2007 15:46:50 +0000</pubDate>
</item>
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<title><![CDATA[blast from the past, di Antonio Koch]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1090&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> Le Prince le fumavate in Grecia, appena svegli<br>semisdraiati sulle poltroncine di un caffè turistico vuoto<br>alle due del pomeriggio, seduti a un tavolino all&#39;aperto<br>silenzioso, parlando poco, guardando i tetti bianchi<br>delle case di Pefkus e il mare in lontananza, la scogliera, la<br>strada davanti al locale e la cabina telefonica muta<br>dall&#39;altra parte, aspettando il caffè freddo che avevate ordinato, o il<br>White Russian, o la birra, o mezzo litro<br>di acqua naturale, commentando poi pigramente<br>lo sguardo della cameriera, una ragazza inglese bionda<br>e poco abbronzata con gli occhi verdi<br>e un bel sorriso, e sorseggiavate le consumazioni<br>raccontandovi di questo o di quello, scambiandovi sorrisi tu e lei<br>mentre D. le raccontava un episodio che tu già conoscevi, oppure<br>raccontavi una barzelletta in napoletano<br>facendoli ridere entrambi, ma il più delle volte stavate<br>tutti e tre in silenzio e tu avevi modo di notare<br>gli occhi di D., più profondi del solito<br>che guardavano verso chissà dove, e quelli di lei<br>nei tuoi, molto grandi e lucidi, e sorridevi spesso, ti sentivi<br>sorridere.<br>I pomeriggi sembravano non finire mai, le ore<br>vi scivolavano addosso con le folate di vento bollente<br>quando andavate in tre sul motorino, sui cigli<br>delle strade polverose dopo aver fatto la foto a un cane morto<br>mentre accarezzavi i capelli sbiaditi dal sole di lei girata<br>dall&#39;altra parte, in piedi che guardava in basso, o quando<br>le toccavi la pelle mentre D. era via e facevate<br>l&#39;amore a lungo, con violenza, e dopo lo aspettavate seminudi<br>fradici di sudore, fumando, lo guardavate scendere giù<br>dalla scaletta<br>accanto alla casa e quando arrivava vicino a voi lei<br>gli sorrideva, dolce, e lui guardava te, triste, e tu<br>lo guardavi come per abbracciarlo, dopodiché il momento passava<br>e ci si faceva la doccia, si preparava da mangiare, si faceva<br>una partita a carte<br>e ancora il tramonto non arrivava.<br>Non scrivevi nemmeno una riga, trovavi impossibile<br>scrivere in quei giorni, era come un sogno, come quando si sogna<br>e si dice &quot;interessante questo sogno, appena mi sveglio devo<br>trascriverlo&quot;, non<br>provavi nemmeno a scrivere del tizio chiamato Squalo e di quando<br>gli avevate raccontato la storia di Mr. Palac, di come lui fumava<br>seduto all&#39;ombra con i capelli biondi lunghi e spettinati agitati<br>dal vento, o di quando ti sei fermato<br>per baciarla andando dall&#39;aeroporto a Lindos, o dei pensieri<br>che avevi quando aspettavi a qualche metro<br>dalla cabina dove lei telefonava e anche dopo quando riattaccava<br>e prima di tornare da te rimaneva qualche istante voltata<br>con la testa china, una mano<br>sulla borsa e l&#39;altra ancora sulla cornetta prima<br>di girarsi, sorriderti, raggiungerti e offrirti una sigaretta; come la sera<br>le sue scarpe col tacco scivolavano sulle pietre<br>delle stradine di Lardos, si aggrappava al tuo braccio e rideva, e ancora<br>come diventava seria i primi giorni quando D. la fotografava, ad esempio<br>al ristorante, accanto allo specchio con le mani e i polsi<br>davanti al volto di tre quarti in una posa involontariamente<br>artistica, o l&#39;incubo della sua pelle che veniva via (ma questo<br>dopo che lei se n&#39;era già andata), e<br>tutte quelle cose che avevi in testa e sembravano<br>sfuggirti.<br>Fra cielo e mare eravate schiacciati e mancava l&#39;aria, ma sembrava di respirare.<br>L&#39;amavi quando a volte diceva &quot;ho voglia di bere&quot; e vi sistemavate<br>sulla veranda con le gambe allungate sul tavolo, le sigarette<br>a portata di mano e una bottiglia di Ouzo, gli sguardi<br>paralleli e i corpi<br>caldi, l&#39;aria immobile che progressivamente<br>si incrinava sulle note di canzoni che contenevano versi tipo<br>&quot;you move then to my hotel&quot;, &quot;I gave her nothing<br>in return&quot; e &quot;pleasure is the absence of love&quot;, musica<br>lenta e soffice che accompagnava<br>le vostre risate sempre più forti mentre nessuno dal buio vi guardava<br>e la sera finiva in un attimo.<br>Dormivi male, ti svegliavi affamato, andavate in piscina, storditi<br>e sudati, a mangiare hamburger e a fare il bagno gratis.<br>Bevevi caffè freddo a litri.<br>Lei si alzava da tavola prima di voi<br>e andava a tuffarsi in acqua, la guardavi camminare sul bordo, toccarsi<br>i capelli e buttarsi in fretta, poi nuotava e vi sorrideva, faceva dei cenni<br>e vi chiamava, ti alzavi e andavi a tuffarti per raggiungerla<br>mentre D. rimaneva seduto a fumare.<br>L&#39;acqua fredda ti schiariva le idee, qualche volta ti faceva<br>venire il mal di testa, un dolore nitido, pulito.<br>Alcuni ragazzini inglesi giocavano e ridevano sul bordo della piscina.<br>Uno si chiamava Ryan, aveva tredici anni<br>ma ne dimostrava molti di più.<br>Tutto questo era una punta di diamante che non incideva nulla. <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Antonio Koch]]></author>
<pubDate>Sun, 22 Jul 2007 14:11:53 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[finché c&#39;è inchiostro c&#39;è speranza e macchia, di Antonio Koch]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1089&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1089&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> entrano in azione i cromosomi, leggere ad alta voce è come<br>sognare da svegli, cioè come vivere, vivere è come sopravvivere<br>da queste porte che sono i sogni entriamo in quei nostri corridoi<br>male illuminati, ben forniti, pieni di cose nascoste, porte chiuse<br>a chiave, porte senza serratura, serrature senza porte, bicchieri<br>senza orlo, poesie senza voce, schermi senza audio, treni senza<br>viaggi, cieli senza terra, spazi aperti, ali chiuse e noi corriamo<br><br>*<br><br>finché c&#39;è inchiostro c&#39;è speranza e macchia, sono stanco di<br>leggere scritte su magliette, scritte su vetri, scritte su veicoli<br>scritte su muri, insegne, cartelli, pannelli, adesivi, scritte su<br>strade, volantini, opuscoli, giornali gratuiti, pagine strappate<br>sono stanco di sentire onde, frequenze, non sono mai<br>stanco, sono stanco di giudicare vibrazioni, errori, non sono<br>mai stanco, sono stanco di guardarmi vivere<br>dentro guardarmi, vivere<br>lento, sono stanco<br>di guardarmi vivere, non<br>sono mai stanco, preferisco, alle volte, guardare fuori<br><br>*<br><br>una spalla nuda, un cavallo tatuato sulla spalla nuda, anzi la<br>testa di un cavallo, scrivo in piedi, parlano voci intorno<br>niente dondola, penso a un sorriso, come e quando<br>farlo, ma soprattutto: perché, la risposta è sempre qui e non<br>sono mai stanco, è sempre qui sul linoleum del corridoio<br>in questi a-capo meridionali, il sud del paese è sempre<br>un&#39;ottima soluzione, il rosso è sempre un buon colore<br>docile, non medico, è il colore delle mosse fluide<br>degli sguardi in piedi<br><br>*<br><br>potrei in teoria controllare entrambe le forze, una croce<br>immaginaria tanto più reale di questo tappeto di questi<br>stupidi ostacoli, in questo caso dire stupidi è come dire<br>intelligenti<br>veri<br>reali<br>espandi il concetto<br>di vero et reale<br>volare<br>fermi<br>nulla <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Antonio Koch]]></author>
<pubDate>Sat, 21 Jul 2007 23:22:19 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[verrà harry potter e avrà i tuoi occhi, di Antonio Koch]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1088&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> lunedì.<br>I&#39;m so happy when I get what I want è scritto sulla t-shirt di una donna alla fermata del bus<br>vado in banca<br>chissà se i soldi<br>sognato a.g. che diceva andiamo, andiamo via da qui<br>mi baciava per sbaglio<br>stava per piovere<br>eravamo intenzionati a distribuire volantini contro harry potter<br>col patrocinio di comitati oscuri<br>banchi di nebbia cresciuti in società<br>allevati come ovini o strane forme viventi<br>sogni da entomologo<br>che la biologia ci abbracci<br>smettere di fumare può essere utile al fine di farsi avviluppare da fumi più densi<br>ci pensi, i fumi<br>più densi<br>non sapremmo comunque che dire<br>ma potremmo grattarci i polsi con maggiore efficacia<br>ecco, i polsi, non so<br>sono sempre in sospeso questi polsi<br>bloccati o meno<br>scoperti nudi o legati ai polsi<br>incrociati davanti al viso a barricare qualche sguardo<br>che non scappi<br>da quegli occhi chiari o scuri<br>che non cambi direzione<br>qualche sguardo<br>(musica, prego) <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Antonio Koch]]></author>
<pubDate>Wed, 18 Jul 2007 06:07:10 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[bruciature, di Marika Bortolami]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1087&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> certo, aveva passato ben cinque minuti interi<br>a fissare i sassi, i pesci<br>il forziere del tesoro che quando s&#39;apre e fa le bolle<br>erano tutti al loro posto dentro l&#39;acquario<br>se non fosse che tutta l&#39;acqua era evaporata<br>e erano in realtà tutti distesi sul fondo<br>in forma bidimensionale, palloncini senz&#39;aria<br>che hanno bisogno di tempo per ripigliarsi<br>così zoe, nelle sue pinne e branchie<br>a boccheggiare nel colore blu della notte<br>e questo fottuto blu della perdita avrebbe anche passato il segno<br>stendere uno strato rosso <br>ogni tanto non farebbe male,<br>così, tanto per vedere l&#39;effetto che fa<br>zoe in fila alla cassa del supermercato, Lisa con la fede al dito,<br>la coda di cavallo, gli occhiali sul naso<br>batte gli scontrini, conta le banconote<br>dà il resto, prende i buoni e sorride, s&#39;informa <br>&quot;a casa tutto bene? la moglie, il figlio, il cane?&quot;<br>zoe non se ne capacita, non capisce<br>da quand&#39;è che vorrebbe quella vita noiosa,<br>il sabato del villaggio, le domeniche a passeggio per il centro<br>il sesso scontato, tutto incasellato nel binario morto dell&#39;insoddisfazione<br>ma zoe l&#39;ha provato, zoe ha capito<br>&quot;vuoi tornare indietro?&quot;<br>subito, immediatamente, dove si firma? <br>ma si merita di più, si merita di meglio, non ci si merita affatto<br>il ragazzo soldato abbassa gli occhi e le dice<br>&quot;la prima mamma è morta, l&#39;altra mamma mi ha detto di stare tranquillo&quot;<br>quante mamme puoi avere nella vita, piccolo pet? <br>a quante persone puoi dare lo stesso grado di attenzione,<br>quanti traumi puoi sopportare senza cadere schiantato al suolo<br>zeppo di ossa rotte e pezzi di vetro conficcati ovunque<br>da togliere uno per uno con le pinzette da sopracciglia?<br>è tutto eterno, tutto ingannevole, <br>le coppie sono tutte clonate e a luglio vanno al mare <br>con gli zaini nelle spalle di lei, i motorini truccati, le infradito <br>e i boxer ampi di lui, i due caschi che si toccano<br>e le cuffiette dell&#39;ipod divise a metà equidistanti<br>il cuore pulsa, batte e fa il suo dovere<br>indipendentemente da zoe, che è indifferente<br>il ragazzo soldato ha una bocca da baciare alla fine della notte<br>e le spalle ampie dove trattenere tutto quel che gli arriva addosso<br>non ha ancora capito come fare a parlare<br>a dire tutte le cose che gli stanno dentro, aggrappate da qualche parte<br>nei muscoli, e sputarle fuori, come amare al momento giusto<br>come smettere di essere un signore di mezz&#39;età ingabbiato in un corpo di vent&#39;anni<br>per non lasciarsi sfuggire niente<br>zoe lo ascolta, finisce la sigaretta e la spegne sul braccio<br>si chiamano bruciature<br>che siano interne o esterne è indifferente<br>zoe ha un&#39;ustione di terzo grado che non riesce a guarire<br>e tu, tu continui dannatamente ad avvicinarti con una fiamma ossidrica in mano,<br>nelle parole e in tutti questi silenzi<br>zoe non riesce a rigenerarsi la pelle, non c&#39;è tempo, non c&#39;è tregua, potrebbe persino morire bruciata<br>ché una testa nel forno è un&#39;idea banale dopo la plath, le vene tagliate sporcano<br>la vasca, l&#39;acqua che diventa una pozza rossa ed è un casino pulire<br>ci si taglia a più riprese con le mani, con gli occhi, con il sesso squallido, <br>il dolore si taglia con un coltello<br>si divide in piccole ostie da ripartire ad ognuno,<br>ognuno un pezzetto <br>e tutti a cercare di toglierlo dal palato per inghiottirlo una volta per tutte, <br>e non si stacca, non si muove, non c&#39;è niente per spingerlo giù<br>non c&#39;è una fine, <br>l&#39;alba arriva sempre inattesa e sempre più vicina <br>non c&#39;è tregua -non c&#39;è una fine- non c&#39;è una strada che porta da qualche parte<br>zoe si consola col ragazzo soldato <br>che ha tutta la vita pianificata, l&#39;accademia, le marce, patria, famiglia, dio, morte<br>zoe gli frana addosso e porta un po&#39; di confusione<br>chiamala distrazione, altre bruciature<br>altre sigarette spente sulle braccia, sulle gambe, sul ventre molle del tempo<br>il vuoto pneumatico dell&#39;estate<br>che non se ne può più<br>basta, basta<br><br>basta <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Sun, 15 Jul 2007 04:00:39 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[roba da chiodi (miriam), di Antonio Koch]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1085&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> soffitti alti poltrone scure.<br>miriam la dannata getta chiodi dalla finestra.<br>buttali via quei chiodi le diciamo tutti.<br>è quello che sto facendo ringhia lei.<br>è per questo fatto del ringhiare che la chiamiamo la dannata.<br>la chiamiamo chi poi, qua non c&#39;è nessuno.<br>soffitto alto (non gocciolante).<br>chiaro.<br>poltrone scure.<br>asciutte.<br>torna qui quando poi hai finito diciamo tutti a miriam.<br>dovevo sposare un netturbino ringhia miriam senza voltarsi.<br>tutti noi qui riuniti avremmo molto piacere di vedere il suo viso.<br>il tuo viso, il tuo viso miriam, imploriamo.<br>ma lei niente, là sporta fuori coi suoi chiodi.<br>che poi molti erano poi i nostri.<br>finivano giù in strada tintinnando, ostacolavano la circolazione.<br>che non ci facciano poi la multa, si preoccupava qualcuno<br>qualcuno si preoccupava.<br>miriam là sporta a prendere il fresco<br>le mani intrise di chiodi<br>non preoccuparti ringhiava<br>(speravamo tutti che poi ci cantasse una ninna-nanna<br>di quelle del suo paese quel posto con le navi).<br>ma poi vedremo quando avrà finito con quei chiodi.<br>soffitti alti poltrone profonde, scure nere addirittura.<br>potrebbe essere (fino a poco tempo prima li mangiavamo, i chiodi).<br>era sempre miriam a darci la sveglia.<br>si prendeva cura di noi delle sue cose.<br>anche quando non volevamo svegliarci lei alla fine ci convinceva sempre.<br>ringhiava poi solo dalle 17 alle 20 e quindici.<br>o otto e un quarto come preferite.<br>della sera.<br>soffitto alto sempre sera, poltrone in ombra.<br>il resto del tempo cantava o diceva cose che non capivamo con voce flautata.<br>e il flauto dove l&#39;hai lasciato le dicevamo la prendevamo in giro.<br>roba da chiodi disse saverio, ridemmo tutti<br><br>*<br><br>[12/7/07] <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Antonio Koch]]></author>
<pubDate>Thu, 12 Jul 2007 15:20:51 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[house of pain, di Marika Bortolami]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1072&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> zoe ha il collo spezzato<br>eppure respira<br>la luce di mezza luna riflette sul binario<br>zoe è ipnotizzata dalla lucentezza del metallo<br>il viso rivolto a sinistra<br>tutto il corpo immobile<br>ogni singolo osso è rotto, frantumato<br>eppure, respira<br>zoe non sa qual è il punto<br>da cui iniziare per autocurarsi<br>le importa solo della luna<br>che non venga coperta dal grigionuvola<br>il riverbero di luce è l&#39;unica cosa che rimane<br>per non impazzire<br><br>*<br><br>zoe è una bambola gonfiata <br>piegata a pancia sotto<br>fissa le corrosioni, lo smalto scrostato<br>delle sue unghie, sul tavolo<br>lui secondo i calcoli dovrebbe finire tra poco<br>a che diavolo serve definire i rapporti<br><br>(per esistere, <br>sostanzialmente)<br><br>*<br><br>gli animali dell&#39;estate s&#39;avvicinano <br>quando possono<br>quando trovano spiragli incustoditi<br>le lucciole vagano intermittenti <br>alla ricerca di un bambino con un barattolo<br>(dove lasciarsi morire lentamente)<br>e i grilli dentro casa hanno tutti una zampa spezzata<br>(arrancano nella dura lucentezza del marmo rosa)<br>e loro due<br><br><br>*<br><br>zoe torna a casa<br>le quatto del mattino<br>le strade bagnate<br>e tanto, troppo, dannato caldo<br>un ragazzo ubriaco fa a pugni un cartello della pubblicità<br>che accetta lo sfogo senza reagire<br>(l&#39;ikea è uno status della mente) <br>una ragazza premurosa s&#39;affanna a tentare di fermarlo<br>prima di ridursi a pezzi, prima di diventare un blocco di cemento, <br>un cane si accuccia là vicino <br><br>il semaforo lampeggiante chiude il cerchio <br>e porta zoe in un altro quadro<br><br>*<br><br>le prostitute moderne vanno in corteo, in parata per le strade,<br>poche sono rimaste sui viali,<br>molte nelle camere da letto a giocare alle fidanzate felici<br>una dice che a fare la Vita alla mattina si guadagna bene<br>e si conosce di gente interessante<br>alle quattro stacca e torna una donna <br>normale<br><br>zoe cammina lenta<br>prende nota sul moleskine che non ha <br>&quot;mestiere interessante&quot; e passa oltre<br>in radio una ragazzina inglese urla in una lingua che non capisce  <br>siamo cose che mangiano cose<br>che necessitano di cose e vogliono altre cose<br>(zoe segna <br>&quot;trovare sinonimi inutili per definire&quot;<br>altro tempo perso <br>tanto ci si capisce solo<br>ad occhi, a bocca e a mani<br>sparse sui corpi)<br><br>*<br><br>zoe è diventata uno straccio rosso<br>da legare al posto del viso<br>e spostarsi dentro a braccia che erano tutte sue<br>zoe affiora saltuariamente nello straccio blu<br>piega la testa e si appoggia al muro<br>(sei il mio fallimento, <br>un&#39;altra volta dire mai più e ancora<br>e poi mai più e poi basta)<br>il filo che le lega <br>sono le piccole incisioni da coprire con i cerotti<br>(che il papà non li veda)<br>(che il papà non si preoccupi)<br>(dentro a tutto quel silenzio immotivato)<br><br>zoe si sente dire &quot;non ti conteneva più&quot;<br>finisce il nastro della cassetta nella segreteria,<br>prende le chiavi e esce per sempre<br>dalla camera che l&#39;ha vista tornare più alta <br>(altra)<br>con una nuova coda da esibire per un po&#39;<br>un altro umano da tenersi accanto per il tempo utile<br>fino a staccarsene definitivamente<br>possibilmente in un giorno di nuvole<br>quando sono tutti distratti, a testa alta<br>a riconoscere le forme che diventano<br>cose<br><br>*<br><br>zoe ha il collo spezzato<br>eppure sospira<br> <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Thu, 17 May 2007 02:50:25 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[there there, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=1066&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> london april 2007 <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Mon, 07 May 2007 18:36:38 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[ANTIPATIA PER LA MERDA, di Andrea Rossetti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=27&tes=1065&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[Il mio intervento al Workshop bazzanese]<br><br><br><br> La poesia, la parola poetica, è destinata tragicamente dal linguaggio all’olocausto di se stessa. La devianza metafisica della lirica, che per secoli ha creduto di poter esorcizzare l’olocausto mediante la confessione, l’oleografia sentimentale romantica da una parte - poco importa se eroica o pastorale, intimista e crepuscolare o declamatoria e socialmente impegnata – e il nitore classico della forma apollinea dall’altra, è andata incontro al suo esaurimento degenerando nell’industria culturale del kitsch e dell’estetismo melodrammatico. L’homo faber, che per Gramsci giustamente non poteva non essere anche homo sapiens e che il Rinascimento aveva esaltato nella sua orgogliosa padronanza della propria vita e della propria fortuna, si è trovato a fare i conti con un ideale uomo medio, prodotto delle statistiche e delle indagini di mercato, è diventato di volta in volta utente finale, consumatore, spettatore, proiezione umanoide di un parametro puramente tecnico. La volontà di potenza, non trovando il super-uomo, ha infine normalizzato l’uomo dell’età della tecnica. Nulla di più lontano dalla poesia, linguaggio per eccellenza tendente all’autoreferenzialità e quindi all’oggettività spirituale, ben lontano in essenza da qualunque soggettività (anche l’antica diceria scolastica secondo la quale il poeta sarebbe colui che mediante il linguaggio rende universale il relativo è stata ampiamente spernacchiata dalla produzione su scala industriale della canzonetta popolare). La volontà lirica di dire si è mostrata non solo fallace ma anche un eccellente cavallo di Troia per la volontà involontaria per eccellenza: quella, appunto, dell’uomo medio, oggetto e soggetto del mercato globale della cultura. Il problema della poesia è ed è sempre stato, in sostanza, quello della volontà e, quindi, quello del soggetto e, infine ancora, quello della metafisica lirica della metafora che fatalmente è stata condotta dal cuore alla coratella senza soluzione di continuità.<br>Su questa degenerazione di fondo, che costituisce il problema laddove si preferisce porsene di fittizi solo perché risolvibili a priori con le modalità sostanzialmente logodiarroiche del sociale e del politico (sostengo da sempre che la deiezione è, con la chiacchiera, l’atto sociale per eccellenza), l’avvento di internet è stato assolutamente irrilevante se non fuorviante e peggiorativo.  La rete, infatti, è per definizione un medium passivo e illimitato, privo di filtri e sostanzialmente al di fuori delle leggi, nonostante i ripetuti tentativi di dargliele, che si propone in due vesti fondamentali: una vetrina a buon mercato aperta a tutti e il luogo di un mercato primitivo, fondato sul baratto, sul piccolo scambio, su dinamiche episodiche e ingovernabili nel senso di una continuità strutturale quando non sulla truffa. Indubbiamente la rete è stata una risposta alla richiesta di spazi aperti per una creatività frustrata dalla palude politica ed economica della cultura ufficiale, dall’impenetrabilità dei media tradizionali, dal filtro pigramente  istituzionale o addirittura apertamente malizioso dei soliti boiardi di destra e soprattutto di sinistra, paghi del loro ruolo di ortolani di un orto di plastica, di una cultura che celebra se stessa solo per dichiarare periodicamente la propria sopravvivenza, priva di autentica passione, di gusto per la scoperta, di coraggiosa curiosità, all’ombra della quale crescono pochi nuovi boiardi sempre più organici, sempre più inutilmente boiardi. A tutto questo la rete è stata – dicevo – una risposta, ma di sicuro una risposta inadeguata. <br>Il problema sta nel fatto che dietro alla rete, dietro al suo presunto antagonismo, agisce sempre e solo una variante di quella volontà in dissoluzione della quale dicevo all’inizio. Il sogno anarchico  di una bohème virtuale è in realtà soltanto una rappresentazione romantica plastificata per un fenomeno che è destinato ad avere la sorte di tutti i sogni anarchici: l’assimilazione o l’anonimato virtuale. Alcuni dei poeti nati e cresciuti su internet, tra blog e portali di pubblicazione aperti a tutti, dalla casalinga che piange in versi la sua maionese impazzita al professore trombone con l’uzzolo della rima baciata per arrivare fino allo studente liceale che accompagna i suoi versi maledetti con la foto in cui somiglia a Kurt Cobain nella speranza di rimorchiare qualche squinzia che scimmiotta Asia Argento, sono destinati, per caso o per diritto di nascita, a essere chiamati per cooptazione dai grandi boiardi a occupare qualche poltroncina da boiardo minor; agli altri, invece, l’assoluta passività del mezzo e la sua natura di mero contenitore incapace di dotarsi di filtri selettivi, ovvero di un radicamento all’interno di parametri culturali forti e vitali, assicurano un  sostanziale anonimato virtuale, ovvero una notorietà marginale capace di investire un pubblico che può andare da poche decine fino a un massimo di qualche centinaio di persone e la cui portata viene spesso emotivamente enfatizzata dallo spettacolo narcisistico di un microdivismo fondato su effimeri misuratori di popolarità quali i contatti, gli accessi, i commenti e, in quei portali che li contemplano, i voti. Più che uno strumento anarchico di rilancio della poesia, internet mi pare, quindi, un’immensa fiera di patetiche vanità non diversa qualitativamente ma solo quantitativamente da quell’ammuffita cultura ufficiale verso la quale in teoria dovrebbe porsi con modalità antagonistiche. Alla selezione ufficiale operata dalla congrega dei pomposi morti viventi di città che scrivono sui giornali, che lavorano nelle case editrici e che vanno in televisione si oppone l’assenza di selezione di questo mondo di piccoli zombie di campagna in cerca di notorietà spicciola e a basso costo. Nulla di sostanzialmente diverso, proprio perché a fare o non fare la selezione è in entrambi i casi il narcisismo, sottoprodotto consumistico della volontà lirica di dire.<br>La poesia, prodotto per eccellenza senza mercato, è stata sostituita dallo spettacolo – grottesco nei casi peggiori, nei migliori triste – dei poeti. In rete e fuori. Ma il declino che si è compiuto non ha origini recenti: iniziò molto tempo fa, quando l’assolo della lirica subentrò alla coralità della tragedia, celebrando l’avvento di un’antipoetica volontà di dire. <br>Internet non può aiutare la poesia perché la sola cosa che si può e si deve fare per la poesia è aiutarla a morire: l’eutanasia della lirica è la condizione che, ottenendo l’auspicabile estinzione della categoria dei poeti (iscritti ai sindacati e con regolare posizione inps), può resuscitare la tragedia, che è poesia in essenza, in quanto linguaggio non compromesso col narcisismo o con la notorietà di chicchessia. <br>L’attore è colui che pratica l’eutanasia alla lirica agonizzante, il nuovo poeta tragico, il mistico assoluto, cioè assolto dal qualunquismo mistico – internettiano, accademico, gazzettiero o televisivo, poco importa - di un qualunque imperatore-dio.<br><br><i>Andrea Rossetti</i> <br><br>(Teorie - Sull&#39;espressione artistica)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Fri, 04 May 2007 14:50:44 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Gianfranco Franchi su &quot;Indagine di uno Stalker&quot;, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=29&tes=1052&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=29&tes=1052&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Scaffali vuoti per decine di chilometri lungo la Grande Muraglia; alla fine c’è un cinese, seduto tutto tranquillo, che legge Playboy. Questa la concezione dell’editoria nei versi di Alessandro Ansuini. L’indagine dello Stalker è trasversale – identità, sentimenti, amore, fotografia, America (“Americalolita”), Europa, senso delle rivoluzioni (l’autore è “uomo in rivolta / ansioso di non approdare a nessuna rivoluzione” – da “Il viaggio in Francia (ideazione e pianificazione”), quando “oh sì da qualche parte anche noi / stiamo per accadere”. E questo è quanto può sintetizzare, a grandi linee, le trame delle due parti del libro di poesia “Indagine di uno stalker a proposito della muraglia cinese”, pubblicato nell’estate del 2006. Gli argomenti secondari sono vari – tutta la quotidianità dell’artista, dalla salatura delle aringhe alla cucitura dei libri, alle varie e irrichieste incursioni della televisione, dall’ossigeno sugli aerei (cfr. “Fight Club” di Palahniuk) sino alla pulizia degli occhiali.   <br><br>Gli occhiali disse, hai gli occhiali sporchi,<br>ansimi, ti innervosisci.<br>Secondo me ti innervosisci. Respira.<br>Guarda un porno. Adotta<br>una farfalla, educa un coccodrillo<br>a pisciare nel prato, misura, <br>leggi Shakespeare, dimenticalo,<br>spettinati quei capelli, lo senti<br>questo suono, come una M prolungata?<br><br>Lo sento.<br><br>È la macchina. Avanti. Riprova<br>(Ansuini, “Film” – p. 55) <br><br> <br>Il terzo libro di Alessandro Ansuini è suddiviso in due parti: “Marta” e “Indagini”. Nella prefazione, Mazzetti parla della scrittura dell’artista romano come un groove imprevedibile, uno “schema astratto” che innesca il desiderio “dell’edificazione di un modello la cui ripetizione è anche fondazione di utopia, ossia la sconfitta del tempo”; la traduzione mazzettiana di “utopia” è inevitabilmente personale e tende un po’ a deviare dall’etimologia (probabilmente intendeva qualcosa come “ucronia”, se soltanto “ucronia” non avesse assunto altra valenza nella storia delle Letterature), tuttavia se vogliamo affidarci alla dolcezza di quel che ha suono e quindi significato rapidamente intuibile e condiviso non possiamo che avallare il suo disinteresse nei confronti de “Il Significato” e de “La Progressione della Vicenda”. Un momento: è davvero quel che cerchiamo nelle opere di poesia, “la progressione della vicenda” e “il significato”? Qui la questione si complica. Al limite questo discorso vale nei poemi epici, ben distanti dagli ultimi secoli della nostra produzione letteraria. Un secolo abbondante di sperimentazioni di ogni genere – dalla frattura e dall’abiura della metrica sino al profluvio del nonsense, dal protagonismo acquisito e preteso dai montaliani limoni e dalla gozzaniana poesia delle piccole cose sino alla spergiurata distanza dalle tradizioni popolari e dall’espressione del territorio d’appartenenza – ha già scavato abissi difficilmente sondabili in diverse letterature europee… non è questo che affascina e rapisce nella lirica di Ansuini. Non sarebbe nuovo, e non sarebbe peculiare.<br><br>Leggendo “Indagine” ho pensato piuttosto che Alessandro Ansuini potrebbe avere un grande futuro come narratore. Ha un talento notevole nella percezione delle sfumature, dei dettagli, dei gesti minimi; sa fondere letture, ascolti e visioni nella sua scrittura, nominando con disinvoltura kunderiana illustri antecedenti o notevoli contemporanei; addirittura tendenzialmente se ne sbatte di qualsiasi metro, l’unico è la musicalità e il “suono interiore”, quindi è già sulla strada maestra. Conosce una musica che sa rappresentare e scolpire, e tuttavia vivere potrebbe e già è vissuta nelle sue precedenti sperimentazioni ibride, di poesia e prosa: commistioni atipiche, rimbaudiane e campaniane, d’un artista postmoderno che sogna il superamento delle strutture e il rinnovamento delle forme. In altre parole, non solo espressione altra: ma Arte altra. Assolutamente moderno: come insegnava il suo maestro.<br><br>Conoscevo una ragazza che aveva paura<br>Che un giorno ci saremmo persi<br>Evidentemente distratta dai banner<br>Sopra la propria casella postale elettronica<br>Incapace di rendersi conto che<br>Siamo come satelliti<br>Ci si gira intorno per un po’<br>Orbite ruotanti in miele dolceporno<br>A filo di coscienza a filo<br>Di desiderio <br>(Ansuini, “The Gloaming”, p. 79)<br><br>Come ogni grande letterato – poeta o narratore che sia – Ansuini canta l’amore, canta tutte le sue muse, con adorante e incredula dedizione; quanti non sono nuovi alla scrittura del fotografo-performer-editore-scrittore adottato da Bazzano, Bologna sanno che in ogni suo libro i picchi emozionali veri i lettori li vive in primis nella condivisione dei sentimenti provati per una donna; e nelle descrizioni ossessive ed estatiche (cfr. caviglie di Marta, “caviglie da scopatrice, / caviglie da russia e betulle, da dacia, da maniche perforate /, da regni in caduta libera come bare lanciate da una scogliera”; a conferma della speciale sensibilità nei confronti dei piedi dell’autore; cfr. &quot;Ronde de la nuit&quot;). <br><br>In questo libro mancano le altrove apprezzate riflessioni di estetica. Diciamo che stavolta Ansuini non discute essenzialmente della scrittura, ma della fotografia – arte alla quale s’è dedicato in particolare negli ultimi anni, cfr. DeviantArt. Emblematici a questo proposito, ad esempio, i versi de “Marte e la fotografia (non sei le foto che fai)” e “Il viaggio in Francia (ideazione e pianificazione”. Quanti hanno avuto modo di apprezzare lo stile di Ansuini fotografo potranno vedere confermate o disattese le loro suggestioni integrandole con questo piccolo manifesto autoriale.<br><br>L’autore si scarnifica e si spoglia per poter essere vero: morte, amore, paura, minime cose e privato: tutto si confonde in una poesia nata per la performance dal vivo. Tenete d’occhio il sito ufficiale di Ansuini, ascoltate questa musica – poi tornate a leggere, poi ascoltare ancora. Camera Mix non come estensione, ma come espressione autentica d’un canto coraggioso sino alla disperazione, e ironico e caustico; contro tutto. Gioiosamente anarchico, furioso e livido, pericolosamente attratto dalla sacralità: intenso, sempre.  <br><br><br>Gianfranco Franchi, Aprile 2007<br><a href='http://www.lankelot.eu/?p=1749' target='_blank'>http://www.lankelot.eu/?p=1749</a> <br><br>(Teorie - Critica &amp; recensioni)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Tue, 24 Apr 2007 17:27:21 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Gianfranco Franchi su &quot;Zero&quot;, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=29&tes=1045&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=29&tes=1045&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> “Zero” non è solo la stagione all’inferno di Alessandro Ansuini, diario frammentato e sconnesso (in altre parole: letterario) d’un’esistenza vissuta scrivendo per esorcizzare la paura del dolore e per esaltare la bellezza, agognando la divinizzazione della vita – del tempo che rimane – e rivendicando la serena attesa della morte; è il quaderno dei quaderni d’un autore che sta rinnovando le lezioni rimbaudiane (l’identificazione è, in questo testo, chiara, forte e proclamata) e campaniane, amalgamando poesia e prosa, nel segno della ricerca d’una forma nuova e, a quanto leggiamo in questo testo, d’una miracolosa e ancora inesistente struttura delle strutture. Ansuini propone una riflessione (ambizione?) chiara: mostrare una struttura capace di “inglobare le altre”. A un tratto domanda quale sia il nome della struttura capace d’essere a un tempo cronologica, a contrappunto, a incastro, ad affresco, deformata (non cronologica): la sua risposta è “Zero”, negazione della struttura in generale, architettura deflagrata, amori e sentimenti e emozioni e intervalli capaci di disgregare l’ordine previsto da ognuna delle strutture narrative convenzionali.  <br>Non è l’unica riflessione estetica rilevante, come vedremo; questo al di là dell’avvenuta fondazione della “struttura zero”, o almeno della sua ideazione.<br><br>“Zero”: credevo il titolo omaggiasse una battuta del film “The Doors” di Oliver Stone; Ansuini mi ha invece spiegato che “Zero il titolo se l’è scelto da solo, così come il fatto di non mettere il mio nome, mentre si scriveva diceva che non avrebbe avuto un nome e quando incredibilmente ho avuto l’opportunità di pubblicarlo non mi sono sentito di contraddirlo. Inizialmente si chiamava Zero’s Theme ma poi ha perso un pezzo, (come i Cult e i Cure) lo zero è tremendamente ambiguo, significa molte cose insieme, come riferimento musicale credo richiami zero degli Smashing Pumpkins, la canzone, (che portò a quella magliettina con la stella, te la ricordi nel video di Bullet with Butterfly Wings?)”. <br><br>Come no. E al contempo riconosco, nella scrittura di Alessandro Ansuini, una serie di punti di riferimento – rock, letterari, cinematografici – cari e comuni a una parte della nostra generazione. Come nell’opera d’esordio, “Ronde de la nuit”, “Zero” è caratterizzato da una ricca e apprezzabile serie di citazioni, richiami interni più o meno nascosti; per intenderci, nei tre libri che compongono l’opera, ho individuato tra i tanti: The Cure – “Accuracy” e “Prayers for Rain”, con tanto di traduzione in positio princeps dell’inizio del brano; Radiohead, P.J. Harvey; Von Trier (“Idioti”), Tarkovskij; T.S. Eliot, Rimbaud, Nabokov, Shakespeare (Ofelia e Amleto postmoderni e ansuinizzati), Pavese, Holderlin, Campana, Schiller, Gadda, D’Annunzio dei “Notturni”, Blake. L’elenco potrebbe proseguire ancora, quasi a oltranza; la ricchezza delle letture, degli ascolti e delle visioni di Ansuini è micidiale e suggestiva; stesso vale per la naturalezza dei richiami e delle integrazioni nei suoi libri. Si ha l’impressione che siano opere – e autori – coi quali davvero esiste un dialogo quotidiano, un confronto teso a interiorizzare bellezza e intelligenza, nel sogno della creazione d’un’opera delle opere. Perché è a questo che l’autore romano classe 1974 sembra stia puntando, a un superamento dei generi e delle strutture. Per adesso registriamo una violentissima frammentazione della narrazione, una sovrapposizione quando cruenta quando lineare di immagini, una scrittura che procede per lampi, scrosci, flash accecanti o distensivi e rilassanti. Non poesia pura, ma suono: non narrativa, ma prosa lirica; liquidissima, ma non annacquata; densa piuttosto, come il magma originario, caos che pretende di tornare (non di andare: e questo è interessante davvero) al principio di tutto, destabilizzando l’ordine costituito, abiurando dio e la società, cantando e scrivendo quel che è stato e quel che è, senza mai oltraggiare il futuro con una speranza o con una promessa. Ansuini scrive come chi non vede altro che il presente; forse è questo il senso dell’iniziazione – meglio: dell’illuminazione – alla quale pare accennare a un tratto, Roma 2003.<br><br>Il futuro – come la poesia – è morto. Non è. Il presente è attesa, sospensione e idolatria dell’attimo. Poesia è morta e tuttavia il poeta sopravvive, come quelle rare orchidee che vivono attaccate agli alberi, scrive Ansuini, senza essere parassiti: attende come un’orchidea insanguinata, s’avvicina un’era glaciale e allora è il momento di fare acquisti su Media Shopping. “Qui sono morte le stagioni e gli inferni s’allineano a formare un anello. Tu sei la punta che segue il cerchio, tu sei il compasso” (p. 78).<br><br>Se riuscite a immaginare una Stagione all’Inferno raccontata con la cupa e disperata allucinazione apocalittica e l’immaginazione di Blake potete avere una prima e vaga idea di cosa v’attenda in queste pagine. Un delirio costante e programmato, tanto limpido da suonare sacro: “non significo niente, non significa niente / il diapason dei sentimenti ripete (e ripete) e ripete / lo stesso identico suono (simile) di perfezione (nel / perdermi in ogni arte cinese o comunque esplosione cremisi”. <br><br>La scrittura riflette sulla scrittura. Ansuini scrive per la cognizione del dolore e della morte (pp. 59-60, libro secondo, “Zoroastrian Building”), e per la bellezza intoccabile. Tiene compagnia al vuoto (p. 61). La scrittura uccide (p. 61), presuppone “ferirsi senza farsi male” (p. 66), è distruzione (p. 67), è peccaminosa (p. 69): “Ecco un poeta: colui che dà tutto, la sua paura, il suo coraggio, la sua stessa vita nella sua totalità per non ricevere nulla in cambio. Potete dire un missionario” (p. 68).<br><br>*** <br><br>C’è qualcosa che andava e va restituito ai contemporanei, in versi. Il ritorno alla consapevolezza della caducità, per vivere con intensità ogni momento di sole, e ogni raggio di bellezza; si deve tornare a camminare a piedi nudi. Ansuini sta cercando una strada nuova – avanza confuso dalle memorie e dal dolore, e accecato dalla bellezza e dall’innocenza scrive; quando si tratta dell’affresco d’un sorriso, d’una notte o d’un dialogo, leggi e vai oltre senza nemmeno accorgertene: tuttavia d’un tratto appare un immagine che sintetizza e spiega tutto. L’autobiografismo – per quanto criptico per chi non conosca l’autore – è giustificato. Altro non esiste che quel che io ho vissuto. <br><br>“Zero” ne è la prova, e la coscienza. Lirica, e visionaria.<br><br>EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE<br><br>Alessandro Ansuini (Roma, 1974), poeta, narratore, fotografo, performer ed editore (clandestino) italiano. Ha esordito pubblicando “Ronde de la nuit” nel 2002. Vive a Bazzano (Bologna).<br><br>Alessandro Ansuini, “Zero”, Marco Valerio Editore, Torino 2005. <br>L’autore attribuito dall’edizione è “Karpòs Factory”.<br><br>Zero è suddiviso in tre libri: “Schekleter &amp; Paris Literary Company”,  “Zoroastrian Building” (senza dubbio il migliore in assoluto, per intelligenza, originalità, profondità e stile) e “Il visionario”, a sua volta suddiviso in tre parti: quella eponima, “The Family” e “Verwirrung”. <br><br><br><br><br>Gianfranco Franchi Aprile 2007 <br><br>(Teorie - Critica &amp; recensioni)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Sun, 22 Apr 2007 14:57:12 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Gianfranco Franchi su Ronde de la Nuit, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=29&tes=1044&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> Alessandro Ansuini, romano di Garbatella, classe 1974, è una delle più eclettiche figure nella nuova generazione delle nostre Letterature Italiane. Poeta, narratore, fotografo, editore (clandestino) per Smith &amp; Laforgue (là dove si stampano e cuciono in privato i proprio libri, ad libitum), anima dell’ensemble musicale Camera Mix e del gruppo Karpos, ha esordito pubblicando questo “Ronde de la nuit” nel 2002, per i tipi di Liberodiscrivere Edizioni.<br><br>“Ronde de la nuit” è l’ouverture postmoderna, lirica e lisergica, d’un autore che sembra votarsi a una scrittura estranea a trame che non siano un accenno; concentrato sulle immagini, sul suono puro, sulle sensazioni da sfogliare, scardinare e infine scolpire, va ibridando riferimenti rock o pop (soltanto in questo primo libro, più o meno scoperti omaggi o interpolazioni Radiohead, Cure, Cardigans) a riferimenti letterari (campionando, tra i tanti, Rimbaud, Richard Burton, Shakespeare, Spender), prediligendo – questa è un’attitudine protonovecentesca – frammentare e costellare le sue pagine con passi in francese; l’inglese è tendenzialmente vincolato ai richiami rock.  <br><br>Difficile immaginare l’esistenza d’un libro del genere senza che nella Letteratura Italiana – quella al singolare – sia esistita un’opera atipica, visiva e visionaria come “I Canti Orfici” di Dino Campana, esemplare commistione di prosa lirica e versi; quel che può affascinare il lettore è la percezione d’un incontro tra quel libro di Campana, reminiscenze decadenti o scapigliate (giusto per aderire a dovere alla nostra tradizione) e sperimentazioni beatnik; diverse tra le prose di questo complesso quaderno sembrano decisamente adatte a performance dal vivo, più che a una silenziosa lettura in una polverosa mansarda.<br><br>Protagoniste assolute del libro – a questo punto potremmo quasi dire che sia lineare identificarle – sono le figure femminili: amate, idolatrate, perdute, sospese in un istante che non torna, rimpiante, possedute.  L’amore è letto come un altare che pretende un sacrificio; è una concezione tragica e romantica, che mi sembra tuttavia vada esemplificando con chiarezza la condizione dell’io narrante. Il disordine emotivo può precipitare nell’acredine: “Tutte voi, tristes petits ingrats, voi che avete lasciato la polvere accumularsi sul mio cuscino dopo aver messo in disordine le lenzuola, verrò a prendere i vostri sogni di bambine, e li regalerò alle bocche fameliche dei pazzi. Sistemo con un piede le pieghe del tappeto”. (p. 41) – non sorprenda la conclusione che scivola su un piede. I piedi – sin dal principio – sono elementi centrali nelle prose liriche di Ansuini. Nella prima prosa, Arthur Borges è diventato una magnolia; sospira quando s’accorge che non può muoversi, inutile impazzire e inutile ragionare. Tuttavia è felice di non doversi allacciare più le scarpe. Non può più scrivere, ma pensa e prova poesia.<br><br>Ora: sembra quasi che l’autore vada identificando i piedi nudi con la libertà, come in diverse tradizioni; le scarpe sono lette simbolicamente come un segno di riconoscimento del ruolo, come parte integrante dell’adesione – dell’aderenza coatta – alla società o a determinate condizioni esistenziali. Sfogliando il testo non di rado capita di individuare passi dedicati ai piedi; tendenzialmente ogni apparizione d’un piede sta a suggerire un moto di libertà, di riscatto, di rivalsa sulla sofferenza. Mi sembra un tratto originale, va sottolineato.<br><br>Tornando al rapporto con le figure femminili: “Tutto sommato io ero una domanda latente, da sempre, lo sono ancora, e tu eri una risposta complicata” (p. 90) – e un passo come questo mi sembra così emblematico che non va nemmeno glossato o interpretato; è una sorta di manifesto genetico del legame con la donna in “Ronde de la nuit”, e dello status e della coscienza dell’io narrante. Un poeta che cerca, in prosa e in versi, di respirare qualcosa di diverso: di trovare equilibrio: di amare, totalmente.<br><br>Importanti le infrequenti dichiarazioni di estetica; il testo è frastagliato da una chiara coscienza di simbiosi tra “io” e “scrittore”, tuttavia fracassata dai limiti della scrittura e dalle vicende esistenziali del narratore. Scrivere illude e inganna il tempo, e rinnova speranza nella vita: speranza di controllo, certezza di senso. “Qual è il fine dell’arte se non quello di riuscire a dare contorni provvisori a sensazioni impronunciabili? Era l’arte assoluta. Comporre versi da perdere nel vento. E chi poteva dire che se li avessi urlati con la sua voce di magnolia gli altri alberi non l’avrebbero udito?” (p. 11).<br><br>E ancora a proposito del conflitto tra “io” e “scrittore”: “Diceva bene Sartre che i personaggi dei libri sembra facciano vite intensissime ma quando sei tu il protagonista ti accorgi delle tende ingiallite e dei buchi di sigaretta sul copriletto” (p. 25).<br><br>Sublime invece una delle conclusioni possibili: “La bellezza è nella constatazione che la sua cognizione non può prescindere da un giudizio: che si è cosa unica, poeta e immagine e parola, e che siamo un cerchio aperto come un grido ripetuto all’infinito” (p. 111) – e questo passo sembra proprio poter essere salutato come il miglior viatico per quel che Ansuini ha creato, interpretato e proposto, negli anni, sino a guadagnarsi l’attuale considerazione di outsider di lusso d’un sistema letterario che ne apprezzerà, tra non molto, l’estraneità al lungo respiro, la ricchezza lessicale, la capacità di fotografare sentimenti e sensazioni, l’illeggibilità (è davvero nutrimento per letterati puri o per innamorati delle letterature, in generale; dimentichiamoci la commercializzazione di una scrittura pura, magmatica e caotica come questa: è l’officina d’un poeta che sta fumando), il talento da performer.<br><br>Ansuini corteggia la pagina bianca e rianima simboli morti. Sta battendo – in splendido isolamento e con apprezzabile coerenza – una strada nuova.  Questo era  l’esordio. Naturalmente, atipico.<br><br>Avanti così.<br><br><br>EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE<br><br>Alessandro Ansuini (Roma, 1974), poeta, narratore, fotografo, performer ed editore (clandestino) italiano. Ha esordito pubblicando “Ronde de la nuit” nel 2002. Vive a Bazzano (Bologna).<br><br>Alessandro Ansuini, “Ronde de la nuit”, Liberodiscrivere, Genova, 2002. <br><br>(Teorie - Critica &amp; recensioni)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Sat, 21 Apr 2007 17:57:42 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Fronte della Falciata, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=42&tes=1038&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <b>FRONTE DELLA FALCIATA</b><br>- di Alessandro Ansuini -<br><br><u>Traduzione di Mariela Paolucci</u><br><br><br><br><i>Aujourd&#39;hui, toi ou Isabelle, venez Marseille par train express. Lundi matin, on ampute ma jambe. Danger mort. Affaires sérieuses régler. Arthur. Hôpital Conception. Répondez.<br>Rimbaud. Marseille, 22 mai 1891, 2h50 du soir</i><br><br><br>Curvada la mano se definía<br>como el diseño de una grieta sobre el muro- <br>el protector del canal mutaba <br>las frustaciones en sentimentalismos<br>filtrando el flujo a través del uso<br>de un sofisticado aparato de recorridos<br>que se desatan hasta sobre el borde de esta periferia- <br>nubes amontonadas como frazadas deshechas<br>a los bordes puntiagudos de los palacios<br>las plantas en las macetas abandonadas<br>de las personas abandonadas - <br>se piensa todas las noches y todos<br>los pies de los viejos que se mueven<br>bajo sábanas blancas<br>in(a)auditos<br><br><br>Cola fanática por ángeles de desesperación, Qoelet, <br>este viento me desordena el cabello, <br>las ruinas de los cuerpos juegan formando<br>nuevos paisajes de colinas donde antes eran llanuras<br>y tiras brillantes por urracas - y silban las espadas <br>y silban la cavidad de la cabeza de ratón esquelética <br>-Qoelet <br>mi madre, mi madre no me responde<br>y no logra mirarme a los ojos<br><br>*<br><br>Amantes sobre los banquillos negro-amarillos desenfocados- <br>manifiestos sobre el fondo que recitan en pop art<br>CLASSICALLY ABSURD<br>desdemona demodé, ofelia así ruidosa así religiosamente<br>dibujada se pone en comercio con un par<br>de labios carnosos nadie que osa cerrar<br>los documentos de los presentes, desvinculados por un <br>vademécum <br>pescado en la red, editado por un senegal- <br>la repartición de los semejantes y de los saqueadores, todos inocentes,<br>devotos al bisturí carecían de tensiones <br>en los momentos cruciales, como una onda de sonido<br>que se retira siempre<br>al último momento<br>sobre la orilla de la duermevela<br><br>*<br><br>Pero en el fondo quién ha jamás sobrevivido<br>a una tarde de domingo<br>pasada sobre el sofá<br>mirando la luz de la televisión<br>permanecer detenida<br>mientras la luz afuera<br>iba decreciendo?<br><br>La sensación de ser el ojo de un papagallo<br>en vilo sobre un caballete<br><br>*<br><br>Sembrar los días como si se espiara,<br>cuantas miradas furtivas, miradas<br>de llaves en las cerraduras, el secreto escondido<br>en los pies del maitre, que espían en <br>continuación<br>el tesoro que os esconde en el medio-<br>que hay por demostrar<br>los perfiles de las sombras, ennegrecidos<br>como cuchillos de carne, todos de perfil<br>una mano no dada a tu copa c-<br>minúsculos cráneos por encontrar<br>durante el día-paciente-sobre-una mesa,<br>ni siquiera anestesiado, seccionado en horas,<br>abierto en minutos, cortado en segundos, recordar<br>cuán importante es tener citas<br>a las que llegar tarde, si no hay otra<br>para sentirse en culpa – el término <br>de las diez y cuarto y el término<br>de las cuatro y veinte, un mapa invisible<br>atravesado por estos minúsculos cráneos, <br>los nuestros, apenas recubiertos de carne,<br>por un cierto período,<br>pero así molestos, e insistentes<br><br>*<br><br>Hay un dispositivo tremendo<br>que me quiere mecánico, absolutamente<br>aceitado con los mecanismos que se encastran<br>perfectamente con los otros, <br>humbertejio debajo los neones buscando<br>con la mirada una vía de fuga,<br>dentro los ombligos, pero es como si fuera<br>cuidado por una enfermera<br>que pone constantemente en orden<br>una vanguardia, un ejército y un golpe<br>de sueño –renacimiento shangai, es escrito<br>también sobre los muros es escrito<br>en la cabina del teléfono, 55.000<br>nuevas publicaciones literarias solo en italia<br>poner en desorden los sótanos- <br>berlín se abre a la medianoche y a las nuevas tendencias<br>un deseo quietísimo de edificios ennegrecidos, <br>ventanas de vidrios cubiertas de polvo y seccionar el departamento con los biombos, cambiar la disposición de la habitación-   <br>los desfiles de moda y la poesía son una cocina de prostitutas <br>que van del brazo bajo los ojos impasibles <br>de un árabe de barba larga, con pesadas cortinas negras<br>detrás de las espaldas, que ordena con un dedo extendido que debería interesarme por aquello<br>que no ve ni siquiera él, mientras de algún modo<br>se continúa la ablución de los rostros<br>de familia y otras asociaciones<br>a delinquir en la adio-santificada<br>de la televisión. <br><br>*<br><br>El escaneo de los programas como a la mañana, como<br>las alabanzas<br>seguido por la misa catódico-conventual<br>el escaneo de los programas como a las vísperas<br>las plegarias<br><br>*<br><br>all is beautiful all<br>is full of love<br><br>*<br><br>Sola se dió al abrazo, contra su voluntad, <br>consigo misma, desnuda apegada<br>a las propias rodillas estaba<br>como el blanco de una vela<br>puesto de frente al blanco<br>de un muro, y allí, bendita<br>por el frío y por el ángulo,<br>reinaba<br><br>Ésta, ésta es ella.<br><br><br>Pesaban nubes y haciéndose densas<br>se acostaban sobre la parte derecha<br>del cráneo, donde por una semana <br>dos voces distintas, a la noche<br>habían tomado por gritarse recíprocamente<br>frases inconexas, delirios, y nadie<br>demostraba que aquellas voces nocturnas<br>no pertenecían a las de los vecinos,<br>o a aquél sutilísimo violeta<br>que había entrevisto<br>prolongarse en los párpardos de la ventana,<br>hacerse cornea<br><br>Y éste, éste soy yo. <br><br>Las casas brotaban junto a una vasta depresión <br>algunos lugares se pasaban <br>de generación en generación<br>una herencia cultural que enseñaba<br>a abrir las piñas, a separar<br>la carne de la escama: sobrevivían solamente<br>los más técnicos, los talentosos, o los tercos.<br>Un perro de pavlov anunciaba<br>el ingreso de modelos en la sala, sus tacos<br>y pantorrillas puestos en una correspondencia de Eco <br>con los ojos de todos nosotros<br>curiosos que ser nos revelase<br>el secreto de esa música antigua, hecha <br>de clavos y tobillos<br>que ignorábamos. <br>Los colores soplaban desgranándose<br>dentro de la Polaroid,<br>las escenas cometidas eran secuencias de opio, rosal<br>de sonámbulos que afilaban<br>su atroz sensualidad<br>dedos delgados –labios modelos –como delante de un  <br>objetivo<br>saturando los claro-oscuros de la imagen <br>de su química y de aquel modo<br>de caminar hacía ícono<br>espesor y perfume, en el momento<br>en que permanecía fija,<br>en el cuarto, delante de los ojos<br>que no la abarcaban, de pie, <br>la manos sobre las rodillas, las piernas cruzadas, <br>fragilísimo deseo de todos nosotros<br>-matarte o tenerte sobre un vidrio- <br>y la risa, la risa de ella<br>cubierta por los dedos delgados<br>delante de la boca<br><br>Fosos de la luz moderna, algo de grave<br>que ocurre en una tarde de miércoles<br>- a nosotros, propiamente a nosotros- <br>Mientras todos los otros parecían <br>continuar a aburrirse<br>sin darse cuenta de nada<br><br>Y fue así que las industrias del vidrio fueron <br>liquidadas,<br>ahora, sobre el borde del Splendide Hotel<br>las señoras entraban y salían, <br>entraban y salían discutiendo<br>sobre la Magdalena de Dan Brown. <br><br>Esto, en la península:<br>luz, distancia, una pelota<br>de básquet en el medio, un gato<br>en  perspectiva, como a pelo de agua<br>-ridículo como una herramienta inutilizada-<br>pero bello, y atento.<br><br>*<br><br>Frustación, aislamiento, pentatonica<br>de la modesta cantidad –adelgazar bien<br>adelgazar de prisa- sé muy positivo- <br>los nuevos bárbaros y la fuerza<br>de olvidarse de la memoria <br>-fiction extralight for cosmopolitan anoréxica girl-<br>sillones y huéspedes -la televisión no engorda<br>ni adelgaza la televisión<br>maquilla -esaylife teen lolitas for empty boys- <br>siglas de supermercado - detené<br>el psicólogo en clase detenelo<br>mientras se quitan los ojos en tv<br>para interpreter los sueños- <br>por fortuna que existe el domingo- <br>Sally, te presento a Ferrari- <br>acróbata o ingeniero<br>esta vulgaridad sin velos así bien exteriorizada<br>en el simple mostrar los ojos <br>cómo se decía un tiempo?<br>Los ojos son el espejo del alma- <br>la primera corporación del kiwi<br>cabalga la bora digital - lady in black, <br>elegancia de firmeza, tu casa fantasy<br>a prueba de glaciares, tus horas muy speedy,<br>sos así multi parka, tu suavidad del cuello<br>no se exterioriza solo con el detalle de abrigo de pieles,<br>y ellos, si todos ellos se dan cuenta- <br>acordarse, antes de enviar un euro<br>para el panda que no logra aparearse,<br>¿quien nació el mismo día que la madre<br>teresa de calcuta gana un televisor de plasma?<br>Quince segundos delante de una telecamara<br>para suministrar desapasionadamente tu opinión- <br>háblanos del dinero, de los inmigrantes, háblanos<br>que cosa le dás de comer a tu hijo<br>no lo ves que es obeso?<br>Sos favorable con la burka o no?<br>Usted es uno de los cuales que dice basta <br>[de] esta manía de lo etno y en casa<br>tiene una mesita esculpida <br>en el desierto de Kaokoland?<br>Sabe quién ha tomado la bastilla,<br>y qué día nació Umberto Eco?<br>Por qué llaman Unabomber con<br>este nombre, que se refiere<br>al profesor americano que puso tres<br>explosivos en un college y fue arrestrado<br>antes de hacer explotar uno?<br>Qué quiere decir maximalista?<br>Pero cómo hablan en televisión?<br>Aquí, aquí la pregunta:<br>usted entiende lo que dicen en televisión<br>o mira sólo los programas de Maria de Filippi?<br>Responda, según usted, el arco de costantino: <br>- es  un gadget que dan de regalo con novela 2000<br>- es el sobrenombre que costantino vitagliano atribuye a su pene<br>- es una poesía de maurizio costanzo <br><br><br>ponga una cruz<br>cuando dicen terrestre digital<br>están hablando de usted<br><br><br>*<br><br>Monopolizar los mejores recuerdos, la curva<br>sexual de la bomba, los sinuosos cuerpos de algebra<br>bosquejos de tiza sobre el pizarrón - los significados<br>sobre los cuales no logras treparte,<br>la sentencia que deviene una rima<br>pierde su valor pero vos<br>podés ser todavía puesto en carga<br>basta buscar una presa no hay luz<br>ninguna luz en la oscuridad pero vos tenés<br>la espina –la velas de esta ciudad<br>no están más quemadas de manera así sensual<br>los blackout se adormecen como niños y esta <br>nuestra cena<br>dime, es sólo inspiración?<br><br>&quot;Por qué haces preguntas<br>si ya tienes todas las respuestas?&quot;<br><br><br><br><br>*<br><br>Conspiraban las partes ciegas de la casa, la perspectiva<br>no escrutada, intolerante a los zapatos así <br>confesión,<br>así la familia, la clase media se contenta de ser <br>obvia, los mejores recuerdos que podés desear<br>los está viviendo algún otro -abonate<br>yo soy por las partes que se parten, que desprenden,<br>soy por toda la acústica provocada por la zambullida<br>de una bomba, no he nunca pensado como se hace<br>una conexión entre vos y las venas eléctricas<br>que me atraviesan yo solo he dado mi nombre<br>tomado parte a la comedia - ningún vestido<br>tranquilizante ninguna caricia elíptica<br>porque no estoy seguro<br>de llegar a tiempo y vos<br>no tenés tiempo de esperarme, enormes<br>caravanas surcan el cielo, minúsculas càmara de televisòn<br>reprenden los niños en la escuela de modo<br>que las madres pueden controlar desde el trabajo<br>como es que se crece<br>sin agua y vos cómo estás?<br>Te sentís bien? Has comido algo?<br>Recordás donde estacionaste el auto<br>o deberemos llamar a la policía como<br>aquella vez en amsterdam?<br><br><br>*<br><br>El lento tic-tac del tren seduce mi <br>correspondencia<br>estos mis brazos te buscan pero no logran<br>alcanzarte, vendrá el momento, soy el grabador<br>de la palabra paciencia sobre el mármol de esta roca<br>también los gusanos se ocupan de los agujeros en el<br>terreno, <br>las gotas de agua tendrán rostros de niños, formas<br>humanas,<br>los palacios se tocaran con dedo enciclopédico<br>todas las clases<br>han estado abandonadas- <br>yo estoy casi seguro<br>he caído y he sido empujado, ninguna respuesta<br>no preguntarlo a mí, vé al palacio de los ministros,<br>preguntalo a alguno convenientemente acampado<br>sobre la colina, tener una buena conversación<br>es absolutamente necesario, no monopolizar<br>la conversación, escuchar, lamerse <br>al interior de la mejilla, tal vez un diente, escuchar,<br>el corazón alcaucil de la conversación<br>tiene su sentimiento tierno<br>circundado por hojas duras<br>como “buen día” confundido<br>entre abogados en un aula de tribunal<br>con el techo <br>altísimo.<br><br><br><br>*<br><br>Aquí una, aquí ninguna, <br>Aquí ciento mil Annie,<br>touch touch touch touch touch touch<br>&quot;No tengo dos vidas,<br>una de fotógrafa famosa <br>y una privada. Tengo sólo una. <br>Y la primera es parte de la otra&quot;, <br>probar los vestidos sin siquiera <br>vestirlos, venir a conocimiento<br>de un libro intermediario estantes parlantes<br>no nos sentimos todos mejor, <br>más limpios?<br>Cuanta energía positiva, mi casa<br>está a mi disposición, <br>puedo activar el videocontestador y ver<br>quién es que llama a mi puerta, <br>o bien, sólo con una tecla, <br>activar el escenario programado,<br>coordinando entre sus luces, cortinas, <br>música y clima, y cuando no estoy en casa, <br>puedo hacerlo con mi videocelular, <br>dame un maestro, dame una guía <br>de degustar, con los rojos a la cumbre los y los blancos, aquellos,<br>aquellos los dejamos estar<br>están derrumbando el mundo,<br>apartheid docet, bienestar que dura, <br>pero te parece, responsabilidad hacia el planeta, respeto<br>por los campesinos, ha llegado<br>un cuarto de cocainómanos<br>en corbata que no se reconocen el uno del otro, <br>the village is on the street recitan <br>los speaker en hilo-difusión <br>en los vastos espacios de los aeropuertos,<br>amy arbus y los creativos de los años 80<br>los disfrazados del underground newyorkino,<br>annie y los jóvenes, estos jóvenes<br>en uniforme, así tranquilos,<br>en el verse todos iguales que <br>la diferencia, la hace el detalle<br>archivo por paseo, monitor arcoiris, <br>wireless virtuales para conocer<br>te para concerlo para ser<br>todos felices para decir<br>nos conocemos, casa simplicity,<br>el dadá ha concluído, somos los monarcas <br>de nuestra propia piel somos los monarcas<br>de nuestro cuerpo<br><br>*<br><br>Todo es inservible y por eso necesario.<br><br>Tus manos<br>Los ojos de tus hijos<br>Las cosas masculinas en las femeninas<br>Esta poesía y las tuyas<br>Los votos y las dietas<br>Y cuando sos viejo<br>Ella que viene hacia vos <br>A lo largo de una calle llena de hojas<br>Para encontrarte y desaparecer<br><br>La muerte devuelve tijeras<br>donde antes sólo éramos papel<br>para absorber<br><br><br><br><br><br><br><br><br><br><b><br>TESTO ORIGINALE</b><br><br><br>Aujourd&#39;hui, toi ou Isabelle, venez Marseille par train express. Lundi matin, on ampute ma jambe. Danger mort. Affaires sérieuses régler. Arthur. Hôpital Conception. Répondez.<br>Rimbaud. Marseille, 22 mai 1891, 2h50 du soir<br> <br>Adunca la mano si stagliava<br>come il disegno d’una crepa sul muro –<br>il protettore del canale mutuava<br>le frustrazioni in sentimentalismi –<br>filtrando il flusso attraverso l’uso<br>d’un sofisticato apparato di percorsi<br>che si snodano fin sull’orlo di questa periferia –<br>nuvole ammassate come coperte sfatte<br>ai bordi acuminati dei palazzi –<br>le piante nei vasi trascurate<br>dalle persone trascurate –<br>si pensa a tutte le notti e a tutti<br>i piedi dei vecchi che si muovono<br>sotto lenzuola bianche<br>in(a)uditi<br> <br> <br>*<br> <br>Colla fanatica per angeli di disperazione, Qoelet<br>questo vento mi scompiglia i capelli,<br>gli sfasci dei corpi giacciono formando<br>nuovi paesaggi collinari dove prima erano pianure<br>e strisce luccicanti per gazze - e sibilano le scimitarre<br>e sibilano le cavità delle teste di topo inscheletrite – Qoelet<br>mia madre, mia madre non mi risponde<br>e non riesce a guardarmi negli occhi.<br> <br> <br>Amanti sulle panchine gialloennere così sfocati –<br>manifesti sullo sfondo che recitano in pop art<br>CLASSICALLY ABSURD<br>desdemona demodé, ofelia così noiosa così religiosamente<br>affogata si mette in commercio con un paio<br>di labbra carnose nessuno che osa chiedere<br>i documenti dei presenti, svincolati da un vademecum<br>pescato nella rete, redatto da un senegalese -<br>la spartizione dei simili e degli sciacalli, tutti innocenti,<br>devoti al bisturi mancavano di tensione<br>nei momenti cruciali, come un’onda di sonno<br>che si ritiri sempre<br>all’ultimo momento<br>sul bagnasciuga del dormiveglia.<br> <br>Ma in fondo chi è mai sopravvissuto<br>a una domenica pomeriggio<br>passata sul divano<br>fissando la luce della televisione<br>rimanere ferma<br>mentre la luce fuori<br>andava scemando?<br> <br>La sensazione d’essere l’occhio di un pappagallo<br>in bilico sopra un trespolo.<br> <br> <br>*<br> <br> <br>Seminare le giornate come se ci spiassero,<br>quanti sguardi furtivi, sguardi<br>da chiavi nelle serrature, il segreto nascosto<br>nei piedi dei maitre, che sorvegliano in continuazione<br>il tesoro che vi si nasconde nel mezzo –<br>cosa c’è da dimostrare<br>le sagome delle ombre, annerite<br>come coltelli da carne, tutte di profilo<br>una mano non adatta alla tua coppa c –<br>minuscoli crani da incontrare<br>durante il giorno-paziente-steso-su-una tavola,<br>nemmeno anestetizzato, sezionato in ore,<br>aperto in minuti, tagliato in secondi, ricordarsi<br>di quanto è importante avere appuntamenti<br>a cui far tardi, se non altro<br>per sentirsi in colpa – la scadenza<br>delle 10 e un quarto e la scadenza<br>delle 4 e 20, una mappa invisibile<br>attraversata da questi minuscoli crani,<br>i nostri, appena ricoperti di carne,<br>per un certo periodo,<br>ma così fastidiosi, e insistenti.<br> <br> <br>*<br> <br> <br>C’è un congegno tremendo<br>che mi vuole meccanico, assolutamente<br>oliato coi meccanismi che si incastrano<br>perfettamente con quelli di altri,<br>humberteggio sotto i neon cercando<br>con lo sguardo una via di fuga,<br>dentro gli ombelichi, ma è come fossi<br>sorvegliato da un’infermiera<br>che mette costantemente in ordine<br>un’avanguardia, un esercito e un colpo<br>di sonno – shangai renaissance, è scritto<br>anche sui muri è scritto<br>nella cabine del telefono, 55.000<br>nuove uscite letterarie solo in italia<br>metteranno a soqquadro gli scantinati –<br>berlino si apre alla mezzanotte e alle nuove tendenze<br>un desiderio calmissimo di edifici anneriti,<br>finestre a vetri polverose e sezionare l’appartamento<br>con dei paraventi, cambiare la disposizione delle stanze -<br>le sfilate di moda e la poesia sono un cenacolo di prostitute<br>che vanno a braccetto sotto gli occhi impassibili<br>di un arabo con la barba lunga, con pesanti tende nere<br>dietro le spalle, che intima con un dito proteso<br>che dovrei interessarmi di quello<br>che non vede nemmeno lui, mentre in qualche modo<br>si continua l’abluzione dei volti<br>di famiglie e altre associazioni<br>a delinquere dentro la radiosantiera<br>della televisione.<br> <br>La scansione dei programmi come al mattino, come le lodi<br>seguiti dalla messa catodicoconventuale<br>la scansione dei programmi come al vespro<br>le preghiere<br> <br> <br> *<br> <br>all is beautiful all<br>is full of love<br> <br> <br>*<br> <br> <br>Sola si donò all’abbraccio, controvoglia,<br>con sé stessa, nuda avvinghiata<br>alle proprie ginocchia stava<br>come il bianco d’una candela<br>posto di fronte al bianco<br>d’un muro e lì, benedetta<br>dal freddo e dall’angolo,<br>regnava.<br> <br>Questa, questa è lei.<br> <br> <br>*<br> <br> <br>Pesavano nuvole e addensamenti<br>si coricavano sulla parte destra<br>del cranio, dove da una settimana<br>due voci distinte, a notte<br>avevano preso ad urlarsi a vicenda<br>frasi sconnesse, deliri, e nulla<br>dimostrava che quelle voci notturne<br>non appartenessero a dei vicini,<br>o a quel sottilissimo viola<br>che aveva intravisto<br>allungarsi dalla palpebra della finestra,<br>farsi cornea.<br> <br>E questo, questo sono io.<br> <br> <br>*<br> <br> <br>Le case sorgevano lungo una vasta depressione,<br>alcuni topi si passavano<br>di generazione in generazione<br>un’eredità culturale che insegnava<br>ad aprire le pigne, a separarne<br>la carne dalle squame: sopravvivevano solamente<br>i più tecnici, i talentuosi o i caparbi.<br>Un cane di pavlov annunciava<br>l’ingresso delle veline nella sala, i loro tacchi<br>e polpacci presi in una corrispondenza di Eco<br>con gli occhi di noi tutti<br>curiosi che esse ci svelassero<br>il segreto di quella musica antica, fatta<br>di chiodi e caviglie –<br>che noi ignoravamo.<br>I colori soffiavano sgranandosi<br>dentro alle Polaroid,<br>le scene commesse erano sequenze d’oppio, rosai<br>di sonnambuli che affilavano<br>la sua atroce sensualità<br>dita sottili - labbra modelle - come davanti a un obiettivo<br>saturando i chiaroscuri dell’immagine<br>della sua chimica e di quel modo<br>di camminare faceva icona<br>spessore e profumo, nel momento<br>in cui restava ferma,<br>nella stanza, davanti ad occhi<br>che non la contenevano, in piedi,<br>le mani sulle ginocchia, le gambe incrociate,<br>fragilissimo desiderio di noi tutti<br>- ucciderti o tenerti sotto un vetro -<br>e la risata, la risata di lei<br>coperta dalle dita sottili<br>davanti alla bocca<br> <br> <br>*<br> <br> <br>Cave della luce moderna, qualcosa di grave<br>che ci accade in un mercoledì pomeriggio<br>- a noi, proprio a noi –<br>mentre tutti gli altri sembrano<br>continuare ad annoiarsi<br>senza accorgersi di nulla.<br> <br>E fu così che le industrie del vetro vennero liquidate,<br>adesso, sul bordo dello Splendide Hotel<br>le signore entravano e uscivano<br>entravano e uscivano discutendo<br>della Maddalena di Dan Brown.<br> <br>Questo, nella penisola:<br>luce, distanza, un pallone<br>da basket nel mezzo, un gatto<br>in prospettiva, come a pelo d’acqua<br>- ridicolo come un attrezzo inutilizzato -<br>ma bello, e attento.<br> <br> <br> *<br> <br> <br>Frustrazione, isolamento, pentatonica<br>della modesta quantità – dimagrire bene<br>dimagrire in fretta – sii molto positivo –<br>i nuovi barbari e la forza<br>di dimenticarsi della memoria –<br>fiction extralight for cosmopolitan anoressic girl –<br>poltrone e ospiti – la televisione non ingrassa<br>né dimagrisce la televisione<br>trucca – easylife teen lolitas for empty boys –<br>sigle da supermercato – fermate<br>lo psicologo in classe fermatelo<br>mentre si toglie gli occhiali in tv<br>per interpretare i sogni –<br>per fortuna che c’è la domenica –<br>sally, ti presento ferrari –<br>acrobata o ingegnere –<br>questa volgarità senza veli così ben esternata<br>nel semplice mostrare gli occhi –<br>come si diveva un tempo?<br>Gli occhi sono il vecchio dell’anima –<br>la prima corporazione del kiwi<br>cavalca la bora digitale – lady in black,<br>eleganza di polso, la tua casa fantasy<br>a prova di ghiacciai, le tue ore molto speedy,<br>sei così multi parka, la tua morbidezza di collo<br>non si esterna solo con il dettaglio di pelliccia,<br>e loro, loro se ne sono accorte tutte –<br>ricordarsi, piuttosto, di spedire un euro<br>per il panda che non riesce ad accoppiarsi,<br>chi è nato lo stesso giorno di madre<br>teresa di calcautta vince un televisore al plasma?<br>Quindici secondi davanti ad una telecamera<br>per fornire spassionatamente la tua opinione –<br>parlaci dei soldi, degli immigrati, parlaci<br>di cosa dai da mangiare a tuo figlio,<br>non lo vedi che è obeso?<br>Sei favorevole al burka o no?<br>Lei è una di quelle che dice basta<br>con questa mania dell’etno e a casa<br>ha un tavolino scolpito<br>nel deserto del Kaokoland?<br>Sa chi ha preso la bastiglia,<br>e che giorno è nato Umberto Eco?<br>Perché chiamano Unabomber con<br>questo nome, che si riferisce<br>al professore americano che mise tre<br>ordigni in un college e fu arrestato<br>prima di farne esplodere uno?<br>Cosa vuol dire massimalista?<br>Ma come parlano in televisione?<br>Ecco, ecco la domanda:<br>lei lo capisce quello che dicono in televisione<br>o guarda solo i programmi di maria de filippi?<br>Risponda: secondo lei, l’arco di costantino:<br>-         è un gadget che danno in omaggio con novella 2000<br>-         è il soprannome che costantino vitagliano attribuisce al suo pene<br>-         è una poesia di maurizio costanzo<br> <br>metta una croce<br>quando dicono digitale terrestre<br>stanno parlando di lei<br> <br> <br>*<br> <br> <br>Monopolizzare i migliori ricordi, la curva<br>sessuale della bomba, i sinuosi corpi di algebra –<br>schizzi di gesso sulla lavagna - i significati<br>sui quali non riesci ad arrampicarti,<br>la sentenza che diviene una rima<br>perde la sua valenza ma tu<br>puoi essere ancora messo in carica<br>basta cercare una presa non c’è luce<br>nessuna luce nel buio ma tu possiedi<br>la spina - le candele di questa città<br>non sono mai bruciate in maniera così sensuale,<br>i blackout s’addormentano come bambini e questa nostra scena<br>dimmi, è solo ispirazione?<br> <br>“Perchè fai domande<br>se sai già tutte le risposte?”<br> <br> <br>*<br> <br> <br>Cospiravano le parti cieche della casa, le prospettive<br>non scrutate, insofferente alle scarpe così confezione,<br>così famiglia, la classe media s’accontenta di essere<br>ovvia, i migliori ricordi che tu possa desiderare<br>li sta vivendo qualcun altro – abbònati<br>io sono per le parti che si spezzano, che franano,<br>sono per tutta l’acustica provocata dal tuffo<br>di una bomba, non ho mai pensato ci fosse<br>una connessione fra te e le vene elettriche<br>che mi attraversano io ho solo dato il mio nome<br>preso parte alla commedia - nessun vestito<br>tranquillizzante nessuna carezza elittica<br>poiché io non sono sicuro<br>di arrivare in tempo e tu<br>non hai tempo di aspettarmi, enormi<br>carovane solcano il cielo, minuscole cineprese<br>riprendono i bambini a scuola in modo<br>che le madri possano controllare dal lavoro<br>com’è che si cresce <br>senz’acqua e tu come stai?<br>Ti senti bene? Hai mangiato qualcosa?<br>Ricordi dove hai parcheggiato la macchina<br>o dovremmo chiamare la polizia come<br>quella volta ad amsterdam?<br> <br> <br>*<br> <br> <br>Il lento ticchettare del treno seduce la mia corrispondenza<br>queste mie braccia ti cercano ma non riusciranno<br>a raggiungerti, verrà il momento, sono l’incisore<br>della parola pazienza sul marmo di questa roccia<br>anche i vermi s’affacceranno dalle buche nel terreno,<br>le gocce d’acqua avranno facce di bamabini, forme umane,<br>i palazzi si toccheranno con dita enciclopediche -<br>tutte le classi<br>sono state abbandonate -<br>io ne sono quasi sicuro<br>sono caduto o sono stato spinto, nessuna risposta<br>non chiederlo a me, vai al palazzo dei ministri,<br>chiedilo a qualcuno appropriatamente accampato<br>sulla collina, avere una buona conversazione<br>è assolutamente necessario, non monopolizzare<br>la conversazione, ascoltare, leccarsi<br>l’interno della guancia, magari un dente, ascoltare,<br>il cuore di carciofo della conversazione<br>ha un suo sentimento tenero<br>circondato da foglie dure<br>come “buongiorno” scambiati<br>fra avvocati in un’aula di tribunale<br>con il soffitto<br>altissimo.<br> <br> <br>*<br> <br> <br>Eccone una, eccone nessuna,<br>ecco centomila annie,<br>touch touch touch touch touch touch<br>“Non ho due vite,<br>una da fotografa famosa<br>e una privata. Ne ho una soltanto.<br>E la prima è parte dell’altra”,<br>provare i vestiti senza nemmeno<br>indossarli, venire a conoscenza<br>di un libro tramite scaffali parlanti,<br>non ci sentiamo tutti meglio,<br>più puliti?<br>Quanta energia positiva, la mia casa<br>è a mia completa disposizione,<br>posso attivare il videocitofono e vedere<br>chi è che bussa alla mia porta,<br>oppure, soltanto con un tasto,<br>attivare gli scenari programmati,<br>coordinando tra loro luci, tapparelle,<br>musica e clima, e quando non sono in casa,<br>posso farlo tramite il mio videofonino,<br>dammi una maestro, dammi una guida<br>da degustare, con i rossi al vertice i e i bianchi, quelli,<br>quelli lasciamoli stare<br>stanno rovinando il mondo,<br>apartheid docet, benessere che dura,<br>ma ti pare, responsabilità verso il pianeta, rispetto<br>per i contadini, è in arrivo<br>un quarto stato di cocainomani<br>in cravatta che non si riconoscono l’un l’altro,<br>the village is on the street declamano<br>gli speaker in filodiffusione<br>nei vasti spazi degli aereoporti,<br>amy arbus e i creativi degli anni 80<br>i travestimenti dell’underground newyorchese,<br>annie e i giovani, questi giovani<br>in uniforme, così tranquilli<br>nel vedersi tutti uguali che d’altronde,<br>la differenza, la fa il dettaglio,<br>archivio da passeggio, monitor arcobaleno,<br>wireless virtuali per conoscere<br>te per conoscere lui per essere<br>tutti felici per dire<br>ci conosciamo, casa simplicity,<br>il dada è tratto, nous sommes les monarques<br>de notre propre peau nous sommes les monarques<br>de notre corps<br> <br> <br>*<br> <br>Tutto è inservibile e per questo necessario.<br> <br>Le tue mani<br>Gli occhi dei tuoi figli<br>I cosi nelle cose<br>Questa poesia e le tue<br>I voti e le diete<br>E quando sei vecchio<br>Lei che ti viene verso<br>Lungo una strada piena di foglie<br>Per incrociarti e sparire.<br> <br>La morte ci rende forbici<br>dove prima eravamo solo carta<br>ad assorbire. <br><br>(Arte - Traduzioni)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Sat, 07 Apr 2007 20:25:36 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[house of patience, di Marika Bortolami]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1033&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=1033&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> distante era tutto,<br>quel tutto che escludeva il nero <br>torpore soffice e trasparente come un angelo<br>nella terra dei cartoni animati<br>e rimaneva solo lo stesso nero dell&#39;insonnia<br>e quello della ragione cruda e della vista appannata<br>tutti i sensi distesi seminudi sul letto<br>a prendere freddo<br>zoe, un&#39;adolescente irrisolta<br>e nella mente esplodono mille scintille <br><br>*<br><br>l&#39;uomo degli orologi si china su di lei<br>dentro il torace, aperto a metà,<br>si ferma a regolare le lancette<br>sulla pazienza, sulla costanza<br>zoe sorride e poi gli passa accanto due volte<br>senza riuscire a ringraziarlo<br>le giornate sembrano anche più aperte<br>zoe non vede, non freme, non scappa<br>le sue finestre rimangono spalancate all&#39;inverno<br>e l&#39;ombra degli alberi si agita sotto alle sue scarpe<br>ha un foglio dove c&#39;è scritto &quot;presto&quot;<br>e &quot;presto&quot; non arriva mai<br>(anni dalle suore, con il grembiulino e la vita scandita <br>dall&#39;ora del gioco, del cibo, del sonno<br>non sgarrando di un minuto uno<br>non si dimenticano facilmente)<br>e inevitabilmente<br>zoe si merita qualcosa di meglio<br>qualcuno che non deragli ad ogni centimetro<br><br>*<br><br>zoe, la testa sul cuscino <br>e si scioglie, liquida<br>senza muovere un muscolo<br>sulle guance, dentro il cotone umido<br>impossibilitata a fermarsi<br>si infila direttamente nella bocca del mostro:<br>ci sono settimane in cui rimane rannicchiata su un fianco<br>ad aspettare che arrivi il crepuscolo e poi la notte<br><br>la tela della pelle<br>ha spazi sempre più stretti<br>zoe incide piccoli dolori verticali<br>che s&#39;aggiungono uno accanto all&#39;altro<br>(l&#39;unica via per smettere di evaporare:<br>il sangue passa con altro sangue)<br><br>e poi ancora altra notte<br>e poi ancora il buio<br>e nel frattempo fissa un punto all&#39;infinito<br>in mezzo al nero<br>senza parlare, ascoltandosi respirare<br>assicurandosi che sia tutto in ordine <br>prima di andare via da se stessa<br>(le cose brutte sono sempre pronte ad abbracciarla)<br><br>*<br><br>il bambino danneggiato è dentro la stazione<br>quella piccola, con pochissimi passeggeri<br>e quasi tutti senza valigie <br>i suoi viaggi brevi non necessitano di appendici<br>ha sempre l&#39;impressione<br>di incontrare qualcuno d&#39;importante<br>appena sceso dai binari<br>fosse solo uno sguardo distratto e assonnato <br>o un leggero movimento<br>delle mani che passano tra i capelli<br>inspira immagini che poi sposta di lato<br>nessuna a fissarlo <br>l&#39;unica cosa che resta perenne è la pista di biglie<br>che aveva a otto anni, quella di plastica verde<br>che poi aveva spezzato in tre parti<br>in uno scatto di nervi<br><br>(lo scopo del gioco è rimanere frantumati:<br>il bambino danneggiato sempre più spesso <br>rimane con degli scritti aperti a metà<br>e le pagine bianche che prendono il sopravvento)<br><br>*<br><br>&quot;quanto vuoi?&quot;<br>&quot;quanto basta, te e un paio di forbici per separarmi dal mondo&quot;<br><br>*<br><br>il bambino danneggiato sopravvive <br>sfidando tutte le punture d&#39;ape dei giorni<br>si trovano al ristorante cinese, con le panchine cinesi<br>intarsiate da scritte cinesi, sui muri le stampe della muraglia,<br>zoe è estasiata dal bimbetto in ceramica sdraiato<br>e le punte tonde delle bacchette che gli si fermano sulla schiena<br>un cameriere zelante le versa dell&#39;acqua <br>e le chiede se va tutto bene, è tutto a posto<br>lei guarda di fronte, <br>il bambino danneggiato ha le bacchette a mezz&#39;aria<br>&quot;ora è tutto nell&#39;ordine naturale delle cose&quot;<br>il cameriere non capisce, ma non ha importanza<br><br>*<br><br>zoe, questa fame insaziabile <br>di abbracci e piccoli aggiustamenti interni<br>di dita che si intrecciano e stringono<br>di memorie di bambini che vengono lasciati soli<br>di cenni e sapori e riconoscerlo dal profumo<br>(mon coeur)<br><br>*<br><br>natale e basta<br>natale e non passa mai abbastanza in fretta<br>ed è quasi estate, nel mondo fuori<br>e zoe è ancora ferma con i ninnoli dell&#39;albero nelle mani,<br>(questa distruzione che taglia in piccoli pezzi <br>e nessuno riesce a ricostruire<br>non c&#39;è tempo, c&#39;è da crollare nel silenzio un&#39;altra volta)<br>zoe, vederlo ancora e pensare che <br>capiterà di nuovo, che non è l&#39;ennesima ultima volta<br>il bambino danneggiato è un vaso di fiori che si rigenerano<br>ad ogni notte e brucia, brucia e scotta, senza consumarsi mai<br>senza poter passare più nel mondo di carta<br>come quella volta dello straccio <br>usato per coprire certe vie di fuga<br>e tutte le disastrose conseguenze<br>natale e poi si risale, dicono<br><br>dispersa ogni abilità di sopportare<br>zoe fissa la stanza vuota e si mangiucchia le unghie<br>ogni poco alza gli occhi, compulsiva,<br>l&#39;orologio tondo nella parete a fiori <br>è fermo, ghiacciato, <br>le lancette delle ore treeventinove, <br>(l&#39;ultima volta che si sono fermati negli occhi)<br>due volte al giorno segnano l&#39;ora esatta<br><br>per tutto il resto, si aspetta<br><br>*<br><br> <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Sat, 31 Mar 2007 04:11:28 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[ants on montmartre, di Marika Bortolami]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=1021&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=1021&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> paris <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Wed, 07 Mar 2007 22:24:20 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[wedding, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=1014&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=1014&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> stazione di wedding, berlino <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Mon, 05 Mar 2007 17:22:47 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[burning cows, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=1012&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=1012&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> bologna <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Sun, 04 Mar 2007 19:48:59 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[no way, di Marika Bortolami]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> ... <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Mon, 26 Feb 2007 18:09:46 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[LA VITA: ISTRUZIONI PER IL DISUSO, di Andrea Rossetti]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> <i><b>Vivere</b></i><br><br>Non mi definirei vivente ma predicato in vita.<br><br><i><b>Scrivere</b></i><br><br>Io scrivo, non de-scrivo. Ci sono molti de-scrittori, più o meno bravi, ma io sono uno scrittore.<br><br><i><b>Libri</b></i><br><br>Un buon libro non è mai stato scritto. I grandi libri sono solo cattivi, spesso vengono poi resi buoni da chi li legge. Flaubert non ha mai fatto nulla di getto, nemmeno la cacca.<br><br><i><b>Genialità</b></i><br><br>Dato che la genialità è un paradosso diacronico, geniale può essere solo l&#39;attributo di una presenza. In questo senso la genialità è una qualità assolutamente democratica: tutti possono essere dei geni, peccato che pochissimi di loro abbiano talento.<br><br><i><b>Educazione</b></i><br><br>Ogni educazione è una maleducazione.<br><br><i><b>Il peto e i suoi derivati</b></i><br><br>Una scoreggia altisonante è decisamente migliore di un umano petofonante, almeno ha la spudoratezza infingarda di levarsi al cielo nascosta tra le preci.<br><br><i><b>Verità</b></i><br><br>La verità non può essere una metafora: il concetto di verità è una metafora ed è appunto una menzogna potenziale. In che misura lo sia ci è ignoto ma l&#39;ignoranza non ci salva: la sola distinzione possibile è quella tra chi pratica l&#39;ignoranza con sussiego e chi, come me, si disprezza.<br><br><i><b>Logica informale 1</b></i><br><br>La logica è informale perché non può che essere divina, almeno secondo l&#39;aspirazione. La logica formale, invece, è pura regolazione-contemplazione di un sistema chiuso che rimane tale finché non tenta di applicarsi al proprio statuto linguistico per rendersi assoluto. A quel punto si contraddice.<br>L&#39;informale poi non si canonizza, esso non è assenza di una forma, e in quanto tale forma a sua volta, perché proprio questo è il vizio di ogni formalismo. La logica informale è impraticabile al di fuori di Dio. Gli enti possono solo simularla, è roba da attori non da matematici. E&#39; dunque la forma delle simulazioni che vediamo, non la non-forma formalizzata dell&#39;informale: informatevi&#33;<br><br><i><b>Logica informale 2</b></i><br><br>La logica informale non ha metodo e non ha sistema, procede per simulazioni attoriali per il semplice motivo che un ente non è l&#39;Essere. Solo le singole simulazioni sono sottoposte alla  storicità e, in quanto simulazioni, esse la beffano. Storicizzate pure le simulazioni&#33; Come dire: prendetelo in culo credendo di fottere.<br><br><i><b>La storia</b></i><br><br>La storia non esiste, è mera catalogazione diacronica, presunzione di una tradizione tradotta. La cultura di massa non ci consegna ormai più nulla di storicizzabile: la Coca Cola ha sconfitto il museo.<br><br><i><b>Postmodern</b></i><br><br>Nessun manifesto, nessun credo, nessuna ideologia, solo l&#39;assenza di Dio, ben più significativa della presenza di qualsiasi ente. E si badi: Dio E&#39; non-esserCi. L&#39;ateo è solo l&#39;orchite di un coglione. E al diavolo anche Nietzsche e il nichilismo&#33;<br><br><i><b>Topa e utopia</b></i><br><br>All&#39;utopia preferisco la topa, di campagna e di città. <br><br>(Arte - Narrativa)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Wed, 21 Feb 2007 11:03:52 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[not so far, di Marika Bortolami]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> ... <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Tue, 20 Feb 2007 11:52:48 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[L&#39;ANIMA E&#39; SUPPOSTA MA SI PRENDE PER VIA ORALE, di Andrea Rossetti]]></title>
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<description><![CDATA[[Andrea Rossetti conversa con A. Leblais]<br><br><br><br> <i><b>Un dialogo a distanza con Carmelo Bene.</b></i><br><br><b>André Leblais</b>: <i>Nel cambio di segno ontologico attraverso il quale il suo teatro si dichiara antisimmetrico rispetto al teatro nichilistico beniano, verso il quale<br>comunque non cessa di voler mantenere una evidente parentela di riferimenti omonimi, qual è il punto di unione? quale il perno del ribaltamento o, meglio ancora, l&#39;invariante algebrico?</i><br><br><b>Andrea Rossetti</b>: La risposta a questo interrogativo è contenuta nella conversazione &quot;La brutalità del necessario&quot;, terzo capitolo della prima parte di <i>&quot;Sono sparito alla Madonna&quot;</i>, il mio libro sul teatro uscito per le edizioni Marco Valerio di Torino. <br>In breve, direi che l&#39;invariante è rappresentato dalla dissoluzione del testo e quindi dell&#39;attore nel e insieme al testo medesimo. Il mio teatro, come quello di Bene, è parassitario rispetto alla drammaturgia e distruzionista nei confronti del ruolo dell&#39;attore, chiamato a disidentificarsi per &quot;essere&quot; persona, cioè pienamente maschera. <br>La separazione dei percorsi si evidenziò però quando io, osservando come la prospettiva nichilistica fosse in realtà la propaggine estrema di una volontà di potenza propria della tradizione metafisica, derridianamente e heideggerianamente intesa, intuii anche come il percorso potesse essere compiuto solo nel recupero di un&#39;indeterminata finalità ontologica, davvero e finalmente mortale per la fenomenologia poetica del testo e del suo contesto attoriale inteso come tradizione sociale e culturale. <br>Se il nichilismo ha costretto Carmelo Bene a fermarsi sulla soglia di un rigoglioso tessuto metaforico barocco assolutamente fondato (con forza) sull&#39;imponenza dell&#39;attore-personaggio, io, con fare monacale, ho cancellato me stesso insieme alla poetica testuale in una sorta di predisposizione ontologica inesauribile, che trascende la metafora barocca nell&#39;anticipazione - tradizione incompleta all&#39;incompletezza - della classicità.<br><br><b>A. L.</b>: <i>Dunque, in questa prospettiva, quella di Bene sembrerebbe essere l&#39;esperienza di un clamoroso fallimento, se lo stesso Bene, almeno l&#39;ultimo, pretendeva a suo &quot;non-modo&quot; di essere fuori dalla metafisica – e &quot;privato&quot;, parafrasando le sue provocazioni, di scorie volitive, che ne sono il ritorno – come appare dai suoi richiami a Derrida, che preferiva ad Heidegger.</i><br><br><b>A. R.</b>: Non direi che l&#39;esperienza beniana sia stata fallimentare, anzi: riconoscerne l&#39;incompletezza rispetto alle intenzioni – se pure d’intenzioni è lecito parlare - del suo stesso artefice non significa dichiararla fallita (ogni esperienza è un passaggio indifferente al proprio autore, se anche Einstein si ostinava a rifiutare l&#39;idea di un universo in espansione). <br>Carmelo Bene ha compiuto la parabola che Antonin Artaud aveva lasciata ferma alla pura teoria. <br>Non dimentichiamo anche la &quot;macchina attoriale&quot;, idea alla quale io stesso devo moltissimo. <br>L&#39;equivoco di fondo è analogo a quello che mina la coerenza del cosiddetto &quot;pensiero debole&quot; di Gianni Vattimo: il nichilismo, lungi dall&#39;essere assenza di fondamento, è invece la scelta &quot;forte&quot; di un fondamento negativo. <br>Per la sua focosa opera di dissoluzione Carmelo Bene aveva bisogno di essere personaggio e non persona, maschera pura. Questo l&#39;ha reso interprete attendibile e coerente di una sorta di estremo decadentismo barocco e metaforico (lui stesso, in chiave antinovecentesca, si dichiarava un figlio dell&#39;800). Ma ciò che è decadente è ben lontano dall&#39;essere decaduto. <br>Il problema sta nel concepire la dissoluzione come &quot;opera&quot; a partire da un soggetto e non invece, alla mia maniera, come un destino al quale rimettersi. <br>Ritengo, però, che la circostanza nichilistica e barocca del teatro beniano (che ha il merito indiscutibile e &quot;profetico&quot; di non essere sopravvissuto alla morte dell&#39;attore-personaggio) debba essere considerata come la condizione a priori della mia prospettiva ontologica che dal barocco dell&#39;attore-personaggio porta all&#39;anticipazione della classicità dell&#39;attore-persona.<br><br><b>A. L.</b>: <i>&quot;Ritengo, però, che la circostanza nichilistica e barocca del teatro beniano [...] debba essere considerata come la condizione a priori della mia prospettiva ontologica...&quot;: può spiegare meglio questa affermazione?<br>Significa forse considerare, heideggerianamente, l&#39;esperienza beniana necessaria per il suo stesso superamento?<br>Non si ricade nel circolo vizioso fra necessità-di-un-destino e destino-di-una-necessità? Ovvero, quello che è apparentemente un esito della volontà, rimettersi a un destino, altro non sarebbe che il destino di una volontà, quella dissolutoria, come se l’intenzionale “rimettersi a un destino” obbedisse alla volontà invisibile dello stesso destino che lo trascende, in un movimento circolare?</i><br><br><b>A. R.</b>: Anche il rapporto con la necessità è trattato nella conversazione &quot;La brutalità del necessario&quot; che ho citata. E’ opportuno chiarire, però, che qui la volontà non c&#39;entra. Il destino non ha nulla a che fare con l&#39;assunzione di una responsabilità dissolutoria soggettiva. In Bene questo sussisteva perché il nichilismo è volontà di potenza ma la necessità del teatro beniano non è - rispetto al mio lavoro - &quot;utensile&quot; del suo superamento. Io ho parlato infatti di &quot;condizione a priori&quot;, di una circostanza che è necessaria in quanto data e che è data in quanto necessaria. Il rapporto tra me e Bene trae quindi origine da una semantica – ahinoi - diacronicamente fondata (nel tempo, quindi, e non nella volontà, immanente o trascendente che sia): in me non c&#39;è alcuna volontà di superamento, perché se è vero che la metafisica è insuperabile - la si supera solo ricadendoci dentro - e che il nichilismo è una forma estrema di metafisica, allora il mio teatro ontologico sta a quello di Bene come dimenticanza, come oblio rammemorante. Un equilibrio ossimorico.<br><br><b>A. L.</b>: <i>Mi è chiaro perché la circostanza beniana, come a-priori del suo teatro, sia necessaria in quanto data, ma non perché sia data in quanto necessaria.</i><br><br><b>A. R.</b>: E&#39; il circolo vizioso che è a monte di ogni presunto fondamento, la sola modalità logica per esprimerlo compiutamente: il dato è tale in quanto necessario e il necessario è tale in quanto dato. Ciò è pienamente ineludibile e, quindi, tanto dato quanto necessario.<br><br><i><b>Come si distrugge il mondo: la poesia della “nouvelle tragédie”.</b></i><br><br><b>A. L.</b>: <i>Cito da un suo brano: &quot;Nessun poeta scriverebbe nulla se sapesse sul serio cos&#39;è poesia&quot;.<br>In base a questa definizione in negativo, se così si può dire, saprebbe dire cosa è sul serio poesia, sempre che sia possibile darne una definizione univoca ed esaustiva?</i><br><br><b>A. R.</b>: Poesia è tutto quel che non può essere scritto altrimenti (e quindi neppure scritto da qualcuno: è infatti quasi sempre il poeta come figurante a identificare la poesia nella sua fenomenologia di spettacolo logorroico). <br>Mi rendo conto che questa non è molto più di una definizione &quot;negativa&quot;, ma l&#39;&quot;esistenza della poesia&quot;, un po&#39; come quella di Dio, è materia di fede. Naturalmente non sto parlando della poesia come &quot;genere&quot; letterario - noiosissimo tra l&#39;altro - ma della poesia come evento della parola, come melodramma del significante.<br><br><b>A. L.</b>: <i>Dunque Poesia non è qualcosa di cui si possa custodire l&#39;omonimia del primo nome, così come il “musicistico” custodisce nella musica il musicale come essenza prima, la forma materiale che corrisponde alla struttura sensibile da cui per prima viene denunciata la sua essenza (il suono dall&#39;orecchio), senza averne però l&#39;esclusiva (e questo a giustificazione del solo primo nome), giacché musicale è anche secondariamente e virtualmente una sequenza di immagini, o più in genere il gioco di rimandi dei significanti di un qualche tipo.<br>Al contrario Poesia sarebbe una sorta di luce, che permette di vedere ma che non è possibile vedere, o comunque intrappolare in un dispositivo oculare, quale la poesia come genere.<br>Così come la fonte non vede Narciso, ma si specchia in lei (non sorprenda il femminile, si tratta di narcisi bene-detti/e) nella versione wildiana del mito, perchè Narciso è l&#39;unica parola per descrivere Narciso e la più bella, in un mondo - quello del suo mito - dove la bellezza è l&#39;unico metro della realtà, e dove Narciso è il riferimento primo che legittima ogni altra cosa.<br>Dunque inconoscibile e inafferrabile, mancante. Si può solo scommettere sulla sua apparizione in un qualsivoglia &quot;luogo&quot;, mai essere sicuri della sua presenza, come prodotto di una intenzionalità.<br>Ogni &quot;fede&quot; nella Poesia è dunque una invocazione, una preghiera, un offrire ospitalità.</i><br><br><b>A. R.</b>: Sì, ma è altrettanto importante affrancarsi dall&#39;affetto patetico per il concetto di bellezza: la bellezza con la quale ha a che fare la poesia non è questa o quella bellezza ma il suo puro nome, posto che quell&#39;avere a che fare - che come tutto l&#39;avere è fenomeno e noi, com&#39;è noto, del professor Husserl ce ne freghiamo - dovrebbe cessare di essere un pregiudizio per approdare finalmente allo stato di supposizione.<br><br><b>A. L.</b>: <i>Sono pienamente d’accordo: la bellezza cui facevo riferimento nell&#39;esempio del mito di Narciso era solo funzionale al parallelo fra Poesia-luce e Narciso-bellezza, quindi svuotata di qualsiasi contenuto contingente relativo all&#39;attributo &quot;bello&quot;.<br>In questo paragone, poi, la bellezza conta solo come principio di diritto di un mondo. Nessuno sa se la bellezza è bella nel mito di Wilde, perchè nessuno l&#39;ha mai vista, così come l&#39;essenza della luce è custodita dall&#39;ombra.<br>Il mito di Wilde è il mito di un mondo, il cui Dio (legislatore) resta invisibile, e solo supposto come mito originario, come ciò da cui deriva la misura – in tale caso la bellezza - di tutto il resto.<br>Ma ancor prima  Narciso è ciò che permette alle cose stesse di essere quello che sono, giacché tutto vive come riflesso del suo sguardo, il quale è condannato alla cecità sconsolata di chi, in un labirinto di specchi - se anche la parola (nel regno della Poesia) è insieme specchio e cembalo - è stato privato del proprio riflesso, il quale ora si aggira di specchio in specchio declinato secondo la specificità propria di ognuno di essi, secondo l’angolo d’ombra che ne misura la prossimità mancata.<br>E&#39; grazie all&#39;impronta del suo primo sguardo che ora gli specchi possono comunicare e fraintenderlo, tradirlo traducendolo.<br>Ma mi dica: ha mai pensato di pubblicare in DVD alcune delle sue letture di scena, o ci sono ragioni teoriche che glielo impediscono?</i><br><br><b>A. R.</b>: Per la verità l&#39;idea di pubblicare un DVD c&#39;è e c&#39;è sempre stata. Non ho alcuna ostilità preconcetta nei confronti della tecnologia, anzi. Il problema è - casomai - quello di rendere specifica l&#39;operazione, armonizzandola con uno dei principi fondamentali della nouvelle tragédie che è quello dell&#39;impraticabilità della &quot;replica&quot;. Il concetto stesso di replica, infatti, è antiteatrale - checché se ne dica - e noiosamente impiegatizio. <br>I miei spettacoli sono costruiti per essere azioni uniche, anche nella durata, secondo una semantica della variazione per certi versi affine ai modi dell&#39;esecuzione musicale. Non per nulla centrale è sempre l&#39;elemento vocale: &quot;vocal theatre&quot; è infatti la denominazione inglese di quella che in francese è &quot;nouvelle tragédie&quot; e in italiano &quot;lettura di scena&quot;, e non sfugga il convergere delle differenze dei significati nel denominare multilinguistico intorno alla costruzione del senso. <br>Ecco perché, se DVD dev&#39;essere, è necessario che sia DVD-theatre, ovvero un DVD concepito non come supporto per la riproduzione di uno spettacolo messo in scena altrove ma come elemento determinante del fare teatro. Penso a un percorso ipertestuale, descritto nel menu di base e costituito da file audio, testi, immagini, animazioni, video, ecc. che insieme determinino le possibilità sempre diverse di una fruizione che chiami lo spettatore a uscire dalla passività tradizionale del suo ruolo.<br><br><b>A. L.</b>: <i>Quando parla (su K-Ezine N.1), a proposito di scrittura neo-tragica, di assassinio del TESTO da parte dell&#39;attore, la parola &quot;assassinio&quot; si riferisce alla parola greca phonos che significa insieme suono-voce e uccisione-assassinio?<br>Inoltre, se mi è concesso l&#39;azzardo etimologico, la radice greca phonos, assassinio-voce, sembra prendere il posto del capro (ucciso) attorno cui si celebrano la danza scena e il canto-voce che sin dall&#39;antichità greca identificano la tragedia nella sua essenza mitologica.<br>Così, similmente, attorno alla stessa radice verbale greca, phonos, si animano nouvelle tragédie, vocal theatre e lettura di scena, da lei evocate, in quello che è un rituale di espiazione: il capro espiatorio è infatti la stessa parola-scrittura phonos tradita nella Tragedia che è la Voce come teatralizzazione della parola-suono, come danza e canto.<br>In questo senso e possibile parlare di metafora di se stessa, giacché l&#39;espressione &quot;assassinio del TESTO&quot;  è sì la metafora della tragedia, ma tradisce già la sua missione, in quanto è la metafora stessa la sola vera e unica tragedia: nella parola phonos-assassinio si è già compiuta la morte del (suo) TESTO, la parola phonos-VOCE.</i><br><br><b>A. R.</b>: Le etimologie sghembe mi appassionano, così come appassionarono Martin Heidegger a partire dal silenzio attonito e orante col quale concluse l’ultima parte di <i>“Sein und Zeit”</i>, incompiuta così come l’ottava sinfonia di Schubert, dimentica della forma-sonata e vivificata dall’assorta contemplazione dei registri più gravi, e come <i>“L’uomo senza qualità”</i> di Musil. <br>Come lei saprà in greco i due sostantivi hanno una prossimità sonora notevolissima, nonostante la filologia ci obblighi a considerare la differenza tra omicron e omega. <br>In effetti, è la metafora a essere tragica, tragica è la messa in opera del linguaggio: in questo si uccide il testo, nel negarne la funzione esplicativa, didascalica e contenutistica, per renderlo pura occasione liturgica, sacra. D&#39;altro canto <i>sacer</i> in latino vuol dire sacro e maledetto, consacrato e infame. Nel mettere in scena la tragedia implicita nel parlare per metafore, il teatro vocale è al tempo stesso santo e abominevole. E l&#39;attore un pio mal-f-attore. Di nuovo due equilibri ossimorici.<br><br><b>A. L.</b>: <i>Sì, in effetti per la filologia c&#39;è una differenza tra omicron e omega, ma si potrebbe anche pensare (azzardo una teoria) che il linguaggio scritto proceda dal mito (&quot;tutto ciò che è degli uomini un tempo fu degli dei&quot;), che in origine era racconto orale, e che alle varianti di cui il mito è costellato corrispondano minime differenze significanti nelle parole, le quali dunque conservino nel loro intrecciarsi una traccia della &quot;matematica esistenziale&quot; mitica.</i><br><br><b>A. R.</b>: Certo, la filologia coglie ben poco del mistero del linguaggio. Essa è una sposa fedele, al contrario della letteratura, che è una cortigiana un po&#39; zoccola. L&#39;una e l&#39;altra, tuttavia, fanno esperienza del linguaggio come fenomenologia dell&#39;accoppiamento tra significante e significato, quindi nel suo generare il mondano a posteriori del suo evento terrestre. <br><br>(Teorie - Sull&#39;espressione artistica)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Sun, 18 Feb 2007 18:16:06 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[TransOEDIPUS, di Andrea Rossetti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=38&tes=1004&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=38&tes=1004&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> <img src='http://www.brightlightsfilm.com/28/28_images/psycho_affair.jpg' border='0' alt='user posted image' /><br><br>lettura di scena in due astrAtti eschilosofoclei con debiti hitchcockiani, di Andrea Rossetti, capocomico della seconda età elisabettiana, che la dedica ora e per sempre al suo amico Fabrizio e al suo cuore che a schiacciarlo fa piii-po’<br><br><br><i>Al bagno degli uomini                                  <br>preferisco l&#39;odore delicato <br>di quello delle donne in cui m&#39;infiltro <br>ogni volta che posso per goderne <br>in solitudine la strana luce.</i><br><br>Fabrizio Pittalis<br><br><br><b>PERSONAGGI:<br><br>Un voyeur<br>Un prete<br>Un transessuale<br>Due pazzi in camicia di forza<br>Una coppia che copula</b><br><br><br>                                             <b>astrAtto primo</b><br><br><i>L’azione si svolge in ambiente neutro, su un fondale dipinto a nuvolette e illuminato dall’alto. Dal soffitto pendono sagome di uccelli. Il centro della scena è occupato da un basamento sul quale è posto il plastico di una casa in stile gotico americano, illuminata da luci all’interno. A destra del basamento, su due sedie vicine ma poste leggermente ad angolo affinché gli sguardi degli occupanti possano incrociarsi, stanno seduti il voyeur, con un binocolo al collo, e il prete in abito talare. Sulla sinistra, su un letto, una coppia copula senza fare caso alla loro presenza.</i><br><br><i>IL VOYEUR</i>: <br><br>Correva, correva il<br>dodicesimo anno dall’inizio<br>di tutto, nella casa sull’altura<br>aperta sul mondo - <br>il mondo sottostante, scisso <br>in due incommensurabili frazioni <br>dalla lunga lama grigia della strada<br>statale, che poco lontano<br>rasentava la colonna sghemba<br>dei tralicci prima <br>che questi curvassero di scatto<br>tra le colline del tramonto; il mondo<br>compresso dalle affastellate,<br>periferiche propaggini della<br>cittadina mortalmente discreta… -<br><br><i>IL PRETE</i>:<br><br>…perché la discrezione allude <br>sempre alla morte…<br><br><i>IL VOYEUR</i>:<br><br>…la casa aperta sul mondo<br>- dicevo - per mezzo dell’antica<br>veranda, di legno come tutta<br>la grande costruzione in stile<br>gotico americano,<br>fatta d’assi di legno occidentale,<br>che acuminata curiosava e verticale, <br>vagamente minacciosa, tra i segreti<br>insospettabili della troposfera<br>meschina. Gravi tende color crema<br>erano alle finestre, fatte spesse<br>da una miriade di grandi fiori bianchi<br>a mano forse ricamati<br>nei giorni barbari nei quali il tempo<br>filava via discreto come Berta,<br>nella nazione dalle risorgenti<br>frontiere, alludendo alla morte<br>di tutti quegli sconosciuti,<br>non numerosi come d’altra parte<br>gli uomini, per di più<br>lontanissimi, di chiara<br>fama, che la differivano<br>contando prima di dormire fino a cento.<br>Dietro quelle finestre<br>vivevano i tre fratelli<br>Naun, esseri quasi<br>invisibili che gli abitanti<br>del circondario vedevano soltanto<br>nelle rare occasioni nelle quali<br>lambivano il villaggio coi freddi<br>gesti quotidiani concernenti<br>la mera sopravvivenza, collocati <br>in cima ai polpastrelli – loscamente -<br>delle dita nervose delle loro<br>manine dilavate.  <br>Tra i residenti, infervorati dalle<br>innumerevoli diramazioni<br>accorte e sottili del verbo <br>dei bottegai, che soli<br>potevano vantare una costante<br>trama di relazioni coi tre spettri<br>fratelli coltelli, erano corse <br>strane voci, sospetti <br>infondati e deliziosi <br>che disegnavano pezzo dopo pezzo<br>la mappa smisurata<br>di un gioco di società dalle ragioni<br>e dagli sbocchi sfuggenti, nel bel mezzo<br>del quale ciascuno, fino al collo<br>immerso nella latitanza<br>necessaria di regole fisse…<br><br><i>IL PRETE</i>:<br><br>…a dispetto dell’eco scherzosa<br>di quelle di ogni giorno, e nonostante…<br><br><i>IL VOYEUR</i>:<br><br>…nella latitanza – dicevo – necessaria<br>di regole fisse, ciascheduno<br>si godeva a bell’agio la chiarezza<br>del suo personale <br>sentimento comunale.<br>La storia appunto era iniziata<br>due mezze dozzine d’anni prima…<br><br><i>IL PRETE</i>:<br><br>…due mezze dozzine&#33; Non fai prima<br>a dire dodici?<br><br><i>IL VOYEUR</i>:<br><br>Dodici è stile tuo – le tribù elette <br>d’Israele, gli apostoli chiamati – <br>ma questa è storia pagana e mal pagata…<br><br><i>IL PRETE</i>:<br><br>…anche pacchiana, se è per questo, dico…<br><br><i>IL VOYEUR</i>:<br><br>Pacchiana sì, come noi due del resto…<br>Dunque, la storia era iniziata quando<br>Epaminonda, balbuziente, e Rèso,<br>il parolaio, e Oròsia, montanara<br>sorella detta da qualcuno Norma…<br><br><i>IL PRETE</i>:<br><br>…anche se in verità non era chiaro<br>chi fosse il maggiore tra i due maschi…<br><br><i>IL VOYEUR</i>:<br><br>…erano venuti a quella<br>contrada nell’aprica<br>profondità della nazione per restare<br>con la madre Proserpina <br>Naun, proprietaria della vecchia<br>casa sopra l’altura e titolare<br>di una cospicua rendita azionaria<br>lasciatale in testamento dal marito.<br>Era quindi Proserpina un’anziana<br>signora benestante, gravemente<br>al tempo già malata, che con gioia<br>infantile di vecchia aveva accolto<br>quel ritorno, beata di morire<br>con la faretra piena dei suoi figli…<br><br><i>IL PRETE</i>:<br><br>Il salmo dice in verità che è l’uomo<br>ad essere beato…<br><br><i>IL VOYEUR</i>:<br><br>L’uomo è beato solo se ubriaco&#33;<br><br><i>IL PRETE</i>:<br><br>Bestemmiatore&#33;<br><br><i>IL VOYEUR</i>:<br><br>No, vendemmiatore. Ma stavo dicendo<br>della vecchia Proserpina che i giorni<br>trascorreva vicino a una finestra<br>grande, del pianterreno, nel salotto,<br>seduta su una sedia<br>a dondolo, in piena luce,<br>un gran rettangolo, via via più oblungo,<br>di luce crepuscolare,<br>guardando l’ombra comune proiettata<br>dalla sua testa e da una spietata<br>presenza retrostante<br>sulla pagina bianchissima e radiosa<br>del libro che non avrebbe mai concluso,<br>e che una sera, dopo avere emesso<br>un trillo di stupore, e avere visto<br>scuoterle in basso un’onda la vestaglia<br>per trafugarle l’ultimo puntale<br>di luce digradante, era defunta.<br>Rimasti da soli, i suoi tre figli<br>avevano deciso<br>di non lasciare la grande casa antica<br>e, grazie alla rendita dei beni<br>materni amministrati<br>sapientemente da Epaminonda, accorto<br>come pochi tra i ladri,<br>avevano finito per restare<br>irretiti nella fitta trama<br>degli ambigui fascini del posto.<br>Una vallata dai colori hollywoodiani<br>si specchiava rimbalzando, goffa<br>e terribile, sull’interminabile<br>fila delle latte cilindriche<br>utilizzate dalla popolazione<br>delle periferie per contenere<br>i rifiuti…<br><br><i>IL PRETE</i>:<br><br>…le zone più centrali invece<br>avevano teche<br>di plastica verde<br>di plastica gialla…<br><br><i>IL VOYEUR</i>:<br><br>…e gli stormi danzavano<br>a sera nei pressi dei tralicci<br>punte evocando aguzze<br>di frecce indiane; il vento<br>poi, anima vera dell’incanto<br>straniante del luogo che finiva<br>per frapporsi alla pienezza di ogni loro<br>respiro covando<br>forse la ragione<br>di uno sgomento subliminale,<br>dalla profondità dell’orizzonte<br>spirava verso il fianco della casa<br>sul quale era ormai quasi scomparso<br>del tutto il colore, e gli interstizi<br>tra le riarse travi<br>di legno ospitavano a migliaia<br>i granelli di polvere,<br>unica eredità e testimonianza<br>del tempo trascorso alle spalle<br>di qualsiasi memoria, <br>per poi danzante sistemarsi sotto<br>la veranda a fischiare lungamente<br>nei loro inquieti cervelli sconvolgendo<br>più e più ricordi e pensieri e incauti sogni<br>notturni. Giorno dopo giorno aveva<br>quel vento fiaccato le loro<br>fortezze interiori, si era aperto<br>via via una breccia più vasta, dilagando<br>poi tra fitte caligini lungo <br>dedali e intrichi di gallerie indifese<br>sino a scalare agevolmente in fretta e furia<br>le pendici dei cuori.<br>Era avvenuto ciò – come ho già detto –<br>nell’arco di due mezze dozzine<br>d’anni, durante i quali Epaminonda,<br>un tempo piuttosto ben pasciuto,<br>aveva perso un chilo dopo l’altro<br>fino a mutarsi nell’ombra di se stesso<br>nello sforzo, segreto anche per lui,<br>di adeguarsi al mondo che le sue<br>sensazioni, ovvero le certezze,<br>puerili gli stavano plasmando<br>con attitudine persecutoria intorno.<br><br><i>IL PRETE</i>:<br><br>Era vagamente impressionante<br>anche per un visitatore marginale<br>e straniero - mettiamo il garzone<br>del macellaio - intravederlo mentre,<br>coperto alla meglio dai suoi vecchi<br>abiti divenuti troppo grandi<br>e con lo sguardo angariato da terrore<br>circospetto, vagava nel bel mezzo<br>del ballo dei tendaggi<br>furiosi, che il vento ora gonfiava,<br>ora faceva sussultare appena<br>al torvo tintinnio dei lampadari.<br><br><i>IL VOYEUR</i>:<br><br>Rèso, dal canto suo, da sempre smilzo<br>tanto da non badare alla sporgenza<br>di una costola in più, sentiva il crollo<br>dei nervi prossimo per le allucinazioni<br>strane che l’avevano braccato<br>fino dal giorno dopo l’improvvisa<br>morte materna.<br>Incriminava il vento<br>per questo anche lui,<br>tutti quei suoni<br>che produceva filtrando negli ambienti<br>vuoti: sussurri, brevi fischi mozzi<br>e cigolii, e spiegava con la troppa<br>eccitazione che questi<br>gli procuravano le apparizioni brusche<br>del fine spettro della vecchia madre.<br><br><i>IL PRETE</i>:<br><br>A dire il vero, nessuno tranne lui<br>l’aveva visto mai, ma tanto Oròsia<br>che Epaminonda, cioè le due persone<br>sole che in dodici anni erano entrate<br>in quella casa, usavano avvedersi<br>dell’ arcigna presenza dagli effetti<br>che al viso del fratello provocava.<br><br><i>IL VOYEUR</i>:<br><br>Già. Rèso, infatti, che ripeteva inquieto<br>di avere visto per la prima volta<br>quella figura – un’immagine scolpita<br>lievemente in un ventre di cristallo –<br>riflessa dallo specchio ovale appeso<br>di fronte alla porta della sua<br>stanza da letto,<br>dilatava, vedendola, lo sguardo<br>scoprendo la sclera tutt’intorno <br>all’iride irrorata, e se stava<br>immobile e serrava<br>con forza le mascelle. Le visioni<br>duravano manciate di secondi,<br>tuttavia sufficienti, a suo parere,<br>a fugare ogni dubbio.<br><br><i>IL PRETE</i>:<br><br>Della bella sorella<br>ti resta da dire…<br><br><i>IL VOYEUR</i>:<br><br>Oròsia era fra i tre quella che meglio<br>aveva sfidato i turbamenti.<br>Nel corso di due mezze dozzine<br>di anni, nella casa, a qualche cosa<br>d’indefinibile la caccia aveva dato,<br>a un mistero sepolto nella notte<br>stagnante e grande tra gli argini del fiume<br>della sua mente e il languido miraggio<br>di una coscienza, che la rifuggiva<br>sprecandosi nelle molte occasioni<br>di attesa diffuse nell’ampiezza,<br>ogni giorno più cava, della casa<br>sopra l’ altura. <br>Oròsia non provava un sentimento<br>di terrore crescente come i suoi<br>fratelli, ma una scia<br>inseguiva che le ispirava dubbi<br>martellanti ritmati da improvvise<br>lacerazioni su chiarori vaghi<br>di luce e mute, immense filastrocche…<br><br><i>IL PRETE</i>:<br><br>Filastrocche adescanti…<br>…canta bambolina<br>che la vita scotta, <br>bada: se l’hai rotta<br>mamma morirà…<br><br><i>IL VOYEUR</i>:<br><br>Soltanto una volta la caccia<br>l’aveva sconvolta. Durante<br>uno di quei pomeriggi<br>solari nei quali la valle<br>pareva smembrata nei cunei<br>ondulati dell’ombra e in distese<br>policrome di luce, all’improvviso<br>aveva udito<br>un cigolio<br>strano, l’aveva seguito<br>tentando diverse direzioni<br>senza successo,<br>finché, dopo l’esame infruttuoso<br>dell’ennesimo canto inconfessato,<br>aveva capito che il rumore<br>poteva provenire dalla<br>soffitta, il luogo in assoluto meno<br>vissuto dell’intera casa. <br><br><i>IL PRETE</i>:<br><br>Dovresti dire che Oròsia non sapeva<br>mai fare supposizioni mentre<br>secondava l’oscuro desiderio<br>di venire a capo del relitto<br>interiore che era andato a fondo, <br>e alla cieca cercava, cercava solamente<br>tessendo fitta una tela di legami<br>tra il mondo esterno, ridotto all’ossessione<br>dei larghi ambienti, scheletri di casa<br>sulla collina, e l’intima avventura<br>di un’anima ristretta.<br><br><i>IL VOYEUR</i>:<br><br>Anche quella volta era successo<br>così: cricchiavano le scale<br>di vecchio legno sotto la cautela<br>dei passi attenti a mantenere il nesso<br>dell’orecchio con l’esile rumore <br>che cresceva d’intensità per la maggiore <br>vicinanza, ma nulla la spingeva<br>a chiedersi il motivo della sua<br>indagine, né cosa <br>avrebbe dissepolto oppure avrebbe<br>voluto disseppellire. Quando <br>aveva tirato su il portello<br>della soffitta, l’ambiente si era aperto<br>d’un tratto come un mare di viluppi<br>piccoli di polvere, guizzanti<br>qua e là per ogni spostamento d’aria,<br>forato dall’intreccio soggiogato<br>dei fasci arancio della luce dai<br>contorni blu colato colorando<br>l’aria dagli abbaini.<br>Oròsia era rimasta ferma,<br>senza neppure respirare, con<br>la testa in linea con il pavimento<br>e il corpo alla scala sottostante<br>ancora addossato, nell’attesa<br>che tutto quel guizzare si placasse;<br>ma un moto vaporoso, persistente,<br>di pulviscolo accompagnato dalle<br>piroette di un poco di laniccio,<br>minimi effetti di un modesto soffio<br>proveniente dall’angolo più in ombra<br>rispetto a lei, costante non pareva<br>scemare col passare dei minuti.<br>Oròsia affilò lo sguardo per bucare<br>meglio l’oscurità, e si accorse infine <br>che il rumore veniva dalla zona<br>di provenienza di quei movimenti<br>quasi impercettibili: sul fondo,<br>in seno al buio in cui stava riposta,<br>la sedia a dondolo della vecchia madre, <br>sulla quale Proserpina era morta,<br>stava oscillando immotivatamente<br>come se lei vi stesse ancora sopra. <br><br><i>IL PRETE</i>:<br><br>Vade retro, Satana…<br><br><i>IL VOYEUR</i>:<br><br>Ma la ricerca di Oròsia, a parte questo<br>episodio, non era stata mai<br>segnata da evenienze eccezionali<br>o solo impressionanti, evocative:<br>era un po’ come camminare avanti<br>e indietro lungo una scacchiera vuota,<br>passando su riquadri<br>di superficie identica così<br>come le zone in cui erano spartiti<br>dal gioco di alternanza fra l’assenza<br>ora di luce ed ora di colore.<br><br><i>IL PRETE</i>:<br><br>Infine venne al mondo la giornata<br>del quattro luglio del quarantanove,<br>dodici, dico dodici anni esatti<br>dal giorno della morte smisurata <br>di Proserpina, e venne conducendo<br>con sé un fardello appassito<br>di luce, nonostante il sole<br>alto e feroce come sempre in cielo.<br>Quel giorno conservava nel suo seno<br>già decomposto un seme<br>piccolo di malessere nascosto.<br><br><i>IL VOYEUR</i>:<br><br>Nella sua camera Oròsia se ne stava<br>distesa sopra il letto: aveva addosso <br>una vestaglia porpora di seta<br>chiusa sul ventre da una fascia nera<br>sotto la quale si aprivano i due lembi<br>scoprendo le gambe, una allungata<br>sino all’estremità bassa del letto…<br><br><i>IL PRETE</i>:<br><br>…la pantofola in bilico sul piede…<br><br><i>IL VOYEUR</i>:<br><br>…l’altra piegata ad angolo. Teneva<br>sgualcita in una mano una rivista<br>di moda che con attenzione<br>stava leggendo quasi trasandata;<br>con l’altra mano portava tra le labbra<br>cilindrica una sigaretta accesa<br>e si aggiustava, durante ogni boccata,<br>le ciocche che calavano sul viso.<br><br><i>IL PRETE</i>:<br><br>Quel giorno aveva ancora trentatré <br>anni…<br><br><i>IL VOYEUR</i>:<br><br>…trentaquattro. La porta della stanza<br>non era totalmente chiusa e Rèso <br>che, nonostante l’ora, stava già<br>a spron battuto lungo il corridoio<br>passeggiando, sperando<br>di consumare l’ansia con le forze,<br>vedendola sdraiata, intese<br>un cattivo coraggio devastargli<br>il cuore sino a degradare ogni<br>suo desiderio <br>a livello di quello <br>che gli faceva, bambino, le bottiglie <br>di tonica vuotare e poi riempire<br>di ghiaia. Quando vide<br>il fratello sdraiarsi accanto a lei,<br>Oròsia non capì immediatamente<br>cosa stesse accadendo, finché lui,<br>protendendo le labbra di saliva<br>umettate, l’afferrò nel tentativo<br>di baciarla sul collo. Lei cercò<br>di sottrarsi ma Rèso <br>riuscì infine lo stesso nel suo intento:<br>bloccandola dai polsi continuò<br>poi con i baci dopo averle<br>ficcato un fazzoletto nella bocca.<br><br><i>IL PRETE</i>:<br><br>Oròsia notò <br>che sapeva di sporco ma durò <br>soltanto un attimo…<br><br><i>IL VOYEUR</i>:<br><br>…perché sentì le labbra del fratello <br>sul seno indifeso, provò <br>per una volta ancora a liberarsi.<br>Si arrese soltanto quando lui,<br>dopo averla girata,<br>la stava fottendo già da qualche<br>minuto, tenendole il bacino<br>con l’avambraccio sinistro un poco alzato<br>e la schiena bloccata con la destra.<br><br><i>Calano lentamente le luci. Il prete, incredulo, si prende la testa fra le mani mentre sul letto la coppia raggiunge finalmente l’orgasmo.</i> <br><br><br>                                             <b>astrAtto secondo</b><br><br><i>L’azione si sposta in un interno. La scena è in penombra. Sul fondo una finestra dietro la quale si scorge un paesaggio simile alla Monument Valley. Leggermente sulla sinistra, accanto a un lavabo e seduto su una tazza da bagno sta Oròsia, il transessuale, mentre più al centro e sulla destra camminano lentamente avanti e indietro i due matti in camicia di forza.</i><br><br><i>IL TRANSESSUALE</i>: <br><br>Sì, mi arresi, perché<br>l’incantesimo ormai era stato infranto.<br>Mi misi a ridere irrefrenabilmente,<br>così riuscendo a sputare quello straccio<br>che nei momenti migliori aveva il gusto<br>di burro di arachidi stantio. <br>Il mio fratello lussurioso intanto<br>eiaculava con gusto manifesto<br>tra le mie natiche accoglienti: <i>“Non credevo<br>che fossi così ben fornito&#33;”</i>,<br>gli dissi ridendo mentre ancora<br>mi ripulivo con il fazzoletto.<br>Lui stava piangendo<br>come un bimbo,<br>quasi sull’attenti <br>accanto alla spalliera<br>del letto, col pene già in disarmo.<br>Mi accorsi allora che l’altro – Epaminonda –<br>spiava la scena<br>dal corridoio immerso<br>in una penombra che stentava<br>a redimersi allora dalla notte.<br>Ridendo sempre, mi distesi ancora<br>reggendomi sui gomiti ed aprendo<br>le gambe gli mostrai<br>il fallo sollevato.<br>Epaminonda avanzò dentro la stanza,<br>più ridicolo che mai nel suo vestito<br>fuori misura – osservai per puro caso <br>l’orlo dei pantaloni consumato<br>dall’attrito costante con il suolo -,<br>lanciò uno sguardo di terrore e rabbia<br>a Rèso prima e a me dopo tenendo<br>premute le mani sulla bocca.<br><i>“Dai&#33; </i>– gli dissi – <i>Amico mio, <br>è andata&#33; Togliti lo sfizio<br>come quest’altro e facciamola finita&#33;”</i><br>Lo vidi avanzare<br>nella mia direzione: trascinava<br>i passi come un vecchio<br>decrepito e guardava<br>i miei genitali, frastornato<br>come un adolescente.<br>Cercò un appiglio, una fonte<br>qualsiasi di coraggio,<br>ma non trovò che il pianto<br>soffocato di Rèso ed il mio riso,<br>ed entrambi non erano che sponde<br>sottili della sua disperazione:<br>quella, incommensurabile, toccava<br>infatti a lui, divenuto finalmente<br>il maggiore. Decisi di aiutarlo<br>calandogli quei buffi pantaloni<br>e continuando a ridere pensai<br>che la sopravvenuta macilenza<br>non aveva risparmiato proprio nulla.<br><i>“Coraggio&#33; </i>– esclamai mentre cercavo<br>di ottenere una reazione dal batacchio<br>esanime – <i>Non c’è niente di strano,<br>nessun peccato, te ne rendi conto?”</i> <br>Si affrettò ad annuire, come per<br>togliersi il pensiero, mentre il viso<br>si mascherava di pianto straripante.<br>Riuscii a guidarlo infine con la mano<br>dentro di me, e si mosse con crescente<br>violenza, in preda ad una crisi<br>isterica, che culminò al momento<br>dell’eiaculazione quando cadde<br>affranto in ginocchio singhiozzando.<br>Rimasi sdraiata sul letto<br>con lo sguardo fisso sul soffitto,<br>trascurando persino di pulirmi;<br>già era scomparsa ogni traccia <br>di piacere – se mai c’era stata – <br>e la vetrata della finestra aveva<br>ripreso a vibrare nonostante<br>le stuccature, a causa certamente<br>del passaggio degli autotreni sulla<br>strada statale. <br>Chiesi loro di uscire <br>ed essi obbedirono senza<br>parlare, anche il pianto e il singhiozzo<br>furono sospesi avanti al mio<br>spaesato raccoglimento: Epaminonda <br>e Rèso sgusciarono via  <br>come lumache al dente.<br>Non ci incontrammo più fino alla cena,<br>udii soltanto i rumori della loro<br>presenza, paralleli al mio respiro<br>calmo nella camera ormai quieta,<br>spoglia di tutti i suoi lunghi misteri.<br>Quando decisi di scendere,<br>fuori la valle pareva<br>uscita da un film di John Ford<br>e poco invitante da sotto <br>mi arrivava un odore di zuppa<br>di lenticchie. I miei amanti,<br>mani dietro la schiena, impegnati<br>a prima vista a guardare frammenti<br>inusitati di paesaggio da<br>due finestre diverse, <br>aspettavano me, galleggiando<br>a malincuore nella restaurata quiete<br>della casa sottratta d’un tratto<br>anche all’impeto fiero del vento.<br>Si trattava però<br>di una sterile pace: schivando<br>i nostri cuori relegava in essi<br>tutti i turbamenti e quella loro<br>malata trasparenza non tardò<br>a produrre i suoi effetti nefasti.<br><br><i>PRIMO MATTO IN CAMICIA DI FORZA</i>:<br><br>Più non possiamo<br>giocare, è finito<br>il gioco, finito per sempre&#33;<br>Ricordate ormai tutto anche voi,<br>non è vero? Qui dodici anni<br>fa è stato compiuto un delitto,<br>un assassinio, l’abbiamo commesso<br>noi tre, tutti insieme&#33;<br><br><i>L’altro matto crolla a sedere iniziando a gemere, il transessuale si accende una sigaretta e si lima le unghie.</i><br><br><i>PRIMO MATTO IN CAMICIA DI FORZA (riprendendo il discorso con enfasi accresciuta)</i>: <br><br>Oggi è tornato tutto a galla: noi non siamo<br>fratelli, non siamo i veri figli<br>di Proserpina Naun. Vi ricordate?<br>Ci aveva ospitati<br>quella povera vecchia<br>e un giorno la uccidemmo a sangue freddo.<br>Non fu un attacco<br>di cuore, come<br>diagnosticò il dottore, solamente<br>perché se lo aspettava: tu sai bene,<br>Oròsia, di che cosa<br>si trattò per davvero, e tu che frigni, <br>Rèso, di certo non ignori<br>come manipolammo il testamento<br>per nominarci eredi universali&#33;<br><br><i>SECONDO MATTO IN CAMICIA DI FORZA (in preda alla disperazione)</i>:<br><br>Basta&#33; Questo dolore<br>è insostenibile&#33; Basta&#33;<br><br><i>I due matti si abbracciano, iniziando a piangere l’uno sulla spalla dell’altro.</i><br><br><i>IL TRANSESSUALE (annoiato e quasi soprappensiero)</i>:<br><br>Sperate di piegare la coscienza,<br>tornata prepotentemente desta,<br>con questa pietosa lavanda<br>battesimale, <br>pianto d’acqua <br>e di sale? Non sarà<br>così: la storia dopo averci ritrovati<br>non mollerà più la presa.<br>L’ultima luce del giorno<br>vi troverà abbracciati<br>e vi trafiggerà impietosa<br>scintillando di giustizia nelle vostre<br>inutili lacrime.<br>So bene che volete<br>costituirvi: la sola speranza<br>che avete è la pena di morte -<br>pienezza meccanica del<br>contrappasso – ma se<br>invece noi non fossimo fratelli<br>per il semplice fatto che la vecchia,<br>la fantomatica Proserpina Naun<br>non è mai veramente esistita?<br><br><i>PRIMO MATTO IN CAMICIA DI FORZA (irrobustendo la voce ad arte)</i>:<br><br>In tal caso dovresti spiegarci<br>le vere ragioni di quella<br>simulazione, di questa<br>terribile finta parentela&#33;<br>Oròsia, o dovrei dire Oreste, <br>rispondi: perché siamo qui?<br>Perché sino a oggi ci siamo<br>congiunti in un solo cognome?<br><br><i>I due matti vengono posti in ombra, un solo sagomatore investe il transessuale.</i><br><br><i>IL TRANSESSUALE</i>:<br><br>Non so che dirti, Epaminonda, e non<br>perché le tue domande<br>mettano in certa crisi la mia tesi.<br>Le voglio invece lasciare a galleggiare <br>nel silenzio lasciato dalla voce<br>di Proserpina Naun, qui tra di noi,<br>perché le convengono in quanto<br>domande - ma non perché parole – <br>come ciascuna cattiva risposta,<br>e insieme vanno, le une con le altre, <br>ponendo il sigillo secolare<br>della morte matrona sulla vita.<br>Quanto a me, piegherò lo sguardo altrove,<br>a un oggetto qualsiasi dei tanti<br>possibili, mentre tutto quello<br>che avrò lasciato per sempre – il silenzio,<br>le sue vuote domande e l’infinita<br>sequenza di risposte –, ogni legame<br>scindendo, andrà a sopravanzare<br>la grande nazione, la contrada<br>e questa nostra casa sull’altura<br>e tutto quanto in essa è contenuto.<br>A notte fonda, alle spalle<br>della mia povera, infantile erranza <br>non mi resterà che la presenza<br>della tragedia di voi due morituri,<br>il cui destino nell’assoluto vuoto<br>dissolto del nulla non sarà<br>che il vano affanno del suo stesso respiro.<br>In fondo, miei pazzi, stiamo solo <br>giocando.<br><br><i>Calano le luci. Sipario.</i> <br><br>(Arte - Sceneggiatura)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Sat, 17 Feb 2007 17:59:01 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Morte assurda di un allievo coraggioso, di Marika Bortolami]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=29&tes=1002&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[di Massimo Onofri]<br><br><br><br> un articolo da &quot;La Nuova Sardegna&quot; del 12/02/2007<br><br><br><b>Morte assurda di un allievo coraggioso</b><br>di Massimo Onofri<br><br><br>Fabrizio Pittalis studiava nella Facoltà di Lingue e letterature straniere: non so se è mai riuscito a laurearsi. Perché Fabrizio è morto giovanissimo, quanlche giorno fa, in un&#39;ora, che non so, d&#39;un freddo e declinante gennaio, molto prima che il mondo gli si prefigurasse nella cifra d&#39;un ipotetico destino. Frequentava i miei corsi di Critica letteraria: quelli da cui sono usciti tutti i miei allievi migliori. Corsi di riposata allegria e concentrati, scavati dentro l&#39;idea che la critica non è nulla se non è interpretazione della vita: bisogna avere molte motivazioni per frequentarli oggi, in tempi così poco disposti alla critica, non senza attitudini ad un modo ormai antico, direi cavalleresco di vivere la vita. Sempre poche persone, non più di venti: ma che poi mi sono ritrovato quasi sempre a lezione, negli anni successivi, magari ormai laureati, vittime di chissà quale forma di assuefazione.<br>Fabrizio, quei corsi li frequentava con passione silenziosa, con occhi attenti e un&#39;immaginazione piena di domande, ma fresca di sogni e avida di futuro. Stavamo quasi per diventare amici, dentro quel cerchio magico e ambiguo che è sempre il rapporto tra un docente e un allievo, quando all&#39;improvviso, è scomparso. Ero sicuro sarebbe tornato prima o poi: e non ci ho pensato più. Qualcuno, molti mesi dopo, mi ha detto d&#39;averlo visto su una carrozzella a rotelle, ferocemente offeso nelle gambe, mentre una donna lo portava a passeggio per le strade di Porto Torres. Non sapevo come fare per contattarlo, non sapevo in che condizioni si trovasse né se gli avrebbe fatto piacere sentirmi, ambasciatore d&#39;una vita remota che non poteva più appartenergli e che non so se volesse ricordare o dimenticare. Fino a quando, per caso, non ho trovato la sua firma in un blog letterario, dove proponeva un mio articolo molto polemico sul Gruppo 63: attivo e propositivo, intelligente come sempre, forse più combattivo. C&#39;era il suo indirizzo elettronico: l&#39;occasione che aspettavo. <br>Mi rispose Fabrizio, pure scusandosi per il ritardo con cui lo faceva: e quasi incredulo, felicemente incredulo, che io mi ricordassi ancora di lui. Parole appassionate sul mio articolo e sul Gruppo 63 di cui difficava. Sul suo male poche ironiche parole: alludendo ad una &lt;&lt;critica situazione sanitaria&gt;&gt; che gli aveva &lt;&lt;fatto prendere un bello spavento&gt;&gt;, ma che ora, sembrava sotto controllo. Si appellava, per resistere, al suo &lt;&lt;innato senso dell&#39;umorismo&gt;&gt; che da sempre, così diceva, lo portava &lt;&lt;ad avere un particolare gusto per la decadenza (che se guardata nel modo giusto può essere spassosa fino a far morire dal ridere)&gt;&gt;. Era una tempra forte Fabrizio: e si preparava ad avere quello che l&#39;esistenza, non fosse stata così oltraggiata, gli avrebbe di sicuro dato. Ora che, entrando nella morte, è entrato nel mistero della vita, m&#39;è rimasto il suo sorriso gentile e lo sguardo vivo, interrogativo. E non posso non pensare al dolore di chi resta, ai suoi genitori che non conosco. Un dolore crudelissimo e insostenibile. Ingiusto. Ma si può credere alla giustizioa in un mondo in cui si nasce per morire? E morire così? Ecco perché io ho creduto e credo solo alla libertà. E Fabrizio era un ragazzo magnificamente libero.<br><br><br><img src='http://mirrormade.supereva.it/Altro/pittalis.JPG' border='0' alt='user posted image' /> <br><br>(Teorie - Critica &amp; recensioni)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Sat, 17 Feb 2007 02:22:19 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[PENSIERI DI FABRIZIO PITTALIS, di Andrea Rossetti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=5&sez=27&tes=1000&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <b>SULLA FUNZIONE ATTORIALE</b><br><br>In questo mese di scarsa produttività riflettevo sulla funzione attoriale parlando al mio doppio: ne è venuto fuori qualcosa che chissà...<br>Penso comunque che l&#39;unica via per la “spopolarizzazione” dell&#39;arte sia l&#39;arte<br>impopolare.<br>Il soggettocentrismo prima di essere dell&#39;autore è sempre del fruitore che vede se stesso in ogni luogo come in una casa di specchi (solo per alcuni deformanti).<br>La nuova cultura (certo non tutta) offre un abbondante pasto per le personalità fagocitatrici dei sé in espansione: l&#39;antica produzione letteraria era spesso ben diversa.<br>La Divina Commedia è il titolo che mi si materializza affianco è m&#39;accarezza...<br>Io, fagocitatore, nella Divina Commedia (solo un esempio ,certo, e forse discutibile ...) non mi sono mai immedesimato.<br>Ora questo è solo un passo o forse mezzo di ciò che mi piacerebbe riuscire ad esprimere ma che così rapidamente non so.<br>Se non si può uccidere il soggettivismo lo si può scomporre fino a nausearlo e nausearsene.<br>Fondamentale è la continua mutazione nell&#39;autore incandescente che vedo manifestarsi in circolo (cosa in cui io credo di trovarmi per ora ingabbiato) o nello schizzare da tutte le parti come vulcano o un pene impazzito(cosa che ho visto con piacere in alcuni).<br>Non vedrei quindi la funzione attoriale come un male, anche perché non si distanzia di molto da quella autoriale ma la modifica sempre all&#39;insegna d&#39;una poetica della crisi molto difficilmente scrollabile dalle (s)palle dell&#39;odierno essere umano.<br>Poetica della crisi della crisi?<br>Oggettivazione strumentale del soggetto?<br>Altro?<br>Ci rifletterò e magari imparerò a parlarne se mai lo farò.<br><br>-<br><br><b>SULLA TRADIZIONE</b><br><br>Credo che gettare la tradizione nel cestino sia o una buona provocazione/stimolo per un avanzare che la tradizione l&#39;ha già interiorizzata (niente di nuovo sotto il sole) o ignoranza bella e buona (gelato sciolto sotto il sole diecimila volte).<br><br> -<br><br><b>SUL FARE GRUPPO IN LETTERATURA</b><br><br>Se c&#39;è una cosa che non sopporto è l&#39;idea tutta virtuale di gruppo al quale mi pare in molti volenti o nolenti rimangono legati.<br>Comunità gruppi e similia sono dannosi alla letteratura.<br>Eliminano quel momento solitario, quel piccolo picco sul mondo e al di là di esso che ho spesso ricercato nell&#39;incontro con le parole .<br>E ai luoghi di incontro preferisco i luoghi di scontro.<br>Dopo di che ognuno la veda come vuole: torno dal grande Cthulhu a dormire sognando.<br><br>-<br><br><b>SU UMBERTO ECO</b><br><br>Fammelo venire Umberto Eco che lo tronco in due, ho sempre sognato di sferrargli un debole cazzotto sul muso<br><br>-<br><br><b>I BAGNI</b><br><br>Al bagno degli uomini preferisco l&#39;odore delicato di quello delle donne in cui m&#39;infiltro ogni volta che posso per goderne in solitudine la strana luce.<br><br>-<br><br><b>GIRAVOLTAVOLTAVOLTA</b><br><br>Io voglio fare una vera e propria performance che ho in testa e che si potrebbe riassumere in una giravoltavoltavolta ma mi serve qualcuno che sappia cucinare.<br><br>-<br><br><b>SU KARPòS</b><br><br>Il mio interesse per Karpòs non è in discussione, anche se come una sorta di Tommaso un po&#39; carne e un po&#39; pesce aspetto la sua venuta al mondo, i suoi sviluppi, per vedere se siamo veramente un gruppo col fallo oltre che coi testicoli (ché davvero senza fallo non servono a nulla).<br>So benissimo che gli sviluppi saranno buoni se il gruppo avrà voglia di lavorare seriamente e se le idee (che mi pare non manchino) saranno fecondate a dovere un poco da tutti: lo so io e credo lo sanno anche tutti gli altri.<br>Per quel che mi riguarda non ho intenzione di proporre scritti critici, perché non credo di aver mai scritto nulla che vada al di là della semplice annotazione su taccuino, ma se un bel giorno dovessi produrre qualcosa per cui valga la pena sprecare il mio credo (una<br>cosa che mi succhia il midollo spinale, mica poco) non esiterei a proporla.<br>Per ora mi limito a lavorare sul mio personale discorso ad attaccate ogni giorno<br>un piccolo legnetto alla mia baracca, a tappare i buchi sul tetto e via discorrendo...<br>Per quel che riguarda i testi, vi leggo con attenzione, ma mi riservo di commentare seriamente, di dirvi qualcosa di buono che abbia un sapore (per quanto possa essere sgradevole o scialbo), ché lo sapete che come autori vi voglio bene.<br>Ora vado nell&#39;angolino a piagnucolare.<br><br>-<br><br><b>SULLA “LETTURA DI SCENA”</b><br><br>Mi interessa molto vi dirò il discorso della lettura di scena, anche se non mi baso su tutti i discorsi teorici di Andrea (che comunque seguo con interesse), ma semplicemente sul fatto che trovo assolutamente sterile il semplice reading di poesia, una cosa triste triste che mi metterebbe solo in imbarazzo.<br>Per quanto riguarda la mia lettura personale, non sono totalmente digiuno di teatro (nel deserto portotorrese mi è capitato di incontrare Rosario Morra, un attore di sicuro talento che si muove in ambito nazionale col riconoscimento di attori ben conosciuti), ma è forse per questo che mi rendo conto dei miei limiti (non sono, né mai sarò un attore) e sono sicuro di non poter fornire una lettura di qualità, di non avere mezzi tecnici abbastanza<br>solidi per rivelare la parola (al contrario di Andrea al quale rinnovo i miei complimenti per le sue letture anche se mi riservo di riascoltarlo ancora con attenzione...si può dire che ho ben assimilato solo &quot;Anassimandro e la notte&quot;).<br>Qualcuno dirà : che palle&#33;<br>Forse, ma mi spiace, fra me e me mi sono sempre posto il problema.<br>Ho sempre pensato ad un qualcosa che vada al di là della lettura: nuda e cruda, ma senza fascino.<br>Il progetto vortica dentro di me da tempo, ma non ha ancora trovato una forma, una vera espressione (e chissà, alla fine, se prima o poi sboccherò e la troverà).<br>Facendo cadere il mio discorso personale sono talmente interessato alla cosa che apprezzerei molto se qualcuno volesse illustrarmi un pochino il progetto: per cose del genere - tempo e morte permettendo - sarei anche disponibile ad imbarcarmi su una nave e venire a vedervi di persona.<br><br>-<br><br><b>SE TI DICONO BRAVO…</b><br><br>Come disse un mio amico attore: &quot;se dopo uno spettacolo mi dicono bravo io mi offendo, li mando semplicemente a fare in culo, bravi potrebbero esser loro ...&quot;, o i bambini dopo il saggio della scuola elementare aggiungo io.<br>Dire che arte è bravura è una delle più grandi offese alla sola idea di artistico che io possa concepire.<br><br>-<br><br><b>ALLA RADIO</b><br><br>Nella radio che ho a casa ben tre dementi rock&#39;n&#39;roll acustici - ou ieas - e una ballata stupidamente alcolica che dedicherò alla madonna e che parla di uno che chiede tutto il tempo a una che fine ha fatto il suo uomo.<br>Sarà che oggi più che il cervello in brodo ho il brodo con i vermi nel cervello…<br><br>-<br><br><b>VI INVIDIO…</b><br><br>Invidio la vostra abilità anche quando fate i fotosciocchini e vi regalerò sicuramente dei fiori: ahi ahi, se trovo il dischetto mi ci metto anch&#39;io, ma ho il complesso di inferiorità, anche se in tutto il forum a fischiare con le mani messe a conchetta, sono sicuro, non mi batte nessuno. <br><br>(Teorie - Sull&#39;espressione artistica)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Mon, 12 Feb 2007 23:29:43 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[COME UN &quot;CADETTO DI GUASCOGNA&quot; SARDO, di Andrea Rossetti]]></title>
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<description><![CDATA[[Per Fabrizio Pittalis]<br><br><br><br> Il mio amico Fabrizio Pittalis è morto, a soli 26 anni. <br>Era un grande poeta scanzonato ed elegante, malinconico ma allegro, spesso in equilibrio fra i toni della filastrocca infantile e il guizzo classicheggiante. <br>Io non l&#39;ho mai incontrato, non l&#39;ho mai visto in faccia, in questi anni nei quali ci siamo conosciuti e parlati grazie al progetto Karpòs Factory, ma mi piace immaginarlo come una specie di &quot;cadetto di guascogna&quot; sardo, incapace di prendersi sul serio ma con lo sguardo attraversato dal baluginare discreto della consapevolezza di essere speciale. A volte pareva non rendersi conto della sua importanza, della sua bravura, ma in cuor suo – io credo – sapeva bene che il poeta vero deve restare defilato rispetto alla poesia, deve farsi da parte per non appesantire di inutili sentimenti lirici soltanto suoi il viaggio sonoro e universale della parola.<br>Tutti insieme abbiamo definito Karpòs fin dall’inizio come “il progetto dell’assenza di un progetto” e Fabrizio Pittalis è stato forse l’interprete più naturalmente fedele di questo pazzesco manifesto programmatico. Per lui progettare mancanze era normale. Le sue poesie sono vuoti eterei, e poi carezze sorridenti e dimesse grandezze.  <br>Per me Fabrizio era davvero un miracolo di equilibrio posto tra Bukowski e Corazzini, con quel suo verso disincantato, lieve, capace di armonizzare l’ebbro e l’angelico con una risata sorniona.<br>Tempo fa scrissi una riflessione in occasione della morte di Hubert Selby jr e lui ne trasse una versione poetica che si può leggere ancora su uno dei suoi blog: confesso che non avrei mai pensato di dover scrivere oggi allo stesso modo di lui. E’ forse questa, però, la quadratura del cerchio, il miracolo di un rapporto – il nostro – fatto di sola scrittura, privo di corpi, di paesaggi e di voci, eppure incredibilmente vero. <br>Gravemente malato da tempo, ha sempre evitato di raccontare della sua malattia, minimizzandone costantemente l&#39;importanza. Pochi giorni prima di morire ha pubblicato su Karpòs la sua ultima poesia senza aggiungere altro, come se nient&#39;altro stesse per accadere o avesse rilievo. Questo si spiega forse col fatto che Fabrizio Pittalis, il karposiano, il &quot;cadetto di guascogna&quot; sardo, in vita sua non ha avuto tempo che per essere un poeta. E lo ha fatto alla grande.<br>Ora sali, Fabrizio, di semitono in semitono (ricordi?), con la tua piuma sempre alta e dritta sul cappello. <br><br>(Teorie - Critica &amp; recensioni)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Sun, 11 Feb 2007 16:52:44 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[lost days, di Marika Bortolami]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> ... <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Tue, 06 Feb 2007 05:47:01 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[time machine, di Marika Bortolami]]></title>
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<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Mon, 05 Feb 2007 02:22:00 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[tinyway, di Marika Bortolami]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> ... <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Thu, 01 Feb 2007 18:20:29 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[she, he and waiting, di Marika Bortolami]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> ... <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Mon, 29 Jan 2007 15:22:14 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[hug, di Marika Bortolami]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> ... <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Sat, 27 Jan 2007 09:42:16 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[an eye on equilibrium, di Marika Bortolami]]></title>
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<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Wed, 24 Jan 2007 11:50:35 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[unlinked, di Stefano Caronia]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=975&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> ... <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Stefano Caronia]]></author>
<pubDate>Mon, 22 Jan 2007 22:34:42 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[play, me, di Marika Bortolami]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> ... <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Mon, 22 Jan 2007 18:20:43 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[don&#39;t break the line, di Marika Bortolami]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=973&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> Milano <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Sun, 21 Jan 2007 11:00:14 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[DONNA-DE-PARADISO-MEDEA, di Andrea Rossetti]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=38&tes=972&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <span style='color:purple'><span style='font-size:14pt;line-height:100%'><b>DONNA-DE-PARADISO-MEDEA</b></span></span><br><br><i>lettura di scena</i> di Andrea Rossetti, da Euripide e Jacopone da Todi<br><br><img src='http://www.hearingvoices.com/special/2005/shoah/img/womenbed.jpg' border='0' alt='user posted image' /><br><br><b><i>PERSONAGGI</i></b>:<br><br><b>La nutrice</b><br><b>Il pedagogo</b><br><b>Medea (voce fuori campo)</b><br><b>Il coro</b><br><br><b><i>SCENA</i></b>:<br><br><i>Il palco è coperto di coltelli sopra i quali gli attori agiscono producendo inquietanti e imprevedibili rumori metallici coi loro movimenti; la quinta ospita al centro la proiezione di un’animazione e una serie di quindici grandi fotografie in bianco e nero che ritraggono altrettanti volti di giovani donne vittime della shoah. Sotto ciascuna fotografia è accesa una piccola candela di compleanno. Alcuni abiti femminili pendono come labili memorie di corpi negati.</i><br><br><br>CORO:<br><br>Donna de Paradiso,<br>lo tuo figliolo è priso&#33;<br>Accurre, donna e vide<br>che la gente l&#39;allide;<br>credo che lo s&#39;occide,<br>tanto l&#39;ò flagellato&#33;<br><br>NUTRICE:<br><br>Mai non fosse colato dalla nera<br>foresta il piombo fuso,<br>e non si fossero all’opera crudele<br>poste le mani dei giovani forti&#33;<br>Triste è il presagio: incenerisce<br>la casa profumata,<br>bruciano i corpi dei figli<br>della barbara madre ed assassina…<br>Ha piegato le braccia della croce<br>d’amore in uncini acuminati,<br>unghiuti da mattatoio…<br>quarti di corpi vi pendono annientati.<br>Sono di lacrime i corpi liquefatti,<br>le facce insudiciate dalla terra,<br>le occhiate tutte basse,<br>fisse al di là del suolo, sull’inferno.<br>E il fumo dell’olocausto sacro che si leva<br>è bianco nel seno bianco<br>del regno dei cieli come zanne<br>dure di dèi disertori.<br>Istiga a questo la nostalgia del padre:<br>nel vuoto dell’abbraccio il piagnisteo<br>genera mostri che degli amorosi<br>figli giocosi prendono l’aspetto,<br>e insegue così l’odio materno<br>rapace il riso dei bimbi da cui è nato.<br><br>PEDAGOGO:<br><br>Frau Martha Steinberg,<br>nata da qualche parte<br>e altrove morta secondo il suo destino<br>scritto disciplinatamente da qualcuno,<br>un qualcun altro qualsiasi<br>tra i tanti volti uguali<br>e mani rispettabili, perfette,<br>all’occorrenza da salotto e da saluto.<br>Aveva capelli arricciolati<br>come i giovani tralci della vite d’Alsazia,<br>con qualche discreto<br>riflesso madreperla<br>lasciato dallo studio diligente<br>del pianoforte nell’arco gentile<br>dell’essere suo quotidiana<br>e giovanile,<br>e gambe bianchissime, guizzanti<br>di muscoli allenati dalla corsa<br>primaverile e familiare dietro il nevicare<br>musicale dei denti di leone,<br>oppure, più privata e segreta, invernale<br>sul pelo opalescente di un lago ghiacciato.<br>La sua vita come lo stormire<br>delle fronde ordinate, che in reticolo<br>spartiscono la luce e l’orizzonte<br>di giorno e poi di notte<br>infittiscono ed agitano il buio<br>annuvolato o stellato, dei boschetti<br>cedui che scorrono sul greto dei canali<br>pigri d’irrigazione, fatti apposta<br>per essere tagliati:<br>giovani ancora e con nessuno schianto<br>cadono insieme nel giorno prescelto.<br>Di loro infine non resta che una lieve,<br>presto dimenticata variazione<br>dell’indole ben più vasta del paesaggio.<br><br><i>(spegne la candela sotto primo il ritratto)</i><br><br>NUTRICE:<br><br>L’orrore è inaugurato appena…<br>Quanto la rabbia tutti ci sovrasta, quanto l’odio<br>piove disseminato, ed il rancore<br>disumano si stringe tutt’intorno<br>al collo molle dei figli<br>che ridono il finale dell’ultimo tra i giochi<br>come stando in principio del primo.<br>Ripudiati dal padre<br>da tempo non più sorridente con loro,<br>sono già per la madre gravidanze<br>isteriche di vuoto nato morto.<br><br>CORO:<br><br>O figlio, figlio, figlio,<br>figlio, amoroso giglio&#33;<br>Figlio, chi dà consiglio<br>al cor me&#39; angustïato?<br>Figlio occhi iocundi,<br>figlio, co&#39; non respundi?<br>Figlio, perché t&#39;ascundi<br>al petto o&#39; si lattato?<br><br>PEDAGOGO:<br><br>Frau Leah Goldstein,<br>nata in un angolo d’ombra<br>e morta per caso attraversando<br>con l’anima l’alba<br>dell’ultimo giorno di guerra.<br>Padre ti vorrei bene, padre se mi vedessi,<br>padre se ti accorgessi<br>di questa mia piccola danza:<br>è poca cosa, un ritmo<br>d’aria che i miei polmoni<br>respirano ostinati,<br>come tu m’insegnasti:<br>tu, figlia mia, respira,<br>comunque, perché c’è vita,<br>perché, comunque vada, c’è più vita<br>in uno solo dei tuoi – miei – respiri<br>che nel furore assassino di tutto<br>l’odio del mondo.<br>Dio sta nella brezza: il tuo respiro<br>è dunque un passo<br>della sua stessa danza,<br>figlia, tu bella, mia<br>étoile della vita…<br>Padre se mi vedessi<br>adesso, se ti accorgessi,<br>padre, se tu potessi…<br><br><i>(spegne la candela sotto il secondo ritratto)</i><br><br>NUTRICE:<br><br>Un giardino di fiori fatiscenti ed una stanza<br>attonita di tende<br>gonfie di pioggia<br>che cade di traverso soffocando<br>i lieti svaghi finali<br>dei figli condannati<br>e odioso l’urlo<br>e le maledizioni<br>mai così lancinanti della madre,<br>il re tenore che pesanti canta<br>tre once di note ora attraversa<br>irremovibile nel suo regio decreto.<br>Viene a darne ambasciata infelice,<br>a sgretolare l’ultima speranza<br>di pace e di concordia, a imputridire<br>coi fiori del giardino nella pioggia<br>il midollo degli uomini nell’odio.<br>Poveri figli senza colpa invisi<br>a tutti, e poveri anche noi<br>che siamo corpi morti alla giustizia,<br>noi barbari cadaveri in cammino&#33;<br><br>CORO:<br><br>Soccurre, donna, adiuta,<br>cà &#39;I tuo figlio se sputa<br>e la gente lo muta;<br>òlo dato a Pilato.<br><br>PEDAGOGO:<br><br>Frau Edith Zimmerman,<br>nata sul davanzale notturno<br>di una casa borghese<br>linda e dipinta e perpendicolare<br>al centro esatto del carro dell’Orsa minore,<br>e morta controluce all’albeggiare<br>del giorno di San Lorenzo.<br>Stella di carne e carne di una stella<br>più modesta, pareva vereconda<br>con sorridente gelosia del suo<br>discendere dall’universo, ultima erede<br>della materia della quale prima<br>d’essere infine male o bene detti<br>furono fatti silenziosamente<br>tutti i pensieri degli uomini sul cielo.<br>Coerente nonostante tutto,<br>a dispetto dei graffi lasciati dai gatti<br>grigi sui nervi scoperti della luna<br>sapeva che il cielo, disertato<br>dagli uomini, intendeva,<br>capiva bene lo sguardo suo inclinato,<br>infelice di gioia, da lieve<br>madonna fiamminga, e la coerenza<br>feroce alla natura<br>cosmica dei suoi pensieri<br>sarebbe stata infine<br>premiata: è dei celesti<br>infatti una nozione delle cose<br>terrene come d’apparenze<br>vaghe, come sembianze<br>che non perdurano e che, soprattutto,<br>troppo pesanti, non volano.<br><br><i>(spegne la candela sotto il terzo ritratto)</i><br><br>NUTRICE:<br><br>Vorrebbe morire disciolta<br>dagli acidi, corrosa<br>fino alle dure ossa,<br>furenti sfregi ambirebbe<br>lasciare persino sul dorso<br>dell’anima immortale, che ripudia,<br>ingrata sposa di lei come lei sposa<br>sgradita ora e ferita<br>nella sua stessa vita:<br>ma intanto la morte si fa vasta,<br>si agghinda a festa nel suo cuore amaro,<br>ché in tutto è piena di timori e vile<br>contro il ferro sguainato e la violenza<br>la donna: solamente<br>l’offesa alla sua casa e al suo solerte<br>avere cura, le fa l’anima dura<br>d’eccesso sanguinario.<br><br>MEDEA:<br><br>Tramontasse questo mio spicchio<br>di luna in seno, adesso,<br>e un novilunio geloso<br>attenuasse l’ira<br>di quel calice triste<br>nel quale il tempo mio si mesce …<br>Tienimi con te: m’abbandona<br>ogni parola ché spira<br>un vento spietato<br>che schiude rabbioso<br>le porte di Corinto<br>e sabbioso s’insinua<br>tra le sagome erette<br>delle case desolate il tradimento,<br>là dove tengo lo sguardo,<br>come orizzonte nitido<br>sui flutti millenari in scorrimento.<br><br>Ti amo, ti amo … addio, addio …<br><br>CORO:<br><br>O Pilato, non fare<br>el figlio meo tormentare,<br>ch&#39;eo te pòzzo nustrare<br>come a ttorto è accusato.<br>Prego che mm&#39;entennate,<br>nel meo dolor pensate&#33;<br>Forsa mo vo mutate<br>de que avete pensato.<br><br>PEDAGOGO:<br><br>Frau Miriam Platzker,<br>nata ai confini dei campi di frumento,<br>verso sera,<br>quando le braci dei sigari virili<br>sembravano d’incenso<br>e frullavano le gonne dei violini<br>d’ali di passere lasciando<br>dischiuse feritoie d’amore rubato<br>ai canti marziali e disillusi<br>dei soldati lontani, dei soldati<br>vicini, con gli occhi<br>di pane e le bocche di vino;<br>all’improvviso morta sul principio<br>della discesa in cima a una collina<br>della più bianca strada tra le bianche<br>vie di campagna.<br>Guarda: sono tornati<br>i corvi sulle viti…<br>Il pensiero di mai rivederti<br>più non mi addolora:<br>è primavera di rassegnazione<br>questa stagione, il vento<br>è fresco e grazioso,<br>amore, m’illude<br>dolcemente di respirare ancora.<br>Oggi sarebbe stato<br>un giorno perfetto per un<br>matrimonio campestre.<br><br><i>(spegne la candela sotto il quarto ritratto)</i><br><br>NUTRICE:<br><br>Il sentimento del ripudio pesa<br>sul domani smarrito, rudemente,<br>dietro un&#39;amara lucciola contesa<br>all’utero del nulla-partoriente<br>ove di scussi rovi una distesa<br>anonima si allunga e il sorridente<br>colore luminoso della vita<br>fioco discende sulla via smagrita<br>delle chimere, di làmpane spente.<br><br>PEDAGOGO :<br><br>Frau Dora Mandelbaum,<br>nata dal retroscena di una pioggia<br>battente, morta di crepacuore alla caduta<br>costante e radente delle foglie<br>stanche di un fiero faggio.<br>Aveva di quiete occhi lo specchio<br>del viso nell’acqua che l’autunno<br>di foglie rivestiva.<br>Un periplo d’ossa di parola<br>l’affranta corrente descriveva <br>su steli di diluvio,<br>mentre perdute velature di navigli<br>interiori inzuppavano il tempo<br>riflesse di vetro nel riflesso<br>di una finestra.<br>E bianche donne guance di geranio<br>leggevano già intanto trasparenti<br>lettere di marinai traditi,<br>ancora tutte da recapitare.<br>Si sarebbe salvata se soltanto<br>avesse saputo smascherare -<br>non capì l’occasione né la pianse -<br>l’alibi della pioggia che non cade.<br><br><i>(spegne la candela sotto il quinto ritratto)</i><br><br>NUTRICE:<br><br>Giorno soppianta giorno alla catena<br>del tempo inaridito e sfigurato<br>svagatamente e scolio di sirena<br>l’attimo ignora che calcificato<br>si sgretola, pesante, sulla scena,<br>lieve, di un bianco tedio disperato;<br>si sperperano gli occhi sulle mani<br>uguali sempre, e gli amori lontani<br>si estinguono nel cuore raggelato.<br><br>PEDAGOGO:<br><br>Frau Judith Schwendener,<br>nata nel solco dell’intravedere<br>di un passeggero dietro il finestrino<br>del suo treno in partenza, un viaggiatore<br>distratto dal bel tempo che sfocava<br>i disparati addii delle signore;<br>morta nel capriccioso volteggiare<br>primaverile, a mezz’aria, di un giallino<br>foulard di proprietaria sconosciuta.<br>Adesso che conosco il nome <br>della mia solitudine presente <br>che in verità è l&#39;attesa <br>di te, che stai arrivando, <br>mi viene voglia di venirti incontro <br>a metà strada, così, per salutarmi <br>in tutto ciò che hai e che mi manca.<br><br><i>(spegne la candela sotto il sesto ritratto)</i><br><br>NUTRICE:<br><br>Scivola via l’innocenza immorale<br>come la rena tra le dita aperte<br>ma sopraffatte, vibrando mortale<br>al ventre della luna, nelle incerte<br>candele della tundra siderale,<br>lungo il fiume notturno delle offerte<br>all’inferma speranza che ragione<br>inquieta va smarrendo e religione<br>non sa, talèa nelle argille deserte.<br><br>PEDAGOGO:<br><br>Mademoiselle Liliane Yankowitz,<br>nata nel pigro gorgo<br>mosso dalla bracciata<br>essenziale d’una nuotatrice<br>olimpionica, sull’acqua, verso sera,<br>dell’immensa piscina.<br>A volte se ti chiedi,<br>amore, qual mai luce io veda<br>nell’acqua troppo fonda <br>che sei, non sai<br>delle scaglie dorsali<br>dei pesci abissali<br>che luccicano appena<br>a lampanti chiarori.<br>Come quei guizzi accesi<br>i tuoi fianchi al mio fianco<br>sono remoti gusci<br>di vita non sfinita,<br>lanterne volitive<br>che vigilano il buio,<br>prescienza dell’aurora boreale.<br><br><i>(spegne la candela sotto il settimo ritratto)</i><br><br>NUTRICE:<br><br>Le disadorne reliquie interiori<br>per la forza di cenere intagliata<br>violentemente fra il tempo, di fuori,<br>e l’anima d’un tratto desolata<br>da tutto, si disperdono agli albori<br>dei giorni segregati che, oltraggiata,<br>la giovinezza sotterrano e vana<br>nel suo fiorire come una lantana<br>agl’incubi d’inverno abbandonata.<br><br>PEDAGOGO:<br><br>Signorina Rebecca Cremona,<br>nata dall’eco dell’incontro di una pala<br>d’altare rinascimentale, d’incerta<br>attribuzione, vagamente<br>cattolica per via del sacro<br>soggetto rappresentato –<br>l’estasi di Caino perdonato –<br>con l’occhio di una vecchia donna<br>appena nata, la schiena, le mani<br>gelate da una brina di stupore.<br>Contavamo i tramonti che<br>ci separavano da<br>noi, noi già<br>insieme, con sei<br>pesci di lago e cinque<br>pani di grano.<br>Le nostre parole erano pane,<br>le lacrime vino - prendete<br>e mangiatene tutti: profumava<br>di fertile a questo punto l’orto<br>dei nostri ulivi.<br>A noi ritorneremo dal tuo seno <br>piena di grazia,<br>io sono<br>con te, tu sei<br>come ti amo.<br><br><i>(spegne la candela sotto l&#39;ottavo ritratto)</i><br><br>NUTRICE:<br><br>Sonni di morte, pallidi e indecenti,<br>fra sterili muraglie che dal cielo<br>schiantano folgori danzanti, i venti<br>aromali osteggiando: solo il gelo<br>di denutrite fantasie impotenti<br>perdura biancheggiante come un velo<br>che appanna, che addormenta anche il dolore<br>nell’atonia e l’avidità d’amore<br>dimenticato accanto a un asfodelo.<br><br>PEDAGOGO:<br><br>Frau Hanne Rehberger,<br>nata naviglio fantasma<br>varato per circumnavigare<br>l’isola piccola dell’usignolo<br>nell’arcipelago a sud dell’equatore,<br>morta perché incapace nonostante<br>le convinzioni dell’ingegneria<br>genetica – in coscienza -<br>di respirare a lungo la bonaccia.<br>Dietro la scia di redenzione<br>che lasciava coi suoi  passi, fu orto<br>concluso il tempo, e all’ultimo momento<br>fiorirono viole, profumando<br>mitica l&#39;infinita vanità del mare.<br>Se ti dovessi dire<br>di quale amore<br>vorrei morire<br>e di quale dolore<br>mi piacerebbe vivere<br>non riuscirei a parlarti<br>ora che guardo questa processione<br>di testuggini neonate sulla sabbia<br>disperate dalla speranza<br>dell&#39;oceano infinito.<br><br><i>(spegne la candela sotto il nono ritratto)</i><br><br>NUTRICE:<br><br>Il suono depredò del loro cuore:<br>lo fece in cima a primavera quando<br>fioriva l’amarillide e colore<br>era la vita e odore di rimando<br>alle invernali verità che orrore<br>hanno, impassibili, di chi, fidando<br>in spazi aperti e interminati, acceda<br>a un sentiero interrotto che conceda<br>nel bosco una radura digradante.<br><br>PEDAGOGO:<br><br>Frau Anne Zwirner,<br>nata dall’amplesso largo,<br>lungo, delle parabole di volo<br>tracciate con compassione di farfalle<br>dai minuti frammenti<br>di due fotografie strappate per frenare<br>una costanza indecente nei ricordi;<br>morta perché, struggente,<br>le fu fatale fedeltà<br>quella di un’ombra.<br>Sul campo di battaglia la morte cammina<br>come una bambina che coglie fiori.<br>Eppure è quasi primavera: il vento<br>ha corpo di polline, la<br>fioritura sapore di calce,<br>di mattoni e di sangue, ma procede<br>spedita come la vita<br>di chi, andandosene, arriva.<br>Il tamburino avanza sul campo di battaglia<br>dove la morte cammina<br>come una bambina che coglie fiori.<br>Le zolle squassate, le bestie sventrate,<br>il funerale di tutti nel quale<br>di piombo fumiga l’incenso, dai cannoni:<br>noi solo malinconici indolenti<br>senza dolore, perché l’aria è gentile,<br>della battaglia non restano che sparsi<br>sussulti lontani.<br>Addio, miei amati, addio:<br>sul campo di battaglia<br>la morte già cammina<br>come me bambina<br>che colgo fiori.<br><br><i>(spegne la candela sotto il decimo ritratto)</i><br><br>NUTRICE:<br><br>Muti di vita e della luce accesi<br>terrea, sui marmi impietosi ove il giorno<br>non abbandona la notte distesi,<br>furono cose tra le cose intorno<br>non più bambini e uomini, sorpresi,<br>tra mura desolate che il ritorno<br>chiudono, dalla quiete illividita,<br>vacua di pace, soltanto infinita<br>di risorgenti oscurità per scorno.<br><br>PEDAGOGO:<br><br>Frau Franziska Cohen,<br>nata in un gregge di agnelli<br>pasquali, nutriti di fiori<br>perché le carni profumassero la festa<br>ventura, morta sfinita dal protrarsi<br>straziante del grigio madrigale<br>largo dei musicanti di coltelli.<br>Nero di seppia<br>scorreva inconsolabile su sciami<br>di brina. La casa<br>dei ferrovieri scontava lo zenit<br>con afosa pazienza. Lei era<br>quella ragazza seminuda<br>che apatica si rinnovava il trucco<br>non avendo imparato cosa fare<br>di una vita impigliatasi per caso<br>nella sua lisa e stinta anestesia.<br>Vorrei – diceva spesso - che tu fossi<br>smalto per unghie, rimmel e rossetto<br>per consumarti e inutilmente<br>portarti da nessuna parte<br>nella sera qualsiasi che altrove<br>feriale e straniera ci aspetta.<br><br><i>(spegne la candela sotto l&#39;undicesimo ritratto)</i><br><br>CORO:<br><br>Se i tollit&#39;el vestire,<br>lassatelme vedere,<br>com&#39;en crudel firire<br>tutto l&#39;ò ensanguenato.<br><br>MEDEA:<br><br>Che sole è sorto<br>e di che giorno?<br>Il tempo ha colore di rubino<br>e profuma di glicine ombroso.<br>Corroso di dolore<br>l’amore delle lacrime<br>lascia piccole impronte di sole<br>e scie di prossimi congedi<br>già consumati…<br>Inutile amore<br>che i superbi vessilli<br>carezzano di morte,<br>di morte gentile,<br>come lucertole fuggitive<br>dagli occhi tristi.<br>Amore indifeso,<br>che nemmeno i colombi<br>dal volo immacolato<br>benedicono di un fuoco<br>d’ellisse divina.<br><br>CORO:<br><br>Meglio aviriano fatto<br>ch&#39;el cor m&#39;avesser tratto,<br>ch&#39;ennella croce è tratto,<br>stace descilïato&#33;<br><br>NUTRICE:<br><br>La strada è perduta,<br>succhiata in sterpaglia,<br>negata in abbandono<br>indolente, contrada<br>ormai solo scritta<br>che dritta percorre<br>intero il presente<br>e ci addormenta.<br><br>PEDAGOGO:<br><br>Frau Angelika Weitzman,<br>nata nella camera d’albergo<br>di una mezzosoprano innamorata<br>del suo tenore leggero, tra gli stucchi<br>d’oro zecchino<br>della toilette, le tende di broccato,<br>le lenzuola di seta, gli asciugamani<br>di lino, morta poco dopo<br>la caduta in disgrazia ed i fischi<br>dei loggionisti, in nome della legge.<br>L&#39;eternità è passata<br>fra i miei capelli belli:<br>l&#39;ho vista arrivare<br>senza fermarsi in tiepida dolcezza<br>di brezza, in riva al mare.<br>Per un istante ha scolpito<br>il tuo profilo, in cima<br>a invocazioni fitte d&#39;usignolo<br>mentre salsedine in lamina tagliente<br>mi tormentava il ventre, in grembo;<br>per un vano momento ha frenato<br>l&#39;onda schiumosa sullo scoglio <br>che ci raccoglie: mandorle di tempo<br>allora fummo, e luce sola adesso.<br>Amami, Alfredo, amami<br>quanto io t’amo: addio…<br><br><i>(spegne la candela sotto il dodicesimo ritratto)</i><br><br>NUTRICE:<br><br>Schierati, i nudi tronchi,<br>braccia zelanti dell’apocalisse e croci spoglie,<br>severo trascorrono il silenzio<br>e i singulti ultimi dei piccioni.<br>Tace il vespro, ma è chiuso<br>sulle perdute bocche<br>che vino di avvilite brocche<br>e pane doloroso<br>cercano invano.<br><br>PEDAGOGO:<br><br>Frau Rachel Fredenthal,<br>nata nell’entroterra, tra le zolle<br>dure del brullo contado, tra le case<br>tetti guglie di legno, tutte<br>soffitte ed abbaini, appese<br>all’altitudine appartata degli sguardi;<br>morta di seduzione ritrovando<br>per caso le luminarie ed i festoni<br>accatastati, sporchi: tutto quanto<br>scordato le restava della festa<br>sua di minuta figlia maggiorenne.<br>Avrebbe voluto trovare <br>parole ai pilastri del cielo,<br>là dove falle<br>dell&#39;anima mostrano il velo<br>rimasto incustodito.<br>Aveva fierezza bastante<br>per incantare, incatenare il tempo;<br>intarsio era il suo viso<br>ed indicava il mento settentrione.<br>Un ago di pino nel braccio<br>di profumate resine le fece<br>gemere il cuore mentre,<br>tracciando pensieri con l’ortica,<br>mangiava, innocente come amare<br>vele di caravella, immacolati<br>pinoli: nessuno la convinse<br>che, in fondo, il mare è una supposizione.<br><br><i>(spegne la candela sotto il tredicesimo ritratto)</i><br><br>NUTRICE:<br><br>Se avessimo tempo<br>per un bacio ancora<br>da raccontare a queste porte morte,<br>rifiorirebbe forse di boccioli muti<br>la siepe spinosa del silenzio.<br><br>PEDAGOGO:<br><br>Frau Ruth Schwebel,<br>nata là dove nulla<br>farebbe supporre che si possa<br>nascere avendo come prima vista<br>filari di ginocchia insanguinate<br>da disperati eccessi di preghiera,<br>morta d’orgoglio all’alba in cui fu chiara<br>a tutti l’ora di levarsi in piedi.<br>Bada: l&#39;autunno cosparge<br>la terra di foglie.<br>Non provo tristezza per loro,<br>io non mi curo <br>dei morti, dei santi <br>o dei dannati. Bada: <br>io le calpesto, ed i miei piedi<br>ghignano e le mie scarpe<br>infieriscono ugualmente sulle spoglie<br>di queste foglie goffamente morte.<br>Voglio che sia<br>silenzioso lo scempio, in apparenza <br>normale; voglio lo sfregio certo<br>di una bestemmia naturale.<br><br><i>(spegne la candela sotto il quattordicesimo ritratto)</i><br><br>CORO:<br><br>Figlio, l&#39;alma t&#39;è &#39;scita,<br>figlio de la smarrita,<br>figlio de la sparita,<br>figlio addossecato&#33;<br>Figlio bianco e vermiglio,<br>figlio senza simiglio,<br>figlio, e a ccui m&#39;apiglio?<br>Figlio, pur m&#39;ài lassato&#33;<br>Figlio bianco e biondo,<br>figlio volto iocondo,<br>figlio, perché t&#39;à el mondo,<br>figlio, cusì sprezzato?<br>Figlio dolc&#39;e placente,<br>figlio de la dolente,<br>fíglio àte la gente<br>mala mente trattato.<br><br>NUTRICE:<br><br>Solo un bicchiere<br>resta di bianco vino,<br>di fuori i fiori.<br><br>PEDAGOGO:<br><br>La senza nome,<br>nata troppo grande<br>per i registri di qualsiasi<br>ufficio anagrafico, e morta<br>troppo piccola per poter dire dove.<br>Se fossi il sale della terra<br>io, padre, toglierei dolcezza <br>a una carezza<br>solitaria, alla certezza<br>del primo volo<br>dell’implume fringuello<br>appena nato<br>(addolorato hai il piede bello<br>di lame di vetro, la pena<br>non è di dolore ma d’amore<br>per i diamanti che hai mancato).<br>Se fosse il sale della terra<br>lei, madre, darebbe sapore<br>alle mangrovie,<br>ferrovie di paludi come quando <br>allude, amando, a noi<br>nella veste di piccoli eroi<br>naturali e senz’ali.<br>Ma, figlia, noi siamo<br>il sale della terra solamente<br>perché in due, per te,<br>facciamo una lacrima.<br><br><i>(spegne la candela sotto il quindicesimo ritratto)</i><br><br>CORO:<br><br>Ora sento &#39;l coltello<br>che fo profitizzato.<br>Che moga figlio e mate<br>d&#39;una morte afferrate,<br>trovarse abraccecate<br>mat&#39;e figlio impiccato&#33;<br><br>NUTRICE E PEDAGOGO <i>(si abbracciano)</i>:<br><br>Acre profuma il nostro mattatoio:<br>sulle carni di quanti passerà l’aratro?<br>e quanti boschi nuovi metteranno<br>radici tra le nostre ossa?<br>Verranno notti e passeranno e giorni<br>e il braccio lento del seminatore<br>le nostre cicatrici chiuderanno<br>come oggi gli occhi.<br>L’ora è trascorsa: fermiamoci, ché i morti<br>non devono temere più la morte.<br>Erto, un deserto viale di Lontano<br>biancheggiante di polvere<br>per lungo tempo – noi, il nulla - guardiamo:<br>la sovrumana quiete fra le case<br>assolate, le mura e le finestre<br>chiuse su questa piana di ginestre<br>che noi concimiamo.<br>Però proprio da qui ritorneranno<br>le belle mietitrici che aspettiamo<br>con le gonne ondeggianti e unite in coro.<br><br><i>Sipario</i> <br><br>(Arte - Sceneggiatura)]]></description>
<author><![CDATA[Andrea Rossetti]]></author>
<pubDate>Sat, 20 Jan 2007 18:08:28 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[one day, someday, di Marika Bortolami]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> ... <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Fri, 19 Jan 2007 15:21:51 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[&#39;till life, di Marika Bortolami]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> ... <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Thu, 18 Jan 2007 05:24:43 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[&#39;till sky, di Marika Bortolami]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> ... <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Wed, 17 Jan 2007 04:57:59 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[the long way home, di Marika Bortolami]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> ... <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Tue, 16 Jan 2007 00:41:13 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[city beach, di Marika Bortolami]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=966&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> ... <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Sun, 14 Jan 2007 01:54:32 +0000</pubDate>
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<item>
<title><![CDATA[little woman in red, di Marika Bortolami]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=965&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=965&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> ... <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Sat, 13 Jan 2007 11:35:46 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[surrender, di Marika Bortolami]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=964&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=964&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Lisbona <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Fri, 12 Jan 2007 01:43:20 +0000</pubDate>
</item>
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<title><![CDATA[please don&#39;t, di Marika Bortolami]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=963&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=963&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> ... <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Thu, 11 Jan 2007 00:52:42 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[talkin&#39; to him, di Marika Bortolami]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=962&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=962&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Lisbona <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Wed, 10 Jan 2007 03:48:02 +0000</pubDate>
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<item>
<title><![CDATA[Dura Jole, di Fabrizio Pittalis]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=961&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=961&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> <br>Se in ogni modo tieni duro le parole <br>e dappertutto cadono i capelli<br><br>la punta della lancia te la tieni in tasca <br>e accechi l’angolo dell’occhio <br><br>accechi delicata la mancanza d’alleati <br>triangoli schiacciati senza voglia <br><br>sui tuoi cigli (così diresti, forse in modo<br>involontario) strade impraticate  <br><br>per sorprenderti legarti in basso <br>per risucchiati a strozzo dentro al tubo dello scolo <br><br>Jole - sudandoti ti chiamano le pile<br>i prati da lavare ad aspettar distesi <br><br>il sole lì tutte le sere tutte che s’assolve <br>l’orizzonte divorando e l’imbrunire pure. <br><br>Sai bene (e ciò ti scuoce) che si va <br>per tutto il mondo spettinando un po’.<br><br> <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Fabrizio Pittalis]]></author>
<pubDate>Tue, 09 Jan 2007 13:06:34 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[send to exile, di Marika Bortolami]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=959&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> una rosa è una rosa è una rosa <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Tue, 09 Jan 2007 02:03:43 +0000</pubDate>
</item>
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<title><![CDATA[Desperation, di Marika Bortolami]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=957&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> the violet girl <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Mon, 08 Jan 2007 02:58:31 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Extirpation, di Marika Bortolami]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=956&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=956&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> *<br><br>Vanja è un cantiere senza nessuna scintilla<br><br>*<br><br>Vanja è allo specchio<br>con una certa curiosità guarda per la prima volta il profilo del suo corpo<br>sfila via ogni imperfezione, ogni pudore<br>con le mani apre un buco nero nel petto, lenta,<br>come fosse una seconda pelle che non ha più ragion d&#39;essere<br>dentro quel buio emerge l&#39;immagine riflessa<br>gonfia e raggrinzita di una vecchia<br>che ha perso il contatto con la propria realtà<br>(come qualcuno che continua a dire &#39;pronto&#39;<br>nonostante dall&#39;altra parte non ci sia nessun suono)<br><br>c&#39;è qualcosa da danneggiare ulteriormente<br>la data della sua importanza è scaduta<br>vuole acquietare il dolore una volta per sempre,<br>liberarsi da ogni zavorra che la appesantisce<br><br>*<br><br>l&#39;asportazione di un tumore/amore abbisogna di concentrazione,<br>telecamere in sala operatoria<br>(l&#39;orrore è una scena troppo succulenta<br>da lasciare in un angolo oscuro)<br>che niente vada disperso<br><br>Vanja prende un bisturi e inizia dalla pancia<br>un taglio orizzontale per togliere i sassi grandi come arance<br>(i sentimenti, le illusioni, i sogni)<br>il suo ventre come una fruttiera di cibi in putrefazione,<br>tagli sulle braccia e gambe per liberare le formiche<br>(gli abbracci, i baci, le carezze)<br>quelle piccole e nere, che smuovevano il sangue<br>via i muscoli, ingombranti, disarmonici<br>nelle loro parti carnose e tendinee<br>via i neuroni, ogni impulso sopito<br>ogni apparato alla ricerca della propria indipendenza<br>ricucire le palpebre per fermare le lacrime<br>taglio longitudinale sulla fronte<br>(liberato ogni pensiero)<br>che venga svuotata parte a parte<br>ricopre le orecchie con cemento<br>(non c&#39;è più posto per ogni singola affermazione che la uccide)<br>alla fine, un senso di pace<br>compiutezza nel senso<br><br>(dove si va a vivere una volta devastata ogni cosa all&#39;interno?)<br><br>*<br><br>Vanja si riempie di sabbia e calcinacci<br>ricucita con del filo bianco e grosso<br>si siede nella poltrona rossa e diventa<br>immobile, involucro in attesa di altri insetti<br><br>*<br><br>Vanja sgrana i giorni come un rosario<br>certi minuti, certe ore hanno l&#39;espansione di un cielo zeppo d&#39;alba<br>ogni volta che torna ad affondarle i coltelli<br>lei comincia a pregare<br>che sia l&#39;ultima volta<br>che sia la distruzione di questo fantoccio inutile<br>che non sa dimostrare l&#39;attenzione<br>che non sa nemmeno più suonare una nota sul proprio pianoforte<br>tutti i tasti rovesciati sul pavimento, le tarme hanno invaso la cassa<br>corrosa come le corde, persa ogni elasticità<br>persino nelle mani<br>che hanno dimenticato la naturale tensione muscolare<br><br>Vanja sente un suono di catastrofe imminente<br>(basso e prolungato)<br>e ricomincia a pregare<br><br>*<br><br>gli umani non cambiano<br>gli umani cambiano sempre<br><br>(I don&#39;t know where or from what I&#39;m leaving<br>perhaps I must put your eyes in a chocolate box<br>full of sugar, full of bright green grass<br>full of grace, full of space, full of mine<br>all the places I can&#39;t buy<br>all wood clocks burning<br>on the walls of time)<br><br>gli umani imparano nuove lingue<br>per non capirsi più<br><br>*<br><br>Vanja sulla poltrona, dimenticata tra i giocattoli della sera prima<br>sente un soffio d&#39;estate<br>entrare da sotto la porta<br>(qualcuno si sposa, qualcuno si riproduce, qualcuno si innamora)<br>il paesaggio fuori dalla stanza è lattiginoso,<br>la fotografia dei bisnonni e tutta la loro prole incorniciata sulla parete<br>(tutti seri e composti, ché la memoria non abbia niente da invidiare alla morte)<br>rose nei vasi diventate antiche nel trastullarsi della notte,<br>rose immutabili nel disegno delle lenzuola,<br>nel letto una bambina con la bocca semiaperta<br>si sveglia nella musica dell&#39;uomo in nero<br>(&quot;I keep you on my mind both day and night&quot;)<br>la madre ascolta il suo respiro regolare e la guarda crescere<br><br>la nebbia coglie tutti di sorpresa<br><br>*  <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Sun, 07 Jan 2007 04:00:22 +0000</pubDate>
</item>
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<title><![CDATA[proleter k, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=955&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=955&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> piazza maggiore, bologna <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Sun, 07 Jan 2007 01:26:00 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[sailing mind, di Marika Bortolami]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=951&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=951&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Lisbona <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Marika Bortolami]]></author>
<pubDate>Tue, 02 Jan 2007 23:25:08 +0000</pubDate>
</item>
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<title><![CDATA[Emily Maguire: &quot;Taming the Beast&quot;, di Ferdinando Pastori]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=17&tes=949&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=17&tes=949&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> <b>Emily Maguire: &quot;Taming the Beast&quot;</b><br><br><i>“Maguire&#39;s very readable prose treads a fine line between porn-lite and a more serious exploration of young desire.”</i> (Independent)<br><i>&quot;Emily Maguire is the new bad girl of erotic fiction...&quot; </i>(Esquire)<br><br>Emily Maguire è nata in Australia nel 1976, figlia di un giornalista e di una insegnante, attualmente vive a Sidney dove divide il suo tempo fra la scrittura e l’insegnamento della lingua inglese (dopo aver conseguito un Master in letteratura inglese Alla University of New England). Collabora con importanti magazine e quotidiani (The Observer, The Sydney Morning Herald and The Financial Review), scrivendo articoli non solo di critica letteraria, ma affrontando anche tematiche sociali come il razzismo, il sesso e la religione. <br>Il suo libro d’esordio, “La bestia a due schiene” (il secondo, The Gospel According to Luke, è da poco nelle librerie e ancora inedito in Italia) un romanzo scritto quasi di nascosto, di notte per combattere l’insonnia, si è rivelato un clamoroso successo di pubblico e critica ed è già stato tradotto in dieci lingue. Un successo che nel corso del 2003 l’ha portata a essere inserita nell’Australian Society of Authors e a ottenere nel 2006 importanti riconoscimenti all’interno di manifestazioni quali il Kathleen Mitchell Awards e il premio Dylan Thomas. <br><br><i>&quot;Scrivendo di notte credo di essermi censurata molto meno di quanto avrei fatto lavorando alla luce del sole. È un po&#39; come sentirsi vagamente ubriachi.&quot;</i><br><br>Non è stato facile, per Emily Maguire, scrivere “La bestia a due schiene” (Taming the Beast) e prima di arrivare alla stesura definitiva sono passati ben quattro anni pieni di dubbi che non si sono risolti una volta terminato il romanzo. Convinta che nessuno l’avrebbe mai preso in considerazione, Emily spedisce il manoscritto a una piccola casa editrice (Brandl&amp;Schlesinger) che contro ogni aspettativa dell’autrice decide di pubblicarlo (dopo averlo letto, Veronica Sumegi giustificò la decisione spiegando che <i>“It&#39;s not the sort of thing I normally read, but suddenly I found myself reading and reading and reading. I thought, this is strange, why am I reading this? Everyone I gave it to just couldn&#39;t stop reading it&quot;</i>).<br><br><i>&quot;Emily Maguire embodies the great romantic myth of the writer who emerges from nowhere, fully formed.&quot;</i> Sydney Morning Herald<br><br>“Taming the Beast” racconta la discesa all’inferno di Sarah Clark, studentessa di quattordici anni che si lascia coinvolgere in una relazione morbosa e pericolosa con il suo insegnate di letteratura. Una relazione di amore e odio, desiderio e lussuria. Sarah si lascia guidare alla scoperta di un sesso malato e deviato, costruito sull’attesa e la frustrazione, dove i momenti inebrianti si alternano alla paura e all’umiliazione e che la porta ben presto a superare il sottile confine che separa il piacere dal dolore. Una passione/ossessione alienante che allontana ogni giorno di più Sarah dai suoi affetti quotidiani e dalla rassicurante vita familiare e che la proietta nella più totale disperazione quando l’insegnante decide di trasferirsi in un’altra città e interrompere il suo perverso gioco di indottrinamento e seduzione.<br><br><i>“Obsession is deadly boring to all but the obsessed, so the most important thing is to ensure the reader feels involved, invested even, in the obsession. The only way I know to achieve that is to create characters so real that readers care what happens to them not because they’re likeable or sympathetic but because they’re known and caring about people we know is what we humans do.”</i><br><br>Durante i successivi otto anni, Sarah si abbandona ad ogni sorta di esperienza sessuale, cambia uomo ogni notte, ma ogni mattina si risveglia sola e consapevole dell’inutilità di qualsivoglia tentativo di rivivere le stesse emozioni (estreme) provate con il professore. La droga, l’alcol, il sesso a pagamento e i ripetuti tentativi di autodistruzione la fanno precipitare in un mondo irreale, senza spazio e senza tempo, in un vortice dal quale sembra impossibile uscire prima dell’annullamento totale. Unica ancora di salvezza, gancio che la mantiene debolmente attaccata alla vita è l’amicizia con il suo vecchio compagno di scuola Jamie, da sempre innamorato di lei. Amicizia che non risulterà comunque solida al punto tale da resistere nel momento in cui l’insegnante irrompe nuovamente nella vita di Sarah per riprendere il cammino di perdizione e dannazione a suo tempo interrotto. Per sperimentare nuove perversioni, oltrepassare nuove barriere e rimanere legati una all’altro indissolubilmente…come una bestia a due schiene.<br><br><i>“Though some readers may have trouble reading passages involving sexual violence, Maguire keeps the prose crackling and the dialogue lively (&quot;You look like the six week old corpse of a crack addict who died from syphilis&quot;) from the first page to the last.” </i>(Publishers Weekly)<br><br><br><br> <br><br>(Risorse - Bibliografia)]]></description>
<author><![CDATA[Ferdinando Pastori]]></author>
<pubDate>Sat, 30 Dec 2006 20:30:40 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Le poesie, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=932&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=932&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> <i>“Ipocrita lettore, fratello mio”<br>C.Baudelaire<br><br>“Perché ti prendi cura di una cosa che muore?”<br>“Perché almeno non penso al fatto che sono io, la cosa che muore.”<br>Anonimo<br><br>“Piluccami un poco alla volta, come se tu sbocconcellassi delle ciliegie a caso.<br>C’è un contatore automatico dei noccioli orfani della polpa, mettilo in funzione;<br>così saprai quante volte mi hai ucciso”<br>G.Fabbri</i><br><br><br><br><br><br><br>Potrebbe essere una sera come questa, mi ascolti, <br>fatta di cose marroni e rotte – non ti hanno <br>abitutato a questa qualità di silenzio<br>oscena e evidente come escrementi <br>su un tappeto nella vastità della Scala<br>caratteri più forti dei nostri <br>si sono arresi ad una placida lussuria – <br>hanno desiderato un giardino e vedere <br>sedici persone l’anno – il dolore <br>modifica il carattere, come la prigionia – <br>misogini e storpi nascondono <br>la loro sciancatura nelle pieghe<br>bianche delle tuniche – strumenti medici <br>allineati sopra mensole d’acciaio <br>vogliono rappresentarti nel momento <br>della caduta da uno stato d’incoscienza <br>a uno meglio pianificato e bianco <br>- cura e misura – <br>chi ha sentito<br>le voci minuscole mormorare <br>dietro alle spalle dei giganti?<br><br>Loro hanno spalle larghe, <br>spalle contro il muro, <br><br><br>tu sei il muro<br><br>*<br><br>come cadono tragiche le molliche<br>dal tavolo della domenica pomeriggio<br>sforzarsi di intepretare<br>questo dolore al posto di altri<br>che ne restano lontani distratti<br>dai filetti di grasso fra i denti<br>o da altri fenomeni mediatici:<br>questo ti resta.<br><br>di un lavoro prolungato e meticoloso<br>portato avanti negli anni<br>ti rinfaccerrano solo i tre errori commessi<br>nessuno ricorderà tutte le volte<br>che le cose sono state fatte con premura<br>giorno dopo giorno.<br><br>Quegli errori <br>sono le poesie.<br><br>*<br><br>c’è qualcuno che nel sonno<br>ti tira fuori dal corpo<br>per conficcartici di nuovo al mattino<br>alba dopo alba dopo alba?<br><br>E dove vanno le ombre?<br><br>*<br><br>scegli qualcosa in cui credere<br>fai il bravo specchio<br>non è polemica<br>incontriamoci per innamoraci di me<br>guardati per bene intorno e prendi coscienza<br>tutto quello che vedi<br>sei tu<br><br>*<br><br>poliuterano consigliato<br>per il sesso anale<br>l’ho sentito in tv<br><br>poli-uter-ano<br><br>una nuova divinità<br>il culo come multiplo utero<br>per spermi infencondi<br>raccolti andati a male<br>bottini marciti dentro sacchi dimenticati.<br><br>*<br><br><br>salendo lungo le scale, osservato<br>(hai notato che è zoppo?)<br>arrotolando i pantaloni al ginocchio<br>ci vogliono cinquant’anni di vita<br>per capire cose c’è di tragico<br>nel curare una pianta<br>- il lavoro ha bisogno di te –<br>i numeri ti stanno cercando, non è come sembra<br>non è come fossimo incastrati nella scena <br>della roulette russa di Cimino – tu non sei il cacciatore<br>non è come sembra, oggi è venerdì<br>prendi un aperitivo<br>sentiti vivo.<br><br>Le ragazze stanno uscendo per i vicoli<br>i ragazzi inseguono i vicoli<br>e solo accidentalmente<br><br> <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Thu, 14 Dec 2006 08:19:33 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Trittico, di Rossano Segalerba]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=921&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=921&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Cancellato <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Rossano Segalerba]]></author>
<pubDate>Sun, 10 Dec 2006 12:09:39 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Quattro, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=917&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=917&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> collage fotografico della mostra quattro, rocca dei bentivoglio, bazzano, 9 settembre 2006<br>artisti: ansuini - persano - ricci - ruggiero <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Sat, 09 Dec 2006 21:03:23 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[tendente a zero, di Stefano Caronia]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=916&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=916&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Forse è la nebbia<br>La distanza dalla materia<br>Il preservarsi della solitudine<br>La ricerca dell’essenza<br><br>Nessun progresso<br>La traiettoria circolare<br>Adagiarsi sull’umidità delle foglie<br>Sottrarsi al vento<br><br>Aggirare le memorie irrisolte<br>Far passare un’altra giornata<br>Cercare un canale stretto per l’ossigeno<br>Non emergere dalla terra<br><br>Curare la prigione di pensieri<br>Il campo di contenimento endogeno<br>Di linee di forza insondabili<br><br>E domande<br>Sogni incomprensibili<br>Consapevolezze sotto morfina<br>Nessuna volontà di esistere<br><br>Anni a cercare <br>la linea di start<br>Infinita tensione <br>verso lo zero<br><br>Tu mi spingi a vivere<br>Amico mio<br>Io ti respingo come veleno<br>E dico che tu sei malato<br><br>Mi sottraggo alla Crisi<br>E aspetto nella nebbia<br>Immobile cercando l’essenza<br>Del movimento<br><br><br>27/11/2006 <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Stefano Caronia]]></author>
<pubDate>Sat, 09 Dec 2006 19:32:01 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Soothe, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=915&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=915&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Studio sul bianco e nero <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Sat, 09 Dec 2006 16:27:27 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Livia - aujourd&#39;hui Brecht ne fonctionne pas –, di Rosamaria Caputi]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=42&tes=900&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=42&tes=900&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Livia - aujourd&#39;hui Brecht ne fonctionne pas –<br><br> <br><br>comme la courtisane titube en morceaux <br>oscille <br>dans le thème de la femme licencieuse <br>la morbide rouge jamais sèche <br>articulée <br>en bandes d’humeurs liquides <br>jusqu’aux rotules <br>la dernière oeuvre sans un balbutiement de respect <br>la jupe soulevée par derrière <br>pour ces fesses compactes <br>remplies jusqu’au bord <br>un physicien comme mari <br>géométrique seul aux angles <br>j&#39;ai pleuré l’illogique pleur illogique <br>j&#39;ai pleuré <br>pendant que le facteur chien roux à la laisse léchait gourmand mes papiers <br>ma sueur sur le méli-mélo de papiers <br>à destination morte ou maudite ou funeste <br>ou de menaces ou m <br>j&#39;ai pleuré je jure ici <br>de ma chair de terre cuite <br>d&#39;un palais brûlée par le vin moelleux dans une bouteille vert de ton <br>oncle <br>d&#39;un coup de théâtre - orgueil bâillonné qui crie -<br><br><b><br>(traduzione di Eleonora Forno e Laurent Lèon per il Festival in Val)</b> <br><br>(Arte - Traduzioni)]]></description>
<author><![CDATA[Rosamaria Caputi]]></author>
<pubDate>Thu, 30 Nov 2006 09:52:42 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Spandau, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=898&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> Stazione di Spandau (D) <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Mon, 27 Nov 2006 18:36:31 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[1989, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=892&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=892&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Roma, garbatella, il cortile dove sono cresciuto.In realtà si vede anche la finestra esatta. <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Fri, 17 Nov 2006 03:27:55 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Gli occhi sono lo specchio dell&#39;anima, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=888&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> nove scatti dalla televisione <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Fri, 10 Nov 2006 00:45:31 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Monoscopio 1, di Rossano Segalerba]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=887&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> Cancellato <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Rossano Segalerba]]></author>
<pubDate>Thu, 09 Nov 2006 22:54:21 +0000</pubDate>
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<item>
<title><![CDATA[No Ees Tv, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=884&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=884&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> I paesi sono bassi, se ne deduce una maggiore <br>quantità di cielo, ed è il belgio a non esistere, assisto <br>alla formazione di una nebulosa di scheletri fantasma <br>davanti a un casinò dalle porte a vetro altissime, <br>sbucati da una mercedes sporca di fango, poco<br>distante tre uomini nudi e urlanti si fanno il bagno <br>alle quattro di notte, lasciando impronte sulla sabbia<br>come granchi, quattordici gradi in pieno luglio <br>oostende - monumenti di donne fatte a pezzi <br>nelle località turistiche per tirare su i giovani pedofili -<br>prima dei ponti dello zeeland, gatti pacifici, <br>cristalli di zucchero che una cameriera <br>con una cicatrice porta insieme al caffè e alla panna, <br>ancora una madre che apre diligente lo sportello alla figlia, <br>di un’enorme macchina marrone, il mare del nord <br>in cornucopia di sabbia<br><br><br>* <br><br><br>(dimenticate le scorciatoie ripide di Parigi, <br>i corrimano barocchi, la moda scapigliata, le sigarettine <br>e i baci sulla guancia, Parigi fra le palme ti ho tagliato il viso, <br>sezionata verticalmente con una serie di rapidi movimenti, <br>le pieghe orientali di certi vicoli di boulevard de charonne, <br>rompendo bicchieri fra i curdi che battono <br>le mani furiosi, le goumen bis a duecento passi <br>di piedi scalzi a sinistra, quattro televisori che ripetono <br>il volto pallido di zidane inchiodato in urlo, disposti in cerchio, <br>tre di noi a fumare sigarettine senza filtro con i parigini, <br>a bere a collo da bottiglie da un euro acquistate <br>dai pakistani in infradito e moglie silenziose, dimenticata<br>la moda di Parigi così sfuggente, mentre adesso le polacche <br>staranno prendendo posto nel letto, le polacche,<br>tutto il giorno a dormire, truccarsi e uscire, <br>nessuno sa dove vadano, puoi solamente incontrarle seminude, <br>avvolte da una luce rossa se entri in casa loro, <br>o nella casa di chi li ospita –<br>le polacche, nella luce bianca del mattino)<br><br><br><br>*<br><br><br><br>sabbia dentro alle orecchie <br>del mare del nord, sottile e fredda, <br>buste come ciclamini che urlano plastica<br>nella nervosa trafittura dell’alba<br>spiagge di nudisti, e la stagione perenne<br>dello zeeland sufficiente e avvolta su se stessa <br>come un gatto in penombra sotto una sedia <br>in un pomeriggio ventoso. <br>Su queste isole le ombre s’allungano <br>con maniere di schiele, tratteggiando scheletri, moli, <br>gabbiani e famiglie finniche tremendamente felici, <br>tremendamente numerose.<br>Il vino è del Sudafrica – un rosé da 13 gradi, la padrona<br>di casa nel 1957 attraversava su un pullman della greyhound<br>tutta l’america da philadelfia a città del messico, era<br>alle dipendenza di una pittrice, dice, ines, due figlie <br>in due nazioni diverse, ines che nel 70 era a new york,<br>qualche anno dopo quattro stagioni in iraq senza mai<br>uscire di casa – in giappone a indossare vestaglie di<br>seta e infine a madrid, ines, mentre io sono capace solo<br>di cambiare la tonalità del colore del vino, incapace <br>di fare un bianco e nero, ubriaco nel giardino di ines, <br>muovendo le dita instupidite sul piano <br>in soggiorno canticchiando, delle parole importanti, <br>solo gli apostrofi. <br><br><br><br>*<br><br><br><br>prendere una storta (cammiando sui ciottoli)<br>per schivare le giallebianche olandesi <br>lungo i canali di veere<br>alla corte del palazzo nero dei rimens, i fotografi<br>a pochi chilometri, middelbourg, <br>dove una comitiva di bavaresi attraversa i canali <br>su un motoscafo, silenziosa, e tutti sembrano stringere <br>un fazzoletto al collo.<br><br><br><br>*<br><br><br><br>tropici del cancro, sulla riva sinistra della senna<br>avevano appena vomitato sul parapetto, proprio<br>dove la polacca mi stava chiedendo se avevo voglia<br>di fare una passeggiata, sentivo un odore strano ma<br>non immaginavo che lei ci fosse finita sopra<br>mentre discorrevamo del volontariato in polonia<br>crocifissione rosea di tutti quegli spaghettini <br>sottili sottili – me ne vado a letto<br>dopo avergli innaffiato la manica con una bottiglia d’acqua<br>in fondo henry miller è finito calvo e col pancione <br>a insegnare l’ortografia agli hippy a big sur – <br>anais nin galleggia <br>sulle acque della senna così ofelica, che nemmeno<br>il vomito<br><br><br><br>*<br><br><br><br>fotogramma di gambe pallide e esili, gonnellino rosso, un calzino calato<br>e la piccola giraffa in equilibrio sopra il parafango di un camion<br>la mano che scatta lo fa il sette luglio, sul cartello vicino<br>c’è scritto –<br><br>knokke on heist km 3,5<br><br><br><br>*<br><br><br><br>l’ho già detto? <br>Il belgio non esiste<br><br><br><br>*<br><br><br><br>a berlino una ragazza di nome maerle<br>s’incammina lungo una stradina che costeggia la sprea – <br>ich libe dich c’è scritto nel posto <br>dove deve arrivare, in bianco, su un muro – <br>profumo di fiori nascosti fra i giardini di pietra <br>di Treptow, maerle cammina guardando fissa <br>dinanzi a sé - la bellezza - ha scritto una poetessa*<br>sono i ricci che si lucidano gli aculei per compiacere le stelle<br>s’avanza una sera che a tratti si spezza, altri si spalanca, maerle<br>ha i capelli lunghi non trova un accendino – una papera trascende<br>nella linea dello sprea dinanzi a una coppia di biondini scappati<br>dalla pellicola di gus van sant<br><br><br><br>*<br><br><br><br>a kreuzberg, un italiano chiederà a un altro italiano <br>se kreuzberg è in centro<br>e dov’è wedding.<br>L’italiano risponderà che sì, certamente<br>kreuzberg è in centro, mentre wedding, ecco,<br>rimane un po’ fuori.<br>Detto questo comincerà una strana magia<br>che consiste nel domare una serie di suoni che cercano<br>di scappare da tutte le parti, suoni di cassette, di tubi d’acciaio<br>che sbattono sui corrimano di scale che finiscono nell’oscurità,<br>lui è un domatore di suoni e a scherer strasse, l’altra sera<br>per uno spettacolo gli hanno dato undici euro. Dice <br>che fuori dal centro<br>pagano poco.<br>Poco distante, a wedding, in un palazzo il cui custode<br>tiene un cinghiale in giardino un italiano chiederà<br>a un editore berlinese di nome T.B., aspirante padre,<br>se wedding è in centro, e soprattutto<br>dove rimane kreuzberg.<br>L’editore berlinese, di nome T.B.,che quindici anni fa <br>suonava il funky mentre cristiana F. Si tingeva i capelli <br>per andare alla stazione e le statue di lenin venivano<br>issate dagli elicotteri e portate via<br>risponderà: Wedding si può dire che sia in centro, <br>mentre kreuzberg, ecco, come dire<br>rimane un po’ fuori<br><br>(friedrichstrasse tira diritta senza muro lungo la spina dorsale di berlino,<br>fra sogni di architetture naziste, aquile negli angoli, negozi rossi<br>pieni di manichini rossi con le calze e le parrucche lucenti -<br>in un giardino i festeggiamenti per un matrimonio, dove<br>ci siamo fermati a rubare del pane e dei pomodori)<br><br><br><br>*<br><br><br><br>franziska riempie l’insalatiera si ricorda di mettere le birre<br>in un frigo e il vino in un altro, a tarda notte abbraccerà<br>chiunque, rimarrà sdraiata in terra a piangere mentre christian<br>il suo ragazzo, la accarezzerà dolcemente – <br>cos’altro potrebbe fare? a lipsia<br>ci sono ragazze fuori, a quest’ora, sedute sui gradini <br>di una biblioteca, sole alla luna – mentre quattro di noi entrano <br>in un cinema degli anni 20<br>fra le ombre di murnau e il loggione <br>severo e silenzioso<br>c’era scritto sui bagni, non si può mancare –<br>il loggione severo e silenzioso, <br>par la pollution visuelle<br>per il teatro del non teatro.<br><br><br><br>*<br><br><br><br>ragazza italiana a brema, quattro di notte, <br>in appartamento mangiando surimi freddo <br>appena tirato fuori dal frigo assieme ad un cetriolo bitorzoluto -<br>ventisettenne, traduttrice, attualmente impiegata <br>in un’agenzia immobilare, quattro di notte, ancora <br>gli stivali alti fino al ginocchio addosso -<br>quando da bambina si trasferì da vicenza a follonica<br>ebbe molta paura, si sentì come strappata a forza<br>da un luogo che la conteneva <br>io penso alla poesia di eliot che dice “Mary, Mary”<br>quella che poi si buttano giù dalla montagna con lo slittino<br>nell’holfgarten<br><br><br><br>*<br><br><br><br>ma ti pare, finire a naufragare fra sandaletti da donna,<br>tutti questi alchimisti, da quando traduci dal francese<br>all’inglese? La chimica di brema possiede piscine segrete<br>squat ikea dove trovi i bagni che avrebbe avuto andy wharol<br>se fosse stato qui, oggi, invece di essere lì, a filmare<br>i cambiamenti di luce dell’empire state building<br><br><br><br>*<br><br><br><br>opinioni di un clown dalla cornetta di un telefono, non sento<br>prufumi di viole non sento profumi di alcun tipo non sento<br>profumi di viole dalla cornetta, queste non sono nemmeno<br>le opinioni di un clown dalla cornetta del telefono<br><br><br><br>*<br><br><br><br>dell’intervista che apre il libro del fotografo<br>dello zeeland wim riemens, padre di ruden,<br>ricordo le ultime parole, che recitano:<br>sii pronto.<br>Sii sempre pronto.<br><br><br><br>*<br><br><br><br>scatolette d&#39;inglese per contenere<br>la carne del tedesco, del francese,<br>dell’italiano, del russo, scatolette<br>di inglese in fila alle università,<br>scatolette di inglese in fila ai supermercati<br>scatolette di inglese ammassate nei locali<br>manine fredde fredde che tentano di<br>infilarci tutte quelle parole<br>che sono perse nella traduzione<br><br><br><br>*<br><br><br>c’era scritto sui bagni, non si può mancare<br><br><br><br><br><br><br><br><br><br><br>* Luisa Fava  <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Sat, 04 Nov 2006 10:45:39 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[No rain madmoiselle Bee, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=883&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=883&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Foto scattata durante la mostra &quot;Cinque&quot;, Rocca dei Bentivoglio, Bazzano<br><br> <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Sat, 04 Nov 2006 10:42:53 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Where you been?, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=880&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=880&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Foto scattata in Francia, vicino Nevers, Agosto 2006. <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Wed, 01 Nov 2006 16:10:01 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Rotterdam Fable, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=872&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=872&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Tutto è inservibile e per questo necessario.<br><br>Le tue mani<br>Gli occhi dei tuoi figli<br>I cosi nelle cose<br>Questa poesia e le tue<br>I voti e le diete<br>E quando sei vecchio<br>Lei che ti viene verso<br>Lungo una strada piena di foglie<br>Per incrociarti e sparire.<br><br>La morte ci rende forbici,<br>dove prima eravamo solo carta<br>ad assorbire.<br> <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Sun, 22 Oct 2006 16:39:45 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Lo spettacolo di Bergonzoni, di Ferdinando Pastori]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=19&tes=871&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=19&tes=871&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[[Olio su tela di Maurizio falcini]<br><br><br><br> <br><br><img src='http://home.graffiti.net/mauriziof/bergonzoni.jpg' border='0' alt='user posted image' /><br><br><br><br>&quot;Lo spettacolo di Bergonzoni&quot; di Maurizio Falcini<br><br>Olio su tela 80 x 100<br><br>2006<br><br> <br><br>(Risorse - Arti visive)]]></description>
<author><![CDATA[Ferdinando Pastori]]></author>
<pubDate>Sat, 21 Oct 2006 15:35:42 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[black waiting, di Kira A]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=870&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=870&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> . b/w <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Kira A]]></author>
<pubDate>Fri, 20 Oct 2006 22:46:07 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Location for placid animals, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=869&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=869&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> raffaello sanzio + tarcento + trieste <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Fri, 20 Oct 2006 03:40:50 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Richard Brautigan - Non solo Beat Generation, di Ferdinando Pastori]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=17&tes=867&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=17&tes=867&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> <br><br><b>Richard Brautigan - Non solo Beat Generation</b><br><br><br><i>“There are no books quite like [Brautigan&#39;s] and no writer around quite like him—no contemporary, at any rate. The one who is closest is Mark Twain. The two have in common an approach to humor that is founded on the old frontier tradition of the tall story. In Brautigan&#39;s work, however, events are given an extra twist so that they come out in respectable literary shape, looking like surrealism.”</i> (The Beat Generation: The Tumultous &#39;50s Movement and its Impact on Today)<br><br>Richard Brautigan è nato a Tacoma, vicino Seattle, nel 1935. Autore di diverse poesie e racconti, raggiunge il successo solamente nel 1967 grazie alla pubblicazione del suo primo libro “Trout Fishing in America” (“Pesca alla trota in America&quot;) con una piccola casa editrice (La “Four Seasons Foundation” che lo ristampa 4 volte prima di cedere i diritti per la versione tascabile alla “Dell Publishing Group”). L’opera si presenta come un mosaico ben assortito di racconti e considerazioni personali sui luoghi comuni tipici dell’immaginario collettivo americano e lo consacra autore di culto e figura di riferimento del movimento contro culturale d’oltreoceano accanto a personaggi del calibro di Ferlinghetti, Ginsberg e Corso. Il consenso di pubblico (più di due milioni di copie vendute) e critica gli permette di pubblicare parecchie delle opere scritte negli anni precedenti e a iniziare una importante collaborazione con la rivista Rolling Stone. <br><br><i>“Brautigan&#39;s value is in giving us a pastoral vision which can water our spirits as we struggle.&quot; But there is a downside, the danger that both Brautigan and the youth culture &quot;will forget the struggle,&quot; because of tendencies to escape into a nostalgia &quot;which cannot be a viable social future.” </i>(New American Review)<br><br>Nonostante un buon numero di libri pubblicati, non riesce più a riscuotere il favore del pubblico e si avvicina alle opere di scrittori giapponesi come Kawabata e Tanizaki con i quali sente di avere parecchie idee in comune. L’incontro con la letteratura del sol levante  lo porta a scrivere e pubblicare nel 1980 &quot;Tokyo Montana Express&quot; dal quale verranno in seguito estratte le brevi storie che compongono la raccolta pubblicata in Italia da Einaudi dal titolo “Centodue racconti zen”. <br><br><i>“Brautigan spends most of his time describing things, and it is his unusual descriptions that catch our attention. But the interest lasts only as long as his descriptions stay fresh; after that we look beyond them for something more permanent. In The Tokyo-Montana Express the descriptions wilt after a while, and there is nothing behind them.”</i> (Washington Post Book)<br><br>Non veri e propri racconti, ma aneddoti, pensieri in ordine sparso e perle di saggezza dove la filosofia zen si trova a confrontarsi con gioie e dolori tipiche di una quotidianità che non possiede nulla di eroico o straordinario. Un lungo viaggio attraverso paesaggi e città degli Stati Uniti spesso dimenticati dalla letteratura perché ordinari e pressoché monotoni. Personaggi minimi, senza volto e senza nome raccontati con uno stile semplice e lineare, leggero e profondo al tempo stesso. Immagini e fotogrammi che si snodano uno dopo l’altro come in un libro di fotografie corredato da lucide e sintetiche didascalie. Brevi, ma indispensabili nozioni che diventano lo strumento attraverso il quale Brautigan si propone di spiegare il suo singolare punto di vista e invita il lettore a seguirlo mentre oltrepassa l’immaginario confine che separa la realtà osservata con gli occhi da quella vissuta con anima e cuore. <br>Il 26 ottobre 1984, due anni dopo aver pubblicato il suo ultimo libro “So the wind won&#39;t blow it all way”, afflitto da paranoie e alcolizzato si suicida nella sua casa di Bolinas in California. <br><br><i>&quot;Mi piace cucinare d&#39;inverno, -disse il cuoco italiano sessantenne, in un posto qualunque della California, stringendo con una presa da professionista il suo bicchiere di birra. Era un uomo che conosceva profondamente il significato della birra. La birra per lui era un libro aperto. Ne sapeva a memoria ogni pagina. <br>- Mi piace cucinare d&#39;inverno, ripeté. - E&#39; un piacere. In estate fa troppo caldo, troppo. Ne so qualcosa. Cucino da quarantadue anni. Ed è sempre la stessa cosa. L&#39;unico vantaggio del cucinare in estate è che bevo più birra, ma lo faccio comunque, perciò potrei benissimo berla d&#39;inverno quando non fa tanto caldo e me la posso godere di più. <br>Bevve un altro sorso di birra. <br>- Quando mi conoscono un po&#39; meglio tutti iniziano a dirmi che bevo troppa birra. Non lo nego affatto. Perché dovrei? Non mi vergogno della birra”.</i><br>(Tokyo Montana Express - Centodue racconti zen, 1980)<br><br><br> <br><br>(Risorse - Bibliografia)]]></description>
<author><![CDATA[Ferdinando Pastori]]></author>
<pubDate>Thu, 19 Oct 2006 21:34:18 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[Club Smokey, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=865&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=865&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Amsterdam, Luglio 2006 <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Thu, 19 Oct 2006 03:00:44 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[splitted, di Stefano Caronia]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=810&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=810&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Forse la visione spezzata in diversi sguardi, forse in diversi tempi, non saprei. <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Stefano Caronia]]></author>
<pubDate>Sun, 08 Oct 2006 12:37:47 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title><![CDATA[closer, di Kira A]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=34&tes=796&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=34&tes=796&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> io e i miei centosessantadue centimetri di altezza ce ne andiamo a spasso, è notte, e nessuno potrà udirci, quando, fisseremo incantati lo spillone nero, che riposa sopra i merletti, che sta immobile come svenuto, e la chiave, lì a fianco, e la nonna che tossisce, nascosta dalla porta<br><br>guarderemo nello specchio per chiamarci, batterci un colpetto sulle guance, appigliarci, con gli uncini nella pelle,<br><br>puoi sentire?<br>l’odore pungente del ferro, amaro, puoi sentire?<br>tutto si riempie di morte, senti?<br><br>come sangue che ti gocciola giù dal naso, come alzare la testa verso l’angolo del soffitto, e appendersi, come mettersi nei panni dell’angolo e guardarsi, guardarsi esposti in una misera preghiera, nel grido appena esalato, uncini sotto gli occhi, nel rosso impallidito, asciutto, nausea tutt’attorno. nella mano aggrappata allo specchio, che scivola, come dita che scivolano, come stomaco che si piega, come contrazione sofferta, come il pavimento che chiede, come il pavimento, che reclama,<br><br>puoi sentire?<br>il pavimento è un carnivoro, puoi sentire?<br>tutto si riempie di fame, senti?<br><br>stai morendo, senti?<br><br>senti.<br><br><br>eri come il pescatore, sfiancato sul pontile. eri come il pescatore, collezionavi misure sfilacciate, ti facevi prendere dalla sera, accasciato, sul pontile, giacevi, con le spalle verso il basso, in una curva colma d’ombre, sul legno secco del pontile. lo stagno riluceva, conteneva, scuro, cupo, troppo stretto, niente saliva a te, niente. trascinavi a casa la fame, il cesto vuoto, gli ami spezzati, le intenzioni slabbrate, inesistenti,<br><br>tutto si riempiva di polvere, puoi sentire?<br>il pescatore morente, senti?<br><br>chiudi gli occhi.<br>senti?<br><br><br>premi forte la parola sulle labbra. premi la parola forte sulle labbra, con le dita. preme contro i denti, puoi sentire?<br>ti fa male?<br><br>fa male,<br><br>premi forte la parola sulle labbra, schiacci. ciò che è morbido non si spezza, non si frantuma, ma fa male, fa male?<br><br>fa male,<br><br>una parola schiacciata sulle labbra, non rompe, non spezza, ma piega,<br>scava<br>una parola scava, trapassa, puoi parlare?<br>una parola che vuole farsi ascoltare, puoi parlare?<br><br>mi fa male.<br><br><br>e una parola schiacciata sulle labbra non è una ferita, non taglia, è un livido, che tira. un dolore muto, amniotico, sott’acqua, dove non c’è voce. un sottrarti, aspirare finché tutto non è nausea, morte, con lentezza, annegare. puoi sentire.  <br><br>(Arte - Narrativa)]]></description>
<author><![CDATA[Kira A]]></author>
<pubDate>Wed, 04 Oct 2006 09:43:29 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[deep below_, di Kira A]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=795&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> ... <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Kira A]]></author>
<pubDate>Wed, 04 Oct 2006 09:17:19 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Flechy, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=791&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> Cimitero di Flechy, Francia, Luglio 2006 <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Tue, 03 Oct 2006 19:31:57 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Man on industry, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=785&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> Foto scattata a dunquerke nel luglio 2006. L&#39;uomo sulla rete è Marcello Bianchi. <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Sun, 01 Oct 2006 08:16:58 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[NxKn, di Rossano Segalerba]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=784&pag=0&ing=1]]></link>
<guid><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=784&pag=0&ing=1]]></guid>
<description><![CDATA[<br><br> Cancellato <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Rossano Segalerba]]></author>
<pubDate>Sat, 30 Sep 2006 11:07:03 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Burning, di Stefano Caronia]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=66&tes=783&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> ... <br><br>(Arte - Immagini)]]></description>
<author><![CDATA[Stefano Caronia]]></author>
<pubDate>Sat, 30 Sep 2006 00:08:34 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Helen Walsh: “Irvine Welsh al femminile”, di Ferdinando Pastori]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=17&tes=741&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <b>Helen Walsh: “Irvine Welsh al femminile”</b><br><br><i>“If you want to find a new sense of what it is like to be a woman in England today, Brass is the most striking coming-of-age story that I have read for a long time […] Helen Walsh is up there with Irvine Welsh in her ability to show what it is that draws people to the extremes of pleasure.” </i>(Vogue) <br><br>Helen Walsh è nata a Warrington, nel Cheshire, nel 1977 da padre inglese e madre malese. Trasferitasi a 16 anni a Barcellona, dove ha lavorato nel quartiere a luci rosse portando i turisti in bar per travestiti, attualmente vive a Liverpool occupandosi del recupero di ragazzi considerati a “rischio”. Scelta di vita maturata proprio durante il periodo trascorso in Spagna, al termine del quale tornò in patria per iscriversi all’università e laurearsi in sociologia con una tesi sulle devianze sessuali. <br>Una vita spericolata, quella di Helen Walsh (a 13 anni consumava già ecstasy e a 17 era dipendente dalla cocaina), che ha diversi punti in comune con le esperienze vissute da Millie, la protagonista del suo primo romanzo “Senza pudore” (Brass). Romanzo che, scritto sul tavolo della cucina di sua madre, le ha permesso di superare una profonda crisi depressiva. E’ la stessa autrice, infatti, ad annettere che Millie è “<i>la manifestazione dei miei estremi. È una realizzazione delle mie fantasie.  l’esorcismo dei miei demoni […] mi addolorava svegliarmi al mattino senza di lei.</i>” Una protagonista dipendente da alcol, sesso e cocaina. Sprezzante e cinica, aspra e irriverente, ma anche tenera e fragile. Simbolo di una generazione che ama prendere rischi e quotidianamente si confronta con incubi e paure difficili da esorcizzare. <br><br><i> “In Brass, Walsh has created some of literature’s sexiest sex scenes, most out-of-it drug-taking and a dark, cynical worldview. But her ultimate offering of love and redemption is something else. Brass is a novel whose imagery you won&#39;t easily scrub off the back of your mind. It is spellbinding and utterly unique.” </i>(Independent)<br><br>“Senza pudore” racconta la storia di Millie che, indolente studentessa universitaria durante il giorno, consuma le sue notti barcollando per le strade di Liverpool a caccia di emozioni forti, droghe e sesso estremo guidata da una “<i>voglia di depravazione assoluta, di umiliare e di essere infangata</i>”. Un libro scritto a due voci, quella di Millie appunto (lirica, intensa e coinvolgente) e quella del suo miglior amico Jamie (meno istintiva e passionale) prossimo a sposarsi e deciso a porre fine alle scorribande notturne. Millie vive la decisione di Jamie come un tradimento e si getta senza remore in un vortice di perversione e annullamento che rappresenta le facce opposte della stessa medaglia, perdizione e redenzione. Incontri occasionali con uomini e prostitute bambine, sesso animalesco e meccanico senza alcun coinvolgimento emotivo, ma che non riesce comunque a nascondere completamente il bisogno di amore e la ricerca di un abbraccio dentro il quale rifugiarsi e abbandonarsi a un pianto liberatorio.<br><br><i>”Walsh has a gift for creating character through voice […] to use an image that both protagonist and author would enjoy, these are the budding breasts of a voluptuous talent.”</i> (The Times)<br><br>Il linguaggio è esplicito, a tratti volgare e brutale. Estremo e realistico. Un linguaggio e uno stile che ha spinto la critica a paragonarla allo scrittore scozzese Irvine Welsh, uno dei massimi esponenti del realismo moderno e sicuramente uno dei primi a raccontare con tono quasi compiaciuto di una generazione dedita alle droghe e all’autodistruzione. Un paragone che non sembra azzardato perché, come suggerisce The Independent, <i>“…Senza pudore è un romanzo che evoca immagini che non cancellerete facilmente dalla mente. È scritto in modo impeccabile, ed è assolutamente unico”</i>. <br><br><i>“We turn onto Upper Duke Street and the view sucks the breath from my lungs. The whole of the city is aglow and the Liver buildings, brightly drenched by the rising moon, reign magnificently in a cloudless sky. I snatch a quick glance to see if she too has been seduced by the vista but the eyes are paralysed by some chemical excess. She&#39;s at least three or four years younger than me - a child in the eyes of the law. Yet she wears the spent constitution of a woman who has lived, breathed and spat these streets out all her life. There&#39;s mixed blood in her face too, the dark complexion suggesting the Mediterranean while her narrowed eyes hint of the East. It&#39;s a good face - awkwardly composed but pretty nonetheless. It doesn&#39;t belong to these streets.”</i><br><br>Helen Walsh<br>Senza Pudore, pagg<br>Einaudi (Stile libero big)<br>I edizione 2005 <br><br><br> <br><br>(Risorse - Bibliografia)]]></description>
<author><![CDATA[Ferdinando Pastori]]></author>
<pubDate>Thu, 07 Sep 2006 20:39:41 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[citazioni - dalla città di Lodz, di Cristina Modigu]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=3&sez=16&tes=737&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[[Kiéslowski racconta kiéslowski..]<br><br><br><br> <br><br>‘Il film si intitolava Dalla città di Lodz; era un documentario molto corto, che durava dieci o dodici minuti. A quel tempo facevamo tutti dei brevi documentari di un atto che venivano proiettati nei cinema o dopo un film. Era un film su Lodz, una città che conoscevo molto bene..   : una città che mi affascinava, per certe sue caratteristiche crudeli e insolite.<br>.. con i suoi edifici fatiscenti, le sue scale fatiscenti e la sua gente fatiscente. Molto più cadente di V., ma anche più omogenea..   dovuto a una totale incuria e alla mancanza di fondi aveva fortemente caratterizzato questo posto:  le pareti erano piene di crepe e l’intonaco si staccava..    <i>Non è una città comune</i>. <br><br><br>I miei soggetti preferiti erano persone vecchie o stravolte con lo sguardo fisso nel vuoto, che sognavano o pensavano a come avrebbe potuto essere la loro vita..,<br><br> <br>Fondamentalmente questo è il soggetto del film Dalla città di Lodz. <u>E&#39; il ritratto di una città dove alcune persone lavorano e altre vagano alla ricerca di non si sa cosa. Probabilmente di niente.</u><br><br><br><br>&#39;Tutti i miei film dal primo a quelli più recenti parlano d&#39;individui che non riescono a trovare una loro dimensione, che non sanno come vivere, che non sanno che cosa è giusto e che cosa è sbagliato, e stanno disperatamente cercando. Cercano le risposte a domande fondamentali: perchè tutto questo? Perchè alzarsi al mattino? Perchè andare a letto la sera? Perchè alzarsi di nuovo?  Come passare il tempo fra un risveglio e l&#39;altro? Come trascorrerlo per riuscire a farsi la barba o a truccarsi tranquillamente al mattino?&#39;<br><br><br><br><br><br>da Kiéslowski racconta Kiéslowski -  a cura di Danusia Stok    Ed. Il Castoro,  1998<br><br><br><br><br><br><br><br><br><br> <br><br>(Risorse - Testi)]]></description>
<author><![CDATA[Cristina Modigu]]></author>
<pubDate>Sun, 20 Aug 2006 22:25:40 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[MARTA, di Alessandro Ansuini]]></title>
<link><![CDATA[http://www.karpos.org/index.php?for=1&aut=6&sez=33&tes=732&pag=0&ing=1]]></link>
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<description><![CDATA[<br><br> <i>A Roland Barthes</i><br><br> <br><br> <br>“Prima di cominciare una cosa di una certa importanza, è sempre meglio bere un bicchiere d’acqua. Davanti ad uno specchio la cosa riesce anche a meglio. Così. Bere un bicchiere d’acqua. Guardarsi allo specchio. Asciugarsi la bocca con il dorso della mano. E si comincia.”<br> <br><br><br><b>INTUIZIONE DI MARTA<br>(lei dentro alle cose)</b><br> <br> <br>Mittle europa, Bologna come Berlino, i muri alti <br>e imponenti e uno schermo, in un ristorante abbandonato, <br>che proietta l’immagine sgranata di un pesce<br>che ruota o nuota in un cerchio d’acqua, la coda <br>come una morbida piuma nera.<br>Davanti allo schermo nessuno. <br>Un ronzio di fondo.<br>In un cortile ragazzine pallide in calzamaglia nera <br>eseguono esercizi di ginnastica seguite <br>dallo sguardo severo della suora. Possiamo vederle <br>attraverso un cancello di ferro, gotiche, che paiono quasi confondersi <br>con la geometria industriale dei palazzi.<br>I muri del centro sono anneriti, come arsi <br>da una furia temporale carbonizzante, paziente, <br>graffi sulle vetrine <br>o semicerchi scavati nelle piazze colme di indumenti <br>che portano a passaeggio scarpe dentro le quali barcollano, <br>in precario equilibrio, una gran quantità di cinesi, giapponesi, e altri esseri sottoposti a regime fiscale.<br>Una lumaca, sul muro della chiesa, intona <br>uno yodel rivolta verso il campanile. Di me dirò: <br>costituzione minerale incerta, passaggio repentino <br>dallo stato gassoso allo stato solido, liquidità di sentimenti, <br>pelle in vetro resina, coincidenze: tutte perse. <br>Ma questo significa sofisticare la vostra primigenia visuale, <br>inquinare le prove. Alla stregua di piccole muffe <br>stanno alcuni indumenti intimi dimenticati <br>in fondo a cassetti che si aprono con difficoltà, <br>“muso-che-pizzica vattene in bagno”, insinua <br>la ragazzina assorta <br>come vapore in un angolo del letto, ma <br>la descrizione di questa scena <br>è proibita da una qualche legge scritta in corsivo. <br>Quindi diremo che la ragazzina avrà bisogno <br>di un paio di calze e rovisterà in fondo al cassetto, <br>in una certa ora, con la mano che tenterà<br>in un buio autentico di trovare qualcosa di tessile, <br>ne estrarrà un paio di calzini di cotone blu – <br>i suoi, – lì indosserà <br>e dopo mezz’ora avvertirà un leggero prurito.<br>Sul pianerottolo, appena fuori dalla porta  <br>una goccia ha escogitato un piano assurdo <br>e ha deciso di imparare a scendere le scale: <br>fonderà un regno per questo, <br>democratico, la cui durata è incerta <br>e non segnalata su nessun libro.<br>D’altronde anche una bouganville sta urlando, <br>ma nessuno ne accudisce i bisogni. C’è siccità.<br>Se si potesse disporre di una sola telecamera <br>e di una sola scena  si mostrerebbe uno sfondo cobalto, <br>una spiaggia bianca, un’ora malevola, <br>si inserirebbero un paio di mani adolescenti <br>e le si farebbero sfiorare dolcemente, <br>quindi, stringersi. Con ogni probabilità, un grassone <br>in un ufficio posto a qualche sedicesimo piano <br>vorrà apporre il suo marchio sotto a questa immagine. <br>Qualcun’altro considererà questa ipotesi. Dirò ancora di me: <br>piano d’osservazione ideale, quasi nascosto, <br>subisco una serie di eventi e fenomeni,<br>ma trascrivo tutto, e quindi: <br>quasi una cuspide, anzi due, dove battere <br>un ginocchio o un gomito.<br>Dirò di lei: i suoi zigomi prendevano la luce <br>dalla finestra orientale <br>e apparivano quasi trasparenti. Le dita <br>giunsero in seguito, autrici <br>di un minuscolo ballo, le piccole ombre liquide <br>a danzare fra le falangi <br>–        mangia le unghie la nostra ragazza seduta, e le labbra <br>ogni tanto le scattano in un moto rapido; <br>fissa - fissa sempre tre secondi <br>prima di rispondere a una domanda, <br>o dar semplicemente a intendere <br>di aver capito: il suo nome è Marta.<br>Quale che sia la sua essenza minerale, mi domando, <br>svanirà nella densa materia polverosa che ci assimila, <br>punto a punto, dentro al tessuto del giorno, <br>mentre allampanato come una pagina di storia non letta <br>resto immobile <br>sotto un’enorme vetrata, come donato <br>all’autorità di una teca.<br> <br> <br><b>MARTA E IL LIBRO<br>(se esiste l’autunno esisti anche tu)</b><br> <br>Spettro attraverso la fotografia – calze gialle, <br>la ragazza sorrideva <br>con la gonna e camminava sospetta, così ambigua,<br>”Sono uscita dal libro” diceva “Sono appena  uscita dal libro” e torceva questa caviglia e questo senso, <br>sovraesposto, che continuavo a lasciar penzolare <br>senza pudore poiché non si ha colpa <br>delle propie menomazioni e avevo delle informazioni, delle precisazioni sulla morte di Kafka <br>sapevo cose che non riferivo, me ne stavo nell’angolo, <br>sopra un divano, con un bicchiere in mano, in due parole <br>mi occupavo, e tutti ci specchiavamo felici <br>negli occhi degli altri perché era un festa, <br>un ricevimento dato da Federico Blo<br>il grande artista, e tutti eravamo stati invitati <br>tranne quei nani che fotografavano<br>le caviglie delle ragazze, le ginocchia, le banconote arrotolate, <br>ma erano nani, e andavano assecondati.<br> <br>Mi voltai, annoiato come una serranda arottolata, <br>e presi a fissare i particolari dei quadri che stavano <br>appesi alle pareti, non tutti, alcuni erano <br>penzolanti e altri semplicemente appoggiati <br>sopra dei termosifoni, o sulle finestre – uno - in particolare, <br>veniva tenuto da due bambine bionde con le trecce <br>che sembravano contente perché sorridevano ma erano polacche, <br>mi disse una signora anziana sbucata <br>da un posacenere, e io fissavo <br>proprio i particolari di quel quadro sorretto da mani <br>di bambina polacca, così piccole così assediate, ma nulla mi sconvolgeva – <br>nemmeno i matrimoni fra omosessuali, così del quadro <br>trattenni le piccole impressioni di umidità <br>che lasciavano i polpastrelli delle bambine, <br>e raccolsi da terra il libro.<br> <br>“Se esiste l’autunno esisti anche tu” mi disse la ragazza <br>dalle insinuanti calze gialle <br>e prese a muovere le labbra come occhi, <br>a chiuderle e batterle e a fissare  “La casa è annoiata <br>la casa è guasta e quelle che ballavano <br>si sono fratturate i femori e ora <br>al posto della gambe hanno strutture chiodate<br>apportatrici di inquietudine” <br>disse, con le caviglie e i quadrati delle piastelle che componevano<br>il pavimento allungandosi in bianco e nero tutto attorno <br>solcate da tacchi o altre musiche meno incisive, nessun orologio <br>avrebbe decretato la stessa ora e chi teneva dietro <br>a tutti i tatuaggi che venivano cancellati ogni giorno? <br>L’eternità nella carne è una moda, e la ragazza <br>non era mai ferma “La casa è rotta la casa è guasta <br>e quelle che ballavano sono semplicemente invecchiate” dissi <br>alla pergamena di fianco a me che aveva una specie di taglio <br>sul viso nel quale versava ciò che di vino era rimasto  <br>nel suo bicchiere “Lei è un gran maleducato, lo sa?”<br>disse la pergamena incastrata nel corpo della vecchia<br>e desiderai improvvisamente qualcosa  <br>di concreto e materiale, dalle fattezze ingenue di un sogno americano, una villetta, un prato tagliato basso <br>e case ordinate allineate come forbici, cucine ossidate <br>dal sole indiano e bambine <br>(tre, per l’esattezza) intente a fare colazione <br>ma analizziamo questo desiderio, visualizziamolo, <br>come fosse una foto, ed ecco:<br> <br>(fuori, con ogni probabilità una mamma in fuseaux, bionda, <br>che fa esercizi ginnici osservata  <br>da una bimba con gli occhiali che fa da sentinella <br>ad una bancarella che vende limonate <br>con su scritto “LEMON AID”)<br> <br>discutiamo se analizzare un fotogramma <br>o una scena di movimento <br>discutiamone pure che tanto<br>decido io per tutti <br>e quindi:<br> <br>tre ragazze bionde in primo piano fra i 14 anni <br>(la ragazza all’estrema sinistra) e i 9 (la ragazza all’estema destra), <br>quella di centro supponiamo di un età in mezzo fra le due, <br>dietro di loro una tenda ripiegata a fiori marroni <br>che mostra l’esterno del giardino <br>dove la madre, in fuseaux (censurato) <br>davanti a loro una tavola imbandita, frutta, ciambelle, <br>vasetti di marmellata, gatorade, succo d’arancia, <br>briciole e tovaglioli, la prima ragazza da sinistra <br>che regge un boccale colmo d’acqua e si allunga <br>per passare i resti di una banana  <br>sopra la testa della ragazza di mezzo<br>alla ragazza dell’estema destra, seduta su un mobile marrone, <br>in tuta e piedi scalzi, le mani piccole e ossute, le falangi arrossate, <br>immobilità dello scatto, spettri della fotografia, <br>la ragazza di mezzo per sempre sospesa nell’allungo <br>verso un arancio, <br>occhiali da sole tenuti in casa sopra la fronte, un acne difficile da curare <br>-         canottiere, una televisione che trasmette <br>il tenente colombo in americano, un giornale di ieri aperto <br>a pagina sedici, sotto il divano<br>(questa però è davvero pornografia)<br> <br>Fu a quel punto che la ragazza in calze gialle <br>prese a strattonarmi dicendo “Seguimi adesso vieni <br>questo non è un capriccio questa è una repubblica”  e io <br>sorpreso da tutta una serie di agonie e patemi, <br>tipo quelle dei palazzi e le associazioni non governative <br>mi fidai, e tutto compresso dentro al mio corpo <br>come polvere in un estintore seguii la ragazza <br>lungo i valichi e le trincee di moquette, varcammo <br>il velve cliqueut dei sentimenti <br>e ci trovammo nel posto da dove lei proveniva, le pagine del libro <br>di cui non sapevo il nome, e che non chiesi <br>una volta nel mezzo, una volta che tutte le parole <br>che lo componevano assorbirono anche me, <br>non chiesi il nome del libro poiché<br>non ci sarebbe stata originalità, né funzione, né idee, <br>nessun girasole  chiede all’altro la forma <br>del campo in cui si trova, e i titoli <br>sono curiose malformazioni della psiche, come i nomi, <br>come i quadri, come ad una mostra di quadri <br>quando qualcuno nell’astratto dell’arte nell’inganno <br>vivo dell’arte individua un albero e dice: “Questo è un albero&#33;”<br>E tutti si sentono rassicurati e sorridono <br>e fissano la rotondità dei loro calici sperando <br>che tutto alla fine sia geometrico, o religioso, o logico.<br> <br>La ragazza in calze gialle<br>rivelatasi col nome di Marta - <br>spettro della fotografia disse vieni, pigmento, <br>tramutati in un occhio<br>io interpreterò la lingua <br>avanti: diamo immortalità a questa pornografia.<br> <br> <br><b>MARTA E L’AMORE<br>(dichiarazione di schiavitù)</b><br> <br> <br>“Le sequenze” disse e lo pronunciava con un’aria grave, <br>come un avvocato guarderebbe delle briciole <br>sul bancone di un bar, sentenziava e abbandonava la stanza, <br>oppure rimaneva, ma tutto diveniva improvvisamente diverso, <br>nessuno avrebbe più parlato della cosa, dell’amore. <br>Le sequenze, disse, e chi poteva toccarla, chi poteva rimanerle vicino? <br>Di lei sappiamo cose, voci, forse un nome, Marta, ma la casa <br>è piena di fantasmi, anche noi due, non abbiamo carne, <br>ci vacciniamo negli occhi e andiamo in cerca di un terzo, <br>di un quarto, di un quinto. <br>Lei non beve prima del calare della sera. <br>È dispettosa. Io sono tremendamente indaffarato <br>con delle carte, le fermo, le metto in ordine, le impilo <br>e sopra ci adagio dei grossi fermacarte in acciaio, <br>uno a forma di elefante. Lei sistematicamente <br>passa e mette tutto in disordine. <br>Trovo una forcina per capellicome spettro, un pelo. <br>Sono impegnato con dei fili, il cucire, il santo cucire, <br>e poi i contatti, le comunicazioni. Faccio <br>tutte queste cose in silenzio, posso mettere <br>della musica alle volte. Ieri sera ho registrato il vento, <br>ho registrato il suono del vento e l’ho campionato, <br>lei detesta il suono del vento, non sopporta <br>i suoni acuti in generale. <br>Lascia fazzoletti dappertutto. “Ti stimo” le dico, con un’aria <br>davvero di sufficienza, “Sei davvero necessaria”, annuisco, <br>“Senza di te chi potrebbe dirmi che esisto? Quello specchio forse? <br>Piuttosto, datti una pettinata ogni tanto.” <br>Mi si cominciano a vedere le gengive. Ho un ghigno <br>malefico. Qualcuno  spalanca una finestra <br>ed entra una corrente gelida <br>che tergiversa attorno alle zampe del tavolino basso. <br>Sopra il tavolino una quantità di cose sfinite. Tutto <br>in esaurimento, o consumato. <br>Ma questi sono dettagli da infermiere. La realtà<br>è che: il paziente non è in grado di lasciare la stanza. <br>Che qualche familiare accorra al capezzale.<br> <br> <br><b>MARTA E LA FOTOGRAFIA<br>(non sei le foto che fai)</b><br> <br>Usciamo da questa stanza” disse Marta che era polacca, <br>“Non sono tranquilla qui” e così facemmo, presi <br>il cappotto e la seguii porpora giù<br>per le scale, penzolante di cinte e altre cianfrusaglie <br>fra cui una testa d’aglio e un’arancia – la morte fotografata, l’inaudita luce, lungo il Reno <br>o fra le palme egizie, Marta si sistema la calza verde <br>tirandola con quattro dita, <br>prima di portarsi l’indice alla bocca e mordere <br>una pellicina e dire “Come devo mettermi?”  -<br>è seduta su una sedia da ufficio in mezzo alla strada, <br>appoggiato alla sedia c’è un cartello con scritto lavori in corso -  <br>in mezzo alla strada, siamo in mezzo alla strada<br>e il posteggiatore ebreo ci guarda male fra le costole del venerdì –<br>undici e un quarto di sera tacchi sull’asfalto, insegne epilettiche, <br>i muri anneriti che si chiudono come il pugno di un crupier<br>su tutta quello che abbiamo perso, io e Marta <br>e chi per voi, la merce angelica distribuita <br>su queste terrazze chiuse da porte a vetro, <br>l’indistinto formicolare sulla pelle della città <br>di questa euforia tutta epidermica,<br>in questo viaggio da lumache le strisce bagnate <br>è tutto quello che ci resta<br>da lasciare in memoria dei percorsi – “Mettiti come vuoi, cammina radente ai muri,<br>alzati la gonna, fai finta che io non ci sia” dico auspicando benedizioni, se il cinema ha la pretesa <br>di fermare il tempo la fotografia fissa lo spasmo<br>del tempo moribondo, paralizzato, come nella casa <br>dalle finestre che ridono<br>il pittore dell’agonia riprendeva le persone <br>in punto di morte, e non sei le foto che fai <br>ne le foto che ti fanno, “Hai detto quattro<br>cose diverse” dice Marta che adesso ha la gonna sollevata<br>fino alle ginocchia per adescare gli sguardi dei passanti, <br>“E io faccio una cosa per volta” - gli occhi furtivi<br>e i gomiti delle ragazze che cozzano contro le costole <br>dei loro accompagnatori<br>caduti nella ragnatela di Marta –  fra le custodie delle gambe <br>di Marta nelle morbose paludi Marta, nelle cavità <br>umide di Marta, nella cina che Marta<br>porta dentro agli occhi, nel ghiaccio purissimo <br>dove affoga Marta, nella metamorfosi di Marta <br>fra il guardarla e l’averla guardata,<br>nei rampicanti che Marta serba fra le dita, nelle lucciole <br>che Marta sogna, nei bambini che urlano <br>dalle caviglie di Marta, caviglie da scopatrice<br>caviglie da russia e bettule, da dacia, da maniche perforate, <br>da regni in caduta libera come bare lanciate <br>da una scogliera “C’è poca luce” dissi, improvvisamente<br>curioso dei cambiamenti atmosferici e delle tonalità, <br>inseguivo improvvise ninfe sbucate da una scala <br>con le scarpe rosse e gli scaldamuscoli azzurri<br>mentre Marta fumava in una Bologna cinese<br>biascicando versi di Cummings o sciocchezze di Villeran<br> sulla  proprietà, sull’onestà della proprietà, sull’egoismo <br>insistonella proprietà e la convinsi a tornare a casa, <br>a disporre un faretto<br>a spogliarsi<br>a spogliarsi<br>a spogliarsi e danzare<br>poiché ci si perde nell’aria come fumo di fabbrica, e due occhi<br>non costituiscono un reato, e nemmeno quattro, <br>bruciare soldi in una banca è reato, la fotografia <br>è un crimine contro l’umanità, la menzogna <br>delle menzogne, ogni fotografia<br>contiene qualcosa che non esiste più<br>è perso<br>è perduto<br>è sfumato<br>è ricordato<br>è sanguinante<br>ed eccoci, dunque io e Marta, a  misurare <br>questa porzione di vita in unghie di bambini, <br>in cucchiaini da caffè –<br>il toro e il torero nell’arena<br>a inseguire  il momento in cui la morte <br>accavallerà le gambe <br>caparbi come biglie che rotolano<br>attenti come un coccodrillo che trasporta<br>il suo cucciolo nella bocca<br>in guardia<br>perché la morte<br> <br> <br> <br>viene sempre mossa<br>  <br> <br><b>TENTATIVO DI<br>(descrizione di Marta)</b><br> <br>                                                                                                                                                                        <br>Tu come il mirto, fra le tentazioni, <br>dislessica la luna dislessica la stella <br>–        il tuo nome si pronuncia dalla coda <br>come un ideogramma  giapponese – <br>c’è qualcuno con un retino, <br>un vecchio russo con un retino che per caso <br>cattura le immagini: <br>- Di te davanti allo specchio? <br>- Di te davanti allo specchio? <br>- Di me e te davanti allo specchio? <br>- Di te che piroetti davanti allo specchio? <br>- Delle tue dita davanti allo specchio? <br>- Delle tue due dita? <br> <br>non c’ nessun vecchio con un retino <br>ce n’è uno, però,  con un film pornografico <br>che gli sbuca dalla tasca del cappotto – e tu come l’egitto, <br>queste pose plastiche, queste canine imitazioni, <br>geroglifiche nella postura, il sudore che mi colava dal collo <br>sapeva di saliva - <br>“Ha vinto alla lotteria di essere nato” tossicchiava <br>dietro alle spalle Marta parlando con lo stilista, <br>il caos danzante non è morto mai <br>nemmeno sui manichini, <br>c’è sempre un pircing a chiudere <br>la carne della filosofia, o un tuo tratto <br>particolarmente maschile, o provarti delle scarpe di vernice <br>e fotografarle e farmele fotografare (12 dicembre 2005 via dei mille) <br>chi di noi due <br>ha notato prima le mani suine della commessa <br>può dirsi veggente, <br>la prima sera viene rosa <br>viene resa come fosse l’ultimo giorno della sposa <br>una catena al collo nella panacea del divano, <br>così chiaro dentro da passare attraverso i muri, <br>impellicciare i pellicciai, <br>succhiarmi il labbro dal sangue <br>che mi bagna e umidifica come la gioventù, <br>come stiracchiarsi nel sonno, <br>come coordinare un sogno, divorarne <br>il risveglio come pane, <br>orientalismo dello sguardo, e tu <br>come un obelisco, <br>alta in una piazza, <br>segnalata sulle guide turistiche – <br>questo è il mio sangue queste sono le mani di dio <br>che spargono l’europa con le sue montagne <br>e con due dita (pollice e indice) <br>tirano l’italia come fili di (censura) <br>Bologna bocca spalancata, Bologna città aperta, <br>difendici dai teenager e dalle donne <br>che parlano delle donne come fossero <br>le donne a dover esser donne, <br>e difendici dagli specchi o tiraglieli via di mano, <br>e tu <br>come un parco, <br>così priva di punteggiatura spirituale, <br>così assorta nella tua conversazione, <br>ecco il letto, <br>ecco la retorica, <br>ecco <br>il latte della sera: <br> <br>cerchio bianco buono <br>tieni lontano il tuono <br>affoga nella tazza <br>la ragazza che non s’ama <br>anche lei ultima estratta <br>della lotteria dell’esser vivi.<br> <br> <br><b>LONTANO DA MARTA<br>(due sigarette parlanti nell’oscurità)</b><br> <br>Uccidevo falene e mangiavo zanzare <br>per una questione d’eleganza, di moquette, <br>s’alternavano lungo il corridoio ragazze scalze<br>con le unghie dai colori funebri che si stringevano <br>parti di carne bianca solo per sorridere<br>alla fotografia, per adulare la fotografia con le loro<br>costole e i piedi e le caviglie in tiro, così nervose, <br>o le teste capovolte e le nocche -<br>finissimi primi piani di labbra o sguardi polarizzati, <br>bianche nelle vasche da bagno con i vestiti <br>bagnati, gli sguardi prolissi come una<br>prosa di Musil a soggiogare gli angoli, a tenerli fermi,<br>chi ha paura degli spigoli oltre gli afflitti da labirintite?<br> <br>Gli spigoli sono un mezzo, come internet, le scimmie agghindavano i salotti e tutta quella moquette <br>mi innervosiva, non ero a mio agio,<br>non percepivo gli spostamenti e attorno a me <br>trovavo zigomi, piedi, e tutta una serie di ossicine <br>che toccavano le mie con un’eco<br>di lagnanza, eravamo tutti stanchi, con mezzo drink <br>in mano avevamo le occhiaie ma le ragazze<br> sapevano mettersi contro uno sfondo<br>colorato e tutto appariva interessante, perdersi <br>in un’arte cinese, “Allineare gamberi sopra un tavolo nero <br>è arte, te l’ho mai detto?”<br> <br>Parlava la seconda sigaretta da sinistra <br>e aveva un tono acceso,<br>rosso fuoco, si rivolgeva alle otto biondine allineate contro la  parete<br>che:<br> <br>-           si magiavano le unghie<br>-           incrociavano le caviglie<br>-           si spogliavano<br>-           si sporcavano<br>-           ridevano con le mani davanti alla bocca<br>-           si infilavano dita dentro alla bocca<br>-           sognanano posti usciti da un ritocco grafico, verdi     accentuati, ali, angeli<br>-            guardavano in basso a sinistra<br> <br>otto in tutto così andaluse, così nostalgiche, <br>le guardavo e pensavo alla russia, a lunghi corridoi <br>di betulle e uomini rudi con il baffo teso<br>che percorrevano la prospettiva N. con cani <br>al guinzaglio e sigarette<br>senza filtro, “Tu vaneggi” disse la prima sigaretta <br>da destra così autentica,<br>sinuosa, scomposta in curve e nodi da far invidia <br>a un alveare, e dico alveare per via delle api, <br>che scoprivano traffici di droga <br>e andavano a riferirli, sventavano attentati <br>terroristici con una calma<br>da hostess, sarà poi vero che l’ossigeno sugli aerei <br>serve a far mantere la calma,<br> rendere i passeggeri delle vacche placide<br>nei momenti antecedenti il disastro?<br> <br>Dico questo ma nessuno dei presenti<br>distoglie gli occhi dalla televisione<br>e mentre il titanic affonda un cuoco<br>ripone degli avanzi dentro al cellophane,<br>per un qualche futuro così nobile nell’intenzione<br>così debole nell’attuazione<br>debole come una ragazzina vanitosa<br>che ha perso la madre alla fermata dell’autobus<br>per specchiarsi in una vetrina.<br> <br> <br><b>IL VIAGGIO IN FRANCIA<br>(ideazione e pianificazione)</b><br> <br> <br>Marionette tese, devote nell’assalto, i centrifugati <br>dei piani bassi hanno un nuovo slogan che recita <br>egalité, fraternitè, precarieté, “Mi rivolto dunque siamo” <br>era scritto sotto alla pensilina dell’autobus, <br>paris charles de gaulle, lo scrisse<br>un algerino* che da piccolo giocava in porta <br>per non consumarsi le scarpe, la cui pazienza <br>lo condusse dai reali di svezia a ringraziare <br>per l’onore ricevuto – parlava<br>di una missione, gesù privo d’apostoli, litigando <br>con quel sarto di Sartre e tirando<br>le sottane al papa del surrealismo – <br>parlo per preconcetti dovreste saperlo, qualcuno<br>mi ha messo dei palazzi intorno, delle finestre, <br>somministrandomi pastiglie<br>indolore dal cucchiaio catodico – ho i nervi a pezzi, <br>sorrido alle piante, le accarezzo,<br>con una matita mordicchiata appunto <br>sui biglietti dei treni piccole note sulla fotografia,<br>cose tipo:<br>“Le fotografie sono i cadaveri <br>di qualcosa che non è ancora morto”<br>oppure<br>“La fotografia ha qualcosa a che fare <br>con l’erotismo poiché crea un punto cieco <br>di desiderio fuori dal campo sigillato dell’obiettivo, <br>prolungando l’esistenza della foto <br>nell’immaginario di chi osserva”<br>e ancora<br>“La pornografia non ha nulla a che vedere con la fotografia” (questo scritto su intercity<br>bologna/genova brignole/carrozza 9/posto <br>mediano leggendo “la giornata di un fotografo”<br>del reverendo Carroll)<br>contrappongo riflessioni alle banlieu in fiamme <br>per una questione di contrasti, la primavera<br>di praga venne delusa dalla mancanza di coraggio di qualche timbracarte, la francia è avanti<br>nel tempo di una quindicina d’anni e marta stamattina <br>è rimasta a lungo nel letto, <br>girandosi nervosamente<br> fra le lenzuola bianche come una banca, l’osservavo <br>girare e girare il cuscino e annuvolarsi <br>in controluce – quattro giorni che mangia pochissimo<br>ed è scostante – le avevo promesso una seduta fotografica particolare, con delle scritte in dymo <br>da apporre sulle guance ma ci siamo arentati <br>sulla scelta delle parole<br>da mettere, lei sosteneva qualcosa come “puttana” o <br>“mi sento morta” io invece,<br>maggiormente alchemico, ero per una frase sibillina come “servizio decente 24 h”<br>oppure didascalica come apporre la scritta “guancia”<br>sopra alla “guancia” o “bocca”<br>sopra alla “bocca” e così siamo rimasti a fissare le caviglie cambiare odore, accendendo<br>e spegnendo la televisione, intermittenze di dibattiti politici <br>a esclusivo uso maschile, quote rosa, <br>donne nell’angolo, ma terribilmente sensuali e etniche, <br>è un gesto politico un pensiero riguardante il sesso <br>mentre tua madre sta morendo nel letto di un ospedale?<br>Mentre la mia moriva ero terribilmente preso dal tallone dell’infermiera, così tondo<br>e carismatico, avvolto in calze bianche, silenziosissima lei <br>e le sue mani che sistemavano<br>le coperte di mia madre, è un gesto politco questo? <br>Ho abiurato il mio stato di figlio?<br>Uno straniero venne condannato a morte <br>solo per aver preso un cappuccino <br>al funerale della sua e temo sia lo stesso algerino <br>che scrisse  che l’unico problema di cui la filosofia <br>debba preoccuparsi è il sucidio, <br>questione moralmente superata, dal mio punto di vista, <br>da due concetti fondamentali:<br>1)     l’esistenza della fotografia<br>2)	l’esistenza della filosofia rigautiana, che vuole un uomo dichiarare con largo anticipo il suo suicidio <br>e mantenere la promessa fatta.<br>“Questa filosofia”, spiegavo a Marta, <br>“Non ha discepoli, come puoi ben comprendere, perlomeno<br>non duraturi, lo capisci”  le dicevo questo <br>mentre la moka ronzava sul tappeto dub proposto<br>dai muratori qui sotto – dei rumeni che parlano benissimo l’italiano “Cos’è che dura dimmi, questo smalto?” <br>(indica una boccetta di rosso vermiglione <br>che tiene vicino al piede che sta truccando)<br>“Nemmeno Kant è durato, la monnalisa cade a pezzi, <br>nemmeno tu sei durato tanto, dovresti preoccuparti <br>di cose maggiormente vicine a te,  meno evanescenti, <br>lo so che ti piace la parola evanescente, <br>ma trascurala per un momento, e dai da mangiare al gatto, <br>per esempio. Mi porti in Francia?”<br> <br>I fuochi, queste stagioni, gli acidi della fotografia, <br>studiare mapplethorpe, un ingranditore <br>durst 609 da fotografare, questi i miei propositi<br>mentre Marta mi scavalca sul letto <br>e io penso alla parola Sorbona<br>prima di tirarmi su le lenzuola fino ai capelli, <br>uomo in rivolta<br>ansioso di non approdare a nessuna rivoluzione.<br> <br> <br><b>IL VIAGGIO IN FRANCIA vol II<br>(Blo incarna un prete)</b><br> <br>“C’è una luce dei fatti molto chiara, che mette in evidenza le cose” <br>questo dicevo a Blo mentre gli spolveravo <br>la giacca con una mano, liberandola dalle briciole, <br>“E c’è una zona d’ombra dove le cose sono molto <br>più sfumate, o meglio, una cosa compenetra l’altra <br>che compenetra l’altra che a sua volta è compenetrata”, <br>guardavamo un film pornografico che Blo<br>aveva tirato fuori vuoi da una valigia di pelle marrone <br>mentre Marta era sobria  e aveva preso un atteggiamento <br>norvegese, tutta vestita di rosso mangiava <br>salmone con le mani, il salmone così rosa sulle mani, <br>lo mangiava davanti al minibar, seduta davanti, aperta in terra <br>come una stella marina, con le gambe spalancate e bianche <br>sulle piastrelle blu, mentre alla televisione una giovane sposa <br>si faceva montare a neve da un meccanico <br>senza mutande sotto alla tuta, Blo era appassionato <br>di tutte queste cose Blo diceva che la pornografia <br>era come la crescita dei capelli, nessuno lo capiva,<br>restava lunghi momenti da solo o senza rispondere <br>alle domande tanto che a volte io e Marta ci tenevamo le mani <br>e sottovoce ci confessavamo che forse Blo non era tanto normale, <br>sorrideva in maniera strana, non si interessava di nulla, <br>in realtà né io né lei lo conoscevamo bene <br>chi poteva dire di conoscere bene <br>Federico Blo? Io chiedevo questo a Marta e desideravo toccarla, <br>ma lei si nascondeva sempre dietro a qualche tessuto, <br>metteva foulard e coperte a difesa del suo corpo, <br>potevi toccarla ma era sempre avvolta <br>in qualcosa come un baco, come un’essenza incerta <br>in attesa di diventare qualcos’altro, la metamorfosi <br>era uno dei concetti che più catturavano l’attenzione di Blo, <br>della sua filosofia, questo era in fondo la cosa <br>che ci aveva attratto di lui, che si desiderasse immediatamente <br>e in maniera spontanea la sua attenzione mentre lui <br>si defilava, fumava delle sigarette lentissime, in silenzio e da solo, <br>usciva all’aria aperta per fumarle, si prendeva il suo tempo <br>e usciva a fumare le sue sigarette e accarezzava i gatti, oppure <br>gli dava da mangiare, camminava lungo i fiumi delle città e tu <br>desideravi che lui tornasse, che fosse lì per te, volevi essere <br>nel suo campo visivo appartenere alla sua concezione di gravità, <br>ma lui sembrava sempre avere qualcosa di più urgente <br>da fare come i gatti quando d’improvviso si fanno attrare <br>da qualcosa di invisibile e scattano improvvisamente, oppure <br>come improvvisamente si arrestano per leccarsi, nel mezzo <br>di un’azione magari - e così era Blo, ti dava sempre l’impressione <br>che poteva lasciarti andare in qualsiasi momento, e l’idea del viaggio  era il nocciolo del nostro essere qui, <br>mi sentivo come se vivessi  dentro una fotografia <br>e lo dimostravo, mi fotografavo e poi andavo da Blo <br>e gli dicevo vedi? “Sono morto, e sei morto anche tu, questo <br>era solo pochi secondi fa” ma Blo distoglieva lo sguardo, a lui <br>queste illazioni filosofiche non lo interessavano, sembrava muoversi sull’onda di un moto interiore <br>che pareva possedere la verità, <br>guardavo Blo e pensavo alla terra che gira vorticosa <br>tenendo nel proprio nucleo una sfera di materiale indicibile, <br>assoluto, “Io sono una zattera” disse Blo “E le zattere non sono <br>né vive né morte” e io guardavo Marta e lei era in controluce, stagliata vivida contro una finestra o <br>di profilo a prendere informazioni dalle piante, <br>Marta parlava con i cactus dava del lei alle querce, <br>e noi poi ci scambiavamole informazioni l’un l’altra, <br>io e Marta come un unico organismo come l’edera, <br>(dal quale ricevetti una serie di dettagli <br>sull’organizzazione capitalistica) e ci sentivamo attratti <br>da Blo e lo seguivamo, anche per la fotografia e il resto, <br>tutta quella marjuana, le dita dentro alle cose e il resto,  <br>non eravamo in fuga o almeno, non lo eravamo percettivamente, <br>ma esistavamo come pure forme irrigate dalla materia <br>in uno stato di fuga perenne che equivaleva <br>a una sorta di nomadismo psichico, <br>che voleva liberarci di tutta una serie di paletti quali: <br> <br>1)      il tempo <br>2)      cose mostruose dal nome mostruoso come idaho o vanna marchi <br> 3)      il lavoro <br> <br>ed eravamo spassionati come dire, qualcuno di noi era ricco <br>o nella circostanza, cosa volete sapere, la proprietà è sacra, <br>e la fotografia e la possibilità di fare la fotografia, tutti i discorsi <br>sullo spectrum e sul punctum, Marta digrignava le mandibole <br>quando ne parlava e tendeva ad abbandonare la stanza, non sapevo bene che tipo di relazione avesse stabilito <br>con Blo, ma stavo in guardia, li osservavo, <br>sapevo che lei prima di mentire sbadigliava <br>e io le facevo domande nel pieno pomeriggio, mentre <br>si metteva lo smalto con le dita spalancate <br>come un rastrello, in fondo lei <br>era cristallina era un dono della forma all’essenza umana, <br>la bellezza la bellezza, sottosta alle regole della fotografia, <br>la bellezza non la conosce chi la possiede, poiché <br>non si guarda e gode del riflesso, il ballo degli specchi di checov, <br>chi non lo conosce, disquisivamo di questo <br>a tavola, “Mi piacerebbe farti cose <br>con le dita e il resto Marta” diceva Blo che fumava <br>anche a tavola, aveva ordinato vino bianco in fiasco <br>e aveva cominciato a raccontarci di quando <br>aveva vissuto a Biarritz sette o otto anni prima <br>commerciando borse di gatto fatte da un’artista olandese <br>che sul suo sito spiegava come scuoiarli e cucirli, con delle foto <br>e dei disegni spiegava come tenere il tuo gatto <br>per sempre vicino a te, e Marta era molto interessata, <br>lei di suo era molto recitativa e appassionata, si appassionava <br>alle conversazione dava attenzione alla gente, con questo <br>non volevo dire che le cose che Blo andava dicendo non fossero <br>interessanti, erano concetti profondi, parlava di buchi <br>e di mani sporche di terra, di due sorelle (lucie e lea) che <br>uscivano nella notte per eseguire delle corvé <br>“Anche diciassette o diociotto volte <br>urinanti nella luce lunare” diceva Blo, ma Marta era tremendamente <br>interessata alla storia delle borse di gatto e piegava <br>il collo in continuazione e io non reggevo <br>a tutta quell’attesa, e urlai “Sorbona&#33;”, domandandomi <br>se fosse poi giusto, Ludmilla mi pare si chiamasse, Ludmilla <br>o Ludmila si chiamava la ragazza che alla fine <br>fotografai per una questione riguardante il conto, ci furono <br>delle rimostranze e Blo alzò la voce durante il conto <br>perché aveva da ridire sul brodo, sulla percentuale <br>di grasso nel brodo, e Ludmila era al bar che asciugava <br>un bicchiere e poi la fotografai sdraiata fra le foglie, aveva <br>lo smaltorosso carminio sulle unghie e la pelle di porcellana <br>che si graffiava rotolandosi fra le foglie, perdendo le scarpe <br>con i tacchi si faceva fotografare con i capelli sporchi <br>di terra e camminava carponi fra tutte quelle foglie, Marta <br>e Blo sparirono tutto il giorno, lui era un capricorno <br>e sapeva sempre dove portare una ragazza e Marta <br>era così morbida, s’inclinava dolcemente <br>come un foglio che si ripiega per celare un segreto, <br>come un labrador che nasconde la mano di morto <br>nel giardino di casa, e bevevamo tutti moltissimo <br>e Blo guidava la macchina che aveva portato, una macchina gialla <br>con il cambio in pelliccia e gli chiesi diverse cose, gli chiesi <br>se sapeva della bellezza del cervo pomellato ad esempio, <br>e cosa pensava dei dinosauri, e se la pelliccia sul cambio<br>fosse vera, “Se anche fosse vera non farebbe differenza” disse <br>tenendo un braccio fuori mentre alla nostra sinistra <br>sfilava un qualche lungomare, una sequenza <br>di spiagge e cunette e ciuffi d’erba <br>a forma di fica e mi ricordo che mentre Blo <br>mi spiegava il concetto di sublime bellezza <br>che è dietro una pelliccia mi fissai <br>sulla parola galapagos, me la ripetevo nel cervello <br>e non riuscivo a separarmene <br>mentre Blo spiegava che il dolore dell’animale  - adesso <br>era un velluto di disarmante silenzio, ripetuto mille e mille volte<br>come una liturgia, come un kaddish del perdono <br>per la mano che si fece carnefice, il silenzio <br>che resta e non si lamenta di una pelliccia <br>che avvolge una donna o una vecchia diceva <br>Blo mentre io pensavo galapagos e non riuscivo <br>a pensare ad altro che alla parola galapagos e Marta <br>teneva un piede fuori dal finestrino e si toccava <br>un inguine con un matita, così filmica, atroce <br>e sublime che desiderai fotografarla immediatamente, e lei <br>rideva con le mani davanti alla bocca o succhiando <br>una tic tac aveva dei denti bianchissimi che anche Blo <br>guardava con ammirazione, tutti noi sapevamo dei suoi denti<br> bianchissimi e di quanto lei ne andasse fiera, e la sera <br>quando veniva la sera a volte stavamo separati <br>ma a volte eravamo tutti insieme <br>legati come un fiocco e Marta scrisse su un tovagliolo <br>(imitando Blo)<br>cos’altro portemmo mai essere <br>se non un fiocco? <br> <br> <br>Il tovagliolo lo lasciò sotto una teiera, <br>che era sopra un tavolo<br> in un bar elegante e all’aperto, <br>proprio davanti a una sinagoga e <br>Blo odiava le sinagoghe, diceva spesso che bisognava trovare <br>delle intolleranze innocue, che non facevano male a nessuno <br>e perseguirle, lui detestava anche <br>la rugida sopra l’erba al mattino <br>e la sensazione del gesso sulle mani, “Tutto si mischia, <br>alla fine, uomini, donne, capelli, cibo.” Diceva Blo <br>che si ascugava la bocca col dorso della mano <br>e indicava l’entrata di una chiesa, voleva <br>che entrassimo nella chiesa dove finalmente <br>ci avrebbe rivelato lo scopo del nostro viaggio, <br>e dal bagagliaio della macchina Blo tirò fuori <br>una telecamera e cominciò a riprendere le navate e gli altari, <br>riprendeva le tende da vicinissimo <br>e rimase chiuso mezz’ora buona <br>dentro al confessionale, strisciava nella chiesa <br>fresca riprendendo tutto, piedi e mosaici, <br>acquasantiere e crocifissi  <br>“Dimmi il giorno più freddo della tua vita” chiese Marta <br>durante l’attesa, si era tolta le scarpe e giocava <br>con il mignolo del piede tirandolo <br>e lasciandolo andare, lo fotografai ancora e ancora <br>e anche con il flash, e furono forse i lampi di luce <br>nella chiesa che desterano Blo che improvvisamente <br>si accorse di noi, invitandoci a camminare <br>lungo la navata, disse che ci avrebbe sposato <br>che nulla sarebbe più stato come prima, <br>e Marta sorrideva e teneva le mani strette al petto <br>reggendo la borsa come se tenesse un bouquet  - si era fatta <br>improvvisamente seria, io mi sentivo stanco e volevo <br>sedermi su una panca, stendere le gambe, ma così preso<br> nella forbice venni tagliato via mosso,<br>Blo riprendeva tutto e io fissavo <br>il movimento delle sue mani, Mentre marta mi baciava <br>e dopo vermi baciato chiedeva: <br>quando andiamo alla Sorbona?<br> <br> <br><b>KADDISH PER MARTA<br>(nulla si compara a te)</b><br> <br> <br>e finiranno questi desideri, finiranno? Pagina 37 <br>del “Visionario” di Schiller, riga 18, edizioni millelire, <br>dice: “Nient’affatto”, sei parte della malattia e parte della cura, <br>lasciati andare, parlaci di te piccola alga, le schedule <br>proposte al tuo internamento sono state respinte, <br>sei fuori dalla fabbrica, improduttivo, sterile, canta pure, <br>niente si compara a te, cantalo, scrivilo, niente si compara a te, <br>fotocopia, iniezione, stai bruciando sui sassi, niente <br>si compara a te,  dottrina del freddo che crepa, <br>lemuri di abbandono, la distanza, il gesto <br>e la sequenza, sale da ballo, sono cadute <br>le colonne e i piani sono sovrapposti, sovraesposti,<br>niente si compara a te, sei una liturgia, un battesimo, <br>un sacramento, chi si raschia l’ostia dal palato <br>con un dito ricurvo sotto la cupola multicolore?<br>Tossivano tutti nella stanza, nella quiete, si arrampicavano <br>sui muri e tiravano giù le tende e le bruciavano mulinandole <br>come dervisci, tende in fiamme nel territorio, i bambini <br>masticavano il vetro facevano merende <br>al titanio e nichel, questa parte di me così marcia <br>e così asservita all’ingranaggio, il tuo cristo personale <br>se ne sta zitto nel deserto della tua anima a fissare il sole, <br>sotto acido, a mia madre non sarebbe piaciuto, nulla <br>si compara a te, il ticchettio degli orologi <br>e le meccaniche celesti, la domus aurea, Roma <br>bruciò in prima serata, tossivano tutti, anche <br>due sere fa, dopo che fummo scesi <br>dalle scale con le nostre ombre che producevano <br>sul muro mostri senza carne a forma di gru (sono <br>terrorizzato dalle gru) nella stanza chiusa <br>e senza finestre dove potevamo essere coralli, <br>qualcuno buttò uno straccio nella stufa, nel buco <br>della stufa, e la stanza si riempì di fumo <br>e tossivano tutti, caliginosi e afflitti, <br>uno schermo riportava periferie in fiamme, ghetti, neocon, <br>taumaturghi, capsule, ma nulla si compara a te, <br>filmica, gotica, cuneo piantato nell’era postmoderna, <br>così numero, così fiscale, non discendere dalla grazia <br>in questo stato di deriva psichica <br>poiché niente, <br>niente si compara a te.<br> <br> <br><b>MARTA E’ MORTA<br>(solaris soundtrack)</b><br> <br>Finché sognai che eri morta e lo eri, eri infeconda, <br>guardavo le tue foto e le ritoccavo, nella cucina <br>i mausolei brontolavano devoti alla non violenza, <br>mia e di quelli che parlarono per me, e per presunzione<br>parlarono anche di te, che eri morta ed eri sdraiata <br>sul tavolo della cucina liscia come una padella, un poco <br>affranta, inespressa, ecco la risposta alla tua domanda <br>se fosse stato necessario un‘intervento di chirurgia estetica, <br>eccoti sdraiata allampanata come un surgelato, è come <br>che fossimo fatti di stoffa o polietilene, siamo biodegradabili, <br>che differenza passa fra un mouse e un pettirosso? <br>E io sognavo astronavi e tu eri morta <br>anche dentro alle astronavi ma c’era un tale <br>di nome Cornelius, con una strana giacca beige, <br>che humberteggiava a proposito di certe ragazzine <br>che aveva visto passeggiare lungo i corridoi, <br>diceva che accadevano cose strane a quell’altezza, nello spazio, <br>si potevano vedere cose che uscivano direttamente <br>dalla testa e così era stato anche per Siboi, <br>dalla cui porta sbucò un nano, e tu eri fredda e statica <br>nella memoria come una lastra, in mezzo ai nani e ai russi <br>che abitavano questa navicella, così ti pensai, <br>nel sogno, nelle astronavi, e tu venisti di nuovo, <br>e apparivi e sparivi dal tessuto del giorno come un ago, <br>e il tessuto del giorno erano i miei pensieri, finché <br>voci umane mi riportarono alla veglia, scacciato dalla grazia, <br>con te e Shakespeare e il tavolo in sala da pranzo,<br>uno sopra all’altro, ofelia che galleggi <br>sulle piastrelle della cucina, mia domestica Desdemona, <br>i tuoi fazzoletti sono sporchi di sangue, e sei esanime, <br>così ferma,come dire, morta, <br>che viene voglia di starti ad ascoltare per del tempo, <br>del tempo dedicato, che si poteva utilizzare per altro, <br>e invece sono qui.<br> <br> <br><b>MARTA SVANISCE<br>(voi dove pensate di andare?)</b><br> <br> <br>Celebrità, e una rosa nel mio giardino sveglia, <br>fresca alle otto di mattina, si capisce, lei <br>si veste per la scuola, i tonfi dei piedi nella stanza buia, <br>un museo di rumori silenziosi, di fruscii - portatemi <br>un uomo sicuro portatemi un maometto  - <br>discepoli della grazia stavamo tutti intontiti <br>davanti a certe caviglie, mi concedevo sporadici benefici <br>fra le calze rosse a germoglio mentre uomini in abiti scuri <br>tiravano su le serrande proprio sotto alla finestra, <br>con le carte sotto il braccio ed il gomito ad angolo retto, <br>mi concedo all’arte nell’ora incerta, mi desidero, <br>interrogandomi se tutta l’arte, la musica, la fotografia, <br>la pittura, il cinema, la letteratura, la poesia, <br>se tutto quello che chiamiamo arte non abbia <br>(se riconosciuta come tale all’interno <br>del soggetto fruitore) una natura atavica, <br>che le arti attraversa trasversalmente <br>come un cieco può aggirarsi in un supermercato <br>di notte: il punctum di quest’arte atavica, <br>per dirla alla maniera di Barthes, <br>è quella finestra che permette a chi assiste <br>di entrare in comunione con l’arte, <br>di “farla”, di “esistere”, poiché senza fruitore <br>chi sancisce cosa è arte e cosa non lo è? <br>Quanti Van Gogh ha inghiottito il tempo, <br>che non hanno avuto il coraggio <br>di tagliarsi un orecchio, o spararsi?<br>L’arte, essendo atavica, possiede quel qualcosa <br>che provoca un brivido, che detona <br>una piccola scossa, ed è come se perdessimo, <br>per il tempo in cui creatore, opera e fruitore <br>sono insieme a far si che l’arte “avvenga”, <br>è come se perdessimo la consapevolezza <br>del vuoto e del pieno e ci trovassimo <br>all’interno dell’emozione, piegati noi stessi, <br>avvertendo l’infinita distanza del mondo esterno, <br>che lentamente ci riassorbirà, <br>ci sta già riassorbendo, ci reintegra, <br>ci succhia via mollemente placidi e incoscienti <br>da flaccide mammelle di tempo che avvelenano, <br>(come si diceva una volta) qualcosa di confuso <br>e crudele che divora, (come no) albe e fiumi, <br>città e sentimenti, fiori e giovinezza, <br>accoltellati con un pezzo di vetro dello stesso specchio <br>nel quale ti sei riflessa a sedici anni, te lo ricordi?<br>Così fresca lei, anche alla fermata dell’autobus, salutando <br>le amiche odore di pesca, ninfesche nella nebbia del primo mattino, lattee, per venire qui, invece di sedersi <br>sul banco di scuola.<br>Vi domandate se abbia preso in considerazione <br>il fatto che lei possieda ancora un astuccio?<br>Mi si presenti un condottiero, un professore, <br>mi si presenti un Wolfgang, o uno che si chiama Milaaus, <br>verranno a prendermi comunque all’alba <br>e non si potrà pretendere di trovarmi vestito a festa <br>se mi si sorprende nel letto, <br>qualunque sia l’accusa, l’accetto, <br>qualunque sia la colpa <br>me ne assumo la responsabilità e faccio pubblica ammenda, eccomi di nuovo nel regno di mezzo, a camminare <br>attraverso il regno dell’ombra, <br>ma ho mai fatto qualcosa di diverso? <br>Voi dove pensate di andare?<br>Che ne sia valsa la pena, dopotutto, svegliando lolite <br>per un servizio fotografico, liquide e nude fra lenzuola bianche, <br>spazzole e forcine, e tutto il teatro polivalente delle mani <br>che gesticolano, e dissimulano, e profetizzano, magnetiche, <br>era un giorno di qualche tempo fa che mi svegliavo <br>e dicevo a me stesso che non dovevo diventare <br>quel tipo di persona che non ha più voglia <br>di accumulare esperienze -<br>prudono giardini nascosti dentro al corpo, <br>ansiosi di essere grattati da dentro, <br>siedi e ascolta, dicevano maestre tutte e le suore,<br>dalla pelle così fredda, quasi trasparente, <br>siedi e ascolta:<br> <br>“Prima di cominciare una cosa di una certa importanza, è sempre meglio bere un bicchiere d’acqua. Davanti ad uno specchio la cosa riesce anche a meglio. Così. Bere un bicchiere d’acqua. Guardarsi allo specchio. Asciugarsi la bocca con il dorso della mano. E si comincia.”<br> <br><br>(Arte - Poesia)]]></description>
<author><![CDATA[Alessandro Ansuini]]></author>
<pubDate>Wed, 07 Jun 2006 06:27:52 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[Shawna Kenney - &quot;I was a dominatrix teenager&quot;, di Ferdinando Pastori]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> <b>Shawna Kenney - “…nuota o muori, il giudizio inappellabile dell’acqua”</b><br><br><i>“This book is a page turner, a riveting romp with intellectual as well as sexual content, as well as being extremely personal in a universal way. This is no vanilla attempt at erotica or sterile study on sexual perversion -- the blood, sweat and tears of real-life experience rings through loud and clear. There&#39;s something here for everyone, from fetishists to punk rockers, sex-positive feminists to curious culture-vultures. Through this exciting work, Kenney proves that the pen is mightier than the sword ... or in this case, equal to, if not surpassing, the whip&#33;” </i>(Pleasant Gehman, autore della Underground Guide to Los Angeles)<br><br>La carriera di scrittrice di Shawna Kenney è iniziata verso la fine degli anni ottanta con “No Scene ‘Zine”, fanzine musicale autoprodotta e finanziata attraverso il suo lavoro di prometer e organizzatrice di eventi musicali punk, metal e ska.<br>Prima di diventare famosa con il suo libro d’esordio “I was a dominatrix teenager” (Memorie di una dominatrice teenager), Shawna era una studentessa di Washington sul punto di abbandonare il college perché sommersa dai debiti. Una ragazza della est coast che come tante coetanee si trasferisce nella metropoli più vicina con pochi dollari in tasca  e tanti sogni nella testa, primo fra tutti quello di laurearsi. Laurea che avrebbe dovuto rappresentare la sua rivincita personale nei confronti di una vita che fino a quel momento non le aveva offerto granché. Impara in fretta che dovrà lottare da sola in ogni momento perché non c’è nessuno disposta ad aiutarla, perché nelle situazioni di difficoltà si finisce quasi sempre a ritrovarsi da soli <i>(“…nuota o muori, il giudizio inappellabile dell’acqua”), </i>così quando legge un annuncio dove si cercano ballerine esotiche decide di rischiare il tutto per tutto. L’esperienza non le permette solamente di pagare i conti arretrati e mantenersi al college, ma soprattutto le permette di sviluppare la sua personalità e di acquisire una sicurezza insospettabile nei confronti dell’altro sesso. Impara a conoscere gli uomini e i loro desideri imprevedibili e spiazzanti a tal punto che il passo successivo, quello della trasformazione da brava ragazza in Padrona Alexis non sembra altro che la naturale evoluzione della vicenda. <br>“Fatti pagare per fare la stronza” è l’annuncio che segna l’inizio della carriera estremamente remunerativa di dominatrice. In breve tempo scopre che il ruolo di femdom le si addice, che la seconda pelle in PVC che indossa per umiliare e punire i suoi clienti non è poi così scomoda e difficile da indossare. <br><br><i>“…while Kenney&#39;s career choice may be shocking to some, her affable, conversational style reveals how an intelligent college student, short on cash, finds dominatrix work a viable way of making ends meet--there&#39;s no sex, it&#39;s great money, and there&#39;s plenty of time for homework.” </i>(Ginger Dzerk, Amazon.com)<br><br>Affronta la sua nuova avventura con ironia e distacco, mantenendo intatto il suo stupore di fronte alla varietà delle richieste che le vengono inoltrate. I suoi clienti sono persone a prima vista normali, uomini d&#39;affari e tranquilli padri di famiglia, ma tutti con una doppia vita notturna che li porta a spendere cifre impensabili per subire umiliazioni delle quali non possono assolutamente fare a meno. Padrona Alexis li accontenta, mantiene un distacco altero e sprezzante, non permette alcun contatto sessuale e in breve tempo diventa una delle ragazze più richieste del giro.<br>Studentessa modello di giorno, inflessibile dominatrice di notte, grazie a quanto guadagnato con la sua a dir poco alternativa “professione”, è riuscita a laurearsi e oggi vive a Los Angeles dove lavora come giornalista presso diverse testate musicali americane come “Metal Hammer” e “Mix Mag”. <br><br><i>“More a twisted coming-of-age story than warmed-over slice of Marquis de sade, Kenney’s potboiler approaches its prurient subject matter with a refreshing post-feminist, GenX practicality.”</i> (Stephen Lemons, New Time Los Angeles)<br><br>Pubblicato con successo negli Stati Uniti e in Inghilterra e vincitore del Best Sex Book Award al Firecracker, il festival dell&#39;editoria indipendente americana, “Memorie di una dominatrice teenager” dovrebbe presto diventare un film destinato a non passare inosservato. A patto che rimanga fedele allo spirito del romanzo, che ne conservi la freschezza e l’originalità. La sfrontatezza alternata alla toccante umanità che si riesce a trovare anche in mezzo alle più segrete e inconfessabili perversioni. <i>(“The tone of Kenney&#39;s writing is honest and breezy, generating a feeling of intimacy with the reader. She takes us into her dungeons, into the mansions and hotel rooms of her outcalls; she lets us accompany her during her day life at college. And, to a certain extent, she lets us into her head and heart.”</i> Spectator.net)<br><br><i>“Il mio nuovo mestiere proiettò sul mondo una luce nuova. Squadravo tutti i passanti. Quello è un masochista? Oppure un feticista del piede? Uno scatofago? Mi chiedevo cosa facessero le coppie dietro la porta. Una bambina che legava il suo orsacchiotto con la corda per saltare aveva già un futuro come dominatrice […] vivevo in un mondo capovolto. Tutto quello che credevo di conoscere era visto da una prospettiva diversa e rimpiazzato dalla mia nuova vista interiore. Venivo introdotta in un caleidoscopio di desideri e diffidenza che non giudicavo ma che mi divertivo solo a guardare”.</i><br><br>Shawna Kenney<br>Memorie di una dominatrice teenager<br>Baldini e Castoldi Dalai<br>I edizione 2005 <br><br>(Risorse - Bibliografia)]]></description>
<author><![CDATA[Ferdinando Pastori]]></author>
<pubDate>Mon, 29 May 2006 18:39:01 +0000</pubDate>
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<title><![CDATA[D. Cooper   -  grammatica del vivere, di Cristina Modigu]]></title>
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<description><![CDATA[<br><br> <span style='color:gray'>Introduzione - </span><br><br>L’obbiettivo è di riuscire a formare delle strutture di esperienza progressivamente liberate. Le grammatiche del vivere trattano dei modi di strutturare il rischio, in piena lucidità, in ogni situazione della vita.<br><br>La strategia è di usare ciò che ci distrugge per distruggere ciò che ci distrugge, in modo da liberare specifiche zone di speranza.<br><br><br>Mancandoci una nascita in disordine, <br>l’allegro odore dell’ordine,<br>Nessuna disciplina liberatrice potrà mai vedere<br>o essere la luce di un nuovo giorno.<br><br>E’ per te che ho cercato di scrivere questo libro, se sei quella persona, che pensa che tu sia la persona che anch’io penso che sei.<br><br><br>Mentre scrivo cercherò di trovare una via per ascoltarti.<br><br><br>Dovunque tu sia o io sia è qui<br>Dovunque il qui sia<br>Ma dovunque sia il qui<br>Facciamo che non sia altrove<br><br><br><br><span style='color:gray'>Cap 1  - L’atto politico</span><br><br><br>Una reciprocità di sfruttamento che rafforza il sistema che ci opprime tutti. La struttura a ruolo binario unidirezionale riproduce la stessa violenza di altre aree d’esperienza e di comportamento, ad esempio quelle tra terapeuta/terapeutizzato..<br><br>l’eliminazione delle finzioni familiari illusorie, affinché le persone si confrontino come sono veramente in questo momento di realtà libera da storia.<br><br><br>dobbiamo rovesciare nel mondo il nostro io nascosto – e rimanere in vita.<br><br><br>Il problema politico è giungere a una sufficiente familiarità con la nostra morte, entro l’esperienza della vita, tenendo la paura sotto controllo.<br><br><br><br><br>Cap 2  -  Accorgersi <br><br><br>..che è un “diventare vero”, l’unico vero divenire<br><br><br><br><span style='color:gray'><br>Cap 3 – Il test dell’acido</span><br><br><br>L’intera esperienza è rimasta in me come un’alterazione permanente. Avrei sempre avuto il dono di quella visione benefica.  La conservo in me come una forza intatta.<br><br><br><i>Non ci sono viaggi “cattivi”., a meno che non vengano interrotti da una cattiva interferenza.<br><br>Gli io distruttori sono essenzialmente interiorizzazioni  estranee di aspetti cattivi dei propri genitori o di altri o di forze cosmiche cattive.</i><br><br><br><br><br><span style='color:gray'>Cap 4  -  Manifesto dell’orgasmo</span><br><br><br>La vita di una cella volontaria. Il secondo passo è guardare l’altro in faccia e avere il coraggio, a nostra volta, di essere guardati in faccia. Si può sempre diagnosticare la personalità non-orgasmica da minime deflezioni oculari e da frasi che non riescono a connettere perché rimangono sempre incompiute.<br><br><br>L’orgasmo è un momento senza tempo in cui un eccesso di vitalità (corpo) genera la morte (una non-mente in contrapposizione alla mente come egemonia della “testa” che soggioga e vorrebbe annullare i centri più bassi del corpo) verso una vita rinnovata.<br><br>..Nell’orgasmo c’è un momento in cui il piacere sparisce con ogni senso dei limiti dell’io – non “c’è” nulla.<br><br><br>Presupposto dell’orgasmo è un rapporto d’amore (sia che il rapporto duri cinquanta anni, sia che duri cinque ore) in cui la nostra fiducia nell’altro è tale da potergli cedere l’immagine del proprio io e l’immagine del proprio corpo, soprattutto del proprio viso. Ecco perché nell’orgasmo è essenziale guardar l’altro negli occhi – vedere ed esser visto dall’altro. Ammessa questa fiducia si posson cedere le immagini del proprio corpo e del proprio io..<br><br>La fiducia garantisce il “ritorno”.<br><br><br>Il terapeuta e il “terapeutizzato” raggiungono momenti orgasmici d’approfondimento – <br>Posso assicurare, basandomi sulla mia esperienza, che tali momenti liberi da gelosia sono possibili. Si tratta di aver fiducia nel terapeuta (che a sua volta ha fiducia nell’altro) e di capire che con una certa dose di fiducia “tutto andrà per il meglio”.<br><br><br>-limiti da oltrepassare indefinitamente. Ma è un lavoro che è sempre piacevole e non occorre che sia arduo.<br><br><br>E poiché è ancor sempre d’amore che si tratta non è ma i un “problema psicopatologico”, forse soltanto un profondo problema di solitudine.   ..la psicopatologia dev’essere oggi considerata la parola più oscena fra tutte – proprio per il suo non riconoscere l’amore.<br><br>Per amore dell’orgasmo, che è un centro segreto di liberazione, dobbiamo fare un’operazione di pulizia – dobbiamo abolire i nostri poveri cervelli avvelenati procedendo a una decapitazione di noi stessi che ci porterà finalmente prima indietro verso una vita perduta – e poi avanti.<br><br>Dobbiamo perdere la testa per entrare nel corpo. <br>C’è un tempo per la mente, un tempo per abbandonare la nostra mente e un tempo per ritrovarla. <br><br><br><br><br><span style='color:gray'>Cap 5  - Che cos’è l’antipsichiatria</span><br><br><br>annullare la differenza,.. la visione e per negare a certi individui il loro deciso rifiuto di essere anche minimamente resi meno umani.<br><br>La psichiatria clinica, tuttavia, è solo una piccola parte di un vasto sistema di violenza, di tecniche normalizzanti..<br><br>l’individuo che era è diventato un robot obbediente che si aggira nei reparti per malati cronici dell’istituto psichiatrico o si muove, privato di ogni senso umano, nella società esterna – come tutte le altre non-persone…<br><br><br>La necessità di un testimone è certo uno dei bisogni umani più profondi su cui tornerò nel corso di questo libro.<br><br><br><i>Certo può essere importante arrivare a capire l’esperienza della trasformazione in pianta e la sua curiosa coreografia, ma solo in quanto ciò non violi la realtà presente della sua esperienza, per la quale essa aveva bisogno di un testimone, non di una interpretazione.</i><br><br>..il contesto strutturizzato preclude la reciprocità. Per contro, quando gruppi di persone vivono insieme in comuni, nascono altre possibilità..<br><br><br>La caratteristica principale dell’antipsichiatria è forse il riconoscere <i>la necessità di una non interferenza attiva che tenda ad un’apertura dell’esperienza piuttosto che ad una chiusura dell’esperienza</i>.<br><br>La condizione per questa possibilità è di stare con altre persone giuste, cioè persone che abbiano esplorato sufficientemente la loro interiorità e la loro disperazione. <br><br>trascorsi il tempo con le vittime ‘psicotiche’ delle loro deliberazioni. Queste ultime, per quanto malmenate dalla cura psichiatrica, sembravano tuttavia sopravvivere in modi che mi rincuoravano,..<br><br><br>invidiano la follia degli internati in quanto questa indica una specie di rottura o di liberazione che essi negano a se stessi, <br><br><br>Sanità e follia s’incontrano al polo opposto,..<br>Lo stato di normalità, all’altro polo, rappresenta l’arresto o la sclerosi di una persona e per lo meno la degenerescenza se non la morte dell’esistenza personale. <br>..che è indubbiamente una specie di morte.<br><br><br>Meno ovvia è la natura degli atti.. 
