In quali ali di seno, inoffensivo, quasi d’agnello, la mia bile bianca- stra versificherò stamani appena amara, masticando, sulla schiena scheggiata da negro amante o gallo stregone, ciò che avanza di materno? Serbo nel frigo cannibalesco oscena la sfatta carne della carne mia, sapendo di latta il sangue del mio sangue fatto red beer per i centauri screpolati dalle highways e con due mummie appese di dita secche paterne al parabrezza, dondolenti – tra due denti d’oro vitelleschi - benedizioni brusche e bibliche ridotte a talismano. Omo fatto mi guido oltre gli spersi velli di bianconiglio, a mo’ di ciglio stradale incubato, puttanesco un po’ l’ammetto, da la mala luce neonato, cavalcanti travestiti con Desdemona mia liofelizzata sotto gli eccessi canicolari. Piange d’amor latteo nessuno, e questo pianto e quello alluma solatio d’attorno, scosso in ruzzanti spigoli di grani, rosari oranti di prefica ardente. E’, però, secco lacrimar su frutta lavanda, e senza ruggine si muore, amore d’insperato amore, a mezzogiorno, e tutto questo intatto soleggiare così vile e mondano è molli forche di tralci di vite strette troppo lontano dal mio seno (Amleto sposa in bianco mentre Ofelia prende il velo). |